Alpinisti ciabattoni/Febbre salutare

Febbre salutare

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Aure fresche, e mal di denti
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Febbre salutare.


Quella sera i Gibella si ritirarono presto nella loro camera.

Gaudenzio, sconvolto da quella scenata che gli aveva sconquassato la digestione, si sentiva gravitare sullo stomaco, come un mattone, il pranzo trasmutato in fiele.

Nel momento della zuffa, gli pulsava in ogni fibra una vigorìa leonina, e guai a Dio se non gli strappavano di mano quel malarnese! Ma dopo quella vertigine, gli era piombato addosso un esaurimento, un tremito di convulso che gli tagliava le gambe.

Martina oltre la sfinitezza del digiuno, e lo sconquasso di quel brutto momento, era torturata, tanagliata da quel maledetto dente, che non le lasciava requie. [p. 212 modifica]

Entrambi si erano spogliati ruminando ciascuno il proprio malanno, e giù, sotto coltre, fra quelle lenzuola che parevano ghiacciate. Ma non c’era verso di pigliar sonno, non facevano che voltarsi e rivoltarsi, sbuffando nell’oscurità la loro irrequietezza.

Gaudenzio era febbricitante, si sentiva serpeggiare sotto le coltri certi brividi di freddo che parevano rigagnoli di acqua ghiacciata.

Si raggricciò entrando con le ginocchia nella camicia, cercando di tenersi immobile per raccogliere un po’ di tepore; ma la moglie si arrotava ora su un fianco, ora sull’altro, squassando le coperte con movimenti rapidi che mandavano ventate di freddo sotto le lenzuola.

Te fet el ventilatur? — grugnì Gaudenzio.

Martina non rispose: stette queta fin che potè, ma quel dente picchiava come sopra un’incudine; accese il lume, si vestì alla lesta, e ravvolgendosi nel suo scialle, andò a rannicchiarsi e gemere sopra il sofà.

Fuori, sempre pioggia e vento.

Suonò la mezzanotte, un’ora, due ore, e la poveretta sempre là accoccolata, un po’ su, un po’ giù, gnaulando e sbuffando sospironi.

Quel tic tic persistente, atroce, le pulsava in [p. 213 modifica]tutta la faccia, nelle orecchie, dietro la nuca, dandole spasimi intollerabili.

Oh! averla lì subito una tanaglia, che gaudio, che consolazione svellere, strappare quel maledetto cavicchio!

Qualche volta il dolore le dava tali morsi da mandarle le fumane alla testa, ed allora la povera signora doveva muoversi, passeggiare disperata in quella camera angusta, e trovava un po’ di refrigerio appoggiando la guancia dolente contro i vetri della finestra.

Gaudenzio aggomitolato nelle coltri, tutto sotto fino agli occhi, un po’ sognacciava vagellando assurdità da febbrettaccia, poi di un tratto si riscuoteva sotto l’incubo di certi premiti che gli mozzavano il respiro, e così con gli occhi serrati noverava i minuti di quella notte eterna. Notte infame, tormentosa, durante la quale gli rinvenivano nel pensiero tutte le noie, le peripezie, le disdette di quella sua gita disgraziata; e quando ricordava quello schiaffo che ancora gli coceva sulla faccia, stringeva i pugni ed i denti, e pensava bestemmie e improperii da turco.

Poi, quietandosi alquanto, si sentiva scendere nell’animo una malinconia infinita: un malessere, [p. 214 modifica] un tedio, una nausea, invadevano il suo pensiero trascinandolo suo malgrado a filosofare sulle vicende e gli sconforti della vita.

Quel povero cervello di droghiere, che non aveva mai pensato ad altro che al suo botteghino, che fuori dello zuccaro, del caffè, del suo libro di conti, non aveva mai lanciato nè un dubbio, nè un interrogativo al di là delle quotidiane consuetudini, adesso un po’ per il rovello della febbre, un po’ per la malinconia, naufragava in un pelago di tetraggini opprimenti.

Oh perchè aveva lasciato la sua casetta così tranquilla per imbarcarsi in tante avventure! Gli pareva di essere balestrato lontano le mille miglia dal suo placido tugurio, e lo grancivano in folla tutte le tormentose malinconie dell’esule.

E pensare, Dio Santo, che alla sua età gli poteva incogliere un malanno, e inchiodarlo in quel letto freddo, in quella stanza buia, e morirvi come un cane, lontano dai suoi figliuoli, morire dello stesso colpo apopletico che gli aveva portato via il padre a cinquant’anni. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E cinquant’anni erano ormai suonati anche per lui, la vecchiaja era lì in agguato, e un bel giorno, [p. 215 modifica] o per un malanno o per un altro, bisognava pure incamminarsi, e lasciar posto a quegli altri che incalzano!. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Oh come è breve la vita! Gli pareva jeri che giocava alla trottola sulla piazzetta della chiesa, jeri che si era sposato con la sua Martina, che aveva messo su il suo bel negozio sul corso. Come vola il tempo! Tutto passa rapido come una bella giornata; viene la sera, ed ecco che si è già vecchi, con la testa bianca, e bisogna pensare ad imbarcarsi per... laggiù! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Che malinconia venire al mondo per sloggiare così presto! Un po’ di gazzurro allegro fin che si è giovani, e poi la famiglia, gli affari, i fastidii, il trin-tran di tutti i giorni, e finalmente, viene il giorno della scadenza, e bisogna andarsene senza rimedio un metro sotto terra, lasciando quaggiù tutte le partite aperte. . . . . . . . . . . . . .

E quanti prima di lui già si erano incamminati! Che lunga processione di amici, di parenti, di conoscenti, tutti tutti già morti e dimenticati!

Nel giro degli ultimi anni, che squallore! I suoi più vecchi camerati, quelli che giocavano con lui [p. 216 modifica] a tresette nell’osteria, come erano squagliati uno dietro l’altro! Un giorno uno non veniva, e di lì ad una settimana, ecco che lo portavano al cimitero, incalzato da quei demonii della confraternita che urlano dietro ai morti quei Deprofundis che fermano il sangue ai vivi. . . . . . . . . . . . . . . . .

Uno che poche ore prima era in partita, allegro, sano come un pesce, eccolo stramazzato di secco, senza neanche lasciargli il tempo di digerire l’ultimo quintino. . . . . . . . . . . . . . . . .

E Gasparo il conciacapelli così faceto, così rumoroso; e Tonio Sezzola detto il Bavella che invece del vermout si beveva dodici peperoni per stuzzicare l’appetito; e Giovanni il falegname, così appassionato per il quartirolo; e quell’altro così chiassoso, così matto, Gegio Bicocca, il Musichino, che dopo il primo litro assordava l’osteria con le sue belle canzoni, e non la smetteva finchè non lo pigliavano per i panni e lo buttavano a vociare sulla strada... Tutti buona gente, buoni compagnoni, forti, robusti, e tutti morti! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Gesummaria! come si fa a prenderlo sul serio questo mondo pieno di malinconie e di funerali?

Starsene anni ed anni in un tugurio a lesinare [p. 217 modifica] sul centesimo, speculare le goccie dell’olio, i grani del caffè, stintignare, registrare, arrabattarsi sul Dare e sull’Avere, sul capitale e gli interessi, e poi... addio paese; via a raggiungere nel fosso quegli altri che si sono incamminati prima!... Oh che cosa trista è mai la vita! Che brutto mondo! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il povero Sor Gaudenzio sudava freddo, riepilogando quelle tristezze, si voltava or su un fianco or sull’altro per trovar requie, ma invano: il lugubre quadro lo perseguitava; certe figure si staccavano vive dal fondo nero, e venivano a susurrargli proprio nelle orecchie certe parole che gli tiravano in piedi i capelli.

I suoi errori, i suoi peccatuzzi, i suoi rimorsi, eccoli che starnazzavano in quel bujo come pipistrelli, e lo flagellavano di ricordanze penose.

Ecco là in fondo la Rosetta, l’amorosa del suo figliolo Leopoldo; eccola disfatta, atterrita, piangente, come in quella sera che venne a gettarsi ai suoi piedi gemendo e giurando, che il padre di quella creatura, che stava per dare alla luce, era il suo figliolo Leopoldo.

Martina era piombata in tempo per liberarlo da quel cruccio, cacciando via quella disgraziata... [p. 218 modifica]

Poveretta! chi l’avrebbe detto che sarebbe morta di lì a qualche mese, morta dando alla luce un bambino, che adesso è figlio di nessuno!...

Oh che ricordanza! nel momento che Martina spingeva quella disgraziata fuori della porta, la Rosetta aveva gridato disperatamente: — Dio vi castigherà!... e adesso quel grido rintronava nella testa di Gaudenzio, come campana da morto.

Chi lo sa? non era forse stato lui Gaudenzio la causa di quella disgrazia? Se egli si rassegnava, se avesse ceduto alle preghiere di lei e di Leopoldo, il matrimonio si faceva subito, e quella poveretta avrebbe partorito senza rimorso e senza terrori, e forse sarebbe viva ancora, e porterebbe in trionfo come tutte le madri il suo povero bambino. Invece ella era sotterra da tre anni, e quel misero piccino stava come un peso sulla coscienza di tutti!

Ed ecco, in mezzo ad un turbinio di visioni tetre, gli appariva come un sorriso quel roseo orfanello, che aveva veduto tante volte in braccio alle comari del paese.

Oh quanto al somigliare, come dicevano tutti, al suo figliolo Leopoldo, era un fatto innegabile, e quando per caso se lo vedeva passare vispo, giocondo, davanti alla sua drogheria, Sor Gaudenzio si [p. 219 modifica] sentiva tirato sulla porta, e gli lasciava di occhi dietro.

Santo Dio, infine per la vecchiaia è una gran consolazione quella di esser nonno, e rivivere nelle carezze di un bamboccino che viene dal nostro sangue.

E se in quel momento così triste, in quella camera squallida, gli avessero buttato fra le braccia quell’angioletto roseo, sorridente; egli povero vecchio non avrebbe più sentito lo sgomento della solitudine; se quelle manine gli avessero chiuso le ciglia, se quella vocina gli avesse susurrato sulle labbra: — Dormi, nonno... oh egli avrebbe riposato tanto volontieri...!

— Ah sì, tuo nonno... tuo nonno, povero bamboccio... e lascia fare a me!

E nella pace di quella radiosa visione, Gaudenzio trovò la persuasione del sonno, e si addormentò . . . . . . . . . . . . . . . . .

Martina invece contò tutte le ore, e quando finalmente si diffuse nella camera la chiarità mattutina, recitò mentalmente un pater per ringraziare il Cielo di averla portata fuori di quella notte di tormenti.

Gaudenzio si svegliò riposato, tranquillo. Le tragiche meditazioni della veglia avevano dissodato il suo cervello dilatandone gli orizzonti; un raggio di [p. 220 modifica] nuova affettività aveva cacciato via le paturnie, e le piccinerie consuete, e nel suo pensiero rampollavano desiderii, dolcezze, tenerezze non mai provate. La sua intelligenza di un tratto srugginita dal torpore di tanti anni di grettezza bottegaja, si rischiarava nel fervore di un sentimento umano che gli scaldava l’anima.

Il ricordo della visione, che gli aveva portato tanto refrigerio, gli si era conficcato nel cuore; e pensando che quella giornata segnava l’ultima tappa delle sue peregrinazioni, che prima di sera avrebbe riveduto il suo caro tugurio, fu lì lì per fare una piroetta di consolazione, se non lo avesse trattenuto la tristezza cupa della povera Martina.

Te passa no?

Andem a casa per amor di Dio! — rispose lei.

Come ebbero terminato di vestirsi, uscirono dal loro stambugio; ma ai primi sbuffi dell’aria fresca, Martina fu presa da così feroci tanagliate che la poveretta piangeva, e non potendo più reggere, fu ella stessa che sclamò risoluta:

Andem dal dentista a fal strapà! ne podi pù.... gesusmaria!

Gaudenzio si mostrò soddisfatto della deliberazione, e si informò subito del sito. [p. 221 modifica]

Il dentista era alloggiato in una locanda di poco lontana; erano appena le sette, ma Gaudenzio pensò che era meglio approfittare del buon proposito, e tutti e due si incamminarono giù per la viuzza indicata, finchè giunsero alla locanda del Cannon d’Oro.

L’è chi! — disse Gaudenzio, ed entrò seguito da Martina, che gli andava dietro imbambolata dal male e dalla paura.

Il dentista era sopra nella sua camera, e stava disponendo la cassetta dei suoi empiastri per andarsene alla piazza. Nel frattempo si bisticciava con la moglie, una donnaccia che pareva un orco, grassa, discinta, con due zinne sbardellate che le cascavano sulla pancia come grembiale di Kanguro.

Il dottore in un momento di collera stava per mollare un manrovescio alla sua metà, quando sentì bussare all’uscio. Rimandò lo schiaffo a miglior momento, ed andò ad aprire.

Gaudenzio entrò il primo, un po’ imbarazzato perchè di fuori aveva fiutato il battibecco, e togliendosi il cappello, disse:

Che scusi... l’è lui il dentista?

— Per servirla, venga pure avanti.

Vegn’inanz! — disse il droghiere alla moglie [p. 222 modifica] che stava fuori atterrita; e Martina dentro, tremante come un agnello, e già pentita del passo che stava facendo.

Il dentista comprese subito che madama era la paziente; avanzò una sedia verso la finestra, dicendo con galanteria da saltimbanco:

— La si accomodi... vediamo; un dente guasto?... oh non è nulla... l’affare di un minuto, e tutto passa.

Martina si lasciò cadere rassegnata sulla scranna, e spalancò la bocca.

— Ecco lì!... veduto! — sclamò subito il dentista; — è proprio un malato da strappare!

Corse subito al canterale, prese la tanaglia, la forbì diligentemente, e Martina, là stremita, pavida, e pur bramosa di por fine a quel supplizio, sebbene proprio in quel momento quel dannato dente non si facesse più sentire.

Gaudenzio, preso da compassione, si avvicinò alla moglie, e con un sorriso di tenerezza che già da anni ed anni gli era andato in disuso, le mormorò:

Curagi, Martina. L’è un amen!

Ma quando il dentista si avvicinò col ferro in mano, egli non ebbe cuore di star là fermo; fece due passi in mezzo al disordine di quella stamberga da zingaro, e stette con le orecchie in allarme per sentire il grido dello strappo. [p. 223 modifica]

— Ahi!... oh mi! — gemè Martina.

Gaudenzio si sentì raggrumare il sangue; si volse, ma il dottore era là col ferro levato, e Martina pallida, convulsa, non voleva.

— Coraggio, signora; mi lasci vedere; è più la paura che il male.

Martina si rassegnò: aprì la bocca, e l’altro dentro subito col ferro.

Gaudenzio andò fin sull’uscio... uno, due, tre... Dio, che batticuore!

Un urlo, che pareva un ruggito, rintronò nella camera. Gaudenzio accorse.

— Eccolo! — sclamò il dentista mostrandogli sulla tanaglia un dente forcuto, sanguinante.

Martina sbruffava e sputava sangue in un catino, ed ebbe a risciaquarsi per un pezzo prima di riprendere un po’ di respiro.

Il dottore rovistava il dente con una pinzetta, e Gaudenzio tanto per mettere una barzelletta sul passato, disse a Martina:

Quel lì, te farà mal mai più!

Gesus, Gesus! — sclamava lei levando le mani — credevi de restag sota!

Ma quel maledetto picchio se n’era andato, e Martina si sentiva sollevata. [p. 224 modifica]

Gaudenzio intanto frugava nel borsellino, tirò fuori tre lirette d’argento, e le porse al dentista.

— Per il suo disturbo.

— Grazie: e giacchè il signore si dimostra soddisfatto dell’opera mia, io voglio lasciarle un mio ricordo; e gli presentò un flacone soggiungendo:

— Eccole il mio balsamo odontalgico, il tocca e sana dei denti, delle nevralgie, e di altri incomodi indicati nella ricetta. Bastano poche goccie; lei è padre di famiglia, avrà dei bambini...

— Oh sì bambini... l’è passata la stagione! — rispose Gaudenzio.

Ma l’altro incalzando con disinvoltura: — E se non ha piccini suoi, avrà dei nipotini... sarà nonno.

Gaudenzio lampeggiò un sorriso, ed il dentista dritto, sempre col botticino in mano:

— Dunque, ogni padre, ogni nonno, deve essere fornito di questo balsamo per preservare i piccini dalla terribile angina,... bastano poche frizioni. E se poi lei avesse qualche dolore di ventre, la febbre, le empetiggini, lo scorbuto, la trachea alla gola, il mal di mare, e la cachessia, bastano poche goccie, e tutto passa — e gli pose fra le mani l’involto.

Gaudenzio stava per ringraziarlo del regalo, ma il dentista con un sorrisone di amicizia concluse: [p. 225 modifica]

— In pubblica piazza questo balsamo salutare lo regalo per una lira; a domicilio invece, per favorire la mia clientela, lire due, compresa l’istruzione...

E sporse la mano dicendo grazie prima del tempo.

Gaudenzio pagò e stava per andarsene, quando Martina, soffermandosi di un tratto, sclamò:

Me par de aver ancora il mio dente! — e girando la lingua sulle gengive: — ma si, tel chi! L’è propi lu!

— Mai più, signora mia — disse subito il Dulcamara; — mai più! Che diamine, so il mio mestiere! Vede, il suo è un fenomeno di ottica, un’allucinazione della mandibola. Eh! so ciò che vuol dire; a tutti fa quell’effetto; dopo levato il dente par sempre di averlo ancora in bocca. Creda a me, signora, è un fenomeno dentifricio; lei non ha più dolore?...

— No.

— Dunque vede bene; via il dente, via il dolore! e mi raccomando, non tormenti la gengiva nè con la lingua nè con le dita... lasci stare, altrimenti le può venire un flemone, un bubbone, o una periostite galoppante, ed allora guai!... ed intanto spalancava la porta per imbarcarli. [p. 226 modifica]

— Vorria avere il mio dente — disse ancora Martina.

— Il suo dente?... subito; è giusto, è giusto, — rispose il dentista, e frugando sul canterale, prese il dente, lo incartocciò accuratamente, porgendolo con galanteria:

— Eccole il suo dente, signora... vedrà come è guasto... Tanti rispetti, riverisco...

E strisciando le suole in una riverenza che incalzava, chiuse la porta.

Te disi mi che ghe l’ho ancora el me dente! — borbottava Martina strada facendo.

E Gaudenzio imperioso rispondeva:

Tasa! lassa sta la ganassa!

Martina taceva e tirava innanzi pensierosa; ma dopo un poco, di nuovo:

Oh quel ciarlatan, s’è sbaglià de sicura! l’è chi... l’è chi... el senti mi!

Te fa mal?

— No.

Donca, l’è miga quel... tocca no!

Martina sopraffatta da quel tono burbero, stette zitta, e di quando in quando sputacchiava per liberarsi dal sapore plumbeo del sangue che le impegolava la bocca. [p. 227 modifica]

Giunsero in piazzetta, svoltarono sotto il portico, ed entrarono nel caffè.

La mattinata era serena, splendida, ma fresca, e Gaudenzio sentiva un gran bisogno di riscaldarsi lo stomaco. Ordinò due tazze di caffè e latte, e si mise a sfogliare i giornali.

Ma la signora Martina non sapeva capacitarsi del suo dente, e tornò a dire:

L’è inutil... L’è chi el dent malà... me n’ha strapà vun per l’alter! Te vedet li?... — e spalancò la bocca sotto il naso di Gaudenzio; — te vedet?

Gaudenzio esplorò.

Li ghe n’è vun gamolà... te l’ha ben dà el tò? guarda!

Martina frugò in saccoccia, tirò fuori il piccolo involto, lo scartocciò, ed entrambi rimasero atterriti, sgomenti nel vedere un enorme dente mascellare grosso come una ghianda, nero, sforacchiato di traverso da un pertugio che pareva una caverna.

Gesummaria! — sclamò Gaudenzio dando indietro: — quel li l’è un dent vecc de caval!

E volse la faccia inorridito.

El savevi mi! — gemè Martina — quel birbant m’ha strapà un dent san, e me l’ha cambià per la vergogna... Mi gho no de sta roba in bocca!... questa chi l’è na truffa de assassin! [p. 228 modifica]

E stava lì con quel dentaccio in mano.

Mett via quela spurcaria! — sclamò Gaudenzio stomacato.

Martina buttò tutto in un cantone, e col veleno addosso, saettando occhiate viperine, borbottava:

Mel diseva el coeur! birbanton d’un ciarlatan frust... capissi adess el mal che m’ha fa quel purcaccion d’un ciarlatanon... Madona, che sganasciada!... e l’era quel bon, quel san! ch’el vada in galera a sassinà i cristian! birbant d’un canajon, d’un balosson!

Gaudenzio pensava intanto alle cinque lire pagate per quella bella operazione, e comprese che la poveretta era nel suo sacrosanto diritto di sfogarsi; e quando ella ebbe finito, e stava là con la faccia torva e gli occhi pieni di saette, cercò di ammansarla.

Adess l’è inutil pensag su!

Inutil per ti! — schizzò Martina — ma el me dent ghe l’ho pu, e nanca el papa el pò giustam la ganassa! Vurarissa murì chi sui du pe!...

Gaudenzio lasciò passare altri dieci minuti in silenzio, poi rischiò una domanda:

Ehm de andà a Pallanza?

A casa subit, — strillò Martina, — a casa! ghe n’ho assè di montagni e de la campagna... che el diavol se la porta! a casa, disi! [p. 229 modifica]

Va ben, l’è fata! — rispose Gaudenzio allietato.

Consultò l’orario: il battello partiva alle due per Gozzano; prima di sera sarebbero a Sanazzaro.

Uscirono; fecero una passeggiata fuori verso la strada della Strona.

Il cielo affondava in un fulgore di ceruleo tenue; le montagne risciacquate dalla piova, verdi, fresche, parevano uscite allora dal pennello di uno scenografo. Lassù dai cigli audaci scendevano, serpeggiavano in bianca spuma, cascatelle e rigagnoli lancinanti argentei lucori fra il verde morbido, vellutato dei greppi. Il grandioso panorama della valle sfumava lontano in una chiarità di vapori fulgenti nella gloria del sole.

Ma i Gibella non vedevano che l’ora di tornare a casa.

L’imbarco, la traversata del lago, la partenza sul treno da Gozzano, tutto il viaggio, insomma, passò senza un rimpianto, senza un pensiero a quei luoghi ameni, che erano stati il loro sogno di tanti anni.

Via, via! a casa, come in fuga, incalzati dall’unico desiderio di riparare sotto il loro tetto, bramosi non d’altro che di obliare al più presto, che [p. 230 modifica] oltre il confine del loro paesuccio, si agitasse il resto del mondo.

Il mondo! e che gliene importava a loro? — Fuori del loro guscio, avevano provato non altro che delusioni, terrori, e nausee infinite; ora ne sapevano abbastanza per capacitarsi, che anche fuori del loro paese, dal grande al piccino, le cose hanno tutte lo stesso andazzo: dappertutto cielo, terra e montagnaccie; seccature, gabbamondi e ciarlatani di ogni specie.

La somma delle loro impressioni di viaggio era risultata una nota di pessimismo e di disgusto sulla vanità delle cose.

Meglio morire come lumache appiccicate in un cantone, che farsi abburattare in quel bailamme che non era fatto per loro.

Così filosofava Gaudenzio, agitato da un ultimo brisciamento di febbre, mentre si disponeva ad entrare nel suo bel lettone tanto sospirato; lieto, beato di aver riveduto il suo paese il suo botteghino, e tutti i suoi cari.

Arrivando a casa inaspettato, aveva colto di sorpresa il suo figliolo Leopoldo che si baloccava con l’orfanello della povera Rosetta.

Martina, ingrugnita sempre per il suo dente, non [p. 231 modifica] ci fece caso; ma Gaudenzio appena smorzò il lume e chiuse gli occhi, rivide subito la rosea faccina di quel bamboletto sorridente, e ricordando i proponimenti della notte di spasimo passata a Omegna, si raggomitolò fra le coltri, e pensò con l’animo in festa:

— Sì, sì,... tuo nonno, povero bamboccio... e lascia fare a me!

Fine.