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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/277


giulio cesare 257

senatori, o inabili custodi del passato, o ciurma nuova da lui introdotta, sicchè faceva egli stesso i decreti e li firmava coi nomi de’ primarj, senza tampoco consultarli. Un giorno che i magistrati curuli vennero ad annunziargli non so qual nuovo onore e privilegio decretatogli, egli nè tampoco si levò da sedere: il quale non curar superbo ferì più che non l’oppressione. I Romani all’antica si lagnavano di vedersi sminuita la dignità personale, l’importanza politica, tutti i fregi della vita.

Non meno poi de’ nemici a Cesare contrariavano gli amici, di cui avea deluse le ingorde aspettative, o frenata l’irrequietudine facinorosa coll’impedire che facessero da tirannelli e col garantire le proprietà, che allora soltanto poterono dirsi assicurate ai possessori. E nella storia degli affetti umani merita osservazione che il debole Pompeo eccitò passionata devozione in molti, in Bruto, in Catone, in Cicerone stesso; mentre Cesare non era amato nè tampoco da quelli che tutto faceano per lui, a lui tutto doveano. Ma egli metteva il freno a due tirannie; la passata degli oligarchi e la futura dell’impero: e l’uomo della resistenza strappa l’ammirazione riflessiva, non l’entusiasmo di chi presta fede alle panacee politiche.

Coloro dunque di cui avea ferito gl’interessi o i sentimenti non sapeano le sue ordinanze attribuire se non a smania di farsi partigiani. Malgrado le assicurazioni, cianciavasi d’imminenti liste di proscrizione; poi, profittando dell’odio contro il nome di re, spargeasi ch’egli lo agognasse, e — Non vedete (ripeteano) come la sedia e la corona d’alloro accettò dopo vinta la Spagna? come la statua sua lasciò collocare fra Tarquinio e Bruto?»

Nelle feste Lupercali, tramandate dall’antico Lazio, i giovani patrizj e alcuni magistrati correano seminudi per la città, battendo con coreggie chiunque scontrassero; e le dame ambivano que’ colpi, credendo agevolassero i parti. Mentre una volta Cesare vi assisteva, Marcantonio affocato dalla corsa gli si gettò ai piedi, offrendogli un diadema intrecciato coll’alloro. Alcuni, forse ad arte disposti, applaudirono; ma quando Cesare fece atto di ricusare quella regia insegna, la moltitudine proruppe in esultante approvazione, e più quando disse: — Re de’ Romani non può esser che Giove; a quello si rechi la corona in Campidoglio». Il domani, tutte le statue di Cesare si trovarono inghirlandate di fiori: ma Flavio e Marcello, tribuni del popolo li tolsero via, e punirono quelli che aveano ap-

Cantù, — Illustri italiani, vol. I. 17