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Il matrimonio per concorso/Atto I

Atto I

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Personaggi Atto II
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ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.

Sala comune a più appartamenti, nella locanda di Filippo.

Lisetta e Filippo, por un Servitore.

Filippo. Non temete di niente, vostro padre è fuori di casa; s’egli vena (’\ noi saremo avvertiti, e possiamo parlare con libertà.)

Lisetta. Caro Filippo, non ho altro di bene che quei pochi momenti ch’io posso parlar (2) con voi. Mio padre è un uomo stravagante, come sapete. Siamo a Parigi, siamo in una città dove vi è molto da divertirsi, ed io sono condannata a stare in casa, o a sortir () con mio padre. Buona fortuna per me, che siamo venuti ad alloggiare nella vostra locanda, dove la vostra per(1) Ed.’ cit.: di caia. E s’egli verrà ecc. (2) C. s.: parlare. (3) C. s.: sortire. [p. 488 modifica] sona mi tiene luogo del più amabile, del più prezioso tratte- nimento.

Filippo. Cara Lisetta, dal primo giorno che ho avuto il piacere di vedervi, ho concepito per voi quella stima che meritate. In un mese che ho la sorte di avervi nella mia locanda, ho avuto campo di meglio conoscere la vostra bontà; la stima ( ’ ) è diventata (^) passione, e già sapete che vi amo teneramente.

Lisetta. Siate certo, che ne siete ben ^^^ corrisposto.

Filippo. Chi sa? Mi lusingo ancora, che il nostro amore possa essere consolato. Vostro padre, per quello che voi mi dite, è un uomo che col commercio ha fatto qualche fortuna, ma io pure, grazie al cielo, mi trovo assai bene ne’ miei affari; e circa alla nascita, la mia ("’), per quel ch’io sento, non può niente fare ingiuria alla vostra.

Lisetta. Sì, è vero, i principi ^’ ""’o padre sono stati al disotto della condizione in cui vi trovate: (^) quando sono venuta al mondo, egli non era che un semplice servitore di un mercadante ^^\ Con un poco di attenzione agli affari, si è acquistato del merito, e il suo padrone lo ha impiegato nel suo negozio. Ha fatto qualche fortuna, non sono come, e se lo so, non ardisco di dirlo. So che siamo passati sovente ad abitar (^^ da un paese all’altro, e) che ultimamente abbiamo lasciato Londra in una maniera che non mi ha dato molto piacere. Siamo ora a Parigi ^^^; mio padre vuol maritarmi, ma si è fitta nel capo la melanconia ^^^ di volere un genero di qualità.

Filippo. Sarà diffìcile ch’ei lo trovi: non per il vostro merito, ma per la sua condizione.

Lisetta. Eh caro amico, i danari ("^) qualche volta acciecano anche le persone di qualche rango ("), ed io ho paura di essere sagri- fìcata.

Filippo. Sapete voi quanto egli vi destini di dote? (I) Co»ì nelle ed. i cit.: nell" ed. Zatla leggesi /a prima. (2) Ed.’ c\\.: divenuta. (3) Ed.’ cit.: assai ben ecc. (4) Ed.’ cil.: e circa alla nascita mia ecc. (5) Nelle ed.’ cil. e’è punto (ermo. (6) Ed.’ cit.: mercante. (7) C. s.: abitare. (8) C. s.: Siamo arriMati a Pa- rigi ecc. (9) C. 8.: malinconia. (IO) C. s.: Eh amico, i denari ecc. (Il) C. •■: le persone di qualità. [p. 489 modifica]


Lisetta. Non saprei dirlo precisamente, ma credo che non avrà O difficoltà di arrivare a dieci o dodici mila scudi ^^\

Filippo. A Parigi una simile dote non è gran cosa; ed io, locan- diere qual sono, se mi avessi a maritare senza passione, non lo farei per minore (^) dote di questa.

Lisetta. Ecco un altro timore che m’inquieta. Dubito, s’ei qui non trova da maritarmi a suo genio, ch’ei non risolva di con- durmi (■’) in Italia, e sarebbe (^) per me il maggior dispiacere del mondo.

Filippo. Non vedreste volentieri la patria di vostro padre? Sono italiano ancor io, e vi assicuro che il nostro paese non ha niente ad (^) invidiare a qualunque altra parte del mondo.

Lisetta. Sì, è vero, vedrei volentieri l’Italia, ma.... ^^\

Filippo. Che volete dire? Spiegatevi.

Lisetta. Non la vedrei volentieri senza di voi.

Filippo. Questa vostra dichiarazione mi obbliga, m’incanta, m’in- tenerisce.

Servitore. Signor padrone, in questo punto è entrato il signor

Pandolfo. (parie)

Lisetta. Ah, che mio padre non mi sorprenda. Mi ritiro nella mia camera.

Filippo. Sì, penseremo al modo

Lisetta. Addio, addio; amatemi, che io vi (®) amo. (entra nella sua camera)

SCENA II.

Filippo, poi Pandolfo.

Filippo. Lisetta è la più amabile figliuola del mondo. Peccato ch’ella abbia un padre sì (^) stravagante.

Pandolfo. E venuto nessuno a domandare ("^) di me? (grossamente) (1) C. 8.: credo non a)>rà ecc. (2) C. s.: di arrioare ai dieci mila scudi. (3) C. s.: minor. (4) C. s.; ei non risolva di menarmi ecc. (5) C. s.: la qualcosa sarebbe ecc. (6) C. s.: da. (7) C. s.: Sì, vedrei volonìieri l’Italia... ma... (8) C. s.: cAe vi. (9) C. s.: che abbia un padre così ecc. (IO) C. s.: dimandare. [p. 490 modifica]


Filippo. Non signore, ch’io sappia: non è (’^ venuto nessuno.)

Pandolfo. Diamine! doveva pur essere capitato. (inquietandosi)

Filippo. Signore, avete voi qualche cosa che v’inquieta, che vi disturba (2)?

Pandolfo. Bella domanda! Chi ha una figlia da maritare, non manca d’inquietudini, d’imbarazzi (^X)

Filippo. (Meschino me!) Attendete voi qualcheduno per rapporto a vostra figliuola (’’’?)

Pandolfo. Signor sì.

Filippo. La volete voi maritare? (con premura)

Pandolfo. Signor sì.

Filippo. Avete ritrovato il partito? (come sopra)

Pandolfo. Lo ritroverò (’l)

Filippo. Signore, se vi contentate ch’io vi faccia una proposizione

Pandolfo. Non ho bisogno delle vostre proposizioni. Maritando mia figlia, scusatemi, non voglio passare per le mani d’un locandiere.

Filippo. Signore, convien ^^^ distinguere locandiere da locandiere....

Pandolfo. Tant’è. Ho trovato (^) io la maniera di procurare a mia figlia il miglior partito (®), sicuro di non ingannarmi, sicuro di non perdere il mio danaro, e sicuro di aver (^^ un genero di mia) piena soddisfazione.

Filippo. Fosso sapere il come?

Pandolfo. Il come, il come voi (’°) lo saprete, (grossamente (’ ^)

Filippo. (La sua maniera villana non mi dà campo per ora di) dichiararmi; ma non perdo la speranza per (’^’ tutto questo).

SCENA III.

Il Garzone dello stampatore, e delti.

Garzone. Signori, fatemi la grazia ^^^ di dirmi qual (’’’) è la ca- mera del signor Pandolfo. (I) C. t.: No signore: ch’io sappia non i ecc. (2) C. i.: turba. (3) C. s.: non manca mai ni inquietudini, ne imbarazzi. (4) C. 9.; figlia. (5) C. s.: troverò. (6) C s.: conviene. (7) C. s.: ritrovalo. (8) C. s.: (7 miglior partito del mondo. Sicuro) di non ecc. (9) C. s.: avere. (IO) C. s.: Il come voi ecc. (Il) C. s.: rozzamente. (12) C. ».: con. (13) C. 9.: fatemi grazia ecc. (14) C. s.: quale. [p. 491 modifica]


Pandolfo. Eccomi qui, non mi vedete?

Garzone. Scusatemi. (’) lo non avea l’ cnor di conoscervi. Mi manda da voi monsieur de la Griffe

Pandolfo. Lo stampatore?

Garzone. Sì signore, lo stampatore.

Pandolfo. Buono! questi (^) è il giovane ch’io aspettava, (a Filippo)

Filippo. (Qual rapporto può egli avere con sua figliuola (^)?)

Garzone. Voi siete stato servito. Eccovi una copia de’ piccioli affissi, (’^^ in cui troverete l’articolo che gli avete ordinato, (gli dà) un foglio stampato.

Pandolfo. Ma no, il vostro padrone è una bestia, non mi ha capito; gli ho detto ch’io voleva l’articolo della gazzetta.

Filippo. Signore, non v’inquietate. Poiché quel foglio che in Italia si chiama la gazzetta, qui passa sotto il nome de’ piccioli affissi.

Pandolfo. Ho capito. Vediamo se va bene, o se vi son degli errori.

Filippo. Avete voi perduto qualche cosa? Volete vendere? Volete ^^^ comprare?

Pandolfo. No no, si tratta di maritare mia figlia.

Filippo. Ma come?

Pandolfo. Sentite. Avviso al pubblico. (^) « E arrivato in questa » città un forestiere di nazione italiano, di professione mercante, » di una fortuna mediocre, e di un talento bizzarro. (^) Egli ha » una figlia da maritare, di età giovane, di bellezza passabile, » e di grazia ammirabile. Statura ordinaria, capello castagno, » bei colori, occhio nero, bocca ridente, spirito pronto, talento » raro, e del miglior cuore del mondo. 11 padre le darà la » dote (®) a misura del partito che si offrirà di suo genio, e di » quello della figliuola. Sono tutti due ^’^^ alloggiati alla locanda (1) Nelle ed.’ cit. c’è qui la virgola. (2) C. 9.: Questo. (3) C. s.: figlia. (4) Nelle cit.e ed. i, subito dopo queste parole, segue PandoKo: Ho capilo. Vediamo se va bene, e se Vi sono errori ecc. (5) C. s: Votele vendere, o votele ecc. (6) Nelle ed.’ cit.^ mancano le parole: Avviso at pubblico. (7) Nelle ed.’ cit. e ci sono qui due punti. (8) C. s.: di dote. (9) C. s.: lulli e due. [p. 492 modifica]


» dell’Aquila. Colà potranno addrizzarsi quei che la volessero » in isposa, e saranno ammessi al concorso ». Ah! cosa ne dite? L’ho trovata io la maniera?

Filippo. Signore, scusatemi, voi volete mettere in ridicolo la vostra figliuola (’\)

Pandolfo. Eh, cosa ^^^ sapete voi? Non sapete niente. A Londra dove sono stato, e da dove ora vengo, si mette tutto quello che si vuole su questi fogli, ed a Parigi si fa lo stesso.

Filippo. A Parigi si mette tutto sui piccioli affissi, e sono fogli molto utili per la ^^^ città, ma non si mettono le figliuole ("’) da maritare.

Pandolfo. Ed a Londra anche le figliuole (^) da maritare.

Filippo. Vi assicuro che questa cosa

Pandolfo. Vi assicuro che così va bene, che così mi piace, e non voglio altri consigli, (a Filippo) Dite al vostro padrone che son contento, e lo pagherò. (al garzone)

Garzone. Mi comanda altro?

Pandolfo. Non altro.

Garzone. Mi favorisce qualche cosa per bevere?

Pandolfo. Oibò, vergogna (^), domandar per bevere! E una vil- lania.

Garzone. O per bevere, o per mangiare.

Pandolfo. Tenete. (gU dà due ioidi)

Garzone. (Due soldi!) Viene da Londra vossignoria?

Pandolfo. Sì, vengo da Londra.

Garzone. E ha imparato a regalare due soldi?

Pandolfo. E voi dove avete imparato a mettere il prezzo alla cortesia?

Garzone. Signore, quel che voi dite non s’impara e non si usa in veruna parte, ma una mancia di due soldi avvilisce chi la fa, e mortifica chi la riceve, (gitta i due soldi per terra, e parie ^^\) ( 1 ) C. s.: in ridicolo vostra figlia. (2) C. 5.: £ cosa ecc. (3) C. ».: alla. (4) C. •.: ma non vi si mtlte le figlie. (5) C. s. -.figlie. (6) C. s.: Oibò I vergognai ecc. (7) Nelle ed.’ cit. si legge soltanto: parte. [p. 493 modifica]


SCENA IV.

Pandolfo e Filippo.

Pandolfo. Oh r impertinente! (’)

Filippo. Eh signore, la gioventù di questo paese ha dello spirito e del sentimento.

Pandolfo. Tanto meglio per loro (2)^ non me n’importa un fico. Voglio andar (^^ a leggere a mia figlia il capitolo della gazzetta ("♦), e prevenirla perchè stia preparata.

Filippo. Voi le darete una mortificazione grandissima.

Pandolfo. Che mortificazione! ella non amerà meglio che di vedersi in istato di scegliere fra cento concorrenti che le ver- ranno d’intorno. Ringrazierà suo padre che pensa a lei, che pensa al suo bene, alla sua fortuna. So quel che faccio, so quel che penso. Ho viaggiato il mondo, ho del talento, ho delle cognizioni bastanti, e voi non sapete far altro che dei cattivi ragù col lardo, e mettere (5) delle droghe nel vino. (entra ("’in camera)

SCENA V.

Filippo, por il Servitore.

Filippo. E veramente un villano; la maniera incivile con cui mi tratta, non mi dà coraggio (^) di domandargli (8) sua figlia (^); son sicuro che mi direbbe di no, e mi obbligherebbe forse a qualche risentimento. Ciò non ostante, non voglio abbandonare l’idea, gli farò parlare da qualcheduno, che forse Io metterà alla ragione. /:i\,-^’^ ’^^"^ ^^■’ "■’■ ’^’’’’ ’°’’»"’° • Jmperlinente I (2) Nelle ed.i cit. e’è il punto fermo. (3) C. ».: andare. (4) C. s.: delle gazzelle. (5) C. s.: de’ cattivi ragù, e rrìeitere ecc. j 11 ’’’c.^"’ ^^^ ^’ ’■• ’^’""^° ^ coraggio. (8) Cosi corregge Ernesto Masi nel voi. II della sua Scella di commedie di C. G., Firenze. 1897. Neil’ed. Zatta leggesi domandarle. nelle ed." cit. dimandargli. (9) Nelle ed.’ cit. terminano qui le parole di Filippo, e segue il iervitore: Signore, sono arrivali ecc. [p. 494 modifica]


Servitore. Signore, sono arrivati due forestieri, un uomo avanzato ed una donna giovine, e domandano due stanze unite O.

Filippo. Bene, daremo loro quel picciolo appartamento; (lo accenna) fateli venire. (Il servitore parte) In ogni caso ^^^ di resistenza, Lisetta mi ama, ed il padre non potrà obbligarla a maritarsi contro la di lei volontà.

SCENA VI.

Anselmo e Doralice Ja viaggio. Il Servitore della locanda, un facchino col baule (^^ e FILIPPO ("’). Il SERVITORE ed il facchino col baule passano a dirittura nell’appartamento accennato.

Filippo. Servitore (^) umilissimo di lor signori. Restino serviti (^\) favoriscano vedere se quell’appartamento conviene al loro gusto e al loro bisogno.

Anselmo. Siete voi il padrone dell’albergo?

Filippo. Per obbedirla.

Anselmo. Questa giovane è mia figliuola, onde vorrei due camere r una dentro dell’altra ^^\

Filippo. Quell’appartamento è a proposito. Si dia l’incomodo di vederlo.

Anselmo. Andiamo, figliuola (^), ho piacere che siate anche voi soddisfatta (^).

Doralice. Se è un appartamento di (’) libertà, sarò contentissima, (Anselmo e Doralice entrano nelV appartamento ’ ’)

SCENA VII.

Filippo, poi il Servitore ed il facchino (">.)

Filippo. E vero che in Francia non si può maritare la figlia ^’^^ ( 1 ) C. s.: e dimandano due stanze civili, ed vnile. (2) C. ».: In caso ecc. (3) C. s.: t>aulo. (4) Segue nelle ed.’ cit.: accennando l’appartamento. II resto manca. (3)C. s.: ServitoT. (6) Nelle ed.’ cil. c’è il punlo (ermo. (7) C. ».: onde vorrei l’una dentro dell’altra camera. (7) C. 9. -.figlia. (8) C. s.: soddisfatta e contenta. (9) C. «.: con. (IO) Nelle ed.’ cil. leggesi soltanto: Entrano. (Il) Nelle ed.’ cit. si aggiunge: dall’appartamento. (12) C. s.: le figlie. [p. 495 modifica] senza il consenso del padre, e se ci maritassimo senza di lui, il matrimonio sarebbe nullo; ma non arriva l’autorità del padre ad obbligare la figlia a maritarsi per forza, (esce il facchino dalla) camera, e parte ^ ’.

Servitore. Mi pare che l’appartamento non gli dispaccia, (a Filippo)

Filippo. Tanto meglio. Hanno detto come vogliano esser (^) serviti?

Servitore. Parleranno con voi.

Filippo. Benissimo. Ecco il padre. ((7 servitore parte)

SCENA VIII.

Filippo ed Anselmo.

Filippo. E bene, signore, siete voi contento?

Anselmo. Contentissimo (^^; quanto vi dovrò contribuire per l’ap-) partamento?

Filippo. Contate di trattenervi qui molto ("’) tempo?

Anselmo. Non lo so ancora precisamente. Ho degli affari da con- sumare. Può essere ch’io resti poco, e ch’io resti molto.

Filippo. Non s’inquieti per questo ^^\ Ella ha da fare con un galan- tuomo. Sono buon italiano. Mi pare (^) dal linguaggio, che anche vossignoria sia della stessa nazione ^^\

Anselmo. Sì, è verissimo (®). Sono italiano ancor io.

Filippo. Viene d’Italia presentemente?

Anselmo. No, vengo di Spagna (^); vorrei sapere a press’a poco quanto dovrò pagar per (’^^ l’alloggio.)

Filippo. Se si tratta a mese, non posso far a meno (") per quelle due camere di quattro luigi (’^^ il mese.)

Anselmo. Che sono all’incirca (’^) otto zecchini e ’’) di nostra moneta. (1) C. s.: parie il facchino. (2) C. s.: voglion restar ecc. (3) Nelle ed.’ cit. c’è il punto fermo. (4) C. s.: lungo. (5) Nelle ed.’ cil. c’è punto e virgola. (6) C. «.: Son buon italiano; mi pare ecc. (7) C. s.: sia tale. (8) Nelle ed.’ cit. ci sono i due punti. (9) Nelle ed." cit. e’è il punto fermo. (IO) C. s.: dovrei pagare di ecc. (Il) C. s.: far meno. ( 1 2) Luigi d’oro: 24 lire tornesi (lira tomese: 20 soldi francesi). (13) C. s.: Che sono incirca ecc. (14) Zecchino d’oro: 22 lire venete (lira veneta: 20 soldi veneti,) pari a lire italiane 0,546). [p. 496 modifica]


Filippo. Così è per l’appunto (’). Oh benedetti siano i nostri zec- chini: è vero che non arrivano alla metà del luigi, ma qui si spende un luigi, come da noi si spende un zecchino.

Anselmo. Credo tutto ciò, ma quattro luigi il mese mi pare troppo.

Filippo. Signore, nelle locande non si può spender meno. Se va in una casa particolare, spenderà la metà; ma poi non sarà servita. Converrà si provveda il mangiare altrove, o che se lo faccia da sé, e vi vorrà un servitore, e i servitori a Parigi costano assai, e non fanno niente. Io sono locandiere e trattore, e la servirò ad un prezzo assai conveniente.

Anselmo. Che vuol dire, a qual prezzo mi darete voi da mangiare?

Filippo. Vuol pranzo e cena?

Anselmo. No no, per il pranzo solo.

Filippo. Quanti piatti?

Anselmo. Una cosa onesta.

Filippo. Una buona zuppa

Anselmo. Zuppa, zuppa, sempre zuppa (^); non si potrebbe man- giare quattro (^^ risi alla veneziana?)

Filippo. La servirò di riso, s’ella comanda, ma qui poco si usa, e quando si dà, si fa cuocere quanto ^^^ il bue. Però so il co- stume d’Italia, e sarà servita. Le darò un buon bollito, un’an- tremè ^^\ un arrosto...

Anselmo. Cosa significa un antreme?

Filippo. Un piatto di mezzo. Le darò le frutta, il formaggio, la fornirò di pane, di vino ^^^; e non mi darà che sei lire al giorno per due persone.

Anselmo. Sei lire di Francia, che sono dodici di Venezia (^\)

Filippo. Si signore, questo è il meno che qui possa spendere.

Anselmo. (Ho capito, ci resterò poco (^); le mie disgrazie non mi permettono di soffrir questa spesa).

Filippo. E contento, signore? (1) Nelle ed.’ cit. sì legge: Così è per appunto. Poi Filippo segue a dire: Vuol pranzo o cena? Manca il resto. (2) Nelle ed.’ cit. e’è punto fermo. (3) C. s.: due. (4) C. i.: come. (5) Così il lesto, per eniremels. (6) C. s.: di pane e di vino ecc. (7) Nelle ed.’ cit. c’è punto interrogativo. (8) Nelle ed.’ cit. c’è punto (ermo.) [p. 497 modifica]


Anselmo. Bene bene, sopra di ciò parleremo (’); avrei bisogno di andare subito in (^) qualche parte della città, per ritrovare alcuni miei amici e corrispondenti.

Filippo. Perdoni, vossignoria è negoziante ^^^?

Anselmo. Sì, negoziante (ma sfortunato). Vorrei qualcheduno che m’insegnasse le strade.

Filippo. Parigi è grande; s’ella ha da girare in più d’un quar- tiere, la consiglio di prendere una carrozza (’^l)

Anselmo. E quanto si paga di una ^^^ carrozza?

Filippo. Se vuole una carrozza che chiamasi di rimessa, si prende a giornata, e costa dodici franchi il giorno.

Anselmo. Ventiquattro lire di Venezia!

Filippo. Se vuole un fìacher ^^\ ch’è una carrozza un poco male montata, ma di cui tutt’i galantuomini se ne possono onesta- mente servire, questa si paga a ragione d’un tanto (^) l’ora. Ventiquattro soldi di Francia la prima ora, e venti soldi per ogni ora che seguita.

Anselmo. Benedetta la gondola di Venezia! con quaranta soldi di Francia, mi serve dalla mattina alla sera. Fatemi il piacere di ritrovarmi un fìacher.

Filippo. Vado a servirla immediatamente (®). Ah signore, chi dice male della nostra Italia ^’^\ è indegno di vivere a questo mondo. (parte)

SCENA IX.

Anselmo, poi Pandolfo.

Anselmo. Oh, Italia, Italia! quando avrò il piacere di rivederti?

Pandolfo. (Sortendo dalla camera viene parlando verso la porta da) dove esce C^^) Sciocca! stolida! imprudente! non meriti l’atten- (I) Nelle ed.’ cil. c’è punto fermo. (2) C. s.: di andare ecc. (3) C. s.: è negoziante vossignoria? (4) C. s.: la. (5) Nelle ed.’ cil.: E quanto si paga una carrozza? Segue Filippo: Ve ne sono di 24 lire Veneziane al giorno. Prendendo Jiacher, che è una carrozza un poco male montala ecc. (6) Così il lesto, per fiacre. (7) C. 9.: 5/ paga a un tanto ecc. (8) C. s.: Vado subito a servirla. Ah! signore ecc. (9) C. s.: dell’Italia. (10) Nelle ed.’ cit. si legge solo: Parlando verso la porta della camera. m m [p. 498 modifica] zione, la bontà che ha per te tuo (’) padre. Ma la farò fare a mio modo.

Anselmo. (Vien gente, sarà bene (^^ ch’io mi ritiri in camera ad) aspettar la carrozza). («’incammina verso V appartamento)

Pandolfo. Non si poteva immaginare un espediente più bello per maritarla (^), ed ella si chiama offesa. Balorda, ignorante ^^\

Anselmo. (Cosa (^) vedo? Pandolfo? E egli sicuramente).

Pandolfo. (Finalmente comando io).

Anselmo. Pandolfo!

Pandolfo. Oh, signor Anselmo! (^)

Anselmo. Voi qui?

Pandolfo. Voi a Parigi? Oh che piacere (^) ch’io provo nel rive- dervi! Lasciate che vi dia un abbraccio (®\ [vuol abbracciarlo)

Anselmo. Oh, oh, Pandolfo! gradisco il vostro buon cuore, ma voi non mi avete mai abbracciato ^ ^ con simile confidenza.

Pandolfo. E vero, ma ora non sono più quel ch’io ero (’^) una volta.

Anselmo. E che cosa siete poi diventato? (")

Pandolfo. Con vostra buona grazia mercante (’^). (con un poco d’orgoglio)

Anselmo. Bravo, mi consolo infinitamente con voi. Siete ricco?

Pandolfo. Non sono ricchissimo, ma ho una figlia da maritare, alla quale potrò dare, senza incomodarmi, dodici mila scudi di dote.

Anselmo. E come avete fatto ad ammassare tutto questo danaro? I vostri principi sono stati meschini.

Pandolfo. Vi dirò: io ho avuto l’onore di essere impiegato nel vostro negozio

Anselmo. E prima nella mia cucina.

Pandolfo. Non prendiamo le cose sì da lontano (’^^; quando mi sono) licenziato da voi a Barcellona, io aveva messo da parte qualche danaro (’’’) (1) C. s.: per le un ecc. (2) C. $.: Vien genie: sarà meglio ecc. (3) C. ».: per marnarla bene. (4) C. ».; Balorda I ignoranle I sciocca I Segue 1" indicazione: parlando come sopra. (5) C. ».: Che fedo? (6) C. >.: Signor Anselmo! (7) C. >.: oh che piacere, oh che conlenlo ch’io provo ecc. (8) C. s.: che io vi abbracci. (9) C. s.: abbraccialo mai. (IO) C. 6.: quel che ero. (1 1) C. ».: siele eoi divenulo. (12) C. ».: un mercante. (13) C. 9.: così di lontano. Quando ecc. (14) C. s.: gualche danaro; così... sì signore.. [p. 499 modifica]


Anselmo. Danaro tutto bene acquistato? Avete voi alcun rimorso d’avermi un poco rubato? O

Pandolfo. Non m’interrompete. Lasciatemi continuare il filo del mio discorso. In sei anni ch’io sono stato al vostro servizio, ho appreso qualche cosa a negoziare, (^) ho approfittato delle vostre lezioni....

Anselmo. E del mio danaro, non è egli vero?

Pandolfo. Ma non m’interrompete, vi dico, (con un poco di col-) lera (^) ) Sono andato a Cadice, poi sono passato a Lisbona, e di là mi sono trasportato in Inghilterra. Per dirvi la verità, in con- fidenza, per tutto ho avuto delle disgrazie, e a forza di disgrazie sono arrivato ad esser padrone di qualche cosa ^^^.

Anselmo. Amico, io non invidio (^) niente la vostra fortuna. Anzi ^^^ vi dirò, che di me è avvenuto tutto al contrario (^^; la guerra ha) interrotto il commercio (®^ gli affari miei sono andati male. I cre-) ditori mi hanno pressato, ho pagato tutti, e per non fallire sono restato, posso dir, senza niente.

Pandolfo. Signor Anselmo, permettetemi ch’io vi dica ^^^ una cosa, con tutta quella sincerità e quel rispetto che ancora vi devo.

Anselmo. Parlate, che cosa mi vorreste voi dire?^’’^)

Pandolfo. Voi non avete mai saputo fare il negoziante.

Anselmo. E come potete voi dir (") di me questa cosa?

Pandolfo. Scusatemi, siete troppo galantuomo.

Anselmo. Sì signore. Io sono (’2) e mi pregio di esserlo. Amo meglio di aver rinunziato i miei beni, ed avermi conservato il buon nome. Ho dei crediti ^’^^in Francia, procurerò di ricavarne quel che potrò, cercherò di dare stato alla mia figliuola (’’’\ ed io mi) ritirerò in Italia a vivere onoratamente, senza macchie, senza rimproveri, e senza rimorsi. (I) C. s.: di avermi nienle rubalo? (2) Nelle ed.> cit. e" è punto fermo. (3) Nelle ed.’ eli. leggesi: adirato. (4) C. s.: ad essere padrone di qualche somma. (5) C. s.: non intendo. (6) C. 5.: Anzi io ecc. (7) Nelle ed.’ cit. e" è punto fermo. (8) Nelle ed.’ cit. c’è punto fermo. (9) C. s.: vi possa dire. (10) C. s.: vorreste dire? (1 1) C. s.: </rre. (12) C. s.;.Sì signore, lo sono ecc. (13) C. s.; e di avermi conservato il buon nome. Ho dei creditori ecc. (14) C. s.: Figlia. [p. 500 modifica]


Pandolfo. Passiamo ad un altro discorso. Avete qui con voi la vostra figliuola (’)?

Anselmo. Sì signore, ella è qui con me, e siamo alloggiati in queir appartamento ^^\

Pandolfo. Ed io in questo: tanto meglio, siamo vicini. Voglio andare a far (^) il mio debito colla signora

Anselmo. No, no, vi ringrazio. ^^^ Non mancherà tempo. Ella è stanca dal viaggio, ed ha bisogno di riposare.

Pandolfo. Volete voi venire a veder mia figlia?

Anselmo. La vedrò con più comodo, (^) attendo una carrozza per andare a girare per la città; ^^^ mi preme di veder subito qual- cheduno.

Pandolfo. Mia figlia e vostra figlia si tratteranno; staranno insieme, saranno amiche.

Anselmo. Sì sì, amiche come vi piace.

Pandolfo. Ci avreste qualche difficoltà? Sono ancor io mercante.

Anselmo. Sì, un poco fallito, ma non vi è male.

Pandolfo. Eh, se tutti quelli che hanno fallito....

SCENA X.

Il Servitore di locanda, e detti

Servitore. Signore, il fiacher è alla porta, che sta aspettando.

Anselmo. Vengo subito, (s’incammina verso V appartamento; servitore) parie.

Pandolfo. Avete bisogno di qualche cosa?

Anselmo. Niente; obbligato. Vado a prendere certe carte. Vado ad avvisare ^^^ mia figlia, e parto subito, (entra ^^^ in camera) (1) C. ».: Figlia. (2) Nelle ed.’ cit. segue l’indicazione: accenna il suo appartamento. (3) C. 8.: fare. (4) Nelle ed.’ cit. c’è punto e virgola. (5) Nelle ed.’ cit. e" i punto ermo. (6) C. ». (7) C. ».: Vado avoisare. (8) C. ».: va. [p. 501 modifica]


SCENA XI.

Anselmo, poi Pandolfo.

Pandolfo. Il signor Anselmo conserva sopra di me quella supe- riorità con cui mi trattava O una volta. Ma adesso io ho più denari di lui (2), g chi ha danari è signore, e chi n’ha di più, è più signore (3), e chi non ne ha, non è più signore.

Anselmo. Presto presto, che r ora passa, e vi vogliono ventiquattro soldi di Francia per la prima ora. (incamminandosi)

Pandolfo. Una parola, signor Anselmo.

Anselmo. Spicciatevi.

Pandolfo. Voglio maritare mia figlia.

Anselmo. E bene?

Pandolfo. Ci saranno moltissimi pretendenti.

Anselmo. L’ho a caro. (come sopra)

Pandolfo. E saranno ammessi al concorso.

Anselmo. E così?

Pandolfo. Se volete concorrere ancora voi

Anselmo. Eh, ho altro in testa (’’) che le vostre pazzie. (parie)

Pandolfo. Pazzo io? Pazzo lui, che ha danari molto meno di me (5), ne mia figlia si contenterebbe di un vecchio, ne io forse mi degnerei. Eh, andiamo un poco a vedere se gli affissi cor- rono, se la gazzetta fa colpo (^), se i pretendenti si movono. Mi aspetto di vedere Lisetta (a suo dispetto, che non lo merita), mi aspetto di vederla maritata a qualche cosa di grande (^^; ed) in che è fondata la mia speranza? In tre cose, una meglio dell’altra. Nel merito della figlia (®); in dodici mila scudi di dote; e in un avviso al pubblico lavorato da questa testa (^). (jiarle) 0) C. il con cui Irallava ecc. (2) Nelle ed.i cit. c’è punto fermo. (3) Qui finiscono, nelle ed.’ cit., le parole di Pandolfo. (4) C. s.: io altro in lesta io. che le ecc. (5) Nelle ^;’ k’’,";, " ^ P""’° (’""°- (^) ^°" "^"^ ^-^ "’■ Neir ed. Zaita è stampato: fa capo. (7) Nelle ed.i cit. e è punto fermo. (8) C. s.: Ji mia figlia. (9) C. >.: da questa gran lesta. [p. 502 modifica]


SCENA XII.

Filippo, poi’^^^ Lisetta.

Filippo. (Esce dalla porta del suo appartamento, guardando dietro a) Pandolfo che parte) Se ne va l’amico. Parte; se ne va (^); se n’è andato. Sia ringraziato il cielo, (^^ veggiamo di parlare a)

Lisetta. (i’incammitìa)

Lisetta. E partito mio padre? (sulla porta) Filippo, Sì, è partito, ed ora io veniva (’’) da voi.

Lisetta. Che dite eh! della maniera indegna (^) con cui mi tratta? Sono io da far mettere sulla gazzetta? (^)

Filippo. Io ci patisco niente meno di voi, e vi assicuro che com- prerei questi fogli a costo di sagrificar tutto il mio. Ma il male è fatto, ed è inutile per questa parte il rimedio. (^^ A quest’ora) ne sarà pieno tutto Parigi. Gli uomini deputati alla distribu- zione di questi fogli, corrono per tutti i quartieri. I curiosi li aspettano con impazienza, e se un articolo novo interessa, non si parla di altro in tutta quella giornata. So come sono a Parigi, aspettate di essere visitata da più d’uno.

Lisetta. Venga chi vuole, io non mi lascierò (®) veder da persona. Una giovane onorata non deve essere esposta e messa in ridi- colo in tal (^) maniera.

Filippo. Figuratevi qual pena avrei io medesimo, veggendovi in un tale imbarazzo. Vi è nota la mia passione. ("^^ Sapete quale) interesse io abbia nel vostro decoro e nella vostra tranquillità.

Lisetta. Liberatemi, per carità, da un si duro impegno. Provate almeno, fatemi domandare a mio padre.

Filippo. Lisetta carissima, io veniva appunto per dirvi che il passo è fatto. Ho pregato una persona di autorità e di credito, (I) C. s.: e. (2) Nelle ed.’ cil. ci punto fermo. (3) Nelle ed.’ cit. c’è punto fermo. (4) C. s.: ed io veniva ora ecc. (5) C. s.; Che dtte detta maniera ecc. (6) C. s.: sutle gazzelle > (7) Nelle ed.’ cil. Filippo così seguita: So come jono a Parigi ecc. Il resto manca. (8) C. s.: lascio. (9) C. s.: questa. (IO) Nelle ed.’ cit. Filippo aggiunge: Sappiale che non to saprei sopportare. Sapete qual Intercise ecc. [p. 503 modifica] perchè ne parli al signor Pandolfo; mi ha promesso di farlo subito, e può essere che lo farà; O ma voi ancora, dal canto vostro, non mancate di appoggiare colle vostre preghiere la mia domanda.

Lisetta. Si, lo farò con tutto l’animo, con tutto il calore. Pre- gherò, piangerò, griderò, se occorre. So piangere e so gridare, quando bisogna ^^\

SCENA XIII.

Roberto e detti.

Roberto. Monsieur Filippo, vi riverisco.

Filippo. Servitor umilissimo, signor Roberto.

Lisetta. (Chi è questi?) (piano a Filippo)

Filippo. (Un italiano: non abbiate soggezione), (a Lisetta, piano) Ha qualche cosa da comandarmi? (a Roberto)

Roberto. Vi dirò, caro amico, ho veduto nei piccioli affissi una certa novità che mi ha fatto ridere. Si dice che nella vostra locanda vi è una giovane (^) da maritare, e ch’ella ^^^ è esposta al concorso. La curiosità mi ha spronato, mi son trovato per i miei affari da (^) queste parti, e sono venuto a vederla.

Lisetta. (Povera me! non so come abbia da (^) regolarmi), (da sé)

Filippo. (GÌ’Italiani non sono meno curiosi dei Parigini).

Roberto. E bene, monsieur Filippo, si può avere la grazia di vedere questa giovane?

Filippo. Signore, io non so chi ella sia, io non so di chi voi par- late (^); la mia locanda è piena di forestieri, e non conosco la persona che voi cercate.

Roberto. E impossibile che non lo sappiate.... (Ma alla descri-) zione della persona, ai segni rimarcati nel foglio, mi pare quella senz’altro), (osservando ^ ’ Lisetta, e passa nel mezzo e si accosta a) (I) Nelle ed.’ cit. c’è punto fermo. (2) C. s.: Pregherò, piangerò, griderò. So pian- gere e 30 gridare se occorre. (3) C. s.: Ci sia una ragazza ecc. (4) C. s.: che ella. (5) C. 5.: in. (6) C. s.: come fare a ecc. (7) C. ».: oi parliate. (8) C. ».: osserva. [p. 504 modifica] lei) Scusatemi, signora mia, dell’ardire: sareste voi per avven- tura la bella e graziosa giovane, di cui ho letto con mio piacere r avviso al pubblico?

Filippo. (Che tu sia maladetto!)

Lisetta. Signore, io non sono ne bella, ne graziosa; per conse- guenza non sono quella che voi cercate.

Filippo. Non signore O, non è quella altrimenti. Voi domandate (^) di una giovane da marito, e quella è di già maritata, (fa cenno) a Lisetta.

Lisetta. Così è, padron mio, sono maritata. (Bravo Filippo, ca-) pisco il gergo (^) ).

Roberto. Nuovamente vi chiedo scusa, se ho fatto di voi un giu- dizio che non vi conviene. In fatti non si può sentire cosa più ridicola al mondo. Pare imposssbile che si trovi un padre sì sciocco, che voglia esporre in cotal guisa una figlia.

Filippo. Non può essere che uno zotico, un ignorante, una bestia.

Roberto. Ma non carichiamo il padre soltanto; convien dire che anche ^^^ la figlia, poiché lo soffre, non abbia miglior talento e miglior riputazione.

Lisetta. Oh, in quanto a questo, signore, voi pensate male e parlate peggio. Il padre può essere capriccioso, può aver fatto ciò senza il consenso della figliuola (^); ella può essere savia, ragionevole e onesta ^^\ e non si giudica male delle persone che non si co- noscono, (con sdegno)

Roberto. Signora, voi vi riscaldate sì fortemente, che mi fate credere che la conosciate. Fatemi il piacere di dirmi chi ella sia.

Lisetta. Io non la conosco altrimenti; e se parlo, parlo per onore del sesso.

Filippo. (Bravissima! non si porta male).

Roberto. Lodo infinitamente il vostro zelo e il vostro talento; ^^^ posso esser degno di sapere almeno chi siete voi? (1) C. s.: No, signore. (2) C. s.: dimandate. (3) C. s.: il ripiego. (4) C. ».: Conviene che anche ecc. (5) C. s.: figlia. (6) C. s.: ragionevole, oneala. (7) Nelle ed.’ cit. e’è punto leraio. [p. 505 modifica]


Lisetta. Io? Sono maritata (’), e non vi può niente interessare la mia persona. (^)

Roberto. Via, signora, non siate meco sì austera; e chi è il vostro signor marito?

Lisetta. Che cosa importa a voi di conoscere mio marito?

Filippo. Oh via, il signor Roberto è mio padrone e mio buon amico. Bisogna soddisfarlo, bisogna dirgli la verità. Quella è mia moglie.

Roberto. Vostra moglie?

Lisetta. Sì signore, sua moglie.

Roberto. Me ne consolo infinitamente. E lungo tempo ch’è vostra moglie?

Filippo. Un anno incirca, non è egli vero, Eleonora?

Lisetta. Sì, un anno e qualche mese; comanda altro, signore?

Roberto. Vi supplico appagare la mia curiosità. Vorrei poter dire di essere stato il primo a vederla.

Lisetta. Chi?

Roberto. La giovane degli affissi.

Lisetta. Ella? Ditemi in grazia, signore: sareste voi in grado di sposare una giovane esposta in una maniera da voi medesimo condannata?

Roberto. 11 cielo mi liberi da un tal pensiero. Son (^) un uomo d’onore, sono un negoziante assai conosciuto da monsieur Filippo, son qui venuto per bizzarria, per capriccio, per divertirmi, per burlarmi di un padre sciocco e di una figlia ridicola.

Lisetta. Mi maraviglio di voi, che abbiate tai sentimenti. Gli uomini d’onore non si devono burlare delle figlie onorate. La vostra è un’azione pessima, e un’intenzione maligna. S’io fossi ( ) quella tale che voi cercate ^^\ saprei trattarvi a misura del vostro merito, e vorrei farvi imparare, se noi sapete, che le donne si trattano con pulizia, con civiltà ^^^ e con rispetto, (parte, ed entra) nella sua camera ’ ’. (I) C. s.: Io sono marilala. (2) Dopo queste parole di Lisetta, nelle ed.’ citatesi salta alle parole di Roberto: Il cielo mi liberi ecc. (3) C. s.: 5ono. (4) C. s.: un’azione pessima, un’azione maligna. Se fossi ecc. (5) C. s.: cAe cercate ecc. (6) Nelle ed.’ cit. qui finiscono le parole di Lisetta. (7) C. s.: va in camera. [p. 506 modifica]


SCENA XIV.

Roberto e Filippo.

Roberto. E un diavolo questa vostra moglie (’).

Filippo. Dello spirito (^^ non gliene manca.)

Roberto. Ma dalla maniera sua di parlare, capisco ch’ella asso- lutamente (^) conosce la giovane di cui si tratta, e voi la cono- scerete al pari di lei (’’) e quando un galantuomo vi prega, mi pare che non dovreste fare il prezioso.

Filippo. Gli (^) replico ch’io non ne so niente, e ciò le dovrebbe bastare.

Roberto. (^) No, non mi basta.

Filippo. Se non le basta, non so che farle. Perdoni, ho i miei affari, non posso più trattenermi. (Per questa volta è passata ^^^) bene). (entra nel suo appartamento)

SCENA XV.

Roberto, poi Doralice.

Roberto. Possibile che gli affissi mentiscano? Sarebbe una cosa strana. Potrebbe anche darsi che la giovane fosse qui, e Filippo e sua moglie non lo sapessero. Ma anche questo pare impos- sibile. Vi sarà sotto qualche mistero, ^®) avranno impegno per qualcheduno.... (^) Ma io perchè mi scaldo la fantasia per si poco? Cosa perdo se non la vedo? Perdo un semplice divertimento, una cosa da niente. Ma tant’è, sono in impegno. Pagherei dieci luigi per appagare la mia curiosità. (I) C. s.: quella donna. (2) C. s.: Certo che dello ecc. (3) C. s.: che asso- lutamente ecc. (4) Segue nelle ed.’ cil.: Ma ditemi, con chi è maritata quella donna? Conoscete il di lei marito? Di grazia, appagate la mia curiosità, e toccante poi a quella degli affissi, non mi pare che meco dovreste fare il prezioso. Filippo. Oh bene, sappia adunque che quella che è partita è mia moglie, e che di quella degV affissi gli replico che io non ne so niente ecc. (3) Il Masi, ed. cil, corregge: Le. (6) Nelle ed.’ cil. Roberlo dice: Come /... quella vostra moglie?... da quando in qua?... Ma no, non mi basta di saper tanto poco... Filippo. Se non le basta ecc. (7) C. ».: assai bene. (8) Nelle ed.’ cil. e’è punto (ermo. (9) C. t.: per qualcheduno... e forse... ma io perchè ecc. [p. 507 modifica]


Doralice. (Dalla porta della sua camera, che viene da lei aperta) Ehi della locanda? Camerieri vi è nessuno? O

Roberto. (Oh ecco un’altra donna; sarebbe questa per avven-) tura (^) la giovane degli affissi?)

Doralice. (Questa è una miseria. Non si può avere un servigio.) Pregherò mio padre che non mi lasci più sola).

Roberto. (Farmi di riconoscere ancora in questa dei contrassegni) indicati).

Doralice. Ehi dell’albergo? (chiama forte)

Roberto. Signora, comandate voi qualche cosa? Posso io aver (^) r onor di servirvi?

Doralice. Scusatemi, signore, avrei bisogno di un servitore.

Roberto. Andrò io a chiamarlo, se comandate.

Doralice. Oh no, vi supplico, non v’incommodate per me.

Roberto. Lo farò col maggior piacere del mondo. Ditemi che cosa vi occorre, (’’) darò io i vostri ordini, se vi contentate,

Doralice. Vi ringrazio, signore.

Roberto. Vi supplico instantemente. DoR ALICE. Per dirvi la verità, vorrei che un servitore mi portasse un bicchiere di acqua.

Roberto. Sarete servita immediatamente. (Se è quella, mi pare) che abbia del merito. Mi piace infinitamente (^) ). (parte per la) porta di Filippo ^^K

SCENA XVI.

DoRALicE, poi Roberto, e por Il Servitore della locanda.

Doralice. Mi rincresce infinitamente dover incommodare (^) una persona ch’io (^) non conosco, ma la necessità mi obbliga a pre- valermi della sua gentilezza.

Roberto. Signora, voi sarete tosto servita. (’) ^" ’■’ ^""’"•"^^ ^i è nessuno? (2) C. s.: Sarebbe a sorte questa ecc. (3) C. s.: aver io. (4) Nelle ed.’ cil. vi è il punto interrogativo. (3) C. s.: del merito e mi piace assai. (6) C. s.: va Ja Filippo. (7) C. s.: Mi displace infinitamente inco- madore ecc. (8) C. s.: che. [p. 508 modifica]


Doralice. Sono molto tenuta alle grazie vostre, (s’inchina, e vuol partire)

Roberto. Vi supplico di trattenervi un momento.

Doralice. Avete qualche cosa da comandarmi?

Roberto. Vorrei aver io l’onore di presentarvi quel bicchiere di acqua O che avete chiesto.

Doralice. Scusatemi, signore, non vi è mio padre, e s’egli mi trovasse fuori della mia camera....

Roberto. Avete il vostro signor padre con voi? (con premura)

Doralice. Sì signore, ma ora è fuori di casa.

Roberto. (^) (Scommetterei ch’è questa sicuramente).

Doralice. Con vostra permissione. (in allo di partire)

Roberto. Un momento. Ecco r acqua, accordatemi quest’onore.

Servitore. (Entra con un bicchiere di acqua sopra una sottocoppa.)

Doralice. (È SÌ gentile, ch’io non posso ricusare le sue finezze).

Roberto. (Convien dire, se è dessa, che la locandiera ha ra-) gione. Ella è la più saggia figlia del maggior pazzo di questo mondo). (prende V acqua, e la presenta a Tforalice)

Doralice. Sono mortificata per l’incommodo che vi prendete. (beve r acqua)

Roberto. Niente affatto, godo anzi del piacer di servirvi.

Doralice. Tenete. (vuol rendere il bicchiere al servitore)

Roberto. Favorite. (prende egli il bicchiere, e lo dà al servitore)

Doralice. (E di una cortesia impareggiabile!)

Roberto. (Vorrei pur iscoprire la verità). Perdonate l’ardire, il vostro signor padre è italiano?

Doralice. Sì signore, è italiano.

Roberto. Di profession negoziante?

Doralice. Per l’appunto è un negoziante.

Roberto. (Queste sono due circostanze che si confrontano per-) fettamente). Scusatemi, siete voi maritata, o da maritare?

Doralice. Perchè mi fate tutte queste interrogazioni? (1) C. 9.: bicchiier d’acqua. (2) Nelle ed.’ cit. dice Roberto: (Sicuramente è </ejja;) voglio scoprire). Signora, vostro padre è rrìollo bizzarro. - Poi segue: « Doralice. Lo cono- tcele voi? Roberto. Nor> lo conosco, ma permellelemi ecc. ■■. Il resto è saltato. [p. 509 modifica]


Roberto. Per non ingannarmi, signora. Per sapere s’io posso parlarvi liberamente.

Doralice. Su qual proposito mi volete voi ragionare?

Roberto. Compiacetevi di rispondere a ciò ch’io ho l’onore di domandarvi, e mi spiegherò senza alcun mistero.

Doralice. (Mi mette in curiosità).

Roberto. Siete voi da marito?

Doralice. Così è, sono ancor da maritare.

Roberto. Vostro padre ha egli intenzione di maritarvi a Parigi?

Doralice. Sì certo, so ch’egli lo desidera colla maggior premura del mondo, ed ha avuto la bontà di dirmi, che mi ha condotto in questa città unicamente per questo.

Roberto. (Sì, è ella sicuramente). Vostro padre, signora, è un uomo molto bizzarro.

Doralice. Lo conoscete, signore?

Roberto. Non lo conosco, ma permettetemi ch’io vi dica O con estremo mio dispiacere, che la sua condotta mi pare assai stra- vagante. Voi meritate d’essere ^^ trattata con maggior decenza, e non vi possono mancar ^^^ de’ buoni partiti, senza ch’egli ve li procuri per una strada sì irregolare ^^\ che fa gran torto alla vostra condizione ed al vostro merito.

Doralice. Signore, vi domando perdono. Mio padre è un uomo saggio e prudente, e non è capace....

Roberto. Voi potete difendere vostro padre quanto volete, ma non sarà mai compatibile, che un padre faccia pubblicar cogli affissi che ha una figlia da maritare, e che i pretendenti sa- ranno ammessi al concorso.

Doralice. Come, signore? Mio padre (^) ha fatto questo?

Roberto. Così è: non lo sapete, o fingete di non saperlo?

Doralice. Non lo so, non lo credo, e potrebbe essere che v’in- gannaste (^). (1) EA.’ cit.: che con estremo mio dispiacere vi dica ecc. (2) C. s.: d’esser, (3) C. s.: mancare di buoni ecc. (4) C. 8.: sregolata, (5) C. s.: Come I mio padre ecc. (6) Segue nelle ed.’ cit.: •■ (un servitore della locanda con il bicchier d’acqua). Roberto, Eccoci l’acqua. Tenete. Doralice. Vi ringrazio di cuore. (Oh Dio 1 Che mi tocca a sentire /)

Roberto. Tutti i segni in voi si confrontano. Siete dipinta perfettamente. Giovane, vaga ecc. ». [p. 510 modifica]


Roberto. Tutti i segni si confrontano, e voi ci siete dipinta per- fettamente: giovane, vaga, gentile, di statura ordinaria, capelli castagni, bei colori, occhio nero, bocca ridente, figlia O di un negoziante italiano, (^^ che vuol maritare la sua figliuola a Pa-) rigi, che alloggia in questa locanda. Siete voi quella sicuris- simamente.

Doralice. Non so che dire. Potrebbe darsi che mio padre lo avesse fatto. Se la cosa è così, avrà egli ^^^ delle buone ragioni per giustificar la sua condotta.

Roberto. Lodo infinitamente il rispetto che avete per vostro padre. Riconosco in voi sempre più la giovane di buon cuore nei fogli descritta. Permettetemi ch’io ripeta ^’’^ che il modo di esporvi non è decente, ma che voi meritate tutta la stima e tutte le attenzioni di chi ha l’onor di trattarvi (^).

Doralice. Ah signore, sono una povera sfortunata. Mio padre ha avuto delle disgrazie. Ha qualche effetto a Parigi, (^^ l’amor) suo è pronto a sagrificarlo per me, e potrei lusingarmi di un mediocre partito: ma s’egli (^^ mi ha posta in ridicolo, come voi) dite (®), arrossisco di me medesima, non ho più coraggio di spe- rar niente (^), mi abbandono alla più dolente disperazione. Oh dio! convien dir^"^) che mio padre, afflitto dalle continue (") disavventure, abbia perduto la mente, oscurata la fantasia, ed io sono una miserabile, schernita, sagrificata ^’^^

Roberto. Acchetatevi, signora mia: credetemi, il vostro caso C^) mi fa pietà, il vostro dolore mi penetra, il vostro merito m’inca- tena. La curiosità mi ha spronato, l’accidente ha fatto ch’io vi conosca, e la stima che ho di voi concepita, mi consiglia e mi anima a procurare di rendervi più fortunata. (1) Nelle ed.i cit. si aggiunge; se non m’inganno. (2) Segue nelle edJ cil.: ’ non è coi)? Doralice. Sì signore, è negoziante Italiano (confusa). Roberto. Che Vuol maritar la sua figlia a Parigi, che alloggia in questa locanda, siete quella assolutamente ecc. ». (3) C. s.: avrà delle ecc. (4) C. s.: ch’io vi replichi. (5) C. s.; di conoscervi. (6) Nelle ed.’ cit. c’è il punto fermo. (7) C. s.: Ma se egli ecc. (8) C. >.: come dite. (9) C. s.: e non ho più coraggio di sperar niente. Mi abbandono ecc. (IO) C. s.: dire. (Il) C. s.: conlinove. (12) C. s.: una miserabile schernita e sacrificata, (piange). (13) C. s.: dolore. [p. 511 modifica]


Doralice. Oh dio! la vostra pietà mi consola.

Roberto. Sarò io degno della vostra grazia, della vostra corri- spondenza?

Doralice. Voi mi mortificate, voi vi prendete spasso di me.

Roberto. Ah no, non fate quest’ingiustizia alla tenerezza di un cuore, ch’è penetrato dal vostro merito e dalle vostre disav- venture.

Doralice. 11 cielo benedica il vostro bel cuore.

Roberto. Parlerò a vostro padre.

Doralice. Compatite la debolezza di un uomo perseguitato dalla fortuna.

Roberto. Sareste (’^ voi disposta ad amarmi?)

Doralice. Suppongo che il vostro amore non potrà essere che virtuoso.

Roberto. Degno di voi, e degno di un uomo d’onore, qual mi professo di essere. Roberto io sono degli Albiccini, negoziante in (^^ Parigi.)

Doralice. Vien gente. Permettetemi ch’io mi ritiri.

Roberto. Non potrei accompagnarvi all’appartamento? Attendere con voi il ritorno di vostro padre?

Doralice. No, se avete di me qualche stima, lasciatemi sola pre- sentemente, ed aspettatelo ^^\ o ritornate, qual più vi aggrada; amo il mio decoro più della (’’^ vita istessa. Signor Roberto, al-) 1 onore di rivedervi, y^s’inchina, e vuol partire verso la sua camera

Roberto. Assicuratevi, che ho concepito per voi della tenerezza, che vorrei potervela far rilevare.... (seguitandola)

Doralice. Non vi affaticate per or d’avvantaggio (^). La vostra bontà mi ha penetrato bastantemente, (con tenerezza; parte ed entra (^^) (I) C. s,: Sarete. (2) C. s.: a. (3) C. s.: o aspettatelo. (4) C. s.: della mia ecc. (5) C. s.: per ora di vantaggio. E segue: « (C/ie cuor gentile I ) Roberto. (Cie) giovane virtuosa I) Doralice. La vostra bontà ecc. ». (6) C. s.: con tenerezza parte. [p. 512 modifica]


SCENA XVII.

Roberto, poi Pandolfo.

Roberto. Oh cieli! qual incanto O è mai questo? Sono qui venuto per ischerzo ^^\ e mi trovo impegnato davvero. Il suo volto mi piace, la sua maniera m’incanta. Farmi ch’ella sia fatta per formare la felicità d’uno sposo.

Pandolfo. (Chi è questi? Sarebbe egli per avventura alcuno de’) concorrenti?)

Roberto. (S’io mi inducessi a sposarla, che direbbe il mondo) di me? Eh, l’onestà della giovane giustificherebbe la mia condotta).

Pandolfo. Signore, la riverisco.

Roberto. Servitore umilissimo.

Pandolfo. Domanda ella di qualcheduno?

Roberto. Sì signore, aspetto qui una persona; se non do inco- modo

Pandolfo. Scusi, compatisca. E venuto forse vossignoria per ve- dere la giovane di cui parlano i piccioli (^) affissi?

Roberto. Lo sapete anche voi, signore, che questa ^’’^ giovane si trova qui?

Pandolfo. Lo so certo, e lo deggio sapere più di nessuno.

Roberto. Non nascondo la verità. Sono qui per questa sola ra- gione ^^\ e attendo il padre della fanciulla.

Pandolfo. Signore, se volete conoscere il padre della fanciulla, eccolo qui a’ vostri comandi.

Roberto. Voi?

Pandolfo. lo.

Roberto. (Veggendo ora la figura dell’uomo, non mi maraviglio) più (^) delle sue stravaganze). ( I ) C.!.: incontro. (2) C. s.: Sono qui per iichcrzo ecc. (3) C. s.: piccoli. (4) C. s.: anche voi che quella ecc. (5) C. s.: Son qui per questa ragione. Attendo ecc. (6) C. $.: non mi maraviglio delle ecc. [p. 513 modifica]


Pandolfo. Ci avete qualche difficoltà? Non avete che a doman- dare a Filippo, al locandiere.

Roberto. Lo credo a voi, poiché me lo dite.

Pandolfo. Avete veduta mia figlia?

Roberto. Per dirvi la verità (’\ l’ho veduta.)

Pandolfo. E bene, che vi pare di lei? Siete persuaso?

Roberto. Signore, vi assicuro che mi ha piaciuto ^^^ infinitamente; ed oltre al merito suo personale, riconosco in vostra figliuola un fondo di virtù e di bontà che innamora.

Pandolfo. Ah, che ne dite? Gli affissi sono sinceri?

Roberto. Circa alla sincerità dell’esposto, non vi è niente che dire: ma caro signor come vi chiamate in grazia? (^)

Pandolfo. Pandolfo, per obbedirvi.

Roberto. Caro signor Pandolfo, esporre una giovane in tal ma- niera alla pubblica derisione, è un avvilirla, un discreditarla ^^\ un sagrificarla.

Pandolfo. Eh scusatemi, non sapete in ciò quello che vi diciate ^^\ Ho fatto, ed ho fatto bene per più ragioni. In primo luogo in Inghilterra si usa, in secondo luogo quest’uso ^^^ si dovrebbe praticare per tutto; mentre, se vi è qualche buona giovane da maritare, sono sì poche al mondo, ch’è (’’) bene che il pubblico le conosca; e in terzo luogo, se tutti i matrimoni si facessero per concorso, non si vedrebbero tante mogli e tanti mariti pentiti al terzo giorno, e disperati per tutta la vita ^^’.

Roberto. Io non sono persuaso delle vostre ragioni ^’^\ Se ciò qualche volta si è fatto in Londra, sarà perchè in Inghilterra sono quasi tutti filosofi, e fra mille filosofi ragionati, ve n’è sempre qual- cheduno di stravagante. Oltre a ciò bisogna vedere....

Pandolfo. Signore, questi sono ragionamenti inutili. Vi piace o non vi piace la mia figliuola?("^)

Roberto. Per dir vero ("), mi piace infinitamente. (I) e. s.: i7 cero. (2) C. s.: che mi e piacciuta ecc. (3) C. 8.: Circa alla aincerilà dell’esporla rton vi è male, ma caro signore... come vi chiamale? (4) C. s.: un delermìrtarla. (5) C, s.: coia Vi diciate. (6) C. s.: /n secorìdo, quest’uso dovrebbe praticarsi ecc. (7) C. s.: che è. (8) C. ».: la loro vita. (9) C. s.: Le vostre ragioni non mi persuadono. (IO) C. s.: mia figlia? (Il) C. s.: Per dire il vero. nn [p. 514 modifica]


Pandolfo. Bisognerà vedere, se voi avete la fortuna di piacere a lei.

Roberto. Mi pare, mi lusingo dalla bontà ch’ella ha avuto per me, che la mia persona non le dispiaccia.

Pandolfo. Tanto meglio. La cosa sarà fattibile (’\ Mi parete un) uomo proprio e civile, a riserva di certi scrupoli un po’ sti- racchiati (^). Non sono malcontento di voi. Vi posso dare delle buone speranze.

Roberto. Volete voi che parliamo insieme alla giovane?

Pandolfo. Non l’avete veduta? Non le avete parlato? Per ora basta così: il vostro nome, il vostro cognome, lo stato vostro, la condizione ^^^?

Roberto. Io mi chiamo Roberto Albiccini ^^^: sono italiano, nego- ziante in (5) Parigi, e godo di una fortuna forse ^^^ più che mediocre.

Pandolfo. Benissimo. Le condizioni non mi dispiacciono. (^^ Favo-) rite di ritrovarvi qui innanzi sera.

Roberto. Ma perchè non possiamo presentemente (®)

Pandolfo. Non signore ^’^\ Sono un galantuomo, non voglio man- care alla mia parola. Ho proposto il concorso, e non voglio deludere i concorrenti.

Roberto. Ma (’°) volete ancora persistere (")

Pandolfo. Tant’è, o rassegnatevi a quanto vi dico, o vi esclu- derò dal concorso.

Roberto. Non occorr’altro; ho capito. (Che bestia d’uomo! che) stravaganza! che stolidezza! (’^^ Un padre di tal carattere) dovrebbe farmi perdere qualunque idea sulla figlia, ma no, il merito della povera sfortunata m’impegna sempre più a procu- rare di liberarla dalle mani di un genitore villano). (parie) (I) C. 8.: La cosa sarà facile. (2) C. s.: caricali. (3) Nelle ed.’ cit. si aggiunge: il cosalo.... (4) C. ».: degl’Albiccini. (5) C. ».: a. (6) C. ».: fortuna più che ecc. (7) Nelle ed.i cit. si aggiunge: Chi sa P (8) Nelle cit. ed.’ c’è »olo il punto interrogativo. (9) C. ».: No signore. (IO) C. ».: Ma voi ecc. (I 1) C. ».: resistere.... (12) Segue nelle ed. cit.: Ma no, una tale sfortunata merita di essere liberata dalle mani di un genitore pillano. [p. 515 modifica]


SCENA XVIII.

Pandolfo, por Lisetta.

Pandolfo. Ah ah, r amico O si è innamorato subito, a prima vista. Sì signore, se non verrà di meglio, Lisetta sarà per voi ^^\

Lisetta. E bene, signor padre, quando pensate voi a (^) liberarmi da questa pena, da quest’affanno che mi tormenta?

Pandolfo. Di qua! pena, di qua! affanno parlate?

Lisetta. Di vedermi esposta sulla gazzetta (■’).

Pandolfo. Via via, se ciò vi dispiace, consolatevi, che sarete presto servita.

Lisetta. Che vale a (’) dire?

Pandolfo. Vale a (^) dire, che sarete presto maritata (^).

Lisetta. E con chi, signore?

Pandolfo. Probabilmente con uno che conoscete, e che so di certo che non vi dispiace.

Lisetta. (Oh cieli! questi non può essere che Filippo ^^\ gli averà) fatto parlare, mio padre ne sarà (^) persuaso).

Pandolfo. Stiamo a vedere se capita qualchedun altro.

Lisetta. Ah no, signor padre, vi supplico, vi scongiuro, se questo partito non vi dispiace (’°), sollecitatelo, concludetelo, non mi fate più disperare.

Pandolfo. Ne siete veramente innamorata?

Lisetta. Ve lo confesso, innamoratissima. (")

Pandolfo. Così presto?

Lisetta. E un mese, signore, ch’io l’amo teneramente, e non ho mai avuto coraggio di dirlo.

Pandolfo. Ah ah, e io non sapeva niente. Non vi era dunque bisogno dell’avviso al pubblico.

Lisetta. Oh no certo (’ 2), non v’era bisogno. (I) Nelle ed.’ cit. ci sono qui dei puntini. (2) C. s.: per lui. (3) C. ».: di. (4) C. 8.: sulle gazzelle. (5) C. s.: Che votele ecc. (6) C. s.: Volea ecc. (7) C. s.: liberata. (8) C. s.: che Filippo. Avrà ecc. (9) C. s.: e mio padre sarà ecc. (10) C. s.: queslo parlilo, se non vi dispiace ecc. (I1)C. s.: Ve lo conjesso, assaissimo. (12) C. s.: No cerio: non vi era ecc. [p. 516 modifica]


Pandolfo. Ed è ora venuto a dirmi ^’^ Basta, basta, ho capito.

Lisetta. Se mi amate, se avete pietà di me, sollecitate, non mi fate penar d’avvantaggio.

Pandolfo. Orsù, per farvi vedere che vi amo, voglio passar sopra alla mia parola: voglio sagrifìcare ogni più bella speranza, voglio concludere le vostre nozze.

Lisetta. Oh me felice, oh me contenta! Caro padre, quanto obbligo, quanta riconoscenza vi devo!

Pandolfo. Aspettatemi qui, r amico dovrebbe essere poco lontano, andrò a vedere se lo ritrovo.

Lisetta. E in casa, signore.

Pandolfo. E in casa? Ha fìnto di andarser>e, ed è in casa?

Lisetta. Il signore è di là ’•^\ che aspetta. Presto subito, ve lo faccio venire. (parte)

SCENA XIX.

Pandolfo, poi Lisetta e Filippo.

Pandolfo. Se costei è prevenuta, non vorrà nessuno de’ concor- renti. Il concorso è inutile ^^\ questo è quello che mi farebbe ridicolo: orsù, è meglio ch’io mi spicci, e che la dia (’’) al signor Roberto.

Lisetta. Venite, venite, signor Filippo. Mio padre è contento ^^\ non vi è altro da dubitare, e voi sarete il mio caro sposo.

Filippo. Sono penetrato dalla più grande allegrezza

Pandolfo. Come! che novità è questa? Chi? Filippo? Un lo- candiere tuo sposo (^)? Mi maraviglio di lui, mi maraviglio di te (^); ti ammazzerei piuttosto colle mie mani.

Filippo. (Che imbroglio è questo?)

Lisetta. Ma! non (^) me l’avete voi accordato? (I) e. 9.: Ed ora cenile a dirmi... (2) C. ».: 51 signora, è di là che aspetta. Subito ve lo ecc. (3) C. s.: Conosco essere Inutile. Questo ecc. (4) C. s.: Orsù, è meglio che la dia ecc. (5) Le parole di Lisetta, che seguono, non si trovano nelle ed.’ citate. (6) G>si nelle ed.i cit. Neil’ed. Zatta 4 stampato: Un locandiere? Tuo sposo > (7) Nelle ed.i cit. e" i punto fermo. (8) C. s.: Ma non ecc. [p. 517 modifica]


Pandolfo. Io? Pazza! sciocca! (’^ Chi ti ha detto una simile) bestialità?

Lisetta. Non mi avete voi promesso (^) uno sposo ch’io conosco e ch’io amo? Io non conosco che Filippo, io non amo altri che il mio caro Filippo.

Pandolfo. Non conosci tu il signor Roberto, non hai parlato con lui, non gli hai fatto credere che lo ami, che lo stimi?

Lisetta. Non lo conosco, non so chi egli sia, abborrisco tutti fuor che Filippo.

Pandolfo. Non occorr’altro. Ho scoperto una cosa ch’io non sapeva. Va nella tua camera immediatamente.

Lisetta. Ma signor

Pandolfo. Va in camera, dico, non mi fare andar in collera mag- giormente. Sai chi sono. Sai che cosa son capace di fare.

Lisetta. (Povera me! sono disperata!) Filippo.... (partendo)

Pandolfo. In camera. (pestando il piede)

Lisetta. (Oh che uomo! il cielo me lo perdoni; oh che bestia) di uomo!) (parte)

Pandolfo. E voi, se avrete più l’ardire di parlare a mia figlia, e di solamente guardarla, l’avrete a fare con me. (a Filippo)

Filippo. Ma finalmente, signore, se ora avete un poco di danaro, ricordatevi quello che siete, e che siete stato.

Pandolfo. Basta così: meno ciarle.

Filippo. (Se non mi vendico, dimmi ch’io sono il più vii della) terra. Sì, Lisetta sarà mia a tuo dispetto, a dispetto di tutto il mondo). (parte)

Pandolfo. Un locandiere! mia figlia ad un locandiere? E colei (I) Così nelle ed.’ cit. Neil’ed. Zaita è stampalo: Pazza sciocca? (2) Segue nelle ed.’ cit.: « Usetta. Non mi accie promesso uno sposo che amo, cl)e conosco? Pandolfo. M’inlesi dire del signor Roberto, che poco fa parlasti. Lisetta. Non lo conosco: non so chi zia. Filippo e l’idolo mio. Pand. Va in camera. Lis. Signore... Pand. In camera. Lis. Oh che uomo 1 Povera me, son disperala, (parte). Pand. E voi se avrete più l’ardire di parlare, e di... Filippo. Afa finalmente, signore... (non son chi sono se non mi vendico), (parte). Pand. Un locandiere I Mia figlia un locandiere 1 Anderh via; mi provvederh di un altro alloggio. Non vuo’ più lasciar quella sciocca in lihertà. La chiuderò in camera... (sena) r appartamento). Son chi sono, e la voglio maritar da par mio. Temerario I Ignorante l Baheo I Son chi sono, e le foglie d’oro fanno cambiare li alberi delle famiglie». [p. 518 modifica] vi aderisce: anderò subito a provvedermi di un altro alloggio: ma non vo’ lasciare quella stolida in libertà: la chiuderò in camera, porterò via le chiavi, (va a chiudere, e porta via le chiavi) Son chi sono, la voglio maritar da par mio. ( ’ ) Costui mi rim- provera quello che sono stato? ^^^ Temerario! ignorante! la buona fortuna fa scordare i cattivi principi, e le foglie d’oro fanno cambiare gli alberi delle famiglie. (parte) Fine dell’Atto Primo. (1) Neil’ed. Zalta e" i il punto e virgola. (2) Neil’ed. Zatta c’è il punto fenno.