Adone/Canto X

Canto X

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Canto IX Canto XI
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A L L E G ORIA

Che Adone sotto la condotta di Mercurio e di Venere saglia
in Cielo, ci disegna che con la favorevole costellazione di questi
due Pianeti può l’intelletto umano sollevarsi alle piú alte speco-
lazioni, eziandio delle cose celesti. La grotta della Natura, posta
nel Cielo della Luna con tutte l’altre circostanze, allude all’antica
opinione che stimava in quel cerchio ritrovarsi l’Idee di tutte le
cose. Ed essendo ella cosí prossima al mondo elementare, madre
della umiditá, e concorrente insieme col Sole alla generazione,
meritamente le si attribuisce la giuridizzione sopra le cose naturali. L’Isola de’ Sogni, che nel medesimo luogo si finge, esprime
il dominio e la forza che ha quel Pianeta sopra l’ombre notturne,
e sopra il cerebro umano. La Casa dell’Arte, situata nella Sfera
di Mercurio, lo Studio delle varie scienze, la Biblioteca de’ libri
segnalati, l’Officina de’ primi inventori delle cose, il Mappamondo,
dove si scorgono tutti gli accidenti dell’Universo, e in particolare
le moderne guerre della Francia e della Italia, sono per darci
ad intendere la qualitá di quella Stella, potentissima (quando è
ben disposta) ad inclinare gli uomini alla virtú, e ad operare effetti
mirabili in coloro che sotto le nascono.

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ARGOMENTO

Di sfera in sfera colassú salita
Venere con Adone in Ciel sen viene,
a cui Mercurio poi quanto contiene
il maggior mondo in picciol mondo addita.

1.Musa tu che del Ciel per torti calli
infaticabilmente il corso roti,
e mentre de’ volubili cristalli
qual veloce, e qual pigro, accordi i moti,
con armonico piede in lieti balli
de l’Olimpo stellante il suol percoti,
onde di quel concento il suon si forma
ch’è del nostro cantar misura e norma:

2.tu divina Virtú, Mente immortale,
scòrgi l’audace ingegno, Urania saggia,
ch’oltre i propri confin si leva e sale
a spaziar per la celeste piaggia.
Aura di tuo favor mi regga l’ale
per sí alto sentier sí ch’io non caggia.
Movi la penna mia, tu che ’l Ciel movi,
e detta a novo stil concetti novi.

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3.Tifi primier per Tacque alzò l’antenne,
con la cetra sotterra Orfeo discese,
spiegò per Taure Dedalo le penne,
Prometheo al cerchio ardente il volo stese.
Ben conforme a l’ardir la pena venne
per cosí stolte e temerarie imprese.
Ma piú troppo ha di rischio e di spavento
la strada inaccessibile ch’io tento.

4.Tento insolite vie, dal nostro senso
e dal nostro intelletto assai lontane,
onde qualor di sollevarvi io penso
o di questo o di quel le voglie insane,
quasi debil potenzia a lume immenso,
ch’abbaccinata in cecitá rimane,
l’uno abbagliato, e l’altro infermo e zoppo
si stanca al sommo, e si confonde al troppo.

5.E se pur che noi vinca e noi soverchi
l’infinito splendor talvolta a viene,
e che ’l pensier vi poggi, e che ricerchi
del non trito camin le vie serene,
imaginando que’ superni cerchi
non sa se non trovar forme terrene.
So ben, che senza te toccar si vieta
a sí tardo cursor sí eccelsa meta.

6.Tu, che di Beatrice il dotto amante
giá rapisti lassú di scanno in scanno,
e ’l felice Scrittor che d’Agramante
immortalò l’alta ruina e ’l danno
guidasti sí, che su ’l destrier volante
seppe condurvi il Paladin Brittanno,
passar per grazia or anco a me concedi
del tuo gran Tempio a le secrete sedi.

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7.Giá per gli ampi del Ciel spazii sereni
dinanzi al Sol Lucifero fuggiva,
e quei scotendo i suoi gemmati freni
l’uscio purpureo al novo giorno apriva.
Fendean le nebbie a guisa di baleni
anelando i destrier di fiamma viva,
e vedeansi pian pian nel venir loro
ceder l’ombre notturne ai fiati d’oro.

8.Da le stalle di Cipro, ove si pasce
gran famiglia d’augei semplici e molli,
sei ne scelse in tre coppie, e in auree fasce
al timon del bel carro Amor legolli.
Torcer lor vedi incontr’al dí che nasce
le vezzose cervici e i vaghi colli,
e le smaltate e colorite gole
tutte abbellirsi e variarsi al Sole.

9.Yengon gemendo e con giocondi passi
movon citati al bel viaggio il piede,
al bel viaggio, ov’apprestando vassi
V enere con colui che ’l cor le diede.
Al governo del fren Mercurio stassi
e del corso sublime arbitro siede.
Sovra la principal poppa lunata
posa la bella coppia innamorata.

10.Sciolser d’un lancio le Colombe a volo,
legate al giogo d’or, l’ali d’argento.
S’apriro i cieli, e serenossi il polo,
sparver le nubi, ed acquetossi il vento.
Di canori augelletti un lungo stuolo
le secondò con musico concento,
e sparser mille Passere lascive
di garriti d’Amor voci festive.

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11.Quelle innocenti e candide Angelette,
da’ cui rostri s’apprende amore e pace,
non tenion giá, d’Amor ministre elette,
lo Smerlo ingordo, o ’l Peregrin rapace.
Con lor l’Aquila scherza, altre saette
nel cor che ne l’artiglio aver le piace.
I piú fieri dintorno augei grifagni
son di nemici lor fatti compagni.

12.Precorre e segue il carro ampia falange
(parte il circonda) di Valletti arcieri,
ed altri a consolar l’Alba che piange
col venir de la Dea volan leggieri.
Altri al Sol, che rotando esce di Gange,
perché sgombri la via van messaggieri.
Ciascuno il primo a le fugaci stelle
procura annunziar balte novelle.

13.— O tu, che ’n novo e disusato modo,
saggia scorta, mi guidi a quel gran regno
disse a Mercurio Adone — ove non odo
ch’altri di pervenir fusse mai degno,
pria ch’io giunga lassú, solvimi un nodo,
che forte implica il mio dubbioso ingegno.
È fors’egli corporeo ancora il Cielo,
poi che può ricettar corporeo velo?

14.Se corpo ha il Ciel, dunque materia tiene;
s’egli è material, dunque è composto;
se composto mel dai, ne segue bene
ch’è de’ contrari a le discordie esposto;
se soggiace a’ contrari, ancor conviene
ch’a la corrozz’ion sia sottoposto.
E pur, del Ciel parlando, udito ho sempre
ch’egli abbia incorrottibili le tempre. —

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LE MARAVIGLIE

54 2

15.Tace, e ’n tal suono ai detti apre la via
il dotto timonier del carro aurato:
Negar non vo’, che corpo il Ciel non sia
di palpabil materia edificato;
che far col moto suo quell’armonia
non potrebbe ch’ei fa mentr’è girato.
È tutto corporal ciò che si move,
e ciò c’ha il (piale e ’l quanto, il donde e ’l dove.

16.Ma sappi, che non sempre è da Natura
la materia a tal fin temprata e mista,
perch’abbia a generar cotal mistura,
quel che perde mutando in quel ch’acquista;
ma perché quantitá prenda e figura
e del corpo a la forma ella sussista;
né di material quanto è prodotto
dee necessariamente esser corrotto.

17.Materia dar questa materia suole
al discorso mortai, che sovent’erra.
Chi fabricata la celeste moie
di foco e fumo tien, chi d’acqua e terra.
S’arrivassero al ver sí fatte fole,
sarebbe quivi una perpetua guerra.
Cosí di quel che l’uom non sa vedere,
favoleggiando va mille chimere.

18.La materia del Ciel, se ben sublima
sovra l’altre il suo grado in eminenza,
non però da la vostra altra si stima:
nulla tra gl’individui ha differenza.
Ogni materia parte è de la prima,
sol la forma si varia, e non l’essenza.
Varietá tra le sue parti appare,
secondo ch’elle son piú dense o rare.

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19.Bastiti di saver, che peregrina
impressione in sé mai non riceve
la perfetta natura adamantina
di quel corpo lassú lubrico e lieve.
Paragonarsi (ancor che pura e fina)
qualitá d’elemento a lei non deve.
Un fiore scelto, una sostanza quinta,
da cui di pregio ogni materia è vinta.

20.La sua figura è circolare e tonda,
periferia continua e senza punto.
Termin non ha, ma spazio egual circonda,
il principio col fin sempre ha congiunto.
Linea ch’a pien d’ogni eccellenza abonda,
a la divinitá simile a punto,
e la divina eternitate imita,
perpetua, indissolubile, infinita.

21.Or a questa del Ciel materia eterna
l’anima che l’informa è sempre unita.
Questa è quella virtú santa e superna,
spirto che le dá moto e le dá vita.
Senza lei, che la volge e la governa,
fora sua nobiltá troppo avilita.
Miglior foran del Ciel le pietre istesse,
se la forma motrice ei non avesse.

22.Questa con lena ognor possente e franca
de la machina sua reggendo il pondo,
le rote mai di moderar non manca
di quel grand’Oriuol che gira a tondo.
Per questa in guisa tal che non si stanca,
l’Organo immenso ond’ha misura il mondo
con sonora vertigine si volve,
né si discorda mai, né si dissolve. —

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23.Cosí dicea di Giove il massaggierò,
né lasciava d’andar perch’ei parlasse.
De’ campi intanto ov’ha Giunone impero
lasciate avea le regi’on piú basse,
e giá verso il piú attivo e piú leggiero
elemento drizzava il lucid’asse,
la cui sfera immortai mai sempre accesa
passò senza periglio, e senza offesa.

24.Varcato il puro ed innocente foco
ch’a la gelida Dea la faccia asciuga,
l’Etra sormonta, ed a piú nobil loco
giá presso al primo Ciel prende la fuga,
e ’l suo corpo incontrando a poco a poco,
che par specchio ben terso e senza ruga,
in queste note il favellar distingue
il maestro de l’arti e de le lingue:

25.— Adon, so che saver di questo giro
brami i secreti, ove siam quasi ascesi:
con tanta attenzion mirar ti miro
nel volto de la Dea, madre de’ mesi;
che se ben tu mi taci il tuo desiro,
e la dimanda tua non mi palesi,
ti veggio in fronte ogni pensier dipinto
piú che se per parlar fusse distinto.

26.Questo, a cui siam vicini, è de la Luna
l’orbe, che ’mbianca il Ciel con suoi splendori,
candida guida de la notte bruna,
occhio de’ ciechi e tenebrosi orrori.
Genera le rugiade, i nembi aduna,
ed è ministra de’ fecondi umori.
Dagli altrui raggi illuminata splende,
dal Sol toglie la luce, al Sol la rende.

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27.Di questo corpo la grandezza vera
minor sempre è del Sol, né mai l’adombra,
ché de la terra a misurarla intera
la trentesima parte a pena ingombra.
Ma se s’accosta a la terrena sfera,
egual gli sembra, e gli può far qualch ombra.
Sol per un sol momento allor si vede
vincer il Sol, d’ogni altro tempo cede.

28.Ha varie forme e molti aspetti e molti,
or è tonda, or bicorne, or piena, or scema,
e sempre tien nel Sol gli occhi rivolti,
che la percote da la parte estrema,
onde sempre almen può l’un de’ duo volti
partecipar di sua beltá suprema.
Fa ciascun mese il suo periodo intero,
e circondando il Ciel, cangia Hemispero.

29.Perché s’appressa a voi piú che gli altri orbi,
suol sovra i vostri corpi aver gran forza.
Donna è de’ sensi, e Dea di mali e morbi:
ella sol gli produce, ella gli ammorza.
Quanto o padre Ocean nel grembo assorbí,
quanto in te vive sotto dura scorza,
e ’l moto istesso tuo cangiando usanza
altera al moto suo stato e sembianza.

30.Il frutto e ’l fior, la pianta e la radice,
il mare, il fonte, il fiume e l’onda e ’l pesce,
prendon da questa ogni virtú motrice,
e ’l moto ancor, quand’ella manca o cresce.
Del cerebro ella è sol governatrice,
di quanto il ventre chiude e quanto n’esce,
e tutto ciò che ’n sé parte ritiene
d’umida qualitá, con lei conviene.

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LE MARAVIGLIE

S 4 O

31.Cosa, non dico sol Saturno 0 Giove
nel mondo interior propizia 0 fella,
ma qual altra o che posa, o che si move,
stabil non versa, o vagabonda stella,
che non passi per lei; quante il Ciel piove
influenze laggiú, scendon per quella:
per quella chiara lampada d’argento,
ch’è de l’ombre notturne alto ornamento.

32.Onde s’avien che giri il bel sembiante
collocato e disposto in buono aspetto,
ancor che variabile e vagante,
partorisce talor felice effetto.
Ma fortuna non mai, fuor che incostante,
speri chiunque a lei nasce soggetto,
che con perpetuo error ha che lo spinga
fuor di patria a menar vita raminga. -—

33.Con piú diffuso ancor lungo sermone
il Fisico divin volea seguire,
quando a mezo il discorso il bel Garzone
ia favella gli tronca, e prende a dire:
— D’una cosa a spiar l’alta cagione
caldo mi move e fervido desire,
cosa che da che pria l’occhio la scorse,
sempre ha la mente mia tenuta in forse.

34.D’alcune ombrose macchie impressa io veggio
de la triforme Dea la guancia pura.
Dimmi il perché; tra mille dubbi ondeggio,
né so trovarne opinion secura.
Qual immondo contagio (i’ ti richeggio)
di brutte stampe il vago volto oscura? —
Cosí ragiona, e l’altro un’altra volta
la parola ripiglia, e dice: — Ascolta.

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35.Poi che cotanto addentro intender vuoi,
al bel quesito sodisfar prometto.
Ma di ciò la ragion ti dirá poi
l’occhio vie meglio assai che l’intelletto.
Non mancan giá Filosofi tra voi
che notato hanno in lei questo difetto.
Studia ciascun d’investigarlo a prova,
ma chi s’apponga al ver raro si trova.

36.Afferma alcun, che d’altra cosa densa
sia tra Febo e Febea corpo framesso,
10 qual de lo splendor ch’ei le dispensa
in parte ad occupar venga il reflesso.
11 che se fusse pur, com’altri pensa,
non sempre il volto suo fora ristesso;
né sempre la vedria chi ’n lei s’affisa
in un loco macchiata, e d’una guisa.

37.Hawi chi crede che per esser tanto
Cinthia vicina agli elementi vostri,
de la natura elementare alquanto
convien pur che partecipe si mostri.
Cosí la gloria immacolata e ’l vanto
cerca contaminar de’ regni nostri,
come cosa del Ciel sincera e schietta
possa di vii mistura essere infetta.

38.Altri vi fu, ch’esser quel globo disse
quasi opaco cristal che ’l piombo ha dietro,
e che col suo reverbero venisse
l’ombra de le montagne a farlo tetro.
Ma qual sí terso mai fu, che ferisse
per cotanta distanza, acciaio o vetro?
e qual vista cerviera in specchio giunge
l’imagini a mirar cosí da lunge?

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39.Egli è dunque da dir, che piú secreta
colá s’asconda, ed esplorata invano
altra cagion, che penetrar si vieta
a l’ardimento de l’ingegno umano.
Or io ti fo saver, che quel Pianeta
non è (com’altri vuol) polito e piano,
ma ne’ recessi suoi profondi e cupi
ha non men che la terra, e valli e rupi.

40.La superficie sua mal conosciuta
dico ch’c pur come la terra istessa,
aspra, ineguale, e tumida e scrignuta,
concava in parte, in parte ancor convessa.
Quivi veder potrai (ma la veduta
noi può raffigurar, se non s’appressa)
altri mari, altri fiumi, ed altri fonti,
cittá, regni, provincie, e piani, e monti.

41.E questo è quel che fa laggiú parere
nel bel viso di Trivia i segni foschi:
ben eh’altre macchie, ch’or non puoi vedere,
vo eh entro ancor vi scorga e vi conoscili,
che son piú spesse, e piú minute e nere,
e son pur scogli, e colli, e campi, e boschi.
Son nel piú puro de le bianche gote,
ma da terra affisarle occhio non potè.

42.Tempo verrá che senza impedimento
queste sue note ancor fien note e chiare,
mercé d’un ammirabile stromento
pei cui ciò ch’è lontan, vicino appare;
e con un occhio chiuso e l’altro intento
specolando ciascun l’orbe lunare,
scorciar potrá lunghissimi intervalli
per un piccini cannone e duo cristalli.

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43.Del Telescopio a questa etate ignoto
per te fia, Galileo, l’opra composta,
l’opra ch’ai senso altrui, ben che remoto,
fatto molto maggior l’oggetto accosta.
Tu solo osservator d’ogni suo moto,
e di qualunque ha in lei parte nascosta,
potrai, senza che vel nulla ne chiuda,^
novello Endimi’on, mirarla ignuda.

44.E col medesmo occhiai non solo in lei
vedrai da presso ogni atomo distinto,
ma Giove ancor sotto gli auspicii miei
scorgerai d’altri lumi intorno cinto,
onde lassú de l’Arno i Semidei
il nome lasceran sculto e dipinto.
Che Giulio a Cosmo ceda allora fia giusto,
e dal Medici tuo sia vinto Augusto.

45.Aprendo il sen de l’Ocean profondo,
ma non senza periglio e senza guerra,
il Ligure Argonauta al basso mondo
scoprirá novo cielo e nova terra.
Tu del ciel, non del mar Tifi secondo,
quanto gira spiando, e quanto serra,
senza alcun rischio, ad ogni gente ascose
scoprirai nove luci, e nove cose.

46.Ben dèi tu molto al Ciel, che ti discopra
l’invenzi’on de l’organo celeste,
ma vie piú ’l Cielo a la tua nobil opra,
che le bellezze sue fa manifeste.
Degna è l’imagin tua che sia lá sopra
tra i lumi accolta onde si fregia e veste,
e de le tue lunette il vetro frale
tra gli eterni zaffir resti immortale.

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47.Non prima no, che de le stelle istesse
estingua il Cielo i luminosi rai,
esser dee lo splendor, ch’ai crin ti tesse
onorata corona, estinto mai.
Chiara la gloria tua vivrá con esse,
e tu per fama in lor chiaro vivrai:
e con lingue di luce ardenti e belle
favelleran di te sempre le stelle. —

48.Non avea ben quel ragionar fornito
il Secretano de’ celesti Numi,
quando il carro immortai vide salito
sovra il lume minor de’ duo gran lumi.
Trovossi Adone, in altro mondo uscito,
in altri prati, in altri boschi e fiumi.
Quindi arrivò per non segnato calle
presso un speco riposto in chiusa valle.

49.Circonda la spelonca erma e remota,
verdeggiante le squame, Angue custode,
Angue ch’attorce in flessuosa rota
sue parti estreme, e se medesmo rode.
Donna canuta il crin, crespa la gota,
del cui sembiante il Ciel s’allegra e gode,
de l’antro venerabile e divino
siede su ’l limitare adamantino.

50.Pendolile ognor da queste membra e quelle
mille pargoleggiando alme volanti,
e tutta piena intorno è di mammelle,
ond’allattando va turba d’infanti.
Misurator de’ Cieli e de le stelle,
e Cancellier de’ suoi decreti santi,
le leggi, al cui sol cenno il tutto vive,
ne’ gran fasti del fato un Veglio scrive.

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CANTO DECIMO

Calvo è il Veglio e rugoso, e spande al petto
(le la barba prolissa il bianco pelo.

Severo in vista, e di robusto aspetto,
e grande sí, che quasi adombra il Cielo.

È tutto ignudo, e senza vesta, eccetto
quanto il ricopre un variabil velo.

Agii sembra nel corso, ha i piè calzati,
ed a guisa d’augel gli omeri alati.

Tien divisa in duo vetri in su la schiena
lucida ampolla, onde traspar di fore
sempre agitata e prigioniera arena,
nunzia verace de le rapid’ore.

A filo a filo per angusta vena
trapassa e riede al suo continuo errore,
e mentre ognor si volge, e sorge, e cade,
segna gli spazii de l’umana etade.

Di servi e serve, ad ubbidirgli avezza
moltitudine intorno ha reverente,
di quella maèstá che ’l tutto sprezza
provida essecutrice e diligente.

Mostrava Adon desio d’aver contezza
qual si fusse quel loco e quella gente;
onde cosí di que’ secreti immensi
il suo Conducitor gli aperse i sensi:

— Sacra a colei che gli ordini fatali
ministra al mondo è questa grotta annosa,
non solo impenetrabile a’ mortali,
agli occhi umani ed a le menti ascosa,
sí ch’alzarvi giá mai la vista o l’ali
intelletto non può, sguardo non osa,
ma gl’interni recessi anco di lei
quasi a pena spiar sanno gli Dei.

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55.Natura uni versai madre feconda
è la Donna, ch’assisa ivi si mostra.
In quella cava ha sua magion profonda,
occulto albergo e solitaria chiostra.
Giust’è ch’ognun di voi le corrisponda,
vuoisi onorar qual genitrice vostra;
e ben le devi tu, come creato
piú bel d’ogni altro, Adone, esser piú grato.

56.Quell’uomo antico, ch’a le spalle ha i vanni,
è quei ch’ogni mortai cosa consuma,
domator di Monarchi e di Tiranni,
con cui non è chi contrastar presuma.
Parlo del Tempo, dispensier degli anni,
che scorre il ciel con si spedita piuma,
e sí presto sen fugge, e sí leggiero,
ch’è tardo a seguitarlo anco il pensiero.

57.Con l’ali, che sí grandi ha su le terga,
vola tanto, che ’l Sol l’adegua a pena.
Sola però l’Eternitá, ch’alberga
sovra le stelle, il giunge, e l’incatena.
La penna ancor, che dotte carte verga,
passa il suo volo, e ’l suo furore affrena.
Cosí (chi ’l crederebbe?) un fragil foglio
può di chi tutto può vincer l’orgoglio.

58.Di duro acciaio ha temperati i denti,
infrangibili, eterni, adamantini.
De le torri superbe ed eminenti
rode e rompe con questi i sassi alpini,
de’ gran teatri i porfidi lucenti,
degli eccelsi colossi i marmi fini.
Divorator del tutto, alfin risolve
le piú salde materie in trita polve.

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59.Di sua forma non so se t’accorgesti,
che non è mai l’istessa a la veduta.
Faccia ed etá di tre maniere ha questi,
l’acerba, la virile, e la canuta.
Tu vedi ben, come sembiante e gesti
varia sovente, e d’or in or si muta.
L’effigie che pur or n’offerse innanzi
altra ne sembra, e non è piú qual dianzi.

60.Védigli assiso a piedi un Potentato,
da cui tutte le cose han vita e morte,
con un gran libro, le cui carte è dato
volger (com’ella vuol) solo a la Sorte.
A questo Nume, che s’appella Fato,
detta quant’ei determina in sua Corte.
Quegli lo scrive, ed ordina al governo
Primavera ed Autunno, Estate e Verno.

61.Comandan questi al Secolo e palese
gli fan ciò che far dee di punto in punto.
Il Secol poi c’ha le sue voglie intese,
al Lustro impon che l’esseguisca a punto.
Il Lustro a l’Anno, e l’Anno al Mese, il Mese
al Giorno, il Giorno a l’Ora, e l’Ora al Punto.
Cosí dispon gli affari, e con tal legge
signoreggia i mortali, e ’l mondo regge.

62.Vedi que’ duo, l’un giovinetto adorno,
candido e biondo e con serene ciglia,
l’altra femina e bruna, e vanno intorno,
e si tengono in mezo una lor figlia.
Son color (se noi sai) la Notte e ’l Giorno,
e l’Aurora è tra lor bianca e vermiglia.
Or mira quelle tre, che tutto han pieno
di gomitoli d’accia il lembo e ’l seno.

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63.Quelle le Parche son, per cui laggiuso
è filata la vita a tutti voi.
Nel suo volto guardar sempre han per uso,
tutte dependon sol da’ cenni suoi.
Quella tien la conocchia, e questa il fuso,
l’altra torce lo stame e ’l tronca poi.
Vedi la Veritá figlia del Vecchio,
ch’innanzi agli occhi gli sostien lo specchio.

64.Quanto in terra si fa, lá dentro ei mira,
e de l’altrui follie nota gli essempi.
Vede l’umana ambizion, ch’aspira
in mille modi a fargli oltraggi e scempi.
Crede fiaccargli alcun la forza e l’ira
ergendo statue e fabricando tèmpi.
Altri contro gli drizza archi e trofei,
Piramidi, Obelischi, e Mausolei.

65.Ride egli allora, e si sei prende a gioco,
scorgendo quanto l’uom s’inganna ed erra;
e poi che ’n piedi ha pur tenute un poco
quelle machine altere, alfin l’atterra.
Dálie in preda de l’acqua, over del foco,
or le dona a la peste, or a la guerra.
Le sparge in fumo in quella guisa o in questa
sí che vestigio alcun non ve ne resta.

66.E di ciò la ministra è sol quell’una,
ch’è cieca, e d’un Delfin su ’l dorso siede,
calva da tergo, e ’l crine in fronte aduna,
alata, e tien sovr’una palla il piede.
Guarda se la conosci, è la Fortuna,
ch’ai paterno terren passar ti diede.
Mira quanti tesor dissipa al vento,
mitre, scettri, corone, oro ed argento.

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67.Quattro Donne reali a piè le miri,
e son le Monarchie de l’Universo.
D’òr coronata è quella degli Assiri,
d’argento l’altra, c’ha l’impero Perso.
La Grecia appresso con men ricchi giri
porta cerchiato il crin di rame terso.
L’ultima, che di ferro orna la chioma.
è la guerriera e bellicosa Roma

68.Ma ciò che vai, se ’l tutto è un sogno breve?
Stolto colui che ’n vanitá si fida.
Dritto è ben, che d’un ben che perir deve,
l’un Filosofo pianga, e l’altro rida.
Sola Virtú del Tempo avaro e lieve
può l’ingorda sprezzar rabbia omicida.
Tutto il resto il crudel, mentre che fugge,
e rapace, e vorace, invola e strugge.

69.Guarda su l’uscio pur de la caverna
e vedrai due gran Donne assise quivi,
e quinci e quindi da la foce interna
di qualitá contraria uscir duo rivi.
Siede l’una da destra, e luce eterna
le fregia il volto di bei raggi vivi:
ridente in vista, e d’un aspetto santo,
in man lo scettro, ed ha stellato il manto.

70.È la Felicitá, de’ cui vestigi
cerca ciascun né sa trovar la traccia,
ma da larve deluso e da prestigi,
di quella in vece, la Miseria abbraccia.
Stanno molte Donzelle a’ suoi servigi
d’occhio giocondo e di piacevol faccia:
vita, abondanza, e ben contente e liete
festa, gioia, allegria, pace e quiete.

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LE MARAVIGLIE

Lungo il suo piè con limpid’onda e viva
mormorando sen va soavemente
il destro fiumicel, da cui deriva
di letizia immortai vena corrente.

Pila un lambicco in man sovra la riva
colmo de Tacque tien di quel torrente,
e (come vedi ben) fuor de la boccia
in terra le distilla a goccia a goccia.

A poco a poco in giú versa il diletto,
per ch’altri non può farne intero acquisto.
Scarso è l’uman conforto, ed imperfetto,
e qualche parte in sé sempre ha di tristo.
Quel ben, che qui nel Cielo è puro e schietto,
piove laggiú contaminato e misto,
però che pria che caggia, ei si confonde
con quell’altro ruscel, ch’amare ha Tonde:

l’altro ruscel, che men purgato e chiaro
passa da manca, e tutto di veleno,
vie piú che fiel, vie piú ch’assenzio amaro,
e sol pianti e sciagure accoglie in seno.

Vedi colei, che ’l vaso, onde volaro
le compagne d’Astrea, tutto n’ha pieno,
e con prodiga man sovra i mortali
sparge quanti mai fur malori e mali.

Pandora è quella; il bossolo di Giove
folle audacia ad aprir le persuase,
l’uggí lo stuol de le virtuti altrove,
le disgrazie restaro in fondo al vase.

Sol la Speranza in cima a Torlo, dove

sempre accompagna i miseri, rimase;

ed è quella colá vestita a verde,

che ’n Ciel non entra, e ne l’entrar si perde.

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CANTO DECIMO

Or vedi come fuor de l’ampia bocca
de l’urna rea, ch’ogni difetto asconde,
in larga vena scaturisce e fiocca
il sozzo umor di quelle perfid’onde.

De l’altro fiume, onde piacer trabocca,
questo in copia maggior Tacque diffonde,
perché ’n quel nido di tormenti e guai
sempre Tamaro è piú che ’l dolce assai.

76.Vedi morte, penuria, e guerra e peste,
vecchiezza e povertá con bassa fronte,
pena, angoscia, fatica, afflitte e meste
figlie appo lei d’Averno e d’Acheronte.
V’è Tempia Ingratitudine tra queste,
prima d’ogni altro mal radice e fonte.
E tutte uscite son del vaso immondo
per infestar, per infettar il mondo.

77.Non ti meravigliar, ch’affanni e doglie
in questo primo Ciel faccian dimora,
perché la Diva onde ’l suo moto ei toglie
è d’ogni morbo e d’ogni mal Signora.
In lei dominio e potestá s’accoglie
e sovra i corpi e sovra l’alme ancora.
.Ma se d’ogni bruttura iniqua e fella
vuoi la schiuma veder, volgiti a quella. —

78.Sí disse, e gli mostrò Mostro difforme
con orecchie di Mida e man di Cacco.
Ai duo volti parea Giano biforme,
a la cresta Priapo, al ventre Bacco.
La gola al Lupo avea forma conforme,
artigli avea d’Arpia, zanne di Ciacco.
Era Hiena a la voce, e Volpe ai tratti,
Scorpione a la coda, e Simia agli atti.

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79.Chiese a la guida Adon, di che natura
tusse bestia sí strana, e di che sorte,
ed intese da lui ch’era figura
vera ed Idea de la moderna Corte.
Portento orrendo de l’etá futura,
tlagcl del mondo, assai peggior che morte,
de l’Erinni infernali aborto espresso,
vomito de l’Inferno, Inferno istesso.

80.— áia di questa — dicea — meglio è tacerne,
poi ch’ogni pronto stil vi fora zoppo.
Ben mille lingue e mille penne eterne
in mia vece di lei parleran troppo.
Mira in quel tribunal, dove si scerne
di gente intorno adulatrice un groppo,
Donna con torve luci e lunghe orecchie,
che da’ fianchi si tien due brutte Vecchie.

81.L’Autoritá tirannica dipigne
quella superba e barbara sembianza,
e l’assistenti sue sciocche e maligne
son la Sospezzione e l’Ignoranza.
Cabra ha verdi e spumanti, e man sanguigne,
mostra rigor, furor, fasto, arroganza.
Porge la destra ad una Donna ignuda,
di cui non è la piú perversa e cruda.

82.Questa tutta di sdegno accesa e tinta,
e di dispetto e di fastidio è piena;
e da turba crudel tirata e spinta
Giovinetta gentil dietro si mena,
che Luna e l’altra mano al tergo avinta
porta di dura e rigida catena,
smarrita il viso, e pallidetta alquanto,
ed ha bianca la gonna e bianco il manto.

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83.La Calunnia è colei, ch’ai trono augusto
per man la tragge, e par d’astio si roda.
Bella la faccia ha sí, ma dietro al busto
le s’attorce di serpe orrida coda.
L’altra condotta nel giudicio ingiusto,
a cui le braccia indegno ferro annoda,
è l’incorrotta e candida Innocenza,
sovrafatta talor da l’insolenza.

84.Il Livor l’è dincontra, il qual approva
la falsa accusa, e la risguarda in torto.
Aconito internai nel petto cova,
e di squallido bosso ha il viso smorto,
simile ad uom ch’afflitto ancor si trova
da lungo morbo, onde guarí di corto.
Coppia d’ancelle a la Calunnia applaude
(testimoni malvagi). Insidia e Fraude.

85.Segue costoro addolorata e piange
di tal perfídia il torto e la menzogna
la Penitenza, che s’afflige ed ange
presso la Veritá che la rampogna:
e si squarcia la vesta, e ’l crin si frange,
e di duol si despera e di vergogna,
e col flagel d’una spinosa verga
si batte il corpo e macera le terga.

86.Oimè, non stiam piú qui, lasciano per Dio
di questi mostri abominandi il nido. —
Tacquesi, e lungo un tortuoso rio
quindi svi’ollo il saggio Duce e fido.
D’una oscura Isoletta Adon scoprio
non molto lunge, ancor incerto, il lido.
L’aria avea d’ognintorno opaca e bruna
qual fosca notte in nubilosa Luna.

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87.Giace in mezo d’un fiume, il qual sí roco
dilaga Tacque sue placide e chete,
e va sí lento, e mormora sí poco,
che provoca in altrui sonno e quiete.
— Ecco — Mercurio allor soggiunse — il loco
dove discorre il sonnacchioso Lethe,
da cui la verga mia forte e possente
prende virtú d’addormentar la gente.

88.L’Isola d’ogni parte abbraccia e chiude
(come scorger ben puoi) Tonda letale.
Sembra oziosa e livida palude,
onde calighi densa in alto sale.
Vedi quante in quell’acque anime ignude
vanno a lavarsi ed a tuffarvi Tale
pria che le copra il corrottibil velo,
per obliar ciò c’han veduto in Cielo.

89.Vedine molte, ch’a bagnar le piume
vengon pur ne le pigre onde infelici,
e perdon pur dentro il medesmo fiume
la conoscenza de’ cortesi amici.
Son gl’ingrati color, c’han per costume
dimenticar favori e benefici,
e scriver ne le foglie e dar ai venti
gli oblighi, le promesse, e i giuramenti.

90.Altre ne vedi ancor quassú dal mondo
salir ad or ad or macchiate e brutte,
le quai non pur di quel licore immondo
corrono a ber, ma vi s’immergon tutte.
Genti son quelle che da basso fondo
son per Fortuna ad alto grado addutte,
dove ciascun divien sí smemorato
che piú non gli sovien del primo stato.

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91.O de’ terreni onor perfida usanza,
con cui l’oblio di súbito si beve,
onde con repentina empia mutanza
viensi l’uomo a scordar di quanto deve;
e non solo d’altrui la rimembranza
in lui s’offusca e si smarrisce in breve,
ma sí del tutto ogni memoria ha spenta,
che di se stesso pur non si rammenta!

92.11 paese de’ sogni è questo, a cui
pervenuti noi siamo a mano a mano.
Vedi ch’a punto ne’ sembianti sui,
simile al sogno, ha non so che del vano,
ch’apparisce e sparisce agli occhi altrui,
e visibile a pena è di lontano.
Qui da Giove scacciato il Sonno nero,
contumace del Ciel, fondò l’impero.

93.Ma per poter varcar l’onda soave
sará buon ch’alcun legno or si prepari. —
Ed ecco allora in pargoletta nave
strania ciurma apparir di marinari.
Ubatone e Tarassio il remo grave
e Plutocle e Morfeo movean del pari.
Era il vecchio Fantasio il galeotto,
al mestier del timone esperto e dotto.

94.Presero un porto, ove d’elettro puro
a l’augel vigilante un tempio è sacro.
Quindi scolpito sta l’Herebo oscuro,
quinci d’Hecate bella il simulacro.
In su l’entrar, pria che si passi al muro,
v’ha di duo fonti un gemino lavacro,
che fan cadendo un mormorio secreto;
Pannichia è detto l’un, l’altro Negreto.

3 6

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LE MARAVIGLIE

5^

95.Fa cerchio a la cittá selva frondosa,
che dá grato ristoro al corpo lasso.
La mandragora stupida e gravosa
e ’l papavere v’ha col capo basso.
L’Orso tra questi languido riposa
e riposanvi a l’ombra il Ghiro e ’l Tasso;
né d’abitar que’ rami osano augelli,
fuor che nottule, e gufi, e pipistrelli.

96.D’un’ Iri a piú color case e contrade
stansi tra lumi tenebrosi occulte.
Quattro porte maestre ha la Cittade,
due di terra e di ferro incise e sculte,
le quai rispondon per diritte strade
de la Pigrizia a le campagne inculte;
e per queste sovente o falsi o veri
escono i sogni spaventosi e fieri:

97.de l’altre due ciascuna il fiume guarda,
l’una è d’avorio, e si disserra allora
ch’è ne! suo centro la stagion piú tarda,
l’altra è di corno, e s’apre in su l’Aurora.
Per quella a schernir l uom turba bugiarda
d’ingannatrici imagini vien fora.
Da questa soglion trar l’anime vaghe
visioni del ver spesso presaghe.

98.La bella coppia entrò per l’uscio eburno,
e fur quell’ombre da’ suoi raggi rotte.
Il suo palagio ombroso e taciturno
ne la piazza maggior tenea la Notte.
Da l’altra parte di vapor notturno
velato, e chiuso tra profonde grotte,
l’albergo ancor del Sonno si vedea,
che sovra un letto d’ebeno giacca.

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99.Oh di quante fantastiche bugie
mostruose apparenze intorno vanno!
Sogni schivi del Sol, nemici al die,
fabri d’illusi’on, padri d’inganno.
Minotauri, Centauri, Hidre ed Arpie,
e Gerioni e Briarei vi stanno.
Chi Sirena, chi Sfinge al corpo sembra,
chi di Ciclopo, e chi di Fauno ha membra.

100.Chi par Bertuccia ed è qual Bue cornuto,
chi tutto è capo, e ’l capo è poi senz’occhi.
Altri han, com’hanno i Mergi, il becco acuto,
altri la barba a guisa degli Alocchi.
Altri con faccia umana è si orecchiuto
che convien ch’ogni orecchia il terren tocchi.
Altri ha piè d’Oca, e di Falcone artiglio,
l’occhio nel ventre, e nel bellico il ciglio.

101.Vedresti effigie angelica e sembiante,
poi si termina il piede in piedestallo,
visi di Can con trombe d’Elefante,
colli di Gru con teste di Cavallo,
busti di Nano e braccia di Gigante,
ali di Parpaglion, creste di Gallo,
con code di Pavon Grifi e Pegasi,
lusi per gambe, e pifferi per nasi.

102.Alcun di lor, quasi spalmato legno,
vola a vela per l’aure e scorre a nuoto,
ma di due rote ha sotto un altro ingegno
onde corre qual carro e varia moto.
Con un mantice alcun di vento pregno
gonfia e sgonfia soffiando il corpo vóto,
e tanti fiati accumula ne l’epa,
che come rospo alfin ne scoppia e crepa.

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LE MARAVIGLIE

5 6 -1

103.E questi ed altri ancor piú contrafatti
ve n’ha, piccioli e grandi, interi e mozzi,
quasi vive grottesche, o spirti astratti,
scherzi del caso, e del pensiero abbozzi.
Parte a le spoglie, a le fattezze, agli atti
son lieti e vaghi, e parte immondi e sozzi.
Molti al gesto, al vestir vili e plebei,
molti di Regi in abito, e di Dei.

104.Tra gli altri Adon vi riconobbe quello
che ’n Cipro giá, quand’ei tra’ fior dormiva,
rappresentogli il simulacro bello
de la sua bella ed amorosa Diva.
E giá quel pigro e lusinghier drappello
dietro a la Notte, che volando usciva,
gli s’accostava in mille forme intorno
per gravargli le ciglia, e tòrgli il giorno.

103.Ma ’l suo Dottor sí se n’accorse, e presto
gli fe’ le luci alzar stupide e basse.
Vener sorrise, ed ei poscia che desto
l’ebbe, non volse piú ch’ivi indugiasse,
ma mostrandogli a dito or quello, or questo,
a l’altra riva un’altra volta il trasse.
Dimandavalo Adon di molte cose,
ed a molte dimande egli rispose.

106.E giunta a mezo di suo corso omai
l’umida Notte a l’Ocean scendea,
e con tremanti e pallidetti rai
piú d’un lume dal ciel seco cadea.
Cinto di folte stelle, e piú che mai
chiaro il Pianeta innargentato ardea,
vagheggiando con occhio intento e vago
in fresca valle addormentato il Vago.

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107.Deh perdonimi il ver, s’altrui par forse
ch’io qui del Ciel la dignitate offenda,
poi che lá dove Tempo unqua non corse,
l’Ore non spiegan mai notturna benda.
Facciol, perché cosí quel che non scorse
il senso mai, l’intendimento intenda:
non sapendo trovar fuor di Natura
agli spazii celesti altra misura.

108.In questo mezo il Condottier superno
le sei vaghe corsiere al carro aggiunse.
Fece entrarvi gli amanti, ed al governo
assiso poi, vèr l’altro Ciel le punse,
ed al bel tetto del suo albergo eterno
in poche ore rotando, appresso giunse.
Intanto parlator facondo e saggio
la noia alleggeria del gran viaggio.

109.— Eccoci — gli diceva — eccoci a vista
de la mia stella, che piú sú si gira,
candida no, ma variata e mista
d’un tal livor, ch’ai piombo alquanto tira,
picciola sí, che quasi a pena è vista,
e talor sembra estinta a chi la mira,
e ne le notti piú serene e chiare
de l’anno sol per pochi mesi appare.

1 io. Questo l’avien non sol perché minore
de l’altre erranti e de le fisse è molto,
ma però che da luce assai maggiore
l’è spesso il lume innecclissato e tolto.
Sotto i raggi del Sole il suo splendore
nasconde sí, che vi riman sepolto,
e tra que’ lampi onde si copre e vela,
quasi in lucida nebbia, altrui si cela.

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111.Ma da Tesser al Sol tanto vicina
maggior forza e vigor prende sovente,
com’ancor questa del tuo cor Reina
per Tistessa cagione è piú possente.
Seco, e col Sole in compagnia camina,
seco la rota sua compie egualmente:
ben che tra noi sia gran disagguaglianza:
ch’assai di lume e di beltá m’avanza.

112.La qualitá di sua natura è bene
mutabile, volubile, inquieta.
Si varia ognor, né mai fermezza tiene,
or infausta, or seconda, or trista, or lieta,
Ma questa tanta instabiltá le viene
da la congiunzíon d’altro Pianeta,
perch’io son tal, che negli effetti miei
buon co’ buoni mi mostro, e reo co’ rei.

113.Xascon per la virtú di questa luce
luminosi intelletti, ingegni acuti.
Senno altrui dona, ed uomini produce
cauti agli affari e ne l’industrie astuti.
Vago desio di nove cose induce,
e d’incognite al mondo arti e virtuti.
Per lei sol chiaro e celebre divenne
de le lingue lo studio, e de le penne.

114.K quando questa tua dolce lumiera
v’applica il raggio suo lieto e benigno,
quel fortunato, al cui natale impera,
riesce in terra il piú famoso Cigno.
Cosí lo Dio de la seconda sfera
parla al vago figliuol del Re Ciprigno,
e tuttavia, mentre cosí gli conta
le proprie doti, il patrio Ciel sormonta.

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115.Avean l’aureo timori per la via torta
drizzato giá le mattutine ancelle,
giá su i confin de la dorata porta
giunto era il Sole, e fea sparir le stelle;
la cui leggiadra messaggera e scorta
sgombrando intanto queste nubi e quelle,
per le piagge spargea chiare ed ombrose
de la terra e del ciel rugiade e rose:

116.quando vi giunse, e con la coppia scese
sovra le soglie del lucente chiostro.
Come fu dentro Adon, vide un paese
con piú bel giorno e piú bel ciel che ’l nostro;
poi dietro a le sue scorte il camin prese
per un ampio sentier che gli fu mostro;
e in un gran pian si ritrovaro adagio,
nel cui mezo sorgea nobil Palagio.

117.Palagio ch’ai modello, a la figura
quasi d’Anfiteatro avea sembianza.
Ogni edificio, ogni artificio oscura,
ogni lavoro, ogni ricchezza avanza.
— Vista nel primo giro hai di Natura —
disse Cillenio — la secreta stanza.
Or ecco, 0 bell’Adon, sei giunto in parte
dove l’albergo ancor vedrai de l’Arte.

118.De l’Arte emula sua la Casa è questa,
eccola lá, se di vederla brami.
Di gemme in fil tirate è la sua vesta,
trapunta di ricchissimi riccami.
Mira di che bei fregi orna la testa,
come l’intreccia de’ piú verdi rami.
Di stromenti e di machine ancor vedi
qual e quanto si tien cumulo a piedi.

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119.Mira penne e pennelli, e mira quanti
v’ha scarpelli e martelli, asce ed incudi,
bolini e lime e circini e quadranti,
subbi e spole, aghi e fusi, e spade e scudi. —
Cosí diceagli, e procedendo avanti,
la gran Maestra tralasciò suoi studi,
e reverente e con cortese inchino
umili’ossi al messaggier divino.

120.Dal divin messaggiero Adon condutto
la porta entrò de la celeste mole.
Di diamante ogni muro avea costrutto,
che lampeggiando abbarbagliava il Sole;
e l’immenso cortile era per tutto
intorniato di diverse scole,
e molte Donne in catedra sedenti
vedeansi quivi ammaestrar le genti.

121.— Queste d’etate e di bellezza eguali —
Mercurio ripigliò — Vergini elette
sono ancelle de l’Arte, e Liberali,
pero cbe l uom lan libero, son dette.
Fonti inessausti, oracoli immortali
del saper vero, e non son piú che sette.
Fidate guide, illustrataci sante
del senso cieco, e de l’ingegno errante.

122.Colei ch’è prima, e tiene in man le chiavi
de la sublime e spaziosa porta,
di tutte l’altre facoltá piú gravi
agli anni rozi è fondamento e scorta.
Quella, che con ragion belle e soavi
loda, biasma, difende, accusa, essorta,
è la diletta mia, che da la bocca
mentre che versa il mèl, l’aculeo scocca.

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123.V’è l’altra poi con la faretra a lato,
sottil Arciera, a saettar intenta,
che ben acuti ognor da l’arco aurato,
di strali in vece, i sillogismi aventa.
Passa ogni petto d’aspri dubbi armato,
nega, prova, conferma, ed argomenta,
scioglie, dichiara, e da le cose vere
distingue il falso, alfin concniude e fère.

124.Vedi quell’altre ancor quattro donzelle
di sembiante e di volto alquanto oscure.
Tutte d’un parto sol nacquer gemelle,
e trattan pesi e numeri e misure.
L’una contemplatrice è de le stelle,
e suol vaticinar cose future.
Vedi c’ha in man la sfera, e de’ pianeti
si diletta d’espor gli alti secreti.

125.L’altra, che con la pertica disegna
e triangoli e tondi e cubi e quadri,
con linee e punti il ver mostrando, insegna
righe e piombi adoprar, compassi e squadri.
La terza di sua man figura e segna
tariffe egregie e calcoli leggiadri.
Sottrae la somma, la radice trova,
moltiplica il partito e fa la prova.

126.Instruisce a compor l’ultima suora
e fughe, e pause, e sincope, e battute,
e temprar note a l’armonia sonora
or lente e gravi, or rapide ed acute.
Altre vederne non men sagge ancora
oltre queste potrai fin qui vedute,
ben che le sette ch’io t’ho conte e mostre
sien le prime a purgar le menti vostre.

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127.Ecco altre due sorelle, e del Disegno
e de la Simmetria pregiate figlie.
L’una con bei colori in tela o in legno
sa di nulla formar gran meraviglie.
L’altra, che ne l’industria e ne l’ingegno
non ha (trattane lei) chi la somiglie,
sa dar col ferro al sasso anima vera,
al metallo, a lo stucco, ed a la cera.

1 28. Eccoti ancor col mappamondo avante
e con la carta un’altra Giovinetta,
che scoprendo i paesi, e quali e quante
regioni ha la terra, altrui diletta.
Sentenze poi religiose e sante
Damigella celeste altrove detta.

Di Dio discorre, e de l’eterna vita
ai discepoli suoi la strada addita.

129.Mira colá quella Matrona augusta,
che per toga e per laurea è veneranda.
È la Legge civil, che santa e giusta
sol cose oneste e lecite comanda.
Quella, che porge a l’altrui febre adusta
amara e salutifera bevanda,
è d’ogni morbo uman medicatrice,
cui sua virtú non chiude erba o radice.

130.Guarda or colei, che spiriti divini
spira, se ben fattezze alquanto ha brutte,
e par ch’ognun l’onori, ognun l’inchini,
qual madre universa! de l’altre tutte.
Quella è Sofia, che rabbuffata i crini,
magra, e con guance pallide e distrutte,
con scalzi piedi e con squarciati panni,
pur di dotti scolari empie gli scanni.

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131.Azzíon, passione, atto e potenza,
qualitá, quantitá mostra in ogni ente,
genere e specie, proprio e differenza,
relazi’on, sostanza ed accidente,
con qual legge Natura e previdenza
cria le cose e corrompe alternamente,
la materia, la forma, il tempo, il moto
dichiara, e ’l sito, e l’infinito, e ’l vóto.

132.Tien due Donne da’ fianchi. Una che siede
sovra quel sasso ben quadrato e sodo,
è la Dottrina, ch’a chiunque il chiede
d’ogni difficoltá discioglie il nodo.
L’altra, che con la libra in man si vede
pesar le cose, ed ha il martello e ’l chiodo,
è la Ragion, che con accorto ingegno
a nessun crede, e vuol da tutti il pegno.

133.Ma quell’altra colá, c’ha sí leggiere
le penne, è Dea del mondo, anzi Tiranna.
Di fallace cristallo ha due visiere,
che l’occhio illude, e ’l buon giudicio appanna,
e la fa guatar torto e travedere,
sí ch’altrui spesso e se medesma inganna.
D’un tal cangiacolor la spoglia ha mista,
che l’apparenze ognor muta a la vista.

134.Sé di tanti color’ gemmanti e belle
suol l’augel di Giunon rotar le piume,
né di tanti arricchir l’ali novelle
quel del Sole in Arabia ha per costume,
né di tanti fiorir veggionsi quelle
de l’alato figliuol del tuo bel Nume,
di quante ell’ha le sue varie e diverse
verdi, bianche, vermiglie, e rance, e perse.

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135.Opinion s’appella, e molte ha seco
ministre infami, e meretrici infide,
larve, ch’uscite del Tartareo speco
vengon de l’alme incaute a farsi guide.
Ed è lor capo un Giovinetto cieco,
ch’Errore ha nome, e lusingando ride.
D’un licore incantato innebria i sensi,
e lui seguendo, a precipizio viensi.

1 36. Mira intorno Astrolabi ed Almanacchi,
trappole, lime sorde, e grimaldelli,
gabbie, bolge, giornee, bossoli e sacchi,
labirinti, archipendoli e livelli,
dadi, carte, pallon, tavole e scacchi,
e sonagli, e carrucole, e succhielli,
naspi, arcolai, verticchi ed oriuoli,
lambicchi, bocce, mantici e crocciuoli.

137.Mira pieni di vento otri e vessiche,
e di gonfio sapon turgide palle,
torri di fumo, pampini d’ortiche,
fiori di zucche, e piume verdi e gialle,
aragni, scarabei, grilli, formiche,
vespe, zanzare, lucciole e farfalle,
topi, gatti, bigatti, e cento tali
stravaganze d’ordigni e d’animali.

138.Tutte queste che vedi, e d’altri estrani
fantasmi ancor prodigiose schiere
sono i capricci degl’ingegni umani,
fantasie, frenesie pazze, e chimere.
V’ha molini e palei mobili e vani,
girelle, argani e rote in piú maniere.
Altri forma han di pesci, altri d’uccelli,
vari, sí come son vari i cervelli.

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139.Or mira a l’ombra de la sacra pianta
fregiata il crin de l’onorate foglie
la Poesia, che mentre scrive e canta,
il fior d’ogni scienza insieme accoglie.
La Favola è con lei, ch’orna ed ammanta
le vaghe membra di pompose spoglie.
L’accompagna l’Historia, ignuda Donna,
senza vel, senza fregio, e senza gonna.

140.Vedi la Gloria, che qual Sol risplende,
vedi l’Applauso poi, vedi la Lode,
vedi l’Onor, ch’a coronarla intende
di luce eterna, onde trionfa e gode.
Ma vedi ancor coppia di Furie orrende,
che di rabbia per lei tutta si rode.
La persegue l’Invidia empia e crudele,
c’ha le vipere in mano, in bocca il fiele.

141.La maligna Censura ognor l’è dietro,
e quant’ella compone emenda e tassa.
Col vaglio ogni suo accento, ogni suo metro
crivella, e poi per la trafila il passa.
Posticci ha gli occhi in fronte, e son di vetro,
or se gli afftge, or gli ripone e lassa.
Nota con questi gli altrui lievi errori,
né scorge intanto i suoi molto maggiori. —

142.Ciò detto, di diaspri e d’alabastri
gli mostra un Arsenal capace e grande,
che sovr’alte colonne e gran pilastri
le sue volte lucenti appoggia e spande.
Turba v’ha dentro di diversi mastri,
ingegner’ d’opre illustri e memorande.
— Qui di lavori ancor non mai piú visti
soggiornan — dice — i piú famosi Artisti.

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143.Di quanto mai fu ritrovato in terra,
o si ritroverá degno di stima,
o sia cosa da pace, o sia da guerra,
qui ne fu l’essemplar gran tempo prima.
Qui pria per lunghi secoli si serra
ignoto ad ogni gente, ad ogni clima,
poi si publica al mondo e si produce
a l’umana notizia, ed a la luce.

144.Vedi Prometheo, figlio di lapeto,
che di spirto celeste il fango informa.
E vedi Cadmo, autor de l’Alfabeto,
da cui prendon le lingue ordine e norma.
Vedi il Siracusan, che ’l gran secreto
trova, ond’un picciol Cielo ha moto e forma.
E ’l Tarentin, che la Colomba imita,
e ’l grand’Alberto ch’ai metal dá vita.

145.Ecco Tubai, primo inventor de’ suoni,
il Tebano Anfi’one, e ’l Trace Orfeo.
Ecco con altre corde ed altri tuoni
Lino, Iopa, Thamira, e Timotheo.
Ecco con nove armoniche ragioni
il mirabil Terpandro, e ’l buon Tirteo,
fabri di nòve lire e nòve cetre,
animatori d’arbori e di pietre.

146.Mira Tesibio, e mira Anassimene
su la mostra segnar l’ore correnti.
Mira Pirode poi, che da le vene
trae de la selce le scintille ardenti.
Anacarsi è colui, mira che tiene
in mano il fòlle, e dá misura ai vènti.
Mira alquanto piú in lá metter in uso
Esculapio lo specchio, e Clostro il fuso.

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147.E Gige v’ha, che la pittura inventa,
ed havvi col pennello Apollodoro,
e Corebo è con lor, che rappresenta
de la Plastica industre il bel lavoro,
e Dedal, ch’agguagliar non si contenta
con sue penne nel volo e Borea e Coro,
ma machinando va d’asse e di legni,
ingegnoso Architetto, alti disegni.

148.Epimenide, Eurialo, Hiperbio e Dosso
templi e palagi ancor fondano a prova,
e Thrasone erge il muro, e cava il fosso
Danao, che ’l primo pozzo in terra trova.
Navi superbe edifica Minosso,
Tifi il timon, con cui raffreni e mova.
Bellorofonte è tra costor ch’io narro,
ed Erittonio co’ cavalli e ’l carro.

149.Guarda Aristeo con quanto util fatica
del mèl, del latte a la cultura intende.
Trittolemo a’ mortai mostra la spica,
Bige l’aratro che la terra fende.
Preto a lo scudo, Midia a la lorica
travaglia, Etolo il dardo a lanciar prende.
Scithe pon l’arco in opra e la saetta,
l’asta Thirren, Pantasilea l’accetta.

150.Havvi poi mille fabricati e fatti
da Cretensi, da Siri, e da Fenici,
mossi da rote impetuose e tratti
altri arnesi guerrieri, altri artifici.
Vedi arpagoni, e scorpioni, e gatti,
machine di cittati espugnatrici,
e da cozzar con torri e con pareti
catapulte, baliste, ed arieti.

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151.Bertoldo vedi lá, nato in su ’l Rheno,
che per strage del mondo e per ruina
l’irreparabil fulmine terreno
fonde, temprato a l’infernal fucina.
Quegli è Giovanni (oh fortunato a pieno!)
che le stampe introduce in Argentina;
e ben gli dee Magonzia eterna gloria,
com’eterna egli fa l’altrui memoria. —

152.Cosí parlando, per eccelse scale
sovr’aureo palco si trovar saliti,
e quindi entraro in Galeria reale
che volumi accogliea quasi infiniti.
Eran con bella serie in cento sale
riposti in ricchi armari e compartiti,
legati in gemme, ed ogni classe loro
distinguea la cornice in linee d’oro.

153.Ceda Atene famosa, a cui giá Serse
rapí gli archi vii d’ogni antico scritto,
che poi dal buon Seleuco a Tarmi Perse
ritolti, in Grecia fér novo tragitto.
Né da’ suoi Tolomei d’opre diverse
cumulato Museo celebri Egitto.
Né di tai libri in quest’etate e tanti
Urbin si pregi, o il Vatican si vanti.

154.Molti n’eran vergati in molle cera,
molti in sottili e candide membrane.
Parte in fronde di palma, e parte n’era
di piombo in lame ben polite e piane.
In Caldeo ve n’avea scritta una schiera,
altri in lettre Fenicie e Soriane,
altri in Egizzii simboli e figure,
altri in note furtive, e cifre oscure.

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155.— Quest’è l’Erario, in cui si fa conserva —
seguí Mercurio — de’ piú scelti inchiostri
di quanti mai Scrittor Febo e Minerva
sapran meglio imitar tra’ saggi vostri.
I nomi, a cui non nóce etá proterva,
vedi a caratter’ d’ór scritti ne’ rostri.
Qui stan le lor fatiche, e qui son state
pria che composte sieno, e che sien nate.

156.Quanti d’illustri e celebrati Autori
si smarriscon per caso empio e sinistro
degni di vita e nobili sudori,
ed or Nettuno, or n’è Vulcan ministro?
Or qui di tutti quei ricchi tesori
che si perdon laggiú, si tien registro.
Sacre memorie, ed involate agli anni,
che traman morte agli onorati affanni.

r 57. La Libreria del dotto Stagirita,

che ’l fior contien d’ogni scrittura eletta,
di cui Theophrasto in su l’uscir di vita
lascerá successore, è qui perfetta.

D’Empedocle, Pitthagora ed Archita
v’ha le dottrine, e qualunqu’altra setta,
di Thalete, Democrito e Solone,

Parmenide, Anassagora, e Zenone.

158.Petronio v’ha, di cui gran parte ascose
torbido Lethe in nebbie oscure e cieche.
Di Tacito vi son l’ultime prose,
tutte di Livio le bramate deche,
la Medea di Nasone, ed altre cose
de’ Latini miglior’ non men che Greche.
Cornelio Gallo con Lucrezio Caro,
Ennio, ed Accio, e Pacuvio, e Tucca, e Varo.

37

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s

LE MARAVIGLIE

i 5Q. D’Andronico e di Xevio i drammi lieti,
di Cecilio e Licinio anco vi stanno,
e di Publio Terenzio i piú faceti
sali, ch’a le sals’acque in preda andranno.

E non pur d’altri Istorici e Poeti
le disperse reliquie albergo v’hanno,
ma gli oracoli ancor de le Sibille,
campati dal furor de le faville. —

160.Tacque, e volgendo Adon l’occhio in disparte
vide gran quantitá di libri sciolti,
ch’avean malconce e lacere le carte,
tutti sossovra in un gran mucchio accolti.
Giacean negletti al suol, la maggior parte
rosi dal tarlo, e ne la polve involti.
Or perché — disse — esposti a tanto danno
dal bell’ordine questi esclusi stanno?

161.E perché senza onor, senza ornamento
di coverta o di nastro io qui gli trovo?
Un fra gli altri gittato al pavimento
ne veggio lá fra Drusiano e novo,
che (se creder si deve a l’argomento)
porta un titolo illustre, “ 11 Mondo novo ”,
Ma si logoro par, s’io ben discerno,
che quasi il Mondo vecchio è piú moderno! —

162.— Di scusa certo, e di pietá son degni —
sorridendo l’Interprete rispose —
quei che d’ogni valor poveri ingegni
si sforzai! d’emular l’opre famose;
ch’ingordigia d’onor non ha ritegni
ne le cupide menti ambiziose,
e quand’aito volar ne veggion uno,
a quel segno arrivar vorria ciascuno.

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163.Xon mica a tutti è di toccar concesso
ile la gloria immortai la cima alpina.
Chi volar vuol senz’ali, accoppia spesso
a l’audace salita alta ruina.
Ma quantunque avenir soglia l’istesso
quasi in ogni bell’arte e disciplina,
non si vede però maggior tracollo,
che di chi segue indegnamente Apollo.

164.Dietro ai chiari Scrittor di Smirna e Manto,
per cui sempre vivranno i Duci e l’armi,
tentando invan di pareggiargli al canto,
piú d’uno arroterá lo stile e i carmi.
Oh quanti poi, con quanto studio e quanto
de l’Italico stuol di veder parmi
tracciar con poca loda i duo migliori,
che ’n su ’l Po canteran guerre ed amori!

163.Che di Poemi in quella lingua cresca
numerosa ferragine, e di Rime,
la facil troppo invenzion tedesca
n’è cagion, che per prezzo il tutto imprime.
Ma s’alcuna sará, che mal riesca,
l’Opra che tu dicesti è tra le prime.
Cosí figliano i monti, e ’l topo nasce,
ma poi nato ch’egli è, si more in fasce.

166.Poi che sí fatti parti un breve lume
visto a pena han laggiú nel vostro mondo,
il Yecchiarel da le veloci piume,
quel che vedesti giá ne l’altro tondo,
qui ridurle in un monte ha per costume
per sepelirle in tenebroso fondo.
Alfin le porta ad attuffar nel rio
che copre il tutto di perpetuo oblio.

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LE MARAVIGLIE

5 So

167.Ma piú non dimoriam, ché poi ch’a questi
t’ho scòrto eterni e luminosi mondi,
converrá ch’altro ancor ti manifesti
de’ secreti del fato alti e profondi,
e vie molto maggior’ che non vedesti
meraviglie vedrai, se mi secondi. —
Qui tacque, e ’n ricca loggia e spaziosa
il condusse a mirar mirabil cosa.

168.Vasto edificio d’ingegnosa Sfera
reggea, quasi gran mappa, un piedestallo,
che s’appoggiava ad una base intera
tutta intagliata del miglior metallo.
Era d’ampiezza assai ben grande, ed era
fabricata d’acciaio e di cristallo.
La cerchiavan per tutto in molti giri
fasce di lucidissimi zaffiri.

169.Forma avea d’un gran Pomo, e risplendea
piú che lucente e ben polito specchio,
e d’aurei seggi intorno intorno avea
per risguardarla un commodo apparecchio.
Quivi, mentre ch’intento Adon tenea
l’occhio a la Palla, al suo parlar l’orecchio,
Mercurio seco e con la Dea s’assise,
indi da capo a ragionar si mise.

170.— Questa -— dicea — sovramortal fattura,
la qual confonde ogni creato ingegno,
opra mirabil è, ma di Natura,
e di divin maestro alto disegno.
L’artefice di tanta architettura,
che d’ogni altro artificio eccede il segno,
fu questa mia, del gran Fattor sovrano
(ben che imperfetta) imitatrice mano.

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LE MARAVIGLIE

58*

i 7 i. Sudò molto la man, né l’intelletto
poco in sí nobil machina sofferse,
e lungo tempo inabile Architetto
sue fatiche e suoi studi invan disperse;
ma quei ch’è sol tra noi fabro perfetto,
del bel lavor l’invenzi’on m’aperse,
e ’l secreto mi fe’ facile e lieve
di raccorre il gran mondo in spazio breve.

172.E che sia ver, rivolgi a questa mia
adamantina fabrica le ciglia.
Di’ se vedesti, o s’esser può che sia
istromento maggior di meraviglia.
Composta è con tant’arte e maestria,
ch’ai globo universal si rassomiglia.
Mirar nel cerchio puoi limpido e terso
quanto l’Orbe contien de l’Universo.

173.Formar di cavo rame un Cielo angusto
fia forse in alcun tempo altrui concesso,
dove or sereno, or di vapori onusto
l’aere vedrassi, e ’l tuono e ’l lampo espresso,
e tener moto regolato e giusto
la bianca Dea con l’altre stelle appresso,
e con perpetuo error per l’alta mole
di fera in fera ir tra le sfere il Sole.

174.Ala dove un tal miracolo si lesse,
o chi senno ebbe mai tanto profondo
che compilar, compendiar sapesse
la gran rota del tutto in picciol tondo?
Al magistero mio sol si concesse
far un vero model del maggior mondo,
lo qual del mondo insieme elementare
(non che sol del celeste) è l’essemplare.

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175.Onde di quante cose, o buone o ree,
passate ha il mondo in qualsivoglia etade,
e di quante passar poscia ne dee
per quante ha collaggiú terre e contrade,
qui son le prime originarie Idee,
dove scorger si può ciò che v’accade.
Riluce tutto in questo vetro puro
col passato e ’l presente anco il futuro.

176.Vedi le Zone fervide e l’algenti,
e dove bolle e dove agghiaccia l’anno.
Vedi con qual misura agli elementi
tutti i corpi celesti in giro vanno.
Vedi il sentier, lá dove i duo lucenti
Passaggieri del Ciel difetto fanno.
Vedi come veloce il moto gira
del Ciel ch’ogni altro Ciel dietro si tira.

177.Ecco i Tropici poi, quindi discerni
volgersi il Cancro, e quinci il Capricorno,
dove agguaglian del pari i corsi alterni
la notte al sonno, a la vigilia il giorno.
Ecco i Coluri, uniti ai poli eterni,
che sempre il ciel van discorrendo intorno.
Ecco con cinque linee 1 Paralelli,
e nel bel mezo il principal tra quelli.

178.Eccoti lá sotto il piú basso Cielo
il foco, che sempr’arde e mai non erra.
Mira de Tacque il trasparente gelo,
che ’l gran vaso del mar nel ventre serra.
Mira de l’aria molle il sottil velo,
mira scabrosa e ruvida la terra,
tutta librata nel suo proprio pondo,
quasi centro del Ciel, base del mondo.

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170.Rimira, e vi vedrai distinti e chiari
boschi, colli, pianure, e valli e monti.
Vedrai scogli ed arene, isole e mari,
e laghi e fiumi e ruscelletti e fonti,
provincie e regni, e di costumi vari
genti diverse, e d’abiti, e di fronti.
Vedrai con peli, e squame, e penne, e rostri
e fere, e pesci, ed augelletti, e mostri.

180.Vedi la parte ove l’Aurora al Tauro
il capo indora, e l’Oriente alluma.
Vedi l’altra, ove lava al vecchio Mauro
il piè di sasso l’Africana spunta.
Vedi lá dove sputa il fiero Cauro
su le balze Rifee gelida bruma.
Vedi ove il Negro con la negra gente
suda sotto l’ardor de l’asse ardente.

181.Ecco le rupi onde trabocca il Arilo,
che la patria e ’l natal sí ben nasconde,
liceo l’Eufrate, che per dritto filo
le due gran region parte con Tonde.
L’Indo è colá, che per antico stilo
fa di tempeste d’or ricche le sponde.
Quell’è il terreo, lá dove sferza e scopa
le sue fertili piagge il mar d’Europa.

182.Vuoi l’Arabie veder per te famose?
la Petrea, la Deserta, e la Felice?
Eccoti il loco a punto, ove t’espose
la trasformata giá tua genitrice.
Ve’ le rive di Cipro, ambiziose
d’una tanta bellezza abitatrice.
Conosci il prato ove perdesti il core?
È quello il tetto, ove t’accolse Amore?

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183.Grande è il teatro, e ne’ suoi spazii immensi
chi langue in pena, e chi gioisce in gioco.
Ma per non ti stancar la mente e i sensi
in cose omai che ti rilevan poco,
tanto sol mostrerò, quanto appartiensi
a la bell’ésca del tuo dolce foco.
Sai pur, che protettrice è questa Dea
de la stirpe di Dardano e d’Enea.

184.Le diede sovra Pallade e Giunone
Paride giá de le bellezze il vanto,
ben che tragico n’ebbe il guiderdone,
e corser sangue il Simoenta e ’l Santo.
Questa (ma non giá sola) è la cagione
ch’ella il seme Troiano ami cotanto. —
Mirolla in questo dir Mercurio, e rise:
l’altra arrossí col rimembrar d’Anchise.

185.— Or mentre — seguí poi —, del cavo fianco
uscito del destrier ch’insidie chiude,
stuol di greci guerrieri il Frigio stanco
assai con armi impetuose e crude,
sotto la scorta del buon Duce Franco
ricovra a la Meotica palude
una gran parte di reliquie vive,
essuli, peregrine, e fuggitive.

186.Taccio il corso fatai di queste genti,
e de’ suoi vari casi il lungo giro;
per quanti fortunevoli accidenti
in Germania passar con Marcomiro;
come di Marcomiro i discendenti
nel Gallico terren si stabilirò,
dapoi che Feramondo al mondo venne,
che de lo scettro il prim’ onor vi tenne.

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187.Né fia d’uopo additarti ad uno ad uno
di quest’ampia miniera i gran Monarchi,
e le palme, e le spoglie, e di ciascuno
l’eccelse imprese e gli onorati incarchi.
La folta selva degli Eroi ch’aduno
consenti pur che brevemente io varchi,
e scelga sol del numero ch’io dico
col degno figlio il valoroso Enrico.

188.Volgi la vista ove ’l mio dito accenna,
e la Lega vedrai l’insegne sciorre,
e quasi armata ed animata Ardenna,
tre foreste di lance in un raccòrre.
Ma d’altra parte il Paladin di Senna
vedile pochi e scelti a fronte opporre.
Vedi con quanto ardire oltre Garona
fa le truppe marciar contro Perona.

189.Montagna che del Ciel tocchi i confini,
selva d’antiche e condensate piante,
fiume che d’alta rupe in giú ruini,
tempesta in nembo rapido e sonante,
neve indurata in freddi gioghi alpini,
fiamma Ch’Euro a le stelle erga fumante,
Mar, Cielo, Inferno a l’animosa spada
forano agevol guado, e piana strada.

190.Guerrier, destrieri atterra, armi, stendardi
spezza, e sprezzando gli urti, apre le strade.
Nembi di sassi, grandini di dardi,
turbini d’aste, fulmini di spade
piovongli sovra, ed ei de’ piú gagliardi
sostien gl’incontri, agl’impeti non cade:
né stanco posa, né ferito langue,
fatto scoglio di ferro in mar di sangue.

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191 Tutto del sangue ostil molle e vermiglio
abbatte, impiaga, uccide, ovunque tocchi.
Vedil vibrando a prova il ferro e ’l ciglio
ferir col brando, e spaventar con gli occhi
S’altri talor ne l’orrido scompiglio
si rivolge a mirar quai colpi ei scocchi,
dal guardo è pria che da la spada ucciso,
e chi fugge la man, non campa il viso.

192.Chi gli contenderá l’alto diadema,
s’un’oste tal d’ogni poter disarma?
né sol da presso il Rhodano ne trema,
ma fa da lunge impallidir la Parma?
Reco del Tago la speranza estrema,
il Signor degli Allobrogi, che s’arma.
Ecco, che ’n prova al paragon concorre
con l’Italico Achille il Gallo Hettorre.

193.Odi Parigi i fieri tuoni, e vedi
quanti Tirata man fulmini aventa.
Deh che pensi? o che fai? perché non cedi
da co’ Giganti suoi Fiegra paventa.
Stendi stendi le palme, e pietá chiedi,
e l’auree chiavi al regio piè presenta.
Stolta sei ben, s’altro pcnsicr ti move:
cosí si vince sol Tira di Giove.

194.Vedilo entrar ne le famose mura,
ed occupar le maldifese porte.
Van con la Fuga cieca e malsecura
declinando il furor del braccio forte
Tignobil Pianto, e la plebea Paura,
chi non fugge da lui, segue la morte.
Battuto dal timor cade il consiglio,
e l’ordine confuso è dal periglio.

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195.Eccolo alfin, ch’è con applauso eletto
de’ Galli alteri a governare il freno.
Xé studia quivi con tiranno affetto
beni usurpati accumularsi in seno.
Con larga man, con gioviale aspetto
versa d’oro, ov’è d’uopo, il grembo pieno,
e d’or in or regnando altrui piú scopre
generosi pensier, magnanim’opre.

196.Xon v’ha piú loco ambizione ingorda,
non piú stolto furor, discordia fiera.
Xon v’ha Prudenza cieca, o Pietá sorda:
Pace e Giustizia in quell’impero impera.
Sa far (sí ben le repugnanze accorda)
Autunno germogliar di Primavera,
mentre fra gli aurei Gigli a Senna in riva
pianta dopo la Palma anco l’Oliva.

197.Virtú quanto è maggior, tanto è piú spesso
de l’Invidia maligna esposta ai danni,
la qual suol quasi a lei far quello istesso
che ’l tarlo ai legni, e la tignuola ai panni.
Qual ombra che va sempre al corpo appresso,
la perseguita ognor con vari affanni.
Ma son gli oltraggi suoi, ch’offendon poco,
lime del ferro, e mantici del foco.

198.Mira il fior de’ migliori, al cui gran lume
l’altrui sciocco livor divien farfalla,
mercé di quel valor, che per costume
quanto s’affonda piú, piú sorge a galla:
malgrado di chi nocergli presume,
ai pesi è palma, a le percosse è palla;
onde di novo onor doppiando luce
è fatto inclito Re d’inclito Duce.

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199.Del Guerrier forte, i cui gran pregi essalto,
ria tale e tanta la sublime altezza
che, come Olimpo oltra le nubi in alto
non teme i venti, e i fulmini disprezza,
cosí d’invidia, o pur d’insidia assalto
danneggiar non potrá tanta grandezza,
anzi ogni offesa ed ogni ingiuria loro
sará soffio a la fiamma, e fiamma a l’oro.

200.Se non ch’io veggio di furor d’inferno
d’una Furia terrena il petto acceso,
e punto da le vipere d’Averno
un cor malvagio a perfid’opra inteso.
Non vedi lá, come colui ch’a scherno
prese esserciti armati, a terra ha steso,
mosso da folle e temeraria mano,
con un colpo crudel ferro villano?

201.Quando a balte speranze in sen concette
tenendo il mondo giá tutto converso,
cinto d’armi forbite e genti elette
spaventa il Moro, ed atterrisce il Perso,
e gli appresta Fortuna e gli promette
lo scettro universal de l’Universo,
pria ch’egli vada a trionfar d’altrui,
vien Morte iniqua a trionfar di lui.

202.Vansi le Virtú tutte a sepelire
nel sepolcro che chiude il Sol de’ Franchi,
salvo la Fama, che non vuol morire
perch’a le glorie sue vita non manchi;
e come al caso orribile a ridire
i suoi tant’occhi lagrimando ha stanchi,
cosí per farlo ancor sempre immortale
c’apparecchia a stancar le lingue e l’ale.

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203.Ma che? Se da colei che vince il tutto
è vinto alfine il sempr’invitto Enrico,
l’alto onor de’ Borbon quasi distrutto
in parte a ristorar vien Lodovico,
che da sí degno stipite produtto,
aggiunge gloria al gran legnaggio antico,
e sotto l’ombra del materno stelo
alza felice i verdi rami al Cielo.

204.Or mi volgo colá, dove Baiona
smalta di Gigli i fortunati lidi.
Veggio superbo il mar, che s’incorona
di gemme e d’or, qual mai piú ricco il vidi.
Giá giá l’arena sua tutta risona
di lieti bombi, e di festiva gridi.
Veggio per Tonde placide e tranquille
sfavillar lampi, e lampeggiar faville.

205.Né l’Indico Oceano Orientale
tante aduna nel sen barbare spoglie,
né lo stellato ciel cumulo tale
di bellezze e di lumi in fronte accoglie.
Oh spettacol gentil, pompa reale,
oh bennato consorte, oh degna moglie!
Qual concorso di Regi e di Reine
scende a felicitar Tacque marine!

206.Risguarda in mezo al fiume, ov’io ti mostro,
vedrai colonne eburnee, aurei sostegni
con un gran sovraciel di lucid’ostro
far ricca tenda a un’isola di legni,
che fianco a fianco aggiunti, e rostro a rostro,
porgono il nobil cambio ai duo gran regni,
mentre prendono e dan Spagna e Parigi
Lisabetta a Filippo, Anna a Luigi.

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207.Ma vedi opporsi agl’imenei felici
suddite al Gallo e ribellanti schiere,
e coprir di Guascogna i campi aprici,
quasi dense boscaglie, armi guerriere.
Quinci e quindi aversarie e protettrici
<piegan Guisa e Condè bande e bandiere.
Ma del figlio d’ Enrico il novo Enrico
si mostra sí, non è però nemico.

208.Iduno è colui che sotto ha quel destriero
baio di pelo, Italian di razza.
Di tre vaghi Alironi orna il cimiero,
e di croci vermiglie elmo e corazza.
Ben che misto di bigio abbia il crin nero,
gli agi abbandona, ed esce armato in piazza,
v carco in un d’esperienza e d’anni,
torna di Marte ai giá dismessi affanni.

209.L’altro è quei piú lontan, che la campagna
■-corre di ferro e d’or grave e lucente.
E su ’l verde degli anni, e l’accompagna
fiera e di novitá cupida gente.
Ha ne lo scudo i Gigli, e di Brettagna
cavalca ubero un corridor possente,
( tien dal fianco attraversata al tergo
una banda d’azurro in su l’usbergo.

210.Giá giá numero immenso ingombra il piano
di tende armate e di trabacche tese.
Piagne disfatte il misero Aquitano
e le messi e le moli al bel paese.
Giá tinto il Giglio d’or di sangue umano,
ch’è pure (ahi feritá) sangue francese,
sembra quel fior che del suo Re trafitto
ne le foglie purpuree il nome ha scritto.

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11.Gallia infelice, ahi qual s’appiglia, ahi quale
ne le viscere tue morbo intestino!
Rode il tuo sen profondo interno male
di domestico tosco e cittadino.
Pugnan discordi umori in corpo frale
sí ch’io preveggio il tuo morir vicino;
ed al tuo scampo ogni opra, ogni arte è vana,
se M e i) 1 c a pietá noti ti risana.

12.Pon’ colá mente a la gran Donna d’Arno
con qual valor la sua ragion difende,
né con petto tremante o viso scarno
fra tante cure sue posa mai prende.
Vorrebbe (e ’l tenta ben, ma ’l tenta indarno)
senza ferro estirpar le teste orrende,
le teste di quell’Hidra empia ed immonda,
di veleno infornai sempre feconda.

13.Che non fa per troncarle? ecco pospone
a le publiche cose il ben privato,
ed a l’impeto ostil la vita espone
per salvar del gran pegno il dubbio stato.
Ad accordo venir pur si dispone,
e sospende tra l’ire il braccio armato,
pur che ’l furor s’acqueti, e cessi quella
d’orgoglio insano Aquilonar procella.

14.Ma quando alfin la gran tempesta scorge
che l’aria offusca e ’I mar conturba e mesce,
e che l’onda terribile piú sorge,
e che ’l vento implacabile piú cresce,
al ben saldo timon la destra porge,
drizzasi al polo, e di camin non esce,
or con forza reggendo, or con ingegno
fra tanti flutti il travagliato legno.

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215.Fisa dritto colá meco lo sguardo,
dove l’ampia riviera il passo serra.
Quivi campeggia il gran Campion Guisardo,
contro cui non si tien torre, né terra.
E par che dica intrepido e gagliardo:
«Chi la pace ricusa, abbia la guerra».
E con prodezza a la baldanza eguale
de l’aversario i miglior Forti assale.

216.L’essercito reai cauto provede
di genti e d’armi, e non s’allenta o stanca
per esseguir quanto giovevol crede
o necessario a la Corona Franca.
Oh senza essempio incomparabil fede!
quando ai casi oportuni ogni altro manca,
sol questi al par de le piú forti mura
mostra petto costante, alma secura.

217.Fa gran levate di cavalli e fanti.
Che può contro costor l’oste nemica?
Gente miglior non vide il Sol tra quanti
cinser spada giá mai, vestir lorica.
Non sanno in guerra indomiti e costanti
o temer rischio, o ricusar fatica.
Usi in ogni stagion con l’armi grevi
bere i sudori, e calpestar le nevi.

218.Oh qual fervor di Marte, oh qual giá tocca
al Re crescente il cor foco d’ardire!
Brama di gir tra’ folgori che scocca
piu d’un cavo metallo, a sfogar l’ire.
Ma dapoi che non può lá dove fiocca
la tempesta del sangue in pugna uscire,
vassene o caccia essercitando, o giostra,
ch’una effigie di guerra almen gli mostra.

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219.Cosí Leon da la mammella irsuta
uso ancora a poppar cibi novelli,
tosto che l’unghia al piè sente cresciuta,
a la bocca le zanne, al collo i velli,
giá la rupe natia sdegna e rifiuta,
la tana angusta, e le vivande imbelli.
Giá segue giá tra le cornute squadre
per le Getule selve il biondo padre.

220.Ma quella Dea (ch’altro che Dea non deve
dirsi colei ch’a divin’opre aspira)
smorza intanto quel foco, e non l’è greve
per la commun salute il placar l’ira.
1 congiurati Principi riceve
e l’accampato essercito ritira,
ed al popol fellone e contumace
perdonando il fallir, dona la pace.

221.Ecco d’astio privato ancor bollire
de’ Duci istessi gli animi inquieti,
e ’n stretta lega ammutinati ordire
di novelle congiure occulte reti.
Ecco l’accorto Re viene a scoprire
di quel trattato i taciti secreti,
e da’ sospetti d’ogni oltraggio indegno
con la prigione altrui libera il regno.

222.Poi che ’l pensier del machinato danno
vano riesce, e d’ogni effetto vóto,
del capo afflitto le reliquie vanno
qual polve sparsa a lo spirar di Noto.
Ma per nove cagion pur anco fanno
novo tra lor sedizioso moto;
e pur con nove forze e genti nove
la regia armata a danni lor si move.

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223.Fuor de’ materni imperi intanto uscito
passa il Re novo a possedere il trono,
da cui pria calcitrante, e poi pentito,
chi pur dianzi l’offese ottien perdono.
Richiamata è Virtú, Marte sbandito
per quell’alto donzel di cui ragiono,
l’alto donzel, che sostener non pavé
con si tenera man scettro sí grave.

224.Il Tamigi, il Dannubbio, il Beti, il Rheno
l’ama, il teme, l’ammira anco da lungo,
anzi fin ne l’Italico terreno
a dar le leggi col gran nome giunge.
E se pur di vederne espresso a pieno
un degno essempio alcun desio ti punge,
risguarda in riva al Po, come si face
arbitro de la guerra e de la pace.

225.Io dico, ove tra ’l Po, che non lontano
nasce, e la Dora e ’l Tanaro risiede
il bel paese, al cui fecondo piano
la montagna del Ferro il nome diede.
Vedrai Savoia con armata mano
che due cose in un punto a Mantoa chiede,
il pegno de la picciola nipote,
e de’ confin la patteggiata dote.

226.Vedi di Cadmo il successor, che viene
in campo a por le sue ragioni antiche,
e perché l’una nega, e l’altra tiene.
Case unite in amor tornan nemiche.
Forse nutrisci, o Mincio, entro le vene
il seme ancor de le guerriere spiche,
poi che veggio dal sen de la tua terra
pullular tuttavia germi di guerra?

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Veder puoi di Torin l’invitto Duce,
cui non ha Roma o Macedonia eguale,
che carriaggi e salmerie conduce
con varie sovra lor machine e scale.

Su lo spuntar de la diurna luce
a Trino arriva, e la gran porta assale.

Vedi stuol piemontese e savoiardo
quivi attaccar l’espugnator pettardo.

Reco, rotto il rastei, passato il ponte,
non però senza sangue e senza morti,
le genti alloggia a l’alta rocca a fronte,
prende i quartier piú vantaggiosi e forti,
manda la valle ad appianar col monte
i picconieri e i manovali accorti,
mette i passi a spedir scoscesi e scabri
con vanghe e zappe e guastadori e fabri.

Fa con gabbie e trincee steccar dintorno
de’ miglior posti i piú securi siti.

Col sembiante reai vergogna e scorno
accresce ai vili, ed animo agli arditi.

Far fiamma o lampo, or parte, or fa ritorno
cercando ove conforti, ed ove aiti,
mentre il cannon, che fulminando scoppia,
nel rivellin la batteria raddoppia.

Ed egli in un co’ generosi figli
studia come talor meglio si batta,
sempre occupando in fra i maggior perigli
la prima entrata, e l’ultima ritratta.
Convien che pur di ceder si consigli
la terra alfin per non restar disfatta:
ed apre al vincitor, che l’assecura
da la preda, dal ferro, e da l’arsura.

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231.Moncalvo a un tempo espugna anco e conquista,
ma chi può qui vietar che non si rube?
Va il tutto a sacco. Oh qual confusa e mista
scorgo di fumo e polve oscura nube!
E se pari l’udir fusse a la vista,
risonar v’udirei timpani e tube.
Rendersi i difensor giá veder parmi,
salve le vite con gli arnesi e l’armi.

232.Pur ne l’Alba medesma Alba è sorpresa,
e pur da le rapine oppressa langue.
11 miser cittadin non ha difesa,
per doglia afflitto, e per paura essangue.
Va il soldato ove ’l trae fra l’ire accesa
fame d’or, sete d’or piú che di sangue.
Suscita l’oro ch’è sotterra accolto,
e sepelisce poi chi l’ha sepolto.

233.Di buon presidio il gran Guerrier fornisce
le prese piazze, ed ecco il campo ha mosso.
Nova milizia assolda, e ’ngagliardisce
di gente elvezia e valesana il grosso.
Ecco de la cittá che ’mpaludisce
lá tra ’l Belbo e la Nizza, il muro ha scosso.
Ecco a difesa del Signor di Manto
il vicino Spagnuol movesi intanto.

234.Per reverenza de l’insegne Ibere
toglie a Nizza l’assedio, e si ritraggo.
Quindi van di cavalli armate schiere
d’incisa e d’Acqui a disertar le piagge.
Tragedia miserabile a vedere
le culte vigne divenir selvagge,
e dal furor del foco e de le spade
abbattuti i villaggi, arse le biade.

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235.Trema Casale; a temprar armi intesi
sudano i fabri a le fucine ardenti.
L’acciar manca a tant’uopo, onde son presi
mille dagli ozii lor ferri innocenti.
Rozi non solo e villarecci arnesi,
ma cittadini artefici stromenti
forma cangiano ed uso, e far ne vedi
elmi e scudi, aste ed azze, e spade e spiedi.

236.Il vomere giá curvo, or fatto acuto,
a Bellona donato, a Cerer tolto,
su la sonante incudine battuto,
d’aratore in guerrier vedi rivolto.
L’antico agricoltor rastro forcuto,
nel fango e ne la rugine sepolto,
vestendo di splendor la viltá prima,
ringiovenisce al foco ed a la lima.

237.Intanto e quinci e quindi ecco spediti
vanno e vengono ognor corrieri e messi,
ché ’l buon Re ch’io dicea, vuol che sopiti
sieno i contrasti, e la gran pugna cessi;
ed acciò che gli affar di tante liti
in non sospetta man restin rimessi,
ai deputati imperiali e regi
la consegnar de la vittoria i pregi.

238.S’induce alfin, capitulati i patti,
l’Eroe de l’Alpi a disarmar la destra,
e de’ diffinitor de’ gran contratti
tra le mani il deposito sequestra.
Ma qual rio sacrilegio è che non tratti
l’empia Discordia, d’ogni mal maestra?
Ecco da capo al rinovar de l’anno
novi interessi a nove risse il tranno.

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230.Tornano a scorrer l’armi, ov’ancor stassi
la prateria sí desolata e rasa
che ne stillano pianto e sangue i sassi,
poi che fabrica in piè non v’è rimasa,
né resta agli abitanti afflitti e lassi
villa, borgo, poder, castello o casa.
Giá s’appresta la guerra, e giá la tromba
altri chiama a la gloria, altri a la tomba.

240.Colui ch’è primo e la divisa ha nera,
e su l’usbergo brun bianca la croce
(ben il conosco a la sembianza altera),
è Carlo, il cor magnanimo e feroce.
Di corno in corno e d’una in altra schiera
il volo impenna al corridor veloce.
Per tutto a tutti assiste, e ’l suo valore
intelletto è del campo, anima e core.

241.Spoglia di grosso e malcurato panno,
lacerata da lance e da quadrella,
l’armi gli copre, e fregio altro non hanno:
né vuol tanto valor vesta piú bella.
Spada, splendido don del Re Brittanno,
cinge, né v’ha ricchezza eguale a quella.
Ricca, ma piú talor suo pregio accresce,
cli’i rubin tra i diamanti il sangue mesce.

24 z. Mira colá, dove distende e sporge
Asti verso Aquilon Cantiche mura.

Poco lunge di fuor vedrai che sorge
un picciol colle in mezo a la pianura.
Quindi (fuor che la testa) armato ei scorge
le classi tutte, e ’l suo poter misura.
Quindi del campo in generai rassegna
rivede ogni guerrier, nota ogn’insegna.

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243.Quasi Pastor, che le lanose gregge
con la provida verga a pasco adduca,
con leggiadre ordinanze altrui dá legge
il coraggioso, il bellicoso Duca.
Per mostrar quivi a chi raffrena e regge
come di ferro e di valor riluca,
spiega ogni stuol vessilli e gonfaloni,
gonfia stendardi, e sventola pennoni.

244 Quanto d’Insubria il bel confin circonda
fin sotto le Ligustiche pendici,
quanto di Sesia e Bormia irriga l’onda
vóto riman di turbe abitatrici.

Quei che ne la vallea cupa e profonda
soggiornan del Monviso a le radici
vengonvi, e di Provenza e di Narbona
quei che bevon Durenza, Isara, e Sona.

243.Né pur d’Augusta solo e di Lucerna
le valli ínculte e le montagne algenti,
e dagli aspri cantoni Agauno e Berna
mandanvi copia di robuste genti;
ma giú da PAlpi, ove mai sempre verna,
v’inondan quasi rapidi torrenti
per le vie di Bernardo e di Gebenna
quei che lasciano ancor Ligeri e Senna.

246.Un, che con armi d’or va seco al paro,
è l’Aldighiera, il Marescial temuto,
che sotto giogo di pesante acciaro
doma il corpo rugoso e ’l crin canuto.
Ecco di Damian l’eccidio amaro,
da’ duo franchi Guerrier preso e battuto,
ed ecco d’Alba la seconda scossa.
Chi fia, ch’impeto tanto affrenar possa?

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LE MARAVIGLIE

247.Pon’ mente a quel cimier, che con tre cime
di bianca piuma si rincrespa al vento.
È di Vittorio, il Principe sublime,
del Piemonte alta speme, alto ornamento.
Ben l’interno valor negli atti esprime,
ha di latte il destrier, l’armi d’argento,
e d’un aureo moni], ch’ai petto scende,
groppo misterioso al collo appende.

248.Vedi con quanto ardire, e ’n che fier atto
inaspettato a Messeran s’accampa,
e giunto a Cravacor quasi in un tratto
di ruina mortai segni vi stampa.
Giá questo e quel, poi che del giusto patto
non tur contenti, in vive fiamme avampa.
Giá d’amboduo con esterminio duro
spianato è il Forte, e smantellato il muro.

249.Vuoi veder un, che nato a grandi imprese,
d’emular il gran padre s’affatica?
Mira Tomaso, il giovane cortese,
che tinta di sanguigno ha la lorica,
e ’l cuoio del Leon sovra l’arnese
porta, de l’avo Alcide insegna antica.
Di seta ha i velli, e con sotti! lavoro
mostra il ceffo d’argento, e l’unghie d’oro.

250.Vedilo in dubbia e perigliosa mischia
passar tra mille picche, e mille spade.
Giá dal volante fulmine che fischia
trafitto il corridor sotto gli cade.
Ma ne’ casi maggior vie piú s’arrischia
quel cor, che col valor vince l’etade,
e pien d’ardir piú generoso ed alto,
preso novo destrier, torna a l’assalto.

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51.Miralo poi, mentre il maggior fratello
con gran guasto di morti e di prigioni
rompe il soccorso, e ’l Capitan di quello
uccide, che confuso è tra’ pedoni,
de la Cavalleria giunto al drappello
tórre i regii stendardi a duo Campioni,
indi mandargli per eterno essempio
d’alta prodezza ad appiccar nel tempio.

52.Solo il gran Filiberto altrove intanto,
dubbioso spettator, stassi in disparte.
Ma ’l buon Maurizio con purpureo manto
regge il paterno scettro in altra parte,
e l’alte leggi del governo santo
con giusta lance ai popoli comparte.
Talor pio cacciatore ai fidi cani
del devoto Amedeo dispensa i pani.

53.Oh se mai prenderá, Tifi celeste,
il gran timon de la beata nave,
da quai scogli secura, a quai tempeste
sottratta, correrá calma soave!
Giá la vegg’io per quelle rive e queste
portar, nov’Argo, di gran merci grave,
scòrta da divin Zefiro secondo,
il vello d’oro a vestir d’oro il mondo.

54.Ma vedi or come freme, e come ferve
contro costoro il fior d’Italia tutta:
genti a Ciberò o tributarie o serve,
gioventú ben armata e meglio instrutta.
Ben a tante e sí fiere armi e caterve
s’oppon l’inclito Estense, e le ributta.
Alfin pur a l’essercito che passa
libero il camin cede, e ’l varco lassa.

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255.Passan l’ardite schiere, e di Milano
il Prefetto maggior tra’ suoi l’accoglie.
Eccolo lá sovra un corrente Ispano,
che l’insegne reali a l’aura scioglie.
il baston generai di Capitano
tien ne la destra, e veste oscure spoglie.
Mira poi come in un feroci e vaghi
s’annan da l’altro lato i gran Gonzaghi.

256.Quei c’ha d’un verdescuro a fiocco a fiocco
la sovravesta, è di Xiverse il pregio.
Vedi un, c’ha d’or lo scudo, e d’or lo stocco -
quegli è Vincenzo, il giovinetto egregio.
L’altro, che splende di lucente cocco,
e ’n sembiante ne viene augusto e regio,
riposato nel gesto, e venerando,
quegli (s’io ben comprendo) è Ferdinando.

257.Lascia i bei studi, e prende a guerra accinto
da’ tranquilli pensier cura diversa.
Manto, che ’l fior de’ lucid’ostri ha tinto,
fa ricca pompa a l’armatura tersa.
Groppo di gemme in cima il tiene avinto
sí che l’omero e ’l petto gli attraversa,
ma pur Tacciar con argentata luce
sotto la fina porpora traluce.

258.Vedi il Toledo, che Vercelli affronta,
giá l’ha di stretto assedio incoronata.
La Cittá tutta a le difese pronta
sta su le mura, e su le torri armata.
Vedi lo Scalator, che sú vi monta,
e ’l Cittadino a custodir l’entrata;
ma poi ch’assai resiste, e si difende,
per difetto di polve alfin si rende.

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259.In questo raezo il Capitano alpino
di far gualdane e correrie non resta.
Filizano, ed Annone, e ’l Monferrino
con mille piaghe in mille guise infesta.
Oltre il frutto perduto, il contadino
forza è che paghi or quella taglia, or questa.
Corre l’altrui licenza, ove l’alletta
desire o di guadagno, o di vendetta. —

260.Cosí divisa, e de l’istorie ignote
svela il fosco tenor lo Dio d’Egitto:
quando nel terso acciar, tra le cui rote
quanto creò Natura è circoscritto,
Adone in parti alquanto indi remote
volgesi, e vede un non minor conflitto,
dove la gente in gran diluvio inonda,
e diffuso in torrenti il sangue abonda.

261.Onde rivolto al messaggier volante,
de la bella facondia arguto padre,
disse: — O Nunzio divin, tu che sai tante
meraviglie formar nove e leggiadre,
l’altra guerra, che fan quindi distante
l’altre, ch’altrove io veggio, armate squadre,
fammi conto ond’avien, poi ch’ancor quivi
par si combatta, e corra il sangue in rivi. —

262.— Io ti dirò — risponde —, altra cagione
Austria in un tempo a guerreggiar sospinge
con la Donna reai del gran Leone,
che per Adria guardar la spada stringe.
Né pur del sangue di piú d’un squadrone
la terra sola si colora e tinge,
ma ’l mare istesso in non men fiero assalto
rosseggia ancor di sanguinoso smalto.

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263.Se gola hai di vederlo, or meco affisa
dritto le luci, ov’io l’affiso e giro. —
Egli girelle, e ’n disusata guisa
vide ondeggiar lo sferico zaffiro.
Giá d’Anfitrite a man a man ravisa
i vasti alberghi entro l’angusto giro,
e di gran selve di spalmati legni
popolati rimira i salsi regni.

264.Da le rive Adriatiche e dal porto
di Parthenope bella alate travi
giá del ferro mordace il dente torto
spiccano onuste di metalli cavi.
Giá quinci e quindi a par a par s’è scorto
un navilio compor di molte navi,
le cui veloci e volatrici antenne
per non segnate vie batton le penne.

265.Volan per l’alto, e de’ cerulei chiostri
arano i molli solchi i curvi abeti.
Pompon co’ remi e co’ taglienti rostri
de le prore ferrate il sen di Theti.
1 fieri armenti de’ marini mostri
fuggono spaventati ai lor secreti.
Sotto l’ombra de l’arbori ch’aduna
quest’armata e quell’altra, il mar s’imbruna.

266.A pena omeri quasi ha il mar bastanti
il peso a sostener di tanti pini.
A pena il vento istesso a gonfiar tanti
può co’ fiati supplir candidi lini.
Fugaci Olimpi, e vagabondi Atlanti,
Alpi correnti, e mobili Appennini
paion, svelti da terra, e sparsi a nuoto,
i gran vascelli a la grossezza, al moto.

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CAXTO DECIMO

ÒO

267.Veder fra tanti affanni in tanta guerra
la Ver gin bella a Citherea dispiacque,
la Vergin bella che s’annida e serra
tra i lucenti cristalli ov’ella nacque;
ond’hanno insieme il mar lite e la terra:
l’una l’offre le rive, e l’altro Tacque.
Pugnan con belle ambiziose gare
per averla tra lor la terra e ’l mare.

268.Ecco che gorghi giá di foco e polve
vomita il bronzo concavo e forato,
scoccando sí, che i legni apre e dissolve,
con fiero bombo il fulmine piombato.
Nebbia d’orror caliginoso involve
e mare e ciel da questo e da quel lato.
Sembra ogni canna, tante fiamme spira,
la gola di Tifeo quando s’adira.

269.Giá viensi ad afferrar poppa con poppa,
giá spron con sprone impetuoso cozza,
giá vota il fuso, e ’l fil che Cloto aggroppa
di mille vite a un punto Atropo mozza.
Spada in spada, asta in asta urtando intoppa,
l’acqua giá ne divien squallida e sozza,
e del sangue commun tinta, somiglia
del gran golfo Eritreo Tonda vermiglia.

270.L’una classe ne l’altra aventa e scaglia
pregni d’occulto ardor globi e volumi,
onde, mentre piú stretta è la battaglia,
incendio repentin vien che s’allumi.
Scoppian le cave palle, e fan che saglia
turbo a le stelle di faville e fumi.
Tra ’l bitume, e la pece, e ’l nitro, e ’l zolfo
chi sbalza al ciel. chi sdrucciola nel golfo.

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271.Scorre Vulcano, e mormorando rugge,
e tra’ ruggiti suoi vibra la lingua.
Gabbie intorno e castella arde e distrugge,
né sa Nettuno omai come l’estingua.
L’ésca del sangue, che divora e sugge,
alimento gli porge onde s’impingua.
Vince, trionfa, e con la man rapace
depreda il tutto imperioso, e sface.

272.In ben mille piramidi vedresti
sorger la fiamma dagli ondosi campi,
alzar le punte, ed a que’ venti e questi
crollar le corna, e scaturirne i lampi.
Tra sí fieri spettacoli e funesti
par che la fiamma ondeggi, e l’onda avampi.
Par che torni a la lite, onde pria nacque,
fatto Abisso di foco, il Ciel de Tacque.

273.L’eccelse poppe e le merlate rocche
son cangiate in feretri, e fatte tombe.
Con rauche voci e con tremende bocche
romoreggian tamburi, e stridon trombe.
Lanciansi i dardi e vòtansi le cocche,
vibransi baste e rotansi le trombe.
Chi muor trafitto, e chi malvivo langue,
solcan laceri busti il proprio sangue.

274.Tremendi casi la spietata zuffa
mesce di ferro in un, d’acqua, e di foco.
Chi nel fondo del pelago s’attuffa,
chi del sale spumante è fatto gioco,
chi galleggia risorto e ’l flutto sbuffa,
chi tenta risalir, ma gli vai poco
ché ricade ferito, ed a versare
vien di tepido sangue un mar nel mare.

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275.Strepito di minacce e di querele,
di percosse e di scoppi i lidi assorda.
Altri con man de le squarciate vele
s’attien sospeso in aria a qualche corda,
ma giunto da l’arsura empia e crudele
vassi a precipitar ne l’onda ingorda,
onde con strana e miserabil sorte
prova quattro elementi in una morte.

276.Or quando piú crudel bolle la guerra,
e va baccando la Discordia stolta,
quando di qua di lá l’onda e la terra
tutta è nel sangue e ne l’orrore involta;
ecco del fier Bifronte il tempio serra
colui eh’anco il serrò la prima volta.
Placa gli animi alteri, e fa che cada
l’ira da’ cori, e da la man la spada.

277.E per fermar con sempre stabil chiodo
la Pace, ch’è gran tempo ita in essiglio,
Cristi x a bella in sacrosanto nodo
stringe del Re de’ monti al maggior figlio.
Vedrassi il groppo, onde si gloria Rhodo,
insieme incatenar la Palma e ’l Giglio.
E tu di Gigli allor, non piú di rose
tesserai. Dea d’Amor, trecce amorose.

278.Giá d’etá, giá di senno, e giá cresciuto
tanto è di forze il giovinetto Augusto,
ch’ottien del pari amabile e temuto
vanto di buono, e titolo di giusto.
Ma l’orgoglio de’ Principi abbattuto
sorge ancor piú superbo e piú robusto,
e ’l bel regno da lor stracciato a brani
rassomiglia Attheon tra’ propri cani.

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279.Movesi a l’armi, e ne va seco armato
Enrico, il primo fior del regio seme,
quei che pur dianzi andò, quasi sdegnato,
co’ men fedeli a collegarsi insieme.
Sdegno fu, ma fu lieve; or ch’a lo stato
del gran cugino alto periglio ei teme,
gli sovien quand’è d’uopo in tanta impresa
di consiglio, d’aiuto, e di difesa.

280.Va con poche armi ad assalir la fronte
de’ nemici dispersi, e gli sorprende.
Non vedi Can, che volontarie e pronte
gli disserra le porte, e gli si rende?
Vedi di Sei nel sanguinoso ponte
quante squadre rubelle a terra stende.
Poi per domar la scelerata setta
vèr l’estrema B’iarne il campo affretta.

281.Cede lo sforzo e l’impeto nemico,
ingombra’ Navarrin terrore e gelo.
Giá v’entra, e ne l’entrarvi il Re ch’io dico,
non men che di valor, s’arma di zelo.
Rende ai distrutti altari il culto antico,
a se stesso l’onor, la gloria al Cielo.
Ogni passo è vittoria, ovunque ei vada,
e vince senza sangue e senza spada.

282.Qual uom, che pigro e sonnacchioso dorme,
giace col corpo in su le piume molli:
con l’alma, del pensier seguendo Torme,
varca fiumi, e foreste, e piani, e colli;
tal rivolgendo Adon gli occhi a le forme
de la cui vista ancor non son satolli,
non sa se vede, o pargli di vedere,
tra lumi ed ombre imagini e chimere.

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283.Mentre ch’ei pur de’ simulacri accolti
nel mondo cristallin l’opre rimira,
del silenzio in tal guisa i nodi ha sciolti
l’alto inventor de la celeste lira:
— Sappi che dietro a molti corsi e molti
del gran Pianeta che ’l quart’orbe gira,
pria ch’abbia effetto il ver, staranno ascose
le qui tante da te vedute cose.

284.Ma que’ successi ch’ancor chiude il fato
t’ho voluto mostrar come presenti,
acciò che miri alcun fatto onorato
de le piú degne e gloriose genti.
Fin qui Giove permette, e non m’è dato
piú in lá scoprirti de’ futuri eventi.
Or tempo è da fornir l’opra che resta:
vedi il Sol, che nel mar china la testa.

285.Vedi, ch’armata d’argentati lampi
per le campagne del suo Ciel serene
la stella inferior, ch’ornai degli ampi
spazii de l’Orizonte il mezo tiene,
mentre de l’aria negli aperti campi
a combatter col dí la notte viene,
prende a schierar de le Guerriere ardenti
i numerosi esserciti lucenti.

286.Lungo troppo il camino, e breve è l’ora,
onde convien sollecitare il passo,
per poter, raccorciata ogni dimora,
tornar per Torme nostre al mondo basso.
Però che ’l suo bel lume ha giá l’Aurora
due volte acceso, ed altrettante casso
da che partimmo, e qui (fuor ch’a felice
gente immortale) il troppo star non lice. —

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bio

LE MARAVIGLIE

287.Cosi Mercurio; e l’altro allor dintorno
dove l’occhio il traea volgendo il piede,
le ricche logge de l’albergo adorno
di parte in parte a contemplar si diede.
E da che prese a tramontare il giorno,
ch’ivi a l’ombra però giá mai non cede,
non seppe mai da tal vista levarse
fin che l’altr’Alba in Oriente apparse.