Alpinisti ciabattoni/Aure fresche, e mal di denti

Aure fresche, e mal di denti

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Alla ricerca del latte Febbre salutare

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Aure fresche, e mal di denti.

Il piroscafo urlò nella nebbia fitta un muggito di drago antidiluviano, e filò nero, sbuffante, sull’onde agitate, staccandosi rapidamente dall’approdo di Oira.

I coniugi Gibella avevano preso posto sui sedili di poppa, e stavano là addossati l’uno all’altro, raggomitolati, e molestati da certe zaffate di aria fredda che gelavano il fiato.

Gaudenzio aveva alzato il bavero della giacca sulle orecchie, e si era abbottonato tutto, le mani in saccoccia ed i gomiti serrati; ma ci voleva assai per non sentire le buffate gelide di quel venticello che soffiava nella nebbia!

Meno male per Martina che aveva lo scialle; ma Gaudenzio, poveretto! si sentiva nella schiena e nel collo tutta l’aria del lago. Altro che porta aperta! [p. 179 modifica] lì si stava riparati come in una gabbia; vento e nebbia da tutte le parti, e dai piedi, su per la strombatura dei calzoni, si insinuava una brezzolina umida così, che dava la sensazione di essere nell’acqua fino alle ginocchia.

Cisti, che frecc de can!

Martina non rispose. Un tic tic molesto le presagiva una giornataccia di mal di denti. Tuffava il naso paonazzo nello scialle, chiudeva le labbra per non abboccare il freddo, ma il picchio molesto seguitava e cresceva.

Sopra coperta rimanevano pochi viaggiatori; tutti gli altri si erano rifugiati nello scompartimento di sotto. Ma i Gibella ignoravano affatto che ci fosse un ricovero per i passeggieri, e stavano là al timone, appoggiati contro la ringhiera, come librati fra cielo e acqua, con l’infinito aperto e tutti i venti nella schiena, flagellati da tutte le parti da quella strina invernale tagliente come vetro.

La gita alpestre del giorno innanzi li aveva addirittura ammazzati.

Pareva niente la stanchezza, quando si misero a letto dopo quella rampicata di parecchie ore sulle roccie, ma all’indomani si svegliarono pesti, con certi indolenzimenti muscolari, che li mettevano a terra. [p. 180 modifica] Appena muoversi, stiramenti da tutte le parti; sedersi era un guajo; alzarsi, peggio ancora; ad ogni passo le loro ossa scricchiavano come nacchere.

Mi gho ’l filon de la schiena tutt a tocc! — sclamava di quando in quando Gaudenzio; e adesso quella nebbia, quel freddo umido, completavano lo sconquasso delle loro membra.

Martina frolla, stremenzita, stava a sentirsi le sfitte delle ganascie, e Gaudenzio sospirava più che mai il suo bel seggiolone lasciato laggiù nel suo botteguccio tiepido, riparato, olente dei profumi di coloniali. E poi, nel retro del negozio, c’era la cucina, e quel bel fornellone nero di fuliggine, rallegrato dalla fiamma che lambiva la marmitta nera, grassa, piena di brodo gorgogliante e bollente.

Ah Dio, che letizia sorbire una buona tazza di brodo caldo in quel cantuccio tiepido!

Invece, accidenti alla campagna! ecco che filavano a rotta di collo su quell’acqua verde profonda, che nella lontananza pigliava una lucentezza d’acciaio, che metteva gli sgriccioli sotto la pelle; ecco che per ispassarsela, veleggiavano turbinando nella nebbia umida, coi piedi sorbettati, un soffietto nel collo, nella schiena, dappertutto... roba da pigliarsi una costipazione così arrabbiata, da andarsene dritto al paese dei pappagalli! [p. 181 modifica]

E sor Gaudenzio, angosciato da cotali riflessioni, tirava certi sospironi che uscivano dalle narici in due fontanelle di vapore caldo, nella nebbia fredda.

Sulle panchine di mezzo stava seduto il giovanotto solitario ed elegante che i Gibella avevano lasciato a Orta.

Era tutto abbottonato nel suo soprabito, sempre grave, pensoso, raccolto nella sua dignitosa compostezza cavalleresca.

Gaudenzio aveva cercato più volte di scontrarsi negli sguardi per salutarlo, ma l’altro sempre duro, refrattario, come se non si fossero mai veduti.

Decisamente il signor Rulloni non voleva saperne della gente troppo alla buona. Adocchiava invece di quando in quando un altro giovanotto elegante, impettito, inguantato ed imbacuccato in un soprabito che gli cascava fin sulle scarpe.

Passeggiava in su ed in giù lungo il battello; aveva un binoccolo a tracolla, e spesso si soffermava per cannocchialare intorno.

Che cosa diancine poi ci vedesse dentro quella nebbia spessa, chi lo sa?

Sulla manica sinistra del soprabito color nocciola, aveva una gran benda di tulle nero, e Gaudenzio poco al fatto di questa innovazione della moda nei [p. 182 modifica]segni di lutto, argomentò che quel signore fosse uno di quei milord inglesi ricchi sfondati che viaggiano per economia.

Ma sor Gaudenzio pigliava un granchio a secco fidandosi delle apparenze di quel signorotto che cannocchialava nella nebbia. Quel lungo soprabito da principe incognito, quella gramaglia sul braccio che voleva significare chissà quale altezza di grado e intensità di dolore, quella corretta e lambiccata dignità di gentiluomo, erano penne di pavone che nascondevano un papero della più bella specie.

L’elegante zimbellino non era nè principe, nè milord, nè inglese, ma si chiamava semplicemente Giuseppino Rodella, alias Giuseppe, cameriere al servizio di una casa lombarda di alto rango.

Avvezzo a frusciare nelle eleganze più raffinate e levigate dell’alta società, il baggeo aveva preso l’uzzolo matto di tenersi sulle suste della distinzione, e giacchè i suoi padroni, secondo il tono della moda, erano andati in Iscozia ai bagni, lasciandolo in ferie per un pajo di mesi; egli, il bel merlo, volle come Famiola farla da principe, almeno per ventiquattr’ore.

Co’ suoi risparmi si fece vestire a punto e virgola sull’ultimo figurino, prese addirittura il [p. 183 modifica] soprabito del suo padrone che gli andava come un guanto, e per darsi un tono di più alto lignaggio, si mise a far lutto senza una ragione al mondo, fasciandosi il braccio con quella gramaglia, che in mente sua aveva il sussiego di un lutto da famiglia regnante.

Così bardato, truccato, armato di cannocchiale, era venuto a fare il minchione sulla riviera, viaggiando in prima classe, alloggiando nei primari alberghi, tanto per dare una sfogata a quella sua fregola di fare il gentiluomo, sciupando così in quella sua bessaggine i pochi quattrini racimolati a furia di spazzolare abiti, e far delle riverenze nelle anticamere.

Se il ragioniere Ettore Rulloni avesse potuto sospettare quell’agguato da lacchè, si può giurare che avrebbe piuttosto preferito l’umile compagnia dei conjugi Gibella. Ma pur troppo, ha sentenziato Beppe:


«Se togli l’abito, alle maniere
«Chi può conoscere il cavaliere?


e come il grave signor Rulloni non conosceva nè la satira, nè il poeta, pigliando l’apparenza per oro di buona lega, sentiva un irresistibile attrattiva di simpatia verso quel misterioso incognito.

Dopo tanti giorni di sdegnosa solitudine [p. 184 modifica]aristocratica, ecco finalmente una persona di grado, degna di considerazione; ecco finalmente un vero e serio gentiluomo, col quale si poteva barattare senza scrupoli qualche parola. Ormai era ristucco di quella riviera troppo democratica, frequentata da bottegai in vacanza, ed altri consimili viaggiatori di terza classe.

E ruminando cotali pensieri, il signor Rulloni squadrava con occhiate di fraterna ammirazione l’elegante incognito. Ah che chic interessante, nobile, dignitoso, quella fascia nera sul braccio!... ecco l’ideale del lutto!

Peccato non averci pensato prima! un mese innanzi, una Rulloni sua cugina se n’era andata al mondo di là, ed egli non si era deciso a mettersi in gramaglia. E perchè no?... Stava tanto bene quella striscia nera! e, lì per lì, il signor Rulloni deliberò che alla prima fermata avrebbe messo il lutto per la sua povera cuginetta.

Decisamente quei due eleganti erano fatti per intendersi, e mentre il lacchè Giuseppino passeggiava nella sua palandrana con gravità da Inglese genuino, il signor Rulloni lo abboccò.

— Che giornataccia!

— Proprio eh! [p. 185 modifica]

— Fra poco piove di sicuro.

— Eh pur troppo, pare anzi che già incominci.

E avviati su questo piede, ricambiandosi botte-risposte e gentilezze, i due giovinotti trovarono subito la nota dell’accordo, e dopo un po’, passeggiavano insieme in su ed in giù lungo il battello, con reciproca soddisfazione.

Gaudenzio e Martina sempre là rannicchiati dietro la ruota del timone, sempre tormentati da quella nebbia umida, flagellati dal venticello crudele.

Il droghiere, tirando su le spalle ed il bavero, era riuscito a mettere al riparo la punta del naso, e così appollajato, rattrappito, stava a godersi di sotto l’alito caldo che soffiava dalle narici. Ma la schiena, Dio santo, l’aveva proprio in Siberia, e pigliava tutte le zaffate del vento.

Me par de vess in d’un ballon volante! — borbottava fra sè stringendosi sempre più nei panni.

Intanto pensava che a Oira si erano imbarcati anche gli sposini Segezzi, e poi non li aveva più visti. Dove diavolo si erano rintanati?

Ghe n’è ancora per un pes de stà chi sora? — chiese Martina.

So mi?

Che ora l’è adess? [p. 186 modifica]

Gho no volontà de tra foera i man! tutt l’è l’istess... tant chi se pò nò andà via!

Erano nel bel mezzo del lago, e filavano verso Pettenasco. La nebbia diradava, il sole piatto, opaco, sbarbato di raggi, gravitava sbiadito nella fumida coltrice che sommergeva tutta la riviera.

Le montagne avevano tinte di un verde livido che metteva i brividi; il Motterone sfumava nella nebbia, pigliando nella sua giacitura mezza riva del lago, ed una covata di villaggi e di casolari. Torreggiava nel cielo grigio, immane marsupio di macigno, come in procinto di colmare la scodella del lago col suo groppone di dromedario.

A Pettenasco non c’era un cane all’imbarco, nessuno scese, nessuno montò, ed il battello tirò via beccheggiando al largo.

Ghè domà i matti — borbottò Gaudenzio sotto il bavero — ghè domà i matt, che van in barca a fa i sorbett!...

Il battello puntava verso Omegna; lontano, sullo sfondo nebbioso, baluginavano le montagne dell’Ossola.

Il sole, che poco prima era riuscito a filtrare una pennellata scialba biaccosa attraverso alla fumana, adesso si era completamente dileguato, e nell’aria fredda gocciava una pioggerella fitta, minuta. [p. 187 modifica]

Gaudenzio, vedendosi gli abiti imperlati di goccioline che parevano rugiada, tirò fuori il naso dal bavero, lo puntò ancora fumante nell’aria, sclamando con desolata ironia:

Adess sem bei!... acquarela de sot e de sura? e rituffò il naso indignato nel bavero borbottando il resto.

Oramai si avvicinavano alla sponda di Omegna. La nebbia diradava, ma la pioggia si faceva in crescendo più grossa e tormentosa, il vento la sbatteva giù obliqua, frangendola con rullo rabbioso sui tavolati del battello. Il lago plumbeo, biliottato di fitte bollicine, pareva tutto in ebullizione.

Ce n’era ancora per un venti minuti di viaggio, sotto la sferza di quel rovescio di piova.

E che vento malarbetta! Gaudenzio temeva di vedersi soffiato via di peso, e di andare capolevato a fare un tonfo in quell’acqua verde.

Martina aprì il parasole per ripararsi alla meglio, ma una rapina di vento per poco non glielo strappò di mano.

Il timoniere vedendo quei poveretti bersagliati dal tempaccio, gli disse:

— Potrebbero scendere abbasso.

— Abbasso, dove? — chiese Gaudenzio stralunato. [p. 188 modifica]

— Sotto coperta — rispose l’altro — staranno almeno riparati.

— Ma dunque, — gemè Gaudenzio, — dunque ghè un post de stà al cuvert?

— Sicuro, giù di quella scaletta.

Can del cuntacc! — ringhiò Gaudenzio alzandosi infuriato — l’aspetta adesso a dimelo! dopo un’ora che siamo qui a ciappare le grivie!

E coi piedi indolenziti, tutto pesto, sconquassato, avviandosi giù per la scaletta seguito da Martina, brontolava sordamente:

Giuramento!... chi ’l saveva che ghe fudess stà cantina chi sott!?

E quando giunto in fondo, vide quel bello scompartimento chiuso a vetri, sedili morbidi di velluto in giro; quando sentì il tepore dell’ambiente che lo ravvolse come in una pelliccia, andò addirittura in bestia contro sè stesso, si buttò tragicamente a sedere in un canto, con una voglia matta di schiaffeggiarsi con le stesse sue mani, ed intanto ruminava:

Asen porc!... mi sont un omo de mazzà! buricon d’un buricon... va là che te set un bel merlo de andà in Campagna! pover i me danè!

Dopo pochi minuti di tragitto, il battello segnò [p. 189 modifica]con un fischio l’arrivo ad Omegna, e Gaudenzio se la prese anche col piroscafo:

Adess el sifola, sto birbon. Ades che se stà ben!

Riprese il suo saccone bagnato, e si avviò su per la scaletta seguíto da Martina.

Pioveva a cascatelle. Un rovescione d’acqua rullava sulla spianata dello sbarco, e tutti i viaggiatori via di corsa, saltando guazzi, e sprazzando fanghiglia, per riparare sotto il portico del palazzo municipale.

Il tragitto era breve, ma dopo pochi passi in mezzo a quel diluvio, Gaudenzio si sentì infracidito fino alle ossa.

Sotto il portico ripararono anche i due eleganti Rulloni e Giuseppino, sempre freschi arzilli, correttissimi anche in mezzo alla piova ed al fango, pavoneggiandosi uno della compagnia dell’altro.

Gli sposini Segezzi che avevano fatto il viaggio sotto coperta, abbracciati in un cantone oscuro, erano sul di fuori del caffè in aspettativa che si chetasse il diluvio per recarsi all’albergo della Posta, dal Cecco, famoso in tutta la riviera per i suoi pranzi luculliani a lire due e mezza.

La piazzetta era allagata di acqua e di fanghiglia nerastra. Sotto i portici rozzi, antichi, delle case circostanti, scalpitava pigiandosi una folla di [p. 190 modifica] montanari, trecche, merciajuoli, montanine, un bailume di bruzzaglia da mercato.

I banchi delle rivendugliole abbandonati sulla piazza alla furia della piova, gocciavano fontanelle dalle ceste di pomi e di verzura.

Gaudenzio ebbe un’idea. Adesso se cessava la bufera, chissà quanta gente correrebbe a prender posto all’albergo; meglio adunque era affrontare acqua e vento, ed andare subito dal Cecco per assicurarsi una camera.

Si fece insegnare la strada, riprese il suo saccone, e via nella piova obliqua che lo schiaffeggiava; e Martina dietro, abbatuffolata nel suo scialle, le vesti tirate su, e lo strascico delle sottane bianche che arramacciavano miseramente nel fango.

Eccoli all’albergo, bagnati come oche, e tremolanti dal freddo.

Sostarono nell’andito di entrata. A sinistra si apriva una voragine di cucina, ampia, nera, fumeggiante da tutte le parti.

Donne di servizio andavano e venivano affrettate, portando torricelle di tondi e di biancheria.

Ma nessuno badava ai due nuovi arrivati; li lasciavano lì, passandogli sui piedi senza neanche guardarli, e Gaudenzio non osava fermare quella gente così affaccendata. [p. 191 modifica]

Adess vegnaran! — sclamava di quando in quando, e passeggiava in su ed in giù nell’andito, soffermandosi qualche volta a guardare i bei fuochi della cucina.

Nessuno dava segno di accorgersi della loro presenza; tutti passavano, e via su e giù per le scale, senza neanche voltarsi.

Ehi! — sclamò finalmente Gaudenzio rivolgendosi ad una donna — ghe saria una camera?

— Altro che! — rispose colei; e via subito.

Gaudenzio aspettò un poco; pensava che quella donna avvertirebbe il padrone.

E aspetta, e aspetta; e mai nessuno.

Il droghiere perdette la pazienza, ed entrò risoluto in cucina, rivolgendosi ad uno che rimestava in un pentolone.

Ghè el padrone?

Una donna si staccò dal fondo nero di una dispensa, e gli si avvicinò con un sorriso distratto, da buon mercato.

Ci saria una camera per mi e per la mia siora? L’è un’ora che semo qui!

— Eh caro signore, — rispose colei, — scusi, ma abbiamo tanto da fare! Una camera c’è, se vorranno adattarsi; ma glie lo dico prima, è un bugigattolo di ripiego; abbiamo tanti forastieri. [p. 192 modifica]

Basta che ghe sia il letto! — rispose Gaudenzio.

La padrona sorrise in fretta, chiamò una fantesca, e fece accompagnare i forestieri su su per le scale.

Quasi sotto il tetto. Un buco, un vero bugigattolo, imbiancato di calce nelle pareti e nel soffitto, ed un finestruolo unico, una specie di sgattajolo che si apriva nel corritoio buio. In fondo un lettone sgangagnato, un comodino che appena ci stava pigiato fra letto e muro; due sedie, un sofà tarlato e stracciato, niente camino, ed un odore di muffa e di umidaccio da tagliarsi a fette.

— Comandano altro? — chiese la donna; e via subito senza neanche aspettare la risposta.

Martina sedette sul sofà tenendosi la mano sulla guancia dolente.

Te passa no? — chiese il marito.

Madama fece un cenno di desolazione, e si rannicchiò nella sua tristezza.

Gaudenzio aprì la valigia, tirò fuori un paio di calze, e si accinse a levarsi quelle umide che aveva nei piedi.

Ma nelle spalle e nella schiena si sentiva ancora tutto il vento del lago. [p. 193 modifica]

Guardò l’orologio: per la colazione era presto ancora, e visto che Martina stava lì ingrugnita senza voglia di niente, si ravvolse le spalle col copripiedi del letto, e così con quel piviale rigido che gli montava fin sulla nuca, andò a chiudere l’uscio, si raggomitolò sul sofà vicino alla moglie, e stette lì quieto quieto ad aspettare il caldo.

Dopo un’ora di raccoglimento in quella cella semi-buja, sor Gaudenzio pensando che ormai era alla fine della sua odissea, e che l’indomani prima di notte rivedrebbe il suo caro e sospirato paesello, ebbe una scossa allegra che gli svegliò l’appetito, e sgusciando lieto dal suo involucro tepente, andò fuori per vedere se il tempo voleva rimettersi.

Pioveva a secchielli.

Rientrando, disse a Martina:

Andemo a fa colezion?... chissà che un pò de roba calda te faga ben.

Martina lo seguì rassegnata.

Le tavole della sala grande erano tutte in disordine, ma c’era posto dappertutto, ed i Gibella furono subito serviti di una buona minestra con verdura.

Per solito, dal Cecco non c’è molto lavoro nella mattina; la folla dei tavolanti si fa all’ora del pranzo. Dalle cinque alle sette la locanda rigurgita di clienti; [p. 194 modifica]le tavole sono gremite di mangiatori serrati gomito a gomito, e sulle porte c’è sempre una ressa di gente che aspetta per pigliare d’assalto i posti vacanti.

Per lire due e mezza il Cecco dà un pranzo di cinque o sei piatti di cucina, piatti vistosi di famiglia, vino, dolci, frutta e formaggio.

Un’intiera colonia di villeggianti va a stabilirsi espressamente a Omegna per amore di quella California. Affittano camere, fanno in casa uno spuntino leggiero leggiero, o stanno digiuni addirittura, aspettando l’ora del pranzo per piombare su quelle tavole strette, con la rapacità perfezionata da un digiuno di ventiquattr’ore, ingagliardito dalle igieniche escursioni alpestri.

E allora, salvi chi può: un trangolare furioso, senza riposo, e dalle trancie di manzo alle biette di formaggio, alle torricelle di pasticcerie, tutto dilegua stritolato, maciullato sotto le formidabili zanne dei vigorosi mangiatori.

Taluni, per distrazione, quando sono a casa trovano di avere in saccoccia dolci, formaggio e quarti di pollo.

Ci sono avventori che vanno a pranzare un giorno sì e un giorno no, scusando nella giornata [p. 195 modifica] di vigilia con un resto di indigestione, inaffiato di caffè e latte, e qualche avanzo racimolato a tavola nella distrazione del giorno innanzi.

Ma chi ci bada a quelle inezie! La locanda è sempre piena di dilettanti.

Il Cecco, vecchietto burbero tagliato via da un quadretto Goldoniano, si cuoce da sessant’anni in lesso ed arrosto nella sua cucina fiamminga, ravvolto nel suo ampio grembialone da sguattero; squarta, frigge, rimesta pentoloni, non bada ad alcuno, non parla, non risponde; interrogato, sghiscia in mezzo alle sue padelle, e non si lascia più vedere.

Il buon vecchio ci tiene alla rinomanza del suo esercizio; più sollecito della riputazione che del guadagno, si è assunto in buona fede di rimpinzire la gente a buon mercato, e mandare innocentemente in malora gli osti ed i trattori del dintorno.

— Buona la minestra! magnifica la costoletta! — sclamò Gaudenzio sgocciolando l’ultimo fondo della bottiglia.

Ma la povera Martina non aveva assaggiato grazia; quei maledetto dente le dava trafitture atroci.

Gaudenzio avrebbe fatto volontieri una passeggiatina; ma con quella pioggerella non c’era modo di metter fuori la punta del naso. [p. 196 modifica]

E Martina sempre lì, col tovagliolo sulla guancia. La tavoleggiante che sparecchiava, messa al fatto del tormento della signora, sentenziò che la migliore era di farsi strappare il dente guasto. Appunto era di passaggio un cavadenti che il giorno innanzi aveva fatto affaroni sulla piazza; alloggiava poco lungi, nella locanda del Cannon d’Oro; in un attimo, e con un paio di lire, si andava fuori da quel malanno.

Gaudenzio un po’ per sollievo della moglie, ed un po’ anche per desiderio di levarsi la molestia, votava per la strappata del dente, e già aveva chiesto alla moglie:

Ehm de andà?... l’è un minut.

Era facile il consiglio, ma affrontare la tanaglia è ben altra cosa, e Martina non ne volle sapere.

Salirono invece su nel loro bugigattolo. Martina si buttò sul letto, e Gaudenzio, ravvolgendosi nel solito copripiedi, si incantonò sul sofà, borbottando con un po’ di allegrezza:

Doman andem a Intra, e la sera sem a casa! E blandito da questo dolce pensiero, si addormentò con l’animo in festa.

Si svegliarono dopo le tre. Non pioveva più, e Martina pareva alquanto sollevata dal suo tormento. [p. 197 modifica]

Uscirono. La strada era tutta un pantano; attraversarono il paese ed andarono sul ponte della Negoglia a guardare il lago.

Non era bello; le acque, agitate dalla risacca, sobbollivano a creste a spruzzaglie in uno squasso disordinato; le onde sbattute correvano a squagliarsi in ciacche e spumeggiature sulla ripa. Le montagne circostanti livide, turchinicce, barbigiate di nuvolaglia bianca; il cielo sporco di rifrazioni e colori di tempesta, schiaffati giù a pennellate da scenografo; batuffoli di nuvoloni gravidi di pioggia si rincorrevano soffiati dal vento.

La spianata tutta fanghiglia e guazzi, rispecchiava il cielo e le case, come una veduta di Canal Grande; le barche dell’approdo, nere, viscide e piene d’acqua, ballonzolavano scompigliate.

Ricominciava a soffiare una sizzolina che gelava il fiato, ed i Gibella ripararono nel caffè sotto il portico.

I villeggianti erano tutti lì a sbadigliare la crepaggine che li ammazzava.

Gaudenzio entrando nel caffè passò proprio sui piedi dell’elegante Rulloni, che era seduto presso la porta, in compagnia dell’ormai suo inseparabile Giuseppino. [p. 198 modifica]

Gaudenzio, da persona bennata, tentò ancora una volta di salutare il suo compagno di viaggio, ma decisamente il signor Rulloni non voleva saperne di lui, ed il droghiere questa volta perdette la staffa e ringhiò passando:

Eh va in malora, lavativ d’un lavativ!

Gli sposini Segezzi che erano lì addossati presso un tavolino, furono assai più gentili, e come videro i Gibella, fecero un sorrisetto di riconoscimento.

Gaudenzio ordinò due caffè, intanto prese informazioni sul modo più spiccio per portarsi a Intra l’indomani. Bisognava adattarsi a noleggiare una vettura, perchè l’orario della diligenza era molto incomodo.

Stettero là rannicchiati per oltre un’ora, rovistando i giornali, noiati a morte, poi uscirono per vedere la partenza del battello.

Gli sposini Segezzi venivano giulivi a braccetto verso il ponte, salutarono ancora una volta i Gibella, si imbarcarono, e sparirono subito giù per la scaletta dell’interno.

Che bella cosa, pensava Gaudenzio, che bella cosa potersi ritirare là sotto, andar dritto fino a Gozzano, e di là a Sanazzaro subito per ferrovia! Ah, decisamente i viaggi sono inventati per far sembrare più buona la tranquillità della nostra casa! [p. 199 modifica]

Erano quasi le sei: l’ora del pranzo.

Gaudenzio aveva buone disposizioni di appetito; Martina tutt’altro; il suo dente ricominciava a tribolarla.

S’incamminarono all’albergo schivando i guazzetti, e stringendosi nei panni contro il vento che gli soffiava sulla faccia.

Le vecchie case di Omegna gocciolavano di umidore; i negozi, non ancora illuminati, parevano bocche di spelonche cieche. I salami ed i presciutti esposti sulla bottega del pizzicagnolo, col taglio fresco della carne, gemevano un’atroce stonatura di roseo sanguinante nell’aria bigia e fredda.

Gaudenzio ebbe un brivido di pietà passando vicino a quel carname lacerato, e, per successione di idee, rammentò di aver veduto qualche cosa di simile in un quadro raffigurante il martirio di un povero santo, cui avevano tagliato di netto le gambe, e stava là, poveretto! rassegnato, coi monconi rotondi delle coscie grondanti di sangue e di lacerti.

Brrr... che orrore!

Nell’albergo una ressa di avventori che si rubavano i posti, gente sopra e sotto, in tutte le sale e in tutti i bugigattoli.

Un tepore nutritivo, saturo di fritto e di padella [p. 200 modifica] unta, circolava in tutti gli ambienti; le tavole strette e lunghe con le tovaglie chiazzate di macchie policrome, erano ingombre di piatti, di bottiglie, di alzate con frutta e dolci, e di cataste di tondi smessi, rabescati di leccature e di sughi.

Abbasso, nelle sale buie del pianterreno, si pigiava la clientela più alla mano, poco pretensiosa, e lì bisognava adattarsi nelle tavole strette gomito a gomito con due sconosciuti ai fianchi, ed un altro più sconosciuto in faccia, così dappresso da barattarsi il flato.

Sotto le tavole, gesummaria! un aggrovigliamento, un ripieno di gambe e di scarpacce, che non ci stava più una paglia.

E via uno che aveva finito, altri dieci che aspettavano alla queue, ustolando i posti vacanti.

Un chiasso di discorsi, di chiamate, di sghignazzate, una fumiggine grassa che avvolgeva ogni cosa, un via vai affaccendato, scomposto, di gente di servizio che dava in tavola, e portava via montagne di rosicchii maciullati.

Le finestre alte, claustrali, chiazzavano di chiarore scialbo le teste dei tavolanti; teste di ogni genere, incappellate; tipi e figure da ripieno, che parevano schizzate con tratti vigorosi da un [p. 201 modifica] disegnatore audace e fantasioso. Barbette e barbacce incolte, ballonzolanti in su in giù e di traverso, secondo i movimenti delle ganascie; bocche nere che sempre inghiottivano, baffi unti di sugo che si tuffavano risciaquandosi nei bicchieri; occhi desiosi, pascolanti a tutta presa sulle nuove portate, e da ogni parte brancicamenti, incrociarsi di mani che brandivano bottiglie, e colmavano bicchieri.

Martina affacciandosi alle sale del pianterreno, si sentì ributtare dal tanfo di chiuso e dalle occhiate sfacciate dei mangiatori attruppati.

Andem de sura — disse Gaudenzio.

Di sopra convitavano i villeggianti; le sale avevano un aspetto meno selvatico.

C’erano signori in punto e virgola, teste pettinate, liscie, presentabili; persone ammodo che sanno piluccare nei piatti, e spazzarli con garbo, senza aver l’aria di rapinare la porzione degli altri.

Alcune signore in linci, posate a mensa con distinzione e compostezza, davano all’ambiente un tono di famigliarità signorile; le sale erano meno fumide, le tovaglie più fresche, niente chiasso, nè baffi unti da sgrassare nel bicchiere.

Si mangiava bene là entro; quei signori sapevano forbirsi le labbra civilmente, senza ridurre il [p. 202 modifica] tovagliolo in uno strofinaccio di cucina, come facevano gli avventori di sotto.

E anche lì non un posto, neanche a pagarlo.

I Gibella occhieggiavano sulla porta senza trovare misericordia; nessuno badava a loro; le donne di servizio passavano affaccendate, urtandoli, spingendoli ora su un battente ora sull’altro, senza dirgli crepa. Gaudenzio, un po’ seccato, si decise finalmente di domandare ad una servente che gli passava sui piedi:

— Ma insomma... dova se va a mangiare?

— Un momento — rispose colei, e via giù per le scale senza più voltarsi.

Aspettarono un quarto d’ora, un po’ sull’uscio, un po’ sul pianerottolo.

L’è na bela musica! — borbottò Gaudenzio, e tornò a spiare in sala. Ma quei signori facevano il loro comodo seduti a tavola, come fossero in famiglia.

Una comitiva di nuovi avventori veniva su per le scale.

— Stan freschi! — pensò Gaudenzio.

Invece una donna venne a scontrarli, e li condusse via tutti per un uscio che nello spalancarsi lasciò intravedere una tavola apparecchiata. [p. 203 modifica]

— E noi, semo cani? — chiese Gaudenzio stizzito alla donna che aveva accompagnato quei signori.

— Quella è una sala riservata, — rispose colei.

— Ma l’è un’ora che spettiamo!

— Pazienza... a momenti saranno serviti.

Gaudenzio voleva ripicchiare, ma l’altra era già in fondo della scala.

Martina, sempre sul pianerottolo, stava a sentirsi il suo mal di denti.

Finalmente in sala alcuni cominciavano a muoversi da tavola, e Gaudenzio, che era lì in agguato, si precipitò sui primi posti vacanti.

Furono quasi subito serviti sulla mensa ancora sparpagliata dalle briciole degli altri.

Gaudenzio aveva fame, e trovò eccellente l’antipasto; Martina invece, col suo dente allungato e dolente, non poteva assaggiar grazia.

Man mano altri posti si facevano vacanti, ed i Gibella rimasero isolati in capo alla tavola.

Martina si provò a mangiare la minestra, e quella andò giù.

— Sta in gamba, — disse Gaudenzio, — mangià o mangià no, se paga l’istess!

Questo lo sapeva anche lei, e se ne crucciava [p. 204 modifica] tanto, ma per buona voglia che ci mettesse, quando si trattava di masticare, era finita, bisognava rinunziare a quei bei piatti.

I signori dell’altra tavola verso la finestra, ora che erano ben pasciuti, sfogavano l’allegria in chiacchiere; uno raccontava lepidezze, gli altri ascoltavano, saccheggiando le confetture ed i biscottini, ma non potevano mai ridere di cuore, perchè avevano sempre la bocca piena.

Una donnona grassa, turgescente, sbucò sulla porta, otturandola quasi con la sua voluminosa persona; e dietro lei fece capolino un giovane alto e secco che aveva una faccia da galletto irrequieto.

Parevano a prima vista marito e moglie, ma a guardar ben bene, si capiva che c’era qualche cosa di meno.

Presero posto nella tavola di fianco a quella dei Gibella. La grossa signora con mossa da prima donna, salutò le madame ed i signori dell’altra tavola, squassò le vesti, e sedette, facendo gemere quella povera seggiola sotto il peso muto de’ suoi fianconi massicci.

Intanto si levò i guanti, e si tirò giù il giubbetto, sotto cui ponzavano rigogliose le protuberanze del seno. [p. 205 modifica]

Gaudenzio sbirciò più volte quell’abbondante figura, poi, chissà per quale successione di pensieri, sclamò:

De Diana! l’è una bela dona! — e tracannò subito una sorsata di vino, come per annegare un ghiribizzo molesto. Decisamente quel buon pranzetto gli dava della vitalità.

Sor Gaudenzio aspettava con l’animo in letizia l’ultima portata del dolce, aveva asciugato la sua bottiglia, e già poneva mano alla porzione della moglie, tanto per non sciupare almeno quella, quando lo colse come un tegolo sulla testa, una sorpresa ingratissima.

Un giovane dalla figura scomposta, infagottato malaccio in abiti di eleganza ritardataria, si affacciò sulla porta occhieggiando in giro per la sala.

Testa lunga, occhi scimieschi, ravvicinati, piccini, dardeggianti di bessaggine; orecchie che sgocciolavano giù sotto la gola, un naso che pareva d’imprestito, messo giù a casaccio tanto per averne uno.

Fermò gli occhietti sulla grossa signora con un risolino beffardo, e stette lì un momento come imbambolato.

Gaudenzio ebbe un brisciamento di terrore [p. 206 modifica] riconoscendo in colui il signor Giacomo Noretti, l’impiegato della prefettura, ubbriacone per disperazione di amore.

In un baleno gli lampeggiò nella memoria la scenaccia di Orta, e quella cantafera dei suoi amori che aveva messo lui e la sua Martina in fuga disperata.

Chinò la faccia sul piatto, sperando di non essere riconosciuto, ma l’altro appena lo vide gli fu sopra come un falco, gridando:

— Oh caro signore! Finalmente ecco che ci troviamo! Riverisco, madama... come sta? e così, e così, si sono divertiti?... ma bravi... pranzeremo insieme!

E ballonzolando, strisciando le suole con malandra disinvoltura, strinse per forza la mano al droghiere, fece una piramidale scappellata a Martina, come se riverisse una principessa, e rimovendo le sedie, e facendo un baccano di casa del diavolo, prese posto a tavola a fianco del signor Gaudenzio, che lo avrebbe mandato tanto volontieri sulla forca.

Tutti si erano voltati a quella chiassata, ma il signor Noretti pareva in casa sua, e cominciò senz’altro a ciaramellare ad alta voce, con una disinvoltura che tirava gli schiaffi. [p. 207 modifica]

Ghe l’ha propri con mi sto luder! — pensava Gaudenzio guardando a schiancio quel mezzo matto che si scalmanava a narrargli cose dell’altro mondo; ma il signor Noretti filava dritto, senza un pensiero al mondo, vociando, gesticolando e volgendo tratto tratto occhiate a squarciasacco verso la grossa signora dell’altra tavola.

Nei suoi discorsi intercalava certi sottintesi che parevano diretti altrove; sembrava ubbriaco più che mai, e puzzava d’acquavite. Metteva manciate di sale sul lesso, e, senza accorgersi, aveva vuotato tutto il vasetto della senapa nel tondo.

Gaudenzio puntava il gomito per tenersi quanto più poteva alla larga, e masticava l’insalata senza neanche sentirne il gusto, tanto era incollerito.

Il signor Noretti intanto gli aveva susurrato in un orecchio:

— Eccola. È lei!

— Chi? — chiese Gaudenzio voltandosi corrucciato e stufo.

E l’altro più piano gli mormorò:

— Quella signora grassa, è Lei... la mia rovina!

— Magari subito! — pensò Gaudenzio voltandogli le spalle; ma Noretti lo aggrappò per la schiena, e gli tubò ancora all’orecchio: [p. 208 modifica]

— E quell’altro, è il suo ganzo!

Che el stia savi na volta! — grugnì il droghiere ributtandolo sulla sua sedia.

Ma colui non si diede per inteso, e continuò le sue chiacchiere.

La tavoleggiante portò ai Gibella un bel piatto di crema gialla, spumante; ma Gaudenzio aveva perso la bussola: quel fanfarone gli gravitava sullo stomaco, avvelenandogli la consolazione di quel buon pranzetto così bene incominciato.

— E così? — saltò a dire Noretti rivolgendosi a Martina — e così, lei signora se la spassa onestamente in compagnia di suo marito! Brava, così fanno le donne dabbene! — e poi più forte, con intenzioni dedicatorie: — Ah! ne conosco delle altre... delle altre, che vanno per il mondo a godersela con un marito provvisorio!...

E dopo questa frecciata, tracannò una bicchierata in un sorso.

Già due volte il compagno della grossa signora aveva voltato il suo ciuffo di galletto verso quel begolone, dando segni di non potersi contenere; ma la signora lo tenne in sesto con occhiate supplichevoli.

Nelle altre tavole erano cessati i discorsi, tutti stavano a sentire. [p. 209 modifica]

Noretti dopo la bevuta, ricominciò con lo scilinguagnolo impacciato:

— Brava lei... brava signora; lei è una donna come si deve... lei si diverte col suo Bartolomeo... e fate bene tutti e due... mentre quella che dico io... quella là che so io... il suo Bartolomeo, se lo lascia a casa!... E fendendo l’aria con un gesto disordinato, urtò con la mano un bicchiere colmo di vino, rovesciandolo nella crema di Gaudenzio.

A quel tiro il droghiere ebbe una vertigine, e fu lì lì per slanciarsi sul disgraziato, e picchiargli un ceffone; ma, per fatalità, gli accadde il contrario.

Prima di lui, il giovinotto dell’altra tavola aveva dato un balzo dalla sua seggiola, precipitandosi invelenito sopra il Noretti, ed agguantandolo per il bavero, gli ruggì sulla faccia:

— Che vuoi tu dire, imbecille?... è con me che tu vuoi attaccarla?

Il Noretti, ribellandosi a quella stretta, cercò di acciuffare l’aggressore nella cresta; ma l’altro, furibondo, alzò la mano, e giù un poderoso schiaffone.

Giacomino ebbe occhio ancora da scansare il colpo abbassandosi; ed il povero sor Gaudenzio, che era lì a due dita, si pigliò in piena faccia il manrovescio. [p. 210 modifica]

Cacciò un urlo, e su anch’egli nella mischia, ad abbaruffarsi con quei due che si erano presi per la gola.

Martina, la grassa signora, e tutti gli astanti, si intromisero vociando, e brancicando per separare i contendenti.

Noretti era ruzzolato in terra, e l’altro sopra lo tempestava di pugni, e Gaudenzio disperato, furibondo, li batteva tutti e due all’orba.

Vennero separati con non poca fatica; una fitta di curiosi si pigiava sulla porta.

Il signor Noretti, tutto pesto e sporco, fu accompagnato fuori perchè un po’ per la sbornia, un po’ per l’emozione, boccheggiava boccheggiava, parendo che volesse rimettere il pranzo andatogli di traverso.

L’altro giovinotto si rimise a tavola ricomponendosi in silenzio.

Sor Gaudenzio, verde, livido, convulso, con la cravatta sulle orecchie, la camicia mezzo fuori dallo sparato, e una lunga sgraffignata sulla faccia, voleva continuare il pugillato, e Martina ebbe un bel da fare per tenerlo in freno.

In tanti anni della sua vita di onesto commerciante e di padre di famiglia, era quella la prima volta che il buon Gaudenzio faceva una partita a schiaffi.