Adone/Canto XVI

Canto XVI

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Canto XV Canto XVII
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ALLEGORIA

Nella descrizzione del Tempio di Venere si ombreggiano diversi effetti d’Amore. Nelle due porte principali, l’una d’oro fiorita, l’altra di ferro spinosa, si dimostra il suo incominciamento dilettevole col fine doloroso. Cosí nell’altre particolaritá di esso Tempio si discoprono parimente l’altre condizioni della sua natura. Nella elezzione d’Adone assunto al reame si allude all’antico costume de’ popoli Persiani, i quali non solevano accettare Re, che di bella presenza non fusse, perché dai sembianti del corpo argomentavano le qualitá dell’animo. Nella malizia di Barrino, che rubando la Corona ad Adone s’ingegna di preoccupargli il regno, si disegna il vero ritratto della fraude, la qual cerca di prevalere al merito, ma alla fine ne riesce con danno e con infamia. Nella insolenza di Luciferno, saettato ed ucciso da Cupidine per voler contravenire alla disposizione dell’Oracolo, si manifesta quanto invano tenti l’umana audacia di resistere alla divina volontá, a cui opponendosi, ne viene severamente punita. Nella difformitá di Tricane Cinofalo, nano, zoppo, e contrafatto, il qual trasformato dagl’incanti di Falsirena, viene in apparenza di bello a concorrere con gli altri all’acquisto della Corona, ma discoverto poi per opera di Venere, ne riceve vergogna e ludibrio, si figurano le brutture de’ vizii e de’ costumi bestiali, nascoste dalla ipocrisia sotto velo di bontá, le quali però non fanno che gli scelerati non vogliano talora ambire le dignitá, ed aspirare agli onori; ma conosciuti (mercé del lume della veritá) per quel che sono, non solo le piú volte ne rimangono esclusi, ma ne sono

scherniti dal mondo. [p. 322 modifica]

ARGOMENTO

Di graziosi e nobili Donzelli
concorre al paragon diverso stuolo.

Ma mercé de la Diva, Adone è solo
essaltato a lo scettro in fra i piú belli.

Bellezza è luce, che dal sommo Sole
discende a rischiarar career terreno,
e ’n vari raggi compartir si suole,
e dove piú lampeggia, e dove meno.
Quant’hanno di leggiadro atti o parole
tutto è mercé del suo splendor sereno,
che conformi a quel bel, ch’entro si copre,
fa le sembianze esteriori, e l’opre.

Gemma cosí, che di natie fiammelle
sfavilla, e di color vago s’inostra,
cela in sue tempre ancor lucide e belle
virtú corrispondente a quel che mostra.
Quantunque il Sol, la Luna, e l’altre stelle
sien chiari oggetti de la vista nostra,
fanno agli occhi però visibil fede
d’altro lume maggior, che non si vede.

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3.La corporea beltá chiaro argomento
suol dar di non men bella alma gentile,
per cento indizii dinotando e cento
di nascondere in sé forma simile.
E quasi velo dilicato e lento,
o qual cristallo limpido e sottile,
fa tralucer di fuor gl’interni lumi
de’ signorili e candidi costumi.

4.E si come le ricche e nobil’arche
e le vasella d’alabastro e d’oro
non di materia vii si tengon carche,
ma di cose pregiate e di tesoro,
e gemmati monili, ed auree marche,
balsami ed ambre sol serbansi in loro,
cosí sotto bei membri e belle forme
chiuder non si suol mai spirto difforme.

5.E come i rozi affumigati tetti,
e le case selvagge ed impagliate
non son da Regi per albergo eletti,
avezzi ad abitar logge dorate,
ma son villani e rustici ricetti
di basse genti ignobilmente nate,
cosí nel nido d’una spoglia oscura
rade volte soggiorna anima pura.

6.Deh qual si può fra gli ordini mortali
discordanza veder che men convegna,
che man regger talor verghe reali,
d’aratro ancor, non che di scettro indegna?
ed orribili Arpie, Sfingi infernali
coronar del diadema onde si regna,
e sozze fere, e contrafatti mostri,
che si scopron poi tali a danni nostri?

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7.Fu ben saggio consiglio e sano aviso
quando fu in Cipro il novo Rege eletto
a non voler nel regio trono assiso
uom di laido sembiante e rozo aspetto,
ma chi per grazia e nobiltá di viso
a sé traesse il popolare affetto,
si come giá de l’amorosa Dea
l’Oracolo immortai deciso avea.

8.L’editto intanto de la Dea di Gnido
in ogni angolo estremo il mondo intese,
e poi che de la Fama il chiaro grido
divulgandoi per tutto, il fe’ palese,
miU’alme in questo e ’n quel remoto lido
vano desio d’ambizione accese;
né dal contorno sol l’Arabo e ’l Siro,
ma confin piú riposti il suon n’udiro.

9.Le vicine contrade e le lontane
l’odon dal Tanai al Nil, dal Gange al Beti.
Region, nazion non vi rimane
per quanto e scalda Apollo, e bagna Theti.
Carchi di turbe giá barbare e strane
batton le penne i volatori abeti.
Omai di Cipro è ricoverta e piena
di navi e padiglion l’onda e l’arena.

10.Può tutta in breve l’Isola vedersi
ripopolata di straniere genti.
La mistura degli abiti diversi,
e la confusion de’ vari accenti
dai Mori i Traci, e dagl’Iberi i Persi
mostran quanto i costumi han differenti.
Ingombran mille lingue e mille affetti
di voci l’aure, e di pensieri i petti.

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11.Mentre a questo concorso ondeggia il regno,
e la Corte ne va tutta sossopra,
chi ne la propria tenda e chi su ’l legno
ciascun suo studio in abbellirsi adopra,
e con vari argomenti usa l’ingegno
per far che l’arte ogni difetto copra,
e la semplice forma di Natura
con l’industria aiutar scaltro procura.

12.Come s’entrar talor cauto Guerriero
deve a pugnar ne la sbarrata piazza,
terge il fin elmo, impiuma il bel cimiero,
guarda se ben chiodata è la corazza,
prova lo scudo, visita il destriero,
l’astato ferro e la ferrata mazza,
la punta al brando aguzza, il taglio arrota
e le tempre del ferro osserva e nota:

13.cosí quivi d’Amor piú d’un Campione
sfidato quasi a militar palestra,
pria che s’esponga al periglioso agone,
se stesso ai colpi essercitando addestra.
La diligenza i gesti suoi compone,
la baldanza il consiglia e l’ammaestra;
Beltá, ch’a tanta impresa il move e tira,
l’armi gli appresta, ond’a vittoria aspira.

14.Chi nodi accresce al crin, colori al volto,
chi dá legge a lo sguardo e moto al piede,
chi grazia aggiunge agli atti, e ’n sé raccolto
ogni lor parte essamina e rivede,
e del tutto librando il poco e ’l molto,
ciò che manca corregge, e ciò ch’eccede;
e quanto è d’uopo ad emendare il fallo
insegna altrui l’adulator cristallo.

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15.O vanitá mortai, gloria de’ folli,
che ti compiaci d’un sí fragil velo,
ond’è che tanto il cieco orgoglio estolli,
neve al Sol, piuma al vento, e fiore al gelo?
Tu d’insana superbia ebri e satolli
scacciasti i piú begli Angeli dal Cielo.
Per te nebbia de Calme oscura e ria
la créatura il creatore oblia.

16.Poveri specchi, s’intelletto aveste
voi, che di tanto mal ministri siete,
chi pria vi fabricò maledireste,
schivi omai di veder ciò che vedete.
Come il contagio, oimè, di quella peste,
di cui talor l’impression prendete,
del vostro bel candor macchiato e tetro
non corrompe la luce, e rompe il vetro?

17.Parlo a voi di voi stessi innamorati
o novelli Luciferi e Narcisi,
tanto dal proprio amore effeminati
che non pur de le donne atti e sorrisi
ma v’avete anco omai tutti usurpati
gli ornamenti degli abiti e de’ visi,
curando piú che trattar spade o lance,
nutrir le chiome, e coltivar le guance.

18.E parlo o Donne a voi, che tanta cura
ponete in stemprar gomme, in stillar acque
per cancellar la naturai figura,
ch’a l’eterno Pittor di formar piacque.
Vera beltá si lava in onda pura,
quella imagin ritien che seco nacque,
ogni liscio disprezza, e ’nculta e schietta
quanto s’adorna men, vie piú diletta.

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19.Ma ben di cotal opra assai sovente
come vostra è la fraude, è vostro il danno,
poi ch’alfin quel velen forte e nocente
rodendo la beltá, scopre l’inganno;
ond’alcun, che per voi ne l’alma sente
o forse sentiria pena ed affanno,
da tosco tal contaminate e guaste
non v’ha per belle, e non vi tien per caste.

20.Pensate forse voi quest’arti industri
tener (deh stolte) ad occhio accorto ascose?
Ben ciascun vede in quelle chiome illustri
qual sofístico il zolfo oro compose;
da qual giardino il volto ebbe i ligustri
e colse a prezzo le mentite rose;
e qual pennel d’adultero cinnabro
penò lung’ora a colorirvi il labro.

21.Tentan costor con artifíci infínti
di tesser velo a le bellezze vere,
perché l’arbitrio altrui, cosí dipinti,
sperano a lor favor meglio ottenere.
Con queste cure a la gran prova accinti
van lusingando le speranze altere,
e contan l’ore in aspettar di quella
sacra sollennitá l’Alba novella.

22.Ed ecco fuor de la stellata reggia
ne vien del Sol l’ambasciadrice e figlia,
e nel paterno specchio si vagheggia
tutta di minio Orientai vermiglia.
Giá de la Notte, mentre il di lampeggia,
fugge la pigra e pallida famiglia;
de la Notte, che vinta dagli albori
piagne, e del pianto suo ridono i fiori.

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23.Sorge nel mezo a la reai cittate
Tempio, cui non eresse Efeso eguale.
Ha di tersi diaspri edificate
le vaste soglie, e le superbe scale.
Lastre di smalto e tegole dorate
vestono il tetto di ricchezza tale,
che vibra lampi e folgora splendori
de la luce del Sole imitatori.

24.V’ha due porte maestre; a l’altrui piede
l’una l’entrata, e l’altra apre l’uscita.
L’una di lucid’or, l’altra si vede
di ruginoso e vii ferro scolpita.
Quella la strada al peregrin concede
di rosa e rosmarin tutta fiorita.
Questa lappole e dumi intorno aduna
e di spine, d’ortiche il varco impruna.

25.Le vetriate di cristallo alpino
mostrano colorite ai rai celesti
d’indico azurro e di vermiglio fino
de’ Mártiri d’Amor le vite e i gesti.
Di Cimitero in vece, havvi un Giardino
non di cipressi tragici e funesti,
ma di bei mirti, in cui canta Thalia,
né v’entra mai la flebile Elegia.

26.Le squille, il cui romor quivi rimbomba,
son cetre ed arpe e cennamelle e lire,
con suon possente a trarre altrui di tomba,
e si dolce e piacevole ad udire,
ch’a qual Guerrier piú franco odiar la tromba
farebbe, e depor l’armi, e cader l’ire,
e lasciando di Marte i piacer scarsi,
del Delubro d’Amor ministro farsi.

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27.Il campanil, sublime e nobil opra,
forma un leggiadro ottangolo perfetto,
ed otto colonnette hawi di sopra,
che di lazulo son forbito e netto;
e fa ch’un gran turribulo ricopra
l’ultima cima, ove finisce il tetto;
e gli otto spazii vóti han d’alabastri
statue scolpite da famosi mastri.

28.I Portici dintorno, e l’Atrio, e ’l Coro
son colonnati a l’uso di Corinto.
De le colonne e d’ogni serie loro
l’ordine a fila a fila è ben distinto.
Di mischio il busto, ed ha di bronzo e d’oro
ciascuna il piè calzato, e ’l capo cinto;
e le mura non men tutte composte
han di marmi finissimi le croste.

29.Pria che si giunga al principale altare,
di mirto un ramoscel con l’onda viva
d’un fonte pien di lagrimette amare
spruzza la fronte al passaggier ch’arriva.
Cento lumiere intorno ardenti e chiare
in aurei candelier sacre a la Diva,
e cento appese lampe in forma d’urne
fregian di luce e d’or l’ombre notturne.

30.Innanzi a l’ara, ove la bella imago
sta di Ciprigna, un tripode d’argento
le fiamme ond’arser giá Troia e Cartago
nutrisce d’odorifero alimento;
e ’n quell’ardor, che sempre vivo e vago
per volger di stagion non è mai spento,
e di fumi soavi innebria il senso,
rosa è la mirra, e gelsomin l’incenso.

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31.Lá dove illustre di materia e d’arte
gran lume il tabernacolo diffonde,
l’amorose reliquie in chiusa parte
santuario profano in seno asconde.
Di mute cere e di loquaci carte
ritratti vivi e lettere faconde,
nastri di seta, e trecce di capelli,
guanti odorati, e preziosi anelli.

32.Ed havvi Ongare stampe, Indiche vene,
vezzi di perle e rose di diamanti,
auree cinte e maniglie, auree catene,
fidi refugi de’ devoti amanti.
Cose che soglion far ne l’altrui pene
miracoli maggior che preghi e pianti;
e piú ch’antica o servitute o fede,
impetrano in Amor grazia e mercede.

33.Xe l’eccelse pareti, e ’n queste e ’n quelle
ricche comici e di bei fregi ornate
mille votive imagini e tabelle
serban memoria de l’altrui pietate.
Cantan salmi d’Amor Donne e Donzelle
non giá nascoste da gelose grate.
Guarda il Genio i lor chiostri, e cura n’have,
e Triapo ortolan ne tien la chiave.

34.Agli egri afflitti, ai poveri infelici,
ch’accattan del gran Tempio in su le porte,
donan le belle Ninfe abitatrici
sguardi, risi, piacer di varia sorte.
Vestir ignudi, ristorar mendici,
affamati cibar vicini a morte,
albergar peregrini a tutte l’ore,
queste son le limosine d’Amore.

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35.A sí fatta magione il piè drizzaro,
giunto il dí stabilito, i Giudicanti.
Memorabil Giudicio, e non men chiaro
di quel ch’Ida inirò molt’anni avanti;
se non ch’un Pastorei non va di paro
con Senatori e Satrapi cotanti;
e fanno in parte differir l’essempio
tra duo sessi diversi il bosco e ’l Tempio.

36.Del gran Palagio a lenti passi uscirò,
e con ordin distinto in fila doppia
la cittá circondando in largo giro,
fér di sé lunga linea a coppia a coppia.
Crotali intanto e pifferi s’udiro,
giá squilla il corno, e giá la tromba scoppia;
strider fan l’aure mattutine e fresche
barbare pive, e búccine moresche.

37.Precedon ne l’andar due volte sei
su ben bardati ed ottimi cavalli
leggiadri Araldi, ed altrettanti a piei
con nacchere, busson, tibie e taballi.
Fregiati i pennoncelli han di trofei
gli strepitosi lor cavò metalli;
e perché Citherea nacque da’ flutti,
è ceruleo il color che veston tutti.

38.Passan poi mille in bipartita lista
armati Cavalieri in su gli arcioni,
tra’ quai la cima tutta è sparsa e mista
de’ Primati del regno, e de’ Baroni.
Fan tra gli arnesi lor superba vista
stocchi aurati, aste aurate, aurati sproni.
Ma de le sovravesti han la divisa
pur colorata a la primiera guisa.

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39.Con l’istessa livrea succedon cento
valletti eletti, e nobili donzelli.
Baccini in una man portan d’argento,
sanguinosi ne l’altra hanno i coltelli.
Fuman tepidi i vasi, ed havvi drento
diversi cori di svenati augelli,
sacrificio piú bel che l’Hecatombe:
Passere, e Galli, e Tortore, e Colombe.

40.Due squadre indi accoppiate in ordin vanno
di cacciatrici e saggitarie Arciere,
che sovra gonne di purpureo panno
veston di bianco lin cotte leggiere.
Han gli archi al tergo e le faretre, ed hanno
di carboni odorati e paste lbere
ne la candida man piena una coppa,
tutte snudate la sinistra poppa.

41.Poi da quattro Leonze un carro tratto
mansuete e domestiche ne viene,
lá dove un vaso assai capace, e fatto
a guisa d’incensier, le brage tiene.
Brage di sacro foco, in cui disfatto
l’olocausto amoroso arder conviene.
E tanti son gli aromati ch’anela,
che di nebbia d’odor l’aria si vela.

42.Dietro a questa quadriga, il fianco cinte
pur come l’altre, di turcassi e frecce,
con braccia ignude, e tuniche succinte,
e con disciolte e ’nghirlandate trecce,
l’una con l’altra a mano a mano avinte
Verginelle selvagge e boscherecce
vengon danzando, e ’n su le teste bionde
han panieri di frutti, e fiori, e fronde.

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43.Movon dagli anni indebolito e lasso
con lunghissime stole a terra stese
l’antiche poi Sacerdotesse il passo,
e sostengono in man fiaccole accese;
e con un mormorio languido e basso
tra lor note alternando a pena intese,
in lode de la Dea formano intanto
versi diversi, e con diverso canto.

44.Dopo costoro in abito vermiglio
(e son cento Vecchioni) ecco il Senato.
Perché dapoi che ’l Re senz’altro figlio
sodisfece a Natura, e cesse al fato,
tosto fu d’ordinar preso consiglio
in forma di Republica lo stato.
Vengon togati di prolisse vesti,
e ’l giudicio supremo è dato a questi.

45.L’ultima cosa è la reale ombrella
d’un riccio Sorian tessuto a foglie.
Il venerando Astreo vien sotto quella
d’aurea mitra pomposo, e d’auree spoglie:
cosí di Cipro il Viceré s’appella,
in cui pari a l’etá senno s’accoglie.
Questi di doppio grado assai ben degno
regge il gran Sacerdozio, e ’nsieme il Regno.

46.La corona e lo scettro ha in man costui,
ch’ai Re novello consegnar si deve;
ma però che la forza è scema in lui,
e ’l ricco peso oltremisura è greve,
di qua di lá da dui ministri e dui
ed appoggio ed aita egli riceve;
e d’altra gente a piè Barbara e Greca
gran turba popolar dietro si reca.

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47.Di diamante angolar da dotta lima
fatto è lo scettro, e piú che ’l regno vale.
Un pomo ha di rubino in su la cima,
il manico è d’i’aspe orientale.
Ma la corona, che non trova stima,
vedesi sfavillar di luce tale
ch’ai mezo dí piú chiaro e piú sereno
la corona del Sol fiammeggia meno.

48.In trenta merli di fin or massiccio
del bel diadema il cerchio è compartito.
Per l’orlo esterior serpe un viticcio
di grosse perle e candide arricchito,
con cui commesso di lavor posticcio
fregio s’attorce d’altre gemme ordito;
e tra lor quasi Re, vie piú che lampa,
smisurato carbon nel mezo avampa.

49.Avea l’Oracol de la Dea d’Adone
quando pronunziò l’alta risposta
ordinato che ’l di de la tenzone
fuss’ella in mano a la sua statua posta,
sí che ’n prova devesse a la ragione
di ciascun gareggiante esser esposta,
perché di propria man la statua istessa
in testa al vincitor l’avrebbe messa.

50.Al par d’Astreo, ma da man destra in schiera,
come colei che fu del Re germana,
viensene con piè grave e fronte altera
la superba del Nil Donna sovrana.
Stassi in gran dubbio, e pur nel regno spera,
ma contro il Cielo ogni sua speme è vana.
Spera però, se novitá succede,
di farsene giurar libera erede.

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51.Del regio baldacchin da quattro canti
i quattro aurei baston portan per via
quattro i maggior Prefetti e Governanti,
che ’n quattro cittá prime han signoria.
Yan Salamina e Famagosta avanti,
seguono Pafo appresso, e Xicosía.
Dal numero commun sola Amathunta,
come capo e metropoli, è disgiunta.

52.Quinci e quindi fann’ala, e d’ambo i fianchi
quasi custodi degli arnesi regi,
vanno non men de’ primi arditi e franchi
altri duo groppi di Guerrieri egregi.
Bianchi usbergi, elmi bianchi, e cimier bianchi,
staffe, barde, testiere, e freni, e fregi,
ogni propria armatura, ogni ornamento
de’ lor destrieri han di brunito argento.

53.Con si fatta ordinanza, e ’n questa guisa
poi che nel sacro albergo entrati furo,
tutta la bella serie in due divisa
s’aperse in mezo, e si ritrasse al muro.
E ’l carro, ove devea con l’ostia uccisa
arder l’incendio immacolato e puro,
col vaso, che d’odori il tetto sparse,
innanzi al grand’altar venne a fermarse.

5-p In capo a l’ampie e spaziose navi

del nobil Tempio, ov’è tant’arte accolta,
sovra quattro pilicri immensi e gravi
la cappella maggior curva la vòlta;
e da quattro grand’archi e quattro travi
la sua mirabil cupula è suffolta,
aperta in cima, onde l’eccelsa mole
per un grand’occhio sol riceve il Sole.

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55.Sotto questa tribuna è l’altar grande
incortinato d’un trapunto estrano,
e di crespo broccato intorno spande
a quattro volti un padiglion sovrano;
e vi si può salir da quattro bande
per dodici scalin d’avorio piano,
cinti di seggi e baiausti aurati,
dov’han poscia a sedere i Magistrati.

56.Quivi in trono eminente, e di pomposo
barbaro drappo intapezzato ancora
siede d’oro forbito e prezioso
la statua de la Dea ch’ivi s’adora;
ed ha quel pomo in man tanto famoso
eh’immortalmente i suoi trionfi onora.
Tutta ignuda formolla il gran maestro,
se non quanto la cinge un vel cilcstro.

57.SI viva è quella effigie, e si spirante,
che quasi ad or ad or si move e parla,
né vi passa Romeo, né Navigante,
che non rimanga stupido a mirarla;
e tal mirolla, che furtivo amante
entrò di notte a stringerla e baciarla,
e del lascivo ardor sfogato in essa
lasciò la macchia in su ’l bel fianco impressa.

58.Havvi sculto d’Amor non men vivace
il simulacro di sí fatta pietra
che, come suole acciar sasso rapace,
ha virtú di tirar chi piú s’arretra.
A piè gli ferve inestinguibil face,
da l’omero gli pende aurea faretra.
Tien l’arco in una man, con l’altra il tira,
come ferir il cor voglia a chi mira.

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59.Tosto che ’l sacro carro ivi si pose,
schiera comparve d’Àuguri indovini,
avezzi a presagir future cose,
cinti di bianche bende i bianchi crini.
Esplorando costor le fibre ascose
de’ palpitanti e tremuli intestini,
pronosticaro da quegli esti aperti
di vicina allegrezza indizii certi.

60.E ’l fino specchio di diamante terso,
che risplendea nel pettoral d’Astreo,
in cui sovente il popolo converso
ogni evento augurava o buono o reo,
e qualor fosco, o pur di sangue asperso
rendea ’l color, secondo l’uso ebreo,
temea di morte o danno altro futuro,
videsi lampeggiar lucido e puro.

61.Or per l’eburnea scala immantenente
presso a l’Idolo Astreo poggiato solo,
piegò con umil atto e reverente
la fronte al petto, e le ginocchia al suolo;
e mentre chino ancor de l’altra gente
nel piano inferior fremea lo stuolo,
de la ricca tiara i sacri arredi
tolse a la chioma, e se la pose a piedi.

62.Sovra l’ultimo grado inginocchiossi,
e vi fe’ varie offerte a suon d’Araldi:
de’ coralli purpurei i rami grossi
con copia di berilli e di smeraldi,
de’ papaveri molli i capi rossi,
cose che fan d’amor gli animi caldi,
pose su l’ara, e poi tra mille odori
diede a le fiamme gli sbranati cori.

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63.Offerto alfine e consumato il dono,
cessò l’alto bisbiglio, e ’l popol tacque,
e fatto pausa in un momento al suono,
improviso silenzio entro vi nacque.
Allora i lumi sollevando al trono,
gli affisò ne la Dea, parto de Tacque,
e congiunte le palme il Sacerdote
la prese a supplicar con queste note:

64.— Luce del terzo Ciel, pietosa Diva,
d’ogni esser, d’ogni ben fonte fecondo,
vivo e vital principio, onde deriva
quant’ha di bel, quant’ha di dolce il mondo;
che de la tua virtú generativa
empi Taria, la terra, e ’l mar profondo,
anime e corpi, misti ed elementi,
linea immortai de’ secoli correnti:

65.tu, che le cose, o venerabil madre
de la necessitá, tutte mantieni,
e le celesti e le terrestri squadre
non pur lassú, quaggiú stringi ed affreni,
ma con leggi d’Amor care e leggiadre,
stromento di concordia, le ’ncateni,
Afrodisia, Amathusia, e Citherea,
Reina de’ piacer, Filomidea:

66.deh questi fiori, e questi odori, e questi
sacrifici devoti in grado or togli,
e l’antica corona, acciò che resti
oggi al piú degno, in propria mano accogli.
Tu la dona a colui che promettesti,
tu de’ nostri pensieri il dubbio sciogli,
scoprine tu d’un numero infinito,
per nostro meglio, il piú da te gradito.

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67.Cittá senza signor, senza governo
cade qual mole suol senza sostegno.
Piacciati dunque o con alcun superno
segno mostrarne a cui si deggia il regno,
o col bel lume del tuo foco eterno
illustrar tanto il nostro oscuro ingegno
ch’elegger sappia almen suggetto, in cui
sia la tua gloria, e la salute altrui. —

68.Tacque, e ’l diadema lucido e pesante
a la madre assegnò del cieco Dio,
e da mille stromenti in un instante
il bel concerto replicar s’udio.
Mentre fornian le cerimonie sante,
e de’ riti sollenni il culto pio,
stando tutti a mirar la statua bella,
publica meraviglia apparve in quella.

69.Viderle scritte a piè da tutti intese
lettre, che contenean questo concetto:
“ Chi mi torrá di mano il ricco arnese
per decreto fatai fia Rege eletto ”.
Xovo stupore i riguardanti prese
quando quel breve fu veduto e letto.
Alza ognun gli occhi e i gridi a la corona,
trema il Tempio al romor, l’aria risona.

70.L’uno a gara de l’altro allor primiero
volea por mano a la sublime impresa,
onde tra quei che pretendean l’impero
a nascer cominciò lite e contesa.
Astreo, ch’ai ben commune avea ’l pensiero,
veggendo in lor tanta discordia accesa,
si fece avante, e con sí fatti accenti
] bisbigli acquetò di quelle genti:

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71.— Molto del vostro ardir mi meraviglio
o voi che ’nvan v’affaticate tanto,
osando andar contro il divin consiglio
manifestato in questo giorno santo.
Render a Citherea grazie, ed al figlio
devreste, alzando al Cielo il core e ’l canto,
che degnati si son visibilmente
un miraeoi mostrar tanto evidente.

72.E voi col Ciel cozzate, e presumete
di contraporvi a la Reina nostra,
conturbando la publica quiete,
quando si chiaro il suo voler si mostra.
Ch’abbia nulla a valer qui non credete
o la possanza o la superbia vostra,
nobiltá, signoria, grandezza o stato,
se non vi chiama a questo scettro il fato.

73.Non è scrutinio questo, alti Baroni,
in cui possa giovar fraude o prudenza,
che con pratiche varie e fazzioni
cerchi di superar la concorrenza,
o tenti altrui di suburnar con doni
per ottener le voci a compiacenza,
perché i giudici degli Dei sovrani
assai diversi son da’ nostri umani.

74.Colui che deve agli altri esser preferto,
determinato è giá lassú ne’ Cieli,
e ’l modo del conoscerlo n’è aperto,
quantunque il nome ancor non si riveli.
Abbiano per destin costante e certo
questa sentenza insomma i suoi fedeli,
ch’altri non sará Re, se non quel solo
che da la Dea fu scelto, e dal figliuolo.

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75.E ben ch’ognun con impeto si mova
per venir quanto prima al gran paraggio,
non avrete però poi ne la prova
(s’ella non vel concede) alcun vantaggio.
E se quel che cerchiam non si ritrova,
o non l’ha ancor prodotto uman legnaggio,
vostro malgrado ancora, uopo vi fia
fin a tanto aspettar, che nato ei sia.

76.Sará dunque il miglior, che si sopisca
la controversia omai, che vi trattiene,
e che ciascuno al Ciel pronto ubbidisca,
che sa meglio di voi ciò che conviene. —
Qui fa punto al parlar, né v’ha chi ardisca
d’opporsi a quel ch’ei consigliò sí bene.
Allora seco in su l’aurato scanno
cento barbe canute a seder vanno.

77.La bassa plebe da le guardie esclusa
ne la gran piazza le novelle attende;
e d’ogni moto altrui (com’è sempr’usa)
intenta a prova e curiosa pende;
e ne’ suoi voti garrula e confusa
con discorde parer tra sé contende;
ché ’n ogni affar sentenziando il vero
vuol quasi sempre il vulgo esser primiero.

78.Fu Cupidoro Principe d’Epiro
il primo a comparir de’ pretendenti.
Erano gli occhi d’un gentil zaffiro,
sovra cui si sporgean ciglia ridenti.
Eran le labra del color di Tiro,
sotto cui si chiudean perle lucenti.
Avea sguardo benigno, andar superbo,
fanciul maturo, e giovinetto acerbo.

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79.Ne la fronte purissima biancheggia
senza rossore alcun semplice latte,
ma ne le guance, ove ’l candor rosseggia,
con la neve la grana in un combatte;
e la mistura è tal che si pareggia,
quasi d’avorio e porpora sien fatte;
ma con due d’or in or picciole fosse
suole un riso gentil farle piú rosse.

80.Ondeggia il Tago in su la bionda testa,
il crin piove diffuso in ricca massa,
e del bel tergo a quella parte e questa
in piú ricci pendente andar si lassa.
Ceruleo è il manto, e la leggiadra vesta,
che de la coscia il termine non passa,
è d’un lubrico raso, i cui reflessi
somiglian nel color gli occhi suoi stessi.

81.Un cappel Serican, ch’erge la piega,
tinto di puro oltramarino il pelo,
gli ombra la fronte, e per traverso spiega
piuma pur di color simile al Cielo;
e ’n su la falda la conficca e lega
con grossa punta del piú fino gelo
di quella gemma un lucido fermaglio,
la qual del sangue sol cede a l’intaglio.

82.L’animato del piè molle alabastro,
ch’oscura il latte del sentier celeste,
stretto a la gamba con purpureo nastro
di cuoio azurro un borsacchin gli veste,
in cui da saggia man di nobil mastro
fur di vario lavor gemme conteste,
e ’n massicci rilievi effigiate
di fibbie ad uso imaginette aurate.

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CANTO DECIMOSESTO

Tanti non ha l’ambizioso augello
ne le penne rosate occhi dintorno,
quando quasi un Aprile o un Ciel novello,
di cento fior, di cento stelle adorno,
de l’ampia rota sua superbo e bello
apre il ricco teatro al novo giorno,
e ’l tesor vagheggiando, ond’ella è piena,
a se mcdesmo è spettatore e scena:

quanti pien di vaghezza e di baldanza
il Garzonetto intorno a sé n’accolse,

10 qual mentre a l’altar, che la sembianza
tenea di Vener bella, il piè rivolse,

di tutta quella nobile adunanza
usurpando le viste, i cor si tolse,
e tutti abbarbagliò di meraviglia
co’ lampi de le gemme, e de le ciglia.

De l’Invidia però l’occhio cerviero,

che ’n spiar l’altrui mende è Lince ed Argo,

di quello spazio investigando il vero

ch’ai bel fonte del riso è sponda e margo,

pur venne ad osservar che quel sentiero

che divide le labra è troppo largo,

e che ’nsomma la bocca, ov’entro è messo

11 tesoro d’Amor, pecca in eccesso.

Uccubo, a cui decrepita l’etate
quasi col mento avea congiunto il naso,
e sí le fauci rotte e sfabricate
che con tre denti soli era rimaso,
e le tempie e le ciglia avea pelate,
e calvo il capo, e crespo il volto e raso,
vacillante di polso e d’intelletto,
trovò questa calunnia al Giovinetto.

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87.Egli per l’ampia scala il passo spinse
fin che pur di Ciprigna a piè ne venne.
Tentò le preci, usò le forze, e strinse
la bramata mercé, ma non l’ottenne,
perché quando a levarle egli s’accinse
la corona di man, stretta la tenne,
tanto che ’ndietro alfin con occhi bassi
girò confuso e taciturno i passi.

88.Tal Cervo, a cui talor tronca o caduta
la selva sia de le ramose corna,
vergognosetto in solitaria e muta
valle s’appiatta, e ’n tana erma soggiorna.
Tal Pavon, che per caso abbia perduta
la gemmata corona onde s’adorna,
fuggendo il Sole, e disamando il lume,
piagne la povertá de le sue piume.

89.Succede il campo a passeggiar Lucindo,
che di Bitinia i popoli governa.
Canti tanta beltá Cigno di Pindo,
o piova Apollo in me vena superna.
Non vide mai dal Mauritano a l’Indo
piú morbido candor la lampa eterna.
Ben opimo di polpe il corpo estolle,
cresciuto anzi stagion, tenero e molle.

90.Spuntan nel piano, ove ’l bel volto ha meta,
d’una fronte serena i puri albori.
Seguono ingiuriosi al gran Pianeta
di duo bei Soli i mobili splendori,
ne la cui luce amorosetta e lieta
nutre un verde smeraldo umidi ardori.
Rosse le chiome ha piú che sangue o foco,
e son le ciglia sue d’oro e di croco.

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91.Quel che piú si rileva in mezo al viso,
si curva sí, ma nel curvarsi è parco,
e de’ duo fini estremi, ond’è diviso,
l’un si risolve in punta, e l’altro in arco.
Serra e disserra il labro al dolce riso
di finissimo cocco un picciol varco,
lá dove chiude Amor rare a vederle
tra due sponde di rose un mar di perle.

92.Bianco damasco di diamanti asperso
lungo al tallone, a la cintura angusto,
c’ha d’armellini candidi il riverso,
e scorciato il collar, gli copre il busto,
e scopre ignuda del bel collo terso
la neve, ond’anco il gel fora combusto;
del medesmo è il cosciale, e ’l guernimento
un passaman di martellato argento.

93.Berretta ha di fin or cerchiata in testa
d’un terzopel che parimente è bianco,
ed havvi sú d’un Aghiron la cresta,
che le ’mpenna la rosa a l’orlo manco.
Collana di rubin tutta contesta
gli orna la gola, e simil cinta il fianco.
Scarpe ha nel piè d’innargentate squame,
cui fan boccole d’oro aureo serrarne.

94.Rimirato, ammirato (e se n’accorge)
espon se stesso a publica censura,
né la stella d’Amor quando risorge
in su i principii de la notte oscura
tanto di luce a l’Hemisperio porge,
quant’ei n’apporta intorno a quelle mura;
e nel primo apparir parve l’Aurora,
che co’ raggi del Sol spuntasse allora.

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95.Egli è ben vero (e solamente è questo
quanto appor d’imperfetto altri gli potè)
che fan con poche macchie ingiuria al resto
spruzzate di lentigini le gote.
Fu forse opra d’Amor, ch’accinto e presto
a temprar le saette in su la cote,
mentre l’oro affinava a le faville,
glie ne sparse in su ’l volto alquante stille.

96.Mauriffo allor, Sindicatore accorto,
ogni altra parte a specolare intento,
a lo sguardo accostò debile e corto
d’un suo limpido occhiai l’asta d’argento,
e ’n lui languir, quasi senz’alma, ha scorto
beltá, perché di grazia ha mancamento.
— Che vai guancia — dicea — vermiglia e bianca,
se venustá, se leggiadria le manca?

97.Quest’è quel non so che tanto attrativo,
ch’alletta gli occhi, e che contenta il core.
Raggio puro di Dio, spirito vivo,
sale, ond’i cibi suoi condisce Amore.
In costui non lo scorgo, e s’ei n’è privo,
indarno aspira al trionfale onore.
Stiamo dunque a veder, se la Dea nostra
conforme al mio parer l’effetto mostra. —

98.In questo mezo invèr l’altar s’invia,
e giunto il bel Garzon viene a la prova;
ma ’l pregio a riportar, ch’egli desia,
qualunque sforzo suo poco gli giova,
perché come con chiodi affissa sia,
la guardata corona immobil trova;
onde colmo di duol, tinto di scorno
fa, come in alto ascese, in giú ritorno.

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99.Entra terzo in arringo il bel Clorillo,
Clorillo il bel, che ’n su ’l mattin degli anni
d’entrambo i genitori orbo pupillo
soffrí per morte intempestivi affanni.
Onde poi ch’ai dominio il Ciel sortillo
che tenner di Cirene i gran Tiranni,
stende lo scettro suo per quanto dura
il tratto de la Libica pianura.

100.I cadaveri in mummie ivi risolve
la mobil sempre e tempestosa arena.
Flutti di sabbia e turbini di polve
con oscura procella Africo mena;
e chi s’arrischia a tragittarla, involve
tra’ globi ognor de la volubil piena.
Stranio naufragio, onde sommerso uom pare
Nocchiero in terra, e Peregrino in mare.

101.Ma che non potè aviditá d’impero?
Ecco pur tenta in Cipro altre fortune.
Non è bianco il bel viso, e non è nero,
nere le ciglia, e le pupille ha brune.
Due stellette smorzate e due nel vero
volge la fronte innecclissate Lune,
di cui però (con vostra pace o stelle)
non ha l’ottavo Ciel luci piú belle.

102.Brunetta anco la chioma il tergo inonda,
un teschio di Leon gli fa celata.
Graziosa la bocca e rubiconda
né si restringe assai, né si dilata.
Mostra affabile aspetto, aria gioconda,
la statura è mezana e dilicata;
sí che ciascun di quella gente e questa
stupido insieme, e cupido ne resta.

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103.Lucente arnese i vaghi membri ammanta
di sciamito argentino, il cui lavoro
abbordata la vesta ha tuttaquanta
di girasoli rilevati d’oro;
ed è sazia di gemme in copia tanta,
e sí chiaro splendore esce di loro,
che potrebbe abbagliar la vista altrui,
se non vi fusse quel degli occhi sui.

104.Piú bello in terra o piú gentil composto
a Morte non potea nascer soggetto;
e certo alcun, che ’l rimirò discosto,
giudicollo celeste al primo aspetto.
Ma quando poi s’avicinò, fu tosto
conosciuto mortale in un difetto.
Un sol difetto in lui trovato brutto
fe’ tant’altre eccellenze oscure in tutto.

105.— Io non mi voglio giá — dicea Senorre,
un Critico sottil, del vero amico,
cui con gemina riga al petto scorre
in duo fiumi d’argento il pelo antico —
giá non mi voglio a l’altre parti opporre,
ma de la man, sol de la mano io dico,
ch’oltre ch’ella non è latte, né neve,
fuor del giusto decoro è grossa e breve.

106.Tra quante doti in sé Natura unisce
non possiede la man gli ultimi onori,
poi che non pur col proprio bel rapisce,
ma fa l’altre bellezze anco maggiori.
Questa qual vaga artefice abbellisce
il volto e ’l sen di porpore e di fiori,
e porgendo ostro al labro, oro al capello,
è sua mercé quant’ha beltá di bello.

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107.Perdónimmi begli occhi, e biondi crini,
scusino l’ardir mio labra odorate.
Ben che sien fresche rose, e sien rubini,
ben che sien fiamme ardenti, e fila aurate,
de la mano ai candori alabastrini
io vo’ la palma dar d’ogni beltate.
Cedan gli ostri a le perle, e ceda il loco
l’oro a l’avorio, ed a la neve il foco.

108.Ancor che belle e ciglia, e chiome, e bocca,
non son, com’è la man, pegni di fede.
Quelle si miran sol, questa si tocca,
e può felicitar chi la possiede.
Da quelle Amor le sue saette scocca,
questa sana le piaghe ond’egli fiede.
Quelle per arder l’alme accendon l’ésca,
questa gl’incendii suoi tempra e rinfresca. —

109.Tacque con questo dir, né fur parole
(come il fatto mostrò) fallaci o false,
perché se bene in cima a l’alta mole
di scaglione in scaglion Clorillo salse,
a lei però, che colassú si cole,
la corona di man sveller non valse;
sí che tornato onde partí pur dianzi,
un altro emulo suo si trasse innanzi.

110.Rodaspe in Meroe nato, in quella vece
vòlse (quantunque invan) tentar la sorte.
Publicò sue fattezze, e mostra fece
di pelle arsiccia, e brevi chiome attorte.
Vincon col fosco loro ebeno e pece
nari aperte e schiacciate, e labra sporte;
ed è de’ lumi suoi l’orbe visivo
nero piú de l’inchiostro onde il descrivo.

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111.Ferve in guisa colá l’estiva arsura,
che quasi incarbonir gli uomini potè;
onde porta ciascun di notte oscura
dal diurno splendor tinte le gote;
e ’l Sol vicino a terra oltremisura
gira si basso le lucenti rote,
che poco men che con le mani istesse
si potrebbe toccar, se non cocesse.

112.Scopre il candido dente ad ora ad ora
d’una schietta granata il labro tinto.
Forato è l’orlo, e pendon da le fóra
cerchietti d’òr di bei zaffir distinto.
Cosí le parti ond’ode, ed onde odora,
reggon pendenti d’indico giacinto
e lunghe filze d’unioni elette,
ricchi tributi d’isole soggette.

113.Un frontal d’Ethiopico ametisto
l’adusta fronte illuminando inaura,
sí che d’oro e di foco un lampo misto,
quando intorno si volge, aventa a l’aura,
e di qualunque cor languido e tristo
la mestizia rallegra, il duol restaura.
Gemma piú ch’altra fulgida e serena,
che quasi occhio di Vergine balena.

114.D’un farsetto leggier, qual si costuma
tra’ Satrapi Indiani, egli è vestito.
Di lana no, ma di minuta piuma
di strani augelli a lista a lista ordito,
tutto squamoso di dorata spuma,
e di mille color tutto fiorito.
Lieve tocca cangiante in mezo il cinge,
che con groppo leggiadro il lega e stringe.

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115.Un de’ Padri coscritti era Gelardo,
giá Duce in guerra, or consiglierò in pace.
Par questi in vista uom sonnacchioso e tardo,
e tra cupi pensieri immerso tace;
ma sotto pigra fronte, e lento sguardo
vigila ingegno arguto, e cor vivace.
Spesso grave sembiante, e basso ciglio
cela pronto discorso, alto consiglio.

116.Mostrò costui con ottima ragione
ch’Amor molto non ama oscura scorza,
però che ’n spento e gelido carbone
senz’alcun lume il foco suo s’ammorza.
Il piacer, ch’ad amar n’è sferza e sprone,
da color differenti acquista forza.
Natura sol per variar s’apprezza,
da tal varietá nasce bellezza.

117.Aggiungi poi, che raccorciato in suso
quel che fa duo spiragli a l’odorato,
troppo curvo e ritorto, e troppo ottuso
spalanca troppo il gemino meato.
Cosí con due repulse alfine escluso
da la Diva in un punto, e dal Senato,
tutto avampando di sdegnoso foco
partesi, e cede a Ligurino il loco.

118.E Ligurino al paragon comparse,
lavor ben degno de l’eterna mano.
Non so s’a par di quel possa trovarse
ben tagliato e disposto un corpo umano.
Venne, però che ’l cor d’invidia gli arse
l’altero stato del maggior germano.
Germano era minor del Re Licaba,
ch’avea sotto il suo scettro Arabia e Saba.

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119.Sí v’ivo un dolce da’ bei lumi spira,
che forza ha in sé di foco, e di saetta;
e con tanta virtú rapisce e tira,
che ferendo ed ardendo anco diletta.
Sparsa di bella cenere si mira
scolorita la guancia e pallidetta,
pallida sí, ma quel pallore è tale
ch’è pallore amoroso, e non mortale.

120.Langue nel labro dolcemente onesto
una fresca viola alquanto smorta.
Gravi ha gli atti e composti, e nel modesto
sembiante signoril la grazia porta.
E dove giri con furtivo gesto
l’occhio predace una rivolta accorta,
d’ogni rubcllo a forza ottien la palma:
se non gli doni il cor, ti ruba l’alma.

121.Né stringe in nastro il crin, né in benda appiatta,
ma pettinato in su le spalle il versa,
di quel biondor c’ha la castagna tratta
del suo guscio spinoso, o l’ambra tersa.
Con sottil arte e magisterio fatta
l’addobba, e ’nfino al piè gli si attraversa
frappata una giornea, che copre e cela
sotto nero velluto argentea tela.

122.Sovra l’omero stretta, e larga in punta,
l’una manica e l’altra in giú trabocca,
e si dilata sí, che quando è giunta
su i confín de la man, la terra tocca.
Da la manica manca il braccio spunta
per lo taglio maggior, che le fa bocca,
e del ricco giubbon scopre la trama,
ch’è di semplice argento in pura lama.

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123.Non cosí bella a lo sparir del giorno
dopo pioggia talor la Dea di Deio
l’innargentato e luminoso corno
trasse giá mai tra nube e nube in Cielo,
come tutto illustrando il tempio intorno,
de l’aria aperse co’ begli occhi il velo
il reai Damigello, il cui bel viso
fea visibile in terra il Paradiso.

124.Fe’ segno Citherea, sí tosto come
de la scalea fu su la cima asceso,
volergli circondar le belle chiome
de l’onorato e desiato peso,
e funne insieme col famoso nome
gran rimbombo d’applauso intorno inteso;
ma poi ch’esser deluso alfin s’accorse,
senza replica indietro il piè ritorse.

125.La centuria degli Arbitri, che quivi
i concorrenti a giudicar s’aduna,
onde tal disfavore in lui derivi
le ragion ricercando ad una ad una,
altra imperfezzion trovar, che ’l privi
de la spoglia reai, non sa, fuor ch’una.
Un picciol neo, che ’n su la destra gota
sparge tre nere fila, in lui sol nota.

126.Somiglia in puro latte immonda mosca,
anzi vago arboscello in prato ameno;
e quantunque non sia chi non conosca
ch’egli non n’è per questo amabil meno,
poi che su ’l bel candor quell’ombra fosca
è qual lucida stella in Ciel sereno,
ch’ella è macchia però convien ch’accetti,
ch’ancor che belle sien, son pur difetti.

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127.Segue Timbrio di Smirna, in fra i primieri
Garzon lodato, e d’ogni onor ben degno,
a molcir l’aure in su i teatri alteri
con la cetra bicorne unico ingegno.
Altri non sia di lui che meglio speri
i registri toccar del curvo legno.
Tempra al musico suon versi canori,
e sciogliendo gli accenti, annoda i cori.

128.In virtú di sua voce ei si dá vanto,
celeste Cigno, angelica Sirena,
trar da le selci intenerite il pianto,
mitigar de l’Inferno ogni aspra pena.
La melodia di quel mirabil canto
le fere arresta, anzi le sfere affrena.
Pongon le dolci corde ai fiumi il morso,
dánno le dolci note ai monti il corso.

129.A l’arguto stromento, al vago volto,
a la zazzera istessa ei sembra Apollo.
Né tutto errante il crin, né tutto accolto,
quinci pende a la fronte, e quindi al collo.
Quel che dopo l’orecchie iva disciolto,
sparse allor egli ad arte, e dilatollo.
De l’altro il terso e sottilissim’auro
tenero implica un ramoscel di lauro.

130.E del color de le medesme foglie
s’affibbia intorno un’assettata cotta,
la qual nel mezo in spesse crespe accoglie,
tutta in fodera d’or trinciata e rotta.
E tutti i trinci de le belle spoglie
congiunti son per man leggiadra e dotta
con branchigli di smalto, ed auree stampe,
che figuran di Grifi artigli e zampe.

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131.11 globo interior de la pupilla
ne’ suoi lumi vivaci è tutto negro,
ma nel piú largo circolo sfavilla
dolce color d’un fíordilino allegro.
Esce de’ raggi lor luce tranquilla
da sanar ogni cor languido ed egro.
Fuga ogni nebbia, ed ogni lume adombra,
e rende oscuro il Sole, e chiara l’ombra.

132.Dal curvo de le ciglia arco supremo
tra guancia e guancia un bel profil si stende,
a poco a poco assottigliato e scemo
da linea si gentil che non offende;
alto alquanto al principio, e ’nvèr l’estremo
tanto s’aguzza piú, quanto piú scende;
de la cui base il termine piú basso
in due conche divide egual compasso.

133.E la contesa de le due vicine,
emule di beltá, gote diparte,
limitando a la porpora il confine
che colorisce questa e quella parte.
Rose sí vive e fresche e purpurine
in quel viso amoroso Amor ha sparte,
che non so se la guancia ha piú fiorita
la bella Dea da le rosate dita.

134.Cotanto in lui di maestá riluce
mentre drizza le piante al bel trofeo,
che se da lor la nobiltá traluce,
non mostra in alcun atto esser plebeo,
anzi ne’ gesti suoi l’antica luce
chiara scorger si può del sangue Acheo;
ma sí fatti splendori in parte imbruna
oscuro stato, e povera fortuna.

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135.Oltre costui sen venne, e si fe’ presso
a la tutrice de’ fedeli amanti:
non però punto meglio avenne ad esso
di quel ch’agli altri er’avenuto avanti.
E ben a comprovar questo successo
fu concorde il parer de’ circostanti,
che fra tante bellezze in lui notáro
l’ordin solo de’ denti oscuro e raro.

136.E Serion tra que’ vecchioni assiso,
pallido, inculto, e qual Catone austero,
dal piede al capo essaminandol fiso,
del mal, del bene esplorator severo,
il primo fu che s’accorgesse al riso
ch’ogni suo dente era ineguale e nero,
perché vide il Garzon che quella parte,
quando ridea talor, copriva ad arte.

137.Se per opra di carmi, e per sonoro
metro spiegato da felice stile
si potesse ottener corona d’oro,
giá tuo fora l’onor, Timbrio gentile.
Soffrilo in pace, e de l’usato alloro
contèntati intrecciar la chioma umile,
ché chi l’anime altrui regge col plettro
non deve dominar con altro scettro.

138.Passa a provarsi il baldanzoso E vasto,
del Libano Signore, e de l’Oronte,
e l’alterigia, onde va gonfio, e ’l fasto
s’avanza al par del suo superbo monte.
Viene arrogante al giovenil contrasto
con le ciglia ballando, e con la fronte;
di breve corpo e picciola statura,
ma l’audacia è maggior d’ogni misura.

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139.Pretende questi che da’ sommi giri
per quanto scorre e quanto scorge intorno
dall’Ariete a’ Pesci altra non miri
somigliante beltá l’occhio del giorno.
E perché pien di tumidi desiri
per tante doti, ond’è piú ch’altri adorno,
l’orgoglio agguaglia a la sembianza bella,
il Narciso di Siria ognun l’appella.

140.Di piú color’ che l’Iride non mostra
gli occhi ha dipinti, e tutto nero il ciglio.
La guancia, com’al Sol pomo s’inostra,
dolcemente gl’incarna un bel vermiglio,
onde di leggiadria litiga e giostra
con la rosa purpurea il bianco giglio;
e sovra lor con lascivetta sferza
in cento brilli il biondo crin gli scherza.

141.Filato d’oro sí lucente e bello
del bel mento la cima un fiocco impela,
e del labro sovran, simile a quello
un riccamo sí fin l’ostro gli vela,
che par proprio di Coleo il ricco vello,
né tale il Pago entro i suoi fondi il cela.
Per guardia forse di sue vive rose
queste produsse Amor siepi spinose.

142.Intero un zibellin di color fosco
e cuffia in capo e morion gli scusa,
di cui piú fin giá mai Tartaro o Mosco
per le sue balze di tracciar non usa.
Di Paradisi per pennacchio un bosco
gemma v’affige in òr legata e chiusa,
rara fra quante al Sol la terra n’apra,
gemma che rassomiglia occhio di Capra.

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143.Veste due volte insanguinato e tinto
del licor de la murice Africana,
e con aurei cordon da’ fianchi avinto,
un guarnel di sottile e molle lana;
bottonato nel petto, in mezo cinto
d’una cintura a meraviglia estrana,
che di spoglia di vipera è costrutta,
e di gran perle incoronata tutta.

144.Quattro vaghi scudier gli alzan di dietro
de la lunga faldiglia il lembo sciolto;
ed altri duo d’adamantino vetro
gli sostengono un specchio innanzi al volto.
Non guarda intorno e non si volge indietro,
de le proprie bellezze amante stolto,
perché fuor che ’n se stesso, il Giovinetto
sdegna occupar la vista in altro oggetto.

145.Ma Melidonio, che dagli anni il fianco
rotto, sedea tra la discreta schiera,
e nel cui corpo estenuato e stanco
de la mente il vigor fiacco non era,
ma sotto pelle crespa e capei bianco
nutria di senno integritá sincera,
piantatosi allor dritto in su la vita,
de la rugosa mano alzò due dita.

146.— Due son l’eccezzion — disse — ch’io veggio,
per cui non molto ha questi onde presuma.
La prima è quella, che lodar non deggio,
quantunque intempestiva, ispida piuma,
perché lá dove ha Primavera il seggio,
è quasi tra bei fiori orrida bruma,
per cui qualor s’accosta e si congiunge
bocca a bocca baciando, il bacio punge.

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147.Gli manca poi (quel che vie piú s’apprezza)
l’unitá che conviensi a leggiadria.
E chi non sa, ch’altro non è bellezza
se non proporzione, e simmetria?
Or in tanta superbia ed alterezza
dov’è questa visibile armonia?
Certo, che mal rispondano mi sembra
a sí alti pensier sí corte membra.

148.Come da varie suol voci concordi
la musica a l’udir farsi soave,
quando avien che si tempri e che s’accordi
col duro il molle, e con l’acuto il grave;
cosí se membra un corpo ha in sé discordi,
la composizion grazia non have.
Da le parti col tutto annonizate
risulta consonanza a la beltate. —

149.Cosí ragiona, e su ’l gran soglio intanto
salita è giá quella beltá superba;
ma vede alfin, che la vittoria e ’l vanto
de la bella aventura altrui si serba.
Onde il tergo volgendo al Nume santo,
sí l’ira il vince, e l’aspra doglia acerba,
che squarcia i fregi d’or, lo specchio frange,
e di rabbia e di duol sospira e piange.

150.Vien Luciferno il fier dopo costui,
cosí di Scithia un Saracin si noma.
11 Saca e ’l Battrian soggiace a lui,
il Margo ha vinto, e la Sarmazia ha doma:
e la gloria rapir presume altrui
per irta barba, e per irsuta chioma.
Mostra ruvide membra, ossa robuste,
lungo capo, ampie nari, e tempie anguste.

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151.L’occhio pien di terrore e di bravura,
in fra nero e verdiccio, altrui spaventa,
e con torvo balen di luce oscura
la fierezza e ’l furor vi rappresenta.
Portamento ha superbo, e guatatura
sí feroce ed atroce e violenta,
che rassembra Aquilon qualor piú freme,
e col torbido Egeo combatte insieme.

152.Su la giuba, che tinta ha di morato,
rete si stende d’or sottile e ricca,
e con puntali pur d’oro smaltato
gli angoli de le maglie insieme appicca.
Porta sotto l’ascella il manto alzato,
il manto che da l’omero si spicca,
e ’l lembo, che dal braccio a terra cade,
con lunga striscia il pavimento rade.

153.Di lavoro azimin la scimitarra
larga, breve e ricurva appende a l’anca.
Dietro ha il carcasso, e per traverso sbarra
l’arco serpente in su la spalla manca.
In forma di Piramide bizarra
un globo intorno al crin di tela bianca
erge, com’è de’ Barbari costume,
diviluppate fasce alto volume.

154.Con la test’alta, e con le nari rosse,
con furibonda e formidabil faccia
sbuffando un denso fumo, egli si mosse,
a guisa di Leon quando minaccia.
Snudò le terga ben quadrate e grosse,
brandí le forti e nerborute braccia,
di forza, di vigor, d’asprezza piene,
scropolose di muscoli e di vene.

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155.Stanno tutti a mirarlo attenti e cheti,
da Scomrno in fuora, un vecchiarei ritroso,
de’ satirici piú che de’ faceti,
ma carco il pigro piè d’umor nodoso,
che gli tien tra gli articoli secreti
de le giunture un freddo gelo ascoso,
onde del corpo stanco il grave incarco
sovra torto bastone appoggia in arco.

156.Questi il capo crollò, le ciglia torse,
segni fe’ di disprezzo, atti di scherno.
— Vattene — disse — pur lá sotto l’Orse
tra le Fere a regnar Mostro d’A verno.
Prove di gagliardia bisognan forse
del paese amoroso al bel governo?
No no, di comandar piú degno sei
lá su i gioghi Arimaspi, e su i Rifei.

157.Chi non ravisa in quel color ferrigno
di questo Cavalier tremendo e forte,
e ’n quel volto tra scialbo ed olivigno
de le Furie l’effigie, e de la Morte?
Xon vedete qual fólgore sanguigno
da le luci saetta oblique e torte,
con cui di seminar prende ardimento
tra bellezze ed amori odio e spavento?

158.Principe e Re, non dirò giá di regno,
che spesso è dono di Fortuna insana,
ma di titolo d’uomo ancora indegno,
vivo spirto ferino in forma umana.
Vii pensier, rozo cor, selvaggio ingegno,
intesa a basse cure alma villana
veggio nel tuo sembiante infellonito,
che ti mostra malnato, e malnutrito.

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159.E pur, entrando a l’onorata gara,
cosí ne vien sov’ogni merto audace,
come fusse lo Dio che ’l dí rischiara,
o il bel fanciul da l’arco e da la face!
Villania per valor non fu mai cara,
piú gentilezza che beltá ne piace.
Amor piú fère allor ch’è men feroce,
e bellezza innocente assai piú noce. —

160.Al fin di questo dir gli occhi volgendo
a l’orgoglioso Barbaro insolente,
videlo da l’altar scender fremendo
de lo strano rifiuto impaziente.
Ed accusando con sembiante orrendo
la bella Dea d’ingiusta e d’inclemente,
detestando del figlio e fiamme e dardi,
batteva i denti, e stralunava i guardi.

161.Cosí Toro non dòmo, a cui le spaile
giogo non preme ancor duro e pesante,
poi che lasciò ne la diletta valle
il rivai vincitore e trionfante,
mugghiando va per solitario calle
rabbioso insieme, e sconsolato amante,
e pien d’angoscia il cor grave ed acerba
aborre il fonte, e gli dispiace l’erba.

162.Languia del Sol nel mar quasi sommerso
moribonda la luce, e semiviva,
e l’ombra, che coprir suol l’Universo,
la gran faccia del Ciel discoloriva.
Col pel fumante, e di sudori asperso
chini d’Hesperia invèr l’estrema riva
per pascersi ne’ prati Occidentali
gl’infiammati corsier piegavan l’ali.

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163.Smarrita a le sue tende, e poco lieta
la turba giovenil fece ritorno,
e sciolta l’union de la dieta,
sen giro i Vecchi a procacciar soggiorno.
Ma fin che fusse il principal Pianeta
sorto da l’Indo a suscitare il giorno,
lasciaro per timor de l’altrui frodi
la corona a guardar molti custodi.

164.Era del dí la luce ancora acerba,
e ’n su le mosse il Sol del gran viaggio,
né ben rasciutte avea ne l’umid’erba
le notturne rugiade il primo raggio,
quando la gioventú vaga e superba,
e seco il Parlamento e ’l Baronaggio,
con la medesma ancor pompa sollenne
nel loco usato ad assembrar si venne.

165.Da capo incominciò le prove istesse
la scelta de’ miglior quivi raccolta,
ma nessun si trovò che piú facesse
di quel che gli altri fér la prima volta.
Restan con fronti stupide e dimesse,
e quasi loro ogni speranza è tolta,
i ministri del regno, e i Senatori,
confusi i petti, e conturbati i cori.

166.Ma ne l’Occaso allor allora avea
chiuso il carro dorato Apollo stanco,
e la vaga sorella in Ciel rompea
le nere nubi col suo corno bianco,
onde perché ciascun girne volea
nel proprio albergo a riposare il fianco,
il Senato con gli altri uscía del Tempio,
quando v’entrò d’ogni beltá l’essempio.

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167.Il bell’Adon, che con l’occulta scorta
di Mercurio, d’Amore, e de la madre,
tardi, ben che per via facile e corta,
giunt’era a la cittá che fu del padre,
notturno entrò per la superba porta
poi che n’uscír le congregate squadre,
ed a lume di lampade le cose
de la gran mole a contemplar si pose.

168.In un canton del Tempio alfin distese
sovra il duro terren le membra lasse,
e quasi prima in Occidente scese
la notte, che dal sonno ei si destasse.
Desto, a la luce de le faci accese,
per mirar ben l’altare, oltre si trasse,
mentre i soldati, acconcio il capo al manto,
dopo lungo vegghiar dormiano alquanto.

169.Trova quivi Barrino, un Greco astuto,
villan di stirpe, uom vile e fraudolento,
ed al cui corpo picciolo e minuto
la malizia supplisce, e ’l tradimento:
di capo aguzzo, e di capei ricciuto,
e senza piú che quattro peli al mento,
rosso, ma d’un rossor che pende al fosco,
ed ha sguardo fellone, ed occhio losco.

170.Veste di fronte intrepida e secura
pensier malvagio ed animo maligno,
né mai cangia color la faccia oscura,
che picchiata è di giallo e di sanguigno.
Accoppia a pronto dir lingua spergiura,
porta in core il veleno, in bocca il ghigno.
Diria per poco argento, e per poc’oro:
— Giove, non ti conosco, e non t’adoro. —

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171.Costui, mentre che gira e che passeggia
intorno ai sacri e preziosi arredi,
e cerca come sí ch’altri noi reggia
alcuna cosa tacito depredi,
visto il Garzon, che come Sol lampeggia,
prima il prende a squadrar da capo a piedi,
poi s’accosta, il saluta, e l’accarezza,
e comincia a lodar tanta bellezza.

172.E scherza, e dá scherzando a poco a poco
campo a l’intenzion perfida e ladra,
e l’induce a rapir, come per gioco,
l’aurea corona con la man leggiadra,
quasi sol per provar se dal suo loco
mover la potè, e s’ella ben gli quadra.
Il fanciullo a pensar molto non stette,
leggiermente la piglia, e se la mette.

173.Stupisce l’altro, e quasi a pena il crede,
e pien d’invidia e di livor ne resta,
e con finto sorriso a lui la chiede
poscia ch’alquanto ei l’ha tenuta in testa.
Semplicemente Adon gliela concede,
Barrin se la ripon sotto la vesta,
e col fido favor de l’ombra oscura,
fatto il bel furto, agli occhi suoi si fura.

174.A l’albergo d’Astreo ratto sen corre,
ché vuol con la corona il regno ancora.
Sorto era Astreo, ch’ogni riposo aborre,
prima che fusse ancor sorta l’Aurora.
Qui comincia la favola a comporre,
e le menzogne sue sí ben colora,
che tutti quei ch’ad ascoltarlo stanno,
prestano fede al non pensato inganno.

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175.Dice, che mentre a l’ultimo scalino
lá dove a terminar va la salita,
a piè del sacro trono, in cui d’or fino
sta de la Dea l’imagine scolpita,
al suo Nume immortai supplice e chino
chiedea di notte in qualch’affare aita,
si sentí, si trovò, né sapea come,
di quel cerchio reai cinte le chiome.

176.Lieto il buon Vecchio il Ciel ringrazia, e piove
per gran gioia dal cor lagrime pie.
Prende Barrin per mano, e ’l passo move
per le calcate e ricalcate vie,
e senza ordine alcun vassene dove
far la prova deveasi il terzo die,
né ch’esca il Sol da le contrade Eoe
attender cura, e ’l segue ogni altro Eroe.

177.Intanto vèr gli Antipodi discaccia
le pigre stelle il vincitor de l’ombra,
e ’l negro vel, che la serena faccia
di Giunon bella orribilmente ingombra,
apre co’ raggi Orientali e straccia,
e le nemiche tenebre disgombra.
Giá gli ardenti destrier, che fan ritorno,
chiamano co’ nitriti il novo giorno.

178.Or il Nunzio del Ciel, che ben veduta
la fraude avea del mentitor ladrone,
tosto d’effigie e d’abito si muta,
e nel gran Concistor conduce Adone.
Peregrina sembianza e sconosciuta
d’uom canuto e stranier finge e compone.
Quivi lo sguardo ai Giudici converse,
ed a questo parlar le labra aperse:

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179.— Dunque uom perfido e reo contro la legge
e fatale e divina è tanto audace,
che di pugno a colei che Cipro regge
ruba i tesori con la man rapace?
E pur non si punisce, anzi s’elegge
qual regnator leggittimo e verace?
Né v’ha pur un, ch’ai popoli delusi
cosí perversa iniquitate accusi?

180.Stamane allor ch’ebro di sonno e cieco
giacca lo stuol che custodiva il Tempio,
io io vid’io questo donzel, ch’è meco,
tórre il diadema, e consegnarlo a l’empio.
Cosí la Dea, che ’n testimonio arreco,
pari a la fellonia mandi lo scempio,
com’ha il pregio involato, e falsamente
l’altrui s’usurpa, e n’ ciò che narra, ei mente.

181.Ragion dunque non fia, né mi par giusto,
contro l’ordin celeste, e contro il vero,
ch’ei di quell’oro indegnamente onusto
de le glorie non sue ne vada altero;
ed a chi meritò d’essere Augusto,
giudicato dal Ciel degno d’impero,
si neghi da’ piú saggi e si defraude
l’onor de la mercede, e de la laude.

182.Ma perché sceleragine cotanta
sia nota a tutti, e ’l dubbio a pien si scioglia,
se pur vera è la prova onde si vanta,
riponga al loco suo la tolta spoglia,
indi di novo ancor da la man santa,
come dianzi la tolse, or la ritoglia;
e s’averrá che quindi ei non la spicchi,
provinsi ancora i piú famosi e ricchi.

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183.Ma ricchezza e valore, e quanto dona
talor con larga man prodiga Sorte,
poco può rilevar (credo) a persona
che stella incontri il cui tenor sia forte.
Or quando avegna pur, che la corona,
per cui tanto in contrasto è questa Corte,
non sia per altra man levata o mossa,
veggiasi se costui mover la possa. —

184.L’autoritá de la favella grave
mosse ciascuno, e del divin sembiante.
Ciascun mira Barrin, che tace, e pavé
tutto confuso, e pallido, e tremante.
Sparso allor d’ognintorno odor soave,
e vólto il tergo il messaggier volante,
dileguossi e disparve in un momento
come spuma ne l’onda, o fumo al vento.

185.A prodigio si strano ed improviso
Astreo gridò, pien d’un festivo zelo:
— Lodato il Ciel, quest’è del Cielo aviso,
chi può stornar quel ch’è prefisso in Cielo?
Preso è Barrino, e sbigottito in viso,
e pieno il cor di timoroso gelo,
sospinto a forza al grand’altar s’appressa:
alfin nulla operando, il ver confessa.

186.Giá verso Adon con la minuta gente
del Senato il favor concorre insieme,
ma la parte piú ricca e piú possente
lo sdegna e biasma, e ne sussurra e freme.
Vuol Astreo, ch’ognun torni immantenente
ne la corona a far le prove estreme,
ma non che trarla fuor, tentano invano
crollarla pur da la tenace mano.

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187.Or di quanti quel dí vòlser provarse
Giovani di beltá competitori
piú non restava alcun, quando comparse
Adon di tutti ad oscurar gli onori.
Serenò l’aria in apparire, e sparse
lume, ch’ai giorno ingeminò splendori,
e nel passar con gloriose palme
mille spoglie portò di cori e d’alme.

188.Parve a vedere intempestiva rosa
in bel cespo talor tra pruni e stecchi,
nata colá ne la stagion nevosa
quando restano i prati ignudi e secchi.
Rivolti a la beltá meravigliosa
del novo aventurier stupirò i Vecchi,
stimandol quasi al par degli altri belli
peregrina Fenice in fra gli augelli.

189.Era tra que’ confin, che fa l’etate
di fanciullezza in gioventú passaggio.
Da le placide luci innamorate
uscía d’un bel seren tremulo raggio.
Ne le tenere guance e dilicate
fresca fioria la porpora di Maggio.
Tra le labra in color di rosa viva
il sorriso degli Angeli s’apriva.

190.Di fin vermiglio si colora e tinge
la vesta, e di fin or fregiata splende.
Barbara zona a mezo il sen la stringe,
poco sotto il ginocchio il lembo scende.
Di zendado un scaggial l’omero cinge,
da cui sonoro avorio al fianco pende.
La faretra ha da tergo, e ’l piede eburno
aureo gli copre e serico coturno.

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191.Non ha la testa ignuda altro ornamento,
né pari a sí bel crin pompa si trova,
se non di mirto un fíl minuto e lento,
che smeraldo con or confonde a prova.
Par ch’egli giri un Cielo ad ogni accento,
e par ch’un Sole ad ogni sguardo mova,
par che produca ad ogni riso un fiore,
e par che calchi ad ogni passo un core.

192.Piú non dirò, né saprei meglio in carte
tanta beltá delinear giá mai,
né di tal luce ombrar picciola parte,
cieco da lo splendor di tanti rai.
Onde poi ch’ai desir mancando l’arte
dal suggetto lo stil vinto è d’assai,
industre imitator del gran Timante,
gli porrò del silenzio il velo avante.

193.Ben tra color ch’ai gran giudicio uniti
volgon dubbiosi opinione incerta,
sotto veli poria falsi e mentiti
forse giacer la veritá coverta,
se giá senz’altre omai dispute o liti
non la mostrasse lucida ed aperta
non ch’ai saggi e prudenti, anco ai piú sciocchi
il chiarissimo Sol di que’ begli occhi.

194.Lo splendor di quegli occhi ogni occhio abbaglia,
la bella bocca ogni altra bocca serra,
onde conchiude ognun, che non l’agguaglia
veracemente altra bellezza in terra.
— Cosa mortai ch’a tanto pregio saglia
chi cerca omai — dicean — vaneggia ed erra,
non sol per quanto fuor l’occhio ne vede,
ma per quanto il pensier dentro ne crede. —

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195.Una Colomba allor, che fuggitiva,
del sacrato coltello avanzo solo,
era quel proprio dí campata viva,
venne a fermargli in su la spalla il volo.
Onde il buon vecchio Astreo, che ne gioiva,
e de’ presaghi Aruspici lo stuolo
vaticinando aventuroso stato,
con lieto annunzio interpretare il fato.

196.Qui sorse un grido universal, che crebbe
di laude insieme, e di letizia misto:
— A lui sol si conceda, a lui si debbe
(trofeo de’ suoi begli occhi) il degno acquisto. —
E con plauso, qual altri ancor non ebbe,
sí che da molti invidiar fu visto,
udissi un mormorio chiaro e distinto,
che diceva acclamando — Ha vinto, ha vinto. —

197.Mentre che giá s’appresta a l’alta impresa,
ecco il popol di fuor grida e schiamazza,
ed ecco entrar molti scudieri in Chiesa,
ed ha ciascuno in man dorata mazza,
ond’a la moltitudine sospesa
d’ognintorno allargar fanno la piazza
innanzi ad un, ch’a prima giunta sembra
aver belle fattezze, e belle membra.

198.Ealsirena costui chiamato avea
da remote contrade e regioni,
dov’ei la signoria tutta reggea
di Pigmei, di Catizi, e d’Arcamoni.
Quindi il trasse a bell’arte, e lo facea
tra le gare venir di que’ garzoni,
perché ’l regno ad Adon fusse intercetto
dal piú brutt’uom del mondo, e piú imperfetto.

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199.Per meraviglia inusitata e strana
di duo semi difformi informe ei nacque.
Fu d’un Can generato, e d’una Nana,
la qual a forza a Tananai soggiacque.
Di Feronia ella fu maggior germana,
Feronia, ch’ai garzon tanto dispiacque
e tanta giá nel mal noia gli accrebbe
mentre chiuso in prigion la Maga l’ebbe.

200.Cinisca ell’avea nome, a la cui mano
lo scettro s’attcnea de’ Cappadoci.
Venne a metterle campo il fier Turcano,
Tiranno giá de’ Tartari feroci;
ed avendola un tempo astretta invano
con lunghi assedii, e con battaglie atroci,
alfin pensò Tinespugnabil terra
per froda conquistar, se non per guerra.

201.Trattò seco alleanza, e voler finse
di giá nemico divenir marito,
persuase, promise, e la sospinse
con lettre e messi a credere al partito,
e con sacri protesti il patto strinse
e strinse il coniugal nodo mentito,
per trovar via da disfogar lo sdegno,
ed occupar con tal inganno il regno.

202.Fu dal falso imeneo placato Marte,
onde a dura tenzon pace successe.
La misera lo stato a parte a parte
e la persona al Barbaro concesse.
Ma dapoi che ’l fellon con sí nov’arte
la Donna ottenne, e la cittate oppresse,
scherni con ingratissima mercede
il fatto accordo, e la giurata fede.

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203.Nutriva ei con lo stuol di molti Alani
un suo nero Molosso, il piú membruto,
il piú sconcio, il piú iter, che tra Spartani
o tra gli Arcadi mai fusse veduto.
Era terror de’ piú tremendi Cani,
ed avea, come Lupo, il cuoio irsuto.
Grugnon fu detto, in orride tenzoni
avezzo a strangolar Tigri e Leoni.

204.Or per disprezzo a tal consorte in moglie
sottoporre il crudel fe’ la meschina,
e comandò che de le proprie spoglie
ignuda tutta, incatenata, e china
preda restasse a le sfrenate voglie
de l’ingorda libidine canina,
e de le nozze patteggiate in vece,
da l’osceno Mastin coprir la fece.

205.Cosí poi che piú volte ella sostenne
l’indegna villania del sozzo Cane,
da l’iterata copula ne venne
ingravidata a concepir Tricane.
Trican dal dente è questi, il qual ritenne
forme parte canine, e parte umane.
Mezo dal cinto in su d’uomo ha sembianza,
tutto simile al padre è quel ch’avanza.

206.“ Dal dente ” ei detto fu, però ch’aguzza
in fuor del grugno ed arrotata zanna,
che di schiume sanguigne il mento spruzza,
a guisa di Cinghiai, gli esce una spanna.
Con quest’arme talora in Scaramuzza
piú che col ferro, altrui lacera e scanna.
Parla, ma voce forma orrida ed atra,
che con strepito rauco ulula e latra.

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207.Volto affatto non ha nero ed adusto,
né candido del tutto e colorito.
Crespo di chiome, ed è di tempie angusto,
del color d’Ethíopia imbastardito.
Ha vasto il capo e pargoletto il busto,
col difetto l’eccesso insieme unito.
Fanno quinci Erittonio, e quindi Atlante
un innesto di Nano, e di Gigante.

208.Gonfio sen, braccia lunghe, e cosce corte,
ispida barba, e peli irti e pungenti,
luci vermiglie e lagrimose e torte,
sguardi d’infausto e fiero foco ardenti,
fronte rugosa, oscure guance e smorte,
e sotto bianche labra ha biondi denti.
Armato poi le man d’acuto artiglio
ben mostra altrui, che di tal bestia è figlio.

209.Aggiunse di Natura a l’altre cose
ancor nova sciagura il caso istesso.
Quando del ventre fuor la madre espose
l’orribil peso, e si sconciò con esso,
dapoi ch’ebbe con strida aspre e rabbiose
da le viscere immonde il parto espresso,
accrebbero le serve e la nutrice
cumulo di miserie a l’infelice.

210.La balia ch’allevollo e l’aiutante
di recarglielo in braccio ebber piacere.
Raccapricciossi nel vedersi avante
quelle sembianze abominande e fiere,
svenne d’angoscia, e di terror tremante
le braccia aperse e sei lasciò cadere,
ond’ei portò da la materna poppa
un piè travolto, ed una gamba zoppa.

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211.L’avea con acque magiche e con versi
vólto la Fata in un donzel sí vago,
ch’a pena sotto il Sol potea vedersi
la piú leggiadra e signorile imago;
e seco in paggi altr’uomini conversi
parimente in virtú del licor mago,
pur de la stirpe sua gente minuta,
orribile, difforme, e disparuta.

212.Ch’arditamente ad Amathunta il piede
senza indugio volgesse (ella gli disse)
perché di Cipro ad acquistar la sede
cosa non troveria che l’impedisse,
e la palma, il trionfo, e la mercede
verrebbe a riportar de l’altrui risse:
ch’unita la beltá del mondo tutta
fora a lato a la sua per parer brutta.

213.Or qua venia, da lei sospinto, e tratto
da’ suoi propri desir leggieri e sciocchi.
Tre volte intorno intorno il contrafatto
torse caninamente il ceffo e gli occhi.
Di reverenza o di saluto in atto
non chinò fronte, e non piegò ginocchi,
ma per mezo lo stuol quivi raccolto
portò superbo il portamento e ’l volto.

214.Passa a l’altare, or ch’è coverto il Cucco
sott’altre penne, orgogliosetto in vista.
Veste di pelle d’indico Stembucco
colletto che di perle ha doppia lista,
di prezioso ed odorato succo
di muschio e d’ambracan temprata e mista.
Damaschina ha la storta al lato manco,
e dorato il pugnai da l’altro fianco.

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215.Vermiglio palandran vergato d’oro
gli cade al tergo, e ’l fregio è d’aurea trina,
e d’un tabi di simile lavoro
fatta è la calza, e frastagliata a spina.
Un cappelletto di sottil Castoro
porta, che pur la piuma ha purpurina;
e guernito le man d’Arabi guanti,
vien ninfeggiando, amoreggiando avanti.

216.Questa vana magia durò sol tanto
ch’ei piú da presso a la gran Dea comparve.
Ma giunto innanzi al simulacro santo,
si dileguár le mentitrici larve,
s’aprí la nube, si disfe’ l’incanto,
e la finta beltá ratto disparve:
ond’ancor negli astanti a l’improviso
si trasformò la meraviglia in riso.

217.Qual uom, che sotto maschera nascosto
inganna altrui con abito mendace,
altro che prima appar, poi c’ha deposto
de la non sua sembianza il vel fallace;
tal quel brutto omicciuol rimase tosto
che ne la sua tornò forma verace;
e Saliceo, che ’n stima era tra’ Vegli
del piú grave Censor, ne rise anch’egli.

218.Di quel collegio reverito e sagro
è questo Saliceo tra’ principali,
maninconico in vista, asciutto e magro,
ma sempre in bocca ha le facezie e i sali,
e punge con parlar mordace ed agro,
ma sono i motti suoi melati strali,
onde trafíge e gratamente uccide,
e fa rider altrui, se ben non ride.

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219.Poi che l’arco costui, secondo l’uso,
de la lingua piccante ebbe arrotato,
torse ghignando e sorridendo il muso,
e col gomito urtò chi gli era a lato.
— Or chi — dicea — non rimarrá confuso
in risguardar quest’atomo animato?
O quale Sfinge indovinar sapria
che qualitá di creatura ei sia?

220.Da qual nicchio sbucò di Flegetonte
un Granchio tal, cui par non fu mai scorto?
con qual Bertuccia si congiunse Bronte,
onde ne nacque un sí stupendo aborto?
Se l’arco avesse in man, la benda in fronte,
l’ali su ’l tergo, e ’l piè non fusse torto,
e’ mi parrebbe a le fattezze estrane
10 Dio d’Amor de’ Topi e de le Rane!

221.A le parti del corpo io non m’oppongo,
se noi guastasse alquanto il piedestallo;
e se fusse un sommesso almen piú longo,
per Ganimede io l’avrei tolto in fallo.
Sotto quel suo cappel somiglia un fongo,
al vestire, a la piuma un Pappagallo.
Sembra nel resto una Grottesca a gitto,
overo un Geroglifico d’Egitto.

222.Veramente a ragion biasmar non posso
sí gentil personaggio, e sí bel fante,
ché se la base è picciola al colosso,
11 torso è però grande e torreggiante;
e s’io ben miro, il naso ha cosí grosso
che ne staria fornito un Elefante,
ben che di schiatta elefantina un mostro
il dimostrino ancora il dente e ’l rostro.

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223.Donde derivi in lui tanta arroganza
veder non so, davante a si gran Nume.
Per aver di Vulcan la somiglianza
forse con Citherea tanto presume!
Ma dove manca la civil creanza,
la natura supplisce al vii costume,
poi che mentre traballa or alto, or basso,
suo malgrado s’inchina a ciascun passo.

224.Ma se col fasto eccede e con l’orgoglio
ogni proporzi’on di sua statura,
scusar lo deggio, e perdonar gli voglio,
ch’aver vuoisi riguardo a la figura,
in cui qual Pittor saggio in breve foglio
le sue grandezze impicciolí Natura.
S’egli ancor che si drizzi, è sí piccino,
or che farebbe inginocchiato e chino?

225.Abbiasi dunque mira a la corona,
pongasi doppia cura, e doppia mente,
perché, mentre fra gli altri or si tenzona,
non la rapisca il Semideo valente;
eh’essendo per cagion de la persona
poco men ch’invisibile a la gente,
se vorrá tòrla contro i sacri patti,
uopo non fia che fugga, o che s’appiatti. —

226.Per questo ragionar non si ritira,
anzi pur oltre il Paladin procede,
che se ben de la turba il riso mira,
de le vergogne sue nulla s’avede.
Ma quando altero a l’aureo cerchio aspira,
e di toccarlo e di levarlo ei crede,
trema in guisa l’altar, ch’altrui spaventa,
e la Dea folgorando un calcio aventa.

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227.Nel volto con tant’impeto battuto
fu dal piè de la statua il sozzo Nano,
che sossovra in un globo andò caduto
di grado in grado a rotolar nel piano.
Quel piacevol prodigio allor veduto,
sentissi il riso raddoppiar lontano.
Rimbombonne il teatro a voce piena,
e chiuse in atto comico la scena.

228.Levossi il Semican superbo e rio,
e del publico oltraggio al Ciel latrava.
De la rabbia paterna in fuor gli uscio
di bocca il fiel col sangue e con la bava;
e bestemmiando de l’alato Dio
la madre in vista minacciosa e brava,
contro la Maga iniqua e maledetta
giurò sovra il suo dente alta vendetta.

229.Or giunto al trono ove sedea Ciprigna,
col viso alzato, e col ginocchio chino,
disse Adon supplicante: — O Dea benigna,
per cui scalda il mio petto ardor divino,
s’hai virtú di placar stella maligna,
se pende dal tuo cenno il mio destino,
piácciati (prego) a questo servo indegno,
come donasti il cor, rendere il regno. —

230.Fu vista a quel parlar la Dea cortese,
quasi in sereno Ciel lampo di stella,
disserrar un sorriso, e ’ntanto stese
l’aurea corona, e l’adornò di quella.
Né cinta di bei raggi e fiamme accese
fu la fronte d’Apollo unqua sí bella,
o de le fronde del piú verde alloro,
com’apparve la sua fregiata d’oro.

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LA CORONA

38°

231.Mentre che tutti di conforme voto
son del reame ad investirlo intenti,
con popolar tumultuario moto
ecco nel tempio entrar calca di genti.
Antica Donna, e di sembiante noto
presa menan colá molti sergenti;
e giá grida ciascun, mentre s’appressa:
— Ecco Alinda, ecco Alinda, è certo dessa.

232.Alinda era costei, nutrice fida
di lei Ch’Adone ingenerato avea,
e del malvagio amor complice e guida
fu giá ne l’opra incestuosa e rea.
Ella fra tanti strazii e tante grida
mercé pregava, e l’ascoltar chiedea,
ond’a le turbe Astreo silenzio indisse:
allor sciolse la lingua, e cosí disse:

233.— Non bram’io no dal mio canuto crine
torcer la falce onde fia tronco in breve.
Principi, o che lontane, o che vicine
sien l’ore ultime mie, nulla m’è greve.
Venga omai pur (ch’è giá maturo) il fine
de’ pochi giorni che ’l destin mi deve.
Non vo’, di morte degna, e di catena,
scusar il fallo, o ricusar la pena.

234.Io di vietato amor nefande prede
trassi Mirra a rapir dal padre istesso.
A l’inganno amoroso ardir mi diede
pietá del suo languir; l’error confesso.
Ma se quando dal male il ben procede
suol perdonarsi ogni piú grave eccesso,
ben può d’effetto buon ministra ria
perdono meritar la colpa mia.

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235.Lunge dal patrio suol (cosí la punse
vergognoso timor) fuggi tremante;
né me da lei lungo camin disgiunse,
sempre del vago piè seguace errante.
Misera, in tronco alfin cangiata aggiunse
verdura ai boschi, e numero a le piante.
Ma dal gravido sen (com’al Ciel piacque)
sovr’ogni altro leggiadro un figlio nacque.

236.Nacque colá tra quelle piagge apriche
dove l’unico augel s’annida e pasce,
che ’ncenerite le sue piume antiche,
di sé padre ed erede, e more e nasce.
Al bel parto apprestar le Ninfe amiche
fiorita cuna, ed odorate fasce:
ch’ove il latte mancò, nutrito intanto
fu de le stille del materno pianto.

237.Stupor dirò, che l’altrui fede avanza:
sotto la poppa del sinistro lato
il bel corpo portò fuor d’ogni usanza
mirabilmente il fanciullin segnato.
D’una rosa vermiglia a la sembianza
purpurea macchia vi dipinse il fato,
quasi volesse pur la Dea d’Amore
del carattere suo stampargli il core.

238.Questi in Arabia vive, ove ancor io
ho menata fin qui vita selvaggia.
Ma come prima il vostro editto uscio
abbandonai quella deserta spiaggia,
e qua ne venni al mio terren natio,
perché ’n altrui l’elezzion non caggia.
Non dee giusta ragion di questa sede
tórre il proprio retaggio al vero erede. —

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239.Qui tacque, e Luciferno il fiero Scita,
cui lacerava il cor verme di rabbia,
de’ suoi scorni sdegnoso, e che rapita
tanta gloria di mano un Garzon gli abbia,
poi che d’Alinda ebbe l’istoria udita,
si trasse avante con enfiate labbia,
e sbarrando le braccia, alzò feroce
in questo suon la temeraria voce:

240.— Qual leggerezza, o qual furor v’aggira
voi che di dotti v’usurpate il nome?
e qual fuor di ragion ragion v’inspira
suppor sí frale appoggio a sí gran some?
De la follia, ch’a vaneggiar vi tira,
non v’accorgete omai canute chiome?
Forse interesse in voi corrompe onore?
o vi move lascivia a tanto errore?

241.Cosa dunque vi par degna di voi,
che sen porti costui sí fatta preda?
e che ’l premio negato a tanti Eroi
a fanciullo inesperto or si conceda?
Ben che, s’io guardo ai portamenti suoi,
piú tosto che fanciul, femina il creda.
Un, ch’agli abiti, agli atti, a la favella
con vergogna d’ogni uomo uomo s’appella.

242.Meglio saprá con quel suo bruno ciglio,
col biondo crin, con la purpurea guancia
l’armi adoprar di Venere e del figlio,
che regger scettro, o sostener bilancia.
Vie piú ne’ giochi de lo Dio vermiglio
tra tirsi ed edre, ove si tresca e ciancia,
con Satiri a scherzar vani e leggieri
atto sará, ch’a maneggiare imperi.

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243.Pettini e specchi imbelli e feminili
tratti, al subbio si volga, a l’ago, al fuso.
Tessa a suo senno pur, riccami e fili,
tal de’ suoi pari è Tesseremo e l’uso.
Stiasi pur tra donzelle inermi e vili
e del letto e del foco in guardia chiuso,
guardi i tetti domestici e le mura,
ma lasci altrui del governar la cura.

244.Potrá forse in voi tanto un volto osceno,
tanto fia che v’acciechi un desir folle,
ch’abbiate di voi stessi a dar il freno
a Rege inetto, effeminato e molle?
E voi gente viril, dentro il cui seno
nobil zelo di gloria avampa e bolle,
vi lascerete tòr senza contesa
quel che tanta costò fatica e spesa?

245.Che forze avrá questo Campion? che lena
da regger peso tal, che non trabocchi?
Tremerá, piangerá, se fia ch’a pena
un sol lampo d’acciar gli offenda gli occhi.
Torni la mente omai chiara e serena
si che stimul d’onor vi punga e tocchi,
facendo possessor di vostra terra
chi Torni in pace, e la difenda in guerra. —

246.Prima che Luciferno oltre seguisse,
strano prodigio e repentino avenne.
Quella statua d’Amor, che giá si disse,
lo strai, ch’avea su l’arco, a scoccar venne.
Volando il crudo strai, Tasta gli affisse
nel costato miglior fino a le penne.
Cadde, e giacque il meschin gelido e muto
frecciato il cor di passatoio acuto.

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247.Di stupor, di terror la gente resta
a si fiero spettacolo confusa.
Intanto a tutti Adon si manifesta
e de’ propri natali il vero accusa,
e per prova maggior sotto la vesta
scopre l’impression celata e chiusa,
dove l’ultima costa appresso al fianco
forma l’arco minor del lato manco.

248.E però che ’l Re morto avea giá fatto
palese a tutti il ricevuto scherno,
veggendogli il bel fior nel cor ritratto,
e nel viso gentil l’aere paterno,
tutto il Senato con sollenne patto
giurogli omaggio, e poselo al governo.
Sciolta è la Balia, e conosciuto il segno,
lo stringe, il bacia, e l’accompagna al regno.

249.Fu da Dorisbe e da la madre Argene
con dimostranze affettuose accolto;
e se ben, tronca a’ lor desir la spene,
non so se ’l cor si conformava al volto,
come del sangue al debito conviene,
nascondendo il livor, l’onorár molto.
Venne Sidonio, e con aperte braccia
corse a scontrarlo, ed a baciarlo in faccia.

250.Smarrito da l’insolito accidente
di Corte ogni Baron gli s’avicina.
Folto il popol concorre, e reverente
a salutarlo Re ciascun s’inchina.
D’oricalchi e di bossi ecco si sente
musica Barbaresca e Saracina.
Straccian l’aria le trombe a mille a mille,
ed assordano il ciel timpani e squille.

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251.Falcato carro, e nobilmente instrutto,
perché dal Tempio al regio albergo ei torni,
vien da sei coppie innanzi al Re condutto
di ben guemiti e candidi Alicorni.
Lavorato è d’avorio, ed ha per tutto
d’azurro e d’oro i suoi fogliaggi adorni,
e ’n su quattr’archi eccelsi e trionfali
spiega l’insegne de’ trofei reali.

252.De l’istessa materia, e de l’istesso
lavor tra l’aurea poppa e ’l bel timone,
in guisa pur di tribunale, è messo
seggio, che braccia e branche ha di Leone.
Qui con suoi primi Ufficiali appresso
sotto un gran pallio d’or s’asside Adone.
Presso, ma non del pari innanzi al piede
Astreo con quattro Satrapi gli siede.

253.L’aurea corona tien su gli aurei crini,
ma però ch’a portar troppo gli pesa,
duo fanciulletti in forma d’Amorini,
d’oro e d’ostro piumati, in man l’han presa,
e da tergo eminenti, a lui vicini
gliela tengono in fronte alto sospesa.
Cosi pian pian tra la reai famiglia
dritto al mastro Palagio il camin piglia.

254.Primi van gli scudier, costor seconda
di Paggi e Camerieri ordin d’onore.
Il carro poi la Baronia circonda,
dov’ha de’ maggior Duci accolto il fiore.
Schiera dietro ne vien lieta e gioconda
di danzatrici Vergini e canore.
Altre ne stanno in su balconi e logge
grandinando di fior purpuree piogge.

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255.I ministri del Re, ch’a piè gli stanno,
di passo in passo in fra le turbe liete
da la prodiga man spargendo vanno
in segno di letizia auree monete.
E tanta forza ha in sé l’oro Tiranno,
tanto può di guadagno avida sete,
che la plebe a raccòrlo intenta e fissa
cangia la festa in strepitosa rissa.

256.Con si fatto apparato in gioia e ’n riso
a la gran reggia arriva il Re novello.
Poggia su l’alta sala, e quivi assiso
straniero attende e messaggier drappello.
Cipro, ben ch’or da l’isola diviso
sia ’l continente, era giá unita a quello;
c nove regni avea seco ristretti,
ch’ancor son per tributo a lei soggetti.

257.Nove son dunque ad onorarlo presti
di nove regni Ambasciadori accolti,
per lunga barba e lungo manto onesti,
e di crespi turbanti il capo avolti.
A baciargli la man ne vengon questi,
pongon le destre al petto, a terra i volti.
Ei gli raccoglie, e innanzi a sé per dritto
seder gli fa sovra origlier d’Egitto

258.L’ambasciata ad espor preser costoro,
e i doni in un de’ tributarii Regi;
cose di cui nel sen non ha tesoro
l’Antartico Nettun, che piú si pregi.
Havvi gran padiglion di seta e d’oro,
sparso di varie cacce e vari fregi.
D’istorie v’ha tapezzaria reale,
arazzi da guernir camere e sale.

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259.Cinquanta ai Cigni di candor simili
destrier, che d’oro han paramenti e selle,
vengon condotti a man vaghi e gentili
da vie piú che carbon nere donzelle.
Robusti schiavi in su le terga umili
portan d’argento ancor gran conche e belle,
dov’è molt’oro accumulato e molto
in medaglie battuto, e ’n verghe accolto.

260.Poi da credenza un barbaro apparecchio
di bei vasi di smalto ecco ne viene,
e v’ha tra lor del piú purgato e vecchio
balsamo Orientai molt’urne piene.
Non di cristallo no segue uno specchio
sí grande ch’a fatica altri il sostiene,
ma d’un intero e limpido zaffiro
e di turchina ha la cornice e ’l giro.

261.Duo preziosi anelli; in un si chiude
la nobil pietra che resiste al foco,
onde chi l’ha (ben che voraci e crude)
prende le fiamme e le faville a gioco.
L’altro gemma contien di tal virtude
c’ha di tosco maligno a temer poco,
perché sentendo il rio velen che nóce,
ferve, e s’infiamma sí, che ’l dito coce.

262.Un orluol di ricche gemme adorno,
che quasi viva ed animata mole,
col numero e col suon l’ore del giorno
segnar non pur mirabilmente suole,
ma con le rote sue si volge intorno
come volgonsi in Ciel le stelle e ’l Sole.
Girali le sfere, e di fin or costrutti
movonsi del Zodiaco i mostri tutti.

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263.Temperato in Damasco, obliquo e corto
stocco vien poi, c’ha di rubino ardente
le guardie e ’l pome, e di diaspro torto
sotto manico d’oro else lucente.
Gravi di perle, a cui l’Occaso o l’Orto
non vede eguali, ha cintola e pendente.
Di diamante il puntale, e smeraldina
d’un verd’osso di pesce è la vagina.

264.Questi i presenti fur, ch’a la presenza
del bell’Adon fur presentati allora.
Data egli ai messi alfin grata licenza,
si ritrasse in disparte a far dimora.
Ma la madre d’Amor, che viver senza
l’anima sua non può contenta un’ora,
tosto de’ bianchi augelli in su le penne
tacita e sola a visitarlo venne.

265.Poi che piú volte l’accoglienze nove
partí col vago suo la Dea vezzosa,
perch’era astretta in breve a girne altrove,
ed era del suo ben troppo gelosa,
seco pensò di ricondurlo dove
l’ebbe pur dianzi in chiusa parte ascosa,
onde lasciando Astreo regger sua vece,
a l’usato giardin tornar lo fece.

266.Fu Barrin condannato a giusta pena,
ma perché tanta e si sollenne festa
di gaudii tutta e d’allegrezze piena
conturbar non devea cosa funesta,
bastò ch’avesse al piè ferrea catena,
s’aver non valse aurea corona in testa.
Bastò che ’n cambio del supplicio estremo
trono un banco gli fusse, e scettro un remo.

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267.Giá scintillando in compagnia d’Arturo
Hespero uscía de la magion dorata,
e giá l’argento suo candido e puro
fuor de l’ombre traea la Dea gelata.
Steso in terra la Notte il velo oscuro,
aperse in Ciel serenitá stellata;
e diviso un sol foco in piú faville,
spense una luce, e ne raccese mille:

268.quando nel letto, ove i primieri ardori
sfogár giá de’ desir caldi e vivaci,
colombeggiando i duo lascivi cori
si raccolser tra lor con baci e baci.
La bella Dea de’ vezzi e degli amori
intesse a l’amor suo nodi tenaci,
e da’ begli occhi con sospiri ardenti
gli rasciuga le lagrime cadenti.

269.Pasce il digiun de l’avido desire
sovra le piume immobilmente assisa,
che ’l piacer del mirarlo, e quel martire
di dever fra poche ore irne divisa,
le va con tanto duol l’alma a ferire,
e ’l piú vivo del cor le tocca in guisa,
che fuor di sé dubbiosa e sbigottita
non sa prender partito a la partita.

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