Apri il menu principale
IV. Confidenze

../III IncludiIntestazione 3 novembre 2018 75% Da definire

III

[p. 153 modifica]

PARTE QUARTA


Confidenze.

«Seder vicini a qualche anima cara
     E serrarle la mano...»



Amarilli partì sola.

L’avvenire delle due donne oramai era mutato; il matrimonio di Editta assicurava alla buona zitellona un tetto amico per il resto dei suoi giorni, e sa Iddio se Amarilli lo accettava con riconoscenza, disponendosi già la sua parte di faccendiera e di aia dei bambini futuri. Ma intanto aveva voluto partire: suo [p. 154 modifica]fratello non le usciva di mente; pare proprio che qualche cosa di vero ci debba essere nei presentimenti, perchè il vecchio Spiccorlai tirava l’ultimo fiato quando Amarilli pose piede nella tana di porta Garibaldi.

La bella Rosa lo assisteva amorosamente, aiutata da Renato; per le premure riunite di questi amabili personaggi il vecchio mago morì quasi da cristiano, su un letto decente, con a fianco una boccia d’acqua e un crocefisso sul petto.

La molla che aveva fatta scattare la sensibilità riposta dei due compari — poichè il lettore sarà ben persuaso che non era naturale — l’aveva mossa lui, il furbone, colle sue dita da moribondo. Appena si fu accorto che tutte le forze mancavano alla sua carcassa arrugginita chiamò la moglie, e, mostrandole il famoso tavolino a scacchiera, le disse:

— Se sei buona, qui c’è un piccolo tesoro, e m’intendo io! Donne, cavalli, orologi; quando sarò morto, vedrai.

Tanto bastò. La prospettiva del tesoro attivò così bene i nervi simpatici della signora Rosa che non abbandonò più nè di giorno nè di notte il suo legittimo consorte e lo circondò delle cure più generose, somministrandogli brodo di gallina [p. 155 modifica]e barolo amaro insieme ai più lamentevoli sospiri che petto di fedele sposa abbia mai sprigionati da Artemisia in poi.

Il vecchio lasciava fare. Si cullava nelle tenerezze, si voltava e si rivoltava nelle coperte fine; aveva dei capricci, delle voglie, lui che era sempre stato così sobrio! Chiedeva ora un’ala di tacchina giovane, ora una gelatina di lepre; e Renato correva e la signora Rosa pagava.

Tutti i giorni per dire il vero, speravano che morisse, ma egli li fece aspettare un bel pezzo tenendoli galvanizzati colla presenza della scacchiera che la sua mano scarna accarezzava con furba compiacenza. Incominciavano ad essere un po’ stanchi, quando il vecchio si decise a finire la commedia spegnendo i lampioni.

— Moglie mia — disse — va a chiamare il notaio; voglio fare le cose in regola.

Il notaio ero venuto, c’era stata la consegna del testamento; la signora Rosa, pensando che avrebbe potuto difficilmente nascondere la sua gioia, ebbe la prudenza di farsi venir male sul suo letto fra due guanciali di piume; Renato, cogli occhi chini, si accomiatava anticipatamente dai suoi stivali sdrusciti, ondeggiando col desiderio tra un paio di souwaroff a doppia suola inglese o [p. 156 modifica]un paio di scarpette francesi di pelle di cane. Stavano così le cose quando entrò Amarilli, e come se il vecchio Spiccorlai non aspettasse altro che lei per soffiare sul lucignolo, mandò un ultimo bagliore dalle sue pupille fulve e si addormentò per l’eternità.

Ma il bello venne dopo, quando si lesse il testamento, scritto tutto di di suo pugno — che pugno! — dove era dichiarato che la somma di centomila lire chiuse nel tiretto della scacchiera la lasciava alla sorella Amarilli e alla nipote Editta.

Alla moglie nulla.

Si può scommettere che il maligno vecchio aveva finto di morire, ma che un occhio almeno se l’era tenuto aperto per godersi la scena; se ciò fu veramente, l’anima sua dovette provare un gran gusto prima di traghettare sul nero Acheronte, perchè alla brutta sorpresa del testamento Renato era fuggito come un gatto sul quale si versi dell’acqua, e la bella Rosa ebbe un travaso di bile così potente che in un paio di giorni andò a raggiungere l’amato consorte — esempio raro di fedeltà coniugale.

Così finì la famiglia Spiccorlai.

Amarilli, unica superstite che ne portasse ancora il nome, pose una croce pietosa su queste [p. 157 modifica]due tombe, e, raccolta la modesta eredità, per lei vistosa poichè le permetteva di bastare a sè stessa, ritornò alla dolce valle, lieta di recare una dote improvvisa alla nipote, e meravigliata che la sua vita trascorsa tanto miseramente le serbasse per la fine sì placidi giorni.

La timonella di Bortolo ebbe anche questa volta l’incarico di andare a prenderla alla stazione, ed ella, discendendo davanti alla casa del signor Bruno, era tutta commossa. La buona Margii, nel riceverla festosamente, potè osservare che il vestito d’orleans era vantaggiosamente sostituito da un tibet nuovo tutta lana, e le parve perfino che la creatura, messa un po’ all’onor del mondo, fosse ringiovanita di parecchi anni.

Bruno, per solito non molto espansivo, le strinse la mano con energia:

— Finalmente! Non avevo più nessuno per discorrere di lei; sa che sono già due mesi che, è morta?...

Amarilli non disse nulla, ma tirò fuori da una cassetta una bella corona di semprevivi ornata di nastri bruni, e gli fece leggere su quei nastri: A Rachele.

Il povero padre restò colpito; non dubitò più che Amarilli fosse un’anima d’angelo in un corpo di donna. [p. 158 modifica]

Oh le belle sere d’inverno!

La fiamma del caminetto luccicava, danzava, pareva che ridesse e che cantasse lambendo gli alari affumicati e lanciandosi su in gaie faville verso la cappa nera. Aveva degli scoppiettii pieni di malizia benigna; aveva dei guizzi che somigliavano a baci e carezze. Più tardi le bragie si crogiuolavano, russando in mezzo alla cenere tiepida e le monachine correvano sui tizzoni semispenti, augurandosi reciprocamente la buona notte.

Amarilli e il signor Bruno se lo godevano tutto il focolare, come due castellani antichi seduti ai due angoli, beatamente tranquilli.

Un po’ più lontano, in quella discreta penombra tanto cara agli amanti, Giovanni stringeva la mano di Editta parlando poco e guardandosi molto, come è costume dell’amore nelle sue prime fasi.

Editta cercava di leggere dentro le pupille del suo fidanzato che un leggier velo adombrava qualche volta, come se un pensiero nascosto vi si agitasse. Lo interrogava, ed egli sorrideva; si [p. 159 modifica]sforzavano ambedue di parere calmi, ma in fondo non lo erano; la passione li aveva ravvicinati, ma la confidenza non li univa ancora.

— Le piacciono i versi? — domandò una sera Giovanni improvvisamente.

Davanti alle persone si davano sempre del lei — forse, a quattr’occhi...

Editta sobbalzò. Domandare se le piacevano i versi! E chi glielo domandava poi! Dal giorno che aveva promesso di amare Giovanni si era fatta uno scrupolo di delicatezza a non entrare mai in questo argomento; sapeva che non era gradito al giovane agricoltore, temeva sopratutto di umiliarlo o di coglierlo in fallo.

Se le piacevano i versi! E che cosa le era mai piaciuto al mondo più di questi terribili seduttori?

L’amore di suo padre e di sua madre non era sempre andato congiunto alla poesia? Avrebbe ella mai creduto di potervi rinunciare? Eppure vi aveva quasi rinunciato, e non c’era carità a inasprire così il suo sacrificio. Ella rispose con un po’ d’amarezza:

— Credo.

Giovanni si trastullava coi bottoni di rame che ornavano la sua giubba di velluto: uno [p. 160 modifica]essendogli restato in mano, lo ripose economicamente nel taschino.

— Io ne ho un volume....

— Di chi sono?

— Di un certo Leonardo Guerra.

— Ah!.. aspetti, questo nome non mi è nuovo. Il volume è recente?

— Cinque o sei anni.

— Appunto ne ho letto le critiche sulla Rivista Europea, sull’Eco del Continente e non so in qual altro giornale. Mi hanno interessata moltissimo, anzi volevo leggere il libro, ma subito non l’ho trovato, e dopo, non udendo più parlare del nuovo poeta, lo dimenticai. Me lo porti, me lo porti.

Giovanni assentì col capo.

La mattina dopo Bortolo che passava colla sua timonella la fermò davanti la casa di Bruno e consegnò a Margii il libro da darsi alla signorina per parte del signor Giovanni.

Era un volumetto di duecento pagine in copertina color aria, un po’ sbiadita un po’ polverosa; Editta lo prese con impazienza e trovò che non era nemmen tagliato.

Certo il signor Giovanni lo aveva scoperto, con molta sua sorpresa, dietro qualche sacco di [p. 161 modifica]grano, nascosto sotto i cartocci delle sementi, e vedendo che era scritto colle linee corte, aveva pensato fosse roba per lei; quanto a lui non ne aveva letto una sola parola; era chiaro.

Ma, o

Amor, come tramuti nostra natura!

Editta non fece rimprovero di ciò al diletto del suo cuore, o per lo meno si affaticò a trovare tante buone ragioni per assolvere Giovanni che lo rifece bianco come un panno di bucato.

Perchè doveva leggere versi? Forse che ciò è indispensabile per essere un brav’uomo ed anche per essere un uomo d’ingegno? Franklin si occupava di poesia? e Buffon e Volta e Wellington e Napoleone? Evidentemente Giovanni aveva un genere di talento positivo, matematico, che lo portava all’applicazione reale del bello e del buono. Editta aperse il libro, persuadendo a sè stessa che Giovanni poteva ben essere il Beniamino Franklin della valle.

Una pagina per caso era tagliata. La fanciulla vi lesse dei versi assai belli rivolti ad un ideale di donna che il poeta confessava di non aver ancora trovata. Erano i soli versi amorosi di tutto [p. 162 modifica]il volume; gli altri parlavano d’arte, di patria, di questioni sociali, spesso si sprigionavano in liriche robuste alla divina natura, la gran madre universale.

Le piacquero tutti, ma tornava con singolare compiacenza a rileggere più spesso i primi, e sentiva quasi inconsciamente una specie d’invidia per quell’ideale ispiratore, sembrandole che se vi fosse al mondo una donna capace di farsi amare dal poeta, doveva essere una donna sovranamente felice.

Con tutto l’amore vero e sincerissimo ch’ella portava a Giovanni, non potè difendersi da un vago senso di malessere quando il giovine entrò la sera spegnendo la sua pipa di radica, alla cui cannuccia era attaccato un cordoncino verde. Gli strinse la mano con distrazione, sempre pensando a quei versi, ripetendo fra sè: Peccato ch’ei non li possa comprendere!

Giovanni raccontò che una malattia nuova minacciava i vigneti del prossimo anno, ch’egli stava facendo degli esperimenti in proposito, e che tale operazione d’amore e di puntiglio lo occupava assai.

Editta non fiatò.

Amarilli chiese al suo futuro nipote in che [p. 163 modifica]cosa consisteva quel metodo famoso per l’allevamento del pollame, poichè ella sapeva benissimo — Margii glielo aveva detto — che la sua corte rustica era rinomata nei dintorni.

— È una cosa semplicissima; non si tratta che di una estrema pulizia. Noi siamo avvezzi a vedere nel pollaio un angolo buio e fetente, dove gli animali che devono passarvi la notte rinchiusi e accovacciati gli uni sugli altri vi ammonticchiano il sudiciume, ammorbando l’aria e dando origine alla maggior parte delle malattie che li decimano. Il mio pollaio, è vasto, chiaro, arieggiato e pulito come questa camera; una serva olandese non sdegnerebbe stabilirvi la sua cucina, e per questo le mie galline sono sane e prosperose. Un tale sistema, generalizzato e applicato su larga scala, darebbe frutti di economia e di miglioramento non dubbi. Io non mi stanco dal predicarlo. Vedremo.

Continuando a parlare, Giovanni teneva d’occhio Editta e seguiva la tinta mesta che andava vieppiù accentuandole la fisionomia. A poco a poco si fece anch’egli malinconico e distratto; Amarilli sosteneva a stento i lembi della conversazione, che per tal modo finì più presto del solito.

Sul punto di separarsi Giovanni fece per dire [p. 164 modifica]qualche cosa a Editta, ma non so quale idea lo trattenne; ella abbassò gli occhi e si salutarono un po’ imbarazzati.

Questi piccoli malumori fornirono a Editta il pretesto per uno di quegli sfoghi di lagrime dei quali le donne giovani provano tanto bisogno; proprio come le giornate di primavera quando sono sature di caldo e di sole anelano a un bagno rinfrescante.

Le fanciulle, anche le sposine, non possono stare a lungo senza piangere; quattro lagrimucce sentimentali sono la loro rugiada, poveri fiori! Quando non hanno un motivo plausibile, lo cercano, e finiscono sempre col trovarlo.

Dunque Editta, pianse, un po’ per le galline, un po’ per la malattia delle viti, un po’ per i versi — molto perchè voleva piangere. Sollevata così e sentendosi più leggera, fece proponimento di essere gentilissima col suo promesso sposo e non fu un proponimento da marinaro, perchè Giovanni quella sera partì raggiante.

Editta gli aveva detto che lo amava tanto tanto, gli aveva recitati a memoria i versi di [p. 165 modifica]Leonardo Guerra all’ideale con una grazia, con un sentimento di cui il povero giovane parve oltremodo commosso. L’ascoltava in estasi, ed ella, che se ne accorgeva, sentiva rinascere e divampare tutti i suoi istinti di Saffo.

Fu una sera memorabile. Anche il taciturno Bruno se ne accorse, lo disse piano ad Amarilli, abbassandosi verso di lei per attizzare il fuoco; la zitellona arrossì rispondendo:

— Sono giovani!...

E mille pensieri color di rosa soffocati da tanto tempo in fondo al cuore le tornarono per un istante a folleggiare davanti, sì che la calza cadde dalle sue mani oziose e Bruno la raccolse. Ma la voglia di lavorare le era scappata; il fuoco le scottava le guancie, una inquietudine singolare le faceva battere i piedi sulla lastra d’ottone del caminetto. — Si alzò, e andò fuori un poco a trovare Margii.

Bruno rimasto solo davanti la poltrona vuota di Amarilli, udendo dietro le spalle il sommesso cicalìo dei due amanti, pensò che quando sarebbero maritati la casa diventerebbe un deserto; rivide la sua povera figlia agonizzante sul letto e gli prese una tale malinconia che avrebbe pianto volentieri. Levò un ferro dalla calza di Amarilli [p. 166 modifica]e si pose a fare tanti piccoli buchi nella cenere quanti erano i giorni trascorsi dalla morte di Rachele.

— Perchè — domandava intanto Giovanni, tenendo stretta fra le sue la manina di Editta — perchè non mi ha detto prima che questi versi le piacevano?

— Perchè... credevo di farle dispiacere.

— In che modo?

— So che non ama la poesia!

Giovanni si morse le labbra.

— Non è vero; la apprezzo per quello che vale, ma vale meno della prosa... di quella che chiamano prosa — soggiunse ridendo. La poesia è l’amante dei quindici anni; la prosa è la compagna della vita; vorrà ella darmi torto se le serbo la parte migliore di me?.. E poi, in fondo, non è forse che una questione di parole; io spero dimostrarle a poco a poco che sono poeticissimo.

— Ooh! — fece Editta con una smorfiettina incredula.

— No, nevvero? Perchè porto la casacca alla montanara e fumo nella pipa? Perchè allevo galline e colombi? Perchè vivo in mezzo ai contadini? Perchè lavoro terra? Ma mi dica un [p. 167 modifica]po’ cosa farebbero di bello i poeti senza questa terra bagnata dal nostro sudore, senza gli alberi che noi abbiamo piantati, senza i ruscelli che fanno girare i nostri mulini? Noi agricoltori viviamo nel seno fecondo della poesia, noi la sentiamo fremere e palpitare; è a noi che essa prodiga le sue tenerezze più segrete, i suoi slanci più appassionati. I poeti vengono a guardarci con una penna in mano, sospirano, sbadigliano e coprono di parole un foglio di carta.

— Ma sono parole che scuotono, che commovono, che elettrizzano! — esclamò Editta.

Giovanni sorrise ancora, di un sorriso calmo e sereno; cinse dolcemente col suo braccio la vita della fanciulla, e tenendola così stretta vicino a sè, continuò:

— Quando saremo raccolti nel nostro nido, svegliandoci al mattino sotto il padiglione del cielo, io ti mostrerò, in ogni fiore e in ogni filo d’erba, la storia del nostro amore; quando seduti all’ombra della mia vigna coglierò per te i frutti che la mia mano ha fatto nascere; quando nella foglia che spunta, nella gemma che sboccia, nel calice che si apre, noi leggeremo la sublime poesia della creazione, e tutto intorno a noi, dal verme all’uccello, dall’onda al raggio del [p. 168 modifica]sole, dai monti, dalla valle, dall’azzurro infinito sgorgherà vivo e sonante l’inno di Dio all’uomo, o Editta, credi che il tuo cuore non sarà elettrizzato e commosso? Nei libri è l’uomo che parla alla natura; nei campi è la natura che parla a noi. Sentirai, cara fanciulla, che poesia più grandiosa e più vera!

— Qual uomo sei tu, Giovanni! — interruppe Editta intenerita, lasciando cadere la sua bella fronte sulla spalla del giovane. — Come l’angelo dell’Eden tieni in mano una spada fiammeggiante, con essa distruggi ogni mia falsa idea, ogni ingiusta prevenzione. Parla ancora; è poesia questa che ti detta il cuore; io la sento echeggiare dentro di me armoniosa come i più bei versi. Parla, amico mio!

Le ore non contavano più per loro, si capisce. Ma Amarilli ritornò annunciando prossima la mezzanotte.

Al 20 febbraio ricorreva l’anniversario di Editta; ella compiva diciotto anni.

Ci fu festa quel giorno in casa del signor Bruno; Margii per la prima aveva lavorato [p. 169 modifica]segretamente nell’angolo più nascosto nei suoi fornelli, e soltanto Amarilli avrebbe potuto dire — perchè Amarilli aveva l’odorato fino — che a certi effluvi sfuggiti dall’uscio chiuso si stava preparando una torta di pastafrolla col ripieno; ma nemmeno Amarilli sapeva, essendo questo un segreto assoluto tra Margii e la cuoca del prevosto, per quale processo ingegnoso doveva risaltare nel bel mezzo della torta un viva, dorato, del più leggiadro effetto.

Il signor Bruno teneva in pronto per l’amica di sua figlia un dono degno di lui, ed anche Amarilli, diventata proprietaria, si era procurato questo piacere, così nuovo per lei, della generosità.

La più schietta gioia brillava sul volto giovane di Editta; ella si sentiva felice fra tante persone che le volevano bene; ma era impaziente di vedere in qual modo Giovanni festeggierebbe il suo giorno.

Le giunse finalmente un magnifico canestro di camelie, così superbe, così fresche che avrebbero formato l’ornamento del salotto di una regina. Un piego suggellato vi era nascosto; aprendolo con trepidazione la fanciulla vide uscirne dei versi. [p. 170 modifica]

Versi di Giovanni? No; erano firmati Leonardo Guerra. Come mai Giovanni avrebbe fatto dei versi? Ma e allora perchè mandarli? Non sarebbe stata di miglior gusto una parola, una sola parola sua?... Editta ebbe occasione di mettere ancora alla prova il suo amore reprimendo un attuccio di dispetto, e disillusa, sì, ma rassegnata, lesse i versi. Sembravano un seguito a quei primi versi all’ideale che l’avevano tanto impressionata: in questi il poeta alzava un grido di giubilo — l’ideale era trovato, le anime gemelle si erano incontrate.

— Felici loro! — esclamò Editta, vinta senza saperlo da un sentimento indefinibile di mestizia. — Devo ringraziare Giovanni — pensò poi — egli ha creduto di farmi piacere: la circostanza si attagliava ai versi e i versi alla circostanza... Animo, animo, egli è un buon ragazzo, ed io sono una pazzerella senza cuore.

Levò una camelia dal paniere e se la pose tra i capelli; mise i versi in tasca, cantò, girellò, per l’andito e per la corte finchè tutta sorpresa vide Giovanni ritto accanto al cancello del giardino.

Quando era entrato? Nessuno lo sapeva, perchè non c’era nessuno a zonzo in quel giorno. [p. 171 modifica]Bruno era uscito a far compere, e Amarilli apparecchiava la tavola per lasciare tutto l’agio a Margii di custodire il suo segreto. La venuta del signor Giovanni in quell’ora insolita era una sorpresa di Bruno che lo aveva invitato a pranzo.

I due giovani si salutarono un po’ impacciati. Invece di farlo entrare in sala, Editta continuò a passeggiare verso il giardino, e Giovanni la seguì.

Tutto era secco, nudo e deserto; solo gli Eucalyptus allargavano le loro braccia verdeggianti sui sentieri fatti bianchi dal gelo. Un bel sole tuttavia splendeva sui rami lucenti dai quali i passeri saltellando scotevano le goccioline di brina.

— Che bei fiori! — disse Editta alludendo alle camelie ricevute, — essi crebbero certamente sotto l’occhio vigile di Giovanni e mi parvero doppiamente belli.

— Ne ho piacere — rispose il giovane, e si fermò aspettando che la fanciulla soggiungesse qualcos’altro...

Ma così subito ella non disse nulla; dopo qualche istante, ponendo a caso la mano in tasca:

— Ah! — esclamò — dove li ha presi questi nuovi versi di Leonardo Guerra?

Siccome Giovanni taceva, Editta alzò gli occhi e fu sorpresa dal mutamento di quel volto. [p. 172 modifica]

— Mio Dio, Giovanni, ti senti male?

— No, grazie.

— La tua mano arde e sei pallido come un morto. Giovanni, parla.

— Non hai dunque capito? — proruppe il giovane con impeto stringendo la fanciulla nelle sue braccia robuste — non hai capito che Leonardo Guerra ed io siamo una sola persona?

Egli aveva fatto bene a prenderla nelle sue braccia; sarebbe caduta infallibilmente, perchè proprio non aveva capito, anzi credeva di sognare, e ci volle del bello e del buono a persuaderla della verità.

La realizzazione di un ideale fortemente vagheggiato imprime alla nostra gioia un senso di sgomento; si direbbe che la felicità ci stupisce e ci opprime, miseri esuli condannati al pianto!

Ora poi ella aveva soggezione. Si era tanto avvezzata a credersi spiritualmente superiore a lui, che l’improvvisa scoperta l’abbarbagliò come il balenare di una luce subitanea in un punto che si è sempre visto buio.

Era fiera e intimorita, era lieta e tremante insieme e vergognosa di non aver saputo indovinare a certi rossori, a certi silenzi, a certi imbarazzi il segreto di Giovanni. [p. 173 modifica]

— Amico mio — mormorava, abbandonandosi questa volta senza restrizioni al fascino che la trascinava — quanto ti amo!

— Più di prima? — domandò Giovanni col suo sorriso.

— Più no, forse; ma con maggior gioia.

— Orgogliosa!

— E perchè hai aspettato tanto a dirmelo?

Avevano adottato definitivamente il tu.

— Perchè volevo essere amato come Giovanni e non come Leonardo.

— E se non riescivo ad amarti?

— Lo hai visto; mi ritiravo in silenzio, nè tu avresti mai saputo il mio segreto.

— Orgoglioso anche tu, lasciamelo dire.

— Ebbene, sì; l’orgoglio, dopo tutto, è il più nobile fra i peccati.

— E noi i più ostinati fra i peccatori Rifecero, tornando indietro, il viale degli Eucalytpus senza guardare più nè il gelo, nè i rami secchi, nè i passeri che pur li salutavano passando e sembravano gridare: Siate felici! [p. 174 modifica]

Poichè «cosa bella e mortal passa e non dura», la torta di Margii, dopo di aver trionfato sulla tovaglia candidissima, in mezzo all’argenteria scintillante e ai calici ricolmi, coprendo, è giusto dirlo, di meritati allori la fronte venerabile della cuoca, sparve, non lasciando dietro a sè che una grata ricordanza sul palato dei convitati.

Seguirono i brindisi, i lieti discorsi, il caffè fumante; tutto si seguì e tutto passò; fino a che Editta, andando a sedersi in un angolo remoto del sofà, chiamò Giovanni, che le si pose allato.

— Finisci le confidenze, raccontami la tua vita di poeta — disse la fanciulla appoggiando la sua mano sulla mano del giovane.

Egli la ritenne com’è naturale, e rispose:

— Fu una povera vita, credilo.

— Eppure la fama aveva gettato a piene mani lauri e corone sulla fronte del giovane poeta!

— Che ti dirò, mia cara? Lauri e corone non mi facevano felice, troppi cardi e troppe erbacce vi spuntano nel mezzo; il rovescio della medaglia supera in laidezza le seduzioni del diritto. Anch’io avevo creduto di battere le vie del [p. 175 modifica]Parnaso cantando come Apollo con una chitarra al collo e tirandomi dietro tutte le fanciulle di Citera. Dai sentieri della Sonna hai mai visto lassù quel bianco paesetto che chiamano Celana? A Celana io feci i miei primi studii, e dalle finestre del collegio quante volte la mia giovane immaginazione lanciandosi correva per gli orizzonti infiniti con volo d’aquila!... Era il bel tempo in cui si navigava in piena Grecia, zavorrati di classicismo, con Omero per faro. Ah quanti, quanti sogni grandiosi dietro le siepi di biancospino, intanto che si pigliavano i cervi volanti! Eravamo tre amici inseparabili; tutto il mondo ci apparteneva, l’avvenire era nostro e fabbricavamo in esso dei castelli di fata. Uno è morto di tifo a diciannove anni, a Montesuello. L’altro è vice cancelliere in una borgata di Sicilia; ha la moglie e cinque figliuoli; nelle ore libere insegna l’oboe ai giovani del paese, e allora guadagna il cacio da mettere insieme al suo pane... Ma parliamo di me. Io amavo la poesia con ardore, con passione, colla cieca fede dell’ignoranza. Per essa troncai a mezzo le speranze che mio padre aveva fondate sulla mia carriera, non volli saperne di essere nè avvocato nè dottore; volli essere poeta. Andai a Milano, il focolare letterario d’Italia, e [p. 176 modifica]mossi i primi passi nel labirinto; ma ad ogni passo era un disinganno. Non che il pubblico mi fischiasse — pochi giovani hanno la fortuna di trovare aperta come io trovai la strada della gloriuzza contemporanea — ero io che perdevo la fede nel pubblico; io che comprendevo come fosse ristretto quel mondo che m’era apparso sì sconfinato; io che non trovavo l’orizzonte abbastanza vasto, abbastanza puro, e mi sentivo fuggire l’ideale.... Quand’ebbi pubblicato il mio volume: È tutto qui? esclamai fermandomi a contemplarlo dietro i freddi cristalli della vetrina dell’editore. È tutto quì il mio lavoro?... le mie ansie, le mie veglie, i miei sudori, i miei strazi, i miei sogni, i miei dubbi, le mie lotte? No, neppure la millesima parte di quanto avevo sentito, di quanto avevo sofferto, di quanto avevo amato palpitava in quelle pagine: no, la mia anima non vi era stata trasfusa, e il pubblico che lo affermava era un imbecille. Io lo avrei stracciato quel libro, io lo odiavo. Come l’ebra baccante che prima ci seduce e poi ci nausea, la mia opera idolatrata, innanzi che si concedesse, mi ributtava vista là, su quelle tavole del commercio e della speculazione col prezzo scritto accanto al suo nome ed al mio. E poi quando [p. 177 modifica]vennero le critiche, quando il lavorio nascosto e geloso del mio cervello fu dissecato come un cadavere d’ospedale a beneficio del pubblico dal primo praticante capitato; quando si vollero violare i segreti del mio ingegno frugando colle mani sanguinolenti dentro le mie viscere ancora calde e un uomo qualunque senza conoscermi, senza comprendermi, per ozio, per vaghezza, per lucro, per invidia, per calcolo, mai per amore! venne a stamparmi sulla fronte il suo verdetto impudente, un’onta inenarrabile mi scosse come di uomo che si trova venduto, morsi rabbiosamente piangendo, quella mano che aveva segnato la sua propria condanna. Non scrissi più nulla. La poesia non era morta in me, vi si era rinchiusa come la vestale antica a custodia del fuoco sacro. Si disse che la mia vena poetica era disseccata, che non avevo più fantasia, che la scioperataggine mi rovinava, che i facili trionfi m’avevano guasto il cervello e altre cose ancora; poi mi si dimenticò così bene che nessuno oggi si ricorda di Leonardo Guerra.

— Dimmi il vero — interruppe Editta pensierosa — da allora fino a questo momento non ti colse mai un dubbio, uno sconforto, un rimpianto? Sotto le ceneri del suo unico volume [p. 178 modifica]Leonardo Guerra dorme così in pace che la sua ombra non ti turbi mai?

— Mai! — rispose Giovanni con sicurezza.

— Ti credo — disse Editta accostando la sua mano al cuore del giovane — la vestale ha custodito fedelmente il sacro fuoco; lo si sente ardere qui.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Il dialogo continuò a bassa voce confondendosi in un mormorìo indistinto e senza nome.

Il gran giorno era vicino.

Il poeta campagnuolo preparava in segreto il suo nido per renderlo degno della bella paradisea che doveva abitarlo.

Con miracoli di buon gusto e di previdenza supplì alle spese che la sua modesta condizione non gli permetteva di fare, e la primavera nascente prodigandogli i fiori e i profumi lo aiutò in modo mirabile.

Quella poesia mobile, viva, che si irradia dei cento colori della natura, che cangia nome, forma, espressione secondo che esala dal grembo di una rosa o che mormora col vento o che splende, [p. 179 modifica]brilla, vola, canta, geme, riposa col cielo, col sole, colla farfalla, coll’usignolo, colla tortora, coi silenzi misteriosi e solenni del bosco, colla placida maestà dei prati; quella poesia reale, immutabile e pur sempre varia e nuova di cui Giovanni si circondava doveva giungere alla fine a commuovere Editta, a penetrarla. Egli ne era persuaso. Altri cuori più impetuosi del suo sono andati inutilmente a cercare la felicità fuori della semplice natura e dovettero tornare scoraggiati e stanchi.

Il mese di maggio, così ridente sulle rive della Sonna, apparecchiava le sue tinte soavi e delicate; la valle si metteva in festa. Per molto tempo il torrente era rimasto asciutto, ma da quindici giorni le sue acque erompevano giulive, spruzzando i ciclamini che sorgevano rigogliosi in mezzo all’erba. Ogni albero ringiovaniva, ogni stelo si raddrizzava, in ogni seme e in ogni bozzolo fremeva la vita.

E sorse trepidamente aspettata, quell’alba.

Fin dal primo apparire del sole tutta la casa fu in piedi; Giovanni arrivò tre ore innanzi l’ora stabilita; prese da parte Amarilli e le domandò se voleva andare a dare un’occhiata al suo nido. [p. 180 modifica]

Amarilli non si fece ripetere l’invito; le piacque quell’atto di deferenza al suo gusto. Bruno che era presente, volle accompagnarla. Il povero uomo, ad onta dei tristi pensieri che gli suscitavano quelle nozze, faceva di tutto per sembrare allegro e per prendere una parte almeno serena alla gioia degli altri.

Da molto tempo non era sceso alla Sonna; alla casa di Giovanni poi non vi era mai stato, così la passeggiata aveva per lui un’aria di novità che la freschezza del paesaggio rendeva quasi gioconda.

Muti tutti e due, raccolti nei loro pensieri, giunsero alla casetta dove Checco vagolava come un’anima in pena rassettando ancora e ripulendo in tutti gli angoli.

Nel guardarsi attorno col suo occhio esperimentato di donna e di massaia, Amarilli dovette convenire che Giovanni aveva fatte le cose egregiamente. La camera nuziale, il salottino, la sala grande, i corridoi, il cortile, il piccolo giardino, tutto era nuovo e fragrante, tutto era gentile.

— Editta starà bene qui — disse Bruno.

— Sì, starà proprio bene. Quella sua cameretta rosa-pallido è un vero amore; Giovanni sapeva che il rosa pallido è il colore favorito di Editta. Che cosa non sanno gli amanti? [p. 181 modifica]

— E quell’altra camera bianca e romita come la cella di una monachina, di chi sarà mai?...

— Ma... sarà la mia — disse Amarilli con un lieve rossore.

— La sua, — replicò Bruno arrestandosi di botto come se avesse udito una notizia straordinaria.

Amarilli passò avanti rapidamente aprendo altri usci, ma non vedendosi seguita ritornò sui propri passi e trovò Bruno immobile dove l’aveva lasciato.

— La sua, — tornò a dire.

Amarilli, imbarazzata, lo prese per un braccio e tirandolo dolcemente verso la finestra:

— Guardi che bell’orizzonte. Si vede la Sonna in fondo e lassù in cima il campanile di Celana.

Bruno gettò un solo sguardo fuori; si voltò subito e stando col dorso appoggiato al davanzale fece cogli occhi il giro della camera.

— Lei dunque verrà qui... Ha deciso?...

— Che domanda, signor Bruno! Sa bene che accompagno mia nipote.

Bruno non rispose. Si staccò dalla finestra e seguì lentamente Amarilli.

Visitarono i rustici, i famosi pollai, le gabbie, gli alveari. Checco accompagnandoli parlava sempre — e parlava solo. [p. 182 modifica]

Quando non restò più nulla da vedere, Amarilli consultando il suo piccolo orologio d’argento disse che bisognava andare a prendere la sposa; mancava un’ora alle nozze; il tempo esatto per fare la strada ed acconciarle sulla testa il velo bianco.

— Andiamo — mormorò — nè Editta nè Giovanni avranno trovata lunga la nostra assenza.

Un profondissimo sospiro uscì dal petto del signor Bruno. Amarilli lo guardò inquieta; varcando la soglia fece qualche raccomandazione a Checco, poi mosse frettolosa giù dal sentiero.

— Non corra tanto — le gridò Bruno.

Amarilli rallentò il passo; spezzò un ramo di robinia e si pose a strapparne macchinalmente le foglie.

— Vuole appoggiarsi? — le chiese Bruno raggiungendola e offrendole il braccio.

— No, no, oh! no! — rispose in fretta Amarilli, presa ancora dalla voglia di scappare.

— Senta — esclamò il signor Bruno — con accento che non era affatto il suo — io non posso rassegnarmi a perderla! assolutamente non posso.

Amarilli non disse nulla per la semplice ragione che non trovò nemmeno un fil di voce. [p. 183 modifica]

Bruno rimase un istante sconcertato, ma nel terrore di vedersi sfuggire Amarilli trovò il coraggio di continuare:

— Dopo la morte di mia figlia lei è stata tutta per me; la sua bontà, il suo affetto hanno consolato il mio cuore affranto; la sua intelligenza è venuta in soccorso della mia solitudine; la sua inalterabile dolcezza ha sopportato i tristi giorni passati al mio fianco. Signora Amarilli, io non ho più al mondo nessun affetto e nessuna speranza fuorchè in lei. Non mi abbandoni; sia la compagna di questa mia povera vita.

Parlando così Bruno aveva rubato ad Amarilli il ramo di robinia e lo spogliava delle ultime foglie; dopo che non gli rimase fra le dita che il fusto, si decise a stringere la mano della zitella che rispose tremante a quella stretta.

Il sogno d’oro d’Amarilli si realizzava dunque completamente: una casa, dei fiori, dell’aria, del sole... e una mano nella sua mano.

Per tutto quel giorno, tacitamente essi custodirono il loro segreto.

All’altare intanto che Editta pronunciava l’eterno sì, un turbamento strano si dipinse sulla fronte di Amarilli e il signor Bruno tossì un paio di volte nascondendo gli occhi nel fazzoletto. Ma chi ci badò? [p. 184 modifica]

Margii, l’accorta Margii, quella sì colse a volo alcune parole misteriose pronunciate dai due complici dietro il battente di un uscio, e un sorriso bizzarro misto di furberia e di contentezza, crebbe l’espressione giuliva del suo volto; ma tenne la scoperta per sè fregandosi nascostamente le mani e cercando nella sua memoria la ricetta per una nuova torta.

Il resto della giornata si passò felicemente da tutti in casa del signor Bruno, che non ebbe più bisogno di sforzarsi per parere allegro.

La sera poi quando un raggio di luna cadde dall’alto delle colline nella valle, il piccolo nido si aperse e si rinchiuse pudico all’ombra degli oleandri, e gli usignoli soli, origliando tra i ragni, poterono udirne i sommessi sospiri.

FINE.