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Ingelinda o la suora benedettina

../Avvertimento dell'Editore Racconti storici/Il bravo e la dama IncludiIntestazione 12 ottobre 2009 75% Da definire

Avvertimento dell'Editore Il bravo e la dama


Ahi! Nelle insonni tenebre
Pei claustri solitari
Fra il canto delle vergini
Ai supplicati altari
Sempre al pensier tornavano
Gli irrevocati dì
ADELCHI ATTO IV

Quasi di fronte ad un palazzo che sfoggia nell’aspetto tutta la sontuosità architettonica ch’era in voga al principio dello scorso secolo, sorge in Milano una Chiesa che va congiunta ad uno de’ più antichi monasteri di questa città. Tal chiostro in cui vivevano le Suore dell’Ordine di San Benedetto è il Monastero Maggiore, e la sua chiesa s’intitola a San Maurizio; ivi Bernardo Luino, sì amabile e sublime in opera di pennello, colorì alcune figure che rapiscono d’ammirazione e di diletto.

L’oscura porta del quadrato cortile che apriva l’ingresso al Monastero, la contigua marmorea facciata della Chiesa, abbrunita dagli anni, il campanile che la sovrasta, formano un quadro di linee severe, il quale si stacca interamente dalle gaje e ridenti prospettive che offrono gli edifizii moderni e richiama la mente ai costumi ed alla storia delle età trapassate.

Ne’ vecchi tempi il lato occidentale del vasto giardino di quel Chiostro veniva chiuso per una parte dal ricinto d’una rustica casuccia, che era della famiglia dell’ortolano, quindi da un muro che rispondeva esternamente alla contrada detta del Nilone di San Francesco; verso la fine di tal muro eravi una quadrata torre smussata, rozza, cadente, antico avanzo dei baluardi della città che quivi passavano prima dell’età di Federigo Barbarossa. Altra torre forse più vetusta e di forma rotonda sorgeva pure in quel giardino, e vuolsi, avesse al tempo del dominio romano servito di carcere ad alcuni Santi Martiri, le cui immagini scorgevansi colà raffigurate in atto d’affacciarsi ai ferri della grata.

La torre quadrata posta in fine al muro aveva serbato lungo tempo il nome di Torre d’Anisperto, perchè dicevasi averla fatta costruire quell’Arcivescovo, il quale nel nono secolo fortificò i ripari di Milano contro i temuti assalti dei barbari; ma venne poi chiamata la torre della Maddalena, a causa che le naturali sue ruine, modificate alcun poco dall’arte, avevano cangiato l’ingresso della torre medesima in una grotta ripiena di ampii massi sui quali era stata adagiata una statua rappresentante la Madalena penitente. L’edera, il musco e varii antichi frantumi sparsi d’intorno concorrevano a dare a quel luogo il vero carattere d’un eremo, a cui fornivano tutto il patetico alcune annose piante frondosissime, che cingevano ed ombreggiavano a modo di bosco quel luogo, non che un rigagnolo che derivando quivi presso dal Nilone penetrava con dolce mormorìo nel giardino.

Terminati i vespri, un bel giorno di Maggio del 1489, le Monache uscite in frotta dal coro s’andavano disperdendo altre pei portici, altre per i corritoi e pel cortile: solo due di esse presero la volta del giardino e s’avviarono passo passo verso la grotta della Maddalena.

Il sole declinato verso ponente splendeva in tutto il fulgore. Al suo raggio si vedevano rosseggiare di sopra al muro la fronte del vicino convento de’ Francescani e in lontananza le torri di Sant’Ambrogio. Tutto il giardino era fiorito e la verzura stessa delle frondi s’aveva alcun che di lucido e d’ameno che armonizzava colle belle tinte del cielo.

Le due Suore procedevano lentamente per l’erboso vialetto l’una a fianco dell’altra. Una era giovane, mesta, pallidissima e teneva dogliosamente inclinato il capo; essa sembrava sostenersi a stento, tanta era l’incertezza colla quale posava il piede; l’altra d’età poco più matura l’andava dolcemente soreggendo, e mostrava in volto la pazienza e la bontà di un angelo. Pervenute sotto gli alberi presso la grotta, fece la maggiore d’età assidere l’altra sopra uno de’ massi, le si pose d’appresso e disse: "Quì è fresco e quieto, non è vero Ingelinda?".

"Sì, sorella, l’aria è men calda e tutto mi pare tranquillo - in così dire lasciò cadere una mano in grembo alla compagna, ed alzò il capo traendo un sospiro. La sua faccia contornata dai lini monacali, de’ quali era forse più bianca, rappresentava un ovale, che se fosse stato d’alcun po’ meno scemo per estenuatezza, sarebbe apparso perfetto; il naso, la bocca, la fronte potevano appartenere ad una statua greca; aveva sottilissime e nere le sopracciglia, il contorno degli occhi era tale che nessun pittore saprebbe finger meglio, solo la pupilla immobile, appannata, non corrispondeva alla sua rara bellezza ... ella era cieca.

"Dove siamo, disse, mia cara Agnese?"

"In giardino, nel boschetto, presso la grotta di Santa Maria Madalena".

"Quel bosco e quella grotta che voi mi conduceste a vedere sei anni sono quand’io venni la prima volta a Milano e qui fui colla mia povera madre a ritrovarvi. Ve ne ricordate?"

"L’ho presente quel giorno come se fosse oggi stesso".

"Io pure non l’ho mai dimenticato. Era dì di festa; sentii la messa con mia madre nella Chiesa di fuori, in mezzo a gran folla di signori, poscia entrammo qua dentro e fummo accolte con tutta cortesia, e tosto condotte nel parlatorio - Quest’è tua cugina Agnese la figlia dello zio Corrado d’Arona - mi disse mia madre quando voi ci veniste incontro insieme alla Badessa. Io v’abbracciai, voi mi colmaste di carezze e avend’io mostrato desiderio di vedere i luoghi interni del chiostro mi guidaste nelle sale, nelle celle, per tutto ed anche in giardino. Quì coglieste per me molte rose ed altri bei fiori, e mi faceste visitare questa grotta: so che la Santa sta leggendo ed ha vicino a sè un rosario ed un crocifisso".

"Per l’appunto. Rimango però compresa da meraviglia come vi possiate rimembrare di ciò, mentre allora non restammo quì che un momento. Voi d’altronde eravate sì giovinetta e vivace ..."

"E’ vero, o sorella, ma allora il mio cuore contento e sereno, si pascolava con dolcezza d’ogni cosa. Ahi come rapido passò quel tempo! ..."

"Povera Ingelinda! ... e avete tanto sofferto?"

"Oh se sapeste quanti dolori, quanti immensi acerbissimi dolori ha provati dappoi questo cuore, sono certa che per commozione non potreste trattenere le lagrime!"

"Sempre mi sono rammentata di voi, e il cielo sa cosa avrei dato per potervi assistere anche da prima".

"Vedete in quale stato gli affanni m’hanno ridotta? Già quasi mi mancano le forze di reggermi sulla persona; altro non sono che una misera creatura vicino al sepolcro".

"Credetemi, vi raccomando ogni giorno e con tutto il fervore nelle mie preghiere alla Vergine e spero colla grazia di Lei che i vostri mali si calmeranno".

"O cara Agnese, pregate la Vergine che seco presto mi chiami: ogni altra speranza è perduta, sono insanabili i miei mali".

E rimase silenziosa colla testa ripiegata sul seno. L’altra suora rispettando il suo dolore, senza profferire parola, le prese una mano e stringendola fra le sue leggiermente, le fece comprendere quanto sentiva l’angoscioso suo stato.

Sorse intanto un’auretta che penetrando tra i rami di quelle antiche piante fece nascere un improvviso ma tenue susurro, e scese a careggiare con soffio soave il volto di Ingelinda. Ella si scosse; sparve un momento dalla sua fronte l’ambasciada e atteggiata ad un mesto ma ispirato sorriso: Oh qual dolce venticello! (esclamò). Viene forse esso dal lago a ritrovarmi ancora? Com’è caro, come aleggia e rinfresca il mio sangue! parmi d’essere sulla mia spiaggia di Lesa a respirare l’aria della sera che scendeva dai colli imbalsamata dai fiori del persico. In quest’ora il lago era d’argento e le sue acque venivano a morire sulla sabbia a’ miei piedi, mormorando come fanno queste foglie. (Stette sospesa un istante poi proseguì più animata). In quest’ora, sì, la sua barca spuntava, s’avanzava, giungeva al fine e balzato a terra, volavami incontro. Quai momenti! ... Quai parole! ... Chi le potrebbe ridire? ... Egli solo ...

"Egli chi? - domandò Agnese con sorpresa e premura. Ingelinda esitò un istante poi profferì a voce sommessa un cognome.

"Che dite? ... Egli ... d’Arona? il Signor della Rocca?".

"Sì il conte Guido ... Ma, oh cielo (disse la cieca trepitando) forse alcuno ci ascolta!".

"No, non v’ha anima vivente qui dappresso; anche tutto il giardino è deserto (aggiunse Agnese, dopo avere traguardato fra i tronchi degli alberi). Oh che mi narrate mai! Eravate voi dunque l’amata di quel gentile Cavaliero? Intendo, intendo la vostra sventura. Infelice! so, è già un anno, ch’egli rimase morto sul campo".

"Morto il mio Guido? ... No; egli vive e forse sospira la sua Ingelinda".

"Ma come? se si compie ora un anno appunto da che la sua famiglia, la quale ha pure dimora in Milano poco lunge da noi, mandò al monastero ricchi doni onde venissero celebrate solenni preci ed esequie pel Cavaliero da voi rammentato, che dicevasi fosse caduto combattendo pel Duca contro quei di Francia?".

"Ahi funesta quanto falsa notizia! I suoi nemici non osarono tanto; egli respira ancora ... ma non è più per me; io l’ho perduto per sempre. - Queste parole furono pronunciate con un accento che manifestava una desolazione profonda, inconsolabile.

Agnese a cui quella confessione del tutto nuova e inaspettata aveva colpito in singolar modo lo spirito, corse col pensiero alla primiera età onde rinvenire al di là delle lunghe e placide sue claustrali abitudini qualche affetto che s’avesse il tunulto e la vita di quel profano sentire. E avendo essa in troppo giovane età abbandonato il mondo non intravide che lampi confusi, i quali le rammentavano però un non so che di tenero, pieno d’una soavità e d’un cruccio indistinto. Ciò accrebbe in essa, se pure era possibile, la pietà per l’infelice compagna; e nelle richiamate rimembranze una trovandone fra le più care e complete, la quale riguardava l’oggetto nomato, quasi involontariamente trascorse a dire:

"Fanciullo mi ricordo averlo veduto armeggiare in giostra nel piano a piè del colle della Rocca, poco fuori de’ baluardi d’Arona. Colà era elevatosi lo steccato co’ palchi, e tutti v’accorrevano i terrazzani a mirare lo spettacolo splendidissimo. Dal forte d’Oleggio, da Angera, da infiniti altri luoghi oltre il Lago e il Ticino venivano i Signori e i Castellani invitati dal Conte suo padre. Prima nel torneo battagliarono i cavalieri d’età virile coperti d’armi lucenti e di finissime sopravvesti, indi i giovinetti con lancie e spade spuntate. Fra tutti ammiravasi per leggiadria e destrezza quel figliuolo del possente Signore del paese: s’aveva un ghiazzerino di terso acciajo con borchiette d’oro ch’era una meraviglia a vedersi; lo serrava in vita una fascia rossa di seta con molti vaghi usolieri; teneva in testa sul bacinetto ricoperto di velluto un pennacchino cadente a sghembo, e con quel suo portamento, con quel suo viso fiero, ardito e al tempo stesso sì bello e gentile rubava gli occhi, incantava le persone".

"Ardito, bello e gentile ... E’ desso, è desso (esclamò Ingelinda abbracciandola con trasporto, poichè quei detti avevano fatta vibrare con tutta veemenza la corda più tesa e sensibile dell’anima sua). Ah voi dunque l’avete veramente veduto? Ed era fanciullo allora: oh se l’aveste potuto mirare nel fiore di sua giovinezza, adorno di tutte le grazie più squisite, se aveste udita la sua voce, le sue parole, egli vi sarebbe sembrato mille volte ancor più bello".

"Voi avete però abitato sempre a Lesa, come avvenne mai che foste conosciuta da quel giovine Cavaliero che aveva stanza ad Arona?".

"Soleva lo zio Corrado, vostro padre, ogni qual volta veniva a Lesa far calde istanze presso mia madre onde mi lasciasse andare ad Arona per ivi soggiornare seco lui alcun poco, poichè diceva il buon vecchio che vedendomi in casa gli sarebbe sembrato d’avere ancora la sua Agnese, giacchè vi teneva come perduta da che v’eravate rinchiusa in questo lontano monastero".

"Ottimo padre! di mio volere non l’avrei abbandonato mai; fu la Badessa nostra parente, che quì mi volle. Ma proseguite, o cara".

"Dopo tante e tante replicate istanze, due anni sono finalmente mia madre mi concedette di trasportarmi in Arona all’occasione della festa della natività dell’Immacolata Bambina, la quale come sapete viene colà celebrata con tutta pompa. Mia madre, - ah! la sventurata non sapeva di quali fatali avvenimenti essere causa doveva quella partenza, - riempì il fardello di mie vesti più ricche e sfarzose e dopo avermi baciata e ribaciata, fu presente, allorchè sull’alba del giorno otto di settembre, adagiata in groppa al bianco ubino di mio fratello, c’incamminammo per la strada lungo il lago ad Arona. Era già alto il sole quando vi giungemmo; tutte le campane vi suonavano a festa, le vie erano folte di gente che da terra e nelle barche continuamente arrivava. Ornate le case, pieni i davanzali di fiori, ogni cosa annunziavas solennità e letizia. Pervenuti alla casa dello zio non so dirvi con qual tripudio vi fummo ricevuti. Egli non saziavasi d’abbracciarci. Ordinò venisse tosto allestita per me la miglior camera, e che ogni cosa che io desiderassi mi fosse immediatamente presentata. Mi assegnò per fante la Lisia ..."
"Oh la Lisia? (l’interruppe dicendo Agnese). La mia Lisia, chi sa se gode di prospera salute e conserva ancora memoria di me?".

"Quand’io lasciai la vostra casa, benchè essa si dicesse aggravata dagli anni, pure era sana e vegeta, e parlava sempre di voi con molto amore".

"Lisia mi vide nascere e mi portava il più gran bene del mondo; guai se vedeva punirmi o negar cosa che richiedessi! S’aveva veramente un cuor di miele; anch’io l’amava tanto. Or bene continuate, che faceste quel primo giorno in Arona?".

"La novità degli oggetti (proseguì Ingelinda), il brivido del freddo mattinale che mi aveva assalita nel viaggio, e più d’ogni altro motivo l’immagine di mia madre lasciata piangente avevano prodotto in me un certo torpore increscevole. Ma l’amorosa accoglienza dello zio e di tutta la casa, le cure dell’abbigliamento in una tiepida stanza, il mirare dall’imposta del balcone nella piazza una ressa inusitata di popolo festante; dissiparono a poco a poco ogni melanconica idea; e quando sontuosamente ornata della persona, con un candido velo che dalle chiome cadevami dietro sin quasi al piede, m’apprestai a recarmi alle sacre funzioni, il mio cuore fatto aperto e lieto prendeva parte alla gioja universale. Venuta l’ora uscimmo collo zio alla volta della chiesa. La moltitudine stipata nella via dividevasi per farci largo - E’ messer Corrado co’ suoi nipoti (dicevansi l’un l’altro), lasciate libero il passo - E mentre pur curiosamente ci affisavano in volto, tutti restringevansi per aprirci comoda la strada. Il buon vecchio contento oltremodo di averci a’ suoi fianchi, sorrideva ringraziando per la cortesia a noi usata. Giungemmo a Santa Maria ..."

"Oh come sarà stata quel dì stupendamente addobbata’".

"Era tutta ad arazzi ed oro: i cerei splendevano in cento luoghi a fasci piramidali, l’altare maggiore coperto di lumi, di argentee reliquie e d’arredi, luceva come un sole. Noi andammo a collocarsi in luogo distinto, ne’ sedili che sono dello zio. A poca distanza da noi stavano i seggi isolati e riccamente adorni destinati al Conte Signore della Rocca, il quale dopo pochi momenti giunse esso pure alla chiesa, seguìto dai figli co’ principali di sua famiglia; i soldati lo precedettero colle alabarde, il clero l’accolse e l’accompagnò al posto d’onore. Ebbero allora principio le sacre funzioni ed io genuflessa come gli altri tutti rivolsi la mia mente al cielo. Tanto splendore, tante ricchezze, i suoni e i cantici melodiosi, i globi d’incenso che elevandosi formavano intorno un’odorosa nube, parve schiudessero al mio animo il paradiso, poichè nell’intenso durare della prece io gioiva d’una contentezza celeste, indescrivibile. Mossa dal puro interno affetto alzava lo sguardo riconoscente quasi se assistessi colle schiere angeliche all’eterna corte; ma ... oh istante! ... le mie s’incontrarono in due pupille vive, nere, lucenti, che stavano fise immobili a contemplarmi. Come se quegli occhi avessero penetrato nel profondo del mio cuore, sentii per rossore salirmi al volto una fiamma, ripiegai tosto il capo sulle mani giunte, per cui il velo, che aveva rialzato, cadde a quel moto a ricoprirmi il volto".

"Ed era il primogenito del Conte ch’aveva guardato? - l’interruppe chiedendo Agnese, la quale fatta immobile ascoltava con tutta avidità quel racconto.

"Egli appunto (timida rispose e con piana voce Ingelinda). Io non osai più durante l’intera celebrazione levare lo sguardo verso quella parte, neppure da sotto il velo, e compiuti i santi riti, quando uscimmo dalla chiesa progredii tutta in me raccolta cogli occhi a terra sin che riposi il piede nella casa dello zio, poichè m’era rimasto in petto un insolito turbamento. Quivi m’attendevano, conscie di mia venuta, varie giovinette, amiche di vostra famiglia, le quali mi fecero gioviale corona e seco loro mi condussero sul loggiato onde godere della piacevole veduta delle adorne contrade e della moltitudine de’ passeggieri. Di là su, mentre io guardava ammirata ogni cosa mescendomi all’allegro favellìo di quelle compagne, veggo avanzarsi alla nostra volta sopra superbi destrieri bardati di velluto, due leggiadri giovani pomposamente vestiti con cinture vermiglie trapunte in oro".

"Uno d’essi sarà stato il Cavaliero?".

"Sì. Al riconoscerlo tremai tutta, poichè sembravami che l’altre dovessero avvedersi dell’agitazione prodotta in me dal suo apparire. Egli passando sotto il loggiato vi gettò varii sguardi, e s’allontanò lentamente non senza rivolgere a più riprese il capo. Essendovi varie fanciulle colà su, io per buona sorte non venni scorta o particolarmente distinta. Il giorno seguente poi avviandomi al passeggio collo zio e il fratello, usciti da San Graziano fuor di porta, lo rividi fra comitiva di nobili signori che veniva alla volta d’Arona e m’accorsi che intorno al farsetto, in luogo della cintura vermiglia, se n’era stretta una bianca screziata di color di rosa come era l’abito mio. Stavagli impresso in viso un certo pallore, che nel dì antecedente non gli aveva veduto e che ne rendeva i tratti ancor più nobili e belli; mi rimirò vivamente e fece atto d’inchinarsi a salutarmi, ma in quel punto mi diedi a parlare collo zio, e mostrai di non avvedermi di lui".

"Oh così aveste voi animo di fare?"

"Lo feci: però confesso il vero, cara sorella, che la notte, mentre cercava d’abbandonarmi al sonno, egli sempre si presentava alla mia mente e lo vedeva da prima con tutta dolcezza rimirarmi, poscia a causa di mia severità dipartirsi da me afflitto, sdegnoso, e sentiva di ciò un pentimento, una doglia grave inusitata al cuore. Avrei voluto allora non essermi mai staccata dai fianchi di mia madre e proponevami di tostamente farvi ritorno per obbliare quella seducente e tormentosa immagine".

"E che fu?"

"Appena alzata, vedendo mio fratello s’allestire per la partenza, pregai istantemente lo zio mi lasciasse seco lui redire alle mie case. Fu invano. Chiedevami quasi piangendo il buon vecchio, se temeva che appo lui m’avesse alcuna cosa a mancare, mi offrì vezzi, abiti, doni d’ogni sorta e ripetè il comando che io dovessi venire considerata ed obbedita al pari di lui medesimo. Mi fu forza il cedere; mio fratello partì da solo, ed ohimè abbandonai il mio animo ad una lusinghiera aspettativa! Il Cavaliero ripassava ogni giorno dalla casa, io lo vedeva e andava in me crescendo una tenera ansiosa cura che occupava ogni mio pensiero. Un mattino che seduta, ricamando un nastro presso le imposte del balcone attendeva ch’ei passasse, poichè n’era l’ora consueta, venne la Lisia a porsi a canto a me. Quando il Cavaliero trascorse a lenti passi la sottoposta via, quella fante sogguardandomi con certo malizioso sorriso mi disse - Conoscete voi quel giovine e bel signore che passa? - Io mi feci di scarlatto in viso e risposi che no Egli è (aggiunse Lisia) il figlio del Conte signore del nostro paese, al quale ognuno presta omaggio ed obbedienza; è ricchissimo e potente ed il più bello e valoroso giovine di tutte le terre del Lago. E vi conosce e so di lui tal cosa che vi farebbe andare orgogliosa fra le fanciulle d’Arona e fors’anco della stessa Milano - E che sai tu? - non potei astenermi dal domandarle - So ch’egli è preso per voi da ardentissimo amore".

"Ah Lisia! Lisia! - esclamò Agnese dimendando il capo".

"D’onde apprendesti una tal cosa? (soggiunsi io) e chi ti fa ardita a tenermi somiglianti ragionamenti? - Non v’avei mossa parola (rispose Lisia), se non fossi ben certa che l’amor suo è onesto e sincero. Che tale ei sia ve ne faccia prova la protesta uscita dalle sue labbra che se voi l’amate d’eguale amore, egli vi si vuole dichiarare fidanzato e non dubita d’ottenervi da suo padre in donna, poichè è istruito che il vostro sangue non è volgare ed avete facoltosi parenti - Quale consolazione, qual trasporto recassero in me questi detti non è possibile descriverlo; il pensiero di diventare la sposa di lui che colla sola lontana presenzaformava tutte le mie delizie, superava ogni più ardita speranza".

"E tutto ciò (profferì Agnese con voce cupa) non era forse che un empio inganno?"

"Che dite mai? era la pura inalterata verità. Egli aveva realmente manifesti i sentimenti suoi; sì mi amava più di sè stesso, lo ripetè mille volte alla mia presenza, nè quel cuore sapeva mentire. Oh con quanto ardore ci giurammo poscia fedeltà eterna avanti la sacrosanta Immagine della Vergine!".

"Dunque poteste avere prestamente colloquio seco lui. Coma mai ciò avenne senza che mio padre penetrasse l’arcano?".

"Un ombroso sentiero guida con breve cammino dalle mura d’Arona ai margini della Vevra. Là dove le limpide acque di quel torrente abbandonati i balzi della rupe s’internano fra i recessi di un’amena selva, sorge una cappelletta, rifugio de’ pastori nelle procelle, ivi un giorno fui scontrata da lui, e divenne quindi il luogo de’ nostri convegni. Io mi recai colà accompagnata dalla Lisia nell’ora che precede il declinare del giorno e vedeva discendere il mio Guido dall’alto del colle d’onde aveva attesa e spiata la mia venuta. Ragionamenti i più soavi, leali e tenere espressioni, parole incantevoli rendevano ognora troppo fuggitivi quegli istanti; era in esso poi un rispetto, una devozione sì gentile e completa che in me duplicava la gara d’amore. Ah! Agnese, vicina a lui sembravami che una luce più splendida e pura investisse gli oggetti: ogni cosa mi pareva beata come l’anima mia!".

Dipingevasi sul volto con ammirabile sorriso l’intimo inesplicabile diletto che dal rammentare que’ felici momenti scaturiva in cuore ad Ingelinda, in cui la perduta virtù visiva rendeva più fervido e sensibile l’interno immaginare. Ma come raggio in tempesta fu rapida quella gioja, e più dolorosa tornò la mestizia a diffondersi sulla pallida faccia.

"Da tanta contentezza a tanti affanni! - Pronunciò fra sè stessa Agnese rimirando que’ lineamenti, e rivolta alla Suora, temperando affabilmente la voce proseguì. "Partita voi da Arona, il Cavaliero, se ben compresi, continuò venirvi a rivedere nella terra di Lesa: vostra madre avrà dovuto allora esserne resa consapevole?".

"Quando, trascorsi più di sei mesi, feci ritorno a casa, trovai mia madre estenuata, languente. Nel lungo amplesso con cui m’accolse inondandomi di lagrime, mi rimproverava la prolungata assenza. Le sue parole erano spine al mio cuore; appena rimanemmo sole, mi gettai di nuovo nelle sue braccia e tutto le feci aperto il secreto amor mio. Ella m’ascoltò intenerita, poscia mi domandò ripetutamente s’io non temeva che si celasse sotto le dolci parole menzogna o tradimento - Madre le dissi, se approvate il nostro amore verrà egli stesso a ripetere i suoi giuri innnazia a voi. - Ebbene (rispose dessa) s’egli è uomo secondo il tuo cuore il cielo adempia le vostre promesse. - Venne: mia madre lo vide, l’ascoltò, e ben presto l’amò qual figlio; e di chi quell’angelo non s’avrebbe guadagnato l’affetto? Fu allora stabilito ch’entro un anno sarei divenuta sua sposa".

"Se vostra madre assentiva perchè frapporre tanto indugio alle nozze?"

"Ohimè! Quello spazio di tempo fu giudicato indispensabile. A capo ad un anno il mio Guido diveniva per età signore di sè stesso, per ciò potendo farmi sua liberamente, non temeva, s’anco si dimostrasse sottomesso al genitore, che questi fosse per rigettare la sua inchiesta e rifiutare di ricevermi per nuora. Nè m’era grave l’attendere: egli presso che ogni giorno approdava veleggiando a Lesa o vi veniva sul suo corsiero. Io gli usciva incontro e alla sua vista il mio cuore tremava e addoppiava i palpiti con tanta veemenza che pareva volesse uscirmi dal petto; giunto a me vicino riconducevami lungo il lido a casa, rimanendo quivi con noi sino all’imbrunire. I suoi accenti affettuosi e fervidi erano per me un balsamo soave, e valevano a temperare la pena che mi stava in petto per lo stato infelice della mia povera madre."

"La sua salute continuava dunque ad essere mal ferma? Dopo il vostro ritorno era a sperarsi che le di lei infermità si dissipassero".

"Al contrario, i di lei patimenti ogni dì s’aumentavano, e la vedeva deperire ad onta delle mie più assidue cure. Mia però un lamento uscì dalla sua bocca; e quand’io accorgendomi ch’ella pur tanto soffirva, prorompendo in pianto dirotto nascondeva la mia faccia tra le sue coltri. - Non t’addolorare Ingelinda (mi diceva accarezzandomi), i miei mali saranno di breve durata, e s’ho a morire muojo contenta giacchè ti lascio affidata al più virtuoso giovine, al più leale dei cavalieri, il quale formerà la consolazione di tutti i tuoi giorni, ciò che fu sempre l’unica meta de’ miei desiderj. - Ah madre adorabile se sapeste che il cielo ben lungi dal verificare le vostre parole mi rese la più afflitta di tutte le creature! che per la vostra Ingelinda non corsero più che giorni d’amarezza e di pianto!".

"Sventurata fanciulla! ... Ma ancora non intendo".

"Udite. Ruppe in quel tempo la guerra tra gli Svizzeri collegati con quei di Francia e il Duca. Una grossa banda nemica sbucando dalle montagne improvvisamente invase i confini dell’Ossola. Tosto tutto il paese fu in armi: il mio Guido, pel primo chiamato dal padre a capitanare la schiera, lasciare mi dovette e partire. Io non vi potrei dipingere il mio stato: peggiorava gravemente mia madre; dalle novelle che provenivano dall’alta valle sapevasi che le zuffe s’avvicendavano sanguinosissime. Ad ogni tratto soldati mutilati o feriti passavano a drappelli da Lesa: io faceva porgere loro tutti quei soccorsi che meglio poteva, e ansiosa chiedeva ad essi dell’amor mio. - Egli è la prima spada del campo (rispondevami) combatte da valoroso e cerca d’opporre un argine possente al soverchiare de’ nemici. Oh cielo qual cuore era il mio! mai s’asciugavano ne’ miei occhi le lagrime. Finalmente un giorno ... agghiaccio tutta nel dirlo! venne l’orrendo annunzio che Guido era stato veduto cadere pugnando dall’era d’una rupe ove s’avventò troppo arditamente, e che precipitato dalla balza nei profondi burroni la salma di lui giaceva insepolta insieme a quelle di tanti altri guerrieri .... A tal disastro l’animo non resse: caddi svenuta a pie’ del letto di mia madre agonizzante ... e quando rinvenni in me stessa, sommo Iddio! ella era morta".

"Oh tremendo caso! ... Il Conte Guido però diceste che non era perito?".

"No: ma in me fu irreparabile il colpo. I nodi che mi univano all’esistenza s’erano come troncati per istantanea forza; lo strazio estremo cagionò una lenta febbre che logorando consumava le potenze della mia vita. Il pianto s’inaridì; le mie pupille esauste, cocenti più non sostennero la luce, e a poco a poco, per eccesso di desolazione, un nero insollevabil velo le ricoprì in eterno".

"Mi si spezza il cuore! ... (esclamò Agnese con voce di pianto)".

"Quando fui ridotta in sì orribile stato, e condannata solitaria a divorare entro me medesima l’acerbissima mia pena, allora seppi che Guido viveva ancora, poichè il capo di quella banda nemica contro cui erasi slanciato riconosciutolo all’atto della mischia, quando lo vide dal numero de’ suoi atterrato e ferito, lo fece trasportare giù dal monte. Avviatolo poi secretamente nell’interno paese, sperando più gran somma pel di lui riscatto lo tenne rinchiuso prigioniero in un inaccessibile castello, d’onde fermata che fu dopo due mesi la tregua, spedì un messo al Conte in Arona per trattare della liberazione del figlio".

"Qual gioja a tale notizia per la famiglia di lui, che sino a quel tempo sarà pure stata avvolta nel fatale vostro errore?".

"Oh sì in essa quanto insperata tanto più grande e intera fu la consolazione".

"E in voi?".

"In me ... oh Dio! ... in me, non lo chiedete. Sentii più gravemente il peso de’ miei mali. Forse se l’avessi invocato quel generoso cuore non avrebbe abbandonata e respinta un’infelice, priva per cagion sua del più prezioso de’ sensi. Ma nol volli: una cieca non era più degna di lui, nè io doveva colla mia presenza rattristare tutti i suoi giorni. Unica a confortarmi sorse in me la speranza ch’ei mi terrebbe ognora impressa in seno, e che all’annunzio della cruda sventura della sua Ingelinda avrebbe versato lagrime sincere. Ciò tolse in parte l’asprezza de’ miei affanni; si riaprì la vena del pianto, la mente sollevata potè effondersi in fervidissima preghiera, onde mi sottoposi più umiliata ai divini decreti, ed aspirai ad una pace che n’era da prima inconcepibile. Feci riferire allo Zio la mia volontà di essere rinchiusa in questo Monastero, al quale faceva dono de’ miei beni ed ove sarei stata ricevuta, sendovi parente la Badessa, e Voi già suora da più anni, Voi di cui mi risovvenni con tanto affetto."

"Oh amata cugina! - disse Agnese con tal dolcezza che contraccambiava la manifestazione di quella riconoscente rimembranza. E aggiunse:"Aveva il Conte Guido già fatto ritorno dal paese nemico, quando voi qui venendo abbandonaste la casa paterna?".

"Egli era atteso di que’ giorni ed io volli evitare la tremenda prova di saperlo vicino. Mi feci condurre al letto ove morì mia madre, lo baciai e bagnai di lagrime, indi, dato a tutti un ultimo addio, fra il loro compianto me ne partii. Il mio sagrificio fu immenso è vero; ma sapete voi comprendere sorella, l’angoscia del sentirsi d’appresso un essere che si adora e non potere squarciare le tenebre d’una perpetua notte nel contemplare almeno un istante sul suo viso l’espressione dell’amore?".

"Tacque Agnese dal dolore impedita, poi frenando a stento i singhiozzi rispose: "Ah sì m’immagino quanto grave e crudele deve essere il mancare dell’uso delle pupille tanto necessarie ad ogni atto della vita, e per cui si scoprono ed ammirano le meraviglie operate dalla mano del Creatore".

"Talvolta (profferì Ingelinda) mi si affaccia con terrore il pensiero che dalla oscurità in cui giaccio vivente, abbia a passare a quella della morte e rimanervi eternamente sepolta".

"Non lo temere, o sconsolata! (rispose l’altra con pietoso entusiasmo) verrà il dì, ne son certa, che in premio di tanto soffrire godrà la vostr’anima dello splendore de’ cieli, e di tutte le sue beatitudini".

"Oh vorrei solo che mi fosse dato rivedere il caro lume del giorno, e il sole diffuso raggiante indorare le mie rive ed i monti, vorrei ricongiungermi a mia madre, e ... per colmo di contentezza ... ohimè che dissi? ... l’ho perduto per sempre".

Uno scoppio amarissimo di pianto le concesse appena di profferire quest’ultime parole.

L’estremo raggio del crepuscolo penetrando fra i rami, mesceva al pallore del volto di lei un’incerta moribonda luce, che le faceva prendere aspetto d’una larva addolorata, apparsa a gemere in que’ silenzii le colpe del cuore. Agnese asciugandosi tacitamente le lagrime le offrì il braccio, e dolcemente sollevandola si rinviarono insieme alle loro romite cellette.

FINE DELL’INGELINDA