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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/513



SCENA XI.

Anselmo, poi Pandolfo.

Pandolfo. Il signor Anselmo conserva sopra di me quella supe- riorità con cui mi trattava O una volta. Ma adesso io ho più denari di lui (2), g chi ha danari è signore, e chi n’ha di più, è più signore (3), e chi non ne ha, non è più signore.

Anselmo. Presto presto, che r ora passa, e vi vogliono ventiquattro soldi di Francia per la prima ora. (incamminandosi)

Pandolfo. Una parola, signor Anselmo.

Anselmo. Spicciatevi.

Pandolfo. Voglio maritare mia figlia.

Anselmo. E bene?

Pandolfo. Ci saranno moltissimi pretendenti.

Anselmo. L’ho a caro. (come sopra)

Pandolfo. E saranno ammessi al concorso.

Anselmo. E così?

Pandolfo. Se volete concorrere ancora voi

Anselmo. Eh, ho altro in testa (’’) che le vostre pazzie. (parie)

Pandolfo. Pazzo io? Pazzo lui, che ha danari molto meno di me (5), ne mia figlia si contenterebbe di un vecchio, ne io forse mi degnerei. Eh, andiamo un poco a vedere se gli affissi cor- rono, se la gazzetta fa colpo (^), se i pretendenti si movono. Mi aspetto di vedere Lisetta (a suo dispetto, che non lo merita), mi aspetto di vederla maritata a qualche cosa di grande (^^; ed) in che è fondata la mia speranza? In tre cose, una meglio dell’altra. Nel merito della figlia (®); in dodici mila scudi di dote; e in un avviso al pubblico lavorato da questa testa (^). (jiarle) 0) C. il con cui Irallava ecc. (2) Nelle ed.i cit. c’è punto fermo. (3) Qui finiscono, nelle ed.’ cit., le parole di Pandolfo. (4) C. s.: io altro in lesta io. che le ecc. (5) Nelle ^;’ k’’,";, " ^ P""’° (’""°- (^) ^°" "^"^ ^-^ "’■ Neir ed. Zaita è stampato: fa capo. (7) Nelle ed.i cit. e è punto fermo. (8) C. s.: Ji mia figlia. (9) C. >.: da questa gran lesta.