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IL MATRIMONIO PER CONCORSO 501

SCENA XI.
Anselmo, poi Pandolfo.

Pandolfo. Il signor Anselmo conserva sopra di me quella superiorità con cui mi trattava1 una volta. Ma adesso io ho più denari di lui2, è chi ha danari è signore, e chi n’ha di più, è più signore3, e chi non ne ha, non è più signore.

Anselmo. Presto presto, che l’ora passa, e vi vogliono ventiquattro soldi di Francia per la prima ora. (incamminandosi)

Pandolfo. Una parola, signor Anselmo.

Anselmo. Spicciatevi.

Pandolfo. Voglio maritare mia figlia.

Anselmo. E bene?

Pandolfo. Ci saranno moltissimi pretendenti.

Anselmo. L’ho a caro. (come sopra)

Pandolfo. E saranno ammessi al concorso.

Anselmo. E così?

Pandolfo. Se volete concorrere ancora voi.....

Anselmo. Eh, ho altro in testa4 che le vostre pazzie. (parte)

Pandolfo. Pazzo io? Pazzo lui, che ha danari molto meno di me5, nè mia figlia si contenterebbe di un vecchio, nè io forse mi degnerei. Eh, andiamo un poco a vedere se gli affissi corrono, se la gazzetta fa colpo6, se i pretendenti si movono. Mi aspetto di vedere Lisetta (a suo dispetto, che non lo merita), mi aspetto di vederla maritata a qualche cosa di grande7; ed in che è fondata la mia speranza? In tre cose, una meglio dell’altra. Nel merito della figlia8; in dodici mila scudi di dote; e in un avviso al pubblico lavorato da questa testa9. (parte)

  1. C. s.: con cui trattava ecc.
  2. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  3. Qui finiscono, nelle ed.i cit., le parole di Pandolfo.
  4. C. s.: ho altro in testa io, che le ecc.
  5. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  6. Nell’ed. Zatta è stampato: fa capo.
  7. Nelle ed.i cit. c’è punto fermo.
  8. C. s.: di mia figlia.
  9. C. s.: da questa gran testa.