Adone/Canto XI

Canto XI

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ALLEGORIA

Per la luce, che circonda l’ombre delle Donne belle, s’intende la bellezza, la qual da’ Platonici fu detta raggio di Dio. Nella Fama, che séguita la Reina Maria de’ Medici, e parla delle sue grandezze, si comprende che la loda va sempre dietro alla virtú, e che le azzioni generose e illustri non restano giá mai senza la meritata gloria. In Mercurio, ch’a prieghi d’Adone calcolandogli la figura della nativitá, e pronosticandogli la morte, vien confutato da Venere, si dinota quanto sia grande l’umana curiositá di volere intendere le cose future, e quanto poco si debba credere

alla vanitá dell’Astrologia giudiciaria. [p. 614 modifica]

ARGOMENTO

Bellezze a contemplar d’alme divine
sen poggia al terzo Ciel la coppia lieta;
e degli effetti di quel bel Pianeta
scopre lo Dio facondo alte dottrine.

O giá de l’Arno, or de la Senna onore,
Maria piú ch’altra invitta e generosa,
Donna non giá, ma nova Dea d’Amore,
che vinta col tuo Giglio hai la sua Rosa,
e del Gallico Marte il fiero core
domar sapesti, e trionfarne sposa,
nate colá su le Castalie sponde
prendi queste d’onor novelle fronde.

Queste poche d’onor fronde novelle,
questi fior di Parnaso e di Permesso
la tua chioma reai degna di stelle
non sprezzi, ond’io corona oggi le tesso;
poi ch’anco il Sole, o Sol de l’altre belle,
eh’è de la tua beltá ritratto espresso,
scorno non ha, che fra la luce e l’oro
che gli fregiano il crin, serpa l’alloro.

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3.Che tue lodi garrisca, e di te canti
stridula voce, ignobil cetra e vile,
che i tuoi si chiari e sí famosi vanti
adombri oscuro inchiostro, oscuro stile,
che i pregi tuoi si spaziosi e tanti
raccolga angusto foglio, Alma gentile,
sdegnar non dèi, ch’è gloria, e non oltraggio
illustrar l’ombre altrui col proprio raggio.

4.Sai che pur rauco a salutar l’Aurora
in fra i Cigni canori il Corvo sorge.
In picciol’onda, in picciol vetro ancora
chiusa del Ciel l’immensitá si scorge.
Né suol celeste Dea quando talora
simulacro votivo altri le porge,
ricco di sua bellezza aver a sdegno
rozo lin, rozo piombo, e rozo legno.

5.Tu de l’ingegno mio propizia stella
per quest’acqua ch’io corro esser ben dèi,
poi che i divini amor canto di quella
de la cui stirpe originata sei;
e di volto e di cor benigna e bella
ben la somigli, e ti pareggi a lei,
a cui per farsi a te del tutto eguale
quanto sol manca è l’onestá reale.

6.Troppo audace talor tento ben io
cantando alzarmi al tuo celeste foco,
ma le penne a l’ardir, l’aure al desio
mancano, e caggio augel tarpato e roco.
Pur se de l’opre tue nel cantar mio
il piú si tace, e quel ch’io scrivo è poco,
gran fiamma secondar breve favilla
suole, e fiume talor succede a stilla.

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7.Uscita col canestro era e con l’urna
la condottrice de’ novelli albori,
da l’aureo vaso e da la mano eburna
versando perle, e seminando fiori.
Giá la caliginosa aura notturna
spogliava l’ombre, e rivestia i colori,
e precorreano e prediceano il giorno
la stella innanzi, e gli augelletti intorno:

8.quando l’augelle querule e lascive
il carro de la Dea levando in alto,
dal cerchio di quel Nume, a cui s’ascrive
l’eloquenza e ’l saver, spiccaro il salto.
E ’n breve acceso di fiammelle vive,
vive, ma non cocenti, un puro smalto
quasi di schietto azurro oltramarino,
a la vista d’Adon si fe’ vicino.

9.— Vassi al Ciel di costei che ’l cor ti si’ace
disse Mercurio allor — dal Ciel secondo.
Mira colá de la sua bella face
il dolce e signorii iume fecondo.
O letizia, o delizia, o vita, o pace
universal de l’uno e l’altro mondo!
Come seren, qual non piú mai si vide,
de la lampa felice il lampo ride!

10.Di questa stella, a cui siarn presso omai,
la grandezza non è quant’altri crede,
ch’è del globo terren minore assai:
pur tanta in ogni modo esser si vede,
e tanti sparge e si vivaci rai,
che Giove istesso in qualche parte eccede;
ed a lei cede ogni altra luce intorno,
salvo le due, che fan la notte e ’l giorno.

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11.Né di tutto l’essercito stellante,
i cui splendor col suo bel volto imbruna,
fiamma sí luminosa arde tra quante
ferme n’ha il Cielo, o peregrine, alcuna.
Quinci quando talor spunta in Levante,
piazza intorno si fa, come la Luna;
e talvolta adivien che splender suole
in faccia al giorno, al paragon del Sole.

12.Qualor gli sguardi aventurosi gira,
e spiega in su ’l balcon le chiome bionde,
tai di grazia e d’amor faville spira,
tanti di cortesia raggi diffonde,
che può gli occhi invaghir di chi la mira,
e la notte fugar, che si nasconde,
dando stupor dal suo lucente albergo
al mio gran Zio, che la sostien su ’l tergo

13.Luce del mondo ed ultima e primiera,
ella il giorno dischiude, ed ella il serra.
Sorge la prima a rischiarar la sera
tosto che ’l carro d’or gira sotterra.
Poi quando tutta la fugace schiera
de le stelle minor nel mar si serra,
riman ne l’aria d’ogni luce priva
sola in vece del Sol fin ch’egli arriva.

14.Sempre accompagna il Sol, né mai da lui
per brevissimo spazio si disgiunge,
com’ancor fa la mia, sí ch’ambodui
non sappiam l’un da l’altro andarne lunge.
Siam suoi seguaci, e seco ognun di nui
quasi in un tempo al fin del corso giunge,
terminando di par con la sua scorta
del gran calle vital la linea torta.

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15.Ben (come veder puoi) di sua sembianza
grande veracemente è la chiarezza,
ma sua virtute e sua fatai possanza
sappi ancor, che risponde a la bellezza.
Di piacevol natura ogni altra avanza,
tutta benignitá, tutta è dolcezza.
Tu per lei sola a picn fatto contento
saprai per prova dir, s’adulo, o mento.

16.Egli è ben ver, che se Saturno o Marte
a lei s’accosta con obliquo aspetto,
le contamina il lume e le coniparte
di sua rea qualitá qualche difetto.
Ma quando avien che ’n elevata parte
lunge da sguardo infausto abbia ricetto,
non si può dir con quanti effetti e quali
fortunati suol far gli altrui natali.

17.Gli agi del letto, e con diletto e riso
scherzi, giochi, trastulli, ozii promette
Bellezza dona, e leggiadria di viso,
ma fa molli le genti, e lascivette.
E se quand’io le son incontro assiso
meco amica e concorde i rai riflette,
produce in terra con auspicii lieti
chiari Oratori, e celebri Poeti.

18.Se Febo poscia a visitar si move,
e ’n sito principal la casa tiene,
o viensi a vagheggiar col Padre Giove,
de’ suoi tesori prodiga diviene.
Il grembo a pieno allarga, e laggiú piove
ogni grazia, ogni onore, ed ogni bene:
e col favor de l’una e l’altra luce
a gran fortune i suoi soggetti adduce. —

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19.Con questo dir per entro il lucid’arco
del cerchio adamantin drizza il sentiero,
ch’ai conosciuto carro aprendo il varco,
la Diva ammette al suo celeste impero.
Loco che di piacer, di gioia carco.
Paradiso del Ciel può dirsi invero;
e tanta luce e tanta gloria serra,
ch’appo quel Cielo ogni altro Cielo è terra.

20.Aurette molli, Zefiri lasciva,
fonti d’argento e nèttare sonanti,
di corrente zafftr placidi rivi,
rive smaltate a perle ed a diamanti,
rupi gemmate di smeraldi vivi,
selve d’incenso e balsamo stillanti,
prati sempre di porpora fioriti,
piagge deliziose, antri romiti.

21.Vaghi perterra di grottesche erbose,
di pastini ben culti ampi giardini,
bei padiglioni di viole e rose,
di garofani bianchi e purpurini,
dolci concordie e musiche amorose
di Sirene, di Cigni, e d’augellini,
boschi di folti allori e folti mirti,
tranquilli alberghi di felici spirti.

22.Freschi ninfei di limpidi cristalli,
puri canali di dorate arene,
siepi di cedri, cespi di coralli,
scogli muscosí e collinette amene,
ombre secrete di solinghe valli,
e di verdi teatri opache scene,
tortorelle e colombe innamorate
fanno gioir le regio n beate.

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23.Havvi riposte e cristalline stanze
di scelti unguenti e d’odorati fumi,
che soglion ricettar belle adunanze
di Ninfe no, ma di celesti Numi.
Altra liete canzoni e liete danze
accorda a l’armonia de’ sacri fiumi.
Altra nuota in un rio, c’ha Tonde intatte
di manna e mòle, e di rugiada e latte.

24.Sí come suol triangolar cristallo,
ripercosso talor da raggio averso,
mostrar rosso ed azurro e verde e giallo
quasi fiorito un bel giardin diverso;
onde chi mira i bei colori, ed hallo
del gran Pianeta al lampeggiar converso,
veggendo Iride fatto un puro gelo,
non sa se ’l Sol sia in terra, o il vetro in Cielo:

25.cosí volgendo ai dilettosi oggetti,
novi al suo senso, attonito le ciglia,
entrato il bell’Adon tra que’ ricetti,
non senza alto piacer si meraviglia.
Su ’l collo ai volatori amorosetti
Tuccisor d’Argo abbandonò la briglia,
e gli lasciò su per la riva fresca
pascer d’ambrosia incorrottibil ésca.

26.Nel dritto mezo vaneggiava un piano
cinto di colli e spazioso in giro,
che portava lo sguardo assai lontano,
tutto u’or mattonato, e di zaffiro.
Era in un piazza e prato, e quivi in strano
lavor composti a riguardare uscirò
vari orticelli di bei fior dipinti,
che di larghi sentieri eran distinti.

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27.Dietro la pesta Adon, sotto la cura
de la sua bella ed amorosa Duce,
si mise per la florida pianura,
la cui via dritta invèr la costa adduce,
quando rasserenossi oltremisura
quell’Hemispero di beata luce,
ed ecco un lustro lampeggiar dintorno,
che Sole a Sole aggiunse, e giorno a giorno.

28.A guisa di carbon che si raviva
di Borea ai soffi, e doppio vampo acquista,
novo splendor sovra splendore arriva,
che riga l’aria di vermiglia lista.
Quasi ampia sfera, il bel chiaror s’apriva,
nel cui centro il Garzon ficcò la vista,
e vide entro quel circolo lucente
gran tratta spaziar di lieta gente.

29.Come augellini che talor satolli
a stormo a stormo levansi dal fiume,
quasi congratulanti, ai vicin colli
scoton cantando le bagnate piume:
o come pecchie che da’ campi molli
rapir le care prede han per costume,
tra’ purpurei fioretti e tra gli azurri
alternando sen van dolci sussurri:

30.cosí menavan tra festivi canti
l’anime fortunate allegra vita,
lucide a meraviglia e folgoranti,
tutte in etá di gioventú fiorita.
Vive persone no, paion sembianti
specchiati in bel cristal, che ’l vero imita.
Ciascuna lor imagine rassembra
vanitá, ch’abbia corpo, ed abbia membra.

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31.Treraolavan per entro i rai sereni
quelle fulgide fiamme a mille a mille
non altrimenti ch’atomi o baleni
soglian per le snebbiate aure tranquille,
o lucciolette, che ne’ prati ameni
con vicende di lampi e di scintille
vibrano, quasi fiaccole animate,
il focil de le piume innargentate.

32.— Deh per quel dolce ardor — disse il Donzello
a la sua Dea — che per te dolce m’arse,
dammi ch’io sappia: che fulgore è quello
che repentino agli occhi nostri apparse?
E quelle luci, che ’n piú d’un drappello
vanno per mezo i raggi erranti e sparse,
dimmi che son, poi ch’a beltá sí rara
la chiarezza del Ciel piú si rischiara? —

33.— La luce che tu miri, è quella istessa
ch’arde ne’ tuoi begli occhi — ella rispose —:
specchio dí Dio, che si vagheggia in essa,
fior de le piú perfette e rare cose:
stampa immortai da quel suggello impressa,
dove il Fattor la sua sembianza pose:
proporzi’on d’ogm mortai fattura,
pregio del mondo, e gloria di Natura.

34.Ésca dolce de l’occhio, e dolce rete
del cor, che dolcemente il fa languire,
vero piacer de l’alma, alma quiete
de’ sensi, ultimo fin d’ogni desire,
fonte che solo altrui può trar la sete
e sol render amabile il martire.
S’udito hai nominar giá mai bellezza,
qui ne vedi l’essenza, e la pienezza.

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35.L’anima nata in fra l’eterne forme,
ed avezza a quel bel ch’a sé la chiama,
de la beltá celeste in terra Torme
cerca, e ciò che l’alletta e segue e brama;
e quando oggetto a’ suoi pensier conforme
trova, vi corre ingordamente, e l’ama.
Fior, fronde, e gemme, e stelle, e Sole ammira,
ma vie piú ’l Sol che ’n duo begli occhi gira.

36.Bellezza è Sole, e lampo, e fiamma, e strale,
fère ov’arriva, e ciò che tocca accende.
Sua forza è tanta, e sua virtute è tale,
ch’innebria sí, ma senza offesa offende.
Nulla senza beltá diletta o vale,
il tutto annoia, ove beltá non splende.
E qual cosa si può fra le create
piú bella ritrovar de la beltate?

37.Perde appo questo (ancor che in un s’accoglia
quanto il mondo ha di buono) ogni altro bene.
Ogni altro ben, ch’a desiare invoglia,
alfin sazia il desio, quando s’ottiene.
Sol quel desio che di beltá germoglia
cresce in godendo, e vie maggior diviene.
Sempre amor novo a novo bel succede,
tanto piú cerca, quanto piú possiede.

38.Giogo caro e leggier, leggiera salma,
prigionia grata, e tirrania soave.
In qualunqu’altro affar perder la palma
altrui rincresce, e Tesser vinto è grave.
A quest’impero sol qual piú grand’alma
soggiace, e d’ubbidir sdegno non have.
Non è cor sí superbo, o sí rubello,
che non si pieghi e non s’inchini al bello.

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39.Violenza gentil, ch’opprime, affrena,
tira, sforza, rapisce, e pur non nóce,
tosco vital, che nutre ed avelena,
e senza danno al cor passa veloce,
magia del Ciel, ch’incanta ed incatena,
e non ha mano, e non ha lingua o voce,
voce che muta persuade e prega,
man che senza legami annoda e lega.

40.Un sol guardo cortese, un atto pio
di bella Donna mille strazii appaga,
fa súbito ogni mal porre in oblio,
lodar l’incendio, e benedir la piaga,
cupido di penar rende il desio
e del proprio dolor l’anima vaga,
ed uom di vita e di conforto privo
è possente a tornar beato e vivo.

41.Questo è quel lume ch’innamora e piace,
e fa corona a l’anime contente.
Né foco in fiamma, né favilla in face,
né stella in Ciel, né Sole in Oriente
arde in sí puro incendio, e sí vivace,
ch’agguagli il dolce ardor che qui si sente.
Sono astratte sostanze, e lucici ’ombre,
d’ogn’impaccio terren libere e sgombre.

42.Son de le Donne piú famose e belle
tutte raccolte qui l’alme beate,
però che per fatai legge di stelle
quante giá mai ne fieno, o ne son state,
quelle che nacquer giá mill’anni, e quelle
che nasceran ne la futura etate,
son (come qui le vedi) a schiera a schiera
tuttequante devute a la mia sfera.

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43.E se vago sei pur di mirar come
liete sen van per questa piaggia aperta,
e vuoi ch’alcuna io ne disegni a nome,
meco non ti rincresca ascender l’erta.
Quivi di quante scorgi aurate chiome
contezza avrai piú manifesta e certa,
ché meglio apparirá (ben che remota)
qualunque fia tra lor degna di nota. —

44.C.iò detto, ad un poggiuol poggiaro in cima
de le rupi piú basse e piú vicine.
— Ma qual — segui Ciprigna — elegger prima
del bel numer degg’io, ch’è senza fine?
o quai piú stimerò degne di stima?
le Barbare, le Greche, o le Latine,
fra tante le piú belle e nobil Donne
ch’abbia il Ciel destinate a vestir gonne?

45.Tu vedi ben colei che tanta luce
fra l’altre tutte di bellezza ha seco.
È la famosa suora di Polluce,
flebil materia al gran Poeta cieco.
Vedi Briseida, che ’l piú forte Duce
fé’ sdegnoso appartar dal campo greco.
Polisena la segue, e va contenta
che l’ira ostil col proprio sangue ha spenta.

46.L’altra, ch’alquanto ha turbatetto il ciglio,
è la vezzosa Vedova Africana,
del mio ramingo ed agitato figlio
fiamma quasi maggior che la Troiana.
Tien ne la destra il ferro ancor vermiglio,
né la piaga del petto in tutto è sana;
e ’n tanta gioia pur mostra la vista
d’ira, d’odio, d’amor, d’affanno mista.

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47.Quella, c’ha in man due serpi, e tanta dopo
lussuria trae di barbaresche spoglie,
e pende nel color de l’Ethiòpo,
ma col suo bruno a l’Alba il pregio toglie,
e ’l nero crine a l’uso di Canopo
sotto un diadema a piú colori accoglie,
del grand’Antonio amica, è Cleopatra,
che l’ha di sua beltá fatto Idolatra.

48.Danae è colei, che semplicetta accolse
nel grembo virginal l’oro impudico.
Quella è l’incauta Semele, che volse
mirar in trono il non ben noto amico.
Ecco Europa colá, da cui giá tolse
la piú nobil provincia il nome antico.
Eccoti Leda qui, che si compiacque
del bianco augello, ond’Helena poi nacque.

49.Y’è Dlanira, che si duol delusa
d’aver ucciso l’uccisor d’Anteo.
Havvi Arianna, che l’inganno accusa
del troppo ingrato e perfido Theseo.
Guarda Andromeda poi, che non ricusa
il fido suo liberator Perseo.
Ed Hero guarda, che da lido a lido
trasse piú volte il nuotator d’Abido.

50.Vedi una turba di progenie ebrea
tutta in un groppo, che laggiú camina?
In queste sol, che ’l fior son di Giudea,
arde di santo amor fiamma divina.
Y’ha Rebecca, e Rachele, e Bersabea,
havvi Susanna, Hestèr, Dalida, e Dina,
e Giuditta è tra lor, la vedovella
feroce e formidabile, ma bella.

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51.Mira il tragico ardor del pria crudele,
poi ripentito, anzi arrabbiato Herode,
Marianne gentil, che le querele
del fiero amante di quassú non ode.
L’altra, che d’aver tolto al suo fedele
il bel trionfo insuperbisce e gode,
io dico a Tito il buono, è Berenice,
che del gran vincitore è vincitrice.

52.Or t’addito di belle un altro coro,
non meno accese in amoroso rogo.
La gran Donna del Lazio è madre loro,
cui por s’aspetta a l’Universo il giogo.
Livia d’Augusto è prima in fra costoro,
Messalina di Claudio ha l’altro luogo,
senza mill’altre ancor, che ne tralascio,
per restringer gran massa in picciol fascio.

53.Lasciar però non voglio una, che sotto
la manca poppa insanguinata e guasta
ha di punta mortale il fianco rotto,
Lucrezia, ancor che fama abbia di casta.
Non so, s’ha come il corpo il cor corrotto:
so, ch’a la forza altrui poco contrasta;
e so che col pugnai non s’apre il petto,
che gustar pria non voglia il mio diletto.

54.No no, non giá per ira il sen si fiede
ch’abbia (ti so ben dir) contro il Tiranno,
per vendicar (sí come il vulgo crede)
con un colpo il suo torto, e ’I commun danno.
Fallo sol per dolor, perché s’avede
pur troppo tardi del suo sciocco inganno,
che n’ha passata per follia d’onore
senza tanto piacer l’etá migliore.

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55.Volgiti a Fausta, che di foco infausto
per cagion del figliastro ha il cor tant’arso,
che convien che d’Amor fatto olocausto
Crispo l’estingua col suo sangue sparso.
11 tempo a dirne tante è troppo essausto,
l’occhio a segnarle tutte è troppo scarso.
Lascio l’antica schiera, e passo a quella
che dee nobilitar l’etá novella.

56.Tra’ piú chiari splendor de le moderne
vedi lá scintillar Giulia Gonzaga.
De l’immensa beltá che ’n lei si scerne
potrá far solo il grido incendio e piaga,
ed al fier Soliman le fibre interne
strugger de l’alma innamorata e vaga,
onde per adempir gli alti desiri
verrá lo Scitha a ber Tonde di Liri.

57.Vedi duo rami del medesmo stelo,
una coppia reai di Margherite,
<;r>1 nor Kpo t* lo oloffo in PiniQ
e far di casto amor dolci ferite.
Quella ch’è prima, e di purpureo velo
le schiette membra e candide ha vestite,
indorerá con luce ardente e chiara
e del secolo il ferro, e di Ferrara.

58.L’altra, che mano a man seco congiunge,
di Lorena felice i poggi onora.
Folgoreggia il bel volto ancor da lunge,
e di lume divin tutto s’infiora.
Amor non cura, e pur saetta e punge,
ed altrui non volendo uccide ancora.
Mira con che ridente aria soave
tempra il rigor del portamento grave.

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59.Ecco d’ogni beltá, per cui beata
fía Xovellara, un novo mostro e strano.
Per imagin formar sí ben formata
del gran Pittor s’avantaggiò la mano.
D’Amor Guerriera, e di faville armata
fa piaghe ardenti onde si fugge invano.
Ogni sua paroletta, ogni suo sguardo
lulmina una facella, aventa un dardo.

60.Isabella la bella è costei detta,
che da le prime due non si dilunga.
Disponi il core o gran Vincenzo, aspetta
ch’un suo raggio per gli occhi al cor ti giunga.
Saprai di qual ardor, di qual saetta
dolcemente mortai riscaldi e punga.
Venga a mirar costei chi non intende
come si possa amar cosa ch’offende.

61.Che lume è quel, che trae di lampi un nembo?
che candid’ombra? e di che rai si veste?
Porta nel volto Amor, le Grazie in grembo,
e nulla ha di terren, tutta è celeste.
Sí sí, tien scritto ne l’aurato lembo:
“ La Fenice del Po, Giulia da Este ”.
O del mondo cadente ultima speme,
prole gentil de l’onorato seme!

62.Oh come la vegg’io folgor divino
tra mille balenar luci Lombarde’
Fin ch’uom degno di lei trovi il destino,
scompagnata trarrá l’ore piú tarde.
Quasi tra perle lucido rubino,
da fin or circoscritto, a vampa ed arde.
Quasi rosa tra’ fior, che ’n fresca sponda
ferma il Sol, molce l’aura, e nutre l’onda.

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63.Ecco del Tebro una pregiata figlia,
onde la gloria Aldobrandina irraggia,
Idolo de la terra, e meraviglia
di questa lieta e fortunata piaggia.
Volge l’arciere e sagittarie ciglia
bella, né men che bella, onesta e saggia.
Ride il bel volto, e quasi un Ciel s’ammira,
che le Stelle paterne intorno gira.

64.Altre due ne van seco in una schiera,
che le sembrali compagne, e son sorelle.
Colei che piú s’accosta a la primiera,
apre al verno maggior rose novelle.
L’altra incontrando la piú chiara sfera,
fa quel del Sol, ch’ei fa de l’altre stelle.
Fará la prima il Taro adorno e lieto,
de l’altre due s’arricchirá Sebeto.

65.Omai Savoia agli onor suoi m’appella,
e quattro Dive a rimirar m’invita,
Caterina e Maria con Isabella,
e la maggior di tutte è Margherita.
Qual Paride, che scelga or la piú bella?
Qual lingua fia di giudicarle ardita?
Per queste, onde risona e Thile e Battro,
le Grazie, che son tre, diverran quattro.

66.L’Aurora ti parrá, se quella vedi,
quand’ella il pigro suo Vecchio abbandona.
Se questa prendi a risguardar, la credi
la bella e bianca figlia di Latona.
Se de l’altra di lor notizia chiedi,
e miri lo splendor che l’incorona,
dirai ch’a mezo giorno, a meza state
ha minor lume il luminoso frate.

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67.Ma la Perla ch’io dico, ai cui gran pregi
l’Indo stupisce, e l’Oriente ha scorno,
dagli antichi tesor di cento Regi
uscita a rischiarar d’Europa il giorno;
quella che dee di preziosi fregi
far del gran figlio mio l’erario adorno,
è tal, che mai non ne produsse alcuna
la conca ove nascendo ebbi la cuna.

68.Amor dirá che ’l paragone è vile,
a cui tanto di questa il candor piacque
ch’ai suo povero sen ne fe’ monile,
e nel foco affmolla, e non ne Tacque.
Dirá che questa sua Perla gentile
tra Tonde no, ma tra le stelle nacque;
e che ’l Ciel, perché vince ogni altra stella,
vuoisi in vece del Sole ornar di quella.

69.Il piú lucido hi del vello aurato
per porla in nobil filza, ha Cloto attorto;
e per legarla, il piú fin or pregiato
ha scelto Amor ch’abbia l’Occaso o l’Orto.
Ma legge vuol d’irreparabil fato
che ’n breve il suo Signor rimanga morto;
né potend’ella distemprarsi in pianto,
piangan sangue per lei Torino e Manto.

70.Quell’altra, che somiglia altera e sola
Tunica Verginella peregrina,
qualor le piume ha rinovate, e vola
a visitar la region vicina,
Matilda è poi, d’Emanuel figliuola,
ne’ cui begli occhi Amor gli strali affina,
ed a cui diè di sua beltá superna
quanto può dar l’onnipotenza eterna.

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71.Quegli occhi vaghi e di dolcezza ardenti,
per cui ha piú del Ciel bella la terra,
struggeran, non che i cor, le nevi algenti,
che de l’Alpi canute il cerchio serra.
Moveran con tal armi e sí pungenti
contro l’alme ritrose assalto e guerra,
che torran lor ne l’amorosa impresa
e l’ingegno, e la fuga, e la difesa.

72.Vedi un rivaggio, che de l’erba fresca
ripiegando le cime, il prato bagna.
Quivi agli amori Amor istesso adesca
quant’avran mai di bello Italia e Spagna.
Quivi fiorisce ogni beltá donnesca,
ma forz’è che di dirne io mi rimagna,
ch’a l’occhio, che non ben tante n’accoglie,
la lontananza e lo splendor le toglie.

73.Pur non convien che con silenzio io passi
quelle che son tra l’Alpi e i Pirenei.
E prima a la mia vista incontro lassi
alma che co’ suoi lumi abbaglia i miei.
Sola degna a cui ceda, e ’l pomo lassi,
ch’ottenni dal Pastor de’ boschi Idei.
Margherita Valesia, il cui valore
è tesor di Virtú, pompa d’Onore.

74.Quest’altra Perla, che qual Sol fiammeggia,
ragion non è ch’io del mio dir defraude,
ben che d’un tal suggetto io ben m’aveggia
con le parole estenuar la laude.
Oh con qual grazia e maestá passeggia,
come stupido il Ciel tutto l’applaude!
Tanti spirti reali intorno piove,
che par la Sfera mia Sfera di Giove.

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CAXTO UNDECIMO

&33

75.Ma par negli atti si contristi e dolga,
e va turbata e disdegnosa alquanto,
che senza morte si rallenti e sciolga
quel nodo onde la strinse Himeneo santo;
e ch’altra a un punto le rapisca e tolga
di Gallia il regno, e di beltate il vanto,
onde perder in un deggia per quella
e di Reina il titolo, e di bella.

76.Piú oltre oh che divin volto vegg’io,
il cui grave rigor modera e molce
di benigna letizia un raggio pio,
e d’onesto sorriso un lampo dolce!
Ell’è Ciarlotta, ardor del regno mio,
che gli onor di Condè sostiene e folce;
Nume degno d’altari e che s’adori
con sacrifici d’anime e di cori.

77.Dal Cielo ond’esce il gran fanal di Deio,
a la riva ch’è meta a sua fatica,
e da’ pigri Trioni, ove di gelo
la Tana il piede incristallito implica,
fin dove sotto il piú cocente cielo
ferve di Libia la pianura aprica,
beltá non v’ha che piú s’ammiri e pregi,
possente ad infiammar l’alme de’ Regi.

78.Aguzza il guardo pur, se pur da tante
luci esser può che non languisca offeso;
e guarda ch’a quel Sol ch’avrai davante
non resti 0 l’occhio cieco, o il core acceso.
Vedrai Maria Borbon, dal cui sembiante
il modello del bel Natura ha preso.
Beltá che far potrebbe in forme nove
spuntar le corna, e nascer l’ali a Giove.

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79.Questa degli avi suoi degna nipote
fará di Mompensier piú chiari i figli.
Hanno ancor molto a volger queste rote
pria che nasca laggiú chi la somigli.
Bella onestá le ’mporpora le gote,
ma confonde a le rose i patrii Gigli.
Fa beato l’Inferno il suo bel viso,
e pon le pene eterne in Paradiso.

80.Risguarda or quella in umiltá superba
sotto candido vel fronte serena,
quant’aspetto reai ritiene e serba!
È la vaga Luigia di Lorena.
De l’angelica vista alquanto acerba
e del bel guardo la licenza affrena;
ma la forza del foco e de lo strale,
che passa i cori, ad affrenar non vale.

81.Per questa il mio reame, il suo legnaggio
non men d’onor che di beltá fiorisce.
Vince parlando ogni rigor selvaggio,
le Tigri umilia, e gli Aspidi addolcisce.
Stempra gli smalti col benigno raggio,
scalda i ghiacci, apre i marmi, i cor rapisce.
Amor, questi miracoli son tuoi,
che ’n virtú de’ begli occhi il tutto puoi.

82.Mira quell’altra, che con schivi gesti
dal commercio commun sen va lontana.
Agli atti gravi, agli andamenti onesti
sfaretrata talor sembra Diana.
Ma per quanto comprendo ai rai celesti,
è la Dea Catherina, alma sovrana,
che ’n sé romita, e da lo stuol divisa
fa di sé sol gioir Gioiosa e Guisa.

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83.Anna obliar di Siiesson non deggio,
ornamento e stupor de la mia Corte.
Languir per lei d’Amor mill’alme veggio,
e veggio al nascer suo nascer la morte.
O de le glorie mie colonna e seggio,
o maniere leggiadre, o luci accorte!
Dove di quelle luci il Sol non giri,
altro ch’ombre non vede occhio che miri.

84.Fisa la vista, e tra’ piú densi rai
Enrichetta Vandoma intento mira,
e duo d’Amor Luciferi vedrai,
che ’n vece d’occhi la sua fronte gira.
Duo giardini di fior non secchi mai
veston le guance, onde dolce aura spira.
Ride la bocca, onde puoi ben vederle
in ostel di rubin chiostri di perle.

85.E che dirò di quella nobil ombra
in cui tanto di lume Apollo infuse,
che di Safo e Corinna i raggi adombra,
e gloria accresce e numero a le Muse?
Anna Roana, che d’un lauro a l’ombra
le suore seco a gareggiar ben use
sfida a cantar con que’ celesti accenti,
che del foco d’Amor son sí cocenti.

86.Tacerò poi fra tante lampe eccelse
quella onde Roccaforte arde e sfavilla?
Per crear questa luce, il Ciel si svelse
del destro lume l’unica pupilla.
S’ancor verde ed acerba Amor la scelse
per arder l’alme, e sol d’ardor nutrilla,
deh che fia poscia, e qual trarranne arsura
quando a le fiamme sue sará matura?

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87.Ma dove lascio un altro lume chiaro?
Maria, de’ Mombasoni egregia prole?
Grazia che stia di tanta grazia al paro,
non mira in quanto mondo alluma il Sole.
Le doti illustri de lo spirto raro
raccontar non si lasciano a parole.
Dir di lei non si può, che non s’onori,
onorar non si può, che non s’adori.

88.Incomposta bellezza e semplicetta
parte si scopre in lei, parte si chiude.
Ignudo Amor nel vago viso alletta,
le Grazie nel bel sen scherzano ignude.
Cortese orgoglio e maestá negletta,
maniere insieme e mansuete e crude,
gravitá dolce e gentilezza onesta
bella la fan, ma ’n sua beltá modesta.

89.A queste glorie aggiungi, a queste lodi
i pregi del magnanimo marito,
10 dico Carlo, che con saldi nodi
d amor santo e pudico e seco unito,
e l’un fassi de l’altro in dolci modi
di scambievole onor fregio gradito
con quel lume reciproco fra loro
ch’oro a gemma raddoppia, c gemma ad oro.

90.O del Rhodano altero inclito figlio,
per cui di gloria il Gallo impenna l’ali.
Signor degno di scettro, il cui consiglio
volge la chiave de’ pensier reali;
11 cui sommo valor fará dal Giglio
sovente pullular palme immortali;
dritto fia ben, che d’ogni gioia colmo
stringa sí bella vite un sí degn’olmo. —

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91.E qui Venere tace, indi gli addita
in disparte un drappel di donne elette;
e fra lor, come capo, è reverita
una, che trae per man tre pargolette.
Tien composta negli atti, a brun vestita
le bionde trecce in fosco vel ristrette;
e diadema reale ha su la chioma
di tre Gigli fregiato, e di sei Poma.

92.Son le fanciulle a la beltá materna
e nel volto e nel gesto assai sembianti;
e ’n fronte a la maggior par si discerna
cerchio di gemme illustri e scintillanti,
sí che d’Apollo la corona eterna
tempestata non è di raggi tanti:
onde nel tutto a lei si rassomiglia
di sí gran genitrice emula figlia.

93.Tal dove l’ombre trionfali spande
la pianta amica a Giove, e cara al Sole,
sotto il suo tronco verdeggiante e grande
tenera sorge e giovinetta prole.
Tal rosa ancor non atta a le ghirlande
non aperta e non chiusa in orto suole
spiegando a l’aura i suoi novelli onori
da la madre imparar come s’infiori.

94.Parve fra le piú degne e piú leggiadre
questa ad Adon la piú leggiadra e degna,
onde rivolto a la benigna madre
del picciol Dio che nel suo petto regna,
— Chi è colei, che fra sí belle squadre —
disse — d’ogni beltá porta l’insegna?
colei che ’n vista affabilmente altera
guida l’illustre ed onorata schiera?

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95.Ben Reina mi par de le Reine,
cotanta in lei d’onor luce risplende.
Ed ha tre fanciullette a sé vicine,
in cui l’effigie sua ben si comprende.
E coronata d’or l’oro del crine,
vassene avolta in tenebrose bende,
e sotto oscuro manto e bruno velo
può d’ogni lume impoverire il Cielo. —

96.— Adone — ella risponde —, i’ ben vorrei
spegner la sete al bel desir che mostri,
ma scarsi sono a favellar di lei
non che gli accenti, i piú facondi inchiostri.
Non han luce piú chiara i regni miei,
non vedran piú bel Sol mai gli occhi vostri.
Con voce di diamante e stil di foco
cento lingue d’acciar ne dirian poco.

97.Altre volte soviemmi aver narrato
qual d’eccellenze in lei cumul si serra.
Oh quante palme, oh quanti allori il fato
ne la futura etá le serba in terra!
Ma di quanti travagli il mondo armato,
per maggior gloria sua, le fará guerra!
Che non può l’alta grazia, e ’l buon consiglio
e del provido ingegno, e del bel ciglio?

98.Ma di sue lodi, a cui di par non m’ergo,
dar ti potrá colei miglior novelle;
dico colei, che tu le vedi a tergo
tra ’l fido stuol de le seguaci ancelle.
Fama s’appella, e tien sublime albergo
lá ne l’ultimo Ciel sovra le stelle,
dove sorge fondata immobilmente
di diamante immortai, torre eminente.

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99.Olimpo a Giove ingiurioso monte,
Atlante de le stelle alto sostegno,
Pelia, ch’altrui fu scala, Ossa, che ponte
per assalir questo superno regno,
l’Hemo, il Libano, il Tauro, o qual la fronte
erge a piú eccelso inaccessibil segno,
fora a questa d’altezza ancor secondo,
che passa il Ciel, che signoreggia il mondo.

100.Entrate innumerabili ha la rocca,
e ’l tetto e ’l muro in molte parti rotto,
di bronzo usci e balconi, e non gli tocca
(che gran romor non faccia) aura di motto.
Tosto ch’esce il parlar fuor d’una bocca,
a lei per queste vie passa introdotto,
e forma quivi un indistinto suono,
come suol di lontan tempesta o tuono.

101.Quivi la pose il gran Rettor de’ Cieli,
quasi guardia fedel, cauta custode,
perché ciò che si fa scopra e riveli,
nunzia di quanto mira, e di quant’ode.
Cosa occulta non è ch’a lei si celi,
e dá conforme a l’opre o biasmo, o lode.
Se si move aura in ramo, in ramo fronda,
esser non può, che da costei s’asconda.

102.De l’umane memorie ombra seguace,
sempre avisa, riporta, e parte, e riede.
Né riposa giá mai, né giá mai tace,
e piú quanto piú cresce acquista fede.
Garrulo Nume, e spirito loquace,
vita de’ nomi, e di se stessa erede,
possente ad eternar gli Eroi pregiati,
e far presenti i secoli passati.

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103.Generolla la terra, e co’ Giganti
nacque in un parto orribili e feroci.
Dea, che quant’occhi intorno ha vigilanti,
tanti ha vanni al volar presti e veloci,
e quante penne ha volatrici, e quanti
lumi, tanti anco ha lingue, e tant’ha voci,
e tante bocche, e tante orecchie, ond’ella
tutto spia, tutto sa, tutto favella.

104.Picciola sorge, e debile da prima,
poi s’avanza volando, e forza prende.
Passa l’aria, e la terra, e su la cima
poggia de’ tetti, e fra le nubi ascende.
E per vari idiomi in ogni clima
pari al guardo ed al volo il grido stende.
Di ciò ch’altri mai fa, di ciò che dice
o di buono, o di reo, publicatrice.

105.Questa, che deve a tuttiquattro i vènti
far poi la gloria sua chiara e sollenne,
sodisfaratti in piú diffusi accenti. —
Cosí detto, chiamolla, ed ella venne.
Battea per le serene aure ridenti
con moto infaticabile le penne.
L’occhiuto augel rassomigliava a l’ali,
che di varie fiorian gemme immortali.

106.Di tersa luce e folgorante acceso
brando, a’ cui lampi il Sol perdea di molto,
stringea ne l’una man, l’altra sospeso
reggea dal busto essangue un capo sciolto.
Per la squallida chioma avinto e preso,
fosco nel ciglio, e pallido nel volto,
spirava nebbia; e seppe Adon, che questa
de l’Oblio smemorato era la testa.

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107.La sollecita Dea, cui del desio
del bellissimo Adori nulla è nascosto,
e che quando l’alato e cieco Dio
il congiunse a la madre, il seppe tosto:
ben di lontan la sua dimanda udio,
e quanto Citherea gli avea risposto;
ond’una allor de le sue cento lingue
sciogliendo, il ragionar cosí distingue:

108.— Volgi, o mortale, ove quel Sol lampeggia
di bellezze e di grazie unico e solo
gli occhi felici, e la beltá vagheggia
ch’alza i piú pigri ingegni a nobil volo.
Dico quel Sol, per cui dolce fiammeggia
la terra, il Cielo, e l’un e l’altro polo;
quel vivo Sole, a la cui chiara lampa
Senna senno non ha, se non avampa.

109.Questa è l’eccelsa e gloriosa Donna
ch’accoppia a regio scettro animo regio,
gran Reina de’ Galli, e de la gonna
e del sesso imperfetto eterno pregio.
De l’inferma virtú stabil colonna,
de l’etá ruginosa unico pregio.
Essempio di beltá, nido d’Amore,
specchio di castitá, fonte d’onore.

110.Dal gran centro del Ciel lunga catena
di bel diamante innanellata pende.
Con questa Amor, che l’Universo affrena,
annoda altrui soavemente, e prende.
Per questa Tuoni da la beltá terrena
d’un grado in altro a la celeste ascende,
e di questa quel bel, che ’n lei s’ammira,
un amo è d’or, che qui l’anime tira.

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111.Quest’amo ascose in fra’ suoi strali Amore
in quel divino e maestoso aspetto,
in cui di due bellezze un doppio ardore
abbaglia ogni pensier, scalda ogni affetto.
L’una di nobil fiamma accende il core,
l’altra è degli occhi un reverito oggetto;
e quel gemino bel sí ben si mesce,
che qual foco per foco incendio cresce.

112.L’una il cupido senso alletta in guisa
con vivi lampi di serena luce,
ch’empie d’alto piacer chi ’n lei s’affisa,
se ben casti desir sempre produce.
L’altra dal career suo l’alma divisa
di raggio in raggio al sommo Sol conduce,
mostrandole laggiú sotto uraan velo
quella beltá che si contempla in Cielo.

113.Ben tu per questa scala ancor le piume
del tuo basso intelletto alzar potrai,
e ne lo specchio del creato lume
de l’increato investigar i rai;
e del corporeo e naturai costume
l’impura qualitá vinta d’assai,
di quel bei ciglio a la beata sfera
tornar d’umil Farfalla Aquila altera.

114.Laggiú nel mondo a soggiornar ben tardi
verrá, ma carca di caduca salma.
E ben che la gentil, per cui tu ardi,
possegga di beltá la prima palma,
sí nobili però non son que’ dardi
(con pace sua) che ti saettan l’alma.
L’una è lasciva Dea, l’altra pudica,
l’una madre d’Amor, l’altra nemica.

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115.E ti so dir ch’alfin, poi ch’avrá molto
vestite in terra le terrene spoglie,
quando il nodo vital le sará sciolto
da la falce crudel che ’l tutto scioglie,
lo suo spirto reai ha qui raccolto
in questo istesso Ciel dov’or s’accoglie;
e (com’è legge di destino eterno)
s’usurperá di Venere il governo.

116.A lei di questo giro il grave pondo
dal sovrano Motor sará commesso,
e d’influir laggiú nel vostro mondo
quanto influisce il suo bel Nume istesso.
E ben contenta de l’onor secondo
bramerá la tua Dea di starle appresso;
né ben possente ad emularla a pieno,
una de le sue Grazie essere almeno.

117.Potrebbon forse per cessar le gare
de le vicende lor partir le cure.
Quella le notti addur serene e chiare,
questa portar le torbide ed oscure.
Crederò ben, che per invidia amare
tai cose, ed a soffrir le saran dure;
ma perché ’l corso de l’eterne rote
porta questo tenore, altro non potè.

118.Senno fará, se volentier le cede
e porta in pace il vergognoso oltraggio,
poi che pur di sua stirpe è degna erede,
e di sua luce un segnalato raggio.
Sai ben di qual origine procede
del famoso Quirin l’alto legnaggio.
Sai che d’ogni suo ramo è ceppo Enea,
che fu figliuol de la medesma Dea.

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119.Tu dèi dunque saver, ch’a nascer hanno
del buon sangue Troian l’alme Latine,
onde il Tebro ornerá dopo qualch’anno
prosapia di propagini divine.
Quindi gli Anicii e i Pier Leon verranno,
poi d’Austria i Regi, indi d’Etruria alfine
a dilatar nel secolo piú fosco
il Romano splendor, l’Austriaco, e ’l Tosco.

120.Veggio de l’Austro l’onorata pianta
si fatti partorir germi felici,
che ne l’arbor de l’ór non fu mai tanta
ricca copia di rami, e di radici.
Ma tra’ primi virgulti, onde si vanta,
quel ch’avrá piú d’ogni altro i Cieli amici
sará Filippo, onor di sua famiglia,
dico colui che reggerá Castiglia.

121.Seguirá Carlo, al fortunato impero
promosso poi con titolo di Quinto,
che di trionfi laureati altero,
e d’illustri trofei fregiato e cinto,
poi che partito dal paterno Ibero
avrá l’Africa corsa, e ’l mondo vinto,
romito abitator d’ermi ricetti,
deporrá ’l fascio de’ terreni affetti.

122.Sottentrerá l’altro Filippo al peso
quasi d’un novo Atlante un novo Alcide.
Re tanto a pace ed a virtute inteso
giá mai da polo a polo il Sol non vide.
Questi lo scettro in I.usitania steso
(cotanto il fato a’ bei pensieri arride)
in regione ancor non nota o vista
di lá dal mondo un altro mondo acquista.

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123.Caterina vien poi con Isabella,
qui le vedi ambedue starsene in gioia.
Questa va Belgia a far beata, e quella
di sue bellezze ad abbellir Savoia.
Ecco il terzo Filippo; o degna, o bella
progenie del Guerrier ch’usci di Troia!
Spagna, costui con l’armi e col consiglio
ti fía Frincipe e padre, e padre e figlio.

124.Non fia clima remoto, estrema Zona,
dove lo scettro suo l’ombra non stenda.
Ma l’ampia monarchia de la corona
è la luce minor che ’n lui risplenda.
Quel che sovramortal gloria gli dona,
è quella coppia amabile e tremenda,
Pietá, che con Giustizia insieme alberga:
oh di tronco bennato inclita verga!

123.Oh come a propagar di stelo in stelo
viensi la sterpe del gran Rege Ispano!
Ecco novo Filippo innanzi ’l pelo
giá di novo spavento empie Ottomano.
Destina a lui quell’Angeletta il Cielo
che la Donna reai si tien per mano:
10 dico de le tre la meno acerba,
quella c’ha la corona, a lui si serba.

126.Ma del regio troncon che si dirama,
11 secondo germoglio ecco discerno.
Fernando il buon, la cui temuta fama
fia del Turco crude] terrore eterno.
E perché, fuor che ’l giusto, altro non brama,
sempre rivolto a’ rai del Sol superno,
spiegherá nel vessillo altero e bello
del sommo Giove lo scudiero augello.

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127.Lascio Massimo poi, trapasso Ernesto,
e Ridolfo, e Matthia, del gran cultore
di quel piú ch’altro aventuroso innesto
successori a l’impero, ed al valore.
E taccio Alberto, il qual non fía di questo
(quantunque ultimo d’anni) ultimo onore,
ch’a l’indomito Rhen quel giogo grave,
che sí duro gli fu, fará soave.

128.L’altra è Giovanna, e ben scorger la puoi
dolci balli menar per questi campi,
lieta ch’ai Ciel per lei di tanti Eroi
s’aggiunga un Sol che piú del Sole avampi.
Stupisce bistro, e de’ cristalli suoi
stemprar sente lo smalto a sí bei lampi,
mentre passando in braccio al gran Francesco,
con l’Italico Ciel cangia il Tedesco.

129.E cosí ha ch’un stretto groppo incalme
d’Austria e d’Etruria ambe le piante insieme:
Etruria, a cui non giá men nobil’alme
de’ gran Medici ancor promette il seme,
che per tante ch’aduna e spoglie e palme
fin di Bizanzio il fíer Soldan ne teme.
Ma quand’ogni altro pur venga mancando,
basta a supplir per tutti un sol Fernando.

130.Questi non pur con ben armati legni
tremar fa in guerra i piú lontani mari,
di Corinto e di Ponto i lidi e i regni
purgando ognor di Barbari Corsari;
ma in pace ancor de’ piú famosi ingegni
e di Cigni nutrisce incliti e chiari
schiere felici, onde per lui diviene
l’Arno Meandro, e la Toscana Atene.

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131.Cosmo di Cosmo anch’ei degno nipote
lascerá dopo lui memorie illustri,
e le genti rubelle e le devote
domerá, reggerá per molti lustri.
L’oro fia ’l men de la sua ricca dote,
quando con degne nozze Europa illustri,
copulando l’Hesperie, e novi onori
traendo d’Austro a la cittá de’ Fiori.

132.Mira colei, ch’alluma e rasserena
tutto di questo Ciel l’ampio Orizonte.
Quella fia sua consorte, e Madalena
(leggilo in lettre d’oro) ha scritto in fronte:
del gran fiume German limpida vena,
pur scaturita da l’Austriaco fonte.
Rosa giá mai non vagheggiò l’Aurora
piú modesta o piú bella in grembo a Flora.

133.Lunga istoria sarebbe, o bell’Adone,
de la schiatta ch’io dico a contar gli avi.
Giulio, Clemente, Hippolito, Leone,
e i lor sommi maneggi, e i pesi gravi.
Ostri, mitre, diademi, elmi, corone,
e stocchi, e scettri, e pastorali, e chiavi;
e la linea non mai rotta dagli anni
de’ Lorenzi, de’ Pieri, e de’ Giovanni.

134.Ma sovra questi, e sovr’ogni altro frutto
che sí nobil giá mai ceppo produca,
un rampollo gentil sará produtto,
in cui tanto valor fia che riluca,
ch’a lo splendor del suo legnaggio tutto
par che tenebre e lume a un punto adduca,
sí come Sol, ch’illumina le stelle,
ma sorgendo tra lor, le fa men belle.

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133.Ve’ quel cerchio lucente, ove raccolte
quasi in aureo epiciclo, altr’ombre stanno.
Quivi in gran nebbia di splendore involte
le miglior di sua stirpe insieme vanno,
e foltissimo stuol di molte e molte
stelle terrene e Dee dietro si tranno;
ma di tutte è colei che le conduce
la lumiera maggior, l’unica luce.

136.Quella che seco parla, e che s’asside
sovra la rugiadosa erba vicina,
e d’esser del bel numero sorride,
pur con regio diadema, è Caterina;
e rintuzzar saprá l’armi omicide
c’han col tempo a sbranar Gallia meschina,
e saprá del gran corpo in sé diviso
saldar le piaghe, onde fia quasi ucciso.

137.Congiungerassi in nobil giogo e degno
l’ima al secondo, e l’altra al quarto E n k 1 c o.
Non si turbi però, né prenda a sdegno
di restar vinta da costei ch’io dico,
e di ceder a lei non pur del regno
lo scettro sol, ma d’ogni pregio antico;
non pur de la reai gloria e grandezza,
ma la corona ancor de la bellezza.

138.De l’istessa brigata eccoten’una
che come singoiar fra l’altre io sceglio,
che l’Arno e ’l Mincio illustra, e ’n sé raguna
del fior d’ogni beltá la cima e ’l meglio,
gemma d’Amore, e senza menda alcuna
di grazia e di virtú limpido speglio.
Lèonora, ch’onora ogni alto stile,
e desta amore in ogni cor gentile.

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139.Un’altra Caterina ha in compagnia,
che come il volto, ha l’abito vermiglio.
Quella e questa del par sposata ha
del sangue d’Ocno a genitore e figlio.
Ma vedi come a la gran Suora e Zia
reverenti ambedue volgono il ciglio,
dico a costei, che senza spada o lancia
ha sol con gli occhi a trionfar di Francia.

140.Dal Mare il nome avrá, di cui fu prole
l’istessa Dea c’ha del tuo core il freno;
e com’è di bellezza un chiaro Sole,
cosí fia un Mar di mille grazie pieno.
Raccorrá in sé quanto raccoglier suole
di ricco il Mare e di pregiato in seno.
Anzi al Mar dará perle il suo bel riso,
oro il bel crine, e porpora il bel viso.

141.In questo sol dal Mar fia differente:
ricetta ei scogli e mostri, ira e iurore;
ma costei sosterrá scettro innocente,
pien di clemenza, e privo di rigore.
In lei duo vivi Soli hanno Oriente,
nel Mare il Sol tramonta, e ’l giorno moie.
Agli assalti de’ venti il mar soggiace,
l’animo suo tranquillo ha sempre pace.

142.Non fia giá mai fra le piú degne e conte
dovunque il volo mio stenda i suoi tratti
altra che la pareggi o la sormonte
in leggiadre fattezze, o in chiari fatti.
Prudenza in grembo, e pudicizia in fronte,
senno ne’ detti, e maestá negli atti
nova Aspasia la fan, nova Mammea,
anzi, degna del Ciel, novella Astrea.

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143.Pieri magnanime imprese, opre virili
del suo nobil pensier le cure prime.
A l’ago, a l’aspo, a’ rozi studi e vili
non piegherá giá mai l’alma sublime.
Ma da le basse valli erger gli umili,
i superbi abbassar da l’alte cime,
maneggiar scettri e dispensar tesori,
questi fíen di sua man degni lavori.

144.Uopo che molle amomo unga il bel crine,
o che barbaro nastro unqua lo stringa
non avrá giá, ché gli ori e l’ambre fine
fia che col suo biondor d’invidia tinga.
Non de la guancia l’animate brine
artefice color fia che dipinga,
altro che quel color di fiamme e rose,
che Beltá sol con Onestá vi pose.

145.Non in terso cristallo avrá costume
de’ begli occhi arrotar lo strai pungente,
ma le fia solo il chiaro antico lume
del suo sangue reai specchio lucente.
Sangue reai, che quasi altero fiume,
di grandezza immortai colmo e possente,
verrá dal fonte di sí ricche vene
le belle a fecondar Galliche arene.

146.Tenteran Morte rea, Fortuna avara,
ambe d’Amor nemiche, e di Natura,
di quest’inclito Sol la luce chiara
con benda vedovil render oscura.
Ma nel manto funesto assai piú cara
fia de’ begli occhi suoi la dolce arsura;
e come fiamma di notturna sfera,
scoprirá doppio lume in spoglia nera.

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147.Barbara man con sacrilegio infame,
ferro crudel con perfida ferita
de l’Alcide di Gallia il regio stame
troncando (ahi stolta in ciò vie piú ch’ardita)
oserá di spezzar l’aureo legame
de la piú degna e gloriosa vita.
Cosí talvolta avien, che chi di spada
cader non può, di tradimento cada.

148.Ma come a questa Venere novella
quando il velo mortai squarcerá Morte,
per esser piú de l’altra onesta e bella
il terzo Cielo è destinato in sorte;
cosí costui, che la guerriera stella
vincerá di valor, Marte piú forte,
del suo giorno vitale a sera giunto,
fía del quint’orbe al gran dominio assunto.

149.Ahi qual allor, qual esser deve e quanto,
o Muse, il vostro affanno, il vostro lutto?
Dritto è che resti, abbandonando il canto,
da’ sospir vostri il sacro fonte asciutto.
Dritto è che torni poi col largo pianto
de’ vostri lumi a ricolmarsi tutto.
Degno n’è il caso; e se mortai non siete,
esser almen passibili devete.

150.Ma che ha di costei, veduto estinto
sotto un colpo fellon l’Hercol novello?
e di sangue reai bagnato e tinto
chiudere il corpo augusto angusto avello?
Languirá, piangerá, né però vinto
fía ’l decoro dal duolo, o il duol men bello.
Men bello il duol non fía nel suo bel viso,
che ’l festivo seren del dolce riso.

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151.Xé, se ben sola e sconsolata resta
dopo l’orrendo e scelerato scempio,
vedova lagrimosa in bruna vesta,
cede il fren del discorso al dolor empio;
anzi qual buon nocchiero in ria tempesta,
di bontá Sole, e di giustizia essempio,
mar di prudenza, e di fortezza scoglio,
degli scogli e del mar rompe l’orgoglio.

152.E del vero sembiante essendo priva
(ben che l’abbia nel cor) del gran marito,
procura pur, se non l’effigie viva,
d’averne almeno un Idolo mentito.
Quindi venir da la Toscana riva
per man d’altro Lisippo a sé scolpito
fa di pesante e concavo metallo
il Colosso reai su ’l gran cavallo.

153.Fonder di bronzo omai piú non bisogna
canne tonanti o fulmini guerrieri,
anzi convien che stempri il gran Bologna
quanti tormenti ha Marte orridi e fieri.
Tempo è ch’abbiano a far scorno e vergogna
le statue illustri e i simulacri alteri
ai crudi ordigni, agli organi da guerra,
poi che mercé d’E nrico, è pace in terra.

134.Ed io quando per lui bombarde ed armi
in aratri e ’n trofei vedrò cangiate,
poi che tien tutti i bronzi e tutti i marmi
rosi dai dente de l’ingorda etate,
per eternar con gloriosi carmi
del magnanimo Re l’opre onorate,
non giá d’altra materia o d’altre tempre
le trombe mie vo’ fabricar per sempre.

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155.Ma strano caso avien, mentre per Tonde
l’edificio mirabile camina,
però che tra le cupe acque profonde
l’assorbe la voragine marina.
Ciprigna istessa, che nel mar s’asconde,
e dal mar nacque, ed è del mar Reina.
credendol Marte, in quel passaggio il prende
per abbracciarlo: alfin delusa il rende.

156.Dal divino Scultor veggio animato
l’alto destrier, che sembra un picciol monte
Veggiol, quasi da Pallade intagliato,
far con la vasta imago ombra al gran ponte.
E mentre quivi in cotal atto armato
se medesmo a mirar china la fronte,
Tistesso Eroe, del Ciel fatto Guerriero,
non sa dal finto suo scegliere il vero.

157.Ella, che de l’Artefice, ch’avanza
Natura istessa, il gran prodigio ammira,
sente da l’insensibile sembianza
uscir vive faville, onde sospira;
e temprando il martír con la membranza,
da la scultura, che si move e spira,
pende immobile, e tace, e cosí intanto
inganna gli occhi, e disacerba il pianto.

158.Ma come quella a cui non d’altro cale
che ’n vera pace assecurar Parigi,
per riunirsi a la corona Australe
stringe con esso lei la Fiordiligi.
Figlia del gran Monarca Occidentale
l’alta sposa sará del buon Luigi,
A N n a, che ne’ verd’anni ed immaturi
fia ch’agli anni rapaci il nome furi.

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^54

LE BELLEZZE

159.S’io dicessi che ’n bocca ha 1 ’Oriente,
Ch’Aprii di puri gigli il sen le ’nfiora,
ch’ella porta negli occhi il Sol nascente,
e ne le guance la vermiglia Aurora,
poco direi, se ben veracemente
quanto dir ne saprei mentir non fora.
Ma ’l piú s’asconde, e ’l men che ’n lei s’apprezza,
è la terrena esteríor bellezza.

160.Vedila lá, che per solinghe strade
spoglia il prato de’ fregi ond’è vestito,
e per crescer bellezza a la beltade
intrecciando ne va serto fiorito.
Da l’Ibero, ove ’l Sol tramonta e cade,
nascerá l’altro Sol, ch’or io t’addito.
Vedi che del crin biondo il bel tesoro,
come il fiume paterno, ha Tonde d’oro.

161.O face di beltá gemina e doppia,
a cui tante il destin glorie predice,
lá dove Amor con nobil laccio accoppia
d’Iberia e Gallia il Sole e la Fenice.
Leggiadra, augusta, aventurata coppia,
nasca da voi succession felice,
che con sempre fecondo ordin d’Eroi
susciti in terra il prisco onor de’ tuoi.

162.Ésca fien queste nozze, onde pugnaci
verrá poi Marte ad eccitar faville,
sí che d’Amore e d’Himeneo le faci
fiamme saran di saccheggiate ville.
Dal letto al campo andrassi, e ’l suun de’ baci
turbato fia da mille trombe e mille.
Ragionarti di ciò parmi soverchio,
ché giá mostro ti fu ne l’altro cerchio.

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163.Altri accidenti ancor volger si denno
pria che cresciuto il pargoletto Giglio,
ella deponga (e deporrallo a un cenno)
10 scettro Franco, e ceda il trono al figlio;
e la costanza accompagnando al senno,
dimostri animo invitto, e lieto ciglio:
costanza tal, che si può far ritratto
d’ogni altra sua virtú sol da quest’atto.

164.Or di qual piú bel lauro ornar le chiome?
di qual fregio miglior vergar le carte
speran gl’illustri spirti? o quale al nome
trar maggior luce altronde, o gloria a l’arte?
Ma che? forano lor troppo gran some
a segnarne pur l’ombra, a dirne parte,
ancor che da le Dee del verde monte
tutto in lei si versasse il sacro fonte.

165.Sembra penna mortai, ch’osi talora
ritrar de’ suoi splendor gli abissi immensi,
pennel che bella imagine colora,
ma non le dá però spirti né sensi.
Onde se non l’essalta e non l’onora
11 mio roco parlar quanto conviensi,
scusimi il Sol de’ begli occhi sereno,
che quanto splende piú, si vede meno.

166.Sveller però per celebrarla io voglio
da le mie piume i piú spediti vanni,
con cui piú d’uno stile in piú d’un foglio
fará scrivendo a Morte illustri inganni;
e con quell’armi, ond’io trionfar soglio,
torrá l’ira a l’oblio, la forza agli anni;
frá’ quali un ne verrá, ch’Austro e Boote
risonar ne fará con chiare note.

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167.Dal Mare ancor costui fra che s’appelli,
per in parte adeguar l’alto suggetto
ma presso al Mar d’onor’ sí grandi e belli
fta picciol fiume il suo rozo intelletto.
Pur come (ben che poveri) i ruscelli
corrono al Mare, ed han dal Mar ricetto,
cosí sprezzato ancor non fia ’l suo stile,
di Mar sí vasto tributario umile.

168.O fortunato, o ben felice ingegno,
destinato a cantar divini amori,
sí dal Ciel favorito, e fatto degno
di tanti e tanto invidiati onori!
Tu sarai di quel nome alto sostegno,
che fta ricca mercede a’ tuoi sudori,
di cui fia che risoni e Sona e Senna,
ornamento immortai de la tua penna.

ifiy. Io quanto a me non poserò volando

(ben che sia ’l mondo a tanta gloria angusto)
fin che le lodi sue non spiego e spando
da l’Atlante nevoso a l’Indo adusto.

E con bisbiglio armonico essaltando
in petto feminil pensiero augusto,
se bene il falso al ver mescer mi piace,
sarò lodando lei sempre verace.

170.E giuro ancor di quest’aurata tromba
il sonoro metallo enfiar sí forte,
ch’a quell’alto romor che ne rimbomba
l’ali al Tempo cadran, l’armi a la Morte.
Né vietar potrá mai letargo o tomba,
perfida invidia, ingiuriosa sorte,
che dovunque virtú la scòrge e chiama
non la segua per tutto anco la Fama. —

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171.Cosí parlò, poi fuggitive e preste
le penne dispiegò l’alata Dea,
e ’l cavo bronzo accompagnando a queste
voci, gli atrii del Ciel fremer facea.
E da piú d’un vicino antro celeste
piú d’un’Eco immortai le rispondea.
Allor l’Eternitá quant’ella disse
col suo scarpello in bel diamante scrisse.

172.La vista intanto inusitata e strana
di quelle vaghe e peregrine larve,
che qual si fusse, o sussistente, o vana,
basta che grata e dilettosa apparve,
divenuta o piú chiara, o piú lontana,
non so dir come, in un momento sparve.
Parve pesce fugace in cupo fiume,
non so se fusse o la distanza, o il lume.

173.Come in superba e luminosa scena
al dispiegar de la veloce tela,
ogni pompa e splendore, ond’ella è piena,
ai riguardanti súbito si cela;
cosí repente in men che noip balena
ciascuna imago agli occhi lor si vela,
e ne le piú secrete e piú profonde
viscere de la luce si nasconde.

174.Scendon la balza, e dal poggetto ameno
tornano al piano onde partirò avanti.
Ma di stupore innebrfato e pieno
spesso sospende Adon tra via le piante;
e perch’aito desio gli bolle in seno
di saver qual destin gli è sovrastante,
che gliel voglia scoprir Mercurio prega,
e ’n sí fatto parlar la lingua slega:

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175.— Or che di tante meraviglie ascose
l’ordin m’è noto, ai secoli prescritto,
molto vago sarei con l’altre cose
d’udir quanto di me nel fato è scritto.
Tu, per cui ciò che san, san le famose
scole d’Arcadia, e i gran Musei d’Egitto,
deh qual di mie fortune in Ciel si cela
fausto o misero evento, a me rivela.

176.Risponde il divin Messo: — l’om per natura
ad oraeoi fatidico ricorre,
perché qualunque o buona o rea ventura
sia per lui fissa in Ciel, gli deggia esporre.
Ma sovente adivien, ch’egli procura
d’intender quel che poscia inteso aborre;
e s’infortunio alcun gli si predice,
vive vita dubbiosa ed infelice.

177.E v’ha talun che da gran rabbia mosso,
senza guardar che ’l mal vien di qua sopra,
qual can, che morde il sasso ond’è percosso
odia colui che la bell’arte adopra.
tacer non vo’ pertanto, e far non posso,
che ’l gran rischio imminente io non ti scopra;
che se ben contro il Ciel forza non hanno,
pur giova a molti antivedere il danno.

178.Quando il Pianeta che de’ cerchi nostri
regge il minor, concorse al tuo natale,
feri varcando il gran sentier de’ mostri
1! piú bravo e magnanimo animale,
e ’l settimo occupò di tutti i chiostri
angolo, ch’è fra gli altri Occidentale.
Tal che nel lume suo trovossi unito
ferino il segno, e violento il sito.

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179.Era Saturno in su quel segno anch’esso,
e nel medesmo albergo avea ricetto,
ed a l’umida Dea giunto da presso,
la riguardava di quartile aspetto;
e vibrando il suo raggio a un tempo istesso
d’impresslon contagiosa infetto,
opposto al chiaro Dio che ’l di conduce,
il percotea con la maligna luce.

180.Intanto Marte era nel Toro entrato,
casa dov’abitar suol Citherea,
e giá dopo il ventesimo passato
tutto sdegnoso il quarto grado avea;
e mandava al Leone il suo quadrato,
che quasi in grado eguale il ricevea.
Or questo influsso (come vuol Fortuna)
sen vien per dritto ad incontrar la Luna.

181.Contro la Luna il fier quadrato giunge,
la qual dinotatrice è de la morte,
e per direzzíon le si congiunge,
minacciandoti pur l’istessa sorte,
perché, com’anaretico, l’aggiunge
virtú nel mal piú vigorosa e forte;
e l’un e l’altro in loco tal s’annida,
che ne divien nocente ed omicida.

182.Eccoti insomma che ’l piú basso lume
a due stelle perverse applica a prova,
il malvagio Vecchione, e ’l crudo Nume,
a cui guerra sol piace e sangue giova.
Havvi due Fere poi, c’han per costume
di divorar chi sotto lor si trova.
Ed havvi il Sol, cui sguardo iniquo offende,
e da l’altrui rigor rigore apprende.

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183.Nel tempo dunque che t’accenno or io,
sappi la mente aver provida e saggia.
Guárdati pur dal bellicoso Dio,
e fuggi ogni crudel bestia selvaggia.
Ma non so se la vita al fato rio
potrai tanto sottrar ch’allín non caggia,
e qual da talee suol tronco ligustro,
non péra al cominciar del quarto lustro.

184.Cosí parlava, e piú parlar volea
l’Ambasciador del concistoro santo,
quando le sue ragion ruppe la Dea,
che seco il bell’Adon trasse da canto.
— Lascia omai queste favole — dicea
ed al garrulo Dio non creder tanto,
però ch’egli è ben saggio a dirne il vero,
ma vie piú fraudolento e menzognero.

183.Pascolava lo Dio de l’aurea cetra
in Anfriso l’armento, ed ei rubollo.
Tacciomi quando l’arco e la faretra,
ancor fanciullo, gli furò dal collo,
destro cosí, che ne restò di pietra
e n’arrossí, ma ne sorrise Apollo.
Tolse a Giove lo scettro, e non fu molto
se non cocea, gli avrebbe il fulmin tolto.

186.A lo Dio de la guerra invitto e franco
il pugnai portò via da la vagina.
Al mio marito la tanaglia ed anco
il martello involò ne la fucina.
A me stessa (che piú?) rapí dal fianco
il cinto, e si vantò de la rapina.
Or teco a scherzi intento, ed a follie,
prende a vaticinar sogni e bugie.

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187.Con quel parlar che morte altrui minaccia,
la giovenil simplicitá spaventa,
a la lingua mendace il fren dislaccia,
e ’l periglio vicin ti rappresenta,
per veder scolorir la bella faccia,
e provar se ’l tuo cor se ne sgomenta.
Ma che? quand’egli ancor non parli a gioco,
i pronostici suoi curar dèi poco.

188.Di tai chimere io vo’ che tu ti rida:
ancor che d’empio Ciel raggio ti tocchi,
qual sí cruda sará stella omicida,
che ’l rigor non deponga a’ tuoi begli occhi?
Folle chi troppo credulo confida
nel vano profetar di questi sciocchi,
che presenti non san le lor sciagure,
e dansi a specolar l’altrui future.

189.Spesso la notte in fra i piú ciechi ingegni,
piú de l’altrui che del suo mal presago,
i moti ad osservar de’ nostri regni
stassi Astrologo Hgizzio, Arabo Mago;
e figurando con piú linee e segni
ogni casa celeste ed ogni imago,
l’immenso ciel di tanti cerchi onusto
vuol misurar con oricalco angusto.

190.Giudica i casi, e de l’altrui natale,
mercenario indovin, calcola il punto,
né s’accorge talor, miser, da quale
non previsto accidente è sovragiunto;
e mentre cerca pur d’ogni fatale
congiunzion, come si trova a punto,
l’influenze esplorar benigne o felle,
quasi notturno can, latra a le stelle.

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191.Non nego, che non sieno i sommi giri
nel mondo inferfor molto possenti,
perché questi volubili zaffiri
son diafani tutti e trasparenti:
onde forz’è che colaggiú traspiri
il reflesso immortai de’ lumi ardenti,
e de’ lor raggi sovra i corpi bassi
esser non può che la virtú non passi.

192.Ma dico ben, che ’l Ciel con le sue sfere
ubbidisce al gran Re che ’l tutto regge,
l’alta cui previdenza, il cui sapere
ne dispone a suo senno e le corregge,
lasciando a l’uomo il libero volere
essercitar con volontaria legge;
e raro avien che ’n quella nebbia fosca
altri di tai secreti il ver conosca.

193.L’anima umana, in cui s’alligna e vive
de la scienza un naturai desire,
stendendo oltre i confin, che le prescrive
divieto eterno, il curioso ardire,
cose imprender non dee di speme prive,
impossibili in terra a conseguire,
onde l’audacia sua pur troppo ardita
sia con l’essempio d’Icaro punita.

194.Ad oggetto sfrenato occhio non dura,
perdesi il senso in ogni estremo eccesso.
Sí che pronosticar cosa futura
ad ingegno mortai non è concesso.
Sol colui che comanda a la Natura
sa prevenir del mondo ogni successo;
né può però l’istessa Onnipotenza
a l’altrui volontá far violenza.

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195.Inclinar ben le voglie a male o bene
favor di stella o nemicizia potè,
ma necessaria forza in sé non tiene
de le vaganti alcuna, o de l’immote.
S’uom n’è mosso talor, ciò non aviene
per tirannia de le celesti rote,
ma perché movon la corporea massa,
da cui poscia il voler mover si lassa.

196.Da’ sensi, a la cui fabrica concorre,
e ’n cui (come giá dissi) il Ciel può molto,
suol l’inclinazíon nascer, che corre
dietro ai moti malvagi a freno sciolto.
Ma la ragion, che ’ntende, e che discorre,
fa resistenza a l’appetito stolto.
Vinto il fato è dal senno, e può l’uom forte
sforzar le stelle, e dominar la sorte.

197.Quando pur questi fuochi alti e superni
s’usurpassero in voi tanta possanza,
qual intelletto i gran decreti eterni
avria giá mai d’interpretar speranza?
Chi per entrar ne’ penetrali interni
eli Dio, sará giá mai dotto a bastanza?
Chi sará, che di farsi ardir si pigli
arbitro o consiglier de’ suoi consigli?

198.Qual sí veloce ha pensiero audace?
qual ha mai sí leggier pronto discorso,
che ’l tratto lieve e l’impeto fugace
possa seguir senza divin soccorso
di quella sfera rapida e rapace,
che seco trae d’ogni altra sfera il corso?
e mille volte con diversi effetti
viene in un punto a variar gli aspetti?

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199.Se de la vista è piú spedito un dardo,
se l’occhio al lampo di prestezza cede,
e pur e l’uno e l’altro è lento e tardo
a ragguaglio di quel ch’assai gli eccede,
come può cosa umano ingegno o sguardo
adeguar, ch’adeguar non si concede?
e dal volo de l’anima agitante
il gran corpo del Ciel trarre un instante?

200.Quanti in guerra talor, quanti per peste
restano in un momento uccisi e morti?
Quanti son da Nettun fra le tempeste
in un legno, in un punto insieme absorti?
dunque gli danna un sol destin celeste
tutti del pari a le medesme sorti?
come credibil fia, ch’abbian commune
una direzzi’on tante fortune?

201.S’è ver che quei ch’a l’istess’ora è nato
influsso abbia da l’altro indifferente,
perché viene a sortir diverso stato
il Re che col Villan nasce egualmente?
Perché si varia in lor costume e fato,
se non si varia il tempo, o l’ascendente?
Ond’avien, se conforme hanno il natale,
che la vita e la morte è diseguale?

202.Non può dunque astronomica scienza,
né specolazion di mente inferma
far securo presagio e dar sentenza
de l’avenir determinata e ferma,
perché del suo saver la conoscenza
è generai, che spesso il falso afferma;
né senza error qual piú sottil pensiero
si vanti mai di perscrutarne il vero.

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203.Fame o contagio (è ver), pioggia ed ecclisse
a chi ’l futuro investigar s’ingegna
da le stelle talvolta erranti o fisse
esser può ben, che di ritrarre avegna.
Pur talor riuscí, quando il predisse,
contrario effetto a quel che l’arte insegna,
onde si scorge espressamente aperta
la vanitá de la dottrina incerta.

204.Se quando egli predice o nebbia o vento,
vedesi in ciel rasserenare il Sole,
o quando un calor fiero e violento,
fredda l’aria divien piú che non suole;
non è questo infallibile argomento
de la fallacia pur de le sue fole?
ciò non l’accusa chiaro e manifesto
venditor di menzogne in tutto il resto?

205.Poi che il suo studio è mentitore e vano
in materie sí facili e sí trite,
qual può regola dar giudicio umano
ne le cose piú dubbie ed esquisite?
Di quel c’ha innanzi agli occhi aperto e piano
le cagion non intende assai spedite;
dico d’un fior, d’un’erba, o d’un virgulto:
ed osa poi di presagir l’occulto!

206.Quando l’infante è nel materno seno,
di qual sesso si sia non ben comprende,
e vuol, nato ch’egli è, spirto terreno
scoprir qual fin dal viver suo s’attende.
Cosa avenuta ei non capisce a pieno,
e quel ch’avenir deve, a spiar prende!
Non conosce se stesso, e quel che mira,
e del gran Giove ai chiusi arcani aspira.

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207.Quinci veder ben puoi quant’ella sia
facoltá temeraria, arte fallace.
Ma siasi pure ogn’influenza ria
inevitabilmente anco efficace;
contro il vigor de la bellezza mia
qual forza avrá giá mai sinistra face?
e qual, dove son io, può farti oltraggio
di malefica luce infausto raggio?

208.L’orrida falce sua contro Ciprigna
il piú pigro Pianeta indarno rota.
Contro me s’arma invan stella sanguigna:
vibri, se sa, la spada, o l’asta scota,
ch’a placar del suo cor l’ira maligna
basta ch’un guardo mio sol la percota.
Qual timore aver puoi d’influssi rei,
se porto il tuo destin negli occhi miei? —

200.Dopo questo parlar, perché s’accorse
ch’Adone ai detti suoi pago rimase,
ma che malvolentier le piante torse
per dipartir da le lucenti case,
e di tante bellezze alcuna forse
poterlo a lei rapir si persuase,
gelosa pur eh’Amor non l’invaghisse
di quel che visto avea, cosí gli disse:

210.— Io veggio ben, che rimaner vorresti
meco per sempre in cosí bei soggiorni,
e l’albergo terren cangiar con questi
regni beati e d’ogni gloria adorni;
ma vuol legge fatai che piú non resti,
e convien ch’io laggiú teco ne torni.
Né picciol privilegio è d’uom mortale
Tesser poggiato ov’altri unqua non sale.

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211.Potervi solo entrar con la mia scorta
per favor singoiar ti si concede.
Destino il vieta, e non v’ha strada o porta
ond’uom vivo giá mai vi ponga il piede.
Né ch’altri abiti qui Giove comporta,
sotto corporeo vel, che Ganimede.
Del camin nostro il terzo Sol si serra,
e giá ne chiama a riveder la terra. —

212.Tacque, e giá fatto un grado avea la Notte
de la scala onde poggia a l’Orizonte.
Volavan fuor de le Cimerie grotte
i pigri abitator di Flegetonte;
e tra le nubi ripercosse e rotte
raccolta in orbe la cornuta fronte,
Alba parea la Vergine di Deio,
sorta anzi tempo ad imbiancar il cielo.

213.La partita s’affretta, e ’l saggio Auriga
giá ripiglia la via ch’ai venir tenne,
e gli amorosi augei sferza ed instiga,
che fendon l’aria senza mover penne.
L’ombre segnando di dorata riga,
il bel carro calossi, e ’n terra venne:
e posò lieve lieve alfin disceso
nel gran Palagio il suo leggiadro peso.

214.Il Sol da che partir fino al ritorno
tre volte il lume estinse, e tre l’accese,
tanto che nel viaggio e nel soggiorno
di tre notti e tre dí spazio si spese.
Ma perché ’n Ciel mai non tramonta il giorno
Adon non se n’accorse, e noi comprese;
e tal ésca gustò, tal licor bebbe,
che di cibi terreni uopo non ebbe.

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