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Uscirono. La strada era tutta un pantano; attraversarono il paese ed andarono sul ponte della Negoglia a guardare il lago.

Non era bello; le acque, agitate dalla risacca, sobbollivano a creste a spruzzaglie in uno squasso disordinato; le onde sbattute correvano a squagliarsi in ciacche e spumeggiature sulla ripa. Le montagne circostanti livide, turchinicce, barbigiate di nuvolaglia bianca; il cielo sporco di rifrazioni e colori di tempesta, schiaffati giù a pennellate da scenografo; batuffoli di nuvoloni gravidi di pioggia si rincorrevano soffiati dal vento.

La spianata tutta fanghiglia e guazzi, rispecchiava il cielo e le case, come una veduta di Canal Grande; le barche dell’approdo, nere, viscide e piene d’acqua, ballonzolavano scompigliate.

Ricominciava a soffiare una sizzolina che gelava il fiato, ed i Gibella ripararono nel caffè sotto il portico.

I villeggianti erano tutti lì a sbadigliare la crepaggine che li ammazzava.

Gaudenzio entrando nel caffè passò proprio sui piedi dell’elegante Rulloni, che era seduto presso la porta, in compagnia dell’ormai suo inseparabile Giuseppino.