Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/13

CAPITOLO XIII
Regno di Diocleziano e dei suoi tre colleghi, Massimiano, Galerio e Costanzo. Ristabilimento generale dell'ordine e della tranquillità. Guerra Persiana; vittoria e trionfo. Nuova forma di governo. Rinunzia e ritiro di Diocleziano e di Massimiano.

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CAPITOLO XIII
Regno di Diocleziano e dei suoi tre colleghi, Massimiano, Galerio e Costanzo. Ristabilimento generale dell'ordine e della tranquillità. Guerra Persiana; vittoria e trionfo. Nuova forma di governo. Rinunzia e ritiro di Diocleziano e di Massimiano.
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Come fu il regno di Diocleziano più illustre di quello di qualunque suo predecessore, così fu la sua nascita più vile e più oscura. L’efficace ragione del merito e della forza avea spesso superate le immaginarie prerogative della nobiltà; ma si era tuttavia mantenuta una distinta linea di separazione tra i liberi e tra gli schiavi. I genitori di Diocleziano erano stati schiavi nella casa di Anulino Senatore Romano; e Diocleziano medesimo non aveva altro nome che quello derivatogli da una piccola città della Dalmazia, donde sua madre traeva l’origine1. È per altro probabile che il padre di lui ottenesse la libertà della famiglia, e che egli presto acquistasse l’uffizio di scrivano, esercitato comunemente da quelli della sua condizione2. I favorevoli oracoli, o piuttosto la consapevolezza di un eminente merito, spinsero l’ambizioso suo figliuolo a seguitare la professione delle armi e le speranze della fortuna; e sarebbe cosa estremamente curiosa l’osservare la serie degli artifizi e degli accidenti, che lo condussero finalmente all’adempimento di quegli oracoli, ed a mostrare al mondo il suo merito. Fu Diocleziano successivamente promosso al governo della Mesia; alla dignità di Console, ed all’importante comando delle guardie del palazzo. Egli fece conoscere i suoi talenti nella guerra Persiana; e dopo la morte di Numeriano, lo schiavo fu, per confessione e giudizio de’ suoi rivali, dichiarato il più degno del trono Imperiale. La malizia di un religioso zelo, mentre taccia la selvaggia ferocia del suo collega Massimiano, ha affettato di gettare sospetti sul personal coraggio dell’Imperator Diocleziano3. Non è però facile il persuaderci della codardia di un soldato di fortuna, che si conciliò e conservò la stima delle legioni, ed il favore di tanti Principi bellicosi. Contuttociò la calunnia è sagace abbastanza per iscoprire, ed attaccare la parte più debole. Il valore di Diocleziano si trovò sempre proporzionato al suo dovere o alle circostanze; ma non sembra che egli avesse il prode, e generoso spirito di un Eroe, che avido di pericoli e di gloria sdegna l’artifizio, e arditamente pretende di assoggettarsi gli uguali. Erano i suoi talenti più utili che illustri; una mente vigorosa e perfezionata dall’esperienza e dallo studio degli uomini; destrezza ed applicazione negli affari; una giudiziosa mescolanza di liberalità e di economia, di dolcezza e di rigore; una profonda dissimulazione sotto la maschera di militar franchezza; costanza nel seguitare i suoi disegni; flessibilità nel variarne i mezzi; e sopra tutto la grand’arte di sottomettere le sue passioni, e quelle ancora degli altri, all’interesse della propria ambizione, e di colorire l’ambizione istessa coi più speciosi pretesti della giustizia e del pubblico bene. Può Diocleziano, al pari di Augusto, considerarsi come il fondatore di un nuovo Impero. Simile al figliuolo adottivo di Cesare, egli si distinse, più come politico che come guerriero; nè mai questi due Principi impiegarono la forza, dovunque poterono ottenere l’intento colla politica.

La vittoria di Diocleziano fu riguardevole per la sua singolare dolcezza. Un popolo avvezzo ad applaudire alla clemenza del vincitore, quando i soliti castighi di morte, di esilio, e di confiscazione venivano inflitti con qualche grado di moderatezza e di equità, vide col più gradito stupore una guerra civile, le cui fiamme rimasero estinte nel campo della battaglia. Diocleziano ammise alla sua confidenza Aristobolo, principal ministro della famiglia di Caro, rispettò le vite, i beni, e le dignità dei suoi nemici, e conservò pur anche nei loro respettivi posti la maggior parte delle creature di Carino4. Non è improbabile che motivi di prudenza avvalorassero l’umanità dell’artificioso Dalmatino; molte di quelle creature aveano comprato il favore di lui con segreti tradimenti, e nell’altre egli pregiò la grata lor fedeltà per un infelice Sovrano. Il giudizioso discernimento di Aureliano, di Probo, e di Caro avea collocati nei vari dipartimenti dello Stato e dell’esercito Uffiziali di un merito riconosciuto, l’allontanamento dei quali avrebbe nociuto al pubblico servigio, senza giovare all’interesse del successore. Tal condotta, per altro, presentava al Mondo Romano la più bella apparenza del nuovo Regno e l’Imperatore affettò di confermare questa favorevole prevenzione, dichiarandosi che tra tutte le virtù dei suoi predecessori, l’umana filosofia di Marco Antonino era quella che egli più ambiva d’imitare5.

La prima azione considerabile del suo Regno sembrò una prova evidente della sua sincerità e moderazione. Ad esempio di Marco si scelse un Collega nella persona di Massimiano, a cui conferì prima il titolo di Cesare, e di poi quello di Augusto6. Ma i motivi della sua condotta, egualmente che quelli della sua scelta, erano ben diversi da quelli del suo ammirato predecessore. Accordando ad un giovane dissoluto gli onori della porpora, avea Marco Antonino soddisfatto a un debito di privata gratitudine, a spese veramente della pubblica felicità. Diocleziano, associando in un tempo di pubblico pericolo alle fatiche del governo un amico ed un compagno nell’armi, provvide alla difesa dell’Oriente e dell’Occidente. Massimiano era nato agricoltore, e come Aureliano, nel territorio di Sirmio. Incolto era nelle lettere7, e sprezzatore delle leggi; e la rozzezza del suo aspetto o dei suoi modi scopriva nel più alto stato di fortuna la bassezza della sua estrazione. Era la guerra la sola arte da lui professata. In un lungo corso di servigio militare egli si era segnalato sopra ogni frontiera dell’Impero; e benchè fossero i suoi talenti guerrieri più propri per l’ubbidienza che pel comando; e benchè forse mai non acquistasse l’abilità di un Generale sperimentato, fu però capace col valore, colla costanza, e coll’esperienza di eseguire le più difficili imprese. Nè meno utili furono i vizi di Massimiano al suo benefattore. Insensibile alla pietà, e senza timore delle conseguenze, egli era il pronto strumento di ogni atto di crudeltà, che la politica di quel Principe artificioso poteva suggerire e discolparsene insieme. Appena che si era offerto alla prudenza o alla vendetta un sanguinoso sacrifizio, Diocleziano coll’opportuna sua intercessione salvava il piccolo resto, che non avea mai disegnato di punire, riprendeva dolcemente la severità del suo austero collega, e godeva del paragone di un secolo d’oro con un secol di ferro, che veniva generalmente applicato alle loro opposte massime di governo. Non ostante la differenza dei loro caratteri, conservarono i due Imperatori sul trono quell’amicizia da loro già contratta in una condizione privata. Il superbo e turbolento spirito di Massimiano, tanto fatale dipoi a lui stesso ed alla pubblica pace, era avvezzo a rispettare il genio di Diocleziano, e riconosceva la superiorità della ragione sulla brutale violenza8. Per un motivo o di orgoglio o di superstizione, i due Imperatori presero i titoli, uno di Giovio e l’altro di Erculio. Mentre il moto del Mondo (tale era il linguaggio de’ lor venali oratori) era regolato dalla sapienza di Giove che tutto vede, l’invincibil braccio di Ercole purgava la terra dai tiranni e dai mostri9.

Ma l’onnipotenza di Giovio e di Erculio era incapace di sostenere il peso del pubblico governo. La prudenza di Diocleziano conobbe, che l’Impero, assalito per ogni parte dai Barbari, richiedeva in ogni parte la presenza di un grande esercito e di un Imperatore. Con questa mira si risolvè di dividere un’altra volta il suo pesante potere, e di conferire a due Generali di merito riconosciuto una egual parte della Sovrana autorità, col titolo inferiore di Cesari10. Galerio, soprannominato Armentario dall’originaria sua professione di pastore, e Costanzo, che dalla pallidezza del suo colore ebbe il soprannome di Cloro11, furono i due soggetti rivestiti degli onori secondi della porpora Imperiale. Descrivendo la patria, l’estrazione ed i costumi di Erculio, abbiam già descritti quelli di Galerio, che spesso fu non impropriamente chiamato il giovane Massimiano, benchè da molti tratti e di virtù e di abilità sembri, che egli avesse una manifesta superiorità sul meno giovane. Era la nascita di Costanzo meno oscura di quella dei suoi Colleghi. Eutropio suo padre era uno dei più considerabili nobili della Dardania, e la sua madre era nipote dell’Imperator Claudio12. Benchè avesse Costanzo passata la sua gioventù nelle armi, era di carattere dolce ed amabile, e la voce popolare lo avea da lungo tempo riconosciuto degno del posto, a cui venne finalmente innalzato. Per rinforzare i legami della politica unione con quelli della domestica, ciascuno degli Imperatori prese il carattere di Padre per uno dei Cesari, Diocleziano per Galerio, e Massimiano per Costanzo, e ciascuno, obbligandoli a repudiare le prime lor mogli, fece sposar la propria figliuola al suo figliuolo adottivo13. Questi quattro Principi si diviser tra loro la vasta estensione dell’Impero Romano. La difesa della Gallia, della Spagna14 e della Britannia fu affidata a Costanzo; e Galerio fu posto sulle rive del Danubio, a difesa delle Province Illiriche. L’Italia e l’Affrica si considerarono come dipartimento di Massimiano: e Diocleziano si riserbò per sua particolar porzione la Tracia, l’Egitto e le ricche contrade dell’Asia. Era sovrano ognuno nella sua giurisdizione; ma la loro autorità riunita si estendeva sopra tutta la Monarchia; ed era ciascun di essi pronto ad assistere i suoi Colleghi coi consigli o colla presenza. I Cesari nel sublime lor posto, rispettavano la Maestà degl’Imperatori, ed i tre più giovani Principi invariabilmente riconobbero colla loro gratitudine ed ubbidienza il comun padre delle loro fortune. La sospettosa gelosia della potenza non trovò luogo fra loro, e la singolar felicità della loro unione è stata paragonata ad un coro di musici, la cui armonia era regolata e conservata dall’abil mano del primo Artista15.

Questo importante progetto non fu posto in esecuzione se non sei anni in circa dopo l’associazione di Massimiano, e non era stato quell’intervallo di tempo mancante di memorabili avvenimenti. Ma noi abbiamo preferito, in grazia della chiarezza, di prima descrivere la perfetta forma del governo di Diocleziano, e dopo di riferire le azioni del suo Regno, seguitando piuttosto il naturale ordine degli eventi, che le date di una incertissima cronologia.

La prima impresa di Massimiano, benchè sia brevemente riferita dai nostri imperfetti Scrittori, merita per la sua singolarità di esser rammentata in una storia dei costumi degli uomini. Egli soggiogò i contadini della Gallia, i quali sotto la denominazione di Bagaudi16, eransi sollevati in una general sedizione, molto simile a quelle, che nel quartodecimo secolo afflissero successivamente la Francia e l’Inghilterra17. Sembra, che molte di quelle istituzioni, che facilmente si riferiscono al sistema feudale, sieno derivate dai barbari Celti. Quando Cesare soggiogò i Galli, era già quella numerosa nazione divisa in tre ordini di persone, clero, nobiltà e plebe. Il primo governava colla superstizione, il secondo colle armi, ma il terzo ed ultimo non aveva influenza o parte veruna nei pubblici loro consigli. Era naturalissimo che i plebei, oppressi dai debiti, o paventando le ingiurie, implorassero la protezione di qualche potente Capo, il quale acquistasse sopra le loro persone ed il lor patrimonio quei medesimi assoluti diritti, che tra i Greci e i Romani un padrone esercitava su i propri schiavi18. Fu a poco a poco la maggior parte della nazione ridotta allo stato di servitù, astretta alla perpetua coltivazione dei terreni appartenenti ai nobili Galli, e addetta al suolo o col peso reale delle catene, o col non meno crudele e possente vincolo delle leggi. Durante la lunga serie delle turbolenze, che agitarono la Gallia, dal Regno di Gallieno a quello di Diocleziano, la condizione di questi servili contadini fu in ispecial modo meschina, e soffrirono ad un tempo stesso la complicata tirannia dei loro padroni, dei Barbari, dei soldati, e dei ministri dell’entrate19.

Cangiossi finalmente la sofferenza loro in disperazione. Si sollevarono essi a turme per ogni parte, armati di rustici strumenti con irresistibil furore. Divenne l’agricoltore soldato a piedi, montò a cavallo il pastore, i deserti villaggi, e le aperte indifese città furono abbandonate alle fiamme, e le devastazioni dei contadini eguagliarono quelle dei Barbari più feroci20. Sostenevano essi i naturali diritti degli uomini, ma li sostenevan per altro colla più selvaggia crudeltà. I nobili Galli, giustamente paventando la loro vendetta, si ricovrarono nelle città fortificate, o fuggirono dalla feroce scena dell’anarchia. Regnarono i contadini senza alcun freno; e due dei lor più arditi condottieri ebber la folle temerità di assumer gli ornamenti Imperiali21. Svanì ben presto la loro potenza all’arrivo delle legioni. La forza dell’unione e della disciplina riportò una facil vittoria contro una sfrenata e disunita moltitudine22. Furono severamente puniti i contadini presi colle armi in mano; ritornarono gli altri spaventati alle respettive loro abitazioni, e l’inutile loro sforzo per la libertà servì solamente a confermare la loro schiavitù. Così forte ed uniforme è la corrente delle popolari passioni, che possiam quasi arrischiarci con scarsissimi materiali a riferire le particolarità di questa guerra. Non siamo però disposti a credere che i principali Capi, Eliano ed Amando, fosser cristiani23, o a supporre che la ribellione, come accadde al tempo di Lutero, fosse suscitata dall’abuso di quegli umani principj della Religione Cristiana, che inculcano la natural libertà degli uomini.

Appena ebbe Massimiano ricuperato la Gallia dalle mani dei contadini, ch’egli perdè la Britannia per l’usurpazione di Carausio. Dopo l’ardita ma fortunata impresa dei Franchi sotto il Regno di Probo, aveano i loro arditi concittadini costruite armate di leggieri brigantini, su i quali andavano continuamente a devastare le Province adiacenti all’Oceano24. Fu necessario creare una forza navale per reprimere le irregolari loro incursioni; e se ne proseguì il giudizioso progetto con prudenza e vigore. Gessoriaco, o sia Bologna, negli Stretti del canale Britannico, fu dall’Imperatore scelto per essere stazione della flotta Romana; e ne fu il comando affidato a Carausio, di vilissima origine, cittadino di Menapia25; ma che lungamente segnalata avea la sua abilità nella marina, ed il suo valore nell’armi. Non corrispose l’integrità di questo nuovo ammiraglio ai suoi talenti. Quando i Pirati della Germania fecero vela dai loro porti, lasciò loro libero il passaggio, ma ne impedì con gran diligenza il ritorno, e si appropriò un’ampia porzione del bottino da essi acquistato. La ricchezza di Carausio fu in quella congiuntura molto giustamente considerata come una prova del suo delitto, e Massimiano già ne avea ordinata la morte. Ma l’accorto Menapio previde, e prevenne la severità dell’Imperatore. Colla sua liberalità egli si era affezionata la flotta che comandava, e tirati i Barbari nei suoi interessi. Fece egli vela dal porto di Bologna verso la Britannia, indusse la legione e gli ausiliari, che difendevano quell’Isola ad abbracciare il suo partito, e arditamente assumendo, insieme colla porpora, il titolo di Augusto, disfidò la giustizia e le armi del suo offeso Sovrano26.

Quando la Britannia fu così smembrata dall’Impero, ne fu sensibilmente riconosciuta l’importanza, e sinceramente deplorata la perdita. I Romani celebrarono, e forse magnificarono l’estensione di quell’Isola illustre, provveduta per ogni parte di comodi porti; la temperie del clima, e la fertilità del suolo, egualmente atte alla produzione di grano e del vino; i ricchi minerali, ond’ella abbondava; gli ubertosi prati coperti d’innumerabili greggi; ed i suoi boschi privi di bestie feroci o di velenosi serpenti. Deploravano essi specialmente la perdita delle considerabili entrate della Britannia, confessando nel tempo stesso che meritava quella Provincia d’esser la sede d’una monarchia indipendente27. La possedè Carausio per lo spazio di sette anni, e la fortuna si mantenne propizia ad una ribellione sostenuta dal coraggio e dall’abilità. Difese l’Imperatore Britannico le frontiere de’ suoi dominj contro i Caledonj del Settentrione; invitò dal continente un gran numero di abili artefici; ed in una varia quantità di medaglie, tutt’ora esistenti, fece pompa del suo buon gusto e della sua opulenza28. Nato su i confini dei Franchi, egli si procacciò l’amicizia di quella formidabil nazione coll’adulatrice imitazione delle lor vesti e de’ lor costumi. Arrolò la più valorosa lor gioventù nelle sue truppe di terra o di mare, ed in contraccambio dell’utile lor alleanza, comunicò a quei Barbari la pericolosa scienza dell’arte militare e navale. Possedeva Carausio tuttavia Bologna ed il paese adiacente. Le trionfanti sue flotte veleggiavano nel canale, comandavano alle foci della Senna e del Reno, devastavano le coste dell’Oceano, e spandevano oltre le Colonne d’Ercole il terrore del nome di lui. Sotto il suo governo la Britannia, destinata nei secoli futuri all’impero del mare, avea già preso il suo naturale e rispettabil grado di potenza marittima.

Avea Carausio, coll’impadronirsi della flotta di Bologna, tolti al suo Sovrano i mezzi di perseguitarlo e di vendicarsi. E quando, dopo una gran perdita di tempo e di fatica, fu lanciato in mare un nuovo armamento29, le truppe imperiali, non avvezze a quell’elemento furono facilmente aggirate e disfatte dai vecchi marinari dell’Usurpatore. Questo inutile sforzo produsse ben presto un trattato di pace. Diocleziano ed il suo collega, giustamente paventando lo spirito intraprendente di Carausio, cederono ad esso la sovranità della Britannia, e con ripugnanza ammisero il loro perfido suddito a parte degli onori imperiali30. Ma l’adozione dei due Cesari diede un nuovo vigore alle armi Romane; e mentre che il Reno era difeso dalla presenza di Massimiano, il valoroso suo collega Costanzo assunse la direzione della guerra Britannica. La sua prima impresa fu contro l’importante piazza di Bologna. Un superbo molo, innalzato a traverso l’ingresso del porto, tolse ogni speranza di soccorso. La città si rendè dopo un’ostinata difesa; ed una parte considerabile delle forze navali di Carausio cadde in potere degli assedianti. Nel corso de’ tre anni, che Costanzo impiegò a preparare una flotta adeguata alla conquista della Britannia, egli assicurò la costa della Gallia, fece irruzione nel paese dei Franchi, e privò l’Usurpatore dell’aiuto di quei possenti alleati.

Prima che fossero finiti i preparativi, Costanzo ricevè la notizia della morte del Tiranno, che fu considerata come un sicuro presagio della vicina vittoria. I ministri di Carausio imitarono l’esempio di tradimento dato da lui. Fu egli ucciso dal suo primo ministro Aletto, e l’assassino gli succedè nella potenza e nel pericolo. Ma non aveva egli abilità conveniente per esercitare la prima, od allontanare il secondo. Egli vedeva con angustioso terrore le opposte rive del continente già piene d’armi, di truppe e di navi, perchè Costanzo avea molto prudentemente diviso le sue forze, per dividere parimente l’attenzione e la resistenza del nemico. L’assalto fu finalmente dato dal principale squadrone, ch’era stato adunato alla foce della Senna, sotto il comando del Prefetto Asclepidoto, Uffiziale di merito singolare. Tanto imperfetta era in quei tempi l’arte della navigazione, che gli oratori hanno celebrato l’ardito coraggio dei Romani, i quali si arrischiarono a far vela con un vento di fianco, ed in un giorno burrascoso. Divenne il tempo favorevole alla loro impresa. Coperti da una densa nebbia, scamparono dalla flotta, che Aletto avea posta all’isola di Wight per riceverli, scesero con sicurezza sulla costa occidentale, e dimostrarono ai Britanni, che la superiorità delle forze navali non sempre avrebbe difesa la patria loro contro una straniera invasione. Appena ebbe Asclepiodoto sbarcate le truppe Imperiali, che incendiò le proprie navi; e siccome felice fu la spedizione, così fu universalmente ammirata la sua eroica condotta. L’Usurpatore si era posto vicino a Londra per ivi ricevere il formidabile assalto di Costanzo, che comandava in persona la flotta di Bologna; ma la discesa di un nuovo nemico richiedeva immediatamente la sua presenza nell’Occidente. Fece egli quella lunga marcia tanto precipitosamente, che incontrò tutte le forze del Prefetto con un piccol numero di stracche e scoraggiate truppe. Presto terminò il combattimento colla total disfatta e morte di Aletto: una sola battaglia, come spesso è seguito, decise il fato di quella grand’Isola; e quando Costanzo sbarcò su i lidi di Kent, li ritrovò coperti di sudditi ubbidienti. Alte ed unanimi furono le loro acclamazioni; e le virtù del vincitore possono indurci a credere, ch’ei si rallegrassero sinceramente di una rivoluzione, la quale, dopo una separazione di dieci anni, riuniva la Britannia al corpo dell’Impero di Roma31.

Non avea la Britannia da temere altri nemici che gl’interni; e finchè i suoi Governatori conservarono la loro fedeltà, e le truppe la lor disciplina, le incursioni dei nudi selvaggi della Scozia o dell’Irlanda non poterono mai grandemente nuocere alla sicurezza della Provincia. La pace del continente, e la difesa dei gran fiumi, che servivano di confini all’Impero, erano molto più importanti e difficili oggetti. La politica di Diocleziano, la quale presedeva ai consigli dei suoi Colleghi, provvide alla pubblica tranquillità, fomentando lo spirito di dissensione fra i Barbari, ed accrescendo le fortificazioni dei Romani confini. Egli stabilì nell’Oriente una linea di campi militari dall’Egitto ai dominj Persiani, ed acquartierò in ogni campo un adeguato numero di truppe, comandate dai rispettivi loro Uffiziali, e fornite di ogni sorta di armi tratte dai nuovi arsenali, che avea eretti in Antiochia, in Emesa, ed in Damasco32. Nè fu l’Imperatore meno vigilante a cautelarsi contro il ben noto valore dei Barbari dell’Europa. Dalla foce del Reno a quella del Danubio furono diligentemente ristabiliti gli antichi accampamenti, le città, e le fortezze, e ne furono molto abilmente costruite altre nuove nei luoghi più esposti: fu introdotta la più esatta vigilanza tra le guarnigioni della frontiera, e fu posto in uso ogni espediente che render potesse salda ed impenetrabile la lunga catena delle fortificazioni33. Fu raramente violata una così rispettabil barriera, e spesso i Barbari tra loro gli uni contro gli altri rivolsero il lor deluso furore. I Goti, i Vandali, i Gepidi, i Borgognoni, gli Alemanni dissiparono scambievolmente le proprie forze con distruggitrici ostilità, e chiunque vincesse, vinceva i nemici di Roma. I sudditi di Diocleziano, godendo di quel sanguinoso spettacolo, si rallegravan tra loro che solamente i Barbari provassero allora le miserie della guerra civile34.

Malgrado la politica di Diocleziano fu impossibile di conservare un’uguale e non interrotta tranquillità, durante un regno di vent’anni, e lungo una frontiera di più centinaia di miglia. Sospesero talora i Barbari le domestiche loro animosità, e la rilassata vigilanza delle guarnigioni lasciò talvolta un adito alla loro forza o alla loro destrezza. Ogni qualvolta furono le Province invase, Diocleziano si comportò con quella calma e dignità da lui sempre affettata o posseduta, riservò la sua presenza per quelle occasioni che meritassero d’interporvela, nè mai espose senza necessità la sua persona o la sua riputazione a pericolo alcuno. Si assicurò il buon successo con tutti quei mezzi, che la prudenza potea suggerire, e manifestò con ostentazione le conseguenze della sua vittoria. Nelle guerre di più difficil natura, e di più incerto evento, egli impiegò il feroce valore di Massimiano; e questo fido soldato si contentò di attribuire le proprie vittorie ai saggi consigli ed alla fausta influenza del suo benefattore. Ma dopo l’adozione dei due Cesari, gl’Imperatori stessi ritirandosi in un teatro di meno faticose azioni, affidarono ai loro figli adottivi la difesa del Danubio e del Reno. Non fu mai il vigilante Galerio ridotto alla necessità di vincere un’armata di Barbari sul territorio Romano35. Il valoroso ed attivo Costanzo liberò la Gallia da una furiosissima irruzione degli Alemanni; e le sue vittorie di Langres e di Vindonissa sembrano essere state azioni di notabil pericolo e di merito non volgare. Mentre egli traversava l’aperta campagna con poca gente, fu all’improvviso circondato da una superior moltitudine di nemici. Egli si ritirò con difficoltà verso Langres, ma nella costernazion generale ricusarono i cittadini di aprir le porte: ed il ferito Principe fu con una corda tirato su dalle mura. Ma alla nuova del suo pericolo corsero le truppe Romane da ogni parte a soccorrerlo, e prima della sera egli aveva soddisfatto al suo onore, ed alla sua vendetta colla strage di seimila Alemanni36. Si potrebbero forse raccogliere dai monumenti di quei tempi le oscure tracce di molte altre vittorie riportate su i Barbari della Sarmazia e della Germania; ma non sarebbe questa tediosa ricerca ricompensata da diletto o da istruzione veruna.

La regola che avea l’Imperator Probo adotta nel disporre dei vinti, fu imitata da Diocleziano e dai suoi colleghi. I Barbari prigionieri, cambiando la morte in ischiavitù, furono distribuiti tra i Provinciali, ed assegnati a quei distretti (nella Gallia sono specialmente indicati i territorj di Amiens, di Beauvais, di Cambrai, di Treveri, di Langres, e di Troyes37, i quali erano stati spopolati dalle calamità della guerra. Furono essi utilmente impiegali come pastori ed agricoltori; ma non fu ad essi permesso l’esercizio dell’armi, se non quando fu creduto espediente di arrolarli nelle milizie. Nè ricusarono gli Imperatori di dare, con un titolo meno servile, delle terre in proprietà a quelli tra i Barbari, che domandarono la protezione di Roma. Essi accordarono uno stabilimento a diverse colonie dei Carpi, dei Bastarni e dei Sarmati; e con pericolosa compiacenza permisero loro in qualche modo di conservare i nazionali costumi e l’indipendenza38. Fu per li Provinciali un soggetto di lusinghiera letizia, che i Barbari, recentissimi oggetti di terrore, coltivassero allora i loro terreni, conducessero il lor bestiame alla vicina fiera, e contribuissero colle loro fatiche alla pubblica abbondanza. Si rallegrarono essi coi loro Sovrani del possente accrescimento di sudditi e dei soldati, ma si scordarono di osservare, che si introduceva nel cuor dell’Impero39 una moltitudine di secreti nemici, cui rendeva il favore insolenti, o l’oppressione disperati.

Mentre i Cesari esercitavano il loro valore sulle rive del Reno o del Danubio, la presenza degl’Imperatori era necessaria ai meridionali confini del mondo Romano. Dal Nilo fino al monte Atlante era l’Affrica in armi. Cinque nazioni Maure confederate escirono da’ loro deserti per invadere le tranquille Province40. Giuliano avea presa la porpora in Cartagine41, Achilleo in Alessandria, e perfino i Blemmi rinnovavano, o piuttosto continuavano le loro incursioni nell’Egitto superiore. Sono appena state a noi trasmesse alcune circostanze delle imprese di Massimiano nelle parti occidentali dell’Affrica, ma dall’evento si vede che rapido e decisivo fu il progresso delle armi sue, che egli vinse i Barbari più feroci della Mauritania; e che gli allontanò da quei monti, l’inaccessibil riparo dei quali avea inspirato ai loro abitatori una ingiusta confidenza, e gli avea accostumati a vivere di violenze e di rapine42. Diocleziano, dal canto suo, aprì la campagna nell’Egitto coll’assedio di Alessandria, tagliò gli acquedotti, che portavano le acque del Nilo in ogni quartiere di quella immensa città43, e assicurato il suo campo dalle sortite dell’assediata moltitudine, continuò i suoi reiterati assalti con prudenza e con vigore. Dopo un assedio di otto mesi, Alessandria, devastata dal ferro e dal fuoco, implorò la clemenza del vincitore; ma ne provò tutta la severità. Molte migliaia di cittadini perirono in una confusa strage, e pochi colpevoli vi furono nell’Egitto, che evitassero la sentenza di morte o almeno di esilio44. Fu il fato di Busiri e di Copto più lacrimevole ancora di quel d’Alessandria. Quelle superbe città, la prima illustre per la sua antichità, la seconda arricchita dal passaggio del commercio dell’India, furono affatto distrutte dalle armi e dai severi ordini di Diocleziano45. Il solo carattere della nazione Egiziana, insensibile alla dolcezza, ma suscettivo di timore oltremodo, potea giustificare questo rigore eccessivo. Aveano sovente le sedizioni di Alessandria messa in pericolo la tranquillità e la sussistenza di Roma medesima. Dalla usurpazione di Fermo in poi, la Provincia dell’Egitto superiore, ricadendo sempre in nuove ribellioni, avea abbracciata l’alleanza dei selvaggi dell’Etiopia. Era poco considerabile il numero dei Blemmi, sparsi tra l’Isola di Meroe od il Mar Rosso: non guerriere erano le loro inclinazioni; e rozze, e non offensive le armi46. Pure nelle pubbliche turbolenze quei Barbari, che l’antichità per la deforme loro figura avea esclusi dalla specie umana, presunsero di entrare nel numero dei nemici di Roma47. Tali erano stati gl’indegni alleati degli Egiziani; e mentre era l’attenzione dello Stato rivolta a guerre più serie, avrebbero le inquiete loro incursioni potuto di nuovo turbare il riposo della Provincia. Colla mira di opporre ai Blemmi un avversario degno di loro, Diocleziano indusse i Nubati, o sia gli abitanti della Nubia, ad abbandonare le antiche loro abitazioni nei deserti della Libia, o cedè ad essi un vasto ma infruttifero territorio al di là di Siene e delle cateratte del Nilo, col patto che essi avrebber sempre rispettata e difesa la frontiera dell’Impero. Sussistè lungamente il trattato; e finchè lo stabilimento del Cristianesimo non introdusse più giuste idee di culto religioso, fu annualmente ratificato con un solenne sacrifizio nell’Isola di Elefantina, nella quale i Romani, non meno che i Barbari, adoravano le stesse visibili o invisibili potenze dell’Universo48.

Mentre Diocleziano puniva i passati delitti degli Egiziani, egli provvedeva alla futura loro sicurezza e felicità con molti savj regolamenti, che furono confermati ed invigoriti sotto i Regni successivi49. Un molto osservabile editto da lui pubblicato, in vece di condannarsi come parto di una gelosa tirannia, merita di essere applaudito come un atto di prudenza e di umanità. Egli volle che si facesse una diligente ricerca "di tutti gli antichi libri, i quali trattavano della mirabil arte di far l’oro e l’argento, e li condannò senza pietà alle fiamme; temendo (come ci assicurano) che l’opulenza degli Egiziani non inspirasse loro l’ardire di ribellarsi contro l’Impero50." Ma se Diocleziano fosse stato convinto della realtà di quest’arte importante, ben lungi dallo spegnerne la memoria, ne avrebbe rivolta l’operazione in benefizio delle pubbliche entrate. È più verisimile che il suo buon senso gli discoprisse la follia di così magnifiche pretensioni, e che desiderasse preservare la ragione ed i beni dei sudditi da questa pregiudiciale ricerca. È da osservarsi, che quegli antichi libri, così liberalmente attribuiti a Pitagora, a Salomone, o ad Ermete, erano pie fraudi di più moderni alchimisti. I Greci trascurarono l’uso o l’abuso della chimica. In quell’immenso registro, dove Plinio ha depositato le scoperte, le arti, o gli errori dello spirito umano, non si fa la minima menzione della transmutazione dei metalli; e la persecuzione di Diocleziano è il primo autentico fatto della storia dell’alchimia. La conquista dell’Egitto, fatta dagli Arabi, diffuse quella vana scienza sul globo. Favorevole all’avarizia del cuore umano, fu essa studiata nella China, come nell’Europa, con pari ardore e successo. L’oscurità dei secoli di mezzo assicurava di un favorevole ricevimento ogni maravigliosa novella, ed il rinascimento delle scienze aggiunse nuovo vigore alla speranza, e suggerì più fini artifizi alla frode. La filosofia, assecondata dall’esperienza, ha finalmente bandito lo studio dell’alchimia, ed il secolo presente, benchè avido di ricchezze, si contenta di cercarle per le più umili vie del commercio e dell’industria51.

Alla soggezione dell’Egitto immediatamente successe la guerra contro i Persiani. Era al Regno di Diocleziano riservato il vincere quella possente nazione, ed astringere i successori di Artaserse a riconoscere la superiore maestà dell’Impero di Roma.

Abbiamo osservato, che sotto il Regno di Valeriano, fu l’Armenia soggiogata dalla perfidia e dalle armi dei Persiani, e che dopo l’assassinio di Cosroe, il suo figliuolo Tiridate, ancor fanciullo, erede della monarchia, fu salvato dalla fedeltà dei suoi amici, ed educato sotto la protezione degl’Imperatori. Tiridate ricavò dal suo esilio vantaggi tali, che non gli avrebbe mai conseguiti sul trono dell’Armenia; cioè la sollecita cognizione delle avversità, degli uomini, o della Romana disciplina. Egli segnalò la sua gioventù con valorose azioni, e mostrò incomparabil forza e destrezza in ogni esercizio marziale, ed ancora nelle meno gloriose contese dei giuochi Olimpici52. Queste qualità furono più nobilmente impiegate nella difesa del suo benefattore Licinio53. Questo Uffiziale, nella sedizione che cagionò la morte di Probo, fu esposto al più imminente pericolo; e gl’inferociti soldati si aprivano a forza la strada nella sua tenda, quando furono repressi dal solo braccio del Principe Armeno. La gratitudine di Tiridate contribuì subito dopo al ristabilimento di lui. Fu Licinio in ogni posto l’amico ed il compagno di Galerio, ed il merito di Galerio, molto prima che fosse innalzato alla dignità di Cesare, era stato conosciuto e stimato da Diocleziano. Nel terz’anno del regno di questo Imperatore, fu a Tiridate conferito il reame dell’Armenia. Erano la giustizia e l’opportunità di tal progetto ugualmente evidenti. Era ormai tempo di liberare dalla usurpazione del Monarca Persiano un territorio importante, che dal Regno di Nerone in poi era sempre stato concesso sotto la protezione dell’Impero al più giovane ramo degli Arsaci54.

Quando comparve Tiridate sulle frontiere dell’Armenia, fu ricevuto con sincero trasporto di allegrezza e di fedeltà. Soffriva quel paese da trentasei anni le reali e le immaginarie angustie di un giogo straniero. I Monarchi Persiani aveano adornata la loro nuova conquista con magnifici edifizi; ma questi monumenti erano eretti a spese della nazione, ed abborriti come segni di schiavitù. Avea il timore di una ribellione suggerite le più rigorose precauzioni: era stata l’oppressione aggravata dagl’insulti, e la certezza dell’odio pubblico avea fatto prender tutte quelle provvisioni che render lo poteano ancor più implacabile. Abbiam già notato l’intollerante spirito della religione dei Magi.

Le statue dei divinizzati Re dell’Armenia, e le sacre immagini del Sole e della Luna furono ridotte in pezzi dallo zelo del vincitore; ed il fuoco perpetuo di Ormuz fu acceso e conservato sopra un’ara eretta sulla sommità del monte Bagavo55. Era ben naturale che un popolo, da tante offese inasprito, si armasse di zelo per la causa della sua indipendenza, della sua religione, e del suo legittimo Sovrano; il torrente abbattè ogni ostacolo, e pose in fuga la guarnigione Persiana. Corsero i nobili Armeni sotto lo stendardo di Tiridate, tutti allegando i loro passati meriti, offrendo i loro futuri servigi, e domandando al nuovo Re quelle cariche e quelle ricompense, dalle quali erano stati con dispregio esclusi sotto lo straniero governo56. Il comando dell’armata fu conferito ad Artavasde, il cui padre avea salvato Tiridate nella sua infanzia, e la cui famiglia era stata trucidata per quell’azion generosa. Ottenne il fratello di Artavasde il governo di una Provincia. Una delle prime cariche militari fu conferita al Satrapo Otas, uomo di singolar temperanza e fortezza, che presentò al Re la sorella di lui57, ed un considerabil tesoro, che aveva ambedue conservati inviolati in una rimota fortezza. Comparve tra i nobili Armeni un alleato, le cui vicende sono troppo considerabili per non farne menzione. Egli avea nome Mamgo; era Scita d’origine; e la Tribù, che da lui dipendeva, si era pochi anni avanti accampata su i confini dell’Impero Chinese58, che si estendeva allora fino alle vicinanze della Sogdiana59. Essendo Mamgo incorso nello sdegno del suo Sovrano, si ritirò coi suoi seguaci verso le rive dell’Oxo, ed implorò la protezione di Sapore. L’Imperatore della China richiese il fuggitivo, allegando i diritti della Sovranità. Il Monarca Persiano oppose le leggi dell’ospitalità; e non senza difficoltà evitò una guerra, colla promessa di confinar Mamgo nelle più lontane parti dell’Occidente; pena, com’egli la descriveva, non meno terribile della morte. L’Armenia fu scelta pel luogo dell’esilio, e fu alla Scitica Tribù assegnato un vasto distretto, sul quale potesse pascolare i suoi greggi ed armenti, e trasportare le sue tende da un luogo all’altro, secondo le diverse stagioni dell’anno. Furono quelle genti impiegate a respingere l’invasione di Tiridate: ma il lor condottiero, dopo aver bilanciato i benefizi e le offese, che avea ricevuto dal Monarca Persiano, risolvè di abbandonare il partito. Il Principe Armeno, cui bene era noto il merito e la potenza di Mamgo, lo trattò con rispettosa distinzione; ed ammettendolo alla sua confidenza, acquistò un suddito coraggioso e fedele, che molto efficacemente contribuì a ristabilirlo sul trono60.

Si mostrò per un tempo propizia la fortuna dell’intraprendente valore di Tiridate. Egli non solo discacciò i nemici della sua famiglia o della sua patria da tutta l’estensione dell’Armenia, ma continuando la sua vendetta, portò le armi, o almeno le scorrerie, fino nel cuor dell’Assiria. Lo storico, che ha tolto il nome di Tiridate all’obblìo, celebra con un grado di nazionale entusiasmo il personal valore di lui; e col vero spirito di un oriental romanzista descrive i giganti e gli elefanti che caddero sotto l’invincibil suo braccio. Da altre informazioni rileviamo le divisioni della monarchia Persiana, alle quali il Re dell’Armenia fu in parte debitore dei suoi vantaggi. Era il trono disputato dall’ambizione di due rivali fratelli; ed Ormuz, dopo aver inutilmente impiegate le forze del suo partito, ricorse alla pericolosa assistenza dei Barbari, che abitavano lungo la spiaggia del Caspio61. Fu però la guerra civile presto terminata o con una vittoria o con una riconciliazione; e Narsete, universalmente riconosciuto Re della Persia, rivolse tutte le sue forze contro il nemico straniero. La contesa si fece allora troppo ineguale, nè il valor dell’Eroe poteva resistere alla possanza del Monarca. Tiridate, scacciato per la seconda volta dal trono dell’Armenia, si rifuggì di nuovo nella Corte degl’Imperatori. Narsete ristabilì ben tosto la sua autorità nella ribellata Provincia, ed altamente lagnandosi della protezione largita dai Romani ai ribelli ed ai fuggitivi, aspirò alla conquista dell’Oriente62.

Nè la prudenza nè l’onore permettevano agli Imperatori di abbandonare la causa del Re dell’Armenia e fu risoluto di mostrare la forza dell’Impero nella guerra Persiana. Diocleziano con quella ferma dignità, che egli costantemente assumeva, piantò la sua sede in Antiochia, donde preparava o dirigeva le militari operazioni63. Fu il comando delle legioni affidato all’intrepido valore di Galerio, il quale per quell’importante disegno fu richiamato dalle rive del Danubio a quelle dell’Eufrate. S’incontrarono ben tosto gli eserciti nelle pianure della Mesopotamia, e due battaglie seguirono con vario e dubbio successo, ma più decisivo fu il terzo combattimento; e l’esercito Romano ebbe un’intera disfatta, attribuita alla temerità di Galerio, che con un piccolo corpo di truppe assalì l’innumerabile esercito dei Persiani64. Ma la considerazione del paese, che fu il teatro di questa azione, può suggerirci un’altra ragione della sconfitta di lui. Il terreno stesso, nel quale fu vinto Galerio, era divenuto fumoso per la morte di Crasso e per la strage di dieci legioni. Era questo una pianura di più di sessanta miglia, che si stendeva dai monti di Carre all’Eufrate; un raso, sterile ed arenoso deserto, senza una collina, senza un albero, o senza una sorgente di acqua dolce65. La grave infanteria dei Romani, oppressa dal caldo e dalla sete, non potea sperar la vittoria mantenendosi in ordinanza, nè disunirsi senza esporsi al più imminente pericolo. In questa situazione fu a poco a poco circondata dal numero superiore, affaticata dalle rapide evoluzioni, e distrutta dagli strali della nemica cavalleria. Avea il Re d’Armenia segnalato il suo valore nella battaglia e ricavata una gloria personale dalla pubblica calamità. Egli venne perseguitato fino all’Eufrate; era il suo cavallo ferito, e sembrava impossibile che fuggir potesse al vittorioso nemico. In questa estremità, Tiridate abbracciò l’unico scampo che si vide d’avanti, smontò e si lanciò nel fiume. La sua armatura era grave, molto profondo il fiume, e in quelle parti largo almeno mezzo miglio66: pure fu tal la forza e la destrezza di lui, che arrivò salvo all’opposta riva67. Riguardo al Generale Romano, noi non sappiamo le circostanze della sua fuga; ma quando egli ritornò in Antiochia, Diocleziano lo ricevè non colla tenerezza di un amico e di un collega, ma collo sdegno di un offeso Sovrano. Il più altero degli uomini, vestito di porpora, ma umiliato dal sentimento del suo fallo e della sua sventura, fu obbligato a seguitare a piedi per più di un miglio il cocchio dell’Imperatore, e dare a tutta la Corte lo spettacolo del suo disonore68.

Appena ebbe Diocleziano soddisfatto il suo privato risentimento, e sostenuta la maestà dei sovrano potere, cedè alle umili preci del Cesare, e gli permise di ricuperare il suo onore e quello delle armi Romane. In vece delle imbelli truppe dell’Asia, le quali molto probabilmente avean servito nella prima spedizione, fu composto un nuovo esercito di veterani e di nuove reclute della frontiera Illirica; ed un corpo considerabile di Goti ausiliari fu preso al soldo imperiale69. Galerio passò di nuovo l’Eufrate alla testa di una scelta armata di venticinquemila uomini, ma in vece di esporre le sue legioni nelle aperte pianure della Mesopotamia, si avanzò per le montagne dell’Armenia, ove trovò gli abitatori zelanti per la sua causa, ed il territorio favorevole alle operazioni dell’infanteria, ed altrettanto disadatto ai movimenti della cavalleria70. Avea l’avversità assodata la disciplina dei Romani, mentre che i Barbari, insuperbiti del buon successo, erano divenuti così trascurati e negligenti, che nel momento in cui meno se l’aspettavano, furono sorpresi dall’attiva condotta di Galerio, il quale accompagnato solamente da due uomini a cavallo, avea co’ suoi propri occhi segretamente esaminata la situazione e lo stato del loro campo. Una sorpresa, specialmente di notte, era il più delle volte fatale all’armata Persiana. "I loro cavalli erano legati, e generalmente impastoiati per prevenirne la fuga; e ad un assalto improvviso dovea ogni Persiano legar la gualdrappa, imbrigliare il cavallo, e vestir la corazza avanti che salir potesse a cavallo71." In quella occasione l’impetuoso assalto di Galerio sparse il disordine ed il terrore nel campo dei Barbari. Ad una piccola resistenza successe una spaventevole strage, e nella general confusione il ferito Monarca (perchè Narsete comandava l’armata in persona) fuggì verso i deserti della Media. Le sue magnifiche tende, e quelle dei suoi Satrapi diedero un immenso bottino al vincitore, e vien riferito un incidente, che prova la rozza, ma marziale ignoranza delle legioni riguardo alle eleganti superfluità della vita. Cadde nelle mani di un privato soldato una borsa di cuoio lucente, ripiena di perle. Egli conservò diligentemente la borsa, ma gettò via il contenuto, giudicando, che tutto ciò, che non serviva ad alcun uso, aver non potesse valore alcuno72. La perdita principale di Narsete fu di un genere ben più interessante. Diverse delle sue mogli, e le sue sorelle ed i piccioli suoi figliuoli, che aveano seguitato il campo, furono fatti prigionieri nella sconfitta. Ma benchè il carattere di Galerio in generale avesse pochissima affinità con quello di Alessandro, egli imitò dopo la sua vittoria la benigna condotta del Macedone verso la famiglia di Dario. Le mogli ed i figli di Narsete furono protetti contro la violenza, e la rapina, condotti in luogo di sicurezza e trattati con ogni segno di rispetto e di tenerezza dovuta da un generoso nemico alla loro età, al lor sesso, ed alla reale lor condizione73.

Mentre l’Oriente attendeva con ansietà la decisione di questa gran contesa, l’Imperator Diocleziano avendo raccolto nella Siria un forte esercito di osservazione spiegava in mostra da lungi i ripieghi della Romana potenza, e si riserbava per ogni futuro emergente della guerra. Alla nuova della vittoria condiscese ad avanzarsi verso la frontiera, coll’idea di moderare colla presenza e coi consigli l’ambizione di Galerio. L’abboccamento dei Principi Romani a Nisibi fu accompagnato da ogni espressione di rispetto da una parte, e di stima dall’altra. In quella città essi dettero subito dopo udienza all’Ambasciatore del gran Re74. Questa ultima disfatta avea atterrato la potenza o almeno il coraggio di Narsete; ed egli riguardava una pace immediata, come l’unico mezzo di arrestare il progresso delle armi Romane. Egli spedì Afarbane, suddito suo favorito e confidente, colla commissione di negoziare un trattato, o piuttosto di accettare quelle condizioni che impor volesse il vincitore. Afarbane aprì la conferenza, testimoniando la gratitudine del suo Sovrano pel generoso trattamento fatto alla sua famiglia, e domandando la libertà di quegli illustri prigionieri. Egli celebrò il valore di Galerio senza diminuire la riputazione di Narsete, e non credè disonore il riconoscere la superiorità del vittorioso Cesare sopra un Monarca che avea superata la gloria di tutti i principi della sua stirpe. Non ostante la giustizia della causa Persiana, egli era autorizzato a sottoporre le attuali pendenze alla decisione degli Imperatori medesimi; persuaso, che in mezzo alle prosperità non si scorderebbero delle vicende della fortuna. Concluse Afarbane il suo discorso collo stile delle orientali allegorie, osservando che le Monarchie Romana e Persiana erano i due occhi del mondo, il quale rimarrebbe imperfetto e mutilato, se l’uno o l’altro gli fosse tolto.

"Ben conviene ai Persiani" replicò Galerio con un trasporto di furore, che parve mettere in convulsione tutta la sua macchina "ben conviene ai Persiani l’estendersi sulle vicende della fortuna, e farci tranquillamente delle lezioni sulla virtù della moderazione. Si rammentino essi la propria loro moderazione verso l’infelice Valeriano. Essi lo vinsero con frode, lo trattarono con indegnità. Lo ritennero fino all’ultimo momento della sua vita in vergognosa prigionia, e dopo la sua morte ne esposero il corpo ad una perpetua ignominia." Raddolcito però il suo stile, Galerio fece intendere all’Ambasciatore, che non erano mai stati usati i Romani a calpestare un nemico umiliato, e che in quell’occasione avrebbero consultato la propria loro dignità anzi che il merito dei Persiani. Licenziò Afarbane colla speranza, che presto sarebbe Narsete informato a qual condizione ottener poteva dalla clemenza degli Imperatori una pace durevole, e la restituzione delle sue mogli e de’ suoi figliuoli. Da questo abboccamento possiamo rilevare le feroci passioni di Galerio, non meno che la sua deferenza al superior consiglio ed all’autorità di Diocleziano. L’ambizione del primo abbracciava la conquista dell’Oriente, ed avea proposta di ridurre la Persia in provincia. La prudenza del secondo, che aderiva alla moderata politica di Augusto o degli Antonini, profittò della favorevole occasione di terminare una guerra fortunata con una pace onorevole e vantaggiosa75.

In conseguenza delle loro promesse gl’Imperatori subito dopo destinarono Sicorio Probo, uno de’ loro segretari, a notificare alla Corte Persiana l’ultima loro risoluzione. Come ministro di pace fu egli ricevuto con ogni contrassegno di cortesia e di amicizia; ma sotto il pretesto di accordargli il necessario riposo dopo un viaggio sì lungo, fu l’udienza di Probo differita di giorno in giorno; ed egli attese i lenti movimenti del Re, sino a che in fine fu ammesso alla presenza di lui vicino al fiume Asprudo nella Media. Il secreto motivo di Narsete in questo indugio era stato di adunare tali forze militari, che potessero metterlo in istato, benchè sinceramente bramoso della pace, di trattarla con maggior peso e colla maggiore dignità. Tre sole persone assisterono a questa conferenza importante, il ministro Afarbane, il Prefetto delle guardie, ed un Uffiziale, che avea comandato sulla frontiera dell’Armenia76. Poco intelligibile per noi è al presente la prima condizione proposta dall’Ambasciatore: che si destinerebbe, cioè, la città di Nisibi ad essere il luogo dello scambievol traffico, ovvero (come noi avremmo detto una volta) la piazza di commercio, tra i due Imperi. Non vi è difficoltà in concepire l’intenzione che aveano i Principi Romani di aumentare le loro entrate con alcune imposizioni sopra il commercio; ma siccome Nisibi era situata nei loro propri dominj, ed essi eran padroni delle importazioni e delle esportazioni, parrebbe che tali restrizioni fossero gli oggetti di una legge interna anzichè di un estraneo trattato. Per renderle più efficaci, si pretese probabilmente che il Re di Persia convenisse in alcune stipulazioni, le quali sembrarono così ripugnanti o all’interesse o alla dignità del medesimo, che egli non si potè indurre a sottoscriverle. Essendo questo l’unico articolo, al quale ei negò il suo consenso, non vi fu più lungamente insistito; e gl’Imperatori soffrirono che il commercio passasse pe’ suoi naturali canali, o si contentarono di alcune restrizioni, il cui stabilimento dipendea dalla loro autorità.

Rimossa appena questa difficoltà, fu solennemente conclusa e ratificata la pace tra le due nazioni. Le condizioni di un trattato, tanto glorioso all’Impero e necessario alla Persia, possono meritare una più particolare attenzione, giacchè la storia di Roma presenta molto pochi trattati di simil natura; essendo state la maggior parte delle sue guerre o terminate coll’intera conquista, o fatte contro i Barbari ignoranti dell’uso delle lettere. I. L’Abora, o come vien detto da Senofonte, l’Arasse fu stabilito per confine delle due Monarchie77. Questo fiume, che nasceva vicino al Tigri, veniva accresciuto poche miglia sotto Nisibi dal piccolo torrente di Migdonio, scorreva lungo le mura di Singara, e aboccava nell’Eufrate a Circessio, città di frontiera, che fu dalla cura di Diocleziano molto validamente fortificata78. La Mesopotamia, oggetto di tante guerre, fu ceduta all’Impero; ed i Persiani rinunziarono con questo trattato a tutte le pretensioni su quella vasta Provincia. II. Essi abbandonarono ai Romani cinque Province di là dal Tigri79. La situazione di queste formava una molto vantaggiosa barriera, e fu la loro forza naturale ben presto accresciuta dall’arte e dalla scienza militare. Quattro di esse, al Settentrione del fiume, erano distretti di oscura fama e di poca estensione, Intiline, Zadicene, Arzanene, e Moxoene: ma all’Oriente del Tigri l’Impero acquistò il vasto e montagnoso territorio di Carduene, antica sede dei Carduchj, i quali conservarono per molti secoli la generosa lor libertà nel centro delle dispotiche monarchie dell’Asia. I diecimila Greci traversarono il loro paese, dopo una penosa marcia, o piuttosto battaglia, di sette giorni; e confessa il lor condottiero nella sua incomparabile relazione della ritirata, che essi soffrirono più danno dai dardi dei Carduchj, che dalle forze del gran Re80. I Curdi, loro posteri, con piccolissima alterazione e di nome e di costumi, riconoscono di puro nome la sovranità del gran Signore. III. È quasi inutile osservare, che Tiridate, il fido alleato di Roma, fu ristabilito sul trono dei suoi antenati, e che furono pienamente sostenuti ed assicurati i diritti dell’Imperiale preeminenza. Furono i confini dell’Armenia estesi fino alla fortezza di Sinta nella Media, e questo accrescimento di dominio fu un atto più di giustizia che di liberalità. Delle già nominate Province di là dal Tigri, le quattro prime aveano i Parti smembrate dalla corona dell’Armenia81, e quando i Romani ne acquistarono il possesso, essi stipularono, a spese degli Usurpatori, un’ampia compensazione, per cui ebbe il loro alleato il vasto e fertile paese di Atropatene. La sua principal città, situata forse dov’è la moderna Tauris, fu spesso onorata dalla residenza di Tiridate; e siccome ebbe talvolta il nome di Ecbatana, egli imitò negli edifizi e nelle fortificazioni la magnifica capitale dei Medi82. IV. Il paese dell’Iberia era sterile; rozzi e selvaggi n’erano gli abitanti. Ma essi erano avvezzi all’uso delle armi, e separavano dall’Impero altri Barbari, più di loro feroci e più formidabili. Padroni delle anguste foci del monte Caucaso, poteano essi introdurre o escludere le erranti turme dei Sarmati, ogni qual volta lo spirito di rapina le portava ad inoltrarsi nelle più opulenti contrade del mezzogiorno83. La nominazione dei Re dell’Iberia, che fu agl’Imperatori ceduta dal Monarca Persiano, contribuì al vigore ed alla stabilità della Romana potenza nell’Asia84. Godè l’Oriente per quarant’anni una profonda tranquillità: e fu il trattato tra le due Monarchie strettamente osservato fino alla morte di Tiridate; quando una nuova generazione, animata da mire e da passioni diverse, successe al governo del mondo; ed il nipote di Narsete intraprese una lunga e memorabil guerra contro i Principi della famiglia di Costantino.

[A.D. 303]

L’ardua impresa di liberare l’angustiato Impero dai Tiranni e dai Barbari era stata interamente compita da una successione d’Illirici agricoltori. Subito che Diocleziano entrò nel ventesimo anno del suo regno, celebrò quell’epoca memorabile, e la fortuna insieme delle sue armi colla pompa di un Romano trionfo85. Massimiano, compagno a lui eguale nel potere, fu l’unico suo compagno nella gloria di quel giorno. Aveano i due Cesari combattuto e vinto; ma il merito delle loro geste veniva attribuito, secondo il rigore delle massime antiche, alla fausta influenza dei loro Padri ed Imperatori86. Il trionfo di Diocleziano e di Massimiano fu forse meno magnifico di quelli di Aureliano e di Probo, ma fu decorato da varie circostanze di maggior gloria e felicità. L’Affrica e la Britannia, il Reno, il Danubio ed il Nilo, gli somministrarono i loro rispettivi trofei; ma l’ornamento più illustre era di una specie più singolare, cioè una vittoria Persiana, accompagnata da una conquista importante. Furono pertanto dinanzi al carro Imperiale portate le rappresentazioni dei fiumi, dei monti, e delle Province. Le immagini delle mogli, delle sorelle e dei figliuoli del Gran Re, presentavano un nuovo e gradito spettacolo alla vanità del popolo87. È questo trionfo ragguardevole agli occhi della posterità, per una distinzione di un genere meno onorevole. Fu l’ultimo trionfo che mai più Roma vedesse. Tosto dopo quest’epoca gl’Imperatori cessarono di vincere, e Roma cessò di essere la Capitale dell’Impero.

Il suolo, sul quale fu Roma fabbricata, era stato consacrato con antiche cerimonie e con immaginari miracoli. Ogni parte della città sembrava animata dalla presenza di qualche nume, o dalla memoria di qualche Eroe, e l’Impero del mondo era stato promesso al Campidoglio88. I nativi Romani sentivano e riconoscevano la forza di questa dolce illusione. Procedeva essa dai loro antenati, era cresciuta coll’educazione, ed in parte avvalorata dall’opinione della pubblica utilità. La forma e la sede del Governo eran tra loro intimamente connesse, e si credeva impossibile il trasferir l’una senza distruggere l’altra89. Ma la sovranità della Capitale rimase a poco a poco annullata nell’estensione delle conquiste; s’innalzarono le Province allo stesso livello, e le vinte nazioni acquistarono il nome ed i privilegi dei Romani, senza adottarne i parziali interessi. Per un lungo tempo però gli avanzi della antica costituzione, e l’influenza del costume conservarono la dignità di Roma. Gl’Imperatori, benchè forse di Affricana o Illirica estrazione, rispettarono la patria da loro adottata, come sede della loro potenza e centro dei loro estesi dominj. L’emergenze della guerra rendevano sovente necessaria la loro presenza sulle frontiere; ma Diocleziano e Massimiano furono i primi Principi Romani i quali stabilissero, in tempo di pace, l’ordinaria loro residenza nelle Province, e la loro condotta, benchè derivar potesse da privati motivi, fu giustificata da mire di politica molto speciose.

La Corte dell’Impero di Occidente risedeva per lo più in Milano, la cui situazione al piè dell’Alpi sembrava assai più di quella di Roma favorevole all’importante oggetto di vegliare su i movimenti dei Barbari della Germania. Acquistò ben tosto Milano lo splendore di una città Imperiale. Gli Storici ne descrivon le case come numerose, e ben fabbricate, e come culti e liberali i costumi del popolo. Un circo, un teatro, una zecca, un palazzo, i bagni che portavano il nome del loro fondator Massimiano; i portici adorni di statue, e un doppio recinto di mura contribuivano alla bellezza della nuova Capitale, che non sembrava abbattuta dalla vicinanza di Roma90. Fu pure ambizione di Diocleziano l’emulare la maestà di Roma; ed egli impiegò il suo ozio e le ricchezze dell’Oriente nell’abbellimento di Nicomedia, città posta sul confine dell’Europa e dell’Asia, quasi ad ugual distanza fra il Danubio e l’Eufrate. Il buon gusto del Monarca e la spesa del popolo diedero in pochi anni a Nicomedia un grado di magnificenza, che sembrava frutto della fatica di molti secoli, e la renderono inferiore solamente a Roma, ad Alessandria e ad Antiochia nell’ampiezza e nella popolazione91. Fu la vita di Diocleziano e di Massimiano una vita attiva, e ne consumarono essi gran parte nei campi o nelle loro lunghe e frequenti marce; ma sembra che ogniqualvolta aveano qualche riposo dai pubblici affari, si ritirassero con piacere nelle loro favorite residenze di Nicomedia e di Milano. È cosa molto dubbiosa se Diocleziano visitasse l’antica Capitale dell’Impero, prima del ventesimo anno del suo Regno, in cui celebrò il suo trionfo Romano. In quella memorabile occasione ancora, la sua permanenza non oltrepassò i due mesi. Disgustato dalla licenziosa famigliarità del popolo, egli si partì precipitosamente da Roma, tredici giorni prima del tempo che si aspettava di vederlo comparire in Senato, rivestito colle insegne della dignità Consolare92.

L’avversione mostrata da Diocleziano per Roma e per la Romana libertà, non era l’effetto di un momentaneo capriccio, ma conseguenza della più artificiosa politica. Avea quell’accorto Principe abbozzato un nuovo sistema d’Imperial governo, che fu di poi perfezionato dalla famiglia di Costantino; e siccome nel Senato si conservava religiosamente l’immagine dell’antica costituzione, egli risolvè di spogliare quell’ordine de’ suoi piccoli avanzi di potenza e di considerazione. Possiamo rammentarci quali fossero, quasi otto anni avanti l’innalzamento di Diocleziano, la passeggiera grandezza e le ambiziose speranze del Senato Romano. Finchè prevalse l’entusiasmo, molti dei Nobili fecero imprudente mostra del loro zelo per la causa della libertà; e quando ebbero i successori di Probo cessato di proteggere il partito Repubblicano, non seppero i Senatori nascondere l’impotente loro risentimento. Fu affidata a Massimiano, come Sovrano dell’Italia, la cura di estinguere questo più incomodo che pericoloso spirito d’indipendenza, e tale incarico conveniva perfettamente al crudele carattere di lui. I più illustri membri del Senato, pe’ quali sempre mostrò Diocleziano un’affettata stima, furono dal Collega di lui involti nella accusa di immaginarie congiure, e la possessione di una magnifica villa o di un ben coltivato territorio era interpretata come una convincente prova di colpa93. Il campo dei Pretoriani, che avea sì lungamente oppressa la Maestà di Roma, cominciò a proteggerla, e siccome quelle altere truppe conoscevano la decadenza del loro potere, eran naturalmente disposte a congiunger la loro forza coll’autorità del Senato, Fu per le savie misure di Diocleziano insensibilmente diminuito il numero dei Pretoriani, furono i loro privilegi aboliti94, e nel posto loro subentrarono due fedeli legioni dell’Illirico, che sotto i nuovi nomi di Gioviani e di Erculiani furono destinate a fare il servizio delle guardie Imperiali95. Ma la più fatale, benchè segreta ferita, che ricevesse il Senato dalle mani di Diocleziano e di Massimiano, fu l’inevitabil fatto della lunga lor lontananza. Finchè gli Imperatori risederono in Roma, poteva il Senato essere oppresso, ma difficilmente poteva esser negletto. I successori di Augusto usavano del potere di dettare tutte quelle leggi, che loro suggerir poteva la prudenza o il capriccio; ma queste leggi venivano ratificate dalla sanzione del Senato. Si conservava nelle sue deliberazioni e ne’ suoi decreti l’immagine dell’antica libertà; ed i savi principi, che rispettavano i pregiudizi del popolo Romano, erano in qualche modo obbligati a tenere il linguaggio e la condotta conveniente al Generale ed al primo Magistrato della Repubblica. Ne’ campi e nelle Province spiegavano la dignità di Monarchi, e quando essi posero ferma residenza lungi dalla Capitale, abbandonarono per sempre la dissimulazione, da Augusto raccomandata ai suoi successori. Nell’esercizio della potenza legislativa e dell’esecutiva, il Sovrano deliberava coi suoi Ministri, in vece di consultare il gran Consiglio della nazione. Il nome del Senato si rammentò con onore fino all’ultimo periodo dell’Impero. La vanità de’ suoi membri96 era sempre lusingata con onorifiche distinzioni, ma l’assemblea, che per tanto tempo era stata e la sorgente, e l’istrumento della potenza, fu rispettosamente lasciata cadere in obblìo. Il Senato di Roma, perdendo ogni connessione colla Corte Imperiale e coll’attual costituzione, fu lasciato come un venerabile ma inutile monumento di antichità sul colle Capitolino.

Quando i Principi Romani ebber perduto di vista il Senato e l’antica lor Capitale, facilmente obbliarono l’origine e la natura del loro legittimo potere. Le cariche civili di Console, di Proconsole, di Censore e di Tribuno, dall’unione delle quali quel potere era stato formato, ne mostravano al popolo la repubblicana origine. Questi modesti titoli97 furono tralasciati, e se quei Principi tuttavia distinguevano l’alta lor dignità col nome d’Imperatore, si prendeva quella voce in un senso nuovo e più nobile, nè più denotava il Generale de’ Romani eserciti, ma il Sovrano del mondo Romano. Il nome d’Imperatore, che a principio era d’instituzione militare, fu unito ad un altro di genere più servile. L’epiteto di Dominus, o di Signore, nella significazione sua primitiva, esprimeva non l’autorità di un Principe sopra i sudditi o di un comandante sopra i soldati, ma il dispotico potere di un Padrone sopra i domestici schiavi98. Riguardandolo in questo odioso aspetto, lo aveano rigettato con orrore i primi Cesari. Divenne insensibilmente più debole la loro resistenza, e meno odioso il nome, finchè in ultimo il titolo di nostro Signore e Imperatore fu non solamente accordato dalla adulazione, ma regolarmente inserito nella legge e nei pubblici monumenti. Questi cotanto superbi epiteti erano sufficienti ad innalzare o contentare la vanità più esorbitante, e se i successori di Diocleziano ricusavano tuttavia il nome di Re, ciò sembra essere stato l’effetto non tanto della loro moderazione, quanto della loro delicatezza. Dovunque era in uso la lingua latina, ed essa era il linguaggio del governo per tutto l’Impero, il titolo Imperiale, come particolare ad essi, spiegava un’idea più rispettabile del nome di Re, che avrebbero avuto comune con cento Barbari capitani, o che al più poteano derivar solamente da Romolo o da Tarquinio. Ma i sentimenti dell’Oriente erano assai diversi da quelli dell’Occidente. Fino dai più rimoti tempi della Storia, i Sovrani dell’Asia erano stati celebrati nel greco linguaggio col titolo di Basileus o di Re; e poichè questo si riguardava come la prima distinzione fra gli uomini, fu ben tosto usato dai servili Provinciali dell’Oriente nelle loro umili suppliche al trono Romano99. Anche gli attributi o almeno i titoli della Divinità furono usurpati da Diocleziano e da Massimiano, che li trasmisero ad una successione d’Imperatori cristiani100. Queste stravaganti formole di rispetto perdono però ben presto la loro empietà, perdendo il loro significato; e quando l’orecchio è una volta avvezzo a quel suono, si ascoltano con indifferenza come vaghe, benchè eccessive espressioni di ossequio.

Dal tempo di Augusto a quello di Diocleziano i Principi Romani, conversando famigliarmente tra i loro concittadini, erano salutati solamente con quello stesso rispetto che era solito usarsi coi Senatori e coi Magistrati. Il loro principal distintivo era la Imperiale, o militare veste di porpora; mentre l’abito Senatorio era distinto con una larga, o l’equestre con una stretta fascia o lista del medesimo onorifico colore. La superbia, o piuttosto la politica di Diocleziano, indusse quel Principe artifizioso a introdurre la splendida magnificenza della Corte di Persia101. Egli si arrischiò ad assumere il Diadema, ornamento detestato dai Romani come odiosa insegna della dignità Reale, ed il cui uso era stato considerato come l’atto più disperato della follìa di Caligola. Altro non era il diadema che una larga e bianca fascia, adorna di perle, che cingeva la testa dell’Imperatore. Le sontuose vesti di Diocleziano e de’ suoi successori erano di seta e di oro; e vien con indignazione osservato che fino le loro scarpe erano guarnite delle gemme più preziose. L’accesso alla lor sacra persona si rendeva ogni dì più difficile per l’istituzione di nuove formalità e cerimonie. Gli aditi del palazzo erano diligentemente custoditi dalle diverse scuole, come cominciarono allora a chiamarsi, di Uffiziali domestici. Gli appartamenti interiori furono affidati alla gelosa vigilanza degli Eunuchi, la moltiplicazione ed influenza dei quali era il più infallibile indizio del progresso del dispotismo. Quando un suddito veniva finalmente ammesso all’Imperial presenza, era obbligato, qualunque fosse la sua condizione, al prostrarsi al suol, e di adorare, secondo il costume orientale, la divinità del suo Signore e Padrone102. Diocleziano era un uomo sensato, che nel corso di una vita e privata e pubblica avea concepito il giusto valore e di se stesso e del genere umano: e non è facile l’immaginare, che nel sostituire i costumi della Persia a quelli di Roma egli fosse seriamente animato da così basso principio, quale è quello della vanità. Egli si lusingò, che una ostentazione di splendore e di lusso soggiogherebbe l’immaginazione della moltitudine; che il Monarca sarebbe meno esposto alla rozza licenza dei popolo e dei soldati, a misura che la sua persona fosse meno esposta alla pubblica vista; e che le abitudini di sommissione insensibilmente produrrebbero sentimenti di venerazione. L’alterigia usata da Diocleziano era, egualmente che l’affettata modestia di Augusto, una teatrale rappresentazione; ma si dee confessare, che delle due commedie, la seconda era di un carattere molto più nobile e generoso della prima. La mira dell’uno era di nascondere l’infinito potere che aveano gl’Imperatori sul mondo Romano: l’oggetto dell’altro era di farne pompa.

L’ostentazione era il primo principio del nuovo sistema istituito da Diocleziano; e la divisione, il secondo. Egli divise l’Impero, le Province, ed ogni ramo della civile, e della militar amministrazione. Egli moltiplicò le ruote della macchina del Governo e ne rendè meno rapide ma più sicure le operazioni. Tutti quei vantaggi e quei difetti, che poterono accompagnare queste innovazioni, doverono in gran parte attribuirsi al primo inventore; ma siccome il nuovo edifizio di politica fu a poco a poco perfezionato e compito dai Principi successori, sarà ben fatto differire a considerarlo al tempo della sua piena maturità e perfezione103. Riserbando pertanto al regno di Costantino un più esatto quadro del nuovo Impero, ci contenteremo di descriverne il principale e decisivo contorno, come fu disegnato dalla mano di Diocleziano. Egli aveva associato tre colleghi all’esercizio del sapremo potere; e giudicando che i talenti di un solo erano inadeguati alla pubblica difesa, considerò la congiunta amministrazione di quattro Principi non come temporario espediente, ma come legge fondamentale della costituzione. Volle che il distintivo dei due più vecchi Principi fossero il diadema e il titolo di Augusto; che questi (secondo che l’affetto o la stima dirigesse la loro scelta) regolarmente chiamassero in loro aiuto due subordinati colleghi; e che i Cesari, innalzati a vicenda al primo posto, dessero una successione non interrotta d’Imperatori. L’Impero fu diviso in quattro parti. L’Oriente e l’Italia erano le più onorevoli; il Danubio ed il Reno, le più faticose. Le prime esigevano la presenza degli Augusti; le seconde erano affidate al Governo dei Cesari. La forza delle legioni era nelle mani dei quattro Soci della sovranità, e la disperazione di vincer successivamente quattro formidabili rivali, poteva intimorire l’ambizione di un intraprendente Generale. Nel governo civile gl’Imperatori supponevansi esercitare l’indiviso potere della Monarchia, ed i loro editti, autenticati coi loro nomi uniti, erano ricevuti in tutte le Province come promulgati dai loro scambievoli consigli e dalle loro autorità. Nonostante queste precauzioni, la politica unione del Mondo Romano fu a poco a poco disciolta, e si introdusse un principio di divisione, che nel corso di pochi anni cagionò la perpetua separazione degl’Imperi Orientale ed Occidentale.

Il sistema di Diocleziano fu accompagnato da un altro molto sostanziale svantaggio, che merita ancora adesso la nostra attenzione, ed è uno stabilimento più dispendioso e conseguentemente un aumento di tasse, e l’oppressione del popolo. Invece di una modesta famiglia di schiavi e di liberti, quale era bastata alla semplice grandezza di Augusto e di Traiano, furono stabilite tre o quattro magnifiche Corti nelle varie parti dell’Impero, ed altrettanti Re Romani gareggiarono l’uno coll’altro e col Monarca Persiano per la vana superiorità della pompa e del lusso. Il numero dei Ministri, dei Magistrati, degli Uffiziali, e dei servitori, che occupavano i diversi dipartimenti dello Stato, si moltiplicò oltre l’esempio dei primi tempi; e (se noi possiamo usare la robusta, espressione di un contemporaneo) «quando la proporzione di quelli che ricevevano, eccedè la proporzione di quelli che contribuivano, le Province furono oppresse dal peso dei tributi104.» Da questa epoca fino all’estinzione dell’Impero, sarebbe facile il dedurre una continua serie di clamori e di lagnanze. Ogni scrittore, secondo la sua religione e la sua situazione, prende o Diocleziano, o Costantino, o Valente o Teodosio per l’oggetto delle sue invettive: ma si accordano tutti unanimamente a rappresentare il peso delle pubbliche imposizioni e particolarmente la tassa prediale e l’imposizion sulle teste, come l’intollerabile e sempre crescente gravame dei loro tempi. Da tale uniformità di lagnanze uno Storico imparziale, ch’è obbligato di ricavare la verità dalla satira non meno che dal panegirico, sarà disposto a dividere il biasimo tra i Principi, che ne sono accusati, ed attribuire le loro esazioni assai meno ai loro vizi personali, che all’uniforme sistema del loro governo. L’Imperator Diocleziano fu veramente l’autore di questo sistema, ma durante il suo regno il male crescente fu ristretto entro i confini della modestia e della discrezione; ed egli piuttosto che il rimprovero di avere esercitata l’oppressione, merita quello di averne stabiliti i perniciosi principj. Si può aggiungere che erano le sue entrate amministrate con prudente economia; e che dopo esser tutte le spese correnti pagate, vi rimaneva tuttavia nel tesoro Imperiale un’ampia provvisione o per la giudiziosa liberalità o per qualche emergenza dello Stato.

Nell’anno ventunesimo del suo regno, Diocleziano effettuò la sua memorabile risoluzione di rinunziare all’Impero; azione che più naturalmente poteva aspettarsi dal più vecchio, o dal più giovane degli Antonini, che da un Principe, il quale non avea mai praticate le lezioni della filosofia o nell’acquisto o nell’esercizio del supremo potere. Diocleziano ebbe la gloria di dare al mondo il primo esempio di una rinuncia105, che non è stata molto frequentemente imitata dai posteriori Monarchi. Il paralello di Carlo Quinto per altro si presenterà naturalmente da se stesso alla nostra mente non solo perchè l’eloquenza di uno Storico moderno ha renduto quel nome tanto famigliare ad un Inglese lettore, ma per la molto viva rassomiglianza fra i caratteri de’ due Imperatori, i cui talenti politici furono superiori al loro genio militare, e le cui speziose virtù furono effetto molto più dell’arte, che della natura. Sembra che la rinunzia di Carlo fosse affrettata dalle vicende della fortuna; e che lo sconcerto dei suoi favoriti disegni lo sforzasse ad abbandonare un potere, ch’egli non ritrovava proporzionato alla propria ambizione. Ma il Regno di Diocleziano era stato agitato da flutti di continue vicende, e non sembra che egli cominciasse a nutrire alcuna seria idea di rinunziare l’Impero, se non dopo aver vinti tutti i suoi nemici, e compiti tutti i suoi disegni. Nè Carlo, nè Diocleziano erano giunti ad un periodo di vita molto avanzato; giacchè l’uno avea soltanto cinquantacinque anni, e l’altro non più di cinquantanove; ma la vita attiva di questi Principi, le loro guerre ed i loro viaggi, le cure del trono, e la loro applicazione agli affari, aveano di già alterato il loro temperamento e prodotte le infermità di una anticipata vecchiezza106.

[A.D. 304]

Malgrado la crudezza d’un freddissimo e piovoso inverno, Diocleziano lasciò l’Italia subito dopo la cerimonia del suo trionfo, e cominciò il suo viaggio verso l’Oriente per le Province Illiriche. Egli contrasse ben tosto dall’inclemenza dei tempi e dalla fatica del viaggio una lenta malattia, e benchè facesse comode marce, e fosse ordinariamente portato in una chiusa lettiga, era il suo male divenuto molto serio e pericoloso, avanti che egli arrivasse a Nicomedia, verso il fin della state. Rimase per tutto l’inverno confinato nel suo palazzo: il suo pericolo eccitava un generale e sincero cordoglio; ma il popolo poteva giudicare del vario stato della salute di lui solamente dalla gioia o dalla costernazione che egli vedea nell’aspetto e nel portamento dei Ministri. Fu per qualche tempo generalmente creduto al rumore della sua morte, e fu supposto che si tenesse celata onde prevenire le commozioni che potevano insorgere nell’assenza del Cesare Galerio. Finalmente però, il primo di marzo, Diocleziano comparve un’altra volta in pubblico, ma così pallido ed emaciato, che poteva esser appena riconosciuto da quelli, ai quali era più famigliare la sua persona. Era ormai tempo di por fine al penoso contrasto che egli avea sostenuto per più di un anno fra le cure della sua salute e della sua dignità. La prima esigeva gran riguardi e quiete, e l’ultima lo astringeva a dirigere dal letto, ove giacea infermo, il Governo di un vasto impero. Egli si risolvè a passare il resto de’ suoi giorni in un onorevol riposo, di porre la sua gloria al coperto dei colpi di fortuna, e di abbandonare il teatro del mondo ai suoi più giovani e più operosi Colleghi107.

Fu la cerimonia della sua rinuncia celebrata in una spaziosa pianura, distante tre miglia in circa da Nicomedia. Montò l’Imperatore sopra un elevato trono, ed in un discorso, pieno di buon senso e di maestà, dichiarò la sua intenzione al popolo insieme ed ai soldati, adunatisi in quella straordinaria occasione.

[A.D. 305]

Appena si fu egli spogliato della porpora, che si allontanò dall’attonita moltitudine; e traversando la città, in un cocchio coperto se n’andò senza indugio al favorito ritiro che scelto si era nel suo nativo paese della Dalmazia. Nello stesso giorno, che era il primo di maggio108, Massimiano (secondo che avea antecedentemente concertato) fece in Milano la sua rinunzia della Imperiale dignità. In mezzo ancora allo splendore del trionfo Romano, Diocleziano avea meditato il mio disegno di rinunziare il Governo. Siccome egli desiderava di accertarsi dell’ubbidienza di Massimiano, esigè da esso o una general sicurezza di sottoporre le sue azioni all’autorità del suo benefattore, o una promessa particolare di discendere dal Trono ogni volta che ne ricevesse l’avviso e l’esempio. Questa obbligazione, benchè confermata colla solennità di un giuramento dinanzi all’altare di Giove Capitolino109, sarebbe stata un debole freno al feroce carattere di Massimiano, la cui passione era l’amor del potere, e che nulla curava o la presente tranquillità, o la riputazione futura. Ma egli cede, benchè con ripugnanza, all’autorità che sopra di lui aveva acquistata il suo più saggio collega, e si ritirò, immediatamente dopo la sua rinunzia, in una villa nella Lucania, dove era quasi impossibile che un animo tanto impaziente trovar potesse alcuna durevole tranquillità.

Diocleziano che si era da una servile origine innalzato al Trono, passò in una privata condizione gli ultimi nove anni della sua vita. La ragione avea a lui suggerito il ritiro, e sembra che ve lo accompagnasse la contentezza. In esso egli godè per lungo tempo il rispetto di quei Principi, ai quali ceduto aveva il dominio del Mondo110.

È raro che gli animi, lungamente esercitati negli affari, abbiano mai formato alcun abito di conversar con se stessi; e nella perdita della potenza deplorano principalmente la mancanza di occupazione. I trattenimenti delle lettere e della devozione, che sono di tanto compenso nella solitudine, erano incapaci di fissare l’attenzione di Diocleziano; ma egli avea conservato, o almeno presto ricuperò il gusto per li più innocenti e più naturali piaceri, e le sue ore di ozio erano sufficientemente impiegate in fabbricare, in piantare, e in coltivare un giardino. Vien meritamente celebrata la sua risposta a Massimiano. Veniva egli sollecitato da quell’inquieto Vecchio a riassumere le redini del Governo e la porpora Imperiale. Rigettò esso la tentazione con un sorriso di compassione, tranquillamente osservando che se egli potesse mostrare a Massimiano i cavoli da se piantati colle sue proprie mani in Salona, non sarebbe più stimolato ad abbandonare il godimento della felicità per andare in traccia della potenza111. Ne’ suoi discorsi cogli amici confessava sovente che di tutte le arti la più difficile era quella di regnare, e si esprimeva su questo favorito argomento con tal calore, che potea essere solamente l’effetto dell’esperienza. «Quante volte (soleva egli dire) è interesse di quattro, o cinque ministri di accordarsi insieme ad ingannare il loro Sovrano. Separato dal Genere Umano per la sublime sua dignità, la verità gli è sempre nascosta; egli non può vedere che per gli occhi di quelli, ed altro non ode che le loro false rappresentanze. Conferisce le cariche più importanti al vizio ed alla debolezza, e trascura i più virtuosi e più meritevoli tra i suoi sudditi. Con questi infami artifizi (soggiungea Diocleziano) i migliori e più savi Principi sono venduti alla venal corruzione dei loro Cortigiani112.» Una giusta stima della grandezza, o la sicurezza di una immortale riputazione accrescono il nostro gusto per li piaceri della solitudine, ma il Romano Imperatore avea occupato un posto troppo importante nel mondo, per godere senza mescolanza di dispiacere i contenti e la sicurezza di una condizione privata. Era impossibile che egli ignorasse le turbolenze, dalle quali fu dopo la sua rinunzia travagliato l’Impero. Era impossibile che ne fossero per lui indifferenti le conseguenze. Il timore, il cordoglio e il disgusto lo perseguitarono talora nella solitudine di Salona. La sua tenerezza, o almeno il suo orgoglio fu sensibilmente ferito dalle sventure della consorte e della figlia, e gli ultimi momenti di Diocleziano furono amareggiati da alcuni affronti, che Licinio e Costantino avrebber potuto risparmiare al Padre di tanti Imperatori, ed al primo autore della loro fortuna. Una fama, benchè molto dubbia, è arrivata a’ nostri tempi, che egli prudentemente si sottraesse dal loro potere con una volontaria morte113.

[A.D. 313]

Prima di tralasciare l’esame della vita e del carattere di Diocleziano, possiamo per un momento rivolgere lo sguardo al luogo del suo ritiro. Salona, città principale della sua nativa Provincia della Dalmazia, era lontana (secondo la misura delle pubbliche strade) quasi dugento miglia Romane da Aquileia, e dai confini dell’Italia; e quasi dugentosettanta da Sirmio, solita residenza degli Imperatori, ogni qualvolta visitavano l’Illirica frontiera114. Un miserabil villaggio conserva tuttora il nome di Salona, ma fino nel sedicesimo secolo gli avanzi di un teatro, ed il confuso prospetto di archi rotti, e di colonne di marmo attestavano tuttavia il suo antico splendore115. In distanza di sei o sette miglia in circa dalla città, Diocleziano costruì un magnifico palazzo; e si può dalla grandezza di quella fabbrica inferire da quanto tempo egli avea meditato il suo disegno di rinunziare l’Impero. La scelta di un sito, che riunisse tutto ciò che potesse contribuire o alla salute o al lusso, non richiedeva la parzialità di un natio del paese. «Era asciutto e fertile il suolo, l’aria pura e salubre, e benchè eccessivamente calda nei mesi estivi, quel paese prova di rado quei venti caldi e nocivi, ai quali sono esposte le coste dell’Istria ed alcune parti dell’Italia. Le vedute dal palazzo non eran men belle, di quello che fosse allettante il suolo ed il clima. Giace all’occidente il fertil lido, che si stende lungo l’Adriatico, nel quale sono sparse molte isolette in tal guisa, che danno a questa parte del mare l’apparenza di un vasto lago. Vi è dalla parte di settentrione la baia che conduceva all’antica città di Salona; il prospetto e la campagna, che si vede al di là della stessa, forma un bel contrapposto a quella più estesa veduta di acqua, che l’Adriatico presenta al mezzogiorno ed all’oriente. Verso il Settentrione è chiusa la scena da alte e irregolari montagne, situate in giusta distanza, e coperte in molti luoghi di villaggi, di boschi, e di vigne116

Benchè Costantino, per un pregiudizio assai ovvio, parli del palazzo di Diocleziano con un affettato disprezzo117, pure uno dei suoi successori, che potè solamente vederlo in uno stato mutilato e negletto, ne celebra la magnificenza con termini della più alta ammirazione118. Occupava questo un’estensione di terreno tra i nove o dieci jugeri inglesi. Era di forma quadrangolare, fiancheggiato da sedici torri. Due dei lati erano lunghi quasi seicento piedi, e gli altri due, quasi settecento. Era tutto costruito di bella pietra viva, tratta dalle vicine cave di Trau o Traguzio, molto poco inferiore al marmo stesso. Quattro strade, intersecate ad angoli retti, dividevano le diverse parti di questo grand’edifizio, e introduceva al principale appartamento un magnifico ingresso, che tuttavia si nomina la Porta d’oro. L’accesso era terminato da un peristilio di colonne di granito, da un lato del quale si scopriva il Tempio quadrato di Esculapio, e dall’altro il Tempio ottangolare di Giove. Diocleziano venerava il secondo di questi numi come protettore della sua fortuna, e il primo come custode della sua salute. Combinando i presenti avanzi colle regole di Vitruvio, le diverse parti di quell’edifizio, i bagni, la camera da letto, l’atrio, la Basilica, e le sale Cizicena, Corintia ed Egizia sono state descritte con qualche grado di precisione o almeno di probabilità. Le loro forme erano varie, giuste le loro proporzioni, ma erano tutte accompagnate da due difetti molto contrari alle nostre moderne idee di gusto, e di comodo. Queste magnifiche stanze non avevano nè finestre nè cammini. Ricevevano la luce dall’alto (giacchè non pare che l’edifizio avesse più di un solo piano) ed erano riscaldate per mezzo di tubi condotti lungo le mura. La fila dei principali appartamenti era difesa verso libeccio da un portico lungo 517 piedi che deve aver formato un assai nobile e dilettoso passeggio, quando alle bellezze della vista erano aggiunte quelle della pittura o della scoltura.

Se fosse questo magnifico edifizio rimasto in una solitaria contrada, sarebbe stato esposto all’ingiurie del tempo; ma avrebbe potuto forse sfuggire alla rapace industria degli uomini. Il villaggio di Aspalato119, e molto dopo la città provinciale di Spalatro, s’innalzarono sulle rovine di quello. La porta d’oro introduce adesso al mercato. S. Gio. Battista ha usurpato gli occhi di Esculapio: ed il Tempio di Giove è divenuto la Chiesa Cattedrale, sotto la protezione della Vergine. Siamo particolarmente debitori di questa descrizione del palazzo di Diocleziano ad un ingegnoso artefice dei nostri tempi e del nostro paese, che una molto nobil curiosità condusse nel cuore della Dalmazia120. Ma vi è luogo di sospettare che l’eleganza dei suoi disegni e dell’incisione abbia alquanto adornati gli oggetti che copiar si dovevano. Sappiamo da un più recente e molto giudizioso viaggiatore, che le maestose rovine di Spalatro mostrano non meno la decadenza delle arti, che la grandezza dell’Impero Romano al tempo di Diocleziano121. Se tale era veramente lo stato dell’architettura, dobbiamo naturalmente credere che la pittura, e la scoltura avessero sofferto un deterioramento ancor più sensibile. La pratica dell’architettura è diretta da poche generali, anzi meccaniche regole. Ma la scoltura, e la pittura specialmente si propongono l’imitazione non solo delle forme del corpo, ma ancora dei caratteri e delle passioni dell’animo. Poco vale in queste arti sublimi la destrezza della mano, se non viene animata dall’immaginazione, e guidata dal più corretto gusto e dall’osservazione.

È quasi inutile di osservare che le civili discordie dell’Impero, la licenza de’ soldati, le irruzioni dei Barbari, ed il progresso del dispotismo divennero fatali al genio, ed anche al sapere. La successione dei Principi Illirici ristabilì l’Impero, senza ristabilire le scienze. La militare loro educazione non era diretta ad inspirare ad essi l’amor delle lettere; e lo spirito stesso di Diocleziano benchè attivo, e abile negli affari non era niente instruito dello studio, o dalla speculazione. Le professioni della legge, e della medicina sono di un uso così comune, o di un profitto così certo che sempre avranno un sufficiente numero di artisti, forniti di ragionevole abilità e sapere. Ma non sembra che gli studenti di quelle due facoltà citino alcun celebre maestro che fiorisse in quel secolo. Non si udiva lo voce della poesia. La Storia era ridotta a sterili o confusi compendi, privi egualmente di allettamento è d’istruzione. Una languida ed affettata eloquenza era tuttavia pensionata ed al servizio degl’Imperatori, i quali non incoraggiavano altre arti che quelle che contribuivano a soddisfare la loro superbia, o a difendere il loro potere122.

Il secolo della decadenza del sapere e del Genere Umano è nondimeno famoso per l’origine od il progresso dei nuovi Platonici. La scuola di Alessandria impose silenzio a quella d’Atene; e le antiche Sette si arrolarono sotto le insegne dei Maestri i più alla moda, che raccomandavano il loro sistema colla novità del lor metodo e coll’austerità dei loro costumi, Diversi di questi Maestri, Ammonio, Plotino, Amelio, e Porfirio123, erano uomini di un pensar profondo e di una intensa applicazione: ma errando nel vero oggetto della filosofia, le loro fatiche contribuivano molto meno a migliorare che a corrompere l’umano intendimento. I nuovi Platonici trascuravano le cognizioni convenienti alla nostra situazione, ed alle nostre facoltà, l’intero circolo delle scienze morali, naturali, e matematiche, mentre spendevano tutto il loro vigore in dispute verbali di metafisica, tentavano di esplorare i secreti del Mondo invisibile, e procuravano di conciliare Aristotile con Platone sopra soggetti ignoti a quei due filosofi, ugualmente che al resto del Genere Umano. Consumando la loro ragione in queste profonde ma vane meditazioni, esponevano le loro menti alle illusioni dell’immaginazione. Si lusingavano di possedere il segreto di liberare lo spirito dalla sua corporea prigione; vantavano un famigliar commercio coi demoni e cogli spiriti, e convenivano (con singolarissima rivoluzione) lo studio della filosofia in quello dell’arte magica. Gli antichi Savi avevano derisa la popolar superstizione: i discepoli di Plotino e di Porfirio, dopo averne coperta la stravaganza col sottile pretesto dell’allegoria, ne divennero i più zelanti difensori. Convenendo coi Cristiani in alcuni pochi misteriosi punti di fede, combattevano il resto del loro teologico sistema con tutto il furore di una guerra civile. I nuovi Platonici appena meriterebbero un posto nella Storia delle scienze, ma in quella della Chiesa accaderà spesso far menzione di loro.


Note

  1. Eutropio IX. 19. Vittore in Epitom. Sembra che la città fosse propriamente detta Daclia da una piccola tribù d’Illirici. (Vedi Cellario, Geograf. antic. tom. I. p. 393). Probabilmente il primo nome del felice schiavo fu Docles, che allungò dopo per servire alla greca armonia in quel di Diocles, e che finalmente convertì in quello di Diocletianus, come più proprio della maestà Romana. Prese parimente il nome patrizio di Valerio, che gli viene ordinariamente dato da Aurelio Vittore.
  2. Vedi Dacier sulla sesta satira del secondo libro di Orazio, Cornel. Nip. nella vita di Eumene. c. I.
  3. Lattanzio (o chiunque fu l’autore del piccol trattato de mortibus persecutorum) accusa in due luoghi Diocleziano di timidità c. 7, 8. Nel cap. 9, dice di lui "erat in omni tumultu meticulosus et animi disiectus".
  4. In questo elogio sembra che Aurelio Vittore insinui una giusta, benchè indiretta censura, della crudeltà di Costanzo. Apparisce dai fasti, che Aristobolo rimase Prefetto della città, e che terminò con Diocleziano il Consolato ch’egli avea cominciato con Carino.
  5. Aurel. Vittore nomina Diocleziano "Parentem potius quam Dominum". Vedi Stor. Aug. p. 30.
  6. La questione del tempo, in cui Massimiano ricevesse la dignità di Cesare e di Augusto, avea divisi i critici moderni, e data occasione ad un gran numero di dotte dispute. Io ho seguitato il Tillemont, (Stor. degl’Imperat. t. IV. p. 500-505) che ha bilanciato le diverse difficoltà e ragioni colla solita sua scrupolosa esattezza.
  7. In una orazione recitata dinanzi a lui (Panegir. vet. II. 8.) Mamertino dubita se il suo Eroe, imitando la condotta di Annibale e di Scipione, ne avesse mai udito i nomi. Possiamo quindi benissimo inferire, che Massimiano ambiva più di essere stimato come soldato che come uomo di lettere: ed in tal guisa si può spesso saper la verità dal linguaggio medesimo dell’adulazione.
  8. Lattanzio de M. P. c. 8 Aurel. Vittore. Siccome tra i Panegirici si trovano orazioni recitate in lode di Massimiano, ed altre che adulano i di lui avversarj a sue spese, si ricava qualche verità da questo contrasto.
  9. Vedi i Panegir. 2 e 3, e particolarmente III. 3, 10, 14, ma sarebbe cosa tediosa il copiare le prolisse ed affettate espressioni della falsa loro eloquenza. Riguardo ai titoli si consulti Aurel. Vittore, Lattanzio de M. P. c. 52. Spanhemio de usu Numism. etc. Dissert. XII. 8.
  10. Aurel. Vittore, in Epitom. Eutrop. IX. 22. Lattanzio de M. P. c. 8. Hieronym. in Chron.
  11. Il Tillemont non ha potuto rinvenire che tra i Greci moderni il soprannome di Chlore. Verun notabile grado di pallidezza non sembra potersi combinare col rubor menzionato nel Panegir. V. 19.
  12. Giuliano, nipote di Costanzo, vanta la discendenza della sua famiglia dai bellicosi Mesj (Misopogon, p. 348.) I Dardani abitavano all’estremità della Mesia.
  13. Galerio sposò Valeria, figlia di Diocleziano. Se si parla con precisione, Teodora, moglie di Costanzo, era soltanto figlia della moglie di Massimiano. Spanhem. Dissertat. XI. 2.
  14. Questa divisione combina con quella delle quattro Prefetture: vi è però qualche ragione di dubitare che fosse la Spagna Provincia di Massimiano. Vedi Tillemont, tom. IV. p. 517.
  15. Giuliano in Caesarib. p. 315 note di Spanhem. alla traduzione Francese, p. 122.
  16. Il nome generico di Bagaudae (nel significato di ribelli) continuò fino al quinto secolo nella Gallia. Alcuni critici lo fanno venire dalla parola Celtica Bagad, assemblea tumultuosa. Scaliger. ad Euseb. Du Cange Glossar.
  17. Cronica di Froissart vol. I. p. 182. II. 73-79. La semplicità di questa Storia non è stata imitata dai nostri moderni scrittori.
  18. Caesar. De Bell. Gallic. VI. 13. Orgetorige, di nazione Svizzero, potè armare in sua difesa un corpo di diecimila schiavi.
  19. L’oppressione e miseria loro vien confermata da Eumenio, (Panegir. VI. 8.) Gallias efferatas iniuriis.
  20. Panegyr. Vet. II. 4. Aurel. Vitt.
  21. Eliano ed Amando. Noi abbiamo delle medaglie da loro coniate. Goltzio in Thes. R. A. p. 117-121.
  22. Levibus proeliis domuit, Eutrop. IX. 20.
  23. Questo fatto per vero dire si fonda sopra un’autorità ben leggiera, ch’è la vita di S. Babolino scritta probabilmente nel VII secolo. Vedi Duchesne Scriptores rerum Francicar. tom. I. p. 662.
  24. Aurelio Vittore li nomina Germani, Eutropio (IX. 21) li nomina Sassoni. Ma Eutropio viveva nel secolo seguente, e sembra far uso del linguaggio del suo tempo.
  25. Le tre espressioni di Eutropio, di Aurelio Vittore, e di Eumenio vilissime natus, Bataviae alumnus, et Menapiae civis ci danno una incerta notizia della nascita di Carausio. Il Dott. Stakely però (Stor. di Carausio. p. 62) lo fa nativo di S. David, e Principe del sangue Reale della Britannia. Egli ne trovò la prima idea in Riccardo di Cirencester, pag. 44.
  26. Panegyr. V. 12. Era in quel tempo la Britannia sicura e poco difesa.
  27. Panegyr, Vet. V. 11. VII. 9. L’oratore Eumenio desiderava esaltar la gloria del suo Eroe (Costanzo), vantando l’importanza di quella conquista. Nonostante la nostra lodevol parzialità per la patria, è difficile di concepire, che al principio del quarto secolo meritasse l’Inghilterra tutte queste lodi. Un secolo e mezzo avanti somministrava appena il necessario per pagar le truppe, che vi stavano di guarnigione. Vedi Appiano nel proemio.
  28. Siccome si conserva tuttavia un gran numero di medaglie di Carausio, egli è divenuto un oggetto favorito della curiosità degli antiquarj; e sono state con sagace accuratezza investigate tutte le particolarità della sua vita e delle sue azioni. Il Dottore Stukely specialmente ha consacrato un grosso volume all’Imperatore Britannico. Io ho fatto uso dei suoi materiali, ed ho rigettate molte delle immaginarie sue congetture.
  29. Quando Mamertino recitò il suo primo panegirico, erano terminati i preparativi navali di Massimiano, e l’oratore presagiva una sicura vittoria. Il solo suo silenzio nel secondo panegirico servirebbe a mostrarci che la spedizione non ebbe un felice successo.
  30. Aurel. Vittore, Eutropio, e le medaglie (Pax Augg.) c’informano di questa temporanea riconciliazione: ma io non presumerò (come ha fatto il Dott. Stukley, Storia metallica di Carausio, p. 86. etc.) di riferire gli articoli medesimi del trattato.
  31. Si trovano in Aurelio Vittore ed in Eutropio pochi squarci concernenti la conquista della Britannia.
  32. Giovanni Malela, nella Cron. Antiochen. tom. I p. 408, 409.
  33. Zosim. l. I. p. 3. Questo Storico parziale sembra che celebri la vigilanza di Diocleziano colla mira di far vedere la negligenza di Costantino. Sentiamo l’espressioni d’un oratore: "nam quid ego alarum et cohortium castra percenseam, toto Rheni et Istri et Euphratis limite restituta" Panegyr. vet. IV. 18.
  34. Ruunt omnes in sanguinem suum populi, quibus non contigit esse Romanis, obstinataeque feritatis poenas nunc sponte persolvunt. Panegyr. Vet. III. 16. Mamertino illustra il fatto coll’esempio di quasi tutte le nazioni del mondo.
  35. Egli si lamentava, benchè non con esatta verità. "Jam fluxisse annos quindecim, in quibus in Illyrico, ad ripam Danubii relegatus, cum gentibus barbaris luctaret". Lattanzio de M. P. c. 18.
  36. Nel testo Greco di Eusebio, si legge seimila, numero che io ho preferito al sessantamila di Girolamo, di Orosio, di Eutropio, e del suo Greco traduttore Peanio.
  37. Panegyr. vet. VII. 21.
  38. Eravi uno stabilimento di Sarmati nelle vicinanze di Treveri, che sembra essere stato abbandonato da quei neghittosi Barbari. Auson. ne parla in Mosel. Unde iter ingredieus nemorosa per avia solum, Et nulla humani spectans vestigia, cultus . . . . . . . . . . . . . . . . . . Arvaque Sauromatum nuper metata colonis Vi era una città dei Carpi nella Mesia inferiore.
  39. Vedi le congratulazioni di Eumenio, scritte in istile di Retore. Panegyr. VII. 9.
  40. Scaligero (Animadvers. ad Euseb. p. 243.) decide al suo solito, che i Quinquegenziani, o sia le cinque nazioni Affricane, erano le cinque grandi città, la Pentapoli della pacifica Provincia di Cirene.
  41. Dopo la sua disfatta, Giuliano si trapassò il petto con una spada, e si lanciò immediatamente nelle fiamme, Vittor. in Epitom.
  42. "Tu ferocissimos Mauritaniae populos, inaccessis montium jugis et naturali munitione fidentes, expugnasti, recepisti, transtulisti." Panegyr. Vet. VI. 8.
  43. Vedi la descrizione di Alessandria in Hirtius de Bello Alexandria. c. 5.
  44. Eutrop. IX. 24. Orosio, VII. 25. Giovanni Malela nella Cron. Antioch. p. 409, 410. Eumenio, però ci assicura, che fu l’Egitto pacificato dalla clemenza di Diocleziano.
  45. Eusebio (in Chron.) fissa la loro distruzione alcuni anni avanti, ed in un tempo in cui l’Egitto istesso erasi ribellato dai Romani.
  46. Strabone, l. XVII. p. 1. 172. Pomponio Mela l. I. c. 4: sono curiose le parole: "Intra si credere libet, vix homines magisque semiferi; Ægipanes, et Blemmyes et Satyri."
  47. "Ausus sese inserere fortunae et provocare arma Romana."
  48. Ved. Procopio De Bell. Persic. l. I. c. 19.
  49. Egli fissò il pubblico mantenimento di grano pel popolo di Alessandria a due milioni di medimni, quattrocentomila sacca in circa, Chron. Paschal. p. 176. Procop. Hist. Arcan. c. 26.
  50. Giovanni di Antiochia in Excerpt. Valerian. p. 834. Suida in Diocleziano.
  51. Vedi una breve storia e confutazione dell’alchimia nelle opere di un filosofo compilatore, la Mothe le Vayer, tom. 1, p. 327-353.
  52. Vedi l’educazione e la forza di Tiridate nella storia Armena di Mosè di Corene, l. II. c. 76. Egli potea prendere due tori selvaggi per le corna e romperle colle sue mani.
  53. Se prestiamo fede al più giovine Vittore, il quale suppone che nell’anno 323 Licinio avesse solamente sessant’anni, egli appena potrebbe esser la stessa persona del protettor di Tiridate; ma noi sappiamo da molto miglior autorità (Eusebio Stor. Ecclesiast. l. X. cap. 8.) che Licinio era allora nell’ultimo periodo della vecchiezza: sedici anni avanti, vien rappresentato con capelli canuti, e come contemporaneo di Galerio. Vedi Lattanz. c. 31. Licinio era nato probabilmente verso l’anno 250.
  54. Vedi i libri 62 e 63 di Dione Cassio.
  55. Mosè di Corene, Stor. Armen. l. II. c. 74. Le statue erano state erette da Valarsace, che regnava nell’Armenia circa 130 anni avanti Cristo, e fu il primo Re della famiglia di Arsace (Vedi Mosè, Stor. Armen. l. II. 2, 3). La deificazione degli Arsaci vien menzionata da Giustino (XLI. 5.) e da Ammiano Marcellino. (XXIII. 6.)
  56. La nobiltà Armena era numerosa e potente. Mosè fa menzione di molte famiglie, le quali erano illustri sotto il regno di Valarsace (l. II. 7.) e le quali sussistevano ancora al suo tempo verso la metà del quinto secolo. Vedi la Prefaz. dei suoi editori.
  57. Si chiamava Chosroi-duchta, e non avea l’or patulum come le altre donne. (Stor. Armen. l. II. c. 79.) Io non intendo tal frase.
  58. Nella Storia Armena (l. II. 78) come ancora nella Geografia, (p. 367) la China trovasi nominata Zenia, o Zenastan. Vien distinta dalla seta, dalla opulenza degli abitanti, e dal loro amore per la pace sopra tutte le altre nazioni del mondo.
  59. Vou-ti, il primo Imperatore della settima Dinastia, che allora regnava nella China, ebbe dei trattati politici colla Fergana, provincia della Sogdiana, e si dice che ricevesse un’ambasceria Romana. (Stor. degli Unni, tom. I. pag. 38.) In quei secoli i Chinesi teneano una guarnigione in Kashgar, ed uno dei lor Generali, verso i tempi di Traiano, si avanzò fino al mar Caspio. Riguardo al commercio tra la China ed i paesi occidentali, si può consultare una interessante memoria del sig. de Guignes nell’Accademia delle Iscriz. tom. XXXII. pag. 355.
  60. Vedi Stor. Armen. l. II. c. 81.
  61. Ipsos Persas ipsumque Regem, ascitis Saccis et Ruffis et Gellis, petit frater Ormies. Panegyr. Vet. III. I Saci erano una nazione di Sciti erranti, accampati verso la sorgente dell’Oxo e del Jaxarte. I Gelli erano gli abitatori del Ghilan lungo il mar Caspio, che sotto nome di Dilemiti, infestarono per tanto tempo la Monarchia Persiana. Vedi D’Herbelot, Bibliot. Orient.
  62. Mosè di Corene tralascia affatto questa seconda rivoluzione che io sono stato costretto a ricavare da un passo di Ammiano Marcellino (l. XXIII. 5). Lattanzio parla dell’ambizione di Narsete "Concitatus domesticis exemplis avi sui Saporis ad occupandum Orientem magnis copiis inhiabat". De Mort. Persecut. c. 9.
  63. Possiamo fermamente credere, che Lattanzio ascrive a codardia la condotta di Diocleziano. Giuliano nella sua orazione dice, che egli rimase con tutte le forze dell’Impero; frase molto iperbolica
  64. I nostri cinque compendiatori, Eutropio, Festo, i due Vittori, ed Orosio, tutti riferiscono l’ultima e gran battaglia; ma Orosio è il solo che parla delle due prime.
  65. La natura del paese è benissimo descritta da Plutarco nella vita di Crasso, e da Senofonte nel primo libro dell’Anabasi.
  66. Vedi la Dissertazione di Foster nel secondo volume della traduzione dell’Anabasi di Spelman, che ardisco raccomandare come una delle migliori traduzioni che abbiamo.
  67. Stor. Armen. l. II. c. 76. Io ho trasferito questa impresa di Tiridate da una disfatta immaginaria a quella reale di Galerio.
  68. Ammian. Marcell. l. XIV. Il miglio, nelle mani di Eutropio (IX. 24.) di Festo (c. 2.) e di Orosio (VIII. 25.) facilmente si estendeva a diverse miglia.
  69. Aurel. Vittore. Giornandes de rebus Geticis c. 21.
  70. Aurelio Vittore dice "Per Armeniam in hostes contendit, quae ferme sola, seu facilior vincendi via est". Egli seguitò la condotta di Traiano, e l’idea di Giulio Cesare.
  71. Senofonte, Anabasi, l. III. Per questa ragione la cavalleria Persiana si accampava a sessanta stadi dal nemico.
  72. Il fatto vien riferito da Ammiano, l. XXII. Invece di Saccum, alcuni leggono Scutum.
  73. I Persiani riconoscevano la superiorità dei Romani nel morale e nella milizia. Eutrop. IX. 24. Ma questo rispetto e gratitudine per i nemici raramente si trovava nelle proprie loro relazioni.
  74. Il ragguaglio del trattato è preso dai frammenti di Patrizio nell’Excerpta Legationum pubblicato nella collezione Bizantina. Patrizio vivea sotto Giustiniano; ma è evidente dalla natura dei suoi materiali, ch’ei gli avea ricavati da Scrittori più autentici e rispettabili.
  75. "Adeo Victor" (dice Aurelio) "ut ni Valerius, cujas nudi omnia gerebantur, abnuisset, Romani fasces in provinciam novam ferrentur. Verum pars terrarum tamen nobis utilior quaesita".
  76. Egli era stato Governatore di Sumio. (Pietro Patrizio in Excerpt. Legat. p. 30.) Pare che Mosè di Corene (Geograph. p. 360.) faccia menzione di questa Provincia che giace all’Oriente del monte Ararat.
  77. Per un errore del geografo Tolomeo, la situazione di Singara è trasferita dall’Abora al Tigri, il che può aver cagionato l’abbaglio di Patrizio in fissar per limite l’ultimo fiume invece del primo. La linea della frontiera Romana traversava il corso del Tigri senza mai seguitarlo.
  78. Procopio de Aedificiis. I. II. c. 6.
  79. Si conviene da tutti di tre di quelle Province, Zadicene, Arzanene, e Carduene. Ma invece delle altre due, Patrizio (in Excerpt. Leg. p. 30.) inserisce Rehimene e Sofene. Io ho preferito Ammiano, (l. XXV. 7.) perchè si potrebbe provare che la Sofene non fu mai nelle mani dei Persiani nè avanti il Regno di Diocleziano, nè dopo quel di Gioviano. Per mancanza di carte esatte, come quelle del Sig. Danville, quasi tutti i moderni, dietro la scorta di Tillemont e di Valesio, hanno immaginato che le cinque Province erano situate di là dal Tigri relativamente alla Persia e non a Roma.
  80. Senofon. Anabasis l. IV. I loro archi erano lunghi tre cubiti, ed i loro dardi due; essi rotolavano pietre, ciascuna delle quali era il carico solito d’un carro. Trovarono i Greci moltissimi villaggi in quel rozzo paese.
  81. Al dir di Eutropio (VI. 9 come il testo è rappresentato dai migliori Mss.) la città di Tigranocerta era nell’Arzanene. I nomi e la situazione delle altre tre non possono con certezza indicarsi.
  82. Si confronti Erodoto, 1. I. pag. 27 con Mosè di Corene. Stor. Arm. 1. II. p. 84, e la carta dell’Armenia pubblicata dai suoi Editori.
  83. Hiberi, locorum potentes, Caspia via Sarmatam in Armenios raptim effundunt. Tacit. Annal. VI. 34). Vedi Strabone Geograf. 1. XI. p. 764.
  84. Pietro Patrizio (in Excerpt. Legat. p. 30.) è il solo scrittore che faccia menzione dell’articolo dell’Iberia in quel trattato.
  85. Eusebio in Chron. Pagi ad annum. Fino al ritrovamento del trattato de Mortibus Persecutorum, era incerto se il trionfo, ed i Vicennali erano stati celebrati nel tempo stesso.
  86. Sembra che Galerio in tempo dei Vicennali rimanesse nel suo campo sul Danubio. Vedi Lattanzio de M. P. c. 38.
  87. Eutropio (IX. 27.) ne fa menzione come di parte del trionfo, siccome le Persone erano state restituite a Narsete, non si potè far vedere che le loro Immagini.
  88. Livio ci dà una parlata di Camillo su questo soggetto (V. 51-55.) piena di eloquenza e di affetto in opposizione al disegno di trasferire la sede del Governo da Roma alla vicina Città di Veji.
  89. Fu a Giulio Cesare rimproverata l’intenzione di trasportare l’Impero in Ilio o in Alessandria. Vedi Svetonio nei Cesari, c. 79. Secondo l’ingegnosa congettura di Lefevre e di Dacier, la terza ode del terzo libro di Orazio fu destinata a distogliere Augusto dall’esecuzione di un simil disegno.
  90. Vedi Aurelio Vittore, che fa parimente menzione degli edifizi da Massimiano eretti in Cartagine, probabilmente in tempo della guerra contro i Mori. Noi inseriremo alcuni versi di Ausonio de Clar. Urb. V. «Et Mediolani mira omnia: copia rerum; Innumerae cultaeque domus; facunda virorum Ingenia, et mores laeti, tum duplice muro Amplificata loci species; populique voluptas Circus, et inclusi moles cuneata Theatri, Templa, Palatinaque arces, opulensque Moneta, Et regio Herculei Celebris sub honore lavacri. Cunctaque marmoreis ornata Perystyla signis; Maeniaque in valli formam circumdata labro, Omnia, quae magnis operum velut aemula formis Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae.
  91. Lattanzio de M. P. c. 7. Libanio, Orazion. VIII. p. 203.
  92. Lattanzio de M. P. c. 17. In una simile congiuntura Ammiano riferisce la dicacità della plebe, come non molto gradevole ad un orecchio Imperiale. Ved. I. XVI. p. 10.
  93. Lattanzio accusa Massimiano di aver distrutto fictis criminationibus lumina Senatus (De M. P. c. 8.) Aurelio Vittore parla molto dubbiosamente della fede di Diocleziano verso i suoi amici.
  94. "Truncatae vires urbis, imminuto Praetoriarum cohortium atque in armis vulgi numero". Aurel. Vittore. Lattanzio attribuisce a Galerio la continuazione del medesimo disegno. (c. 26.)
  95. Questi erano corpi veterani acquartierati nell’Illirico; e secondo l’antico stabilimento, ciascuno era di seimila uomini. Essi aveano acquistata molta riputazione per l’uso delle plumbatae o dardi carichi di piombo. Ogni soldato ne portava cinque, ch’egli lanciava a una distanza considerabile con gran forza e destrezza. Vedi Vegezio, l. 17.
  96. Vedi il Codice Teodos. l. VI. Tit. II. col commentario del Gotofredo.
  97. Vedi la XII. Dissertazione nell’eccellente opera dello Spanemio De usu Numismatum. Dalle medaglie, dalle iscrizioni e dagli Storici egli esamina ogni titolo separatamente, e lo rintraccia da Augusto fino alla sua soppressione.
  98. Plinio (nel Panegir. c. 3-55. etc. ) parla del titolo di Dominus con esecrazione, come sinonimo di Tiranno, ed opposto al Principe. E lo stesso Plinio dà regolarmente quel titolo (nel decimo libro delle lettere) al suo amico più che padrone, al virtuoso Traiano. Questa strana contraddizione imbroglia i commentatori che pensano, ed i traduttori che possono scrivere.
  99. Sinesio de Regno, Ediz. del Petav. p. 15. Io sono obbligato di questa citazione all’Abate de la Bleterie.
  100. Vedi Vendale De consecratione, p. 354. etc. Era costume degl’Imperatori di far menzione (nel preambolo delle leggi) della loro Divinità, della Sacra Maestà, degli Oracoli Divini etc... Secondo Tillemont, Gregorio Nazianzeno si lamenta molto amaramente di una tale profanazione, specialmente quando era usata da un Imperatore Ariano.
  101. Vedi Spanem. de usu Numismat. Dissert. XII.
  102. Aurel. Vittore. Eutropio, IX. 26. Apparisce dai Panegiristi, che i Romani si riconciliarono ben tosto col nome e colla cerimonia dell’adorazione.
  103. Le novità, introdotte Diocleziano, sono principalmente dedotte, I. da alcuni passi molto forti di Lattanzio, e II. dai nuovi e vari impieghi, che nel Codice Teodosiano compariscono già stabiliti nel principio del regno di Costantino.
  104. Lattanzio de M. P. c. 7.
  105. «Indicta lex nova quae sane illorum temporum modestia tolerabilis, in perniciem processit.» Aurelio Vittore, il quale ha delineato il carattere di Diocleziano con buon senso, ma in cattivo latino. «Solus omnium post conditum Romanum Imperium, qui ex tanto fastigio sponte ad privatae vitae statum civitatemque remearet.» Eutrop. IX. 28.
  106. Le particolarità del viaggio, e della malattia sono prese da Lattanzio (c. 17.) che può talvolta fare autorità per i fatti pubblici, benchè raramente per gli aneddoti particolari.
  107. Aurelio Vittore attribuisce la rinunzia, di cui si eran fatti tanti vari giudizi, primo al disprezzo che avea Diocleziano per l’ambizione; e secondariamente, al suo timore delle soprastanti turbolenze. Uno dei Panegiristi (VI. 9.) assegna l’età e le infermità di Diocleziano come naturale cagione del suo ritiro.
  108. Le difficoltà non meno che gli sbagli che accompagnano le date dell’anno e del giorno della rinunzia di Diocleziano, sono perfettamente schiarite da Tillemont, Stor. degli Imperatori, tom. IV. Pag. 525. Nota 19. e dal Pagi ad annum.
  109. Vedi Panegyr. Veter. VI. 9. L’orazione fu recitata dopo che Massimiano ebbe ripresa la porpora.
  110. Eumenio gli fa un bellissimo elogio. «At enim divinum illum virum, qui primus Imperium et participavit et posuit, consilii et facti sui non paenitet; nec amisisse se putat quod sponte transcripsit. Felix beatusque vere quem vestra tantorum Principum colunt obsequia privatum!» Panegyr. Vet. VII, 15.
  111. Siamo debitori al più giovine Vittore di questo celebre motto. Eutropio ne fa la relazione in un modo più generale.
  112. Stor. Aug. p. 123-124. Vopisco avea sentito questo discorso da suo padre.
  113. Il più giovane Vittore accenna questa voce. Ma siccome Diocleziano avea disgustato un potente e fortunato partito, la sua memoria è stata caricata di ogni delitto e di ogni infortunio. Fu affermato che egli morisse arrabbiato, che fosse condannato come reo dal Senato Romano, ec.
  114. Vedi gli Itinerarj, p.269-272. Ediz. Wesseling.
  115. L’Abate Fortis nel suo Viaggio in Dalmazia, p. 43 (stampato a Venezia nell’anno 1774 in due volumetti in quarto) cita una descrizione MS. delle antichità di Salona, composta da Giambattista Giustiniani verso la metà del XVI secolo.
  116. Adams, Antichità del palazzo di Diocleziano in Spalatro, p. 6. Possiamo aggiungervi una circostanza o due, tratte dall’Abate Fortis. Il piccolo fiume Hyader, menzionato da Lucano, produce le più eccellenti trote, il che un sagace Scrittore, forse un monaco, suppone essere stato uno dei principali motivi che determinarono Diocleziano nella scelta del suo ritiro. Fortis. p. 45. Lo stesso autore (p. 38) osserva, che rinasce in Spalatro il gusto per l’agricoltura; e che da una società di signori è stato assegnato un campo vicino alla città per farvi sperienze intorno alla medesima.
  117. Costantin. Orat. ad caetum. Sanct. c. 25. In questa orazione, l’Imperatore, o il Vescovo che per lui la compose, affetta di riportare il miserabil fine di tutti i persecutori della Chiesa.
  118. Constantin. Porphyr. de Statu Imper. p. 86.
  119. Danville, Geograf. Ant. tom. I. p. 162.
  120. I Sigg. Adams e Clerisseau, accompagnati da due Dragomanni, visitarono Spalatro nel mese di Luglio 1757. La magnifica opera, frutto del lor viaggio, fu pubblicata in Londra sette anni dopo.
  121. Io citerò le parole dell’Abate Fortis. «È bastevolmente nota agli amatori dell’architettura, e dell’antichità l’opera del Sig. Adams, che ha donato molto a quei superbi vestigi coll’abituale eleganza del suo toccalapis, e del suo bulino. In generale la rozzezza dello scalpello, e il cattivo gusto del secolo vi gareggiano colla magnificenza del fabbricato.» Vedi Viaggio nella Dalmazia, p. 40.
  122. L’oratore Eumenio fu segretario degli Imperatori, Massimiano e Costanzo, e Professore di Rettorica nel Collegio di Autun. Il suo salario era di seicentomila sesterzi che, secondo il più basso computo di quel secolo, doveano essere più di seimila zecchini. Egli chiese generosamente la permissione d’impiegarli in riedificare il Collegio. Vedi la sua orazione de restaurandis scholis; la quale, benchè non esente di vanità, può fargli perdonare i suoi Panegirici.
  123. Porfirio morì verso il tempo della rinunzia di Diocleziano. La vita del suo maestro Plotino, da lui composta, ci dà la più compiuta idea del genio di quella Setta e dei costumi di quelli che la professavano. Questo molto curioso opuscolo è inserito in Fabricio, Bibliotheca Graeca, tom. IV. p. 88-148.