Consiglio politico finora inedito presentato al governo veneto nell'anno 1736/Parte seconda

Parte seconda

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PARTE SECONDA.


Che si può crescer di forze, senza crescer

di Stati; e ciò coll’interessar tutti.


A molti recar potrebbe spavento il conoscer la necessità d’aumentar potenza per mantenersi, poichè dalla parte d’Italia, che sola ci fa esser quel che siamo, morale impossibilità pare, che nell’istesso tempo si riconosca d’ampliar confini. Ma qui un grande arcano bisogna intendere, ed è che si può crescer di forze senza crescer di Stato; anzi che poco più forti ci renderebbe l’aver qualche Città, e qualche Provincia di più, dove insuperabili ci può rendere un altro progetto. Qual sarà questo? Sarà d’interessare non meno di noi tutti li Sudditi nel Dominio, talchè ognuno sua prima Patria stimi Venezia, e la propria Città abbia per seconda, e ciascheduno si renda pronto a sagrificar tutto per difesa della Repubblica, come di cosa anche propria.

Uno Stato, che sia così internamente disposto, e che sia per altro di competente gran[p. 38 modifica]dezza, diventa subito insuperabile. Non può il nostro Principe arrolare eserciti, che eguaglino in numero gli odierni delle gran Potenze; ma ne’ suoi Stati d’Italia avremo intorno a due milioni e più di persone che vale a dire più di 400 mila Uomini atti all’Armi. Quando gli animi da così fatto ardore saranno mossi, li 400 mila e più uomini senza arrolarsi saranno tutti Soldati, e saranno Soldati le Donne ancora, come ne’ paesi interessati nella propria conservazione tante volte si è veduto. Dirassi che il numero non basta, e che un mediocre esercito disciplinato sbaraglia facilmente una moltitudine inesperta. Questo è verissimo, ove si trattasse di battaglie campali, o di altre simili militari azioni; ma bisogna distinguere la difesa dall’offesa; e bisogna distinguere quando il popolo è solo ed abbandonato, e quando è sostenuto da Truppe, le quali si tratta di secondare, poichè Truppe o poche, o molte averemo sempre anche noi. Chi è stato in guerra ben sa, che di due eserciti campeggianti quello suol prevalere, che ha il Paese a suo favore; non solamente per le notizie dell’inimico, che questi ha continue e sicure, e l’altro o non ne ha punto, oppur di false; e ancora per più provvisioni, che all’uno mancano, e all’altro abbondano. Che [p. 39 modifica]sarà poi ove tutti prendano l’armi, e le adoprino? Che sarà dove tanto numero di Nobiltà si trova, s’essa ecciterà la gente, e si metterà alla testa? Non mancano nello Stato gioghi di montagne, passaggi angusti, siti paludosi, ed inondabili, dove ogni pratico del paesi può diventar Soldato: Che se occupata ne venisse di lancio anche la maggior parte, quando ciò sia a contracuore di tutti, si riscuoteranno in breve tempo e con ogni picciol ajuto le Città stesse, e le Terre da sè.

Grand’esempio abbiamo veduto a’ giorni nostri di ciò, che possa anche da se stesso un Paese unito, ed infiammato. L’anno 1703 le armate di Francia, e di Baviera invasero unitamente, ed inaspettatamente il Tirolo: Paese che per i suoi privilegi, e per la forma del suo intrinseco governo può dirsi libero. In tutta la Provincia non vi erano Truppe per sua difesa, se non forse qualche centinajo d’uomini, nè vi si trovavano uomini esperti, che servir potessero di Direttori, e di Comandanti. Arrivarono però i Francesi, ed i Bavari senza cơntrasto con impeto, e furor militare sino al Prener, ma mentre si allestivano per sormontarlo, i Contadini in varie parti raccolti cominciarono a dar loro addosso, e col van[p. 40 modifica]taggio de’ siti, a far macello degli aggressori; talchè fatta universale la insurrezione, l’esercito ebbe a grazia di dar addietro, di abbandonare tutti i luoghi, che avea presidiati, e di lasciar la Provincia libera: Anzi l’Elettore medesimo per poco non ci lasciò la vita, salvatagli dall’abito ricco d’un Conte d’Arco Cavaliere di sua Corte, che cavalcava vicino a lui. Tal abito lo fece creder l’Elettore, onde a lui toccarono le archibugiate sparate dai paesani, che in certo sito lo attesero al varco.

L’intende male, chi misura le forze di uno Stato dall’estensione. A’ tempi antichi Serse con tutte le forze dell’Asia, e con un milione d’armati, che condusse in Grecia non potè debellare le Repubbliche di Sparta, e di Atene, ch’erano ristrette in un pugno di terra. Nel Secolo antepassato Filippo II., che fu uno de’ maggiori Monarchi dell’Universo, non potè mai soggiogar gli Olandesi, che vuol dire una Confederazione di alquante in allora picciole Città. Nessuna Potenza nè d’Imperatore, nè di Re ha potuto acquistar Dominio sopra gli Svizzeri. La medesima insuperabilità conseguirà a maggior ragione la Veneta Repubblica, quando tutta la Terra-Ferma cospirerà non men di noi nella conservazione [p. 41 modifica]del Dominio nostro; e quando tal premura non sarà di una Città sola, ma egualmente di tutte, e così dei Territorj ancora.

Facciamosi ore a considerare, come quella disposizione d’animo, che insuperabili ci renderebbe, non vi è per ora, e nel presente sistema non potrebbe essere nel nostro Stato. Le Città, ed i Popoli vi sono tenuti in condizione di meri Sudditi. Sono esclusi da ogni comunicazione colla Repubblica, da ogni apparenza di Società, e da qualunque partecipazione di libertà. Qual interesse dunque, e qual affetto possono avere? Non altro per verità, che quello degli altri Sudditi, cioè un’interna totale indifferenza. Famoso si rese il detto di un Contadino dello Stato, quando nel principiar la guerra del 1701 gli Eserciti Gallispani, e Tedeschi s’incamminarono verso il suo distretto; credevasi allora dai semplici Paesani, che venisser coloro contro il paese stesso, e ne ragionavano alcuni con terrore, per non sapere a chi dovessero andar soggetti; ma uno di essi placidamente sorridendo, con queste parole gli tranquillò: di chi sarà la Casa ghe pagheren el fitto. Ecco lo spirito che regna generalmente. Pagare all’uno, o all’altro l’hanno per lo stesso.

Paesi di tal sentimento sono esposti sempre [p. 42 modifica]ad esser facilmente occupati, poco giovando le mercenarie, e disaffezionate Truppe: ove tal indifferenza si trova, (eccettuandone le maggiori Monarchie, le quali si rendono assai ferme per la gran mole) il Principe, benchè non manchi di ricchezze, può sempre dirsi povero, e benchè non manchi di forze, è pur sempre debole; anzi le gran Monarchie ancora dalla diversa abitudine degli animi ritraggono il maggiore, o minor potere; e da ciò dipender suole la maggior, o minore prosperità nell’imprese. Dall’effetto dell’indifferenza prodotto, nobile esempio si vide nella guerra antepassata.

Il Principe Eugenio sorprese una notte Cremona, ed entrò dentro per una Chiavica coll’Infanteria, e Cavalleria. Non arrivato però un altro Corpo, che dover secondarlo dall’altra parte, i Francesi che vi erano molto forti si misero in difesa; si combattè dentro la Città più ore, e finalmente convenne a’ Tedeschi uscirne, e ritirandosi abbandonare la Piazza. È fuor di dubbio, che in quel frángente, ogni picciolo movimento, che avessero fatto i Cittadini in favor dell’uno de’ partiti, faceva cessare il contrasto, e dava la vittoría; ma poi che si trattava d’essere meramente Sudditi all’un, o all’altro, lasciarono che si rompessero [p. 43 modifica]la testa fra loro, nè vi fu, chi per l’uno, o per l’altro mettesse una voce.

Io non voglio dar fede ad alcuni, i quali avendo assai praticata la Terra-Ferma in varie parti, e ogni genere di persone in essa, pretendono d’avere scoperta non solamente indifferenza, ma alienazione. Afferman questi, che si dolgono i Contadini d’essere (non so, se per ordine, o per disordine, e forse per l’uno e per l’altro) grandemente aggravati; spiacciono al minuto popolo gli ultimi accrescimenti d’aggravio sopra il pane, sale, e somiglianti; che pare a’ Mercanti non venir promossi, ma piuttosto impediti nello Stato i lavori, i transiti, e le spedizioni. Che diremo della Nobiltà esclusa dalla più parte di quelle dignità, che negli altri paesi sono il suo patrimonio? Non lasciano i forastieri che vengono d’insultar sovente i Cavalieri di Terra-Ferma, rimproverando, che di loro niuno si sente costituito mai in que’ gradi, che a’ Nobili dell’altre parti sono comuni. Ma vi è qualche cosa, che dicesi riuscir ancor più amara ed affittiva: e sono le inquietudini, le quali dicesi dover soffrire chi si trova confinante, o vicino a’ beni di alcun Patrizio, che abbia per mala sorte, e contra sua intenzione Fattori inquieti. Forse però alcuni in ciò mal [p. 44 modifica]contenti esagerano, ma io ho toccato lo scapito, che ha la Nobiltà di questo Stato in paragone di quella degli altri, solamente per far conoscere, come tanto più si rende necessario il cercar di lusingarla, e di compensarle in qualche modo tal pregiudizio per averla benevola, e ben animata; ed ho toccato ancora i lamenti da qualche disordine prodotti, perchè se ne ritragga non solo indifferenza, ma qualche alienazione potersi temer nello Stato. Or come dunque farlo passare in un subito a disposizione diversa? Come farlo diventare tanto appassionato, che sii pronto ognuno a sagrificar tutto per la nostra difesa? Così gran cambiamento non è punto impossibile, e possiamo fare con pochissima spesa sì grande acquisto.

Bisogna prima intender bene l’uomo, e conoscer qual è l’organo, che infallibilmente lo muove, e che prevale a tutt’altro. Questo altro non è, che l’utile, e l’interesse. Niuno opera mai con pieno vigore, niuno supera le maggiori passioni, niuno sopporta di veder perir le sostanze, o incontra con vera costanza i mortali pericoli della vita, se non agisce, e se non crede di agire per se stesso, per beneficio proprio, e per affar suo. Ippocrate, che tanto studio aveva fatto su la natura, scrisse: [p. 45 modifica]che non si vedeva valore negli Asiatici, perchè erano servi; così avviene veramente sempre nella condizion servile: or perchè mai? Non per altro se non perchè il servo opera per altrui, non per se stesso. Che dovrebbe dunque farsi per trasformare la Terra-Ferma? A conseguire così gran fine, basta chiamarla a una certa apparenza di Società; basta farle credere di averla incorporata nella Repubblica; basta senza alterar punto il sistema del nostro Governo, e senza far variazione alcuna importante, rendere, e mostrar di rendere anche ad essa comune la libertà; talchè ciò, che d’ora innanzi daranno, e ciò che faranno, o sia, o almeno il credano dato, e fatto non più per interesse altrui, ma per proprio ancora, e per un corpo, del quale in qualche modo siano membri anch’essi. Mal volentieri uno dà dieci scudi per riparar la rovina dell’altrui casa; e più difficilmente ancora mette a rischio se per sostenerla; ma volentieri ne dà 100, e facilmente si espone colla persona, quando si tratta della sua.

Noi siamo soliti leggere con meraviglia le prodezze delle picciole Repubbliche Greche nel rispingere dai loro Paesi i Monarchi Persiani, e i Re Macedoni. Or da che veniva l’essere così impenetrabili, e lo aver potuto [p. 46 modifica]fiaccar le corna a Potenze tanto incomparabilmente maggiori? Non altronde, che dal sistema del Governo, di cui qui si parla. Non averebbero esse mai potuto tanto, se le sole Città Capitali fossero state interessate nella difesa. Ma Atene per cagion d’esempio aveva all’intorno quantità di Città minori, o sia di grosse Terre, che in greco si chiamano Demi, cioè Popoli. La Repubblica era comune a tutti: le sue tredici Tribù erano distese e distribuite non solamente nella Metropoli, ma nella region tutta, e ciascuna di esse governava il suo Paese, e dava 50 persone al comun Consiglio. Quindi nelle Iscrizioni delle loro lapidi veggiamo, come per mostra della sua Cittadinanza notava ciascheduno di qual Demo si fosse. Nasceva da questo, che non solamente chi era d’Atene, ma in qualunque popolo d’altra Città fosse nato, ogn’uno egualmente sua Patria stimava Atene; e giunti all’età di 18 anni si legavano tutti con lo stesso militar giuramento, la cui formola si ha in Polluce. Ora quanti nello Stato erano uomini liberi, altrettanti erano all’occasioni Soldati, e tutti ugualmente vincolati per Religione a morire occorrendo per la gloria di Atene, e per la difesa.

Reca stupore altresì, l’osservar negli anti[p. 47 modifica]chi Storici quanto ardire, e quanta forza si vegga in picciole comunanze di genti barbare, ma la ragion è patente; di quelle Repubbliche ogn’uno era membro, e la premura era la medesima in tutti. Abbiamo da Tacito, come tra Germani, in tutte le Terre loro ciascheduno, che non apparisce inetto all’Armi, arrivato ad una giusta età le assumeva solennemente. Così nelle varie Popolazioni de’ Galli, ad ogni insulto, e per qualunque espedizione, ciascuno dava il nome, poichè si trattava dell’interesse comune, che vuol dire del proprio ancora. In questo modo ogni picciol corpo diventa grande. Questo fu il sistema, con cui si resero alla fine i Barbari padroni dell’Europa.

Ma tutto è nulla in paragone de’ Romani. I documenti più sicuri per li pubblici affari dovendosi ritrarre dagli esempj, ragion vuole, che il primo studio, ed il maggiore sia da noi fatto su la Repubblica Romana, perchè vivamente da essa si può imparare l’arte d’insignorirsi del Mondo. Quella dev’essere sopra tutte la nostra scuola. Niente di più mirabile, nè di più incredibile somministrano le Storie dell’Universo. I Romani furono da principio una raccolta di così poca gente, che non occupava, nè possedeva maggior terreno di quel [p. 48 modifica]che sarebbe un quarto del Padovano. Cominciarono da principio a formar governo a fronte dei Re di Etruria potenti molto, e nella vicinanza di più popoli numerosi e forti, a tutt’i quali erano grandemente inferiori; con tutto ciò non solamente si mantennero, ma andarono crescendo sempre; e benchè per più Secoli a lenti passi, pure tutta l’Italia conquistarono alla fine, e dopo di essa alla Signoria Universale pervennero, e a dominare la maggior parte d’Europa, Asia, ed Affrica. Come mai da così tenui principj tale meraviglia? E come tanta continuazione di prosperità, e di ampliazion di Dominio? Ragioni varie ne sono state specolate da molti, ma senza dar nel segno. Al valor Militare si è ciò per alcuni attribuito; ma non minor valore si è veduto in altre genti, le quali non per questo si appressarono a tal fortuna. Altri l’attribuiscono al governo misto; altri all’aver variato modo di governo secondo i tempi; ed altri ad altre ragioni, le quali possono tutte aver contribuito qualche cosa: ma si videro le medesime in altri Popoli, che non per questo uscirono da’ consueti limiti. In somma effetto unico, da unica cagione forza è che provenisse; e poichè i Romani soli arrivarono a stendere in ogni parte il Dominio, convien dire, che [p. 49 modifica]qualche regola politica avessero, la qual di loro soli fosse. L’ebbero infatti, ed a questa devesi attribuire l’Impero loro. Quale adunque fu? La massima dei soli Romani propria di voler gli altri Popoli amici, e non servi, e di farli con le loro vittorie non Sudditi, ma Compagni. Gli Ateniesi non distesero il Dominio mai. Dionisio Alicarnasseo con queste parole ne assegna la ragione: Non costumarono come i Romani di partecipare la loro Cittadinanza anche ai vinti, nè di chiamare in società anche gli esterni.

I Re Conquistatori, e le Repubbliche vittoriose, ogni gente soggiogata ridussero in mera condizione di Soggetta. In vece però di ajuti si fecero altrettanti nemici; ma i Romani una Repubblica Universale vennero componendo, ed una spezie d’Impero, che riuscì una società di tutti i Popoli vincolata insieme dal mutuo, e comun beneficio.

La prima guerra, che fin sotto Romolo avessero, fu co’ Sabini. Gli vinsero. Qual mai altro Popolo non averebbe dopo la Vittoria soddisfatto, o al piacer di vendetta, o a quella emulazione, che suol essere tra i vicini, o almeno a quello spirito d’ambizione, che poteva rendere dolcissimo il dominar finalmente, e il tener soggetti gli avversarj suoi. Ma i [p. 50 modifica]Romani all’incontro si fecero solamente a considerare la propria debolezza fra i Popoli più di loro numerosi, e il beneficio, che la loro Comunità poteva ritrarre, e il raddoppiare le forze, che avrebbero fatto col render coloro di nemici benevoli, e di estranei congiunti. Abbiamo però da Servio: come fu decretato si facesse de’ Sabini, e de’ Romani un sol Popolo. Ecco quel che veramente è Politica: superar le passioni per l’interesse, rinnegar la superbia e l’avversione, quando si tratta dell’utile pubblico. Quanto lontani dall’intender il forte della Politica furono alcuni Scrittori, che sono nella bocca della fama, come gli unici Maestri di essa!

Proseguirono i Romani per cinque Secoli ad aver guerre in Italie, ed a rimaner superiori; e proseguirono parimenti il loro uso di non ridurre in servitù alcun paese. Alle tante regioni, ed ai tanti popoli in Italia con molto sudore sottommessi, Preside, nè Rettore alcuno non ebbero uso d’imporre. Lasciavan continuare quelle Città nella loro libertà, e nel governo che avevano prima, e generalmente poco altro loro ne tornava d’aggravio, the di contribuire armi, gente, e danaro in tempo di guerra, come tra confederati suol farsi. Comunicavano inoltre quando più quan[p. 51 modifica]do meno a gradi, e a misura de’ meriti la Repubblica. Concedevano le proprie Leggi a quelli, che n’eran vaghi, e lasciavano vivere con le proprie loro quelli, che così bramavano. La Romana Cittadinanza si diede prima senza gius di Suffragio. Conferirono poi il Suffragio ancora, cioè podestà d’intervenir ne’ Comizi, e dar voto, ma senza poter esser eletti alle dignità. Finalmente anche la capacità di tutti gli onori comunicarono prima ai più vicini, e più ben affetti, e dipoi all’Italia tutta.

Il fondo della libertà Romans consisteva nella convocazione generale di tutto il Popolo, e corrispondeva in gran parte nell’autorità al nostro maggior Consiglio. Quella faceva Leggi, eleggeva alle Cariche, decretava la guerra, e giudicava i delitti contro lo Stato. Il Popolo di Roma, e del suo Distretto fu prima diviso da Romolo in tre parti, dette però Tribù. Quindi è, che a tempo suo così si divise, e si distribuì ancora nelle generali adunanze. Le Tribù vennero col tempo sino a 33, o da Famiglie denominate, o da luoghi. In altrettante fu distinto allora il Popolo ne’ Comizj. Chiunque era Cittadino ad una di queste era ascritto, e così quando si conferiva la Cittadinanza alle Città, ed alle Regioni, ve[p. 52 modifica]niva ciascheduna assegnata ad una Tribù, acciò che trovandosi gli uomini di questa in Roma, o venendovi a posta, non confusamente o separatamente, ma ciascheduno nella Tribù alla sua Patria assegnata si riducesse a dar voto. Il numero degli uomini era però, come ben si può credere di molte e molte migliaja, onde in aperti prati i Comizj tenevansi. I voti con tutto ciò non erano che 33, perchè il maggior numero delle palle in ciascheduna Tribù componeva l’assenso, o dissenso di quella; e restava poi decretato ciò, che a maggior numero di Tribù fosse piaciuto. Dalle antiche lapidi Romane s’impara a qual Tribù fosse ciascuna Città ascritta, perchè ognuno della sua Cittadinanza faceva pompa col mettere ne’ pubblici monumenti insieme col proprio nome quello della sua Tribù. Dalle nostre Città più vicine sappiamo però, che i Padovani erano nella Fabia, i Vicentini nella Menenia, i Veronesi nella Pobilia, Aquileja nella Velina, Concordia nella Claudia, Altino nella Scaptia, Este nella Ravilia.

Con questo sistema i Romani non solamente conseguirono d’interessar gli altri Popoli nel loro Dominio, nientemeno dei nati in Roma; ma conseguirono anche talvolta, che regioni intere si dessero spontaneamente all’Im[p. 53 modifica]pero suo. Il più insigne esempio di ciò fu quello della Venezia (nome non di Città, che in quel tempo non vi era, ma di Provincia, che si estendeva dall’Adriatico al Chiesio). Tal Repubblica era sì forte, che ai Galli confinanti tenne sempre fronte, e li divertì una volta dall’attaccar Roma, col portare ne’ loro paesi la guerra. Parrà strano adunque, che Corpo di tal forza volesse di propria elezione passare in podestà altrui. Ma che così sia, il fatto è stato provato dal nostro autore ampiamente nella Verona Illustrata; e che non debba ciò parer punto strano, i principj premessi lo dimostrano. L’utile prevale a tutto: or giovava molto più senza perder la sua, l’acquistare un’altra Patria, tanto più illustre, che per una vana ambizione d’indipendenza, rimanersi a molti pericoli esposti. Aggiungasi, che il veder risplendere in Roma persone di questa, e di quell’altra Città con le dignità di Senatore, di Pretore, e di Console, abbastanza facea conoscere quanto crescesse di condizione chiunque col soggettarsi a Roma restava incorporato nella sua Repubblica. Con questi Istituti si tornerebbe ogni giorno ancora a signoreggiar la Terra, perchè il tempo fa mutar le persone, ma non la natura. [p. 54 modifica]

Non molto dopo le dedizione della Venezia a’ Romani notabil fatto occorse, del quale Tito Livio ci ha conservata la memoria. In Padova la forza di alcuni partiti fece nascer quasi un’intestina guerra, di che il loro Comune mandò per Legati notizia a Roma. Il Senato ordinò ad Emilio Lepido, che si ritrovava nella Gallia Cisalpina per occasione di guerra, di rimediare a tal disordine. Egli si portò a Padova, e come scrive l’Istorico: La venuta del Console fu la salute de’ Padovani. Narre egli ancora, che dopo di averli pacificati, non avendo che altr’operare nel paese, se ne tornò a Roma. Ecco come in Italia nè Preside nè Magistrato ordinario alcuno si mandava da’ Romani, e come lo Straordinario tanto vi dimorava solamente, quanto bastasse ad adempire la sua particolare incombenza. Apparisce da questo ancora, quanto meglio era per le Città d’essere sottoposte ai Romani, che di essere in piena balia di se stesse; il che averebbe spesso cagionato, che da se stesse si distruggessero. Padova era perduta, se vi si accendeva tal fuoco prima di essersi data ai Romani. Poche sono le Città, che siano dalla natura, e dalla fortuna state adattate a poter vivere indipendenti, È molto più utile alle Città di minor condizione, spezialmente ove i cervelli so[p. 55 modifica]no per natura inquieti, contenziosi, ambiziosi, e verso i suoi proprj invidiosi, d’averne una superiore, che invigili alla loro pace, provveda alla sicurezza, e gli umori peccanti ne raffreni, ch’essere in tutto di proprio arbitrio per loro rovina. Ma siccome gran vantaggio era d’ogni gente l’esser sottoposta a’ Romani, perchè con ciò non perdevano la libertà, ma piuttosto l’assicuravano, e si facevano partecipi di sì gran Repubblica: così l’ammetterle in Società era incomparabil vantaggio de’ Romani, i quali con questa superiorità, che non si poteva perdere, conservando, acquistavano le forze di tutte per loro difesa. De’ medesimi Padovani, e de’ lor vicini disse due secoli dopo Marco Tullio, non essere meraviglia, se si erano segnalati nella fede, somministrando contro Antonio danaro, armi, e Soldati: poichè si era partecipata a loro la Repubblica.

In oggi per la. mutazione delle idee, e per regnare vanità piuttosto che politica; altri si crederebbe, che i Cittadini Romani primitivi fossero venuti a perdere del loro lustro nel partecipare a tanti il loro grado; quando all’incontro tornava tutto quello in esaltazione loro, mentre la Sedia del Romano Impero fu sempre Roma; il nome del Dominio sempre Romano; il fondo della Repubblica sempre i [p. 56 modifica]Romani naturali: onde tanto era farsi compagni, e per conseguenza interessar molti nella difesa, e nella gloria della Romana Repubblica, quanto moltiplicar gl’istromenti di loro grandezza.

In questo modo ancora tiravano a Roma tutto il meglio degli altri paesi, e componevano un ammirabil aggregato di sapere, e di prudenza. Senza questo non potrebbe tra gli altri vantar Roma un Cicerone, che basta da sè ad illustrar l’antichità tutta, e che salvò la Repubblica dall’eccidio nella congiura di Catilina. Com’egli era nativo del Municipio Arpino, così d’altri luoghi erano, e non di Roma la maggior parte di coloro, che amministravano i Magistrati; la qual cosa fu notata da Cicerone istesso nella terza Filippica.

A conseguire l’intiera Cittadinanza Romana ultimi in Italia furono quei paesi, che si dicevano Gallia Cisalpina, sotto il qual nome anche la Venezia passava abusivamente molte volte. Strabone dice: fu preso, di comunicare l’onor del suffragio anche a’ Galli Cisalpini, ed a’ Veneti, e di chiamarli Italiani-Romani. Si cambiava anche il nome, perchè con questo si trasformavano veramente in Romani. Anche da questa Gallia gran guerre, e gran pericoli ebbero i Romani per l’innanzi; ma do[p. 57 modifica]po che fu assocciata, anche da essa infinito beneficio ne ricevettero. Tacito queste parole riferisce proferite dall’Imperator Claudio in Senato: Quando furono ricevuti a Cittadinanza i Traspadani, allora fu stabile la quiete interna, ed allora fu che contro gli esterni fiorimmo. Affermò Tullio la Gallia Cisalpina tutta essere il fior dell’Italia, ed essere l’ornamento, ed il sostegno dell’Impero, e del Popolo Romano. Quinci veramente ben si può raccogliere, come l’idea di Roma d’ampliar se stessa colla comunicazion di se stessa, fu il maggior segreto, che la Politica inventasse mai. Ecco in virtù di questo quella Gallia, che per tante età fu il terrore, ed il pericolo del Popolo Romano, divenuta l’ornamento suo, ed il suo sostegno. Ben però disse altrove l’istesso Cicerone: Quello che principalmente fondò l’Impero nostro, ed il nome del Popolo Romano amplificò, fu senza dubbio alcuno l’avere il Fondator primo di questa Città Romolo, insegnato nell’accordo co’ Sabini, doversi questa Città accrescere col riceversi dentro anche i nemici; per la cui autorità ed esempio non si è intermesso mai da’ nostri maggiori di comunicare, e di donare la Cittadinanza. Di questi ed altri simili passi posson vedersi le istesse parole [p. 58 modifica]degli antichi Scrittori latine, o greche, nella Verona Illustrata.

Traluce lo stesso spirito anche nell’uso, ch’ebbero i Romani, avvertito singolarmente da Appiano per assicurare i paesi più esposti alle invasioni, di far Colonie invece di Fortezze.

Credeano custoditi assai meglio i loro Confini con popolazioni benevole, ed interessate nella Repubblica, o per sangue o per Legge. Conoscevano, che le Fortezze occupate da nemici diventano talvolta loro proprio nido: laddove gli uomini in tal modo vincolati non si arrendono a’ nemici giammai. A proposito di Colonie non è anche da tralasciare un’altra osservazione. Quando i Romani erigevano qualche Città in Colonia, senza mandar Coloni, allora quella Città lasciava le proprie leggi, e gli antichi riti per abbracciar le Romane. Li Municipj all’incontro ritenevano le proprie Leggi, e le loro costumanze, con tutto ciò ogni Città ambiva, com’è noto, e desiderava molto più d’esser Colonia, che Municipio, di che però molto si maravigliava l’Imperator Adriano. Questo mostra, come le Città per rendersi una picciola immagine di Roma, rinnegavano volontieri l’antica Patria; e mostra [p. 59 modifica]come il partecipar della Repubblica faceva, che ciascheduno sua vera Patria stimasse Roma, e l’amasse assai più della nativa.

Ogni uomo infatti a quel tempo non una sola, ma due Patrie aveva; la Città ov’era nato, e Roma ov’era ricevuto ed aggregato. Però diceva Spurio Cassio de’ Latini: che dopo essere stata lor conceduta la Cittadinanza, chiamavano lor Patria Roma: e disse Cicerone, ove tratta delle Leggi, che Catone due Patrie ebbe, Tuscolo e Roma; e che tutti gli altri di Città ammesse ed aggregate parimenti le avevano: Una per natura, l’altra per Cittadinanza. Ma delle due ecco che amavano gli uomini assai più la seconda che la prima, più l’acquistata che la naturale; poichè erano pronti a rinunciare i proprj costumi, per trasformarsi del tutto in Romani. Traspira continuamente negli Scrittori antichi, di varie parti dell’Impero nativi, così fatta impressione, perchè tu gli osserverai sempre parlar di Roma e della Repubblica, come di loro Patria, e come di propria Casa; e chiamar gli annali di Roma, le sue guerre, le sue Leggi, i suoi primi Cittadini: Leggi nostre, nostri annali, nostre guerre, avi nostri. Nè dobbiamo punto maravigliarsi, che l’esser ammessi agli onori tramutasse gli uomini in Romani più che na[p. 60 modifica]tivi, e gli facesse non aver più altro in cuore, ed anteporre di gran lunga alla particolar Patria la comune, nella grandezza della quale anche il ben particolare, e la felicità consisteva. Tal sentimento era naturale, poichè in grado assai maggiore collocava ognuno la seconda Patria più che la prima; onde maggior affetto, e maggior interesse concepiva ognuno per la seconda, che per la prima. Uomo Romano chiamò se stesso replicatamente San Paolo nativo di Tarso, perchè contro l’ingiuria de’ flagelli giovava l’essere Romano, e non giovava l’essere di Tarso.

Questa menzione di Città straniera ci ammonisce a passar ad osservare come si contenessero i Romani con le genti fuor d’Italia da loro soggiogate. A codeste mandavano un Preside, che le reggesse. Sicilia e Sardegna, che allora non erano Italia, furono le prime esterne conquiste. L’anno però di Roma 527 due Pretori si cominciarono a creare, i quali di anno in anno all’amministrazione di quell’Isole, e a giudicare in esse con la loro Coorte si trasmettevano, il che fu poi detto ridurre in Provincia. Così fu fatto di mano in mano a misura, che le Provincie si accrebbero ad Oriente, ad Occidente, ed a Mezzogiorno. È da osservarsi però, che non per [p. 61 modifica]questo minor Prefetto, o Magistrato alcuno mandavasi nelle Città, le quali in tutto l’Impero sino all’ultimo suo respiro si ressero da se, e dal proprio Consiglio, e dai loro Decurioni. Il Preside solamente visitava nel giro, ch’era obbligato di far da per tutto; ma perchè alcune Città Provinciali singolar merito si acquistarono verso Roma, quelle furono privilegiate di libertà; onde in esse il Preside non entrava, e non aveva sopra di esse giurisdizione. Ecco però qual differenza, e qual distinzione usarono dagl’Italiani ai Provinciali. L’Italia lasciarono libera tutta, cioè senza Preșidi, nè subordinazione imposero alle sue Regioni, se non al Senato Romano. Platone documento diede agli Ateniesi di non voler poner mai in servitù alcun Greco: così in Italia la prossimità al centro del Dominio, la conformità del clima, e della lingua, e la svegliatezza della mente esigevano privilegio per natura.

Ma quanto alla comunicazione della Cittadinanza, e del gius degli onori, col proceder del tempo anche alle altre genti si vennero partecipando da’ Romani.

Primi degli esterni a conseguire il Consolato, ed il Trionfo, furono per testimonianza di Plinio due Cornelii Balbi Spagnuoli per me[p. 62 modifica]riti grandissimi con la Repubblica. Ad ammettere qualche straniero in Senato cominciò Cesare. Fatto Augusto Principe nella Repubblica, abbiamo da Dione, che Mecenate gli consigliò di tirare a Roma, e di far Senatori i migliori Soggetti, ed i più illustri, non più d’Italia solamente, ma ancora delle altre Nazioni: perchè in tal modo si sarebbe assicurato di coloro; che potevano a’ popoli esser Capi di rivolta, ed avrebbe guadagnato l’amor di tutti; partecipando a tutti il Governo. Parole degne di quel gran Politico, e degne d’esser ponderate. Suggerimento, aggiunge, di far Cittadini generalmente tutt’i Popoli soggetti, e ciò per levar loro il sospetto, di volerli come servi; e perchè invigilassero alla custodia dell’Impero, come di cosa anche propria; ed acciocchè compagni vagamente fedeli divenissero, e Roma riguardassero come la vera e sola Città, la Patria loro quasi Villaggi riputassero. Questi detti altresì sono tutti d’oro, e sono Documenti incomparabili di buon governo.

Tal consiglio di Mecenate non fu posto in opera per allora; ma si cominciò a metterlo in esecuzione non molto dopo a’ tempi di Claudio. Così potrebbe avvenire, che non fosse per ora considerata questa Scrittura, e fosse poi presa per mano, quando i motivi stringeranno [p. 63 modifica]ancora più; ma non farebbe allora lo stesso effetto. Al tempo di Claudio alcuni principali della Gallia Transalpina desiderarono, e chiesero anche il gius degli onori, e l’accesso in Senato. Si opposero alcuni Senatori, come vediamo in Tacito, dicendo: bastare omai, che la Curia fosse stata invasa dagl’Insubri, e da’ Veneti, e non doversi accomunare anco agli Stranieri le insegne de’ Padri, e lo splendore de’ Magistrati. Fu allora, che l’Imperator Claudio perorando a favor de’ Galli: Ci abbiamo (disse) a pentire, che passassero qua i Balbi dalla Spagna? E gli fece alfine ottenere quanto bramavano col rappresentare in Senato per testimonio di Tacito: che da suoi antenati di Sabina origine, ed aggregati a Patrizj Romani egli appreso aveva di trasportare a Roma gli Uomini insigni ed eccellenti delle altre parti; Che rovina de’ Lacedemoni e degli Ateniesi fu l’allontanare dalle loro Repubbliche i vinti come forastieri, e salute della Romana l’esempio dato fino da Romolo, d’aver gli stessi in un giorno prima nemici, e poi Cittadini; che i loro maggiori avevano prima comunicato il Senato a molti d’ogni parte d’Italia fino all’Alpi, e fatto in modo, che non già le persone in particolare, ma le intere genti diventassero una cosa sola co’ Romani; e [p. 64 modifica]finalmente, che la quiete interna non fu mai stabile, nè le forze contro gli esterni ben floride, se non quando alla Cittadinanza ammessi furono li Traspadani. Questi sentimenti degni d’essere di perpetua norma ai più gloriosi, e meglio regolati Dominj espresse il Politico a modo suo, e col suo stile; ma buona parte dell’istessa Orazione allor pronunciata, e le parole stesse dell’Imperatore si conservano pur ancora intagliate a quel tempo in gran Tavola di Metallo, che si custodisce a Lione, e che si può leggere stampata nel Gruttero. Espone l’Imperatore fra le altre cose: non doversi rigettar tale aggregazione per esser cosa nuova, poichè molte novità erano anche ne’ passati Secoli state abbracciate di tempo in tempo.

Quel metallo adunque, che ci ha per rara sorte conservata l’Orazion di Claudio in Senato, bel documento ha reso perenne della prudente politica de’ Romani. Non facevano essi novità senza ragionevol motivo; ma non ricusavano di farle, quando variando le circostanze, conoscevano necessario l’adattarsi all’emergenze, e di proporzionar la condotta. Non ammisero per gran tempo alla piena cittadinanza i Provinciali ed esterni, ma cambiarono istituto, quando cominciò cangiar faccia l’Europa. Le Nazioni barbare confinanti coll’Im[p. 65 modifica]pero non lasciavano d’agguerrirsi continuamente, e moltiplicando a dismisura di andarsi rendendo ogni giorno più formidabili, e più feroci. Viddesi da più saggi, quanto coll’andar del tempo dovessero temerne i Romani. Nel mutar positura le cose, e nell’aumentar di potenza i vicini conobbero la necessità di crescer di forze per mantenersi. Per ciò fare non seppero trovar il miglior ripiego, che l’interessare, e di conciliarsi anche gli esterni Popoli; talchè fosse ugual premura di tutti il conservare a Roma l’Impero.

Una riflessione merita qui d’esser fatta, è sopra il modo di parlare, e sopra il termine, di cui si servirono egualmente i Romani, per significare tutti i compresi nel loro Impero. In oggi altro vocabolo non si conosce che quello di Sudditi. Ma un tal nome basta, perchè i popoli mal volontieri contribuiscano, defraudino quanto possono, e non impieghino la persona in servigio pubblico, se non per carpir danaro, e per forza; poichè tal nome fa subito parer loro, che tutto sia per beneficio del Padrone, e non per proprio; e per arricchire altrui, non per conservar se stessi. I Romani non solamente gl’Italici; ma neppure i Provinciali chiamavano sudditi: [p. 66 modifica]parola, che si può dire, non era in tal significato del loro linguaggio.

Tutti da loro erano chiamati Socj, cioè compagni. Gli Antichi Autori Latini così parlavano sempre generalmente, o di tal termine appare in essi, che tutti i Romani servivansi per indicar Galli, Ispani, Germani, Greci, Bittinii, e di qualunque Provincia soggetta a Roma.

Valerio Levino presso Tito Livio ricordava agli Etolj, come uso Romano era di talmente trattare i Socj, che alcuni ne avevano ricevuti nel proprio Corpo, e ad altri tali condizioni aveano date, che amarono più d’esser Socj che Cittadini. Cicerone spessissimo i Pretori, e gli altri Magistrati d’ingiurie a Socj fatte, riprende ed accusa; e alle volte alcuni Provinciali d’esser cattivi Socj rimprovera. Ove disputa in favor della Legge Manilia: Noi, dice, per l’innanzi potevamo coll’autorità del nostro Impero far sicuri i Socj anche nell’estreme Regioni; e nell’istessa Orazione forse dieci volte così nomina varj popoli. Gli Autori Greci cambiano spesso, e stravolgono i termini latini; tuttavia Dione insistendo nel costume Romano, chiamò i Provinciali col nome corrispondente di Collegati; laddove disse, [p. 67 modifica]che i Corsari infestarono l’Italia stessa, nonchè i Collegati. Strabone più volte per dir d’una gente, ciò che si direbbe da noi, ora è sottoposta ai Romani, ora è venuta sotto i Romani, così si esprime: Ora sono Romani. Quinto Curzio chiamò il Dominio Romano tutela, ove scrisse di Tiro: Ora sotto la tutela della mansuetudine Romana riposa. Affermò Cicerone, che quella de’ Romani potea nominarsi protezione e difesa, più tosto che Dominio. Ma in somma il sentirsi chiamar compagni, era atto a raddolcire ogni richiesta, che in occasion di guerra venisse fatta, perchè faceva intendere, o credere, che anche del proprio interesse si trattava. Questa si è da chiamare soprafina Politica. Di questa, mostra che fosse imbevuto il gran Patrizio Veneto Gasparo Contarini, il quale nel V. Libro del suo Trattato della Repubblica, e Magistrati di Vinegia, non usa il termine di Sudditi; ma parla così: Le Città le quali sono venute nella nostra società. Più avanti: Disteso adunque l’Impero in Terra-Ferma, que’ Popoli, i quali poco dinanzi eran venuti a ricrearsi con le buone Leggi. E verso il fine: A ciascuna Città, che venne nella Società dell’Impero sono stati lasciati gli Statuti suoi.

Crederassi da molti, che la comunicazione [p. 68 modifica]della Repubblica da noi rappresentata sin ora non avesse luogo, se non quanto in Roma durò la Repubblica stessa; ma si abolisse dopo il governo degl’Imperatori. Nascerà questa credenza da quella generale illusione, che fa supporre passata Roma per Cesare allo Stato Monarchico. Il nostro Autore ha sgombrato questo inganno con tutta chiarezza. Roma sotto gl’Imperatori continuò bensì una Repubblica d’altra faccia; ma con tutto ciò essi giuridicamente altro mai non furono, che un Magistrato, e il fondo dell’autorità rimase sempre al Senato. Quindi è, che quando Roma fu oppressa, e da Barbari soggiogata, l’Impero Romano perì, e si estinse; nè continuò a Costantinopoli, dove nuovo Regno Greco rinacque; il quale usò bensì il nome di Romano Impero, ma vanamente, perchè Roma, ridotta già in servitù, non vi aveva più parte. Con questo la Veneta libertà originaria da tanti Scrittori impugnata, e finora sì debolmente difesa, si è posta in chiaro dal nostro Autore con evidenza. Ma per quanto fa a nostro proposito in tempo di Tiberio l’elezione de’ Magistrati, ch’era allora il principal impiego de’ Comizj, fu trasferita dal Popolo al Senato; cioè da moltitudine indeterminata a moltitudine limitata, e scelta; non altro essendo, o do[p. 69 modifica]vendo essere il Senato, che la parte più eletta del Popolo. Ma siccome alle Città, ed alle genti erano aperti i Comizj, così incominciò ad essere loro aperto il Senato, onde nulla vi perdettero; anzi qualche convocazione di popolo esser continuata, più indizj delle posteriori età lo dimostrano.

Per l’Italia mutazion importante fece bensì Costantino, il quale nella trasformazione di Governo, da lui nelle Provincie introdotta, trattò da Provincia anch’essa, in diecisette Regioni avendola divisa, a’ Presidi sottoposte; ma questo non variò punto l’interiore, e particolar Governo delle Città, da’ loro Magistrati Cittadineschi sempre egualmente diretto, e quel che più importa, fino agli ultimi respiri dell’Impero, in qualunque Provincia altri fosse nato, aveva l’adito aperto ad ogni genere di Dignità, e fino all’Imperiale istessa, niente meno di chi era nato a Roma. Trajano fu il primo Imperatore non Romano, e non Italiano, e fu promosso da Nerva, perchè stimò, dice lo Storico, doversi riguardar le virtù, e non la Patria. Il medesimo avvenne in più altri, i quali senza difficoltà furono ammessi, e confermati dal Senato, che ritenne sempre il suo gius; e perchè qualche atto tirannico si frappose nell’Elezione di Tacito, [p. 70 modifica]abbiamo da Vobisco, come furono spedite lettere a tutti i Socj, ed a tutte le Nazioni, perchè si facesse noto esser tornata la Repubblica al primo stato, e dal Senato devesse dipender il tutto.

Qualche altra osservazione confermerà, come l’idea Romana, per quanto spetta all’interessar tutti nell’Impero, non mancò mai, fino che l’Impero durò. Augusto il quale nella sua amministrazione dell’Impero aggiunse cose molto favorevoli alle Città lontane; poichè ostando la lontananza al trasferirsi a Roma per le solenni raduranze del Popolo, e riuscendo però in questa parte quasi inutile la loro Cittadinanza, egli istituì, che quando si era per creare a Roma i Supremi Magistrati, li Decurioni, cioè i Senatorị delle Città raccogliessero nel loro pien Congresso i voti, e quel giorno destinato li mandassero sigillati a Roma; con che senza far viaggio veniva ciascuno a dare il suo voto. Tanto si ha da Svetonio. Di Tiberio sappiamo, che introdusse in Senato il fiore delle Colonie, e de’ Municipii, cioè degli uomini buoni, e ricchi. Tanto si ha nell’Orazione sopramentovata, fatta dall’Imperator Claudio a’ Senatori. Ma l’idea Romana di non credere, che mai aver potesse vera premura per la difesa dell’Impero Roma[p. 71 modifica]no, chi non era Cittadino, riluce specialmente nell’istituto della Milizia, quale sotto gl’Imperatori ugualmente mantenevasi.

Non ammettevano nelle Legioni, e negli altri Corpi de’ Romani, chi non fosse Cittadino Romano; ma perchè talvolta ne’ remoti paesi urgenza vi era di far gente in fretta, e di rimettere i Soldati perduti, onde necessità si aveva di valersi anche degli Stranieri; che facevano i Romani? Davano loro nell’arrolarsi la Cittadinanza, di che così lodolli Aristide saggio Orator Greco, fiorito in tempo di Marco Aurelio. In questo modo, dic’egli, voi non private, e non esaurite Roma de’ suoi Cittadini, e suoi Cittadini non pertanto sono i Militanti: in questo modo interessati i soldati nella vostra grandezza, e nella vostra gloria rinnegan tosto l’antica patria, e quasi se ne vergognano, e si fanno propugnatori acerrimi della vostra. Ecco l’effetto, che faceva anco ne’ Soldati barbari la Cittadinanza. Ecco come da quegli ultimi saggi del mondo civile non si stimò potesse esser vero Soldato per Roma, chi non era diventato per legge, e per aggregazione Romano. Nota l’istesso Aristide, come i Romani avevano reso il mondo comune, e viaggiabile a tutti, e come ad ognuno, che [p. 72 modifica]fosse di paese nell’Impero compreso, era lecito venir a Roma, come in sua Patria.

Infatti Roma è la nostra Patria comune, scrisse con più altri Giurisconsulti Modestino, quale arrivò alla età de’ Gordiani. Patria comune chiamaronla parimenti gl’Imperatori Teodosio, ed Arcadio in una legge. Claudiano, che visse nel fine del quarto secolo, e nel principio ancora del quinto, disse di Roma, come sola fu, che ricevesse i vinti nel grembo, ed a lei doversi, che niuno in essa era straniero, e che quasi tutto il mondo era una gente sola. Rutilio Numiziano nell’Itinerario l’anno 416 composto, così parlò a Roma: Tu facesti, che le varie genti avessero una medesima Patria. Giovò a’ popoli l’essere da te vinti, e dominati, perchè ammettendoli tu in consorzio teco, facesti diventar il mondo una sola Città. Ammiano Marcellino, e Cassiodoro: Regina della libertà, Signora, e Padrona dell’Impero chiamavano ancora Italia, e Roma. Scrisse Sidonio finalmente, che Roma era Patria della libertà, Città di tutto il mondo, e nella quale i soli Barbari, cioè i non compresi nell’Impero, ed i servi erano forastieri; mentre questi due soli generi di persone rimanevano esclusi dagli onori. Non si smarrì dunque mai l’antica mas[p. 73 modifica]sima, per cui Roma era divenuta Capo dell’Universo.

Una sola opposizione contro il credito del sistema Romano, e contro il rendersi per esso insuperabile uno Stato, potrebbe venir fatta; cioè l’esser pur finalmente anche l’Impero Romano ancora caduto a terra; ma qui due cose bisogna avvertire: L’una, che i Romani nell’esecuzione della loro ottima, ed incomparabile idea un error commisero, che fece strada alla corruzione: L’altra che la rovina non venne se non dall’essersi appunto tal sistema guastato per opera di taluni, e corrotto; talchè prima si avvilì, poi si pose in odio la Cittadinanza, onde dell’antidoto si fece veleno. Non si sarebbe mai da forze esterne potuto distruggere l’Impero, se quell’amore, e quella Società, che l’aveva composto, e prodotto, avesse continuato coll’istessa forza di vincoli, e coll’istessa riputazione di nome; ma quella medesima Cittadinanza Romaną, che fu gran tempo l’Idolo di ogni desiderio, dall’imprudenza d’alcuni, e più dall’avarizia d’altri, fu fatta cadere prima in vilipendio, e poscia in odiosità, con che rotto l’incanto, e disciolto il comun legame, niuno si curò più del Pubblico, non pensò più se non al privato interesse, ed [p. 74 modifica]a se stesso, ch’è la via più certa, e più breve per mandar tutto in rovina.

A così fatto dicadimento si fece strada in più modi: Fin dall’ultime rivoluzioni Civili si trovò chi a suo particolar profitto, e non per beneficio pubblico la Cittadinanza cominciò a conceder per danari: di che si vede accusato Antonio in Sifilino.

Nacque tal abuso dall’autorità mal conceduta ai Presidi di conferirla, quando non avrebbe mai dovuto poter venire tal dono, se non dal Pubblico. Il prezzo però era grande, onde disse quel Tribuno a S. Paolo: a me questa Cittadinanza è costata una gran somma. In tempo di Claudio si diede per pochissimo, di che fu dileggiato da Seneca. Gran disordine fu questo, perch’essendo già Cittadinizzata l’Italia tutta, che bastava a difendersi da tutto il mondo, nè onesto era, nè utile il diffonderla in altri senza pubblico motivo. Ma ciò che diede l’ultimo crollo, e annullò, e confuse l’interna forza della Gerarchia Romana, si fu la Costituzione di Caracalla, con cui mandando del pari i meritevoli, e gl’indegni, diede per un sordido fin d’avarizia la Cittadinanza a tutti gli uomini liberi, che si trovavano dentro i limiti dell’Impero. Questa legge non [p. 75 modifica]solamente venne ad avvilire, anzi a distruggere quel privilegio, nel quale consisteva l’arcano del Dominio, venne a metter in odio il nome Romano; ed il grado di Cittadino in abborrimento; la qual cosa per ben intendere convien sapere, come quel mostro di Caracalla non fu già mosso dal desiderio di guadagnar l’affetto, ma bensì dall’avidità di spogliar tutti ancor meglio. Nuovi e pesanti gravami aveva egli introdotti; ma perchè i più di essi venivano a cadere solamente sui Cittadini Romani, non vivendo gli altri col gius Civile, che fec’egli per sottoporvi tutti? Dichiarò tutti Cittadini, acciò che in tutto l’Impero niuno rimanesse esente. Allora però si cominciò a fuggire, e a sottrarsi da quel grado, che faceva prima il colmo della felicità; e si venne a tale, ch’ebbe a dire Salviano: Il nome di Cittadino Romano una volta non solamente apprezzato, ma comperato a gran costo: ora si ripudia, e si fugge.

Scrisse Isidoro nel Cronico, che molti stimavano meglio di star soggetti ai Goti, che signoreggiar coi Romani, tanto era grave il peso de’ lor tributi; ed ecco la cagione della caduta dell’Impero di Roma. Non bastò, che si conservassero sino all’ultimo in molti que’ sentimenti, che poco innanzi abbiamo addotti. [p. 76 modifica]Il particolare, e l’universale cambiò. Roma però fu insuperabile, fin che nella sua conservazione ebbe ognuno interesse, e fin che il nome Romano fu l’idolo del comune affetto: ma divenne fragile ad ogn’invasione, quando i Popoli si resero indifferenti, anzi avversi; e quei d’Italia singolarmente, che da tali novità furono più offesi, e ne’ quali il nervo dell’Impero, e della difesa doveva sempre consistere.

Primo effetto dell’alienazione degli animi, e principalmente degl’Italiani fu il cominciarsi tosto in Regioni così popolate, e per natura si bellicose a penuniare di Soldati; di modo che fu poi forza ricercare, ed assoldare stranieri, chiamando a nostra difesa que’ stessi barbari, che n’erano nemici nati. Massimiano, e Costanzo si servirono spesso di Goti, altri di Gepidi: Belisario d’Unni si valse per l’Italia stessa; e contro i Goti convenne finalmente chiamar in Italia i Longobardi. Con questo s’insegnarono ai Barbari tutte le strade, e gli accessi più facili, e si fecero invaghire di paese tanto più felice del loro, e si fece loro conoscere la facilità di occuparlo par la debolezza, a cui la nuova indifferenza de’ popoli l’aveva ridotto. A tal segno, e a tale penuria di gente da guerra si venne da un’età all’altra in quella stessa Italia, la quale nel sesto Seco[p. 77 modifica]lo di Roma minacciata da’ Galli, sola, e senza alcun esterno ajuto, com’esprime Plinio, armò in breve tempo 700 mille Fanti, e 80 mille Cavalli. In quell’Italia, delle forze della quale, finchè Roma potè valersi, nessuna Gente, e nessun Re del mando potè tener fronte, diceva Annibale costantemente ad Antioco. Svanita la passione, e l’affetto per la non più comune Repubblica, e non considerata più come utile a tutti, altra difesa non si ebbe, che di mercenarj soldati, non della difesa del’Italia ansiosi, ma della paga. Quindi fu, che a tutti i Barbari, de’ quali per altro niun esercito, venne in gran numero, l’Italia fu libera, ed aperta.

Un fatto avvenne in tempo del Greco Imperator Giustiniano, che rappresenta a meraviglia l’effetto della mutazione degli animi, e l’indifferenza, che l’esser esclusi da ogni partecipazione di governo produsse. Tenevasi l’Italia da’ Goti. I Greci, che contro essi guerreggiavano, mandati da Giustiniano, sorpresero una notte Verona. Fuggì il Presidio de’ Goti per la porta opposta; ma venuto il giorno, e veduto dal Colle di S. Pietro il poco numero degli Aggressori, ed insieme come la porta per cui erano usciti, non era stata chiusa, rientrarono, e fecero strage de’ Greci. Se [p. 78 modifica]un simil caso fosse avvenuto qualch’età prima, chi dubita, che i Cittadini, entrata dentro una Truppa di Romani loro confratelli, e concittadini, non avessero prese l’armi in sussidio loro, e non avessero almeno serrata la porta dietro a’ Goti usciti, ed apertane un’altra al resto dell’esercito, che giunse fra poco alle mura? Ma poichè non si trattava più della libertà, ma d’esser Sudditi o ai Goti, o ai Greci, non ci fu nella Città, chi nè per l’uno nè per l’altro movesse un passo.

Allora dunque fu, che si travolsero in Italia e le opinioni, e i costumi: Allora cominciarono quei sentimenti, che pur durano tuttavia: il Mestier dell’Armi non essere da eleggersi se non per povertà e per bisogno, ed esser pazzia il farsi ammazzare per altri. Dicevano i Goti in Cassiodoro, che i Romani (intendendo degl’Italiani) dovevano molto ringraziarli, poichè essi soli travagliavano nell’Armi, e nelle Guerre: il che ben inteso era un amaro dilegio; ma la viltà, e la stolidezza, quali nell’animo introdur suole la servitù, cominciavano già a far parer dolce tutto ciò, che ad ozio conduce, ed a poltroneria. Succeduti poi i Longobardi, secondo il Governo de’ quali restavano gl’Italiani esclusi dai Ducati, cioè dagli ereditarj Governi, ch’erano le [p. 79 modifica]prime dignità, si radicò del tutto la massima dell’esser follia il soffrir disagi, e pericoli, per mantenere la grandezza e la podestà altrui. Questa è la massima, che può render debole ogni Stato forte, come la contraria, che si produce dall’esser tutti interessati nel Governo, può render fortissimo ogni Stato debole.

In somma, abbiam veduto, come le antiche Repubbliche dal comunicarsi ritraevano le forze loro, e come i Romani unicamente per l’uso d’incorporare anche l’altre Città, e l’altre genti nella loro Repubblica, arrivarono ad esser padroni del mondo. Un passo mi sovviene d’Erodiano accreditato Storico Greco, il quale m’è sfuggito sinora, benchè dal nostro Autore se ne faccia gran caso. Al proposito d’Aquileja, quando fece resistenza a Massimino, dice quello Storico, che le mura allora erano diroccate, perchè in tempo de’ Romani partecipando le Città d’Italia della Repubblica, nè di mura avevano bisogno, nè d’Armi. Parole degne per verità di rimanere scolpite nella mente d’ognuno di quelli, che in Governi Repubblicani si adoprano. Il partecipar della Repubblica operava, che le Città per difendersi da stranieri eserciti, nè di mura avevano bisogno, nè d’armi. Per render adunque uno Stato, che sia di competente grandezza insupe[p. 80 modifica]rabile, non tanto importa il fabbricar Fortezze, e l’arrolare eserciti, quanto fare in modo, che la Repubblica sia comune, e diventi cosa propria di tutti, talchè nel difenderla abbia ciascheduno interesse.




Fine della Seconda Parte.