Il matrimonio per concorso/Atto I

Atto I

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Personaggi Atto II

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ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.

Sala comune a più appartamenti, nella locanda di Filippo.

Lisetta e Filippo, poi un Servitore.

Filippo. Non temete di niente, vostro padre è fuori di casa; s’egli verrà1, noi saremo avvertiti, e possiamo parlare con libertà.

Lisetta. Caro Filippo, non ho altro di bene che quei pochi momenti ch’io posso parlar2 con voi. Mio padre è un uomo stravagante, come sapete. Siamo a Parigi, siamo in una città dove vi è molto da divertirsi, ed io sono condannata a stare in casa, o a sortir3 con mio padre. Buona fortuna per me, che siamo venuti ad alloggiare nella vostra locanda, dove la vostra [p. 488 modifica] persona mi tiene luogo del più amabile, del più prezioso trattenimento.

Filippo. Cara Lisetta, dal primo giorno che ho avuto il piacere di vedervi, ho concepito per voi quella stima che meritate. In un mese che ho la sorte di avervi nella mia locanda, ho avuto campo di meglio conoscere la vostra bontà; la stima4 è diventata5 passione, e già sapete che vi amo teneramente.

Lisetta. Siate certo, che ne siete ben6 corrisposto.

Filippo. Chi sa? Mi lusingo ancora, che il nostro amore possa essere consolato. Vostro padre, per quello che voi mi dite, è un uomo che col commercio ha fatto qualche fortuna, ma io pure, grazie al cielo, mi trovo assai bene ne’ miei affari; e circa alla nascita, la mia7, per quel ch’io sento, non può niente fare ingiuria alla vostra.

Lisetta. Sì, è vero, i principi di mio padre sono stati al disotto della condizione in cui vi trovate:8 quando sono venuta al mondo, egli non era che un semplice servitore di un mercadante9. Con un poco di attenzione agli affari, si è acquistato del merito, e il suo padrone lo ha impiegato nel suo negozio. Ha fatto qualche fortuna, non sono come, e se lo so, non ardisco di dirlo. So che siamo passati sovente ad abitar10 da un paese all’altro, e che ultimamente abbiamo lasciato Londra in una maniera che non mi ha dato molto piacere. Siamo ora a Parigi11; mio padre vuol maritarmi, ma si è fitta nel capo la melanconia12 di volere un genero di qualità.

Filippo. Sarà difficile ch’ei lo trovi: non per il vostro merito, ma per la sua condizione.

Lisetta. Eh caro amico, i danari13 qualche volta acciecano anche le persone di qualche rango14, ed io ho paura di essere sagrificata.

Filippo. Sapete voi quanto egli vi destini di dote? [p. 489 modifica]

Lisetta. Non saprei dirlo precisamente, ma credo che non avrà15 difficoltà di arrivare a dieci o dodici mila scudi16.

Filippo. A Parigi una simile dote non è gran cosa; ed io, locandiere qual sono, se mi avessi a maritare senza passione, non lo farei per minore17 dote di questa.

Lisetta. Ecco un altro timore che m’inquieta. Dubito, s’ei qui non trova da maritarmi a suo genio, ch’ei non risolva di condurmi18 in Italia, e sarebbe19 per me il maggior dispiacere del mondo.

Filippo. Non vedreste volentieri la patria di vostro padre? Sono italiano ancor io, e vi assicuro che il nostro paese non ha niente ad20 invidiare a qualunque altra parte del mondo.

Lisetta. Sì, è vero, vedrei volentieri l’Italia, ma....21

Filippo. Che volete dire? Spiegatevi.

Lisetta. Non la vedrei volentieri senza di voi.

Filippo. Questa vostra dichiarazione mi obbliga, m’incanta, m’intenerisce.

Servitore. Signor padrone, in questo punto è entrato il signor Pandolfo. (parte)

Lisetta. Ah, che mio padre non mi sorprenda. Mi ritiro nella mia camera.

Filippo. Sì, penseremo al modo

Lisetta. Addio, addio; amatemi, che io vi22 amo. (entra nella sua camera)

SCENA II.

Filippo, poi Pandolfo.

Filippo. Lisetta è la più amabile figliuola del mondo. Peccato ch’ella abbia un padre sì23 stravagante.

Pandolfo. È venuto nessuno a domandare24 di me? (grossamente) [p. 490 modifica]

Filippo. Non signore, ch’io sappia: non è25 venuto nessuno.

Pandolfo. Diamine! doveva pur essere capitato. (inquietandosi)

Filippo. Signore, avete voi qualche cosa che v’inquieta, che vi disturba26?

Pandolfo. Bella domanda! Chi ha una figlia da maritare, non manca d’inquietudini, d’imbarazzi27.

Filippo. (Meschino me!) Attendete voi qualcheduno per rapporto a vostra figliuola28?

Pandolfo. Signor sì.

Filippo. La volete voi maritare? (con premura)

Pandolfo. Signor sì.

Filippo. Avete ritrovato il partito? (come sopra)

Pandolfo. Lo ritroverò29.

Filippo. Signore, se vi contentate ch’io vi faccia una proposizione.....

Pandolfo. Non ho bisogno delle vostre proposizioni. Maritando mia figlia, scusatemi, non voglio passare per le mani d’un locandiere.

Filippo. Signore, convien30 distinguere locandiere da locandiere....

Pandolfo. Tant’è. Ho trovato31 io la maniera di procurare a mia figlia il miglior partito32, sicuro di non ingannarmi, sicuro di non perdere il mio danaro, e sicuro di aver33 un genero di mia piena soddisfazione.

Filippo. Posso sapere il come?

Pandolfo. Il come, il come voi34 lo saprete, (grossamente35

Filippo. (La sua maniera villana non mi dà campo per ora di dichiararmi; ma non perdo la speranza per36 tutto questo).

SCENA III.

Il Garzone dello stampatore, e detti.

Garzone. Signori, fatemi la grazia37 di dirmi qual38 è la camera del signor Pandolfo. [p. 491 modifica]

Pandolfo. Eccomi qui, non mi vedete?

Garzone. Scusatemi.39 lo non avea l’onor di conoscervi. Mi manda da voi monsieur de la Griffe

Pandolfo. Lo stampatore?

Garzone. Sì signore, lo stampatore.

Pandolfo. Buono! questi40 è il giovane ch’io aspettava. (a Filippo)

Filippo. (Qual rapporto può egli avere con sua figliuola41?)

Garzone. Voi siete stato servito. Eccovi una copia de’ piccioli affissi,42 in cui troverete l’articolo che gli avete ordinato. (gli dà un foglio stampato.)

Pandolfo. Ma no, il vostro padrone è una bestia, non mi ha capito; gli ho detto ch’io voleva l’articolo della gazzetta.

Filippo. Signore, non v’inquietate. Poichè quel foglio che in Italia si chiama la gazzetta, qui passa sotto il nome de’ piccioli affissi.

Pandolfo. Ho capito. Vediamo se va bene, o se vi son degli errori.

Filippo. Avete voi perduto qualche cosa? Volete vendere? Volete43 comprare?

Pandolfo. No no, si tratta di maritare mia figlia.

Filippo. Ma come?

Pandolfo. Sentite. Avviso al pubblico44. «È arrivato in questa città un forestiere di nazione italiano, di professione mercante, di una fortuna mediocre, e di un talento bizzarro.45 Egli ha una figlia da maritare, di età giovane, di bellezza passabile, e di grazia ammirabile. Statura ordinaria, capello castagno, bei colori, occhio nero, bocca ridente, spirito pronto, talento raro, e del miglior cuore del mondo. Il padre le darà la dote46 a misura del partito che si offrirà di suo genio, e di quello della figliuola. Sono tutti due47 alloggiati alla locanda [p. 492 modifica]


dell’Aquila. Colà potranno addrizzarsi quei che la volessero in isposa, e saranno ammessi al concorso». Ah! cosa ne dite? L’ho trovata io la maniera?

Filippo. Signore, scusatemi, voi volete mettere in ridicolo la vostra figliuola48?

Pandolfo. Eh, cosa49 sapete voi? Non sapete niente. A Londra dove sono stato, e da dove ora vengo, si mette tutto quello che si vuole su questi fogli, ed a Parigi si fa lo stesso.

Filippo. A Parigi si mette tutto sui piccioli affissi, e sono fogli molto utili per50 la città, ma non si mettono le figliuole51 da maritare.

Pandolfo. Ed a Londra anche le figliuole52 da maritare.

Filippo. Vi assicuro che questa cosa.....

Pandolfo. Vi assicuro che così va bene, che così mi piace, e non voglio altri consigli. (a Filippo) Dite al vostro padrone che son contento, e lo pagherò. (al garzone)

Garzone. Mi comanda altro?

Pandolfo. Non altro.

Garzone. Mi favorisce qualche cosa per bevere?

Pandolfo. Oibò, vergogna53, domandar per bevere! È una villania.

Garzone. O per bevere, o per mangiare.

Pandolfo. Tenete. (gli dà due soldi)

Garzone. (Due soldi!) Viene da Londra vossignoria?

Pandolfo. Sì, vengo da Londra.

Garzone. E ha imparato a regalare due soldi?

Pandolfo. E voi dove avete imparato a mettere il prezzo alla cortesia?

Garzone. Signore, quel che voi dite non s’impara e non si usa in veruna parte, ma una mancia di due soldi avvilisce chi la fa, e mortifica chi la riceve, (gitta i due soldi per terra, e parte54) [p. 493 modifica]

SCENA IV.

Pandolfo e Filippo.

Pandolfo. Oh l’impertinente!55

Filippo. Eh signore, la gioventù di questo paese ha dello spirito e del sentimento.

Pandolfo. Tanto meglio per loro56 non me n’importa un fico. Voglio andar57 a leggere a mia figlia il capitolo della gazzetta58, e prevenirla perchè stia preparata.

Filippo. Voi le darete una mortificazione grandissima.

Pandolfo. Che mortificazione! ella non amerà meglio che di vedersi in istato di scegliere fra cento concorrenti che le verranno d’intorno. Ringrazierà suo padre che pensa a lei, che pensa al suo bene, alla sua fortuna. So quel che faccio, so quel che penso. Ho viaggiato il mondo, ho del talento, ho delle cognizioni bastanti, e voi non sapete far altro che dei cattivi ragù col lardo, e mettere59 delle droghe nel vino. (entra60 in camera)

SCENA V.

Filippo, poi il Servitore.

Filippo. È veramente un villano; la maniera incivile con cui mi tratta, non mi dà coraggio61 di domandargli62 sua figlia63; son sicuro che mi direbbe di no, e mi obbligherebbe forse a qualche risentimento. Ciò non ostante, non voglio abbandonare l’idea, gli farò parlare da qualcheduno, che forse lo metterà alla ragione. [p. 494 modifica]

Servitore. Signore, sono arrivati due forestieri, un uomo avanzato ed una donna giovine, e domandano due stanze unite64.

Filippo. Bene, daremo loro quel picciolo appartamento; (lo accenna) fateli venire. (Il servitore parte) In ogni caso65 di resistenza, Lisetta mi ama, ed il padre non potrà obbligarla a maritarsi contro la di lei volontà.

SCENA VI.

Anselmo e Doralice da viaggio. Il Servitore della locanda, un facchino col baule66 e Filippo67. Il Servitore ed il facchino col baule passano a dirittura nell’appartamento accennato.

Filippo. Servitore68 umilissimo di lor signori. Restino serviti69, favoriscano vedere se quell’appartamento conviene al loro gusto e al loro bisogno.

Anselmo. Siete voi il padrone dell’albergo?

Filippo. Per obbedirla.

Anselmo. Questa giovane è mia figliuola, onde vorrei due camere l’una dentro dell’altra70.

Filippo. Quell’appartamento è a proposito. Si dia l’incomodo di vederlo.

Anselmo. Andiamo, figliuola71, ho piacere che siate anche voi soddisfatta72.

Doralice. Se è un appartamento73 di libertà, sarò contentissima. (Anselmo e Doralice entrano nell'appartamento74)

SCENA VII.

Filippo, poi il Servitore ed il facchino75)

Filippo. È vero che in Francia non si può maritare la figlia76 [p. 495 modifica] senza il consenso del padre, e se ci maritassimo senza di lui, il matrimonio sarebbe nullo; ma non arriva l’autorità del padre ad obbligare la figlia a maritarsi per forza, (esce il facchino dalla camera, e parte77.)

Servitore. Mi pare che l’appartamento non gli dispaccia. (a Filippo)

Filippo. Tanto meglio. Hanno detto come vogliano esser78 serviti?

Servitore. Parleranno con voi.

Filippo. Benissimo. Ecco il padre. ((il servitore parte)

SCENA VIII.

Filippo ed Anselmo.

Filippo. E bene, signore, siete voi contento?

Anselmo. Contentissimo79; quanto vi dovrò contribuire per l’appartamento?

Filippo. Contate di trattenervi qui molto80 tempo?

Anselmo. Non lo so ancora precisamente. Ho degli affari da consumare. Può essere ch’io resti poco, e ch’io resti molto.

Filippo. Non s’inquieti per questo 81. Ella ha da fare con un galantuomo. Sono buon italiano. Mi pare82 dal linguaggio, che anche vossignoria sia della stessa nazione83.

Anselmo. Sì, è verissimo84. Sono italiano ancor io.

Filippo. Viene d’Italia presentemente?

Anselmo. No, vengo di Spagna85; vorrei sapere a press’a poco quanto dovrò pagar per 86 l’alloggio.

Filippo. Se si tratta a mese, non posso far a meno87 per quelle due camere di quattro luigi88 il mese.

Anselmo. Che sono all’incirca89 otto zecchini90 di nostra moneta. [p. 496 modifica]

Filippo. Così è per l’appunto 91. Oh benedetti siano i nostri zecchini: è vero che non arrivano alla metà del luigi, ma qui si spende un luigi, come da noi si spende un zecchino.

Anselmo. Credo tutto ciò, ma quattro luigi il mese mi pare troppo.

Filippo. Signore, nelle locande non si può spender meno. Se va in una casa particolare, spenderà la metà; ma poi non sarà servita. Converrà si provveda il mangiare altrove, o che se lo faccia da sè, e vi vorrà un servitore, e i servitori a Parigi costano assai, e non fanno niente. Io sono locandiere e trattore, e la servirò ad un prezzo assai conveniente.

Anselmo. Che vuol dire, a qual prezzo mi darete voi da mangiare?

Filippo. Vuol pranzo e cena?

Anselmo. No no, per il pranzo solo.

Filippo. Quanti piatti?

Anselmo. Una cosa onesta.

Filippo. Una buona zuppa.....

Anselmo. Zuppa, zuppa, sempre zuppa 92; non si potrebbe mangiare quattro93 risi alla veneziana?

Filippo. La servirò di riso, s’ella comanda, ma qui poco si usa, e quando si dà, si fa cuocere quanto94 il bue. Però so il costume d’Italia, e sarà servita. Le darò un buon bollito, un’antremè95, un arrosto...

Anselmo. Cosa significa un antremè?

Filippo. Un piatto di mezzo. Le darò le frutta, il formaggio, la fornirò di pane, di vino96; e non mi darà che sei lire al giorno per due persone.

Anselmo. Sei lire di Francia, che sono dodici di Venezia97.

Filippo. Sì signore, questo è il meno che qui possa spendere.

Anselmo. (Ho capito, ci resterò poco98; le mie disgrazie non mi permettono di soffrir questa spesa).

Filippo. È contento, signore? [p. 497 modifica]

Anselmo. Bene bene, sopra di ciò parleremo99; avrei bisogno di andare subito in100 qualche parte della città, per ritrovare alcuni miei amici e corrispondenti.

Filippo. Perdoni, vossignoria è negoziante101?

Anselmo. Sì, negoziante (ma sfortunato). Vorrei qualcheduno che m’insegnasse le strade.

Filippo. Parigi è grande; s’ella ha da girare in più d’un quartiere, la consiglio di prendere una carrozza102.

Anselmo. E quanto si paga di una103 carrozza?

Filippo. Se vuole una carrozza che chiamasi di rimessa, si prende a giornata, e costa dodici franchi il giorno.

Anselmo. Ventiquattro lire di Venezia!

Filippo. Se vuole un fiacher104 ch’è una carrozza un poco male montata, ma di cui tutt’i galantuomini se ne possono onestamente servire, questa si paga a ragione d’un tanto105 l’ora. Ventiquattro soldi di Francia la prima ora, e venti soldi per ogni ora che seguita.

Anselmo. Benedetta la gondola di Venezia! con quaranta soldi di Francia, mi serve dalla mattina alla sera. Fatemi il piacere di ritrovarmi un fiacher.

Filippo. Vado a servirla immediatamente106. Ah signore, chi dice male della nostra Italia107, è indegno di vivere a questo mondo. (parte)

SCENA IX.

Anselmo, poi Pandolfo.

Anselmo. Oh, Italia, Italia! quando avrò il piacere di rivederti?

Pandolfo. (Sortendo dalla camera viene parlando verso la porta da dove esce108) Sciocca! stolida! imprudente! non meriti [p. 498 modifica] l’attenzione, la bontà che ha per te tuo109 padre. Ma la farò fare a mio modo.

Anselmo. (Vien gente, sarà bene110 ch’io mi ritiri in camera ad aspettar la carrozza). (s’incammina verso l'appartamento)

Pandolfo. Non si poteva immaginare un espediente più bello per maritarla111, ed ella si chiama offesa. Balorda, ignorante112.

Anselmo. (Cosa113 vedo? Pandolfo? È egli sicuramente).

Pandolfo. (Finalmente comando io).

Anselmo. Pandolfo!

Pandolfo. Oh, signor Anselmo!114

Anselmo. Voi qui?

Pandolfo. Voi a Parigi? Oh che piacere115 ch’io provo nel rivedervi! Lasciate che vi dia un abbraccio116. (vuol abbracciarlo)

Anselmo. Oh, oh, Pandolfo! gradisco il vostro buon cuore, ma voi non mi avete mai abbracciato117 con simile confidenza.

Pandolfo. È vero, ma ora non sono più quel ch’io ero118 una volta.

Anselmo. E che cosa siete poi diventato?119

Pandolfo. Con vostra buona grazia mercante120. (con un poco d’orgoglio)

Anselmo. Bravo, mi consolo infinitamente con voi. Siete ricco?

Pandolfo. Non sono ricchissimo, ma ho una figlia da maritare, alla quale potrò dare, senza incomodarmi, dodici mila scudi di dote.

Anselmo. E come avete fatto ad ammassare tutto questo danaro? I vostri principi sono stati meschini.

Pandolfo. Vi dirò: io ho avuto l’onore di essere impiegato nel vostro negozio.....

Anselmo. E prima nella mia cucina.

Pandolfo. Non prendiamo le cose sì da lontano121; quando mi sono licenziato da voi a Barcellona, io aveva messo da parte qualche danaro.....122 [p. 499 modifica]

Anselmo. Danaro tutto bene acquistato? Avete voi alcun rimorso d’avermi un poco rubato?123

Pandolfo. Non m’interrompete. Lasciatemi continuare il filo del mio discorso. In sei anni ch’io sono stato al vostro servizio, ho appreso qualche cosa a negoziare,124 ho approfittato delle vostre lezioni....

Anselmo. E del mio danaro, non è egli vero?

Pandolfo. Ma non m’interrompete, vi dico. (con un poco di collera125) Sono andato a Cadice, poi sono passato a Lisbona, e di là mi sono trasportato in Inghilterra. Per dirvi la verità, in confidenza, per tutto ho avuto delle disgrazie, e a forza di disgrazie sono arrivato ad esser padrone di qualche cosa126.

Anselmo. Amico, io non invidio127 niente la vostra fortuna. Anzi128 vi dirò, che di me è avvenuto tutto al contrario129; la guerra ha interrotto il commercio130, gli affari miei sono andati male. I creditori mi hanno pressato, ho pagato tutti, e per non fallire sono restato, posso dir, senza niente.

Pandolfo. Signor Anselmo, permettetemi ch’io vi dica131 una cosa, con tutta quella sincerità e quel rispetto che ancora vi devo.

Anselmo. Parlate, che cosa mi vorreste voi dire?132

Pandolfo. Voi non avete mai saputo fare il negoziante.

Anselmo. E come potete voi dir133 di me questa cosa?

Pandolfo. Scusatemi, siete troppo galantuomo.

Anselmo. Sì signore. Io sono 134 e mi pregio di esserlo. Amo meglio di aver rinunziato i miei beni, ed avermi conservato il buon nome. Ho dei crediti135 in Francia, procurerò di ricavarne quel che potrò, cercherò di dare stato alla mia figliuola136, ed io mi ritirerò in Italia a vivere onoratamente, senza macchie, senza rimproveri, e senza rimorsi. [p. 500 modifica]

Pandolfo. Passiamo ad un altro discorso. Avete qui con voi la vostra figliuola137?

Anselmo. Sì signore, ella è qui con me, e siamo alloggiati in quell’appartamento138.

Pandolfo. Ed io in questo: tanto meglio, siamo vicini. Voglio andare a far139 il mio debito colla signora

Anselmo. No, no, vi ringrazio140. Non mancherà tempo. Ella è stanca dal viaggio, ed ha bisogno di riposare.

Pandolfo. Volete voi venire a veder mia figlia?

Anselmo. La vedrò con più comodo,141 attendo una carrozza per andare a girare per la città;142 mi preme di veder subito qualcheduno.

Pandolfo. Mia figlia e vostra figlia si tratteranno; staranno insieme, saranno amiche.

Anselmo. Sì sì, amiche come vi piace.

Pandolfo. Ci avreste qualche difficoltà? Sono ancor io mercante.

Anselmo. Sì, un poco fallito, ma non vi è male.

Pandolfo. Eh, se tutti quelli che hanno fallito....

SCENA X.

Il Servitore di locanda, e detti

Servitore. Signore, il fiacher è alla porta, che sta aspettando.

Anselmo. Vengo subito, (s’incammina verso l'appartamento; servitore parte.)

Pandolfo. Avete bisogno di qualche cosa?

Anselmo. Niente; obbligato. Vado a prendere certe carte. Vado ad avvisare143 mia figlia, e parto subito. (entra144 in camera) [p. 501 modifica]

SCENA XI.

Anselmo, poi Pandolfo.

Pandolfo. Il signor Anselmo conserva sopra di me quella superiorità con cui mi trattava145 una volta. Ma adesso io ho più denari di lui146, è chi ha danari è signore, e chi n’ha di più, è più signore147, e chi non ne ha, non è più signore.

Anselmo. Presto presto, che l’ora passa, e vi vogliono ventiquattro soldi di Francia per la prima ora. (incamminandosi)

Pandolfo. Una parola, signor Anselmo.

Anselmo. Spicciatevi.

Pandolfo. Voglio maritare mia figlia.

Anselmo. E bene?

Pandolfo. Ci saranno moltissimi pretendenti.

Anselmo. L’ho a caro. (come sopra)

Pandolfo. E saranno ammessi al concorso.

Anselmo. E così?

Pandolfo. Se volete concorrere ancora voi.....

Anselmo. Eh, ho altro in testa148 che le vostre pazzie. (parte)

Pandolfo. Pazzo io? Pazzo lui, che ha danari molto meno di me149, nè mia figlia si contenterebbe di un vecchio, nè io forse mi degnerei. Eh, andiamo un poco a vedere se gli affissi corrono, se la gazzetta fa colpo150, se i pretendenti si movono. Mi aspetto di vedere Lisetta (a suo dispetto, che non lo merita), mi aspetto di vederla maritata a qualche cosa di grande151; ed in che è fondata la mia speranza? In tre cose, una meglio dell’altra. Nel merito della figlia152; in dodici mila scudi di dote; e in un avviso al pubblico lavorato da questa testa153. (parte) [p. 502 modifica]

SCENA XII.

Filippo, poi154 Lisetta.

Filippo. (Esce dalla porta del suo appartamento, guardando dietro a Pandolfo che parte) Se ne va l’amico. Parte; se ne va155; se n’è andato. Sia ringraziato il cielo,156 veggiamo di parlare a Lisetta. (s’incammina)

Lisetta. È partito mio padre? (sulla porta)

Filippo. Sì, è partito, ed ora io veniva157 da voi.

Lisetta. Che dite eh! della maniera indegna158 con cui mi tratta? Sono io da far mettere sulla gazzetta?159

Filippo. Io ci patisco niente meno di voi, e vi assicuro che comprerei questi fogli a costo di sagrificar tutto il mio. Ma il male è fatto, ed è inutile per questa parte il rimedio.160 A quest’ora ne sarà pieno tutto Parigi. Gli uomini deputati alla distribuzione di questi fogli, corrono per tutti i quartieri. I curiosi li aspettano con impazienza, e se un articolo novo interessa, non si parla di altro in tutta quella giornata. So come sono a Parigi, aspettate di essere visitata da più d’uno.

Lisetta. Venga chi vuole, io non mi lascierò161 veder da persona. Una giovane onorata non deve essere esposta e messa in ridicolo in tal162 maniera.

Filippo. Figuratevi qual pena avrei io medesimo, veggendovi in un tale imbarazzo. Vi è nota la mia passione.163 Sapete quale interesse io abbia nel vostro decoro e nella vostra tranquillità.

Lisetta. Liberatemi, per carità, da un si duro impegno. Provate almeno, fatemi domandare a mio padre.

Filippo. Lisetta carissima, io veniva appunto per dirvi che il passo è fatto. Ho pregato una persona di autorità e di credito, [p. 503 modifica] perchè ne parli al signor Pandolfo; mi ha promesso di farlo subito, e può essere che lo farà;164 ma voi ancora, dal canto vostro, non mancate di appoggiare colle vostre preghiere la mia domanda.

Lisetta. Sì, lo farò con tutto l’animo, con tutto il calore. Pregherò, piangerò, griderò, se occorre. So piangere e so gridare, quando bisogna165.

SCENA XIII.

Roberto e detti.

Roberto. Monsieur Filippo, vi riverisco.

Filippo. Servitor umilissimo, signor Roberto.

Lisetta. (Chi è questi?) (piano a Filippo)

Filippo. (Un italiano: non abbiate soggezione). (a Lisetta, piano) Ha qualche cosa da comandarmi? (a Roberto)

Roberto. Vi dirò, caro amico, ho veduto nei piccioli affissi una certa novità che mi ha fatto ridere. Si dice che nella vostra locanda vi è una giovane166 da maritare, e ch’ella167 è esposta al concorso. La curiosità mi ha spronato, mi son trovato per i miei affari da168 queste parti, e sono venuto a vederla.

Lisetta. (Povera me! non so come abbia da169 regolarmi), (da sè)

Filippo. (Gl’Italiani non sono meno curiosi dei Parigini).

Roberto. E bene, monsieur Filippo, si può avere la grazia di vedere questa giovane?

Filippo. Signore, io non so chi ella sia, io non so di chi voi parlate170; la mia locanda è piena di forestieri, e non conosco la persona che voi cercate.

Roberto. È impossibile che non lo sappiate.... (Ma alla descrizione della persona, ai segni rimarcati nel foglio, mi pare quella senz’altro), (osservando171 Lisetta, e passa nel mezzo e si accosta a [p. 504 modifica] (lei) Scusatemi, signora mia, dell’ardire: sareste voi per avventura la bella e graziosa giovane, di cui ho letto con mio piacere l’avviso al pubblico?

Filippo. (Che tu sia maladetto!)

Lisetta. Signore, io non sono nè bella, nè graziosa; per conseguenza non sono quella che voi cercate.

Filippo. Non signore172, non è quella altrimenti. Voi domandate173 di una giovane da marito, e quella è di già maritata. (fa cenno a Lisetta.)

Lisetta. Così è, padron mio, sono maritata. (Bravo Filippo, capisco il gergo174).

Roberto. Nuovamente vi chiedo scusa, se ho fatto di voi un giudizio che non vi conviene. In fatti non si può sentire cosa più ridicola al mondo. Pare impossibile che si trovi un padre sì sciocco, che voglia esporre in cotal guisa una figlia.

Filippo. Non può essere che uno zotico, un ignorante, una bestia.

Roberto. Ma non carichiamo il padre soltanto; convien dire che anche175 la figlia, poichè lo soffre, non abbia miglior talento e miglior riputazione.

Lisetta. Oh, in quanto a questo, signore, voi pensate male e parlate peggio. Il padre può essere capriccioso, può aver fatto ciò senza il consenso della figliuola176; ella può essere savia, ragionevole e onesta177 e non si giudica male delle persone che non si conoscono. (con sdegno)

Roberto. Signora, voi vi riscaldate sì fortemente, che mi fate credere che la conosciate. Fatemi il piacere di dirmi chi ella sia.

Lisetta. Io non la conosco altrimenti; e se parlo, parlo per onore del sesso.

Filippo. (Bravissima! non si porta male).

Roberto. Lodo infinitamente il vostro zelo e il vostro talento;178 posso esser degno di sapere almeno chi siete voi? [p. 505 modifica]

Lisetta. Io? Sono maritata179, e non vi può niente interessare la mia persona.180

Roberto. Via, signora, non siate meco sì austera; e chi è il vostro signor marito?

Lisetta. Che cosa importa a voi di conoscere mio marito?

Filippo. Oh via, il signor Roberto è mio padrone e mio buon amico. Bisogna soddisfarlo, bisogna dirgli la verità. Quella è mia moglie.

Roberto. Vostra moglie?

Lisetta. Sì signore, sua moglie.

Roberto. Me ne consolo infinitamente. È lungo tempo ch’è vostra moglie?

Filippo. Un anno incirca, non è egli vero, Eleonora?

Lisetta. Sì, un anno e qualche mese; comanda altro, signore?

Roberto. Vi supplico appagare la mia curiosità. Vorrei poter dire di essere stato il primo a vederla.

Lisetta. Chi?

Roberto. La giovane degli affissi.

Lisetta. Ella? Ditemi in grazia, signore: sareste voi in grado di sposare una giovane esposta in una maniera da voi medesimo condannata?

Roberto. Il cielo mi liberi da un tal pensiero. Son181 un uomo d’onore, sono un negoziante assai conosciuto da monsieur Filippo, son qui venuto per bizzarria, per capriccio, per divertirmi, per burlarmi di un padre sciocco e di una figlia ridicola.

Lisetta. Mi maraviglio di voi, che abbiate tai sentimenti. Gli uomini d’onore non si devono burlare delle figlie onorate. La vostra è un’azione pessima, e un’intenzione maligna. S’io fossi182 quella tale che voi cercate183 saprei trattarvi a misura del vostro merito, e vorrei farvi imparare, se nol sapete, che le donne si trattano con pulizia, con civiltà184 e con rispetto. (parte, ed entra nella sua camera185) [p. 506 modifica]

SCENA XIV.

Roberto e Filippo.

Roberto. È un diavolo questa vostra moglie186.

Filippo. Dello spirito187 non gliene manca.

Roberto. Ma dalla maniera sua di parlare, capisco ch’ella assolutamente188 conosce la giovane di cui si tratta, e voi la conoscerete al pari di lei189 e quando un galantuomo vi prega, mi pare che non dovreste fare il prezioso.

Filippo. Gli190 replico ch’io non ne so niente, e ciò le dovrebbe bastare.

Roberto.191 No, non mi basta.

Filippo. Se non le basta, non so che farle. Perdoni, ho i miei affari, non posso più trattenermi. (Per questa volta è passata192 bene). (entra nel suo appartamento)

SCENA XV.

Roberto, poi Doralice.

Roberto. Possibile che gli affissi mentiscano? Sarebbe una cosa strana. Potrebbe anche darsi che la giovane fosse qui, e Filippo e sua moglie non lo sapessero. Ma anche questo pare impossibile. Vi sarà sotto qualche mistero,193 avranno impegno per qualcheduno....194 Ma io perchè mi scaldo la fantasia per sì poco? Cosa perdo se non la vedo? Perdo un semplice divertimento, una cosa da niente. Ma tant’è, sono in impegno. Pagherei dieci luigi per appagare la mia curiosità. [p. 507 modifica]

Doralice. (Dalla porta della sua camera, che viene da lei aperta) Ehi della locanda? Camerieri vi è nessuno?195

Roberto.(Oh ecco un’altra donna; sarebbe questa per avventura196 la giovane degli affissi?)

Doralice. (Questa è una miseria. Non si può avere un servigio. Pregherò mio padre che non mi lasci più sola).

Roberto. (Parmi di riconoscere ancora in questa dei contrassegni indicati).

Doralice. Ehi dell’albergo? (chiama forte)

Roberto. Signora, comandate voi qualche cosa? Posso io aver197 l’onor di servirvi?

Doralice. Scusatemi, signore, avrei bisogno di un servitore.

Roberto. Andrò io a chiamarlo, se comandate.

Doralice. Oh no, vi supplico, non v’incommodate per me.

Roberto. Lo farò col maggior piacere del mondo. Ditemi che cosa vi occorre,198 darò io i vostri ordini, se vi contentate,

Doralice. Vi ringrazio, signore.

Roberto. Vi supplico instantemente.

Doralice. Per dirvi la verità, vorrei che un servitore mi portasse un bicchiere di acqua.

Roberto. Sarete servita immediatamente. (Se è quella, mi pare che abbia del merito. Mi piace infinitamente199). (parte per la porta di Filippo200).

SCENA XVI.

Doralice, poi Roberto, e poi il Servitore della locanda.

Doralice. Mi rincresce infinitamente dover incommodare201 una persona ch’io202 non conosco, ma la necessità mi obbliga a prevalermi della sua gentilezza.

Roberto. Signora, voi sarete tosto servita. [p. 508 modifica]

Doralice. Sono molto tenuta alle grazie vostre. (s’inchina, e vuol partire)

Roberto. Vi supplico di trattenervi un momento.

Doralice. Avete qualche cosa da comandarmi?

Roberto. Vorrei aver io l’onore di presentarvi quel bicchiere di acqua203 che avete chiesto.

Doralice. Scusatemi, signore, non vi è mio padre, e s’egli mi trovasse fuori della mia camera....

Roberto. Avete il vostro signor padre con voi? (con premura)

Doralice. Sì signore, ma ora è fuori di casa.

Roberto.204 (Scommetterei ch’è questa sicuramente).

Doralice. Con vostra permissione. (in atto di partire)

Roberto. Un momento. Ecco l’acqua, accordatemi quest’onore.

Servitore. (Entra con un bicchiere di acqua sopra una sottocoppa.)

Doralice. (È sì gentile, ch’io non posso ricusare le sue finezze).

Roberto. (Convien dire, se è dessa, che la locandiera ha ragione. Ella è la più saggia figlia del maggior pazzo di questo mondo). (prende l'acqua, e la presenta a Doralice)

Doralice. Sono mortificata per l’incommodo che vi prendete.

(beve l’acqua)

Roberto. Niente affatto, godo anzi del piacer di servirvi.

Doralice. Tenete. (vuol rendere il bicchiere al servitore)

Roberto. Favorite. (prende egli il bicchiere, e lo dà al servitore)

Doralice. (È di una cortesia impareggiabile!)

Roberto. (Vorrei pur iscoprire la verità). Perdonate l’ardire, il vostro signor padre è italiano?

Doralice. Sì signore, è italiano.

Roberto. Di profession negoziante?

Doralice. Per l’appunto è un negoziante.

Roberto. (Queste sono due circostanze che si confrontano perfettamente). Scusatemi, siete voi maritata, o da maritare?

Doralice. Perchè mi fate tutte queste interrogazioni? [p. 509 modifica]

Roberto. Per non ingannarmi, signora. Per sapere s’io posso parlarvi liberamente.

Doralice. Su qual proposito mi volete voi ragionare?

Roberto. Compiacetevi di rispondere a ciò ch’io ho l’onore di domandarvi, e mi spiegherò senza alcun mistero.

Doralice. (Mi mette in curiosità).

Roberto. Siete voi da marito?

Doralice. Così è, sono ancor da maritare.

Roberto. Vostro padre ha egli intenzione di maritarvi a Parigi?

Doralice. Sì certo, so ch’egli lo desidera colla maggior premura del mondo, ed ha avuto la bontà di dirmi, che mi ha condotto in questa città unicamente per questo.

Roberto. (Sì, è ella sicuramente). Vostro padre, signora, è un uomo molto bizzarro.

Doralice. Lo conoscete, signore?

Roberto. Non lo conosco, ma permettetemi ch’io vi dica205 con estremo mio dispiacere, che la sua condotta mi pare assai stravagante. Voi meritate d’essere206 trattata con maggior decenza, e non vi possono mancar207 de’ buoni partiti, senza ch’egli ve li procuri per una strada sì irregolare208 che fa gran torto alla vostra condizione ed al vostro merito.

Doralice. Signore, vi domando perdono. Mio padre è un uomo saggio e prudente, e non è capace....

Roberto. Voi potete difendere vostro padre quanto volete, ma non sarà mai compatibile, che un padre faccia pubblicar cogli affissi che ha una figlia da maritare, e che i pretendenti saranno ammessi al concorso.

Doralice. Come, signore? Mio padre209 ha fatto questo?

Roberto. Così è: non lo sapete, o fingete di non saperlo?

Doralice. Non lo so, non lo credo, e potrebbe essere che v’ingannaste210. [p. 510 modifica]

Roberto. Tutti i segni si confrontano, e voi ci siete dipinta perfettamente: giovane, vaga, gentile, di statura ordinaria, capelli castagni, bei colori, occhio nero, bocca ridente, figlia211 di un negoziante italiano,212 che vuol maritare la sua figliuola a Parigi, che alloggia in questa locanda. Siete voi quella sicurissimamente.

Doralice. Non so che dire. Potrebbe darsi che mio padre lo avesse fatto. Se la cosa è così, avrà egli213 delle buone ragioni per giustificar la sua condotta.

Roberto. Lodo infinitamente il rispetto che avete per vostro padre. Riconosco in voi sempre più la giovane di buon cuore nei fogli descritta. Permettetemi ch’io ripeta214 che il modo di esporvi non è decente, ma che voi meritate tutta la stima e tutte le attenzioni di chi ha l’onor di trattarvi215.

Doralice. Ah signore, sono una povera sfortunata. Mio padre ha avuto delle disgrazie. Ha qualche effetto a Parigi,216, l’amor suo è pronto a sagrificarlo per me, e potrei lusingarmi di un mediocre partito: ma s’egli217 mi ha posta in ridicolo, come voi dite218, arrossisco di me medesima, non ho più coraggio di sperar niente219, mi abbandono alla più dolente disperazione. Oh dio! convien dir220 che mio padre, afflitto dalle continue221 disavventure, abbia perduto la mente, oscurata la fantasia, ed io sono una miserabile, schernita, sagrificata222.

Roberto. Acchetatevi, signora mia: credetemi, il vostro caso223 mi fa pietà, il vostro dolore mi penetra, il vostro merito m’incatena. La curiosità mi ha spronato, l’accidente ha fatto ch’io vi conosca, e la stima che ho di voi concepita, mi consiglia e mi anima a procurare di rendervi più fortunata. [p. 511 modifica]

Doralice. Oh dio! la vostra pietà mi consola.

Roberto. Sarò io degno della vostra grazia, della vostra corrispondenza?

Doralice. Voi mi mortificate, voi vi prendete spasso di me.

Roberto. Ah no, non fate quest’ingiustizia alla tenerezza di un cuore, ch’è penetrato dal vostro merito e dalle vostre disavventure.

Doralice. Il cielo benedica il vostro bel cuore.

Roberto. Parlerò a vostro padre.

Doralice. Compatite la debolezza di un uomo perseguitato dalla fortuna.

Roberto. Sareste224 voi disposta ad amarmi?

Doralice. Suppongo che il vostro amore non potrà essere che virtuoso.

Roberto. Degno di voi, e degno di un uomo d’onore, qual mi professo di essere. Roberto io sono degli Albiccini, negoziante in225 Parigi.

Doralice. Vien gente. Permettetemi ch’io mi ritiri.

Roberto. Non potrei accompagnarvi all’appartamento? Attendere con voi il ritorno di vostro padre?

Doralice. No, se avete di me qualche stima, lasciatemi sola presentemente, ed aspettatelo226 o ritornate, qual più vi aggrada; amo il mio decoro più della227 vita istessa. Signor Roberto, all’onore di rivedervi. (s’inchina, e vuol partire verso la sua camera)

Roberto. Assicuratevi, che ho concepito per voi della tenerezza, che vorrei potervela far rilevare.... (seguitandola)

Doralice. Non vi affaticate per or d’avvantaggio228. La vostra bontà mi ha penetrato bastantemente. (con tenerezza; parte ed entra 229 [p. 512 modifica]

SCENA XVII.

Roberto, poi Pandolfo.

Roberto. Oh cieli! qual incanto230 è mai questo? Sono qui venuto per ischerzo231 e mi trovo impegnato davvero. Il suo volto mi piace, la sua maniera m’incanta. Parmi ch’ella sia fatta per formare la felicità d’uno sposo.

Pandolfo. (Chi è questi? Sarebbe egli per avventura alcuno de’ concorrenti?)

Roberto. (S’io mi inducessi a sposarla, che direbbe il mondo di me? Eh, l’onestà della giovane giustificherebbe la mia condotta).

Pandolfo. Signore, la riverisco.

Roberto. Servitore umilissimo.

Pandolfo. Domanda ella di qualcheduno?

Roberto. Sì signore, aspetto qui una persona; se non do incomodo.....

Pandolfo. Scusi, compatisca. È venuto forse vossignoria per vedere la giovane di cui parlano i piccioli232 affissi?

Roberto. Lo sapete anche voi, signore, che questa233 giovane si trova qui?

Pandolfo. Lo so certo, e lo deggio sapere più di nessuno.

Roberto. Non nascondo la verità. Sono qui per questa sola ragione234 e attendo il padre della fanciulla.

Pandolfo. Signore, se volete conoscere il padre della fanciulla, eccolo qui a’ vostri comandi.

Roberto. Voi?

Pandolfo. io.

Roberto. (Veggendo ora la figura dell’uomo, non mi maraviglio più235 delle sue stravaganze). [p. 513 modifica]

Pandolfo. Ci avete qualche difficoltà? Non avete che a domandare a Filippo, al locandiere.

Roberto. Lo credo a voi, poichè me lo dite.

Pandolfo. Avete veduta mia figlia?

Roberto. Per dirvi la verità236, l’ho veduta.

Pandolfo. E bene, che vi pare di lei? Siete persuaso?

Roberto. Signore, vi assicuro che mi ha piaciuto237 infinitamente; ed oltre al merito suo personale, riconosco in vostra figliuola un fondo di virtù e di bontà che innamora.

Pandolfo. Ah, che ne dite? Gli affissi sono sinceri?

Roberto. Circa alla sincerità dell’esposto, non vi è niente che dire: ma caro signor come vi chiamate in grazia?238

Pandolfo. Pandolfo, per obbedirvi.

Roberto. Caro signor Pandolfo, esporre una giovane in tal maniera alla pubblica derisione, è un avvilirla, un discreditarla239, un sagrificarla.

Pandolfo. Eh scusatemi, non sapete in ciò quello che vi diciate240. Ho fatto, ed ho fatto bene per più ragioni. In primo luogo in Inghilterra si usa, in secondo luogo quest’uso241 si dovrebbe praticare per tutto; mentre, se vi è qualche buona giovane da maritare, sono sì poche al mondo, ch’è242 bene che il pubblico le conosca; e in terzo luogo, se tutti i matrimoni si facessero per concorso, non si vedrebbero tante mogli e tanti mariti pentiti al terzo giorno, e disperati per tutta la vita243.

Roberto. Io non sono persuaso delle vostre ragioni244 Se ciò qualche volta si è fatto in Londra, sarà perchè in Inghilterra sono quasi tutti filosofi, e fra mille filosofi ragionati, ve n’è sempre qualcheduno di stravagante. Oltre a ciò bisogna vedere....

Pandolfo. Signore, questi sono ragionamenti inutili. Vi piace o non vi piace la mia figliuola?245

Roberto. Per dir vero246, mi piace infinitamente. [p. 514 modifica]

Pandolfo. Bisognerà vedere, se voi avete la fortuna di piacere a lei.

Roberto. Mi pare, mi lusingo dalla bontà ch’ella ha avuto per me, che la mia persona non le dispiaccia.

Pandolfo. Tanto meglio. La cosa sarà fattibile247.Mi parete un uomo proprio e civile, a riserva di certi scrupoli un po’ stiracchiati248. Non sono malcontento di voi. Vi posso dare delle buone speranze.

Roberto. Volete voi che parliamo insieme alla giovane?

Pandolfo. Non l’avete veduta? Non le avete parlato? Per ora basta così: il vostro nome, il vostro cognome, lo stato vostro, la condizione249?

Roberto. Io mi chiamo Roberto Albiccini250: sono italiano, negoziante in251 Parigi, e godo di una fortuna forse252 più che mediocre.

Pandolfo. Benissimo. Le condizioni non mi dispiacciono.253 Favorite di ritrovarvi qui innanzi sera.

Roberto. Ma perchè non possiamo presentemente....254

Pandolfo. Non signore255 Sono un galantuomo, non voglio mancare alla mia parola. Ho proposto il concorso, e non voglio deludere i concorrenti.

Roberto. Ma256 volete ancora persistere.....257

Pandolfo. Tant’è, o rassegnatevi a quanto vi dico, o vi escluderò dal concorso.

Roberto. Non occorr’altro; ho capito. (Che bestia d’uomo! che stravaganza! che stolidezza!258 Un padre di tal carattere dovrebbe farmi perdere qualunque idea sulla figlia, ma no, il merito della povera sfortunata m’impegna sempre più a procurare di liberarla dalle mani di un genitore villano). (parte) [p. 515 modifica]

SCENA XVIII.

Pandolfo, poi Lisetta.

Pandolfo. Ah ah, l’amico259 si è innamorato subito, a prima vista. Sì signore, se non verrà di meglio, Lisetta sarà per voi260.

Lisetta. E bene, signor padre, quando pensate voi a261 liberarmi da questa pena, da quest’affanno che mi tormenta?

Pandolfo. Di qual pena, di qual affanno parlate?

Lisetta. Di vedermi esposta sulla gazzetta262.

Pandolfo. Via via, se ciò vi dispiace, consolatevi, che sarete presto servita.

Lisetta. Che vale a263 dire?

Pandolfo. Vale a264 dire, che sarete presto maritata265.

Lisetta. E con chi, signore?

Pandolfo. Probabilmente con uno che conoscete, e che so di certo che non vi dispiace.

Lisetta. (Oh cieli! questi non può essere che Filippo266, gli averà fatto parlare, mio padre ne sarà267 persuaso).

Pandolfo. Stiamo a vedere se capita qualchedun altro.

Lisetta. Ah no, signor padre, vi supplico, vi scongiuro, se questo partito non vi dispiace268, sollecitatelo, concludetelo, non mi fate più disperare.

Pandolfo. Ne siete veramente innamorata?

Lisetta. Ve lo confesso, innamoratissima.269

Pandolfo. Così presto?

Lisetta. È un mese, signore, ch’io l’amo teneramente, e non ho mai avuto coraggio di dirlo.

Pandolfo. Ah ah, e io non sapeva niente. Non vi era dunque bisogno dell’avviso al pubblico.

Lisetta. Oh no certo270, non v’era bisogno. [p. 516 modifica]

Pandolfo. Ed è ora venuto a dirmi.....271 Basta, basta, ho capito.

Lisetta. Se mi amate, se avete pietà di me, sollecitate, non mi fate penar d’avvantaggio.

Pandolfo. Orsù, per farvi vedere che vi amo, voglio passar sopra alla mia parola: voglio sagrificare ogni più bella speranza, voglio concludere le vostre nozze.

Lisetta. Oh me felice, oh me contenta! Caro padre, quanto obbligo, quanta riconoscenza vi devo!

Pandolfo. Aspettatemi qui, l’amico dovrebbe essere poco lontano, andrò a vedere se lo ritrovo.

Lisetta. È in casa, signore.

Pandolfo. È in casa? Ha finto di andarsene, ed è in casa?

Lisetta. Il signore è di là272, che aspetta. Presto subito, ve lo faccio venire. (parte)

SCENA XIX.

Pandolfo, poi Lisetta e Filippo.

Pandolfo. Se costei è prevenuta, non vorrà nessuno de’ concorrenti. Il concorso è inutile273, questo è quello che mi farebbe ridicolo: orsù, è meglio ch’io mi spicci, e che la dia274 al signor Roberto.

Lisetta. Venite, venite, signor Filippo. Mio padre è contento275, non vi è altro da dubitare, e voi sarete il mio caro sposo.

Filippo. Sono penetrato dalla più grande allegrezza......

Pandolfo. Come! che novità è questa? Chi? Filippo? Un locandiere tuo sposo276? Mi maraviglio di lui, mi maraviglio di te277; ti ammazzerei piuttosto colle mie mani.

Filippo. (Che imbroglio è questo?)

Lisetta. Ma! non278 me l’avete voi accordato? [p. 517 modifica]

Pandolfo. Io? Pazza! sciocca!279 Chi ti ha detto una simile bestialità?

Lisetta. Non mi avete voi promesso280 uno sposo ch’io conosco e ch’io amo? Io non conosco che Filippo, io non amo altri che il mio caro Filippo.

Pandolfo. Non conosci tu il signor Roberto, non hai parlato con lui, non gli hai fatto credere che lo ami, che lo stimi?

Lisetta. Non lo conosco, non so chi egli sia, abborrisco tutti fuor che Filippo.

Pandolfo. Non occorr’altro. Ho scoperto una cosa ch’io non sapeva. Va nella tua camera immediatamente.

Lisetta. Ma signor.....

Pandolfo. Va in camera, dico, non mi fare andar in collera maggiormente. Sai chi sono. Sai che cosa son capace di fare.

Lisetta. (Povera me! sono disperata!) Filippo.... (partendo)

Pandolfo. In camera. (pestando il piede)

Lisetta. (Oh che uomo! il cielo me lo perdoni; oh che bestia di uomo!) (parte)

Pandolfo. E voi, se avrete più l’ardire di parlare a mia figlia, e di solamente guardarla, l’avrete a fare con me. (a Filippo)

Filippo. Ma finalmente, signore, se ora avete un poco di danaro, ricordatevi quello che siete, e che siete stato.

Pandolfo. Basta così: meno ciarle.

Filippo. (Se non mi vendico, dimmi ch’io sono il più vil della terra. Sì, Lisetta sarà mia a tuo dispetto, a dispetto di tutto il mondo). (parte)

Pandolfo. Un locandiere! mia figlia ad un locandiere? E colei [p. 518 modifica] vi aderisce: anderò subito a provvedermi di un altro alloggio: ma non vo’ lasciare quella stolida in libertà: la chiuderò in camera, porterò via le chiavi. (va a chiudere, e porta via le chiavi) Son chi sono, la voglio maritar da par mio.281 Costui mi rimprovera quello che sono stato?282 Temerario! ignorante! la buona fortuna fa scordare i cattivi principi, e le foglie d’oro fanno cambiare gli alberi delle famiglie. (parte)

Fine dell’Atto Primo.


Note

  1. Ed.i cit.: di casa. E s’egli verrà ecc.
  2. C. s.: parlare.
  3. C. s.: sortire.
  4. Così nelle ed.i cit.: nell’ed. Zatta leggesi la prima.
  5. Ed.i cit.: divenuta.
  6. Ed.i cit.: assai ben ecc.
  7. Ed.i cit.: e circa alla nascita mia ecc.
  8. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  9. Ed.i cit.: mercante.
  10. C. s.: abitare.
  11. C. s.: Siamo arrivati a Parigi ecc.
  12. C. s.: malinconia.
  13. C. s.: Eh amico, i denari ecc.
  14. C. s.: le persone di qualità.
  15. C. s.: credo non avrà ecc.
  16. C. s.: di arrivare ai dieci mila scudi.
  17. C. s.: minor.
  18. C. s.: ei non risolva di menarmi ecc.
  19. C. s.: la qualcosa sarebbe ecc.
  20. C. s.: da.
  21. C. s.: Sì, vedrei volentieri l’Italia... ma...
  22. C. s.: che vi.
  23. C. s.: che abbia un padre così ecc.
  24. C. s.: dimandare.
  25. C. s.: No signore: ch’io sappia non è ecc.
  26. C. s.: turba.
  27. C. s.: non manca mai nè inquietudini, nè imbarazzi.
  28. C. s.: figlia.
  29. C. s.: troverò.
  30. C. s.: conviene.
  31. C. s.: ritrovato.
  32. C. s.: Il miglior partito del mondo. Sicuro di non ecc.
  33. C. s.: avere.
  34. C. s.: Il come voi ecc.
  35. C. s.: rozzamente.
  36. C. s.: con.
  37. C. s.: fatemi grazia ecc.
  38. C. s.: quale.
  39. Nelle ed.i cit. c’è qui la virgola.
  40. C. s.: Questo.
  41. C. s.: figlia.
  42. Nelle cit.e ed.i, subito dopo queste parole, segue Pandolfo: Ho capito. Vediamo se va bene, e se vi sono errori ecc.
  43. C. s: Volete vendere, o volete ecc.
  44. Nelle ed.i cit. mancano le parole: Avviso at pubblico.
  45. Nelle ed.i cit.e ci sono qui due punti.
  46. C. s.: di dote.
  47. C. s.: tutti e due.
  48. C. s.: in ridicolo vostra figlia.
  49. C. s.: E cosa ecc.
  50. C. s.: alla.
  51. C. s.: ma non vi si mette le figlie.
  52. C. s.: figlie.
  53. C. s.: Oibò! vergogna! ecc.
  54. Nelle ed.i cit. si legge soltanto: parte.
  55. Nelle ed.i cit. leggesi soltanto: Impertinente!
  56. Nelle ed.i cit. c’è il punto fermo.
  57. C. s.: andare.
  58. C. s.: delle gazzette.
  59. C. s.: de’ cattivi ragù, e mettere ecc.
  60. C. s.: va.
  61. C. s.: campo e coraggio.
  62. Così corregge Ernesto Masi nel vol. II della sua Scelta di commedie di C. G., Firenze. 1897. Nell’ed. Zatta leggesi domandarle. nelle ed.i cit. dimandargli.
  63. Nelle ed.i cit. terminano qui le parole di Filippo, e segue il servitore: Signore, sono arrivati ecc.
  64. C. s.: e dimandano due stanze civili, ed unite.
  65. C. s.: In caso ecc.
  66. C. s.: baulo.
  67. Segue nelle ed.i cit.: accennando l’appartamento. Il resto manca.
  68. C. s.: Servitor.
  69. Nelle ed.i cit. c’è il punlo fermo.
  70. C. s.: onde vorrei l’una dentro dell’altra camera.
  71. C. s.: figlia.
  72. C. s.: soddisfatta e contenta.
  73. C. s.: con.
  74. Nelle ed.i cil. leggesi soltanto: Entrano.
  75. Nelle ed.i cit. si aggiunge: dall’appartamento.
  76. C. s.: le figlie.
  77. C. s.: parte il facchino.
  78. C. s.: voglion restar ecc.
  79. Nelle ed.i cit. c’è il punto fermo.
  80. C. s.: lungo.
  81. Nelle ed.i cit. c’è punto e virgola.
  82. C. s.: Son buon italiano; mi pare ecc.
  83. C. s.: sia tale.
  84. Nelle ed.i cit. ci sono i due punti.
  85. Nelle ed.i cit. c’è il punto fermo.
  86. C. s.: dovrei pagare di ecc.
  87. C. s.: far meno.
  88. Luigi d’oro: 24 lire tornesi (lira tornese: 20 soldi francesi).
  89. C. s.: Che sono incirca ecc.
  90. Zecchino d’oro: 22 lire venete (lira veneta: 20 soldi veneti, pari a lire italiane 0,546).
  91. Nelle ed.i cit. sì legge: Così è per appunto. Poi Filippo segue a dire: Vuol pranzo o cena? Manca il resto.
  92. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  93. C. s.: due.
  94. C. s.: come.
  95. Così il testo, per entremets.
  96. C. s.: di pane e di vino ecc.
  97. Nelle ed.i cit. c’è punto interrogativo.
  98. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  99. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  100. C. s.: di andare ecc.
  101. C. s.: è negoziante vossignoria?
  102. C. s.: la.
  103. Nelle ed.i cil.: E quanto si paga una carrozza? Segue Filippo: Ve ne sono di 24 lire Veneziane al giorno. Prendendo fiacher, che è una carrozza un poco male montata ecc.
  104. Così il testo, per fiacre.
  105. C. s.: si paga a un tanto ecc.
  106. C. s.: Vado subito a servirla. Ah! signore ecc.
  107. C. s.: dell’Italia.
  108. Nelle ed.i cit. si legge solo: Parlando verso la porta della camera.
  109. C. s.: per te un ecc.
  110. C. s.: Vien gente: sarà meglio ecc.
  111. C. s.: per maritarla bene.
  112. C. s.: Balorda! ignorante! sciocca! Segue l’indicazione: parlando come sopra.
  113. C. s.: Che vedo?
  114. C. s.: Signor Anselmo!
  115. C. s.: oh che piacere, oh che contento ch’io provo ecc.
  116. C. s.: che io vi abbracci.
  117. C. s.: abbracciato mai.
  118. C. s.: quel che ero.
  119. C. s.: siete voi divenuto.
  120. C. s.: un mercante.
  121. C. s.: così di lontano. Quando ecc.
  122. C. s.: qualche danaro; così... sì signore..
  123. C. s.: di avermi niente rubato?
  124. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  125. Nelle ed.i cit. leggesi: adirato.
  126. C. s.: ad essere padrone di qualche somma.
  127. C. s.: non intendo.
  128. C. s.: Anzi io ecc.
  129. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  130. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  131. C. s.: vi possa dire.
  132. C. s.: vorreste dire?
  133. C. s.: dire.
  134. C. s.: Sì signore, lo sono ecc.
  135. C. s.: e di avermi conservato il buon nome. Ho dei creditori ecc.
  136. C. s.: Figlia.
  137. C. s.: Figlia.
  138. Nelle ed.i cit. segue l’indicazione: accenna il suo appartamento.
  139. C. s.: fare.
  140. Nelle ed.i cit. c’è punto e virgola.
  141. Nelle ed.i cit. c’è il punto fermo.
  142. C. s.
  143. C. s.: Vado avvisare.
  144. C. s.: va.
  145. C. s.: con cui trattava ecc.
  146. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  147. Qui finiscono, nelle ed.i cit., le parole di Pandolfo.
  148. C. s.: ho altro in testa io, che le ecc.
  149. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  150. Nell’ed. Zatta è stampato: fa capo.
  151. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  152. C. s.: di mia figlia.
  153. C. s.: da questa gran testa.
  154. C. s.: e.
  155. Nelle ed.i cil. c’è punto fermo.
  156. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  157. C. s.: ed io veniva ora ecc.
  158. C. s.: Che dite della maniera ecc.
  159. C. s.: sulle gazzete
  160. Nelle ed.i cit. Filippo così seguita: So come sono a Parigi ecc. Il resto manca.
  161. C. s.: lascio.
  162. C. s.: questa.
  163. Nelle ed.i cit. Filippo aggiunge: Sappiate che non to saprei sopportare. Sapete qual interesse ecc.
  164. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  165. C. s.: Pregherò, piangerò, griderò. So piangere e so gridare se occorre.
  166. C. s.: Ci sia una ragazza ecc.
  167. C. s.: che ella.
  168. C. s.: in.
  169. C. s.: come fare a ecc.
  170. C. s.: vi parliate.
  171. C. s.: osserva.
  172. C. s.: No, signore.
  173. C. s.: dimandate.
  174. C. s.: il ripiego.
  175. C. s.: Conviene che anche ecc.
  176. C. s.: figlia.
  177. C. s.: ragionevole, onesta.
  178. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  179. C. s.: Io sono maritata.
  180. Dopo queste parole di Lisetta, nelle ed.i citate si salta alle parole di Roberto: Il cielo mi liberi ecc.
  181. C. s.: Sono.
  182. C. s.: un’azione pessima, un’azione maligna. Se fossi ecc.
  183. C. s.: che cercate ecc.
  184. Nelle ed.i cit. qui finiscono le parole di Lisetta.
  185. C. s.: va in camera.
  186. C. s.: quella donna.
  187. C. s.: Certo che dello ecc.
  188. C. s.: che assolutamente ecc.
  189. Segue nelle ed.i cit.: Ma ditemi, con chi è maritata quella donna? Conoscete il di lei marito? Di grazia, appagate la mia curiosità, e toccante poi a quella degli affissi, non mi pare che meco dovreste fare il prezioso. Filippo. Oh bene, sappia adunque che quella che è partita è mia moglie, e che di quella degl’affissi gli replico che io non ne so niente ecc.
  190. Il Masi, ed. cit. corregge: Le.
  191. Nelle ed.i cit. Roberto dice: Come!... quella vostra moglie?... da quando in qua?... Ma no, non mi basta di saper tanto poco... Filippo. Se non le basta ecc.
  192. C. s.: assai bene.
  193. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  194. C. s.: per qualcheduno... e forse... ma io perchè ecc.
  195. C. s.: Cameriere? Vi è nessuno?
  196. C. s.: Sarebbe a sorte questa ecc.
  197. C. s.: aver io.
  198. Nelle ed.i cit. vi è il punto interrogativo.
  199. C. s.: del merito e mi piace assai.
  200. C. s.: va da Filippo.
  201. C. s.: Mi displace infinitamente incomodare ecc.
  202. C. s.: che.
  203. C. s.: bicchier d’acqua.
  204. Nelle ed.i cit. dice Roberto: (Sicuramente è dessa; voglio scoprire). Signora, vostro padre è molto bizzarro. - Poi segue: «Doralice. Lo conoscete voi? Roberto. Non lo conosco, ma permettetemi ecc.». Il resto è saltato.
  205. Ed.i cit.: che con estremo mio dispiacere vi dica ecc.
  206. C. s.: d’esser.
  207. C. s.: mancare di buoni ecc.
  208. C. s.: sregolata.
  209. C. s.: Come! mio padre ecc.
  210. Segue nelle ed.i cit.: «(un servitore della locanda con il bicchier d’acqua). Roberto. Eccoci l’acqua. Tenete. Doralice. Vi ringrazio di cuore. (Oh Dio! Che mi tocca a sentire!) Roberto. Tutti i segni in voi si confrontano. Siete dipinta perfettamente. Giovane, vaga ecc.».
  211. Nelle ed.i cit. si aggiunge: se non m’inganno.
  212. Segue nelle ed.i cit.: «non è così? Doralice. Sì signore, è negoziante italiano (confusa). Roberto. Che vuol maritar la sua figlia a Parigi, che alloggia in questa locanda, siete quella assolutamente ecc.».
  213. C. s.: avrà delle ecc.
  214. C. s.: ch’io vi replichi.
  215. C. s.: di conoscervi.
  216. Nelle ed.i cit. c’è il punto fermo.
  217. C. s.: Ma se egli ecc.
  218. C. s.: come dite.
  219. C. s.: e non ho più coraggio di sperar niente. Mi abbandono ecc.
  220. C. s.: dire.
  221. C. s.: continove.
  222. C. s.: una miserabile schernita e sacrificata. (piange).
  223. C. s.: dolore.
  224. C. s.: Sarete.
  225. C. s.: a.
  226. C. s.: o aspettatelo.
  227. C. s.: della mia ecc.
  228. C. s.: per ora di vantaggio. E segue: «(Che cuor gentile!) Roberto. (Che giovane virtuosa!) Doralice. La vostra bontà ecc.».
  229. C. s.: con tenerezza parte.
  230. C. s.: incontro.
  231. C. s.: Sono qui per ischerzo ecc.
  232. C. s.: piccoli.
  233. C. s.: anche voi che quella ecc.
  234. C. s.: Son qui per questa ragione. Attendo ecc.
  235. C. s.: non mi maraviglio delle ecc.
  236. C. s.: il vero.
  237. C. s.: che mi è piacciuta ecc.
  238. C. s.: Circa alla sincerilà dell’esporla non vi è male, ma caro signore... come vi chiamate?
  239. C. s.: un determinarla.
  240. C. s.: cosa vi diciate.
  241. C. s.: In secondo, quest’uso dovrebbe praticarsi ecc.
  242. C. s.: che è.
  243. C. s.: la loro vita.
  244. C. s.: Le vostre ragioni non mi persuadono.
  245. C. s.: mia figlia?
  246. C. s.: Per dire il vero.
  247. C. s.: La cosa sarà facile.
  248. C. s.: caricati.
  249. Nelle ed.i cit. si aggiunge: il casato....
  250. C. s.: degl’Albiccini.
  251. C. s.: a.
  252. C. s.: fortuna più che ecc.
  253. Nelle ed.i cit. si aggiunge: Chi sa?
  254. Nelle cit. ed.i c’è solo il punto interrogativo.
  255. C. s.: No signore.
  256. C. s.: Ma voi ecc.
  257. C. s.: resistere....
  258. Segue nelle ed. cit.: Ma no, una tale sfortunata merita di essere liberata dalle mani di un genitore villano.
  259. Nelle ed.i cit. ci sono qui dei puntini.
  260. C. s.: per lui.
  261. C. s.: di.
  262. C. s.: sulle gazzette.
  263. C. s.: Che volete ecc.
  264. C. s.: Volea ecc.
  265. C. s.: liberata.
  266. C. s.: che Filippo. Avrà ecc.
  267. C. s.: e mio padre sarà ecc.
  268. C. s.: questo partito, se non vi dispiace ecc.
  269. C. s.: Ve lo confesso, assaissimo.
  270. C. s.: No certo: non vi era ecc.
  271. C. s.: Ed ora venite a dirmi...
  272. C. s.: Sì signora, è di là che aspetta. Subito ve lo ecc.
  273. C. s.: Conosco essere inutile. Questo ecc.
  274. C. s.: Orsù, è meglio che la dia ecc.
  275. Le parole di Lisetta, che seguono, non si trovano nelle ed.i citate.
  276. Così nelle ed.i cit. Nell’ed. Zatta è stampato: Un locandiere? Tuo sposo?
  277. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  278. C. s.: Ma non ecc.
  279. Così nelle ed.i cit. Nell’ed. Zatta è stampato: Pazza sciocca?
  280. Segue nelle ed.i cit.: «Lisetta. Non mi avete promesso uno sposo che amo, che conosco? Pandolfo. M’intesi dire del signor Roberto, che poco fa parlasti. Lisetta. Non lo conosco: non so chi sia. Filippo e l’idolo mio. Pand. Va in camera. Lis. Signore... Pand. In camera. Lis. Oh che uomo! Povera me, son disperata. (parte). Pand. E voi se avrete più l’ardire di parlare, e di... Filippo. Ma finalmente, signore... (non son chi sono se non mi vendico). (parte). Pand. Un locandiere! Mia figlia un locandiere! Anderò via; mi provvederò di un altro alloggio. Non vuo’ più lasciar quella sciocca in libertà. La chiuderò in camera... (serra l'appartamento). Son chi sono, e la voglio maritar da par mio. Temerario! Ignorante! Babeo! Son chi sono, e le foglie d’oro fanno cambiare li alberi delle famiglie».
  281. Nell’ed. Zatta c’è il punto e virgola.
  282. Nell’ed. Zatta c’è il punto fermo.