Adone/Canto XII

Canto XII

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Canto XII Canto XIII

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ALLEGORIA

Dalla Gelosia, che va col suo veleno ad infettare il cor di Marte nel colmo de’ maggior trionfi, si conosce che niun petto per forte che sia, ed in qualsivoglia stato, può resistere alla violenza di questa rabbia. Dal Cagnolino, che lusinga e guida Adone, si discopre l’affetto verso le cose terrene, da cui si lascia l’uomo assai sovente trasportare alla traccia de’ beni temporali, ombreggiati nella Cerva dalle corna d’oro. Il Serpente guardiano del passo, cangiato dalla Maga in sì fatta forma, dimostra il misero stato di chi cerca l’occasioni del peccare, per la qual cosa perdendo l’umana effigie, ch’è ritratto della divina somiglianza, vien condannato a vivere bestialmente nelle tenebre come cieco. Nel Giardino della Fata de’ tesori, tutto piantato d’oro, e seminato di gemme, ci viene espressa la commodità delle ricchezze, che son di notabile importanza a conseguir le lascivie. Falsirena travagliata da due contrari pensieri, vuol dinotarci l’anima umana, agitata quindi dalla tentazione dell’oggetto piacevole, e quinci dal rispetto dell’onesto. Le due donzelle che la consigliano, ci figurano la ragionevole, e la concupiscibile, che ci persuadono quella il bene, e questa il male. [p. 4 modifica]

ARGOMENTO

Da la Tartarea sua caverna oscura
la Gelosia pestifera si parte;
e mentre col suo tosco infuria Marte,
Adon sen fugge, e trova alta ventura.

1.O di buon genitor figlia crudele,
che ’l proprio padre ingratamente uccidi,
e le dolcezze altrui spargi di fiele,
e le gioie d’Amor rivolgi in stridi.
Infame Scilla, ch’a spiegar le vele
sol per lor danno, i naviganti affidi.
Sfinge arrabbiata, abominanda Arpia,
per cui virtú si perde, onor s’oblia.

2.Spaventevol Medusa, empia Medea,
che l’senso impetri, e la ragione incanti.
Circe malvagia, iniqua Maga e rea,
possente in belve a trasformar gli amanti.
Qual piú mai da l’Abisso uscir potea
infelice cagion de’ nostri pianti?
Cruda ministra di cordogli e pene,
propizia al male, ed aversaria al bene.

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3.Ombra ai dolci pensier sempre molesta,
cura ai lieti riposi aspra nemica,
del sereno del cor turbo e tempesta,
del giardino d’Amor loglio ed ortica.
Gel, per cui secco in fiore il frutto resta,
falce che ’n su ’l granir tronchi la spica,
rigido giogo, ed importuno morso,
che ne sforzi a cadere a mezo il corso.

4.Acuto spron, che stimulando affligi,
putrido verme, che rodendo ammorbi,
sferza mortai, che l’anime trafigi,
vorace mar, che le speranze assorbi,
nebbia, che carca di vapori Stigi
rendi i piú chiari ingegni oscuri ed orbi,
velo, che de la mente offuschi i raggi,
sogno de’ desti, e frenesia de’ saggi;

5.qual ria Megera, o scelerato Mostro,
ti manda a noi da’ regni oscuri e tristi?
Vattene vanne a quell’orribil chiostro,
onde rigore a’ tuoi veleni acquisti.
Non piú contaminar lo stato nostro,
torna torna a Cocito, onde partisti;
ch’aver dove ben s’ama in nobil petto
non può basso timor lungo ricetto.

6.Ma nel misero ancor mondo perduto
non so se si gran peste entrar ardisca,
e negli alberghi suoi l’istesso Fiuto
non ti voglia, cred’io, ma t’aborrisca:
perché teme al tuo ghiaccio il Re temuto
non forse il regno eterno incenerisca,
o la fiamma, ch’ognor dolce il tormenta
per Proserpina sua, non resti spenta.

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7.Giace del freddo Tanai in su le sponde
lá ne la Scithia una foresta negra.
Non di fior, non di pomi, e non di fronde
spoglia mai veste in alcun tempo allegra,
ma fulminate piante. Alpi infeconde
peggior la fan ch’Acrocerauno o Fiegra.
D’aure in vece e d’augelli han le sue sterpi
pianti di Gufi, e sibili di Serpi.

8.L’infausto noce e di nocente tosco
consperso il tasso e ’l funeral cipresso
rendon quel sempre al Sol nemico bosco
con le pallide chiome ispido e spesso.
Per entro il sen caliginoso e fosco
d’ogni intricato suo calle e recesso
marciscon l’ombre, e l’aria è densa e nera
quasi meno che notte, e piú che sera.

9.Van per burroni cavernosi e cupi,
per balzi inaccessibili ed inculti,
per erme sempre e solitarie rupi,
o popolate sol d’aspri virgulti,
Draghi a tutt’ore immansueti e Lupi
sotto tenebre eterne errando occulti.
Piangono i fonti, e ’n flebile concento
sospira e spira ancor spavento il vento.

10.Quivi col piede antico una grand ’elee
al monte il manco lato apre e scoscende,
nel cui spiraglio di pungente selce
s’incurva un arco che ruina e pende,
lá ’ve turato d’edera e di felce
precipitoso baratro si fende,
del cui lavor, róso dagli anni e scabro,
il caso sol fu l’architetto e ’l fabro.

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11.Ne le viscere cave ignoto speco
rifiuta il Sole e fugge i suoi splendori.
Muti qui sempre, e quasi in career cieco,
tacciono i mesti e desolati orrori.
Raro fra lor s’ascolta accento d’Eco,
troppo rigidi alberghi a’ suoi dolori.
Se la chiaman talor Tigri o Leoni,
son le risposte sue fulmini e tuoni.

12.Oltre cosí nel sotterraneo sasso
con profonda voragine s’interna
che va l’estremo del confin piú basso
a terminar ne la palude inferna;
onde si crede che sia quindi il passo
del Rege oscuro a l’infima caverna,
e che colei che l’abita, sovente
conversi ancor con la sepolta gente.

13.I latrati di Cerbero custode
scaccian da la contrada armenti e greggi.
Pianger de l’alme ree la turba s’ode
di Radamanto a le severe leggi.
S’odon gli angui fischiar, batter le code
de l’empie Erinni entro i Tartarei seggi,
e si sente bollir nel proprio fonte
il gorgoglio di Stige, e d’Acheronte.

14.Tra queste solitudini s’imbosca
non so s’io deggia dir femina o Fera.
Alcun non è che Tesser suo conosca,
o ne sappia ritrar l’effigie vera;
e pur ciascun col suo veleno attosca,
si ritrova per tutto, ed è Chimera:
un fantasma sofistico ed astratto,
un animai difforme e contrafatto.

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15.D’antica Donna ha la sembianza e ’l nome,
squallida, estenuata, e macilenta.
Le mostruose e scompigliate chiome
tutte son serpi, ond’ogni cor spaventa.
Dipse, anfisbene, e dragoncelli oh come
inasprano il dolor che la tormenta,
ceneri, chelidri, ed ondeggiando al tergo
colman di doppio orror Torrido albergo.

16.Fronte ha severa, né giá mai rischiara
sotto il concavo ciglio il guardo torto.
Guance spolpate, e le rincrespa ed ara
di spessi solchi arido labro e smorto.
Versa un assenzio da la bocca amara
ch’amareggia ogni gioia, ogni conforto.
Da la fetida gola un fiato l’esce
che pestilenza a l’acre oscuro accresce.

17.Come Giano ha duo volti, ed apre e gira
cento lumi quali Argo e piangon tutti,
sguardi di Basilisco, e dove mira
fa gli umani piacer languir distrutti.
D’Aspido ha la virtú, ch’a pena spira
ch’appesta il core e cangia i risi in lutti.
Di Cervo il capo e la natura e Tatto,
che si rivolge indietro a tratto a tratto.

18.Tolse le parolette a la fé greca,
la lingua mentitrice a la bugia.
È il suo veder, come veder di cieca,
un vano imaginar di fantasia.
Tende l’orecchie a chi novelle arreca,
ed ha pié di ladron, passi di spia.
D’Alchimista il color pallido e mesto,
e i dolori del parto in ogni gesto.

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19.Piú veloce che folgore o che strale,
dovunque il cieco Arcier soggiorna o regna
col pensier vola; ha nel pensier miirale,
e mille strane machine disegna.
Per trar da l’altrui bene il proprio male,
secrete cifre interpretar s’ingegna.
Corre dietro al periglio, e sa che ’n breve
quel che segue, e che brama, uccider deve.

20.L’occhio aguzza per tutto, e move il piede
tacita a l’ombra, e sconosciuta al Sole.
Si riduce a temer ciò che non vede,
e studia a procacciar ciò che non vòle.
Non men che ’l vero, il falso afferma e crede,
cercando quel che di trovar le dole;
e sta sempre sí dubbia e sospettosa,
che la notte non dorme, il dí non posa.

21.Un rospo ha in bocca, ed un pestifer angue
su la poppa sinistra il cor le sugge.
Giá mai non ride, a l’altrui rider langue,
e ciò che non è doglia, aborre e fugge.
Cosí sempre dolente, e sempre essangue,
per distrugger Amor, se stessa strugge.
Tra foco e ghiaccio si consuma e pasce,
vivendo more, e nel morir rinasce.

22.Piagne, freme, vaneggia, e trema e pavé,
l’Universo conturba ed avelena,
e ’n sé di buono insomma altro non have
ch’esser flagello a se medesma, e pena.
Ne l’antro istesso, entro ristesse cave
vive altra gente ancor d’affanni piena:
squadra di morbi, e legíon di mali,
suoi perpetui compagni e commensali.

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IO

LA FUGA

23.Va il cieco Error per l’aria cieca a volo,
spiando il tutto vigila il Sospetto,
sta in disparte il Pensier tacito e solo
con gli occhi bassi e con la barba al petto,
l’unghie si rode, e ’l proprio cor per duolo
l’Invidia in divorar sfoga il dispetto,
e di nascosto con occulte frodi
10 Scandalo fellon semina chiodi.

24.L’Odio con lingua amara e labro sozzo
di sputar fiele ad or ad or non cessa.
La Desperazion si stringe il gozzo
con una fune, e si sospende ad essa.
La Follia trae de’ sassi, e dentro un pozzo
ratto a precipitar corre se stessa.
Bestemmia il Pentimento, e per angoscia
si percotc con man la destra coscia.

25.La Miseria sospira a tutte l’ore,
rotta la gonna, e lacera il mantello.
Tiene il Travaglio un avoltoio al core,
una lima inquieta, ed un martello.
Trangugia coloquintida il Dolore,
e bee cicuta, aconito, e napello.
11 Pianto in su la man la guancia appoggia,
e stilla i lumi in lagrimosa pioggia.

26.Questa de l’empia Vecchia è la famiglia,
di lei ben degna, a lei conforme anch’ella.
Da l’Herebo la rea l’origin piglia,
de l’Eumenidi Dee quarta sorella.
Del Tiranno de l’alme antica figlia,
nacque col mondo, e Gelosia s’appella.
Non so come tal nome avesse in sorte,
devendosi chiamar piú tosto Morte.

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27.Levò costei da la magion profonda
al Ciel la fronte livida e maligna.
Sbiecò le luci, ove di tosco immonda
luce fiammeggia torbida e sanguigna,
e la vita mirò lieta e gioconda
che ’n braccio al caro Adon traea Ciprigna:
né cotanta in altrui quiete e pace
fu senza rabbia a tollerar capace.

28.Giá si risolve, al bel seren celeste
passando, abbandonar l’eterna notte.
D’un cilicio di spine il corpo veste,
e vola fuor de le solinghe grotte.
Di spine il manto ha le sue fila inteste,
ma le fibbie e i botton son bisce e botte.
Di tai fregi laggiú per lor diletto
sòglionla ornar Thesifone ed Aletto.

29.Tosto che fuor de la spelonca oscura
usci quel sozzo vomito d’inferno,
sentirò i fiori intorno e la verdura
fiati di peste, ed aliti d’Averno.
Poría col ciglio instupidir Natura,
inorridire il bel Pianeta eterno,
intorbidar le stelle e gli elementi,
se non gliel ricoprissero i serpenti.

30.I vaghi augelli in dolci versi e lieti
i lor semplici amori a sfogar usi,
fér pausa al canto, e sbigottiti e cheti
volár tra’ rami piú nascosti e chiusi.
I destrieri d’Apollo in grembo a Theti
per tema ombrosi, e di terror confusi,
tuffaro il capo, e se n’andár fuggendo
la brutta vista de l’oggetto orrendo.

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31.Fu per sottrarsi, e vacillando torse
gli omeri Atlante, al suo celeste pondo,
sí che fu Giove di cadérne in forse,
e tutto minacciò ruina il mondo.
Protheo a celarsi con sua greggia corse
nel cupo sen de l’Ocean profondo;
né con l’umide figlie impaurite
uscir degli antri suoi vòlse Anfitrite.

32.Lá sotto l’Arto il mostro il passo move
vèr l’albergo de l’Orse e de’ Trioni,
dove gli algori e le pruine, e dove
fan perpetua battaglia i nembi e i tuoni,
e fiocca il Ciel sempr’adirato, e piove
a lo spesso ruggir degli Aquiloni,
né spoglia il Verno mai, né giá mai rompe
le sue di smalto adamantine pompe.

33.Mentre la regi’on malvagia e trista,
che di piogge e di ghiacci è tutta greve,
trascorre, ecco dal ciel discender mista
gran tempesta di grandine e di neve.
Strillano gli aspi, e forza il tosco acquista,
ed ella alto piacer di ciò riceve,
perché molto conforme è la freddura
a la sua fredda e gelida natura.

34.Tra due montagne discoscese ed erte,
dove il Sol di passar non ha possanza,
cinta di selve sterili e deserte
trova di Marte la spietata stanza.
Da le fatiche in guerreggiar sofferte
quivi ha talor di ritirarsi usanza,
e scinto il brando crudo e sanguinoso,
dopo molti sudor prender riposo.

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35.Di gran lastre di ferro ha tutti onusti
la fiera casa e pavimento e tetto.
L’alte colonne e gli archi suoi robusti
tutti di ferro son sodo e perfetto.
Ferro son de’ balconi i baiausti,
ogni loggia, ogni palco è ferro schietto,
e mostran pur di ferro usci e pareti
sculte l’imprese del gran Re de’ Geti.

36.Stanno nel colmo de la vòlta appese,
e ’n guisa di trofei sotto le travi,
vote spoglie di genti uccise e prese,
tavole rotte d’espugnate navi,
adusti merli di cittati accese,
porte abbattute e gran catene e chiavi,
tende, stendardi, e mille insegne e mille
d’osti disfatte, e di distrutte ville.

37.Havvi ancor vari arnesi e vari ordigni,
timpani audaci e bellicose trombe,
mazze, pali, troncon, stocchi sanguigni,
balestre, archi, zagaglie, e dardi e trombe,
corde, rote, roncigli, azze e macigni,
e granate volanti e palle e bombe,
scale, gatti, arieti, e quanto in terra
guerriero adopra, o può servire a guerra.

38.Non era l’empia Dea giunta a la Corte,
quando udí di Iontan batter la cassa.
L’aria s’offusca, e cresce assai piú forte
il temporal che gli arbori fracassa.
Ed ecco aprir le strepitose porte,
ecco lo Dio, che fulminando passa.
Tremando il monte e ’l pian, l’onda e la riva
dan segno altrui che ’l gran Campione arriva.

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39.Come qualor de’ suoi ministri alati
i vagabondi esserciti insolenti
scatena fuor con procellosi fiati
il crudo Re che tiranneggia i vènti,
spoglia le selve, disonora i prati,
scaccia i pastor, disordina gli armenti,
ed ingombrando il ciel di nembi foschi
saccheggia i monti, e discapeglia i boschi:

40.cosí, mentre il crudel scorre l’arene,
geme il lido Biston, Strimone stride,
e fa per tutto intorno, ovunque viene,
mormorar le minacce, e le disfide.
Trema la terra istessa che ’l sostiene:
s’apron le nevi, e l’onda si divide:
e come passi o la saetta, o il foco,
ogn’intoppo gli cede e gli dá loco.

41.De’ popoli che dòmi avea con l’armi
la pompa trionfai traea quel giorno,
e da’ vinti Geloni e da’ Biarmi
al suo Tracio terren facea ritorno.
Le sue vittorie in gloriosi carmi
iva la Fama promulgando intorno,
e piangendo seguian querule schiere
di genti incatenate e prigioniere.

42.Sovra un tronco di lancia il braccio appoggia,
fuma la chioma, il fianco anela e suda.
Bellona dietro gli sostiene a foggia
di fidato scudier la spada ignuda,
che gocciolante di sanguigna pioggia
fulmina l’aria d’una luce cruda.
Il Terror suo valletto in su la testa
l’elmo gli assetta, e del cimier la cresta.

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43.Lampeggia sangue, e d’un pallore oscuro
tinto lo scudo, smisurata mole,
vibra balen, che torbido ed impuro
le stelle attrista e discolora il Sole.
Guernito il busto ha pur di ferro duro,
e preme il carro in cui combatter suole;
e duo corsieri e duo, legati al paro,
tirano il carro, ch’è di terso acciaro.

44.Viensene accompagnato il fiero Auriga
da trombe infauste e da funeste squille.
Macchia il suolo in passando, e sparge e riga
tutto il sentier di sanguinose stille.
Rossa vie piú che fiamma è la quadriga,
e da le nari ognor spira faville,
e pieno il carro tutto è di sculture
animate di nobili figure.

45.Opre ancor non seguite, istorie e cose
non avenute, e di non nate genti,
ch’or sono in quest’etá le piú famose,
èranvi incise allor, come presenti.
E l’indovino Artefice vi pose
note assai note, e ben intesi accenti,
che scritti conteneano i nomi eterni
de’ maggior Duci antichi, e de’ moderni.

46.Non so in qual sacro fonte immerse il labro,
o in qual libro divin gli annali lesse,
si che ’l fato precorse il dotto fabro
quando il futuro in vivo intaglio espresse.
Imprese varie nel metallo scabro
molt’anni pria che fussero successe
finte avea con tant’arte e magistero,
che gli occhi dubitavano del vero.

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LA FUGA

47.Havvi Alessandro, che d’allòr la chioma
circonda intorno, e Cesare e Pompeo,
ed Annibái, che l’Alpi espugna e doma,
e Scipio che gli toglie ogni trofeo,
Muzio, Orazio, Marcello, e qual mai Roma
celebra Eroe piú chiaro, o Semideo;
indi i piú degni de’ piú degni inchiostri
Capitani e Guerrier de’ tempi nostri.

48.Enrico il grande in prima èwi scolpito,
che da fanciul s’avezza a’ gravi incarchi,
e ’n ben cento giornate a pugna uscito,
sempre palme n’ottiene, e statue, ed archi.
V’è Carlo Emanuel non meno ardito,
che non è Rege ed emula i Monarchi:
solo in guerra possente a sostenere
pria le Galliche forze, e poi I’Ibere.

49.V’è il Farnese Alessandro, il qual di Gigli
fregia l’insegna, e pur i Gigli assale,
né tra’ suoi piú pregiati antichi figli
può ’l Tebro annoverarne un altro tale.
Far poi Durenza e Lisara vermigli
con fortuna al valor scòrgesi eguale
Francesco Bona, il Marescial di Francia,
de la gloria Francese e scudo, e lancia.

50.Animoso Garzon poscia si vede
a le Tartare squadre il petto opporre,
e le sbaraglia: ed ha tai lettre al piede,
«Gismondo invitto, il Transilvano Hettorre».
Segue un Eroe che la Cesarea sede
difende al Turco e l’Ungheria soccorre,
e «’l gran Giovanni Medici» di sotto,
«Novo Achille d’Hetruria», espone il motto.

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51.Sculto v’è di Liguria anco un Marchese,
cui l’Ambrosia e la Spina il nome diero;
e ’n ferir forte, in addolcir cortese,
ben l’opre al nome suo conforma invero.
Emulo a l’alte ed onorate imprese,
di Belgia a fronte ha un inclito Guerriero.
«Maurizio * il breve dice, «illustre in guerra,
Hercol del Rheno, e Marte de la terra».

52.V’era dopo costoro un Giovinetto
piú d’ogni altro feroce e ’n vista umano,
ma sbozzato dal mastro, ed imperfetto,
che data non gli avea l’ultima mano.
Parea davante a quel reale aspetto
tremar il mondo e rimbombar lontano;
e mille avea dintorno ombre e disegni
d’osti sconfitte, e d’acquistati regni.

53.A piè gli stava il vigilante augello,
c’ha purpureo cimier, dorati sproni,
e parea publicando un Sol novello
i Draghi spaventar, non che i Leoni.
V’avea poscia il fatidico scarpello
accennate da lunge altre azzioni,
non ben distinte ancor, né terminate,
secondo che crescendo iva l’etate.

54.Vedeasi ancor, che lo scultor volea
il nome di costui far manifesto,
ma perch’acerbi in lui gli anni scorgea,
il principio n’espresse, e tacque il resto.
Lodo sol senza piú scritto v’avea,
e stimò che bastar dovesse questo,
che quando a dir di lui lingua si snodi
nominar non si può, che non si lodi.

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55.Innanzi al carro e d’ognintorno vanno
turbe perverse e di sembiante estrano.
L’altero Orgoglio, il traditore Inganno,
rOmicidio crudel, lo Sdegno insano,
l’Insidia, che ’l coltello ha sotto il panno,
e la Discordia con due spade in mano,
il Furor cieco, il Rischio desperato,
il Timor vile, e l’Impeto sfrenato.

56.La Stizza v’ha, che di dispetto arrabbia,
l’Ira vi sta, che batte dente a dente,
la Vendetta si morde ambe le labbia
ed ha verde la guancia e l’occhio ardente,
la Crudeltá d’imporporar la sabbia
gode del sangue de l’uccisa gente,
e fra strazii, e dolori, e pianti, e strida
rota la falce sua Morte omicida.

57.Tremò la Furia a quella vista e n’ebbe,
pentita del suo ardir, tema ed orrore,
e tant’oltre venuta esser le ’ncrebbe,
ché per natura ha paventoso il core,
e ’ndietro ritornar quasi vorrebbe:
ché ’nsomma altro non è, se non timore.
Pur ripreso coraggio, audace e pronta
tra’ suoi trionfi il forte Duce affronta.

58.Quella Larva in mirando orrida e pazza
del carro ogni destrier s’arretra e sbuffa:
e ’l crin, che quinci e quindi erra e svolazza,
s’erge lor sovra il collo e si rabbuffa.
Ma ne l’entrar de la tremenda piazza
il vincitor d’ogni dubbiosa zuffa
gli affiena, e volge in lei qual face o dardo
pien di bravura e spaventoso il guardo.

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59.— La tua Diva, il tuo ben, quella che ’ntatta
sol per te — gli diss’ella — arder s’infinge,
eccola lá, che ’ndegna preda è fatta
d’un selvaggio Garzon, che ’n sen la stringe;
d’un, ch’a pena sostien l’arco che tratta:
guarda a che bassi amori Amor la spinge!;
e quando in braccio a lui talor s’asside,
de’ tuoi vani furor seco si ride. —

60.Tacque, e crollò, poi che cosí gli disse,
l’empie ceraste onde fea selva al crine,
ed al Signor de le sanguigne risse
il fianco punse di secrete spine.
Poi nel core una vipera gli affisse
de le chiome mordaci e serpentine,
e ferito che l’ebbe, in un momento
si sciolse in ombra, e si disperse in vento.

61.Come con sua virtú sottile e lenta,
c’ha vigor di velen, rigor di ghiaccio,
s’a l’ésca la torpedine s’aventa
toccando l’amo, e penetrando il laccio,
scorre ratto a la canna, ed addormenta
del Pescatore assiderato il braccio:
e mentre per le vene al cor trapassa,
tutto immobile e freddo il corpo lassa:

62.cosí la Furia col suo tosco orrendo
di gelido stupor Marte consperse,
lo qual di fibra in fibra andò serpendo,
e ’n profondo martír l’alma sommerse,
sí ch’ogni senso, ogni color perdendo
lasciò di man le redine caderse:
né da l’assalto di quel colpo crudo
valse punto a schermirlo usbergo o scudo.

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LA FUGA

Ma quel rabbioso e rigoroso gelo
giá giá fiamma diviene a poco a poco,
onde l’abitator del quinto Cielo
sembra da vènti essercitato foco.

Passato il cor di velenoso telo,
vendicarsi desia, né trova loco.

Quell’astio omai superbo ed iracondo
non cape il petto, e lui non cape il mondo.

D’un tenace sudore è tutto molle,
fosca nebbia infernal gli occhi gli abbaglia,
e soffia, e smania, e di dolor vien folle,
tal passion l’afiíige, e lo travaglia.

Fatto è il suo sen, che gela insieme e bolle,
campo mortai di piú crudel battaglia,
e per le nari a un punto e per le labbia
gitta fumi d’orror, schiume di rabbia.

La noderosa e formidabil asta
c’ha ne la destra, allor contorce e scote,
rovere immensa, e si pesante e vasta
che nessun altro Dio mover la potè.

Poi dal seggio elevato a cui sovrasta
lunge la scaglia, e i nuvoli percote.

Guizza per l’aure il grave tronco e fugge,
ne rimbomba la terra, e ’l Ciel ne mugge.

L’Hemo al bombo risponde, e l’Atho insieme
con orribil romor tutto risona.

Il Rhodope vicin n’ulula e geme,
e ’l nevoso Pangeo ne trema e tuona.

Si scote l’Hebro da le corna estreme
la canicie del gel che l’incorona,
e con le brume, onde sovente agghiaccia,
lega a l’Istro il timor Tumide braccia.

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67.Rompe le nubi e i turbini disserra
l’antenna folgorante e sanguinosa,
mari e monti travalca, ed ira e guerra
porta vibrata da la man crucciosa,
e vola a Cipro, e si conficca in terra,
onde ne piagne l’Isola amorosa,
e con chioma sfrondata e volto essangue
la rosa e ’l mirto impallidisce e langue.

68.Torse il carro ferrato, e ’n vista oscura
a quella volta il Nume altier si mosse.
Toccò i cavalli, e de la sferza dura
sentir fé* loro i fischi e le percosse.
Volge le luci si che fa paura,
di foco e sangue orribilmente rosse.
Al lume infausto de’ maligni lampi
pèrdono il verde i boschi, il fiore i campi.

69.Con quel furor, con quel fragor ne venne
bombii Dio degli elmi e de le spade,
con cui dal Ciel, su le vermiglie penne
vigorando se stesso, il fólgor cade,
qualor da la prigion, che chiuso il tenne,
fugge, e serpendo per oblique strade,
con tre denti di foco in rauco suono
sbrana le nubi, e fa scoppiarne il tuono.

70.Udí del mostro dispietato e fiero
Amor l’inique e temerarie voci,
e vide nel terribile Guerriero
minacciosi sembianti, e sguardi atroci,
onde del militar carro leggiero
precorrer vòlse i corridor veloci,
e spiegò tosto dal gelato polo
la bella madre ad avisarne il volo.

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71.Tremando, ansando, ed anelando arriva,
e ben mostra il timor la faccia smorta:
e con voce interrotta e semiviva
del duro caso la novella porta.
La stupefatta e sbigottita Diva
oh come allor si turba e si sconforta,
ed or vòlta a l’amico, ed or al figlio,
non sa ne’ dubbi suoi prender consiglio.

72.Non con tanto spavento in fragil pino
spinto da Borea iniquo in mar turbato
il nocchier di Sicilia ode vicino
de la Cagna del Faro il fier latrato,
con quanto Citherea del suo divino
Guerrier di ferro e di disdegno armato
teme la furia e la possanza immensa:
e mille scuse e miU’astuzie pensa.

73.Pensa alfin ricorrendo a le menzogne
d’un’audacia sfacciata armar la fronte,
e spera con lusinghe e con rampogne,
tutte in lui riversar le colpe e l’onte.
Ma per meglio celar le sue vergogne,
e le scuse aiutar, che son giá pronte,
dando pur loco a quel furore stolto,
non vuol, che ’l Vago suo seco sia còlto.

74.Chiama Adone in disparte, e lagrimando
l’essorta a declinar l’ira di quella,
quella, che posta ogni pietate in bando,
governa il quinto Ciel, barbara stella.
Il Giovinetto attonito tremando
ne le spalle si stringe, e non favella,
e per sottrarsi agl’impeti di Marte
al partir s’apparecchia, e pur non parte.

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75.Pallido piú che marmo, e freddo e muto,
mentre ch’apre la bocca, e parlar vòle,
in quella guisa che talor veduto
da la Lupa nel bosco il Pastor suole,
come spirito e senso abbia perduto,
gli muoion ne la lingua le parole,
ed è sí oppresso dal dolor che l’ange,
ch’ai pianger de la Dea punto non piange.

76.— Or prendi — ella gli dice —, eccoti questo
cerchietto d’or, che tien due destre unite,
in segno che de l’alme il caro innesto
sciòr non si può, sciolgansi pur le vite.
Ricco è il lavor, ma vie piú vale il resto
per sue virtú mirabili inudite.
Ponlo al dito del cor, né mai lasciarlo,
che non possa per fraude altri involarlo.

77.Giova agl’incanti, incontr’a lui non hanno
malie possanza, o magiche fatture.
Né poco util ti ha per qualch’inganno
nel corso de le tue varie aventure.
Mentre teco l’avrai, nulla potranno
nocerti i neri Dei de l’ombre oscure;
né la fede e l’amor, che mi giurasti,
cosa sará ch’a violar mai basti.

78.Di piú la gemma, ch’è legata in esso,
è d’un diamante prezioso e fino.
Quasi picciolo specchio, ivi commesso
fu da Mercurio artefice divino.
Qualor colá fia che t’affisi, espresso
il mio volto vedrai, come vicino.
Saprai come mi porto, e con cui sono,
dove sto, ciò che fo, ciò che ragiono.

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79.Non è picciol conforto al mal che sente
da l’amata bellezza un cor lontano,
aver almen i’imagine presente,
ch’Amor scolpita in esso ha di sua mano.
Qui vo’ pregarti a rimirar sovente,
ché non vi mirerai (credimi) invano.
Qui meco ognor ne’ duri essilii tuoi
e consigliare, e consolar ti puoi.

80.Vanne, non aspettar che cagion sia
l’indugio tuo del mio perpetuo pianto.
Ritrátti in salvo per occulta via
fin che questo furor si sfoghi alquanto;
né dubitar che l’assistenza mia
non t’accompagni in ogni parte intanto.
Un Nume tutelar d’ogni arte instrutto
invisibil custode avrai per tutto. —

81.Sospirando a minuto, e ’n su ’l bel volto
filando a stilla a stilla argento puro,
la prega Adon, poi che ’l bel dono ha tolto,
di vera fé ne l’ultimo scongiuro.
Ella, che ’n braccio ancor sei tiene accolto,
risponde che di ciò viva securo;
ond’egli alfin con cinque baci e sei
prese congedo, e si spedí da lei.

82.Vener di Giove il nunzio allor dimanda
tra mill’aspri pensier tutta sospesa,
e de l’anima sua gli raccomanda
e lo scampo, e la cura, e la difesa,
pregandol quanto può, mentre che ’l manda
spia fidata e secreta a questa impresa,
che ’n ogni rischio il suo intelletto astuto
gli sia saldo riparo, e fido aiuto.

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83.Promette il saggio Egizzio, indi si parte,
ed a tant’opra apparecchiando vassi.
Ella ciò fatto, al furiar di Marte,
ch’a lei rivolge impetuoso i passi,
con gli occhi molli e con le trecce sparte
su la soglia de l’uscio incontro fassi,
e va dolente e lusinghiera avante
al suo feroce e furibondo amante.

84.Sí come il mar per Zefiro che torna,
giá da Borea commosso, si tranquilla,
o come umilia l’orgogliose corna
fiamma, se larga mano umor vi stilla,
cosí a que’ vezzi, ond’ella il viso adorna,
ed a que’ pianti, ov’entro amor sfavilla,
giá Gradivo si placa, e vinto a forza
l’ira depone, e l’alterigia ammorza.

55.Ella asciugando con pietosi gesti
degli occhi molli il liquido cristallo,
— Che strani modi di venir son questi,
carco — dicea — di sangue, e di metallo?
Ben ti conosco, incredulo, credesti
con qualche drudo mio trovarmi in fallo,
poi che con atti si sdegnosi e schivi
inaspettato e repentino arrivi.

56.Sí sí gli è vero. Io mi tenea pur ora
(pur or partissi) un Garzon vago in grembo.
Come giá fece a Cefalo l’Aurora,
l’ascosí dianzi in nubiloso nembo.
Che dico? io mento, anzi l’ho meco ancora,
tra le falde il ricopro, e sotto il lembo.
Aprimi il petto, e cerca il cor nel centro
(forse noi credi?) — il troverai lá dentro.

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87.In che miseri ceppi, oimè, ristretta
m’ha queU’amor che teco mi congiunge!
ch’io deggia ad ogni dubbio esser soggetta,
che ti move a volar cosí da lunge.
Né la mia lealtá candida e netta
di men gelosi stimuli ti punge
che s’una mi fuss’io, non dico Dea,
meretrice vulgar, femina rea.

88.Alcun’altra ha da te gioia e diletto,
altra con scherzi e con sorrisi abbracci.
Quando a me vien’, divien poi campo il letto,
m’atterrisci con gli occhi e mi minacci.
Né con piú torvo o piú severo aspetto
i piú fieri nemici in guerra cacci
di quel che fai talor chi non t’offende:
la tua fcdcl, ch’a compiacerti intende.

89.Con qual pegno or piú deggio, o con qual prova
de la mia fede assecurar costui,
quando Tessermi ancor nulla mi giova
tolta al mio sposo, e soggiogata a lui?
Crudel, fia dunque ver che non ti mova
piú l’amor mio che la perfidia altrui?
Fia ver, che ’n te piú possa un van sospetto
di quel che pur con man tocchi in effetto?

90.Io credo, e giurerei, che quanta bruma
la tua Thracia ricetta, il cor t’agghiaccia.
E pur, tanto è l’amor che mi consuma,
malgrado mio t’accolgo in queste braccia.
Deh s’egual nel tuo petto ardor s’alluma,
e s’egual nodo l’anima t’allaccia,
come può farlo ognor tepido e lento
ogni foglia che ’n aria agita il vento?

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91.Pur il mio zoppo e povero marito
di contentarmi almen mostra desio:
e rozo, qualqual siasi, e malpolito,
pende in ogni atto suo dal cenno mio;
e quantunque da me poco gradito,
pur non ricuserá, se ’l comand’io,
ne le fornaci in Mongibello accese
a te medesmo edificar l’arnese.

92.E tu, per cui schernita ir mi conviene
con infamia immortai fra gli altri Dei,
sol intento a recanni affanni e pene,
nulla curi giá mai gli oltraggi miei,
anzi vèr me con l’odio entro le vene
rigido sempre ed implacabil sei:
onde, ben che d’Amor sia genitrice,
tra le felicitá vivo infelice. —

93.Con tai lamenti lo garrisce e sgrida
la baldanzosa adultera sagace,
onde il meschin, che crede a cieca guida,
tutto confuso la rimira, e tace.
A pena d’acquetarla si confida,
né gli par poco se n’ottien la pace:
ed ha per grazia alfin, quantunque accorto,
chiamarsi ingrato, e confessare il torto.

94.Cosí qualor piú furioso il piede
move ringhiando, e di superbia pieno,
Unicorno selvaggio, a pena vede
Vergine bella che le mostra il seno,
che de’ suoi spirti indomiti le cede
dimesso in tutto e mansueto il freno:
lascia l’orgoglio, ed a lambir si piega
la bella man che l’imprigiona e lega.

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95.Intanto Adon, ch’errante e fuggitivo
sen va piangendo e tapinando intorno,
lunge da la sua vita a pena vivo
non cessa di vagar tutto quel giorno,
e di riposo e di conforto schivo,
di cibo non gli cal, né di soggiorno.
In duo begli occhi è il nido suo, né cura,
fuor la dolce membranza, altra pastura.

96.Teme se stesso, e di se stesso l’ombra
al suo proprio timore anco è molesta.
Ad ogni sterpo che ’l sentiero ingombra,
volgesi, e ’l moto immantenente arresta.
Quasi destrier, che spaventato adombra,
s’ode picciol romor per la foresta,
se tronco il calle gli attraversa, o sasso,
Marte sei crede, e risospcnde il passo.

97.Giá del Sol cominciavano i cavalli
verso Ponente ad abbassar le fronti,
e d’ognintorno ad occupar le valli
giá giá l’ombre maggior cadean da’ monti.
Tra quegli orrori al romper de’ cristalli
s’udia piú alto il lagrimar de’ fonti,
e succedean ne’ lor silenzii muti
i rauchi grilli agli augelletti arguti.

98.Querule ad or ad or voci interrotte
sparger con essi a prova Adon si sente,
quai suol di Primavera a meza notte
formar tra’ rami il rossignuol dolente.
L’abitatrice de l’opache grotte,
ch’invisibile altrui parla sovente,
mentr’ei si lagna addolorato e geme,
replica per pietá le note estreme.

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99.Ma poi che per lo Ciel la bruna benda,
che vela il dí, la notte umida stese,
e tutta risonar la selva orrenda
d’urli ferini il Giovinetto intese,
qual uom che strane visioni attenda,
tacque, e doppio spavento il cor gli prese.
Non sa dove si vada, o quel che faccia:
d’amor avanipa, e di timore agghiaccia.

100.Giunto ove tra duo colli è piú riposta
la spessura del bosco, e piú profonda,
e versa il monte da la rotta costa
gorgo di pura vena in limpid’onda,
lo sconsolato al fonticel s’accosta,
e ’l fianco adagia in su la fresca sponda.
Quivi abbattuto da la doglia acerba
si fa tetto del Ciel, letto de l’erba.

101.Cosí tra quelle macchie erme ed oscure,
di selvaggi abitanti orride case,
soletto, se non sol de le sue cure,
de’ suoi tormenti in compagnia rimase.
Vinselo alfin pur la stanchezza, e pure
ai languid’occhi il sonno persuase,
e malgrado del duol, poi ch’egli giacque,
addormentossi al mormorar de Tacque.

102.Non prima si svegliò, che mattutino
giá iusse Apollo in su ’l bel carro assiso,
e dato avesse giá del Sol vicino
l’augel nunzio del dí l’ultimo aviso,
del Sol, che ’n oro omai vólto il rubino,
avea mezo da Tonde alzato il viso,
e da la luce sua percosse e sgombre
facea svenir le stelle, e svanir l’ombre.

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103.Le palpebre disserra al novo lume,
né sa dove drizzar l’orme raminghe.
Ode i vaghi augellin batter le piume,
e col canto addolcir l’ombre solinghe.
Vede rincrespar Tonde al picciol fiume
l’aura, ch’alletta altrui con sue lusinghe,
e degli arbori i rami agita e piega,
e le cime de’ fior lega e dislega.

104.Lasso, ma quel ch’altrui diletta e giova,
accresce al mesto cor pianto novello,
onde, poi che refugio altro non trova,
si mette a contemplar l’Idol suo bello;
e mentre gli occhi d’ingannar fa prova
col virtuoso ed efficace anello,
per la selva non lunge ascolta intorno
stridula rimbombar voce di corno.

105.Vien dopo ’l suon, che par che i veltri a caccia
chiamando irriti, una Cervetta estrana,
che stanca, e come pur gli abbia a la traccia,
anelando ricovra a la fontana:
ma visto Adon, gli salta entro le braccia,
né sapendo formar favella umana,
con gli occhi almen, con gli atti, e co’ muggiti
prega che la difenda, e che l’aiti.

106.Non crederò, tra le piú vaghe Fere
Fera mai piú gentil trovar si possa.
Brune le ciglia, e le pupille ha nere,
bianca la spoglia, e qualche macchia rossa.
Ma piú ch’altro mirabili a vedere
son de la fronte in lei le lucid’ossa.
Son tutti i rami de le coma grandi
del piú fin or che l’Oriente mandi.

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107.Xel tempo istesso bello oltra i piú belli
ecco apparire un Cagnolin minuto.
Sparge prolissi infino a terra i velli,
sovr’armellino candido e canuto.
Son di seta le fila, e ’n crespi anelli
vagamente si torce il pel ricciuto.
Spezzato in cima il naso, e gli occhi allegri,
piú che mai Moro, ha rilucenti e negri.

108.Radon l’orecchie il suol lunghe e cadenti,
e sospesi vi tien duo fiocchi d’oro,
onde di qua di lá brilli pendenti
gli tanno intorno un tremolio sonoro.
Cérchiagli il collo di rubini ardenti
monil ch’eccede ogni mortai lavoro,
dove sculto di smalti un breve porta:
“ D’ogni lieta ventura io son la scorta

109.Ed ecco a un punto in su ’l medesmo prato
Cacciatrice leggiadra uscire in fretta.
Ha l’arco in spalla, ha la faretra a lato,
e ne le man la lassa e la saetta.
Su le terga si sparge il crin dorato,
e le pende dal collo la cornetta;
e vie piú verde che d’Autunno foglia,
sparsa di fiori d’or, veste la spoglia.

110.— To’ to’ Perricco mio! To’ to’ — ben alto
chiamando a nome il picciol Can, dicea,
tuttavia rincorandolo a l’assalto
contro la Cerva che seguita avea.
Ella in grembo al Garzon giá preso il salto,
con gemiti e sospir pietá chiedea;
ed ei, perché non fusse o morta o presa,
ogni sforzo adoprava in sua difesa.

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111.— Tu non fai cortesia, qualunque sei —
fortemente gridando ella veniva. —
Impedir caccia publica non dèi,
né negar la sua preda a chi l’arriva.
Giusto non è, che de’ travagli miei
altri il frutto si goda, io ne sia priva.
Di vedermi usurpar non ben sopporto
quel che tanto ho sudato, a sí gran torto.

112.Confuso a quelle voci Adon rimane,
che sa ben che la Cerva è a lei devuta;
ma s’egli pur del pargoletto Cane
non la sottragge al dente, e non l’aiuta,
di commetter s’avisa opre inumane,
poi ch’a salvarsi è nel suo sen venuta;
onde la Ninfa altera e peregrina
con questi preghi a supplicar s’inchina;

113.— Ninfa (se Ninfa pur sei de la selva,
ché piú tosto del Ciel Diva ti credo)
di qualunqu’altra qui Fera s’inselva
senz’altra lite ogni ragion ti cedo.
Di questa sol si mansueta belva
la vita in dono, e in un perdon ti chiedo,
s’a la rabbia canina oso di tórre
un vezzoso animai, ch’a me ricorre.

114.Incrudelir ne’ semplici innocenti
non conviensi a beltá celeste e santa.
Vive pietá ne le divine menti,
né di gloria maggior Giove si vanta.
Ben, s’in me fien giá mai forze possenti
a compensarti di mercé cotanta,
potrai del mio voler, come ti piace,
sempre dispor. — Cosi le parla, e tace.

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115.Quand’ella gli occhi in que’ begli occhi affisa,
che fan la Dea d’Amor d’amor languire,
si sente il cor subitamente in guisa
tutto d’alta dolcezza intenerire,
che stupida, e da sé quasi divisa,
piú oltre di parlar non prende ardire;
ma poi ch’alfin dal suo stupor si scote,
accompagna un sorriso a queste note:

116.— De la preda il trofeo (non so se ’l sai)
è del buon Cacciator la cura prima.
Vie piú l’onor, vie piú ’l diletto assai
d’una rustica spoglia ei pregia e stima,
che qualunqu’altro ben possa giá mai
d’ogni eccelsa grandezza alzarlo in cima.
De la caccia però, ch’oggi qui vedi,
l’importanza è maggior che tu non credi.

117.Questa, il cui scampo curi, umana Fera
è tal, ch’altra non n’ha valle o pendice.
De la Fata de l’oro è messaggiera,
si che ’l suo possessor può far felice.
Da chi dietro le va fugge leggiera,
d’ogni occulto tesoro esploratrice.
Muta le corna sue due volte il giorno,
e cento libre d’or pesa ogni corno.

118.Morir non può, perch’immortale è nata,
ma ben ha chi la prende alta fortuna.
Non è pertanto (se non vuol la Fata)
chi la sappia pigliar sotto la Luna.
Onde di te (cred’io) piú fortunata
créatura mortai non vive alcuna,
poi che non sol da te non si diparte,
ma di proprio voler viene a cercarte.

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119.Se le Fere innamori a tuo talento,
qual fia cosa giá mai ch’altri ti neghi?
In grazia tua sua libertá consento,
cedo d’un tanto intercessore ai preghi.
Con un tuo sguardo sol, con un accento
ogni core imprigioni, ogni alma leghi;
onde vinta da te, qual io mi sono,
tutta me stessa e quanto è in me ti dono.

120.Né da le stelle (il ver convien ch’io dica)
l’origin piglio, né dal Ciel discendo.
Driade son io, che cittadina antica
di questo bosco, a seguir Fere intendo,
áia ben che sia de l’aspre cacce amica,
con gli uomini talor piacer mi prendo.
Silvania ho nome, e ’n ruvida corteccia
traggo inospita vita e boschereccia.

121.Non pensar tu, che ne’ silvestri spirti
cortesia pur non regni, e gentilezza.
Non siam noi senza core, anzi vo* dirti
eh’anco fra i rozi tronchi amor s’apprezza.
Aman le palme, aman gli allori e i mirti,
e conoscono ancor ciò ch’è bellezza;
né vive in pianta, né germoglia in piaggia,
priva di questo senso, alma selvaggia.

122.Il contracambio poi, che mi prometti,
vo’ che senza indugiar mi sia concesso,
áia (come in prova mostreran gli effetti)
fia l’util tuo, fia ’l tuo guadagno istesso.
Vo’ che la mia Reina entro i suoi tetti
ti piaccia visitar, ch’è qui da presso;
né pur la Cerva ch’è si bella in vista,
ma ’l Cane ancor avrai, che la conquista.

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123.Non lunge alberga, ancor ch’altrui coverta
sia la strada, e non trita, ond’a lei vassi.
Ma se tu meco vien’, son piú che certa,
non perderai del tuo viaggio i passi.
Ti ha la porta del Palagio aperta,
dove la Dea de le delizie stassi,
che d’Iasio è sorella e di Mammone,
di Proserpina figlia, e di Plutone.

124.Quant’oro involge tra le pallid’onde
il Gange, che levar vede il Sol primo,
quanto di prezioso il Tago asconde
per entro il letto suo palustre ed imo,
a lei perviene. A lei le Ninfe bionde
filan de l’Hermo in stami il ricco limo.
A lei del bel Pattolo entro le vene
sudan mill’altre a crivellar barene.

125.Prodigo ognor suo dritto offre a costei
il Sangario, ove Mida ebbe a lavarsi.
Lidia, Frigia, Cilicia, Hircania a lei
cumulan solo i Ior tesori sparsi.
1 Pannoni, i Fenici, e gli Eritrei
de le ricchezze lor non le son scarsi.
L’auree Molucche, e Manzanara, e Norte
ebbe dal Ciel di dominare in sorte.

126.Il gran Nettuno e la cerulea moglie
tesorieri le sono e tributari,
e quanto in grembo l’Oceano accoglie
mandano a lei da’ piú remoti mari;
e quante merci estrane e quante spoglie
furano ai gran naufragi i flutti avari,
tutte son poi per vie chiuse e celate
dai Folletti de Tacque a lei recate.

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127.Oltre l’avere, ond’ella abonda tanto
ch’ogni voglia può far contenta e paga;
oltre il saver, per cui riporta il vanto
de la piú dotta e piú famosa Maga,
vedrai beltá di cui non mira in quanto
circonda il Sol la piú leggiadra e vaga:
beltá che con colei contende e giostra
ch’adora per sua Dea l’Isola nostra.

128.Falsirena s’appella: ed è ben tale
che non le manca ogni perfetta cosa,
se non che ’l fasto in lei tanto prevale,
che non la scaldò mai fiamma amorosa.
Non cura amante ch’ai suo merto eguale
degno non sia di sí pregiata sposa;
né trovando di sé suggetto degno,
non vuole a basso amor piegar l’ingegno.

129.Vero è, ch’ell’ha per l’arti sue previsto
ch’amar pur dee; non so se ’n ciò s’inganni.
Amerá pur, ma non con altro acquisto
che di rabbiosi e desperati affanni.
Quindi per evitar fato si tristo,
si dispose solinga a menar gli anni.
Quindi escluder da sé sempre le piacque
ogni commercio. — E qui Silvania tacque.

130.Dal desio di veder ciò che ’l destino
porti di novo il Giovane invaghito,
de la Ninfa gentil, del Cagnolino,
che gli mostran la via, segue l’invito.
Il Cane adulator prende il camino
per l’ampia valle agevole e spedito,
e declinando il calle erto ed alpestro,
sceglie sempre in andando il piano e ’l destro.

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131.Del vago animaletto ammira e loda
Adon la strana e barbara ricchezza.
Quei gli saltella intorno, e come goda
ambizioso pur di sua bellezza,
con la lingua festiva e con la coda
lusinghevole il lecca e l’accarezza.
Erge in alto le zampe, e non mordaci
co’ lascivi latrati alterna i baci.

132.Per ombroso sentier ne vanno insieme
traversando la selva e la campagna
fin colá dove a le radici estreme
si termina il vallon d’una montagna;
né dal fanciul, che pur alquanto teme,
si dilunga la guida, o la compagna.
Quivi a piè d’un gran noce ella s’arresta,
ch’è un’arbor sola, e sembra una foresta.

133.Grande è la pianta, ed oltre l’esser grande,
ciò che d’ogni stupor trascende i modi
è che ne’ rami che dintorno spande
son d’oro i frutti ben massicci e sodi.
Ma quattro vaghe Arciere ha da le bande,
che sempre notte e di ne son custodi,
e vestite ed armate a l’uso istesso
de la scorta d’Adon, le stanno appresso.

134.Adon le dimandò chi fusser quelle,
ch’erano del bel tronco in guardia messe;
s’eran Dee di quel loco, o pur Donzelle,
e chi lor poste in tal ufficio avesse.
Dimandò se di lei fusser sorelle,
poi ch’avean l’armi e le fattezze istesse.
Cenno l’altra a le Ninfe, indi a le cose
dimandate da lui cosí rispose:

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135.— Egli si trova una natura a parte,
ch’è tra ’l semplice spirto e Tuoni composto,
però ch’ir non si può da parte a parte
senza il debito lor mezo interposto.
L’uno è sempre immortale in ogni parte,
l’altro il corpo a la morte ha sottoposto.
Il terzo, che non è questo né quello,
fa in sé d’entrambo un imeneo novello.

136.Quasi mezane dunque in fra gli estremi
vòlse Giove crear queste fatture,
onde sí come degli Dei supremi
gli uomini son quaggiú vive figure,
questi del divin stato in parte scemi
son degli uomini ancor vere pitture,
e come loro imagini e ritratti,
si somigliano ad essi in tutti gii atti.

137.Han corpo sí, ma piú sottile e raro
che ’l vostro, e nulla o poco ha del terreno.
Non è sí lieve nube in aèr chiaro
ch’ei non sia denso e solido assai meno.
Col vento va di leggerezza al paro,
apparisce e sparisce in un baleno,
né visibil giá mai si rende agli occhi,
se non quand’egli vuol, ben che si tocchi.

138.Per esser dunque la materia in essi
grossa non giá, ma dilicata e pura,
non fan lor resistenza i corpi spessi:
ogni cosa lor cede, ancor che dura.
Tonno senza lasciarvi i segni impressi
falsar le porte e penetrar le mura,
come fólgore suol, che quando scende
la vagina non tocca, e ’l ferro offende.

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139.La mistura però, di cui son fatti,
d’ogni accidente e passion capace,
a differenza degli spirti astratti,
a l’alterazi’oni anco soggiace.
Ad infermarsi, anzi a morir son atti,
poi ch’ogni misto si corrompe e sface;
ma perché piú perfetta è la sostanza,
molto di vita il viver vostro avanza.

140.Una sol qualitá non si conforma
vosco, né par ch’a Tesser vostro arrivi:
che l’uom di corpo e d’anima s’informa,
ma questi in tutto d’anima son privi;
onde se ben per la piú nobil forma
restan di voi piú lungamente vivi,
essendo sol corporei e spiritali,
nascono corrottibili e mortali.

141.* Nascon ’ diss’io, perché com’han communi
con l’uomo in tutto e le parole e i gesti,
com’han ne le freddure e ne’ digiuni
(quai tal corpo richiede) e cibi e vesti,
quantunque negli affar loro oportuni
sien piú pronti e vivaci, agili e presti,
cosí non è di generar lor tolto,
e del consorzio uman godono molto.

142.Hanno anco il sonno e la vigilia, ed hanno,
providi a l’opre, i naturali instinti,
e com’api o formiche, in ordin vanno
non senza industria a le fatiche accinti.
La notte e ’l giorno, e le stagion de Tanno,
e tutti i tempi han come voi distinti.
Aman la luce e le lumiere belle
del Sole, e de la Luna, e de le stelle.

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143.Partecipano assai degli elementi,
e piú di quello ov’hanno albergo e loco.
Com’amano il terren talpe e serpenti,
come pirauste e salamandre il foco,
come son l’aure molli e Tacque algenti
de’ pesci e degli augei trastullo e gioco,
cosí sono a costor care e gioconde
la terra, e Taria, e le faville, e Tonde.

144.Abita alcun di lor l’eterea sfera,
altri la regi’on sottoceleste,
altri fonte, ruscel, lago o riviera,
altri rupi, vallee, boschi e foreste.
Tutte de la selvaggia ultima schiera
son le Ninfe che vedi, ed io con queste;
ed a ciascuna un’arbore è commessa,
quasi del vivo legno anima istessa.

145.V’ha Fauni e Lari e Satiri e Sileni,
tutti han fronte cornuta e piè caprigno.
Siam noi pur, come lor, Numi terreni,
ma di sesso men rozo e piú benigno.
Ingombran l’altre ad altre piante i seni,
io qui con queste in questo tronco alligno,
e per legge di Fato e di Natura
de le noci a me sacre ho sempre cura. —

146.Tacque, e le Ninfe del frondoso monte
verso Adone affrettando il piè veloce,
cortesemente gli chinár la fronte,
affabilmente il salutare a voce.
Poi lo guidare ufficiose e pronte
con mille ossequii a l’ammirabil noce;
e lasciato lo strai, deposto l’arco,
gli aprirò il passo, e gli spedirò il varco.

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147.Repente allor de l’arbore ch’io dissi
crepò la scorza e ’l vóto ceppo aperse.
Tutta per mezo (oh meraviglia) aprissi,
ed a la coppia il cavo ventre offerse.
Quindi per una via che ’nvèr gli Abissi
scender parea, Silvania il piè converse,
e passando a le viscere piú basse
de la buccia capace, Adon vi trasse.

148.Entra, ed ha seco il precursor Foriero,
quel che tanto gli mostra amore e fede,
io dico il Cagnolin che giá primiero
trovò posando in quella selva il piede.
Questo per disusato ermo sentiero
non l’abbandona mai, sempre il precede;
e chiuso il tronco, ei che ’l camino intende,
per una scala a chiocciola discende.

149.Per mille obliqui e tortuosi giri
serpendo senza termine la scala,
e senza che di ciel raggio si miri,
tra profonde ruine in giú si cala.
Sente Adon, quasi greve aura che spiri,
ad ora ad ora alcun vapor ch’essala,
e sussurrando scotersi sotterra
i vènti che ’l gran monte in grembo serra.

150.Un’ora e piú per l’alta gola angusta
di quel gran labirinto andaro al basso,
fin che trovár concavitá vetusta,
dove a scarpelli era tagliato il sasso.
A quella buca, omai dagli anni frusta,
sempre al buio e tenton drizzaro il passo,
e ne le foci lor spicciar da’ monti
videro in vivi gorghi i fiumi e i fonti.

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151.Vider per tutto in congelate gocce
pender masse di vetro e di cristallo,
e fuso fuor de le forate rocce
in varie vene spargersi il metallo,
quanto ne purgan poi coppelle e bocce,
nero, livido, rosso, e bianco e giallo,
e giallo e verde ancor, vermiglio e perso
in ciascun minerai color diverso.

152.Tra quelle spesse e condensate stille,
e quelle zolle a piú color dipinte,
vedeansi sparse mille pietre e mille
di varia luce colorate e tinte,
ch’a guisa pur di tremule scintille,
o di fiaccole fioche e quasi estinte,
intorno e per la vòlta e per le mura
faceano balenar la notte oscura

153.Tosto ch’Adon de la calata alpestra,
giunto a l’ultimo grado, il fondo tocca,
passa, dietro a colei ch’è sua maestra,
de la cieca caverna entro la bocca;
quando sente scrosciar da la man destra
gran fiume, che con impeto trabocca;
ed ecco rimbombar l’atre spelonche
d’un orribil romor, come di conche.

154.Di quelle gemme, che per l’antro ombroso
lampeggiando facean l’aria men nera,
ed affisse nel sasso aperto e róso
illustrava!! la grotta e la riviera,
il barlume indistinto e tenebroso
gli servi di lucerna, e di lumiera,
e vide a gola aperta un Crocodilo,
di cui forse maggior non nutre il Nilo.

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155.Vennegli incontro, e cominciò parole
minacciose a formar d’uman linguaggio.
— Taci bestia malvagia, odiosa al Sole,
non impedir nostro fatai passaggio.
Cosi vuol chi quaggiú può quanto vòle —
disse Silvania, e seguitò ’l viaggio.
Fuggí la Fera ubbidiente, e tacque,
e ritomossi ad appiattar ne Tacque.

156.— Uom fu giá questi, or è Dragon — soggiunse —,
apprendan da lui senno i piú discreti.
Soverchia audacia follemente il punse
de la Fata a spiar gli alti secreti.
Fusse caso o sciocchezza, un giorno ei giunse
contro gl’invToIabili divieti
lá dov’ella talor suol per diletto
cangiar la spoglia, e variar l’aspetto.

157.Videla a punto allor che per vaghezza
di provar qual natura hanno i serpenti,
forma di serpe a Timmortal bellezza
dava con incantate acque possenti.
Ella è sí spesso a trasformarsi avezza,
che non vo’ che tu fugga o che paventi,
s’avien mai che t’appaia in altre membra:
che non è però tal, se bene il sembra.

158.In mal punto costui videla a punto
quando prendea la serpentina imago,
né tutto il corpo avea bagnato ed unto,
ch’era ancor mezo Donna, e mezo Drago.
Sdegnosa, come prima il vide giunto,
il volto gli spruzzò del licor mago,
«Stolto» dicendo «i premi tuoi sien questi,
vanne, e narra (se puoi) ciò che vedesti».

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159.Poi ch’a tai detti lo scaglioso manto
gli copri d’ognintorno il tergo e ’l seno,
rimase, astretto da perpetuo incanto,
a guardar questo guado ond’io ti meno. —
Disse, e de l’antro Adone uscito intanto,
giunse in paese oltre gli ameni ameno,
e trovò piú ridente e piú giocondo
novo Ciel, nova terra, e novo mondo.

160.Ghirlandato di pergole costrutte
di viti e d’uve un gran Giardin s’inquadra.
Quattro vie dritte a dritto fil condutte
con trecciere di cedri in doppia squadra,
vanno un sferico spazio a ferir tutte,
e di se stesse a far croce leggiadra.
Ai seggi, che coronano il bel cerchio,
fa vago padiglion verde coverchio.

161.In mezzo a questo spazio, e sotto questa
cupula ombrosa, che di fronde è densa,
dodici Grifi d’or reggono in testa
di cristallo di rocca un’urna immensa,
che ’n larga pioggia a guisa di tempesta
Tacque a la conca inferior dispensa.
D’alabastro è la conca, e forma un stagno
che de la bella Fata è fonte e bagno.

162.Quel fonte è il centro, onde la linea piglia
ciascuna de le vie che dianzi ho detto,
tal che la vista è bella a meraviglia
e scopre di lontan qualunque oggetto.
Circonda il bel Giardin ben quattro miglia,
e ’n ciascun capo è un bel Palagio eretto,
e i Palagi non son di rozi sassi,
ma tutti di diaspri e di baiassi.

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163.Cristalline son Tacque, auree l’arene,
smalto le sponde, i lor canali argento,
e dove Tonda a dilagar si viene
fan grosse perle ai margini ornamento.
Gli orti in vece di fior le siepi han piene
di cento gemme peregrine e cento,
e sempre verdi al freddo e fresche al caldo
l’erbe e le fronde lor son di smeraldo.

164.La rosa le sue foglie ha tuttequante
fatte di puro Orientai rubino,
il bianco giglio d’indico diamante,
di lucido carneo l’ha il gelsomino,
di zaffir la viola, e fiammeggiante
il bel giacinto è di giacinto fino,
di topazio il papavere si smalta,
e di schietto crisolito la calta.

165.Non so poscia in qual guisa o per qual via
fassi il duro metallo abile al culto,
o di Natura o d’Arte industria sia,
o miraeoi del Cielo al mondo occulto.
L’oro ne’ campi genera e si cria,
pullula in sterpo e germina in virgulto,
e fondando radici, alzando bronchi
vegeta a poco a poco, e cresce in tronchi.

166.In quel terren, che forse è piú ferace
e vie piú ch’altro di miniere abonda,
de le stelle e del Sol vie piú efficace
passa la forza e la virtú feconda,
sí che la gleba fertile e vivace
si nutrisce, s’abbarbica, e s’infronda,
e di tanto splendor veste il suo stelo,
che può quasi abbagliar gli occhi del Cielo.

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167.Pompa non vista e non creduta altrove,
veder sorger da terra i bei rampolli,
e tra ricchi cespugli in verghe nove
folgorar gli arboscei teneri e molli.
Or mentre Adon sotterra i passi move,
Amor, i cui desir non son satolli,
bramoso a pien di vendicar l’offesa
apparecchia nov’armi a nova impresa.

168.È ver ch’a Citherea recò l’aviso
del sospetto di Marte e de lo sdegno,
acciò ch’Adon non ne restasse ucciso,
ch’unica luce e gloria è del suo regno.
Ma vuol, perché da lei viva diviso,
machinargli tra via qualche ritegno;
onde fin colaggiú, dov’egli intende
starsi la Fata, a saettarla scende.

169.Stava a seder la Fata inculta e scalza,
quando Adon sovragiunse, a piè del fonte,
ché per uso non pria dal letto s’alza
che sia ben alto il Sol su l’Orizonte.
Con la fresc’onda, che dal vaso sbalza,
tergesi gli occhi, e lavasi la fronte,
e ’l fonte istesso, ch’è fatale e sacro,
le serve in un di specchio, e di lavacro.

170.La gonna, ch’era ancor disciolta e scinta,
i bei membri copria senz’alcun manto.
Di broccato e di raso era distinta,
d’alto a basso inquartata in ogni canto.
Quello di verde brun la trama ha tinta,
questo nel rancio porporeggia alquanto.
Intorno a l’orlo un triplicato lregio,
aspro di gemme e d’or, l’aggiunge pregio.

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171.Trovò, ch’aJIor a punto avea disfatta
la trecciatura del bel crine aurato,
e con l’avorio de la mano intatta
pur d’avorio movea rastro dentato.
Piovon perle da l’oro, e mentre il tratta,
semina di ricchezze il verde prato.
Mentre i biondi capei pettina e terge,
tutto di gemme il suol vicino asperge.

172.Giuntole appresso Adone, il piè ritenne
reverente a mirar tanta beltate,
e ne trasse un sospir: ché gli sovenne
d’esser lontan da le bellezze amate.
Falsirena gentil contro gli venne
con accoglienze sí gioconde e grate,
che parea dire al portamento, al viso:
«Cosi si fan gl’inchini in Paradiso».

173.Non fu fratanto Amor, che stava al varco,
a córre il tempo o trascurato o tardo,
ma pose allor su l’infallibil arco
de’ piú pungenti e trafittivi un dardo.
L’averlo teso, e poi scoccato e scarco
fu solo un punto, al balenar d’un guardo:
onde la bella ammaliata Maga
senza sentir il colpo ebbe la piaga.

174.Tosto ch’ella in Adon fermò le ciglia,
pria ferita che vista esser s’accorse.
Stupor, timor, vergogna e meraviglia
la tenner dubbia, e de la vita in forse.
Pallida pria divenne, indi vermiglia,
e per le vene un gran tremor le corse.
Sente quasi per mezo il core aprirsi,
né sa con l’arti sue punto schermirsi.

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175.Falsirena, che miri? a che piú stai
sospesa si? quest’è il sembiante istesso
lungo tempo temuto. Èccoti omai
de l’ombra il ver: che miri? egli è ben desso.
Questi son pur que’ luminosi rai
che giá tanto fuggivi: or gli hai da presso.
Perché non schivi il tuo dolor fatale?
dov’è il tuo senno? o tua virtú che vale?

176.Mira, e non sa che mira, e mira molto,
ma poco pensa, e sospirando anela.
Varia il colore, il favellar l’è tolto,
sta confusa e smarrita, avampa e gela.
Tien fiso il guardo in quel leggiadro volto,
non palesa i desiri, e non gli cela.
Abbassa gli occhi per fuggir l’assalto,
poi le mani incrocicchia, e gli erge in alto.

177.Fan l’occhio insieme e ’l cor dura contesa,
quel si rivolge a vagheggiar la luce,
questo, per non languire in fiamma accesa,
vorria fuggir l’ardor ch’ella produce.
L’un brama gioia, e l’altro teme offesa:
e perché ’l cor de l’occhio è guida e duce,
di ritirarlo a piú poter si sforza:
ma l’oggetto del bello il tragge a forza.

178.Saetta è la beltá, che l’alma uccide
subitamente, e passa al cor per gli occhi.
Fu la beltá, ch’ella in mal punto vide,
a punto come fólgore che scocchi.
Fu l’occhio, che segui scorte malfide,
qual ghiaccio fin, s’avien che raggio il tocchi,
ch’arid’ésca vicina accender suole,
e ferir di scintille il viso al Sole.

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179.Da lei fu in un Palagio Adon condutto,
10 qual fra tutti i quattro era il piú bello,
né gli mancava il compimento tutto
di quanto può mai dar squadro o modello;
ed oltre con tant’arte esser costrutto
quanto conviensi a ben formato ostello,
gli aggiungea tuttavia fregi maggiori
la lussuria degli ostri e degli odori.

180.E va pur seco e mai da lui non parte
11 falso Duce, il lusinghier latrante,
quel che da prima in solitaria parte
dietro a la Cerva gli comparve avante;
ed or di stanza in stanza a parte a parte
d’Adon guidando le seguaci piante,
par voglia a lui di quell’albergo lieto
mostrar piano ed aperto ogni secreto.

181.Era d’arnesi di sottil lavoro
tutta guemita la magion reale,
e di bei razzi avea di seta e d’oro
corredate le camere e le sale.
Veduto non fu mai maggior tesoro
ne’ tetti, ne le mura, e ne le scale.
Usci e sbarre avea d’oro, ed asse e travi,
e chiodi, e fibbie, e chiavistelli, e chiavi.

182.Nel salir de la sera apparecchiata
fu la sollenne e sontuosa cena,
che di tutto quel lusso, ond’è lodata
la piú morbida vita, a pien fu piena.
Ma la pompa piú bella e piú pregiata
di quel pasto reai fu Falsirena,
eh’ovunque o piatto tocchi, o tazza libi,
addolcisce i licor, condisce i cibi.

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183.Tal forse apparve la superba e molle
Donna del Faro al Dittator Romano,
quand’ella vincer co’ begli occhi volle
chi vinse il mondo con l’invitta mano.
Tai di splendor magnifico satolle
mense apprestò per adescarlo invano
poi che degli anni il traditor del Nilo
ebbe a l’oste Latin reciso il filo.

184.Vaghi fanciulli a suon di cetre e lire
proclamare il festin lieto e giocondo.
Altri vennero il desco ad imbandire,
di cui fasto maggior non vide il mondo.
Il loco ch’a quell’uso ebbe a servire
era un gran tabernacolo ritondo,
e spazioso sí, ch’ancor che immense,
capir potea nel scn ben cento mense.

185.Forman cento colonne un’ampia loggia
locate in cerchio, e son di bronzo a gitto,
sovra cui l’epistilio alto s’appoggia
che folce del cenacolo il soffitto.
Per mezo in giro si dispiega a foggia
di curva tenda un padiglion d’Egitto.
Reggon cento arpioni intorno appese
auree lucerne in molli odori accese.

186.Ombran festoni di dorate fronde
lo spazio eh’è tra le colonne altere,
la cui materia un paramento asconde
di mirabili spoglie, e di spalliere.
Havvi bianche, purpuree, azurre e bionde,
e d’altri piú color pelli di Fere.
Fere non note altrui, che quinci e quindi
mandan di rado o gli Ethiòpi, o gl’indi.

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187.Presso que’ vaghi e variati velli,
sovr’alte basi a piè de le colonne
scolpite da’ piú celebri scarpelli
v’ha cento statue d’uomini e di donne.
Son d’alabastro i simulacri belli,
lunghi manti hanno intorno, e lunghe gonne.
Ciascuno in man con un parlar che tace
tiene o lamina, o libro, o verga, o face.

188.Di quante Fate ha il mondo havvi i sembianti,
i cui nomi nel marmo il fabro scrisse,
d’indovini, Stregoni, e Negromanti,
Maghe, Lamie, Sibille, e Pithonisse,
e l’opre lor co’ lor piú chiari incanti
in altrettante poi tavole affisse
tra l’una e l’altra imagine distinte
eccellenti maestri avean dipinte.

189.Or de le laute e splendide vivande
chi descriver poria le meraviglie?
Di gemme e d’or con artificio grande
sculte son le vasella e le stoviglie,
coronate di trecce e di ghirlande
e perse e gialle e candide e vermiglie.
Gran tripodi e triclinii adamantini
serbano in ricche coppe eletti vini.

190.Tapeti d’Alessandria al pavimento,
di Persia, di Damasco, e di Soria
facean sí strano e ricco addobbamento
ch’a pena il piè di calpestargli ardia.
Ma di quel vago e nobile ornamento
poco si discernea la maéstria,
che tutti eran di sopra i lor lavori
lastricati di rose e d’altri fiori.

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191.Sí come sempre al gran Pianeta errante
Clizia si volge, e suoi bei raggi adora,
e col guardo e col cor, sorga in Levante
o tramonti a l’Occaso, il segue ognora;
e del suo corso esploratrice amante,
a quel foco immortai che l’innamora,
e di cui piagne la veloce fuga,
degli umid’occhi le rugiade asciuga:

192.cosí la Donna a quelle luci care
físava intenta, onde pendea suo fato,
dolce principio a lunghe pene amare,
il famelico sguardo innamorato.
Dopo il nobil convito il fe’ lavare
in un bagno di balsamo odorato,
e v’infuse di mirra urne lucenti
con altri fini e preziosi unguenti.

193.Porían tante delizie, onde l’adesca,
ogni altro (eccetto Adon) rendere allegro:
ma qual uomo, in cui grave ognor piú cresca
la febre ria che ’l tiene afflitto ed egro,
non per che giaccia in molle piuma e fresca
sente a l’interno ardor ristoro integro,
tal ei, che d’Amor langue, alcun diletto
non può quivi goder, che sia perfetto.

194.Ei del lavacro uscito, in piú secreta
stanza ricovra, e si riposa in quella.
Trabacca v’ha, cui fa di Frigia seta
sovraletto Moresco opaca ombrella.
Ma non riposa intanto, e non s’acqueta
l’addolorata e misera Donzella:
ch’un mordace pensier, tarlo d’Amore,
l’è sprone al fianco, e l’è saetta al core.

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195.Arde, ma non ardisce: e teme, e spera,
tutta in ciò ferma, e d’altro a lei cal poco;
e come dritto a la sua patria sfera
s’alza da terra il peregrino foco,
cosí l’ali amorose apre leggiera
verso i begli occhi, ov’è suo proprio loco,
l’anima innamorata: e dolcemente
rimembrando e pensando erra sovente.

196.Tacea la notte, e la sua vesta bruna
tutta di fiamme d’oro avea trapunta:
e senza velo e senza benda alcuna
questa treccia a quell’altra in un congiunta,
si chiara e bella in Ciel sorgea la Luna,
che detto avresti «È certo il Sol che spunta;
forse indietro rivolto, a noi col giorno
fa per novo miracolo ritorno».

197.Lascia le piume impaziente e sorge,
poi del chiuso balcon gli usci spalanca,
e ’l Pianeta minor per tutto scorge,
che le nubi innargenta e l’ombre imbianca.
In un verron, che nel giardin si sporge,
con la guancia s’appoggia in su la manca:
con l’altra asciuga de’ begli occhi Tonde,
e soletta fra sé parla e risponde:

198.— Ardo (lassa) o non ardo? ahi qual io sento
stranio nel cor non conosciuto affetto?
È forse ardore? ardor non è, ché spento
l’avrei col pianto: è ben d’ardor sospetto.
Sospetto no, piú tosto egli è tormento.
Come tormento fia, se dá diletto?
Diletto esser non può, poi ch’io mi doglio:
pur congiunto al piacer sento il cordoglio.

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199.Or se non è piacer, se non è affanno,
dunque è vano furor, dunque è follia.
Folle non è chi teme il proprio danno;
ma che prò se noi fugge, anzi il desia?
Forse amor? non amor. S’io non m’inganno,
odio però non è: che dunque fia?
Che fía (misera) quel che ’l cor m’ingombra?
Certo è pensiero, o di pensiero un’ombra.

200.Ma se questo è pensier, deh perché penso?
Crudo pensier, perché pensar mi fai?
Perché, s’al proprio mal penso e ripenso,
tomo sempre a pensar ciò ch’io pensai?
Perché, mentre in pensar l’ore dispenso,
non penso almen di non pensar piú mai?
Penso, ma che poss’io? se penso, invero
la colpa non è mia, ma del pensiero.

201.Colpa mia fora ben s’amar pensassi:
amar però non penso, amar non bramo.
Ma non è pur come s’amar bramassi,
s’amar non penso, e penso a quel ch’io amo?
Non amo io no. Ma che saria s’amassi?
Io dir noi so; so ben, ch’io non disamo.
Non disamo, e non amo: ahi vaneggiante,
fuggo d’amar, non amo, e sono amante.

202.Amo, o non amo? Oimè, ch’Amor è foco,
che ’nfiamma e strugge, ed io tremando agghiaccio.
Non amo io dunque. Oimè, ch’a poco a poco
serpe la fiamma ond’io mi stempro e sfaccio.
Ahi ch’è foco, ahi ch’è ghiaccio, ahi che ’n un loco
stan, perch’io geli ed arda, il foco, e ’l ghiaccio.
Gran prodigi d’Amor, che può sovente
gelida far l’arsura, il gelo ardente.

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203.Io gelo dunque, io ardo, e non sol ardo,
son trafitta e legata, e ’nsieme accesa.
Sento la piaga, e pur non veggio il dardo,
le catene non trovo, e pur son presa.
Presa son d’un soave e dolce sguardo,
che fa dolce il dolor, dolce l’offesa.
Se quel ch’io sento è pur cura amorosa,
Amor, per quel ch’io sento, è gentil cosa.

204.È gentil cosa Amor. Ma qual degg’io
in amando sperar frutto d’Amore?
Io frutto alcun non spero e non desio:
dunque ama invan, quando pur ami, il core.
Cor mio, deh non amar: quest’amor mio,
se speme noi sostien, come non more?
Lassa, a qual cor parl’io, se ne son priva?
E se priva ne son, come son viva?

205.To vivo, e moro pur; misera sorte,
non aver core, e senza cor languire,
lasciar la vita, e non sentir la morte,
ahi che questo è un morir senza morire.
O da l’anima il core è fatto forte,
o anima è del cor fatto il martire,
o quel che ’l cor da l’anima divide
è strai che fère a morte e non uccide.

206.Ucciso no, ma di mortai ferita
impiagato il mio cor, vive in altrui.
Quei ch’è solo il mio core e la mia vita
l’aviva sí ch’egli ha sol vita in lui.
Meraviglia ineffabile inudita,
io non ho core, e lo mio cor n’ha dui:
e per quella beltá ch’amo ed adoro,
sempre vivendo, immortalmente io moro.

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207.Or amiamo, e speriamo. Amor vien raro
senza speranza; io chiederò mercede.
Credi che deggia Amor d’amor avaro
a tant’amor mostrarsi, a tanta fede?
10 credo no, io credo si, l’amaro
nel cor pugna col dolce: il cor che crede?
Spera ben, teme mal. Misero core,
fra quanti rei pensier t’aggira Amore! —

208.Mentr’ella in guisa tal s’affligge e piagne,
e d’indugio soverchio accusa il giorno,
vaghe d’investigar perché si lagne,
le son due Donne a l’improviso intorno.
Use son queste pur come compagne
seco in camera sempre a far soggiorno:
fidate ancelle, e consigliere amiche,
care ministre, e secretane antiche.

209.Sofrosina è la prima. In grave aspetto
ritien costei maturitá senile,
carca d’anni e di senno, e chiude al petto
d’onorati pensier schiera gentile:
sprezzatrice del gioco e del diletto,
sdegnatrice d’ogni opra indegna e vile,
senz’alcun fregio semplice e modesta,
bianca il cria, bianca il vel, bianca la vesta.

210.L’altra Idonia s’appella, agli atti, agli anni
tutta diversa, agli abiti, ai sembianti,
de le cure nemica e degli affanni,
sol degli amori amica, e degli amanti.
Di piú colori ha variati i panni,
lieta fronte, auree chiome, occhi festanti.
Porta ognor senza legge e senza freno
il riso in bocca, e la lascivia in seno.

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211.Al costoro apparir trema e paventa
come suole a gran soffio arida canna
l’immortal Damigella, e coprir tenta
l’occulto incendio che ’l suo petto affanna.
Dissimula il dolor che la tormenta,
tronca i sospiri, e l’altrui vista inganna.
Ma chi celar può mai fiamma rinchiusa,
se col proprio splendor se stessa accusa?

212.È nudo Amor, né sa coprirsi, e poco,
quand’abbia un’alma accesa, un cor ferito,
secreto colpo e sconosciuto foco
da qualunque cautela è custodito.
Il sospirar sovente, il parlar fioco,
il volto lagrimoso e scolorito
osserva attenta Idonia, e del suo male
accorta alfin, con questo dir l’assale:

213.— Madonna, ha voce in suo silenzio il core,
e la lingua degli occhi invan s’affrena.
Giá de l’istoria de l’interno ardore
fatta è la fronte tua publica scena,
lá dove scopre e rappresenta Amore
la tragedia crudel de la tua pena.
Di ciò ch’altrui tacendo il guardo dice
(che ti vale il negar?) son spettatrice.

214.Deh quell’aspro dolor che t’addolora
non voler che sepolto abondi e cresca.
Deh noi tacer. Suole il tacer talora
esser de’ mali il nutrimento e l’ésca.
Leggiermente si salda e si ristora
mentre la piaga è sanguinosa e fresca;
ma lunghissima chiede opra e fatica
doglia suppressa, e cicatrice antica.

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215.Se pur foco amoroso è quel ch’acceso
(si com’io stimo) entro le vene ascondi,
ché non riveli a me (partito peso
fassi men grave) i tuoi dolor profondi?
Pasci pur di speranza il core offeso:
ché ne’ campi d’Amor lieti e fecondi
stan dolci frutti sott’amare foglie,
e di seme di duol gioia si coglie. —

216.A quel parlar la bella Donna il volto
veste di fina porpora vivace,
e con guardo dimesso e ’n sé raccolto
inchina a terra i vaghi lumi, e tace.
Ma pur alquanto assecurata, e sciolto
de la nobil vergogna il fren tenace,
in queste note a la profonda pena,
trangugiando un singulto, apre la vena:

217.— Fedel mia cara, e che noiose larve,
e che duri pensier guerra mi fanno?
E qual è questo, che quaggiú comparve,
novamente di me fatto Tiranno?
Veder nel suo bel viso Amor mi parve,
che con leggiadro e dilettoso inganno,
saettandomi gli occhi, il cor m’uccise:
indi de l’alma in signoria si mise.

218.L’alte bellezze e le sembianze oneste,
che fan di sé meravigliar Natura;
il dolce sguardo, il ragionar celeste,
che con stranio piacer l’anime fura;
il riso a tranquillar l’aspre tempeste
possente e rischiarar la notte oscura,
l’andar, lo star piacquero, oimè, sí forte
agli occhi miei, ch’io ne languisco a morte.

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219.Se non ch’altre maggior pene future
mi minaccian dal Cielo influssi rei,
e da luci nemiche alte sciagure
veggio prefisse ai desiderii miei,
a questo solo error (s’errore è pure
amar tanta beltá) sotto cadrei.
Ben conosco il mio fallo, e me n’aveggio:
ma qual egro assetato, amo il mio peggio. —

220.Soggiunge Idonia allor: — Perché cotanto
abbi teco a dolerti io non comprendo,
quando, libera Donna, a pien di quanto
brami hai l’arbitrio: e che non puoi volendo?
Se, potendo gioir, ti stilli in pianto,
pietá non ti si dee, státti piangendo.
L’influenze paventi infauste e felle?
E non sai che ’l saver vince le stelle?

221.O temi forse tu, che tanta asprezza
in un tenero cor soggiorni e regni,
che di divina ed immortai bellezza
lusinghevole invito aborra e sdegni?
e non piú tosto pien d’alta vaghezza
tanto tesor per acquistar s’ingegni?
o che di Donna tal Giovane errante
non si rechi a gran sorte essere amante?

222.Or non fora il miglior, mentre ch’oppresso
dal notturno letargo il mondo tace,
e t’è di girne occulta agio concesso,
assalire il nemico, e chieder pace?
Ecco la via colá, l’uscio è qui presso,
ch’esce dritto a la stanza ov’egli giace.
Tronca gl’indugi, e in uso omai migliore
sappi (se saggia sei) spender quest’ore. —

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223.Cosi favella, e volentier l’orecchia
porge la Fata a quel parlar soave;
ma mentre a l’altra in fronte ella si specchia,
se stessa affrena, e sbigottisce e pavé.
De la severa ed onorata Vecchia
teme lo sdegno, e ’n reverenza l’have.
Da lei si guarda, e sue lascivie immonde,
che communica a quella, a questa asconde.

224.Ai detti de l’iniqua instigatrice
costei con torto sguardo e torvo ciglio
veggendo a sciolto fren quella infelice
correr per via sinistra alto periglio,
a sé la chiama, e — Figlia, odi — le dice —
odi (ti prego) il mio fedel consiglio.
Non gir dove costei t’alletta e sprona,
ch’è contrario a ragion quanto ragiona.

225.Mille onor chiari assai sovente annera
picciola macchia. Oimè, che fai? che pensi?
Non sai, ch’a un punto sol la gloria intera
in molt’anni acquistata, a perder viensi?
Figlia è de la ragion la gioia vera,
non del piacere allettator de’ sensi.
Con quella onore e prò mai sempre vanno,
questo produce sol vergogna e danno.

226.Qual insania sospigne i tuoi desiri?
Che vuoi tu far d’un vagabondo amico?
Un che non ha (se con dritt’occhio il miri)
tetto, né suolo? un peregrin mendico?
Ma qual certezza hai tu, ch’ei non s’adiri?
Che sai, se quanto è bel, tanto è pudico?
Che sai, se d’altro foco acceso prima,
il tuo amor nulla cura, e nulla stima?

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227.Dunque un vii fante, uno stranier donzello,
veduto a pena, avratti in sua balía?
S’avien ch’ad altrui grato, a te rubello
ti rifiuti e discacci, oimè che fia?
Dal fier Demogorgon con qual flagello
punita allor sarai di tua follia?
Qual castigo n’avrai grave e severo
dal tuo gran padre, c’ha sotterra impero? —

228.Qual peregrin, che per oscura valle
move notturno e malsecuro il piede,
e per la cupa nebbia il torto calle
del vicin precipizio orbo non vede,
s’improviso balen gli occhi o le spalle,
squarciando l’ombre, o luce altra gli fiede,
volge con passo ancor dubbio e tremante,
fuggendo il rischio, a buon camin le piante:

229.tal proprio a quel parlar verace e saggio
de la cieca d’Amor l’animo afflitto,
che smarrito d’onor l’alto viaggio,
Torme seguia del vago cor trafitto,
quasi riscosso da celeste raggio,
súbito si rivolse al sentier dritto.
Giá se stessa riprende, e giá s’appiglia
a la scorta leal che la consiglia.

230.Di tutto ciò Tadulatrice accorta,
di contrario licor tempra l’unguento,
e con piú dolce medicina apporta
refrigerio a l’ardor, tregua al tormento.
Le sorride sott’occhio, e la conforta
cosí parlando: — E che sciocchezze io sento?
Odi sano parer, consiglio degno
di saggia mente, e di maturo ingegno!

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231.Portar spavento a chi le chiede aita,
impor gran peso a chi le forze ha frali,
predicar fole e de l’altrui ferita
venir con ciance ad inasprire i mali!
Sí sí, di chi goder cerca la vita
han per Dio! gran pensier l’ombre infernali.
Gli abitator del Tartaro profondo
curano assai ciò che si fa nel mondo!

232.Ma de le regioni orride e crude
non ama anch’egli il rigido Tiranno?
Forse chi tant’ardor nel petto chiude
non scuserá l’altrui mortale affanno?
L’ampia legge d’Amor nessuno esclude,
gl’istessi Dei schermir non se ne sanno.
Sotto questo destin l’alme son nate,
sono al Fato soggette anco le Fate.

233.Il basso stato poi del Giovinetto
toglier non deve a l’altre doti il vanto.
Non può dunque adempirne il suo difetto
chi di beni e ricchezze abonda tanto?
Pur come un vago e signorile aspetto
non curi Amor, ma sol riguardi al manto!
e ben che in vesta lacera si chiuda,
beltá non s’ami piú, quant’è piú nuda.

234.Oh come è lieve a chi dolor non sente
non sano poverel rendere accorto!
Costei, che de l’etá lieta e ridente
passato ha il verde e di suo corso è in porto,
sazia omai del piacer, severamente
nega a l’altrui digiun picciol conforto:
e ciò ch’aver non può, contende e vieta
a giovenil desio vecchia discreta.

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235.Ma credi tu che questa tua pudica,
che sí schiva d’Amor si mostra in detti,
se richiamar ne la sua scorza antica
gli anni freschi potesse e giovinetti,
o s’amante trovasse, a lui nemica
(come in parole appar) fusse in effetti?
o che ’n su ’l fior de la beltá perduta
tant’avesse onestá, quant’ha canuta?

236.Bellezza, gioventú, grazia amorosa,
ma non goduta, in donna avara e stolta
è qual luce di Sol tra nubi ascosa,
è qual sotterra o in mar gemma sepolta,
è qual vermiglia ed odorata rosa,
che dal bel cespo in sua stagion non còlta,
cadendo arida poi, vedesi alfine
di sue ricchezze impoverir le spine.

237.E se bene il tuo fior giá mai non cade,
né da bruma senil seccar si lassa,
poi che ’l tuo corpo in qualsivoglia etade
è come il Ciel, d’incorrottibil massa;
non deve in ozio star tanta beltade,
perché ’ndietro non torna il ben che passa;
né per che la stagion sia sempre verde,
si racquista piú mai quel che si perde. —

238.Come fra duo talor Fisici esperti,
nel consiglio discordi, infermo stanco
a pensier vari e di salute incerti
dubbio si volge, e d’or in or vien manco,
cosí costei de’ duo rimedi offerti
amaro e dolce al tormentato fianco
il miglior non distingue, afferma e nega,
or a questo, or a quel s’inchina e piega.

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239.Tace, né dá, fuor che sospiri e strida,
la combattuta Donna, altra risposta.
Pur le terga volgendo a la piú fida,
tacitamente a quel parer s’accosta;
e fra suo cor de la fallace guida
l’empie lusinghe di seguir disposta,
al partito che piace alfin si volve,
e quanto ha detto effettuar risolve.

240.Lá dove giace Adon, perché la doglia
si sfoghi in parte, e piú non la consumi,
vassene ignuda e senza alcuna spoglia,
tutta tutta spirante Arabi fumi.
Vigilavano accesi entro la soglia
quattro in aurei doppieri ardenti lumi,
ma sparsi de’ begli occhi i raggi intorno
vinser le faci, e mutár l’ombra in giorno.

241.Troppo dura battaglia, o bell’Adone,
al tuo stabil pensier (veggio) si move.
Amor ti sfida a sí dolce tenzone
con armi in man si disusate e nove,
che ben altro di te maggior campione
vi perderia le gloriose prove.
Pertinace è la pugna, angusto il campo,
grave il periglio, e non leggier lo scampo.

242.Move pian pian per lo pavese i passi,
e piede innanzi piede oltre camina.
Timida e rispettosa alquanto stassi
dove si fende in due l’ampia cortina.
Indi arditetta alza le coltre, e fassi
al suo stesso guancial molto vicina:
vicina si, che può da’ labri amati
coglier, se non i baci, almeno i fiati.

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243.Chinasi per baciar, ma par che tremi,
che non si sdegni poi quando si desti.
Folle che pensi? misera che temi?
Se sapessi quai doglie il Ciel t’appresti,
per mitigar tanti cordogli estremi
da’ bei rubini un bacio almen torresti.
Fallo non è, poi che d’Amor t’accendi,
furto non è, se quanto dái ti prendi.

244.Ei, che leggier dormiva, e ’n parte tratto
s’avea del sonno il naturai desio,
a quel moto si scosse, e stupefatto
le luci in prima, e poi le labra aprio.
— Chi se’ tu — disse. Ed ella in languid’atto,
e ’n suon piano e sommesso, — Io mi son io. —
Stupisce Adon quando di lei s’accorge,
e da le piume a reverirla sorge.

245.L’accesa Donna de le braccia belle
ai bei membri gli fa groppi tenaci.
Il bel Garzon se ne sottragge e svelle,
e dá repulsa a quegli assalti audaci.
Le vive rose allor, le vive stelle
spargon preghi, sospir, lagrime e baci,
da far, non che gentil tenero core,
adamantino ghiaccio arder d’Amore.

246.— Fia dunque ver, ch’un raggio amato e caro
mi neghi almen — dicea — de’ lumi tuoi?
E sarai si crudel, sarai sí avaro
a chi piú t’ama assai che gli occhi suoi?
SI poco curi il mio tormento amaro,
che ’n tale stato abbandonar mi vuoi?
Angue giá non son io crudo e maligno,
né tu sei di diaspro, o di macigno.

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247.Ma se nato di quercia aspra e villana
fossi lá tra’ Rifei, tra gli Arimaspi,
e se bevuto de l’estrema Tana
Tonde gelide avessi, o i ghiacci Caspi,
se te di sangue e di velen l’Hircana
Tigre, e ’n grembo nutrito avesser gli Aspi,
ancor devresti al mio mortai cordoglio
temprar lo sdegno, e moderar l’orgoglio.

248.Giá non cheggio che m’ami, i’ cheggio solo
ch’amar ti lasci; e non ch’a me ti pieghi,
ma ch’almen non disprezzi il mio gran duolo:
piácciati udir, non essaudire i preghi.
Sol che ’n pace m’ascolti io mi consolo,
non mi negar pietá, s’amor mi neghi.
Fonte d’ogni mia gioia, unico mio
dolce ben, dolce mal, dolce desio.

249.Intenerisci il tuo selvaggio ingegno,
prendi il crin che Fortuna or t’offre in dono,
ch’altro amor non conviensi ad uom sí degno
che di tal Semidea, qual io mi sono. 1
Possessor del mio cor, non che del regno
farotti, e ne terrai lo scettro e ’l trono;
e se l’oro è Re grande oltre i piú grandi,
a chi comanda a l’ór vo’ che comandi.

250.Che piú dimori? a che pensoso stai?
Perché ti mostri al proprio ben sí tardo?
Stendimi quella man, lascia ch’ornai
baci sol que’ begli occhi, ond’io tutt’ardo.
Volgimi da que’ dolci amati rai
men crudo almen, se non pietoso un guardo.
Luce mia, fiamma mia cara e gradita,
bene, speranza, core, anima e vita. —

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251.Poi che tra lo stupore e la pietate
Adon dubbio tra sé ristette alquanto,
e prestò piú benigne e men turbate
l’orecchie a quel pregar, le luci al pianto,
in sua voglia ostinossi a l’ascoltate
note non men che soglia aspe a l’incanto.
Sopir però quelle faville accese
vòlse, se non pietoso, almen cortese.

252.Un non so che di molle il cor gli stringe,
ma la somma beltá ch’entro v’è chiusa
l’ingombra sí, ch’ogni altro amor ne spinge,
onde vezzi ed offerte odia e ricusa.
Fiamma di sdegno e di vergogna il tinge,
da la cui forza è l’altra fiamma esclusa;
onde con un parlar rigido e dolce,
cosí dicendo, or la corregge, or molce:

253.— Donna, assai ti degg’io, pria che si scioglia
questo dever, si disciorrá la vita.
Fin che chiusa fia l’alma in questa spoglia,
Falsirena nel petto avrò scolpita.
Cosí signor fuss’io d’ogni mia voglia,
come pronto m’avresti a darti aita.
Ma che poss’io? Forza d’onor mi move,
e tenor di destin mi chiama altrove.

254.Teco meglio amerei (lecito fosse)
rimaner fra tant’agi a trastullarmi,
che quanto mai da Tonde azurre o rosse
oro Tinstabil Dea possa recarmi.
Fama a venir di tua virtú mi mosse
sol per vederti, e poi lassú tornarmi;
ché se gli affari miei ti fusser noti,
compatiresti ai miei perpetui moti.

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255.Sappi, e credi, ch’io t’amo, e gli amor miei
non fia mai che dal cor tempo mi svelia.
Ma devi amar, se vera amante sei,
ch’altri ami in te quel bel che ti fa bella.
Ah ch’avessi giá tu mai non credei
si di sí vile amor l’anima ancella,
ch’oscurar ne devessi il lume e ’l pregio
del chiaro ingegno, e del costume regio.

256.Dove, rotto ogni morso, ogni catena
di ragion, d’onestá, per torti errori
corri precipitosa? affrena afírena
cotesti tuoi licenziosi ardori.
L’alta follia, ch’a vaneggiar ti mena,
volgi a piú puri e piú lodati amori.
Dunque terrena Dea, Donna divina
non saprá di se stessa esser Reina?

257.Schiva bennato cor, nobile amante
d’illeggittimo amor sozzo diletto.
L’appetito ferin nel senso errante
s’arresta, e mortai ésca ha per oggetto.
Quelle sol, quelle son veraci e sante
fiamme, che di virtú scaldano il petto,
qualor malgrado de la fragil salma
s’ama insieme e si gode alma con alma.

258.Consenti omai ch’io de’ tuoi regni il piede
tragga, e prendi da me l’ultimo a dio.
Teco a me dimorar non si concede,
sostien’ (s’ami ch’io t’ami) il partir mio.
Portalo in pace, e (come il tempo chiede)
vinci la passion, doma il desio.
Sappi esser saggia, e con miglior consiglio
rasciuga il pianto, e rasserena il ciglio. —

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259.Muta, confusa, attonita, mentr’egli
in tal guisa parlò, tacque e sofferse
Falsirena infelice, e gli occhi begli
rugiadosi di perle al suol converse.
L’aria notturna e l’ombra de’ capegli
de la sua nuditá parte coverse,
e ’I bel rossor de la vergogna ascose,
che fiamme a fiamme aggiunse, e rose a rose.

260.Nel cor di grave doglia oppresso e carco
palpitare gli spiriti infelici.
Se non lasciò (ché non potea) l’incarco
l’alma, cessò da’ suoi vitali uffici.
Chiuso trovando allor l’usato varco
le calde de la vita aure nutrici,
in preda la meschina al duolo amaro
viva, ma semiviva abbandonare.

261.E l’abbandona ancora in quel cordoglio
colui che può sol darle anima e vita.
Ma che sia crudeltá creder non voglio,
se la lascia in tal caso, e non l’aita:
quando avrebbe a pietá mosso uno scoglio,
e qual selce piú dura intenerita.
Forse per non mirarla afflitta e trista
è costretto a fuggir da la sua vista.

262.Uscito Adon de le dorate soglie,
Idonia v’entra, che ’l successo attende:
e quando immersa in sí profonde doglie
la trova, la cagion ben ne comprende.
Poi che la Fata alfin la lingua scioglie,
a pena creder vuol quel che n’intende;
né ciò reca a virtú, ch’è fuor d’usanza
in sí fragile etá tanta costanza.

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263.— Non tosto a’ primi colpi, a’ primi vènti —
diceale — antica rovere s’atterra.
Altri non mancheran mezi possenti
da far cader questa gran pianta a terra.
Lo stimulo de l’ór prima si tenti,
campion che vince ogni ostinata guerra.
Sai che questo è de l’uomo il sangue e l’alma,
e di petti piú forti ebbe la palma.

264.Non con tanto vigor dal Ciel trabocca
il fulmine, né fa tanto fracasso,
quanto fa l’ór quando s’aventa e scocca,
né cosa v’ha che gli rinchiuda il passo.
Abbatte ogni ripar, spiana ogni rocca,
rompe il legno, apre il ferro, e spezza il sasso.
Se pur alfin non gioveran quest’armi,
giovi la forza: il tutto ponno i carmi.

265.Da possanza internai senno terreno
come guardar, come schermir si potè?
Toglie a l’angue, al leon l’ira e ’l veleno
il mormorio de le tremende note.
Può de la terra e può del Ciel non meno
mover il centro ed arrestar le rote,
torcer le stelle, e sanguinosa e bruna
far giú dal cerchio suo scender la Luna. —

266.Partesi, e nel giardino Adone arriva,
che tra quelle verdure erme e riposte
al fresco del mattin si rivestiva
le spoglie che la notte avea deposte,
e seco de la femina lasciva
discorrea le lusinghe e le proposte.
Uscir quindi vorria, romper quel nodo:
ma non scorge il sentier, né trova il modo.

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267.Con acerbe doglienze ed importune
Idonia allora il Damigel ripiglia,
dicendogli ch’ell’ama il ben commune,
e che per util suo solo il consiglia:
che conoscer devria le sue fortune,
e che forte di lui si meraviglia,
che con cambio ingratissimo disprezza
tant’onor, tant’amor, tanta bellezza.

268.— Se non sei — gli dicea — privo di sensi,
contro Guerriera tal come resisti?
Ma s’a l’amor, s’a la beltá non pensi
di lei, da cui sí súbito partisti,
come almen non rimiri i beni immensi,
ch’acquistando costei, per sempre acquisti?
T’insegnerá le qualitati ignote
de le pietre, de l’erbe, e de le note.

269.Ti scoprirá l’occulta arte verace
che può supplire ove mancò Natura,
in qual modo arrestando il piè fugace
l’imperfetto metallo si matura,
e come, dando il vento a la fornace
con moderato mantice misura,
tempra in guisa il calor, ch’a poco a poco
l’efficacia del Sol s’usurpa il foco.

270.Oltre questa virtú rara e secreta,
ch’a tutti conseguir non si concede,
onde vita trarrai contenta e lieta,
come colui che quanto vuol possiede,
dono poi ti fará d’una moneta
che sempre a chi la spende indietro riede.
Se la spendessi mille volte il giorno,
mille volte in tua man fará ritorno.

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271.Una sua borsa ancor vo’ ch’abbi appresso,
la cui virtú meravigliosa è molto.
Dentro vi cresce ognor ciò che v’è messo,
e rende al doppio piú che non n’è tolto.
Vedrai, se l’apri, tosto da se stesso
moltiplicarsi quel che v’è raccolto.
Se poi vota la lasci, e d’oro scarca,
ve ne ritrovi almen sempre una marca.

272.La lucertola avrai da le due code,
perché giocando a guadagnar ti serva.
Poi quel Can ha tua guida e tuo custode,
quel cacciator de la mirabil Cerva.
Godrai quel che nel mondo altri non gode,
saprai dovunque d’òr si fa conserva.
Potrai (non ch’altro) con tal mezo avere
le piú belle fanciulle a tuo piacere. —

273.Cosi dicea l’incitatrice astuta,
ma ’l Garzone a quel dir non piú si scalda
che soglia a debil Sol, quando piú sputa
gelo il Settentrion, nevosa falda:
falda in ruvido sen d’Alpe canuta
per lunga etá ben indurata e salda.
Non si piega agli assalti, e non si rende,
ma come il meglio può, se ne difende.

274.— Alma ingorda — risponde — il Ciel non diemme,
sempre del troppo i miei desir fur schifi.
Se di quante ricchezze e quante gemme
guardan colá su gli Arimaspi i Grifi,
se di quant’òr da l’Indiche maremme
per le liquide vie conduce Thifi
mi facesse signor prodigo Cielo,
non torceria de’ miei pensieri un pelo.

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275.Quest’ór, che fítte tanto ha le radici
ne’ petti umani, e che tu tanto estolli,
è se non servitú d’alme infelici?
miseria illustre, idolatria di folli?
Quei che ricchi son piú, son piú mendici,
quanto divoran piú, son men satolli.
Con fatica s’acquista, e con sudore:
rischio è il serbarlo, il perderlo dolore.

276.Giuro che di costei l’amor non sprezzo:
suoi tesori appo me son ombre e fumi.
Piú sua beltá, piú sua virtute apprezzo,
che ciò che dar mi ponno o monti, o fiumi.
Né qualunque torrei cosa di prezzo
piú ch’uno sguardo sol de’ suoi bei lumi.
Quant’òr portan da l’Indie o navi o some
non pagherebbe un fil de le sue chiome.

277.Uopo non fora di sospiri e pianti
a disporre il mio cor, s’ei fusse mio.
Mancheran forse a sí gran Donna amanti
d’altro pregio maggior che non son io?
Quanti sovrani fien Principi e quanti,
che porranno ogni studio, ogni desio
per ottener quel ben, che senza merto
vien sol per grazia a chi noi chiede offerto? —

278.Disse, e da lei fu replicato a questo,
e per piú vie con piú ragion l’assalse,
ma poi ch’alfin col suo parlar molesto
quell’alpestra mollir selce non valse,
di Falsirena il cor doglioso e mesto
a pascer venne di speranze false,
cercando in parte alleggerir gli ardori
de’ malgraditi e sconsolati amori.

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279.Ella, che ben conobbe esser negletta,
in quel grave martír vie piú s’afflisse,
e di sí acuta e si crudel saetta
ira amorosa il petto le trafisse,
che far de’ torti suoi giusta vendetta
deliberossi infuriata, e disse:
— Or con costui, ch’è d’ogni grazia indegno,
ciò che non può l’amor, faccia lo sdegno. —

280.Posto tu quella notte in ben agiata
camera Adon (ché tal sembrava) e ricca.
Porta non ha, che serri altrui l’entrata,
ma quand’uom v’entra poi, d’alto si spicca
e ’n guisa di craticola ferrata
con aguzzi spuntoni al suol si ficca,
e forma atra prigione, ov’introduce
ben angusto sportel torbida luce.

281.Qui come in gabbia augello, in rete pesce
preso rimane, o pur qual damma in laccio.
Ma Tesser prigionier men gli rincresce
che ritrovarsi ad altra donna in braccio.
Sa che ’n carcere entrando, almen pur esce
libero fuor di quel noioso impaccio.
— Ombre cieche — dicea —, tenebre orrende,
mal vostro grado un piú bel Sol mi splende.

282.Soffri in pace o mio cor nodi e legami,
soffri e vivi felice in fra le pene.
Qual altra luce in quest’orror piú brami,
che la memoria del tuo sommo bene?
Pur che la fé non rompa a chi tant’ami,
non si rompan piú mai ceppi e catene.
Ma catene maggior temer non devi,
quando quelle d’Amor ti son si lievi.

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283.Se la gloria, che ’l fato or mi destina,
non fusse da quel duol turbata in parte
d’aver la bella ed unica Reina
di questo cor lasciata in preda a Marte,
il che pur de la gemma adamantina
chiaro mi mostra l’infallibil arte,
quanto piú volentier gli aspri ritegni
sopporterei di questi ferri indegni?

284.O viva imago del mio Nume amato,
che ’n bel diamante effigiata spiri,
che fa teco il mio cor? quanto beato
vidi condotti a fin gli alti desiri,
in quella rete d’oro imprigionato,
dolcissima prigion de’ miei sospiri,
quando superbo di sí nobil palma
ne le tue braccia imprigionai quest’alma?

285.Ahi quando fuor de le tue belle braccia
(career felice) in libertá fu messa,
perché dal mortai groppo, onde s’allaccia,
non si discarcerò l’anima anch’essa?
Deh perch’io viva si che non mi spiaccia
la vita omai senza la vita istessa,
dammi conforto tu, dammi possanza
tu del bell’Idol mio vera sembianza. —

286.La custodia del carcere rimise
Tirata Donna ad un suo schiavo Armeno.
Degno supplicio al mal che poi commise
portò costui fin dal materno seno.
Giusto ferro gli svelse e gli recise
da la gemina sede il peso osceno,
e gli tolse a la luce a pena uscito
ufficio in un di padre, e di marito.

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287.Corse l’Arabie, e per l’Assiria appresso
essercitossi in ministerii vili.
Solcan la guancia, ch’ai mutar del sesso
sí com’uva appassí, rughe senili,
lá dove il conio Egizzio ha il marchio impresso
degl’infami caratteri servili.
E ben mostra la voce e la statura
l’effeminata sua steril natura.

288.Sí come uom piú fellon, cosí piú sozza
figura non uscí giá mai de l’alvo.
Meza un’orecchia, e l’altra in tutto ha mozza,
l’occhio destro ha perduto, il manco è salvo.
Salvo un fiocco di crin, che ’n treccia accozza
su la cima del capo, il resto è calvo;
ma la calvicie è d’una tigna brutta
quasi a mosaico intarsiata tutta.

289.La superbia d’Hidraspe e l’inclemenza
(tal nome avea l’Eunuco aspro e severo)
non tralasciò tirannica insolenza,
mentre in sua guardia Adon fu prigioniero.
Ma con egual costanza e sofferenza
soggiacque ei sempre al rigoroso impero,
quando per fargli ognor scherni piú gravi
l’indiscreto Portier niovea le chiavi.

290.Atti usò sí ferini e sí selvaggi
col bel Garzone il carcerier villano,
che se non era da’ celesti raggi
soccorso del suo Sol, ben che lontano,
ai duri strazii, ai dispettosi oltraggi
di quel giogo cadea troppo inumano,
sotto il cui fiero e barbaro governo
quasi il corso passò di tutto il Verno.

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291.Poco o nulla gli nocque il Verno algente,
mercé del divin foco onde sempr’arse.
In mano il fido anel prendea sovente,
né sapea da tal vista unqua levarse.
Sovra la bella effigie egro dolente
oh quante notte e dí lagrime sparse!
Cotal vita menò tanto ch’a fine
venne l’aspra stagion de le pruine.

292.Tornava Idonia con assedio duro
a combatterlo ognor senza riposo.
Ma del suo cor l’inespugnabil muro
trovò sempre piú forte, e piú scabroso.
Insomma d’un parer le Donne furo,
ch’altro amor lo Iacea cosí ritroso:
onde la Fata di lasciar i pianti,
e di tentar determinò gl’incanti.

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