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Il bravo e la dama. Scena storica

../Ingelinda o la suora benedettina Racconti storici/Adelberta Boniprandi IncludiIntestazione 12 ottobre 2009 75% Da definire

Ingelinda o la suora benedettina Adelberta Boniprandi


Era suonata l’Avemaria. Milo il biondo, Bravo del Conte se ne ritornava passo passo per una delle strade più solitarie di Milano, giù dal ponte di Porta Romana. Aveva accompagnato il padrone nella solita casa, ove recavasi alla serale adunanza.

Non era stato d’uopo per rischiarare la via di accendere l’ occhio di bue (lucernetta di ottone e cristallo), giacchè splendeva la più bella luna, che mai si potesse dire. Egli veniva lentamente or cantando ora zufolando alla distesa: teneva la destra mano appoggiata alla cintura dello spadone, e colla sinistra faceva varii moti, onde far brillare al raggio della luna una falsa gemma che portava in dito, legata in largo anello d’argento. La strada era per metà rischiarata dalla luna, e sull’altra metà batteva l’ombra d’un lungo muro di giardino, sul quale sopravanzavano gruppi di piante ed alberi isolati, che accrescevano in varia foggia la linea oscura, interrotta in certo punto da uno spazio, in cui non riflettevansi sul terreno che le aste del cancello, il quale serviva di porta.

Milo cantava; il suo spirito era sereno al pari del cielo, che gli stava di sopra ed a cui calzava di tratto in tratto gli occhi, siccome ad un vasto padiglione turchino trapunto di stelle, senza pur sognare nè la pluralità dei mondi, nè l’infinità dello spazio. Aveva un cappelletto acuminato, da cui pendevano varie fettucce di velluto: e lo portava obliquo sulla rete, che gl’involgeva la capigliatura folta e bionda, dal colore della quale aveva ricevuto il soprannome: da ciascuna delle tempia gli ricadevano due ciocche attortigliate a modo di treccia riunite da picciol nastro all’estremità. Non aveva affatto nè mustacchi, nè barba: il suo collo era nudo e slanciato; portava un farsetto bruno, ingombro sul davanti di catenelle e gale, tra cui usciva luccicante l’impugnatura d’acciajo d’un coltello stilato.

Zufolando le note allegre e acute della pavaniglia, sentì da un albero un usignuolo gorgheggiare più vivacemente dopo il ritornello: egli s’arrestò un momento ad ascoltarlo; poi ricalcando la via, prese a cantare la canzone a serenata, che fra il popolo era allora di moda; e cominciò con voce spiegata ed alta:

"Mi vò trasformar grillo per cantare,
Mi voglio per dolcezza far sentire
La notte quando tu stai a dormire.
La notte quando tu stai a dormire."

"Oh bella, che c’è? - (esclamò, porgendo l’orecchio e fermandosi sui due piedi, colpito dal suono di due bellissime voci femminili, che avevano in armonia e con più lenta cadenza ripetuto l’ultimo verso). - Sono lì dentro il muro del giardino: ragazze allegre: mi berteggiano; lasciamole fare:

"Mira che bel seren, che belle stelle;
Questa è la notte da invitar zitelle,
A passeggiar nei campi al chiar di luna.
A passeggiar nei campi ...."

- Ah! ... Ah! - udì Milo, che giunto al cancello del giardino vi si affacciò per guardar dentro; e vide due giovani donne fuggire rapide fra mezzo ai cespugli ed alle piante e sparire nell’ombra fitta dell’ampio palazzo, che vedevasi sorgere in fondo al viale di prospetto al cancello, e dalla cui nera fronte alcune finestre lasciavano trasparire bagliore di lumi.

Milo dopo qualche istante se ne partì di là meno gajo di quello che vi fosse venuto; poichè nella sua mente pullularono cento vaghi e straordinarii pensieri.

Non eravi, per far contenta certa specie di uomini, miglior mestiero di quello di Bravo, quando il servigio fosse in città presso una famiglia ricca, potente e poco facinorosa, qual era appunto quella, ove trovavasi Milo. I bravi, o buli, in tal condizione, pretendevano differire grandemente da quelli della classe più infima e scellerata, che appellavansi mazzadori (vedi qual nome!), ed erano sicarii unicamente prezzolati per la commissione dei delitti; volevano essere invece una specie di Guardia del corpo; nè alcuno ignora la vita lieta che conduceva in quei tempi una tale milizia.

Con grosso salario, ottimo pasto, senza tema nè di sbirraglia nè di giustizia, protetto dal nome e dal lustro della casa, che lo pagava, e che esso alla sua volta proteggeva colla propria forza, distinto dal rimanente della servitù, nè obbligato ad alcun basso e laborioso ufficio, un Bravo, se non aveva a seguire il padrone in viaggio, alla caccia, in qualche spedizione amorosa o nelle passeggiate notturne, a null’altro ordinariamente pensava, che a perfezionarsi nel maneggio delle armi proditorie e ad abbandonarsi coi compagni al giuoco, all’intemperanza e ad ogni sorta d’obbrobrioso solazzo, che per tale audace e fiera genia nulla v’era di vietato e d’illecito.

Milo era figlio del torno, come soleva dire il volgo degli esposti. Tolto infante a quell’ospizio da un vecchio servo senza prole, crescendo esso bello e vigoroso e appalesando armigere inclinazioni, venne dal suo adottante collocato in qualità di Bravo nella casa dei Conti P...., una delle più cospicue case di Milano. Benchè fossero già alcuni anni che quivi esercitasse tale professione e avesse avuto modo di riceverne tutta la ferrea tempra, pure per vero dire conservava nei tratti e nel carattere un non so che d’affabile, s’aveva un brio ed una giocondità civle e mansueta, ch’erano qualità rarissime fra individui del suo stato. L’affabilità e la dolcezza sua non lo rendevano però meno proclive al risentimento, meno insofferente d’ogni contraddizione e d’ogni contrasto, meno feroce nell’ira e implacabile nella vendetta; giacchè questi sendo difetti precipui e universali del secolo, divenivano natura e doveri per i suoi pari.

Quella sera Milo evitare voleva di recarsi alla taverna dell’Olmo, consueto loro luogo di convegno; ma scontrato dagli amici fu quasi a forza colà condotto; ed ivi fra le tazze, le carte e i dadi gli gridarono: - Prendi la mandola e canta, Biondo, canta. - Egli per tal’arte aveva il vanto su tutti e soleva intrattenere e rallegrare la brigata s’accompagnando con un mandolone, ch’era del taverniere, e stava appeso alle pareti presso la di lui cappa.

Milo rispose: "Non ne ho voglia, non posso: ho già cantato abbastanza questa sera in Porta Romana".

"Eh! A chi cantasti? (disse l’uno) forse alla Leonora, la fiorentina, che vende le polveri e l’acqua nanfa alla crocetta di San Calimero?".

"Corpo d’un sagro! (esclamò un altro, stringendo le carte in pugno e percotendo con una forte palmata il tavolo) alla Fiorentina ci parlo io ... Vorrei sapere chi ci pretende! Vedete quest’orletto cremisi del giustacuore? me lo ha fatto lei; lei con quelle sue manine benedette, che spargono profumi ... e se qualcuno ci volesse bazzicaare, sangue di ...."

"Che bestemmi tu? (gridò un terzo). Tienti pure la tua profumata Fiorentina; chè mi saprai dire che capo è, quando conterai le berlinghe. Si eh, non mi ricordo io quand’ella abitava dietro le carceri della torretta colla Lena e colla Stella losca, e s’avevano corteggio di tre moschettieri spagnuoli? Fu uno di quegli ammazza-pidocchi, che spendendole dietro l’ultimo suo quartillo la mise in voga. Milo non è ragazzo da perdersi in quella fogna: dimmi, Biondo, non è la verità? scommetterei, che tu cantasti piuttosto la Luna piena oppur Diana in camiciuola bianca".

"Sì, in fede mia: hai colpito giusto. Ho cantato alla luna; e, vedi stravaganza! mi pareva, che la luna cantasse a me".

"Ho capito; sei brillo, sei brillo. E’ il bicchierino che ti da il padrone a merenda. Anche il vino, sai tu, canta, ride e parla".

"Eppure più ci penso, più son persuaso che cantò la luna". Così Milo soggiunse sorridendo in aria misteriosa; e lasciò che gli altri lo mettessero in burla, credendolo cotto; ma non palesò punto l’avventura".

E tre e sei e dieci volte le due cantatrici avevano fatto eco dal loro giardino a Milo, che ogni sera alzava il canto al cominciare di quella via; ma quand’egli giungeva al cancello per riguardarle, sempre sparivano fuggendo. "Che storia è questa? io non so intenderla (diceva Milo tra sè lungo la strada, crollando indispettito la testa e tenendo giunta al rovescio una mano coll’altra). Sono esse figlie del giardiniere? ... dello scalco? sono cameriere di casa? ... perchè mai rispondono alla canzone sembrando chiamarmi, e poi, quando comparisco, scappano, come se vedessero il folletto? ... che avessero paura di me, per causa del mio mestiere? ... Corbellerie! Una donna non ha mai paura d’un bravo; d’un bravo, s’intende, sul fiore dell’età, che non abbia barba da caprone ed occhi da indemoniato. A credere quello che dicono gli altri, i bravi sono anzi i prediletti. Oh le novelle che narrano! ... nel palazzo, nel castello, nella villa, questo è stato, quello è entrato, quell’altro ha avuto... A me veramente nulla ancora è toccato, ma però lo credo; perchè la sorella del padrone, Donna Isotta, quando in campagna passeggia pel bosco, ove vuole ch’io la seguiti colla cagnolina, appena è fuori di veduta della casa, chiude il libro e mi dice: - Leva da terra la mia Sibillina, povera bestiuola! e fatti pure d’appresso, o Biondo, ch’io di te non ho schifo: gli altri servi non li posso sopportare; ma pei bravi sono diversa. I lacchè mandano un tanfo di sudore insopportabile; i carrozzieri puzzano di fimo di cavalli; i cucinieri sono macchiati d’untume: tutti hanno qualche cosa, che mi nausea: voi altri soli siete sempre puliti, netti, ben pettinati, e vi mettet per gli abiti certi odoretti aggradevoli, solleticanti ... tu specialmente ... birboncello, birboncello ... - E mi batte col ventaglio la spalla, facendo certi occhietti, che vent’anni sono avranno cagionate pazzie. Se è così, perchè queste invece mi attirano, e poi se ne vanno senza lasciarsi mai vedere, nè parlare? ... io intisichisco, se mi vengono ancora sulla corda in tal modo, Voglio mirarle davvicino; voglio che mi parlino; e insisterò tanto e tanto, che alfine la spunterò".

E fu così. Tre giorni dopo, al chiarore delle stelle, Milo bisbigliava leggiadre parolette estratte da tutta la sua rettorica, la quale, avuto riguardo al suo grado sociale, sarà stata non poca, poichè la galanteria de’ concetti era pure una delle più formidabili manìe del secolo. Le due ninfe del giardino stavano a breve distanza dal cancello, ed alle inzuccherate frasi di Milo nulla rispondevano, se non che di tratto in tratto mandavano leggieri e soffocati scoppii di riso; ed egli continuava studiandosi di più in più di riuscire persuasivo, quando al rumore, che si udì dell’aprirsi d’una porta nel palazzo, entrambe scomparvero e sol’una rivolgendosi un istante, disse a mezza voce: A rivederci domani a sera".

Milo giojoso e beato della conquista che teneva in pugno, s’avviò alla taverna dell’Olmo; giacchè, sebbene tenesse ogni cosa rigorosamente ai compagni, aveva piacere di lasciar loro intravedere alcun che sulla propria fisionomia, che indicasse il possesso d’un secreto, il quale altamente lo interessava.

Era piena quel giorno la città di un’avventura, accaduta nella notte ad insigne personaggio spagnuolo, che copriva la prima carica di Milano, il quale per fare, non si sa, se grata od ingrata sorpresa ad una bella dama, aveva voluto entrarle in casa mascherato, e gli era stata appoggiata una bastonatura delle più solenni, ad onta del ducato, del marchesato, del don e del y, che fregiavano il suo nome. I Bravi dell’Olmo non parlavano essi pure che di tal fatto. Dai comenti, che sopra gli faceva ciascuno a proprio capriccio, volse agevolmente il discorso ad altri simiglianti eventi; ed uscì fuori una serie di storielle e d’aneddoti relativi ad amorose imprese andate alla peggio per gli eroi protagonisti. Siccome poi nel racconto principale entrava un travestimento, si venne anche a dire di quei casi, in cui sotto una bella larva nascondendosi un visaccio spaventevole, gli ingordi spasimanti, che si credevano all’apice della ruota di lubrica fortuna, non avevano riportato che scorno e beffe.

Queste ultime narrazioni andarono poco a sangue al nostro Milo, che annuvolatosi pensò: "Per una bella donna non curerei un jota nè stocchi, nè durlindane, nè stanghe; che chi volesse mettere le mani addosso al Biondo, per dianabacco! ci dovrebbe riflettere due volte. Ma se le mie sirene fossero due spauracchi, che l’una, per esempio, tenesse aperta una finestra sola e l’altra avesse le guancie e o il naso a bitorzoli e per civettare con esse mi capitasse un’archibugiata tra nelle reni? ... che bella fine sarebbe la mia! ... quand’un bravo è sballato, è sempre peggio per lui: e tutti riderebbero a sapere, che mi son fatto accoppare per due streghe, due teschii da morto. Ma no ... sono pazzo ... non è possibile; quelle voci angeliche non possono uscire dalla gola di due deformi creature; e poi questa sera, ancorchè fosse oscuro, la loro corporatura l’ho distinta abbastanza, e mi parvero fatte a pennello. L’una è poco più grande dell’altra; ma entrambe sono snelle, di forme ben rilevate, strette alla cintura ed agili come daini. Quella che mi disse:a rivederci, deve avere un bocchio di rosa: che grazietta! che armonia! la sua voce sembrava il suono cristallino del salterio sfiorato dal vento; mi pare già di preferirla all’altra. Che cosa non darei per poterla vedere?".

La sera del dì appresso cominciò a legarsi colloquio tra Milo e e le sue igote sirene. Non erano che generalità e parole tronche, scucite, che sembravano slanciate all’avventura; ma facevano l’uffizio di que’ razzi, che da un esercito si fanno volare per conoscere le posizioni dell’inimico, innanzi d’ingaggiare formale battaglia. Ne’ giorni successivi i ragionamenti si fecero più seguenti e concatenati. Quella che Milo aveva dichiarato di preferire, senza pure saperla discernere, era animatissima nelle parole, viva ed energica nelle espressioni: l’altra mostravasi gaja e scherzosa; ma era allo stesso tempo fredda e sottomessa. Milo fu interamente per la prima.

Varie giojose serate si succedettero in tal maniera, e sempre più calorosi divennero i dialoghi che passavano attraverso i ferri di quel cancello del giardino. Finalmente il cancello stesso, stato sì propizio ai notturni incontri, divenne odioso, insoffribile, e (chi ’l direbbe?) non fu il Biondo il primo ad annunziarlo.

Una notte buja e ventosa pioveva a rovescio. Allo scoccare dell’ora prefissa, Milo slancia la sua scala di corda; è in piedi sul muro, discende pei travicelli della spalliera di carpini, calca il terreno. Il suo cuore tremava e tremava, il suo sangue pareva avere sospeso il proprio corso, ma non era paura; ... quando una mano femminile prese la sua, un sudore gelato lo coprì tutto; eppure non era paura. Pensava, che tra brevi istanti poteva forse dissiparsi un’illusione, ch’egli avrebbe voluto prolungare a costo d’ogni tormento, un’illusione di paradiso. Cammina a passi sospesi; attraversa colla guidatrice un boschetto; s’acosta ad una porticella; questa s’apre; passa a tentoni un andito; sale una scaletta a chiocciola; tocca un uscio, eccolo sulla soglia d’un magnifico gabinetto.

La di lui mente nè più aurei sogni non aveva prestata sì magica bellezza alla sua incognita amante. Il volto era neve e rosa, finissime lucenti le chiome, gli occhi pieni di tenerezza e languore: stava avvolta in un mantelletto di serico drappo, che non lasciava scorgere della persona altro che una porzione del piccolo piede entro pianella di velluto azzurro. Gli arredi erano preziosi, ricco il tappeto, e argentea la lampada, che ardea da un canto, mitigata nel chiarore dall’alabastro. Milo rimase attonito e confuso, non sapeva credere a sè stesso, nè ardiva innoltrarsi: l’ancella lo trasse avanti; ed egli quasi involontariamente cadde ai piedi della bella Dama, che con un sorriso giojoso ed espressivo premurosa lo rialzò, asciugandogli colle proprie mani i biondi capegli e facendogli deporre le armi.

Scorsero più mesi. Una mattina allo spuntar dell’alba esce un laico dal convento di San ..., colla sportella per le provvigioni: mormorando i salmi, imbocca quella strada e tosto gli viene allo sguardo un oggetto oscuro, disteso in terra in mezzo alla via: s’avvicina, è un uomo - Oh, san Francesco, che disgrazia! - E’ un morto ... E’ il povero Milo freddo, stecchito.

Grida, chiama: accorrono le persone. Che fu? ... chi è? ... ma come? .. ma quando? ... nessuno sa dirlo. Si scopre alfine che è un bravo del conte P... - Sarà stata una rissa (dice il mondo), una provocazione, una sfida: è un bravo e tanto basta. - La casa lo fa seppellire, gli fa celebrare due messe in suffragio; nè più alcuno ne parla.

Il beccamorti però, che levata la camicia al cadavere gli aveva trovato sul braccio sinistro un nastro verde con alcune cifre ricamate in oro, chiuso con fermaglio a modo di smaniglio, e vendutolo ad un ebreo ne aveva buscato quattro filippi, si ricordò del Biondo per una settimana intera. Allorchè poi, trenta o quarant’anni dopo, corse per Milano la voce, che una vecchia cameriera aveva confessato di essere stata complice nel delitto di una certa Dama, già defunta, la quale aveva fatto ammazzare un tale con cui amoreggiava, e narravasi, che di questa confessione fu causa la vista d’un braccialetto, il beccamorti rammemorò in confuso l’evento, ma non poteva mai risovvenirsene i nomi. Onde pur volendo raccapezzarne i fili, quel decrepito curioso andava sulle fosse interrogando del fatto i compagni seppellitori; nè potè sapere altro mai, se non che l’ucciso era unico figlio, ignorandolo, di un ricco signore zio di quella Dama stessa. In qual modo poi ella venisse in chiaro di ciò, se quindi la tema d’essere palesata, l’avidità, o la sazietà la condussero a tanto eccesso, rimasero sempre un profondo mistero.

La memoria di tal fatto, commista a quella di tanti altri non meno empii ed atroci, arrivò da quel secolo sino a noi sbiadata bensì e confusa, ma tetra come il rumore dell’eco, che nel cuor della notte desta da lungi un disperato lamento. - Ora però t’allegra, o leggitrice vezzosa, per bella sorte Italia più non dà alla cronaca sì sanguinosi racconti: l’ottime leggi, i buoni governi e veggenti hanno fatto dolce il costume, soavi e regolati gli affetti, sacri i diritti d’umanità, di natura.