Pellegrino Rossi e la rivoluzione romana - Vol. I/Capitolo V

Capitolo V

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CAPITOLO V.


Ministero di Pellegrino Rossi - Uccisione di lui.



Il giorno 16 settembre 1848 la Gazzetta di Roma annunciava la formazione del nuovo ministero: presidenza ed esteri, Cardinale Giovanni Soglia Ceroni; interno e, ad interim, finanze, Conte Pellegrino Rossi; istruzione pubblica, Cardinale Carlo Vizzardelli; grazia e giustizia, avvocato Felice Cicognani; commercio, professore Antonio Montanari; lavori pubblici e, ad interim, guerra, duca Mario Massimo di Rignano; ministro senza portafogli, conte Pietro Guarini. Il cavalier Pietro Righetti, sostituto al ministero delle finanze; monsignor Francesco Pentini, sostituto al ministero dell’interno.

La verità storica impone ad uno scrittore obiettivo di dire subito che quel ministero, sia di fronte alle due Camere, sia di fronte al paese, era debolissimo. Tranne l’alta e luminosa figura di Pellegrino Rossi, gli altri erano o mediocrità, o nullità, senza precedenti politici, senza valore personale, senza autorità o popolarità.

I Cardinali Soglia-Ceroni e Vizzardelli erano due mediocrità, le quali avevano anche il torto —  gravissimo in quel momento storico — di essere due preti; per quanto in fama di non esagerati nelle loro opinioni pretesche. L’avvocato Felice Cicognani, deputato del V collegio di Roma, era uomo d’ingegno e insigne per dottrina giuridica; ma religioso, alieno dalla politica, impopolare, di opinioni tanto temperate che si avvicinavano all’oscurantismo; politicamente, quindi, egli indeboliva il ministero Rossi, dandogli una tinta più spiccatamente reazionaria1. [p. 220 modifica]Il Duca di Rignano, deputato del II collegio di Roma, fra i patrizi romani, per la maggior parte, allora, poco colti, passava per una cima, perchè aveva studiato matematiche all’Università di Roma, e non mancava di un certo ingegno, era liberale moderato, ma assai fiacco dell’animo e non poteva apportare alcuna forza al ministero di cui era chiamato a far parte dall’amicizia che per lui nutriva il Conte Rossi. Il professore Antonio Montanari, deputato di Bertinoro, giovane d’ingegno, era allora un modesto professore, a cui la notorietà venne posteriormente per l’insegna mento della storia nell’Ateneo bolognese, durato circa quaranfanni; liberale moderato che assai più presumeva delle sue deboli forze che esse non valessero2 e il cui aiuto al Rossi era, per tutte queste ragioni, mediocre assai. Il Conte Pietro Guarini, deputato di Porli, cultore sufficiente di studi economici e dottrinario, non arrecava certo, con sè, nel nuovo ministero nè autorità, nè prestigio. Sopra sette ministri non vi erano, in quel momento, che quattro deputati: il che dava al ministero un carattere poco parlamentare e, per ciò, poco liberale.

L’abate Antonio Rosmini, il quale, dal 15 agosto, si trovava in Roma, incaricato dal governo piemontese di trattare col Papa intorno alla lega fra i principi italiani, l’abate Antonio Rosmini, anima dolce e mitissima, così giudicava quel ministero: «Quando il Rosmini conobbe come era formato il ministero Rossi, e vide in qual modo si metteva all’opera, ne fu allarmato; non perchè non desiderasse che c’entrasse il Rossi, che, anzi, lo aveva proposto lui al Papa; ma perchè trovava che il Rossi aveva composto il ministero in modo da governare egli solo e il Papa si era troppo abbandonato a lui, e perciò era piuttosto una dittatura che un ministero. Egli manifestò ingenuamente questo suo sentimento al Papa, e più volte ne tenne discorso col segretario di stato il Cardinale Soglia. Disse - e queste sono proprio le parole del Rosmini - che egli vedeva con piacere chiamato il Rossi al ministero, ma che, secondo lui, era troppo il lasciare nelle [p. 221 modifica]mani di un sol uomo i tre principali portafogli dell’interno, della finanza e della polizia, a cui un uomo non poteva bastare: osservò che i colleghi che il Rossi si era scelto erano uomini o deboli, o giovani e al tutto nuovi, i quali avevano bisogno pel disbrigo de’ loro affari di dipendere dal Rossi stesso, l’unico uomo di stato del ministero e a’ cui cenni niuno di essi si sarebbe saputo opporre, onde si poteva dire che anche gli altri portafogli stavano effettivamente nelle sue mani:... che, da altra parte, i modi del Rossi erano duri e sprezzanti, non ^ti a conciliarsi il pubblico, massimamente quello di Roma, che in questo punto della convenienza era così delicato e suscettibile per lunga educazione: che a lui quindi pareva indispensabile collocare a fianco del Rossi nel ministero qualche uomo che potesse stargli a petto per elevatezza di mente ed autorità, il quale temperasse quella soverchia potenza; che altrimente, sotto un tal ministro, il menomo inconveniente sarebbe stato, che il Sovrano avrebbe perduto intieramente la sua libertà, e il Rossi avrebbe operato come suol operare chi sente di esser diventato l’uomo necessario; ma che molto più gravi inconvenienti sarebbero sicuramente derivati, poichè il ministro Rossi avrebbe tirato seco nella rovina il proprio Sovrano, come appunto aveva fatto il signor Guizot, di cui il Rossi era discepolo, rispetto a Luigi Filippo»3.

Per queste, adunque, e per le ragioni espresse nel precedente capitolo, il nuovo ministero fu accolto con sospetto e diffidenza da una parte della stampa romana, con aspettazione benevola da un’altra parte di essa4.

Il Don Pirlone, spigliato e brioso giornale, con bellissime e spesso sapienti caricature, venuto in luce il 1° settembre e del quale erano collaboratori Michelangelo Finto, Terenzio Mamiani e l’avvocato Leopoldo Spini, Michele Mannucci, Eugenio Albèri e Oprandino Arrivabene, così salutava il nuovo ministero: «— Finalmente dopo tanto frugare e rifrugare lo abbiamo trovato! [p. 222 modifica]— Chi? — Un ministro — Phuum! Da due anni in qua ne abbiamo avuti tanti di ministri di ogni genere, che se ne potrebbe formare una legione. — Eh! ma questa volta abbiamo dato proprio nel buono, nell’eccellente, nell’ottimo, un ministro modello... appunto, appunto, appunto come lo cercavamo, pratico del mestiere, scaltro, malleabile... — Chi? — E quel che è più, di buona scuola, elastico, cosmopolita... — Ma chi? — Niente meno che la creatura di quella buon’anima di Guizot! — Diamine! davvero che i nostri padroni hanno buon naso! Adesso che il nostro paese va ad essere giuocato a scacchi nei gabinetti dei diplomatici, avremo anche noi un giuocatore di qualità. — Ma siete veramente sicuro...— Sicurissimo... perchè l’organo non ha ancora suonato, ma suonerà lunedì; poi la cosa è nella bocca di tutti, e se non accade sarà per una delle solite fatalità, che talvolta intralciano le più belle operazioni. Per esempio, potrebbe darsi che la repubblica di Francia non s’accordasse ad aprire corrispondenza con un servitore umilissimo del glorioso ex-re dei Galli, ed allora la cosa soffrirebbe, forse, un ritardo. Ma vi ripeto che sarebbe una disgrazia, perchè di un uomo che sappia l’arte di baloccarsi ne abbiamo propriamente di bisogno! — E credete che il signor Conte accetterà?... — Oh! accetterà sicuro. Figuratevi! Piuttosto farà qualche modificazione alla teorica del maestro, perchè ha visto che i suoi calcoli fanno fare dei magnifici capitomboli. Ma, del resto, un portafoglio non è mica una bagattella. Vedete voi come se lo tengono stretto i nostri ministri attuali? Fra l’essere ministro e non esserlo, vi è la stessa differenza che corre fra l’unità e lo zero. Basta: stiamo a vedere. Se è rosa fiorirà»5.

Il giornale umoristico della rivoluzione romana metteva anche, come si è veduto, in rilievo - cosa che facevano poi molti altri giornali - l’inopportunità della scelta del Rossi, orleanista puro, di fronte alla opinione pubblica francese, in quel momento.

Ma la Pallade, per esempio, giornaletto popolare, di opinioni avanzatissime e diffusissimo, di cui erano, allora, principali collaboratori il dottor Giuseppe Checchetelli, il dottor Filippo Meucci, Cesare Bordiga e l’avvocato Edoardo Teodorani, accoglieva il [p. 223 modifica]nuovo ministero con queste assennate e patriottiche parole: «La combinazione del nuovo ministero ha potuto suscitare in alcuni non poca apprensione e sgomento. Il sapere che l’anima e la mente di questo ministero si è il Conte Pellegrino Rossi riesce per taluni una novella malaugurata ed infausta. Io poi, a dire quel che il cuore me ne pronostica, non mi sento punto nè sgomentato, nè atterrito. Che il Rossi abbia ottenuto una serie di cittadinanze in Europa mi è indizio che in lui si è rispettato ed onorato il genio e l’intelletto italiano; il che io reputo nostra gloria comune. Che poi Luigi Filippo e Guizot ne abbian fatto un uomo di stato, mi è prova di sapienza e di politica, senza la quale male si ascende allo sgabello ministeriale; ed in tal caso mi sia lecito il desiderio di esser meglio curato da un medico esperto, che da un balordo ciarlatano. Oltre di che io non debbo dimenticare essere il Rossi un figlio d’Italia, che un giorno, come tanti altri, propugnava la causa della nostra libertà; ho tutto il diritto di credere ch’egli non tradirà la madre sua e che anzi, voglioso di smentire e dissipare tutti quei sospetti e quelle tante congetture che dalle molteplici vicende della sua vita procedono, si travaglierà a tutt’uomo per l’opera santa della libertà e indipendenza, e additando, con ferma mano, il sentiero dell’ordine e delle leggi, ravviverà quella morale fiducia che forma la potenza dei governi e l’unione dei popoli»6. Ora, premesso, come premisi, che Pellegrino Rossi vedeva la parte esteriore di quella lotta e a quella guardava, egli cominciò subito col concepire un atto sagace ed avveduto, ma che venne interpretato per ciò che era realmente, un accentramento sempre maggiore dell’autorità in mano sua, un nuovo atto che confermava il sospetto della sua dittatura; il giorno 18 settembre soppresse il ministero di polizia e lo uni a quello dell’interno, lasciandovi, pel momento, quale sostituto il dottor Michele Accursi, romano, già condannato politico ed esule, assai [p. 224 modifica]probabilmente antico carbonaro e, ad ogni modo, ardente troppo ed eccessivo nei suoi sentimenti liberali.

Un secondo atto, non reazionario come fu detto allora, ma certo di precauzione, tendente a diminuire le forze vive del partito democratico in Roma, fu compiuto dal Rossi il 23 di settembre col far partire la prima legione romana, mandata in Romagna.

Quella legione, composta di circa ottocento giovani, quasi tutti romani, aveva valorosamente combattuto a Vicenza il 24 e il 30 maggio e poi il 10 giugno sotto gli ordini del Colonnello Natale Del Grande - ucciso da una racchetta austriaca a Porta Padova, appunto, il 10 giugno — ed era rimasta quindi in armi sotto il comando di un altro valoroso romano, il Colonnello Bartolomeo Galletti. Quei giovani reduci, tuttochè abbastanza disciplinati, erano caldissimi di sentimento patrio ed elemento quindi facilmente accensibile e il Rossi reputò utile allontanarli da Roma, come aveva reputato il ministero suo predecessore. Perchè, a correggere una inesattezza storica e a ristabilire la verità, fin qui ignorata, è opportuno affermare che, quando il ministero Rossi fu costituito, l’ordine della partenza della legione era già emanato, come risulta dai tre documenti nuovi che io pubblico: una lettera del Colonnello Galletti al ministro della guerra del 23 agosto, una del Generale comandante interino della guardia civica di Roma in data 13 settembre indirizzata al Colonnello Galletti comandante della prima legione romana: e con la quale chiede i nomi di quei civici che, dopo aver fatto parte della legione nella sua prima partenza, ora non intendevano di iscriversi in essa, e due risposte del Colonnello Galletti a questa lettera in data del 15 e del 28 settembre7.

Ora quel provvedimento era stato preparato dal Conte Fabbri, ma poichè veniva eseguito dal Conte Rossi, su di lui ne cadevano i biasimi, su di lui che, nella opinione dei più, era considerato come l’invocato dalla congrega sanfedistica che attorniava il Papa, istrumento di reazione. E, perciò appunto, di quegli atti insospettivano i democratici e, francamente, a dire il vero, quasi tutti i liberali; e i giornali se ne turbavano e [p. 225 modifica]assalivano il Rossi. Imperocchè, oltre al fatto che il nuovo ministro mirava effettivamente a scomporre le fila della rivoluzione, giacchè questo era il còmpito che egli si era assunto e per portarlo a fine era venuto al potere, fra i liberali e il Rossi esisteva, fatalmente, un equivoco, che noi, oggi, vediamo; ma che i contemporanei, allora, non potevano vedere. Il Rossi non era stimato ed amato che da quei pochi moderati che avevano letto le sue opere, o che lo avevano avvicinato; alla grande maggioranza della popolazione era antipatico ed inviso e ritenuto un reazionario, uno strumento adoperato dalla congrega cardinalizia per ritogliere le libertà concesse ai popoli dello stato romano e per impedire la nuova guerra d’indipendenza; quindi a tutti gli atti suoi, anche i meno politici e i più innocui, si attribuiva un significato politico e odioso; quasi tutti ignoravano allora quali tesori di patriottismo si accogliessero in quell’anima gagliardissima; egli, fiero e sprezzante, non si curava di chiarire l’equivoco, non procurava di avvicinare gli uomini più influenti e di persuaderli; i suoi nemici rinfocolavano le ire, traevan fuori le vecchie accuse, interpretavano sinistramente ogni suo gesto, ogni sua parola e la marea della diffidenza e dell’odio saliva, saliva ogni giorno.

Il giorno 22 il Rossi pubblicava uno splendido articolo suo nella Gazzetta di Roma, in cui egli intesseva una specie di programma del suo ministero. Quell’articolo riprodotto o in tutto, o in parte da parecchi fra gli storici di quegli avvenimenti8, è una esposizione chiara e netta delle idee di Pellegrino Rossi, il quale affermava che «lo statuto fondamentale è la pietra angolare e sacra su cui poggia e si leva in alto il nostro edifício politico»; e che «il rispetto e l’osservanza delle leggi è la giusta e necessaria norma secondo la quale debbono dirigersi le opero di ogni cittadino, dell’uomo veracemente libero e degno di esserlo; la norma che il governo di Sua Santità si è prefisso di seguire».

Quindi giustificava la soppressione del ministero di polizia, annunciava il proposito di riordinare l’esercito e l’offerta fatta al Generale Carlo Zucchi di assumere il ministero della guerra [p. 226 modifica]e assicurava preoccuparsi grandemente il governo della «manchevole e pericolosa condizione finanziaria del paese» e proporsi «ristabiliti l’ordine e la quiete, di provvedere efficacemente ai rimedi», e concludeva: «Noi speriamo fra breve poter indicare dei fatti; e preferiamo narrare piú tardi, anzichè oggi predire».

Questo sommario di un programma della politica du jtcsfe milieu incontrò il pubblico favore e da una parte dei giornali, Costituzionale, Labaro, Pallade e fin’anche l’Epoca, fu approvato e lodato. Lo combatteva il Contemporaneo che «a traverso all’apparato pomposo delle frasi, intravedeva l’anima fredda, egoista, calcolatrice di interessi materiali e l’assenza degli ideali patriottici» e affermava che quello era «il linguaggio arido del sofista protestante (!) ginevrino sotto il regno materialista di Luigi Filippo»9.

Il Don Pirlone poi faceva un quotidiano fuoco di fila, sia con gli articoletti, sia con le caricature, contro il ministero, specialmente contro il Rossi, e metteva continuamente in ridicolo, in modo più speciale, i ministri Cardinale Soglia, avvocato Cicognani e Duca Massimo.

Il Rossi, intanto, provvide perchè, giusta i voti emessi dal Consiglio dei deputati, fossero assegnati sussidi e pensioni ai volontari feriti nella passata guerra o alle vedove dei morti combattendo.

Ordinò che immediatamente si stabilissero due linee telegrafiche, l’una che da Roma, per Ancona e Bologna, facesse capo a Ferrara, l’altra da Roma a Civitavecchia: e anche di questi provvedimenti egli rendeva conto, scrivendo egli stesso nella Gazzetta di Roma del 2 ottobre, un altro bellissimo articolo10 il quale conchiudeva con queste notevoli parole: «Voglia Iddio che le nostre speranze non siano deluse per le male passioni e gl’impeti pazzi e gli inescusabili errori che troppo altre magnifiche e giuste speranze delusero».

Ma queste ed altre provvisioni erano goccie d’acqua all’arsura onde erano tormentati i liberali italiani e romani, i quali [p. 227 modifica]a tre cose, sopra tutte le altre, avevan volti gli sguardi, i pensieri, i desideri!.

E queste tre cose erano: la ripresa della guerra contro l’Austria; la conseguente necessità di una lega fra gli stati e i popoli italiani; e la pur conseguente necessità di energiche provvisioni guerresche.

Gli Italiani in quei giorni avevano addosso la febbre e, inconsultamente, davano nelle strampalerie a cui sospinge l’esaltazione cerebrale e, quanto più indebolita era l’autorità di tutti i principi e di tutti i governi della penisola e quanto minore era la fiducia in essi e tanto maggiori di numero e in contraddizione maggiore fra di loro e più arcadici e, dirò cosi, poetici erano i disegni che si venivano escogiJ:ando pel conseguimento del patrio riscatto dallo straniero. E, se si aggiunga che in tutto quel sobbollimento soffiavano potentissimi gli agenti dell’Austria, mascherati da patrioti11, e i credenti nel Mazzini, sarà facile spiegarsi tutta quella confusione di lingue, di pensieri e di aspirazioni che sconvolgeva la penisola


Come l’arena quando il turbo spira.


Fra tutti i disegni messi fuori in quei giorni, tre primeggiavano, nel momento in cui Pellegrino Rossi era giunto, a Roma, al supremo potere.

Fin dai giorni in cui il ministero Antonelli-Recchi presiedeva al governo di Roma, si erano avviate e strette le trattative fra il Piemonte, la Toscana, lo stato romano e Napoli per la costituzione di una lega politica e militare, indirizzata a raggruppare le forze italiane nella guerra di indipendenza contro gli Austriaci; giacchè si sperava, in tal guisa, trarre a concorrere alla guerra l’oscillante e vacillante Pontefice.

Le trattative erano andate in lungo, perchè il ministero piemontese, in sulla esultanza delle prime vittorie, poco si accalorava ad una lega che, riservando la presidenza al Papa, sembrava mettere in forse l’egemonia piemontese di cui Cesare Balbo e i suoi colleghi anzi tutto si preoccupavano12; cosi [p. 228 modifica]che quando, il 19 e il 20 di aprile di quello stesso anno 1848, i rappresentanti del Re di Napoli e quelli dell’insorta Sicilia eran convenuti in Roma per iniziare la Dieta italiana che doveva stabilire le condizioni della lega, i rappresentanti della Toscana non vi erano giunti e quelli del Piemonte non erano nè anco stati designati.

Degli andirivieni e delle tergiversazioni dei vari principi italiani in quella occasiono tutti gli storici e scrittori di quegli avvenimenti si sono occupati, ma conservando nei loro giudizi ed apprezzamenti quella stessa discordia che era nel campo dei vari governi della penisola a quei di; i quali dicevano tutti di volersi collegare e poi, a cagione degli interessi speciali, delle emulazioni, e delle invidie di ognuno di essi, non si collegavano punto. Gli scrittori, quindi, sono divisi in tanti gruppi: ciascuno dei quali cerca di attenuare le colpe e gli errori di un dato principe o di uno degli stati che doveano confederarsi, per gettare la responsabilità sopra l’altro: onde è difficile, a chi non li legga tutti, il formarsi un concetto esatto della verità storica su quel fatto, gravissimo per le conseguenze che ebbe sia in riguardo alla guerra, sia, in appresso, coll’avere ingenerato la sfiducia nelle popolazioni e coll’aver, quindi, fatto nascere in queste il desiderio di una alleanza di popoli là dove, per colpa dei principi e dei governi loro, non si era potuto conseguire un’alleanza di principi13.

[p. 229 modifica]Io credo che la verità vera sia questa: in quella congiuntura, tutti, dal più al meno, i governi italiani furono colpevoli, perchè guidati non dalla visione degli interessi nazionali, ma dalla cura particolare di tutelare quelli regionali o municipali. Lo storico che, meglio di tutti e più imparzialmente di tutti — secondo l’opinione mia — abbia giudicato quel fatto della lega, voluta da ciascuno a proprio beneficio e, per ciò, non conclusa, è Giuseppe La Farina, di cui riproduco l’assennate parole: «Di questo fatto tutta la colpa è stata addossata ai ministri piemontesi; ma la verità è, che il governo di Torino non volea la lega, perchè la credea freno allo sperato ingrandimento della Casa di Savoia; che il Re di Napoli volea la lega per far escludere da essa i Siciliani e così metterli al bando dell’Italia; e questo pensiero tanto in lui prevaleva, che volle si ordinasse ai legati non entrassero in alcun acccordo, nè intervenissero in alcuna adunanza, se esclusi non fossero i Siciliani. In quanto poi al Pontefice e alla Toscana, la lega era voluta e sollecitata perchè Carlo Alberto non ingoiasse tutto, parole che udii14 ripetere nelle corti di Roma e di Firenze. E udii anche che il Pontefice pretendesse essere riconosciuto, non che come presidente, come arbitro della lega, nome non definito, e che destava gravi apprensioni nell’animo dell’ambasciatore sardo presso la corte di Roma. Dal che si può arguire qual fosse l’amore per l’Italia [p. 230 modifica]de’ principi e del Pontefice, e come il disegno della lega italiana fosse divenuto niente altro che uno strumento di ambizioni e avidità personali; imperocchè l’uno avversava la lega, perchè non gli rapisse il frutto della vittoria; gli altri la lega richiedevano per compartire fra loro i vantaggi di una guerra, alla quale punto o poco partecipavano»15.

Però sotto il ministero Mamiani, al cominciare delle sconfitte militari in Lombardia, le trattative erano state riprese con un po’ più di buona disposizione da parte del Piemonte; e il ministero presieduto da Gabrio Casati, sul consiglio del Gioberti, aveva nominato il 31 luglio l’abate Antonio Rosmini Serbati incaricato del Piemonte per trattare della lega col Pontefice Pio IX a Roma, dove esso giunse il 15 agosto, ebbe due lunghi colloquii col Papa, che gli annunciò la sua decisione di nominarlo Cardinale e che delegò come suo rappresentante officioso a trattare della lega quell’ottimo monsignor Giovanni Corboli Bussi, delle cui meritate lodi son pieni tutti gli scritti di quel tempo.

È importantissimo però rilevare che il Rosmini, mosso in parte dal profondo suo zelo religioso, in parte convinto che a invogliare Pio IX a entrare in quella lega come principe, bisognava concedere qualche cosa al Pontefice, aveva indotto il ministero Casati ad affidare a lui una duplice missione: primieramente di «negoziare con la Santa Sede un leale concordato su tutti i punti di litigio, che avessero dato e potessero dare motivo di discrepanza fra lo Stato e la Chiesa, un concordato che avesse per base, come voleva giustizia, la lihertà della Chiesa con che si avrebbe persuaso Sua Santità, più che con ogni altro mezzo, che la libertà di cui tanto si parla dappertutto e a cui si aspira dagli Italiani, era una libertà sincera, una libertà per tutti e quindi anco per la Chiesa, non una libertà irreligiosa, avente qualche altra cosa dietro a se»16, in secondo luogo di negoziare la confederazione.

Nella quale proposta di offrire quell’esca del concordato al Papa avvi più assai avvedimento politico e maggiore finezza di intuito che la semplicità della vita e degli atti e la umiltà dei [p. 231 modifica]costumi del Rosmini e il candore ingenuo delle sue parole, a uso il fra’ Ginepro del Passavanti, in lui non avessero fatto supporre.

Il Rosmini, adunque, che insieme al Marchese Lorenzo Pareto, ambasciatore di Sua Maestà sarda a Roma, rappresentava il Piemonte, monsignor Corboli Bussi che rappresentava il Papa e il commendatore Scipione Bargagli, ministro plenipotenziario e rappresentante del Granduca di Toscana, avevano tenuto diverse adunanze e si erano, alla fine, accordati sopra un disegno di lega17 con cui si stabiliva che «fra gli stati della Chiesa, del Re di Sardegna e del Granduca di Toscana si era stabilita perpetua confederazione, colla quale, mediante l’unità di forza e di azione, fossero guarantiti i territori degli stati medesimi e protetto lo sviluppo progressivo e pacifico delle libertà accordate e della prosperità nazionale; che l’augusto e immortale Pontefice Pio IX, mediatore e iniziatore della lega e della confederazione, ed i suoi successori ne sarebbero i presidenti perpetui; che, entro un mese dalle ratifiche di quella convenzione, si accoglierebbe in Roma una rappresentanza dei tre stati confederati, tre per ogni stato, eletti dal potere legislativo, autorizzati a discutere e stabilire la costituzione federale, avente per scopo di organizzare un potere centrale, esercitato da una Dieta permanente in Roma, la quale dichiarerebbe la guerra e la pace, organizzerebbe i contingenti militari, regolerebbe il sistema doganale fra gli stati confederati, ripartirebbe le quote delle imposte federali, stringerebbe i trattati commerciali e di navigazione, provvederebbe all’unità del sistema monetario, di pesi, di misure», ecc., ecc.

Al trattato potevano accedere tutti gli altri stati italiani: esso doveva essere ratificato dai governi contraenti «entro lo spazio di un mese e più presto se sarà possibile».

Qui, anzi che seguire gli storici di quel tempo, i quali sono inesatti, vuoi per le passioni da cui sono dominati, vuoi per la imperfetta conoscenza dei documenti che furono, nel 1881 soltanto, trentadue anni dopo, cioè, quei fatti, resi noti dai discepoli [p. 232 modifica]del Rosmini, con la pubblicazione del prezioso commentario di lui su quella missione, commentario, da esso — morto nel 1855 — lasciato inedito, meglio è, per intendere chiaramente tutto questo imbroglio delle pratiche per la lega, ricorrere al Rosmini stesso, che - inconsapevolmente, col suo semplice e candido stile da trecentista - dà la chiave per dischiudere il serrarne di quel sacrario entro cui è rimasto, per tanto tempo, nascosto il mistero delle trattative per quella lega, mistero che ha dato origine a tanti ingiusti apprezzamenti, a tanti falsi giudizi della maggior parte degli scrittori, anche degli ottimi, dal Gioberti al Farini, dal La Farina al Bianchi, intorno alle influenze che quel disegno concorsero a fare andare a vuoto.

«Questo progetto dal Rosmini medesimo il 3 di settembre fu presentato al Papa» — così scrive l’illustre filosofo roveretano — «il quale lo accolse bene e disse che, tostochè il governo del Piemonte lo avesse approvato, egli avrebbe nominato una Commissione straordinaria di cardinali per esaminarlo (!). Non si lusingava il Rosmini, che le sue cure dovessero riportare l’esito desiderato, ma, come allora lo stesso diceva a monsignor Corboli, "egli non isperava niente, ma operava come se sperasse tutto; perchè gli pareva di far così il suo dovere, rimettendone il resultato alla Provvidenza"»18.

Queste parole, poco curate, a quanto io ne so, anche dagli storici posteriori al 1881, mi par chiaro che rivelino tutto. Pio IX, omai deciso, per le buone ragioni già da me esposte, non solo a non procedere più innanzi, ma a tornare indietro, baloccava sè e gli altri con quelle trattative, per tenere a bada i tumultuanti suoi sudditi, per guadagnar tempo e per evitare di entrare in guerra con l’Austria — la qual cosa era quella che egli non aveva mai voluto e che, molto meno, voleva allora —. Che esso ingannasse la lealtà del Corboli Bussi e la buona fede del Rosmini risulta evidente dal fatto che egli si riservava di fare esaminare il disegno di lega da una congregazione di Cardinali, il che, tradotto in moneta spicciola, significava affidare ai lupi la difesa delle pecore. E il Rosmini, che, non ostante la sua semplicità riguardosa e la sua venerazione per il Papa, non cessava [p. 233 modifica]di essere mai l’uomo dall’altissimo intelletto che egli fu, è tratto subito, li per li, dalla forza della logica, quasi inconsapevolmente, appena riferito il colloquio col Papa, è tratto a disperare della sua impresa. L’uomo religioso, pieno di scrupoli reverenti verso il Papa, tutto compreso d’ingenua devozione pel padre dei fedeli, non vuol parlare, non vuol far commenti, non vuol dir nulla; ma lo storico e il filosofo, scrupoloso cultore della verità, è costretto ad esprimere la sua disperazione: egli non isperava niente, ma operava come se sperasse tutto.

Il ministero Perrone-Pinelli, successo il 19 agosto al ministero Casati, non aveva ancora espresso menomamente il suo pensiero su quel disegno di lega il giorno 3 settembre; il giorno 3 settembre non era ancora giunto al potere in Roma Pellegrino Rossi; il ministro toscano Bargagli e il Granduca erano favorevolissimi a quel disegno; come dunque, perchè dunque il Rosmini, fino a quel punto del suo Commentario tutto pieno di speranza e di fiducia, proprio il 3 settembre, proprio dopo il colloquio avuto col Papa, diviene scettico e dispera?...

La cosa è evidente: perchè il Rosmini in quelle poche linee dice assai più di quel che volesse dire, e lo dice proprio con le sue riguardose reticenze, proprio coi suoi pietosi e ossequiosi sottintesi: Pio IX, oramai, era costretto a ingannar tutti.

Il 5 settembre giungeva in Roma al Marchese Pareto, ambasciatore sardo, il dispaccio del nuovo ministro degli esteri piemontese generale Perrone, in cui questi, sentendo come il governo del Re Carlo Alberto, sospinto dai popoli febbricitanti, sarebbe presto costretto a riprender la guerra, voleva stringere i panni addosso al Pontefice e chiedeva un nuovo progetto di lega in cui «esplicitamente si indicasse in qual numero d’uomini ed in quale specie d’armi sarebbe composto il contingente militare che somministrerebbe il governo pontificio, contingente che dovrebbe naturalmente esser pronto pel caso che scoppiasse di nuovo la guerra, come non è improbabile che accada»19.

Il ministro Perrone, da quel risoluto soldato che era, voleva venire al concreto, mentre il Papa voleva menare il can [p. 234 modifica]per l’aia. Le parti erano invertite: in aprile era il Papa che voleva la lega e il governo piemontese non la voleva; in settembre avveniva tutto il contrario.

Il Rosmini, notando con dolore, che il ministro Perrone sul concordato non diceva pure una parola, e vedendo come fatalmente il Piemonte si avviava precipitoso al gravissimo errore di una nuova guerra, narra nel suo Commentario come sempre più egli si sconfortasse, e come, nondimeno, si unisse ancora parecchie volte a colloquio col Pareto, col Corboli Bussi e col Bargagli e come, anzi, da questi fosse incaricato di scrivere una memoria da presentare alla Congregazione dei Cardinali, quando il Papa l’avesse nominata, e in cui «si esponessero i motivi dai quali apparisse che quel progetto sembrava dover convenire alla Santa Sede e si rispondesse alle principali obiezioni che potrebbero venir fatte al medesimo», e narra come quella memoria scrivesse e la riferisce per intero nella sua lunghezza di diecinove pagine20.

In questo momento era giunto al potere Pellegrino Rossi, il quale dal Rosmini è accusato ripetutamente di invasione degli altri dicasteri21 e quindi di avere invaso pure quello degli affari esteri, tirando a sè l’affare della lega, o confederazione italiana. «Appena che il Conte Rossi fu al ministero» — scrive l’autore delle Cinque piaghe della Chiesa — «volle tirare a se anche questo affare e per riuscirvi tolse a screditare tutto quello che s’era fatto nelle conferenze del palazzo Albani - dove si erano riuniti, in precedenza, il Rosmini, il Pareto, il Corboli Bussi e il Bargagli - ingerendo nell’animo del Pontefice dei gravissimi sospetti, dandogli a credere che tutto ciò non fosse che un maneggio per ispogliarlo compiutamente della sua autorità ed ingerenza negli affari temporali, e che i principi di quella confederazione si sarebbero cangiati in prefetti o sottoprefetti; al che il Pontefice, che s’era già messo totalmente nelle mani del suo ministro, prestò piena fede. 11 Rossi dunque disse che avrebbe egli fatto una lega di principi, non una confederazione di stati, impossibile e inopportuna, e in fatti tracciò il suo progetto, lo sottopose al Papa, il quale lo fece anche [p. 235 modifica]pervenire al gabinetto piemontese, progetto che giovò solo a complicare la negoziazione, che già involgeva gravissimi ostacoli»22.

Il progetto del Rossi, di fatti, era molto più vago e indeterminato del progetto Rosmini e non rispondente all’urgenza, che si imponeva, di una nuova lotta imminente e non parlava affatto di guerra nè difensiva, nè offensiva.

Il progetto è il fondamento di una delle più gravi accuse portate contro il Rossi: è necessario, quindi, che qui sia riferito:


PROGETTO DI CONVENZIONE


Sua Santità, ecc., ecc.,

(Titoli delle alte parti contraenti). Avendo maturamente considerate le presenti condizioni dell’Italia, o la naturale comunanza d’interessi che esiste fra gli stati indipendenti della penisola; volendo quindi per comuni accordi provvedere alla tutela della loro libertà e indipendenza; raffermare ad un tempo l’ordine pubblico, dare opera al progresso graduale e regolare della prosperità e civiltà della quale è parte principalissima la religione cattolica; hanno formato i seguenti patti, come legge fondamentale po’ loro stati.

Art. 1. V’è lega fra ecc. ed ecc.

Art. 2. Ogni altro sovrano e stato indipendente italiano potrà nello spazio di... aderire alla lega, e farne parte integrale.

Art 3. Gli affari della lega saranno proposti e trattati in un congresso di plenipotenziari delegati da ciascuna parte contraente. Ognuna di esse potrà scíeglierli giusta la regola che giudicassero opportuno di stabilire per sè.

Art. 4. Il numero dei plenipotenziari non potrà eccedere per cadauno stato quello di ... Qualunque ne sia il numero, i plenipotenziari di un sovrano rappresentano collettivamente lo stato che gli ha inviati, esprimono nelle deliberazioni il pensiero del loro committente, e non hanno che un voto.

Art. 5. Il congresso è presieduto dal Papa, e per esso da uno de’ plenipotenziari da lui prescelto fra i plenipotenziari pontifici.

Art. 6. In un congresso preliminare, che si aprirà a Roma al più tardi il ... sarà deliberato, e quindi ratificato dalle alte parti contraenti, il regolamento organico del congresso della lega.

Art 7. Le alte parti contraenti promettono di non concludere con altri stati e governi, trattati, convenzioni od accordi particolari, che siano incompatibili coi fatti e risoluzioni della lega italiana, e coi diritti ed obbligazioni che ne derivano; salva la piena libertà al Papa di concludere trattati e convenzioni che riguardino direttamente o indirettamente affari religiosi23.

[p. 236 modifica]Non è chi non veda tutta la indeterminatezza di questo progetto di convenzione che non indicava quali fossero gli affari, gli interessi, i diritti della lega; che non parlava nè di guerra offensiva, nè di difensiva, nè di contingenti militari e che mirava a volere includere nella lega anche l’infido Re di Napoli.

Non sembrava che tutte le deficienze quindi e le insufficienze di quel disegno potessero sfuggire all’alta mente e all’acuta penetrazione del Rossi; e pareva, quindi, che si avesse a escludere, per questa ipotesi, che quell’aborto di progetto fosse o potesse essere un errore di pensiero dell’insigne statista; quindi pareva conseguirne severa e minacciosa una seconda ipotesi, che quel progetto fosse il meditato e naturale risultato di una perfidia politica con cui si voleva mandare a vuoto ogni possibilità di lega fra gli stati italiani, o quanto meno uno scaltrito mezzo termine per togliere il Papa dall’affanno insopportabile per lui, di dover partecipare, col suo esercito, alla imminente guerra contro l’Austria.

Da altra parte tanto i diplomatici toscani, quanto i piemontesi, come anche i più autorevoli giornali di Torino, di Firenze e di Roma, vedevano, nel progetto Rossi, quando dal Re di Napoli fosse stato accettato - il che da tutti si reputava impossibile - il desiderio del ministro di Pio IX di accogliere nella confederazione italiana i rappresentanti napoletani a fine di equilibrare la preponderanza che in essa avrebbe potuto avere la bellicosa politica piemontese; senza pretermettere di notare che il Re di Napoli «era un falso fratello» - come scriveva il Martini - «e che, ove fosse entrato nella lega, avrebbe giovato agli interessi dell’Austria e distrutta la federazione»24.

Parole profetiche, che ebbero amplissima conferma nella immediata storia successiva.

Ora questo della lega era uno dei tre disegni, fra i tanti disparati di quel momento, che più attraeva gli sguardi appassionati degli Italiani; e in questo l’atteggiamento preso dal Rossi non sembrava acconcio a conciliargli la benevolenza della pubblica opinione, anzi, disgraziatamente, era tale da attrargli [p. 237 modifica]addosso gravissime accuse e da giustificare le più sinistre interpretazioni.

Il secondo progetto molto poetico, assai arcadico era quello del congresso della federazione italiana da tenersi a Torino per fissare il programma della grande associazione nazionale, proposta da Vincenzo Gioberti e nella quale avrebbe dovuto raccogliersi «l’eletto» - come scriveva il Gioberti stesso «degli ingegni della nazione e diffondersi in tutta la penisola, essendo importante l’appoggiare presso il nostro debole governo l’idea della lega col mostrarla avvalorata dei più splendidi nomi d’Italia»25.

Era un platonico aiuto che si veniva a dare all’idea della lega italiana; ma, sia perchè promossa dal Gioberti, che era ancora in auge di popolarità, sia perchè, a prima vista, pareva a quei convulsi e quasi dissennati Italiani di quel tempo rimedio utilissimo ai mali della patria, quell’appariscente ma vuota idea giobertiana ebbe gran seguito di ammiratori e, anche a Roma, giornali e circoli la celebravano e si apparecchiavano, anzi, a inviare i loro rappresentanti al prossimo congresso federativo a Torino.

Il terzo progetto, più poetico, più vaporoso ed aereo di quello del Gioberti, era la proposta di riunione di una costituente italiana, messa fuori dal professore Giuseppe Montanelli, il ferito di Curtatone, ingegno eletto, anima ingenua e mistica, dottrinario della democrazia, popolarissimo in Toscana, il quale visto che «era vana la speranza di vedere conclusa una lega fra i principi, e minore ancora quella che un fatto tanto più solenne quale era quello della personificazione politica dell’Italia potesse uscire dai soli negoziati diplomatici, affermava dovere la Dieta italiana essere l’opera di una costituente nazionale. Trattarsi, quindi, ora di spingere i diversi governi d’Italia ad effettuare tale disegno; questo l’impulso che imprimer doveva il partito democratico: il grido universale doveva essere: Vita la costituente italiana!»26.

[p. 238 modifica]E evviva la costituente italiana gridarono i diecimila livornesi, che avevano ascoltato il caldo ed eloquente discorso del Montanelli; e evviva la costituente italiana, gridarono, in pochi giorni, i popoli della Toscana e dello stato romano, dove se piaceva l’idea della lega, più piaceva la federazione del Gioberti e immensamente più piacque la costituente italiana del Montanelli, manifestazione morbosa del nobilissimo sentimento patriottico delle moltitudini, tendenza isterica ad un altissimo ideale.

E la marea dalle passioni, dalle più limpide e più disinteressate alle più torbide, saliva, saliva.

Ciò non ostante il ministro Rossi, con una attività ed energia meravigliosa, perchè davvero egli doveva lavorare e pensare per quasi tutti i suoi colleghi, provvedeva al riordinamento dell’amministrazione, alla restaurazione delle finanze e del credito dello stato; otteneva dal Pontefice l’imposizione di una tassa di quattro lire per ogni cento di estimo sui beni rustici e urbani del clero, dal quale pure conseguiva una offerta di due milioni di scudi all’erario dello stato; nominava una Commissione per l’assestamento dei bilanci a fine di ottenere in essi un reale pareggiamento fra l’entrata e la spesa: un’altra ne eleggeva pel riordinamento del sistema monetario.

Si occupava delle strade ferrate e, mentre stringeva un compromesso con una compagnia per la costruzione della linea da Roma a Coprano, eccitava i comuni ad associarsi per la costruzione dell’altra ferrovia Roma-Ancona-Bologna.

Attendeva a studiare un disegno di legge che istituisse nuovi tribunali civili e penali, in armonia con le conquiste della scienza giuridica, a fine di sostituirli al vecchio e barocco organismo di tribunali speciali, taluni privilegiati, tali altri odiosi e medioevali.

Istituiva due cattedre di economia politica e diritto commerciale nei due Atenei romano e bolognese: al ministero dell’interno affidava la direzione generale di sanità e vi preponeva il deputato dottor Luigi Carlo Farini; in quello del commercio creava una direzione generale di statistica e vi nominava un altro deputato, Ottavio Gigli: uomo di grandissimo valore il primo, di non comune valore il secondo, e nominava a pro-legato della provincia di Bologna, in surrogazione del Cardinale Luigi Amat, [p. 239 modifica]il maceratese Conte Alessandro Spada, onesto e temperato liberale, ma debole e impotente a tanto peso; a delegato della provincia d’Ancona, in sostituzione di monsignor Achille Maria Ricci, il bolognese avvocato Antonio Zanolini, profugo del 1831, deputato, uomo di saldi principii liberali e di carattere fermo ed energico.

Da molteplici deposizioni, raccolte nel processo compilato, poscia, dal 1849 al 1853, contro gli uccisori di lui, deposizioni fatte dai principali suoi collaboratori e subalterni, risulta — come meglio si vedrà in seguito — che il Rossi era serio, imperioso, ma urbano, che parlava poco e lavorava molto27.

Ma intanto che il Rossi si adoperava, con tutta la sua attività ed energia, a ridare al governo l’autorità ed il prestigio che non aveva più, intanto che taluni dei suoi atti erano lodati anche dai giornali di opposizione e intanto che, al contrario, molti dei provvedimenti da lui ordinati, pel fatale equivoco di cui ho parlato, erano sinistramente interpretati e ostilmente commentati come provvedimenti che accennavano a reazione, a Torino si riuniva il congresso federativo promosso dal Gioberti, il quale era stato convocato dall’illustre filosofo col triplice intendimento: di mettere, possibilmente, d’accordo nel concetto della lega i più alti e famosi uomini d’Italia; di affratellare, in questa occasione, gli ingegni più eletti, costringendo quasi ad avvicinarsi uomini insigni che non si conoscevano fra di loro che di nome; in fine di rialzare lo spirito depresso delle popolazioni e l’entusiasmo e la fede nei destini della patria.

A Torino, adunque, convennero, il 20 ottobre, attorno al [p. 240 modifica]Gioberti, il Mamiani, il Casati, il Mauri, il Maestri, il Giulini, il Broglio, il Correnti, il Durini, il Castelli, lo Sterbini, il Canino, Gio. Andrea Romeo, Pier Silvestro Leopardi, Silvio Spaventa, Francesco Perez, Francesco Ferrara, Giambattista Giorgini, Giuseppe Massari, Michelangelo Pinto, Leopoldo Spini e molti altri, che erano, in buona parte, già allora, e più divennero dopo, il fiore del patriottismo e lo splendore dell’intelletto italiano nella storia del nostro nazionale risorgimento.

Le discussioni e deliberazioni di quel congresso riuscirono, pur troppo, ciò che dovevano riuscire: una vera e propria accademia di patriottismo e di liberalismo, che ebbe pur tuttavia un effetto morale negli avvenimenti della storia del decennio dal 1849 al 1859; ma di quante sciocche calunnie, di quante sozze insinuazioni quell’innocua arcadia non fu notata da tutti gli storici di parte reazionaria e — pur troppo! — anche da qualcuno di parte moderata!

«Dicasi pure» - grida, acceso di giustissima indignazione, un onesto scrittore moderato - «dicasi pure che il progetto di costituente federativa e di ordinamento federale dell’Italia, adottato dal congresso torinese, fu opera accademica; ma ogni uomo di buona fede, per rendere omaggio al vero, dovrà confessare che in quel progetto, anzichè primeggiare concetti superlativi, opinioni balzane, campeggiavano concetti ed opinioni savie e moderate e, ciò che più vale, praticabili: perchè, mentre da un canto si faceva ragione agli onesti e giusti desiderii di libertà e di unione italica, dall’altro si serbavano incolumi la dignità e i diritti del principato costituzionale»28.

E, difendendo, quindi, il congresso federativo dalle calunnie di una vilissima stampa prezzolata, lo stesso scrittore, che era uno dei rappresentanti di Napoli a Torino nell’ottobre 1848, aggiunge: «Mi basti dire che, nel novembre del 1818, il giornale che zelantemente raccoglieva le confidenze di quel governo, e ne esprimeva condegnamente le rabbie e le paure, il Tempo di Napoli, osò affermare che l’infame assassinio di Pellegrino Rossi, prima di essere compiuto in Roma, fosse stato [p. 241 modifica]concertato e deliberato nel congresso federativo di Torino! E l’iniqua voce fu susurrata fino agli orecchi del Pontefice, e forse trovò adito e fiducia nell’animo di lui: molte volte, posso accertarlo, sullo scoglio di Gaeta, ragionando del congresso di Torino, Pio IX fu udito denominarlo col titolo di infernale!»29.

Che questa accusa vigliaccamente messa in giro dai gesuiti, poi gesuitescamente divulgata dal Padre Antonio Bresciani, e propagata da tutti i libellisti della compagnia di Loyola, fosse ridicola ed assurda tutti ormai sanno; ma occorreva che io qui ne facessi menzione, perchè, come l’imparziale lettore vedrà, i due giudici inquisitori che compilarono il processo contro gli uccisori di Pellegrino Rossi e, specialmente il Laurenti, sulle orme del Padre Bresciani e sotto le suggestioni di lui, si è affannato a far risultare quella calunnia dal processo stesso. Come vi sia poi riuscito si vedrà a suo tempo.

In quei giorni medesimi gravi tumulti avvennero a Roma dal 23 al 26 ottobre, fra cristiani ed ebrei, intorno ai quali io produco in fine di questo volume molti documenti nuovi.

Quei tumulti ebbero origine da una rissa casualmente suscitatasi fra un ebreo e un cristiano, e nella quale l’israelita ferì il cristiano ed un milite civico che si era intromesso nella contesa, ma rimase ferito egli pure30.

L’irritazione prodotta da quel fatto trasse immediatamente nel ghetto numerosi popolani e militi della guardia civica, che voleano vendetta del sangue cristiano; a quelli si unirono presto molti dell’infima plebaglia, desiderosi di dare il saccheggio al ghetto, e quali fossero i pericoli di quella situazione risulta dallo spropositato ma importante rapporto del capitano Lefevre, posteriore di cinque giorni a quella scena, ma che la descrive esattamente31.

La guardia civica romana, veramente nobile, patriottica e benemerita della civiltà, in tutta la storia della sua esistenza dal luglio 1817 al luglio 1819, si adoperò subito a contenere quei nascenti gravi disordini32. Il Comando generale di quella [p. 242 modifica]milizia, d’accordo col ministro dell’interno, impartiva ordini precisi ai comandanti dei battaglioni limitrofi al ghetto33; e i tumulti sarebbero finiti li, se i gregoriani e i sanfedisti non avessero soffiato dentro a quelle prime ire, sia con le personali insinuazioni susurrate a bassa voce, sia con l’articolo velenoso ed incendiario del giornaletto umoristico-clericale, il Cassandrino, pubblicato nella mattina del 24 ottobre e che era intitolato: Il ghetto ha dolor di corpo34.

Allora i tumulti ricominciarono e il ghetto fu minacciato di essere il teatro di rapine e di stragi. Il Conte Rossi spedi numerose e forti pattuglie di carabinieri, dal 24 al 28 ottobre, nel ghetto, dove quelle eseguirono l’arresto di quattro fra i più audaci perturbatori35 e diede ordini energici anche al Comando della guardia civica, l’attività ed energia della quale fu veramente ammirevole e lodevolissima36.

Avvenne un piccolo inconveniente per eccesso di zelo e per fine di bene: dappoichè, essendo stato arrestato da una pattuglia di carabinieri un tiragliolo di Albano, Pietro Morigi, e disarmato come eccitatore di disordini, questi, reagendo, domandava di essere consegnato alla milizia cittadina; per il che un ufficiale civico lo prese con sè, ad evitare una lotta fra civici e tiraglioli, e lo condusse al corpo di guardia del 10° battaglione civico e lo consegnò all’ufficiale37, dal quale, per allontanare la possibilità di una collisione, il Morigi fu lasciato in libertà.

Su questo fatto il ministro Rossi richiamava l’attenzione del Comando generale della guardia civica, con una sua lettera in cui «confidando sempre nella fermezza e prudenza del generale e [p. 243 modifica]della civica» rilevava che «se i militi voglion farsi magistrati e usurparne i poteri, le leggi riescon vane e l’ordine pubblico impossibile»38.

Il tiragliolo rilasciato in libertà fu nuovamente arrestato da un distaccamento del 1° battaglione civico.

L’assidua ed energica vigilanza della milizia cittadina impedì che il trambusto si rinnovasse come varii accenni contenuti nei documenti, che io pubblico, facevan ritenere possibile39.

Pellegrino Rossi pubblicò il 25 ottobre un breve e vigoroso manifesto in cui, riprovando le violenze commesse nel ghetto «contro uomini che, nati nella comune società, hanno dritto alla comune protezione» e affermando che «quelle violenze erano indegne di un popolo colto e generoso» si rallegrava che «la causa della pubblica sicurezza avesse trovato nel concorso volenteroso della guardia cittadina e delle altre armi, aiuti e garanzie che dovevano inspirare, sgomentando ogni sinistro pensiero, la più ferma fiducia nel presente e nell’avvenire Assicurava che «il governo non lascierebbe impunemente insultare alle leggi e alla civiltà, certo che il popolo romano non cesserebbe di essere al mondo intero nobilissimo esempio di devozione al sovrano e di amore alla vera e onesta libertà, che mai non si scompagna dalla riverenza alle leggi»40.

Il comandante generale della civica che era, allora, interinalmente, il Duca Massimo di Rignano, ringraziava a nome del Papa e del governo la milizia cittadina che altamente lodava con un suo ordine del giorno del 28 ottobre; e la comunità israelitica, in data del 26, aveva già inviato al Comando della civica un indirizzo, pieno di laudi, di benedizioni e di entusiasmo.

Il direttore, il gerente e il tipografo del Cassandrino, tratti avanti al secondo turno del tribunale criminale di Roma col rito sommario, furono giudicati il 7 novembre. Il Del Basso, direttore, fu condannato a un mese di detenzione, a scudi trenta di multa, e Michele Ajani, tipografo, alla multa di scudi dieci e [p. 244 modifica]ambedue alle spese di processura ed alimentarie. Lodovico Valeriani fu assolto 41.

Intanto era giunto a Roma il nuovo ministro della guerra Generale Carlo Zucchi, nativo di Reggio modenese, che aveva militato nelle guerre napoleoniche e si era acquistata fama di prode, che aveva figurato nelle congiure Carbonare dal 1814 al 1831, processato, incarcerato, esule e, nella guerra di quello stesso anno 1848, difensore di Palmanova.

Il giorno 30 ottobre egli passò in rivista le milizie stanziate in Roma, a piazza San Pietro; e, fin dai primi suoi atti, diede a divedere il proposito di volere restaurata la disciplina, assai manchevole a quei giorni, e riordinato l’esercito. Forse il Zucchi si palesò, fin dai primi giorni, più che risoluto ed energico, severo e duro nei modi e fu ben presto fatto segno agli assalti dei giornali di opposizione e, specialmente, alle caricature del Don Pirlone42.

Frattanto, fin dai primi di ottobre, era stata proposta dai moderati bolognesi la candidatura di Pellegrino Rossi a deputato del II collegio politico di quella città, rimasto vacante per rinuncia del deputato avvocato Antonio Zanolini. Di quella intenzione dei bolognesi di eleggerlo a loro rappresentante scrissero al Rossi Marco Minghetti e l’antico amico di lui l’avvocato Domenico Casoni. Ad ambedue rispose il Rossi: e nella lettera indirizzata al primo, dopo aver detto che sarebbe superbo di rappresentare Bologna e, dopo avere ringraziato il Minghetti e gli altri amici, scriveva queste notevolissime parole, a proposito delle provvisioni energiche che il Minghetti chiedeva per ristabilire perfettamente l’ordine a Bologna: «... dall’altro canto io non vorrei arbitrii troppo inconciliabili coi nostri ordini politici. So bene che un ministero dee, in casi urgenti, porre avanti la propria responsabilità e confidarsi all’equità dei corpi deliberanti. Né io ricuso questa prova. Ma in ogni cosa uti, non [p. 245 modifica]abuti è la regola mia. Carcerazioni, esilii, deportazioni in via economica, sono fatti che un ministero non dee permettersi»43.

Nella lettera al Casoni, il quale lo aveva eccitato a giustificarsi dalle accuse che gli avversari della sua candidatura mettevano innanzi, a Bologna, diceva: «Or io, francamente, non sono uso a smentire maldicenze e non mi curo di cominciare oggi. Sarebbe certo per me un grande onore, un onore preziosissimo il rappresentare Bologna alla Camera, ma se dovessi procacciarmelo con giustificazioni, professioni di fede, dichiarazioni, spiegazioni, apologie, ecc., preferirei rinunciarvi»44.

Pellegrino Rossi fu eletto il giorno 9 ottobre 1848 con trentatre voti, sopra trentanove votanti, contro sei voti dati al suo oppositore Michele Accursi, in un collegio che noverava iscritti quattrocento trentotto elettori45.

Allorchè il 15 novembre si riaprì il Consiglio dei deputati la Commissione per la verifica dei poteri aveva già esaminata l’elezione del Rossi e aveva preparata la relazione per proporne l’annullamento, fondandosi sul fatto che, sebbene il decreto papale che concedeva al Rossi la cittadinanza romana fosse in data del giugno, essendo stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale soltanto il giorno 14 novembre, appariva chiaro che il giorno 9 ottobre, in cui il Rossi fu eletto dal li collegio di Bologna, egli non era naturalizzato regolarmente ancora, ed era quindi ineleggibile46.

Ma, frattanto, come io già accennai, e perchè era rilassata ogni fibra nell’ente governo, e perchè le provocazioni trentennali dei sanfedisti e dei centurioni erano ancora nell’animo dei più fieri settari, e perchè l’accesso febbrile delle passioni dava il farnetico alle anime più feroci, nelle Romagne e nelle Marche divenivano più frequenti gli omicidii proditori! per spirito di parte.

[p. 246 modifica]Così a Ravenna erano stati, di quei giorni, pugnalati due cittadini, il Ceccarelli e il Codronchi, e grande terrore ne era derivato nella popolazione. Per il che il Rossi, con una lettera bellissima, di cui ho rinvenuta la minuta di tutto carattere di lui, che riproduco fra i documenti, scriveva al pro-legato Conte Manzoni: «che quei misfatti tornerebbero a disonore della pubblica amministrazione e a spavento di tutti se restassero impuniti». Quindi ne eccitava lo zelo, ne stimolava l’energia, assicurandolo che era «inflessibile volontà del governo di por freno a queste scelleraggini, qualunque ne siano gli autori e gli istigatori. La fermezza e il coraggio dei governanti - egli proseguiva - animano i cittadini: qui non trattasi di opinioni, ma di fatti e di atrocissimi fatti». Gli prometteva rinforzi di milizie, 10 animava a giovarsi della guardia civica e concludeva dichiarando che contava sulla sua fermezza47. Cosi ad Ancona, per odio di parte, il 5 settembre era stato pugnalato il libraio Candido Mazzarini; l’11 dello stesso mese era stato ucciso l’avvocato Carlo Bonelli, presidente di quel tribunale criminale, e 11 30 ottobre, all’uscir dal teatro, era stato ammazzato il sottotenente dei carabinieri Sante Priuli, mentre, due sere dopo, veniva stilettato, a Loreto, Antonio Albertini segretario dell’ufficio di polizia.

Le gravi condizioni della sicurezza pubblica, le cagioni precipue di esse, le ragioni della debolezza delle autorità governative e della conseguente impunità dei delinquenti erano tutte sagacemente indicate al Conte Pellegrino Rossi dal Delegato, di recente inviato in quella provincia, avvocato Antonio Zanolini, in una sua precisa ed energica relazione, fin qui inedita, che io pubblico fra i documenti. E mentre in essa lo Zanolini accennava ai provvedimenti vigorosi da lui presi, suggeriva anche i primi e più efficaci rimedi.

Il Rossi rispose, in data 4 novembre, al Zanolini con la lettera, la cui minuta di tutto pugno di lui allego pure fra i documenti. In quella lettera, lodata altamente l’energia dello Zanolini e approvate le provvidenze da lui adottate, lo invita a render grazia per parte sua «agli ottimi cittadini che ella [p. 247 modifica]saviamente chiamò a consiglio. Veggo con soddisfazione - egli proseguiva - che Va Sa è stata assicurata dell’adesione operosa non solamente della truppa, ma altresì della civica; se ne valga; faccia perquisire i sospetti e toglier loro ogni arma vietata; faccia arrestare i perturbatori e i facinorosi e, se pel numero e la qualità, le paresse cosa prudente allontanarli di costi, li mandi a Civita Castellana e me ne dia avviso».

E, poichè lo Zanolini aveva indicato come principali facinorosi i finanzieri, il Rossi sulla stessa lettera del Zanolini, di suo pugno, aveva segnata una annotazione perchè si scrivesse immediatamente al direttore delle dogane; «affinchè fossero subito spedite ad Ancona guardie scelte e sicure e affinchè le guardie designate dal Delegato fossero richiamate da Ancona e si inviasse là un ufficiale delle truppe di dogana capace ed energico»48.

E, come se quei guai non fossero bastanti, un altro se ne veniva ad aggiungere a Ferrara, dove il console austriaco Bertuzzi, che ne era partito nell’agosto, improvvisamente era tornato, senza prevenire il pro-legato Conte Francesco Lovatelli, il 1° novembre. La presenza di quel detestato rappresentante di una esecrata nazione aveva acceso le ire popolari; una folla furibonda era corsa alla casa del console austriaco, ne aveva atterrato lo stemma e lo aveva arso, poi invasa la casa, ne aveva estratte carte e mobili e le aveva gettate sull’ardente braciere dello stemma. Il console si era salvato per miracolo, gettandosi da una finestra in un orto, donde era fuggito malconcio. Il Conte Lovatelli era accorso coi carabinieri, ma si era trovato a fronte gli esaltatissimi giovani volontari del battaglione Unione, che parteggiavano pel popolo, il quale, insieme ai volontari, allontanatosi di là era corso ad atterrare e ad incendiare lo stemma del con.solato modenese; onde il pro-legato aveva dovute far caricare la folla dai carabinieri49.

Alle due dopo la mezzanotte, quando il Conte Lovatelli scriveva al ministro Rossi, ogni tumulto era cessato; ma il pro-legato domandava, anche come soddisfazione da darsi al governo [p. 248 modifica]austriaco pel grave insulto, l’allontanamento del battaglione Unione da Ferrara.

Atti inconsulti, avventati erano questi, senza dubbio; ma - non lo dimentichi mai il lettore, non lo dimentichi chi vuole obbiettivamente e imparzialmente giudicare - atti di gente in preda ad una grossa febbre. Il che non toglie - giova ripeterlo che, per essere logici ed esplicabili, non fossero, per questo, atti pericolosi e dannosi e tali da aggravare una difficilissima e, già di per sè stessa, molto grave situazione.

Dalla lettera inviata al ministro dell’interno Conte Rossi dal pro-legato di Bologna Conte Alessandro Spada, e che io pubblico fra i documenti, appare chiaro che il ministro delle armi Generale Zucchi trovavasi già a Bologna fino dal 2 novembre. Egli aveva lasciato nuovamente l’interim della guerra al Duca Massimo e si era recato nelle Romagne, per far argine al partito democratico e, specialmente, per impedire al Generale Garibaldi di stanziarsi in Bologna con la sua legione. Il pro-legato Spada si felicita della energica ed efficace cooperazione del Generale Zucchi e rileva che «è inutile che io rimarchi non essersi lo Zucchi prestato all’invito di recarsi costi - a Roma - e perchè meco associato e per le polemiche esagerate contro di lui circolanti nei periodici della dominante, ha forse creduto di sua convenienza il soprassedere a qualunque mossa»50.

Ma, nondimeno, il Generale dovette, evidentemente, muoversi nello stesso giorno in cui lo Spada scriveva quella lettera, perchè il 5 novembre io lo trovo a Roma nel Consiglio dei ministri ivi adunatosi e del quale ho trovato il processo verbale originale, di tutto carattere di Pellegrino Rossi e che qui trascrivo, per la sua grande importanza.


Seduta del 5 novembre 1848.


Il Consiglio dei ministri,

    Udito il rapporto di S. E. il signor Cardinale segretario di stato, presidente del Consiglio, e del signor ministro dell’interno sui recenti avvenimenti di Ferrara, di Ravenna e di Ancona;

    Visti i dispacci del signor pro-legato di Ferrara ai prelodati ministri, non che quelli del pro-legato di Ravenna e del delegato d’Ancona;

[p. 249 modifica]

    Considerando essere arguente di provvedere al ristabilimento dell’ordine e della sicurezza dei cittadini, non che di riaffermare la disciplina dei corpi militari e di distribuire le guarnigioni secondo le necessità politiche delle diverse provincie:

    Considerando che le provvidenze opportune ed efficaci sono da prendersi sulla faccia dei luoghi a causa perfettamente coprii ita; Opina:

    1° Doversi pregare il signor ministro della guerra ed il signor Conte Gamba51, onde si rechino quali commissari straordinari e con tutti i poteri che spettano, in casi urgenti, alla potestà esecutiva ed amministrativa nelle legazioni di Ferrara, Bologna e Ravenna e nella delegazione di Ancona;

    2° Doversi ordinare a tutte le autorità locali, sì civili; si militari di quelle provincie di conformarsi alle disposizioni che i signori commissari saranno per prescrivere e di prestar loro pronto ed efficace concorso;

    3° Doversi pregare il signor Duca di Rignano di incaricarsi provvisoriamente del portafogli delle armi, durante l’assenza del signor Tenente generale Zucchi ministro delle armi;

    4° Sua Eminenza il signor Cardinale presidente del Consiglio è pregato di umiliare al Santo Padre il parere del Consiglio e di chiederne l’approvazione sovrana, onde il ministro dell’interno possa puntualmente porlo ad esecuzione.


Tutta questa relazione, estesa in un foglio di carta, piegato a metà e in colonna, è scritta in tre colonne e tutta di carattere del Conte Pellegrino Rossi. A margine della terza colonna, e precisamente di fianco all’articolo quarto ed ultimo, sono apposte le firme autografe de’ ministri presenti a quel Consiglio, nell’ordine seguente:


Nella prima colonna, a margine, e precisamente a fianco del primo articolo della relazione, è scritto di mano del Papa:

Approvato.

P. PP IX52.


[p. 250 modifica]Quando queste deliberazioni venivano adottate e quando il Generale Zucchi e il Conte Gamba partivano per le provincie affidate alla loro potestà straordinaria, a Bologna si erano già eseguite numerose carcerazioni degli uomini più facinorosi e rapinatori e trenta di essi erano stati condotti, per maggior sicurezza, a Civita Castellana, ove era inviato uno speciale giudice inquirente per sottoporli a processo, come risulta da una lettera inedita del ministro di grazia e giustizia, avvocato Cicognani, allegata nei documenti53.

Fin dagli ultimi di maggio di quello stesso anno 1848, molti liberali napoletani, profughi dal regno, dopo la reazione borbonica, si erano riparati a Roma. Fra questi primeggiavano Aurelio Saliceti, Agostino e Antonino Plutino, Stefano, Giovanni e Pietro Romeo, Achille Parise, Pier Silvestro Leopardi, Ferdinando Petruccelli, Giuseppe Ricciardi, Benedetto e Pasquale Musolino, Luigi Miceli, Niccola Le Piane, Stanislao Lupinacci, Luigi Caruso e Vincenzo Carbonelli, tutta gente più o meno accesa di vecchi e di nuovi rancori contro la dinastia borbonica; quasi tutti Carbonari, o associati alla Giovane Italia, tutti ardentissimi patriotti. Fra quegli emigrati napoletani eravi anche un giovane diciottenne focoso e coraggiosissimo, Giovanni Nicotera, un ex-frate impetuosissimo, Luigi Bianchi, un tintore, pure antico carbonaro, Gennaro Bomba, e un Antonio Majolini o Migliorini, liberale fuggiasco esso pure.

Ora, dal processo compilato contro gli uccisori di Pellegrino Rossi, risulta che alcuni di costoro entrarono in relazione con i due fratelli Bernardino e Filippo Facciotti di Palestrina, i quali avevano la loro bottega da ebanisti alla Salita di Marforio. Bernardino Facciotti aveva, allora, ventotto anni e Filippo ventisei.

Per quanto i due giudici processanti si siano affaticati a cercar magagne nella vita precedente di questi due giovani, non vi sono riusciti: fino al 1848 essi erano mondi di qualsiasi responsabilità penale, onesti, bravi ed esporti nell’arte loro, allegri, compagnoni, bevitori e ardenti di amore per la patria e per la libertà. I Facciotti non erano due aquile di ingegno, ma abbastanza svegliati; e Bernardino, che era di intelletto più pronto, [p. 251 modifica]aveva anche una certa istruzione, una istruzione incompleta, a modo suo, derivante dalla lettura disordinata di storie della rivoluzione francese del 1789 e delle guerre napoleoniche e di scritti del Mazzini, da lui capiti appena per metà54.

Ora, dopo l’Enciclica del 29 aprile, Bernardino Facciotti era divenuto addirittura feroce contro i Cardinali, i prelati, i gregoriani, e voleva arrestare tutti i primi e metterli nella impossibilità di nuocere alla causa nazionale, fare carneficina dei centurioni e dei sanfedisti e al Papa lasciare il solo dominio spirituale e proclamare la repubblica.

Mentre egli era con questo tumulto di idee sovversive nella testa conobbe Vincenzo Carbonelli, il quale, laureato in chirurgia, si era gettato, giovanissimo, nel turbine delle cospirazioni carbonare e mazziniane, a cominciare da quella dei fratelli Bandiera, e, ultimamente, nei rivolgimenti napoletani, come quegli che era ardimentoso e infervorato nei suoi principii, era stato a Napoli uno dei più infocati oratori ed agitatori del popolo55.

Il Carbonelli, pieno la testa di nobili, ma, forse, vaporose idealità e di pensieri bizzarri, predicò ai Facciotti quelle dottrine che altamente e ovunque coraggiosamente proclamava, tanto più ora che il tradimento di Ferdinando II, la diserzione di Pio IX, le sconfitte piemontesi, la soffocata ribellione calabrese più lo addoloravano e lo facevano fiducioso nella guerra di popolo e nella rivoluzione. I Facciotti conobbero anche il Bomba e il Majolini, i quali li aizzavano nei loro propositi, come faceva un equitatore, parimente napoletano, Ruggero Colonnello, condannato già per la stessa cospirazione politica del 1844 per cui erano stati condannati Giuseppe Galletti e Mattia Montecchi, poi, come questi, amnistiato da Pio IX.

Quantunque il giudice processante avvocato Laurenti, sulle rivelazioni, in gran parte false, assolutamente false — come nel secondo volume luminosamente dimostrerò — del turpissimo [p. 252 modifica]impunitario Filippo Bernasconi, di soprannome il ruffiano, abbia tentato di dare una grande importanza e una grande influenza all’opera del Carbonelli nelle sconclusionate e sciocche trame di Bernardino Facciotti, la verità è - me lo creda, fino da ora, il lettore, e poi lo vedrà da sè - che quell’opera e quell’influenza fu assai tenue, stando almeno alle resultanze del processo, da me letto e riassunto fedelmente, pagina per pagina, nelle sue quindicimila e settecento pagine.

Cosicchè, accesosi più che mai Bernardino Facciotti nei suoi propositi ingenuamente rivoluzionari, venuto, forse - ma, secondo le resultanze processuali, la cosa non risulta chiara - in qualche contatto con l’ardentissimo Carlo Luciano Bonaparte, Principe di Canino, deputato del collegio di Sanginesio e, forse, da questo incoraggiato e, forse, sovvenuto anche di danaro per la diffusione di quei sentimenti, ma senza uno scopo fisso e determinato - come pretenderebbe il giudice Laurenti - si diede a fare una congiura - dice il turpissimo impunitario Bernasconi e, con lui, il giudice Laurenti - io dico semplicemente, e affinchè le parole esprimano nettamente e limpidamente le idee, io dico si diede a far popolo.

Infatti sarebbe difficile immaginare cosa più comica e più buffa di quella congiura Facciottina, intessuta nella bottega della Salita di Marforio, nella vicina osteria delle Chiavi d’oro, sulla strada, alla luce meridiana, e alla quale erano chiamati a prender parte i primi che passavano per la via. Proprio cosi: Bernardino Facciotti chiamava i passanti, che conosceva appena di vista, i casigliani - che spesso, per pettegolezzi di vicinato, erano suoi nemici - e, fra un bicchiere e l’altro, loro palesava i suoi torbidi ideali e i suoi scombuiati disegni e procurava di far propaganda di quelle idee e di raccogliere accoliti. Una cosa arruffata, sconclusionata, puerile, tanto puerile che farebbe nascere il sospetto, finanche, che i Facciotti fossero agenti provocatori, se non fosse limpidamente dimostrata la completa loro buona fede. E ci voleva proprio tutta la cecità appassionata del giudice Laurenti, bisognoso di dar corpo alle ombre, per affaticarsi a prendere sul serio quella congiura proprio da Madama Angot.

E tanto è vero che quelle congreghe Facciottine erano puerili e ridicole che vi erano penetrati, senza nessuno sforzo, tre [p. 253 modifica]agenti della polizia, un Volponi, un Rosalbi e un Cecchetti, i quali assistevano alle merende, alle bevute e sopra tutto agli sproloqui giacobini della Salita di Marforio e poi, ogni sera, andavano a far rapporto di quanto si era detto - non si potrebbe mai dire di ciò che si era fatto - alla direzione generale di polizia.

Inoltre quella sciocca baraonda era così stupidamente condotta che quattro di coloro che erano stati messi a parte del fantastico disegno — in processo è chiamato francesescamente piano — del Facciotti rivelavano tutto ciò che avveniva, tre di essi, da volgari spie volontarie, alla polizia, uno, da spia volontaria diplomatica, al Conte Rossi direttamente, ed era costui un ufficiale del primo battaglione civico, a cui appartenevano i fratelli Facciotti.

La propaganda fatta da costoro si era spinta, come più elevato limite, fino a questo e a un altro ufficiale che, uomini no, ma pavidi fringuelli, atterriti dai paroloni, svesciavano tutto ai loro superiori; come a limite minimo essa era giunta, giù nei più bassi strati sociali, fra gentaccia e gentaccia, tanto che era giunta fino a un Bernasconi. A leggere i soprannomi di una parte di quei cento, o centoventi cospiratori da taverna, Scapigliene, Scozzone, Grilletto, Buccetta, Ruffiano, Musignano, Fetone, Carbonaretto, Turchetto, Musolino, Mimminello, mastro Inciampa, Ricciotto, Succhietta, Pecione, Terefone, par d’essere fra i barattieri, nella quinta bolgia dantesca.

Il Carbonelli che, interpellato una volta da Bernardino Facciotti, avevagli detto essere egli filosofo e filosofo cinico, ricevette ed ebbe, a sua insaputa, dall’ignoranza del Facciotti e dei suoi compagni di taverna, il soprannome di Cenice, con cui da qualche testimonio è designato in processo.

Di questa grottesca congiura, nella quale non entrarono mai, neppur per sogno, nè lo Sterbini, nè il Brunetti, nè il Guerrini - benché il giudice Laurenti si faccia in quattro per volerceli incastrare per forza - e che divenne più attiva, cioè più parolaia, dal momento che il Rossi ascese al potere, erano, dunque, a questo noti i passi, le parole, i sospiri, come meglio dimostrerò allorché verrò all’esame della processura.

Chi pare — la cosa è però dubbia assai — che ne sapesse [p. 254 modifica]qualche cosa, da parte dei - chiamiamoli così - cospiratori, era l’assessore di polizia Michele Accursi.

Il Rossi non era uomo da aver tanto facilmente le traveggole; onde a quella farsa dava l’importanza che meritava 56: pur tuttavia, poichè a lui parlò di quelle trame anche il Duca di Rignano che, nella sua qualità di Generale comandante della guardia civica, ne era stato informato da quell’onorando patriota che fu Angelo Tittoni, Tenente colonnello comandante il primo battaglione civico, dalle cui viscere uscivano, in buona parte, quei ridevoli congiurati, anche il Rossi credette, per un momento, e fu il 25 ottobre, che si potesse trattare di cosa seria.

Gli era stato riferito che il giorno innanzi Vincenzo Carbonelli avesse concionato un centinaio di quei rivoluzionari, con le più infuocate parole, eccitandoli ad una pronta azione ed indicendo una nuova riunione per l’indomani sera, 25 ottobre, fra il Foro Boario e il Colosseo. Il Volponi ed il Cecchetti corsero subito ad avvisare la polizia, il Rossi disse al Duca di Rignano di far vigilare le località indicate: il Duca incaricò dell’operazione lo stesso Tenente colonnello Angelo Tittoni, il quale si recò egli [p. 255 modifica]medesimo, alla testa di un forte manipolo di militi del suo battaglione sui luoghi indicati e vi stette fino a mezzanotte e non trovò la menoma traccia di ammutinamento57.

Però secondo le, forse esagerate e maligne, relazioni degli agenti di polizia potè nel Conte Rossi nascere il dubbio che l’Accursi, d’accordo con quei sussurroni, li avesse prevenuti e avesse fatto disdire la riunione.

Ma, fosse o non fosse vero che l’Accursi andasse inteso coi fratelli Facciotti - ciò che meglio si potrà rilevare in seguito certo è che il Conte Pellegrino Rossi si addentrò sempre più nel sospetto - già avuto, fin dal suo primo ascendere al ministero - che il suo assessore di polizia fosse legato ai rivoluzionari; onde, il 6 novembre, gli affidò la missione di andare a studiare il sistema penitenziario all’estero, con incarico di fare una particolareggiata relazione, per adattare i metodi moderni, usati altrove, ai penitenziari pontifici; soppresse l’assessorato di polizia e nominò direttore della divisione di polizia al ministero dell’interno il romano avvocato Pietro Pericoli.

Di queste che erano, allora, le sole trame che si ordissero e di cui si abbia avuta notizia, poi, in processo, e non contro la persona del Rossi, ma contro il governo pontificio, il ministro dell’interno era perfettamente informato: e l’insigne uomo ad esse attribuiva - ed a ragione - ben lieve importanza.

Frattanto, poichè l’avvocato Giuseppe Giuliani si era dimesso da Consigliere di stato e a lui era stato sostituito l’avvocato Antonio Gherardi, presidente del tribunale di appello di Macerata, il Rossi pensò di surrogargli in tale ufficio l’avvocato Giuseppe Gulletti, deputato di Castelmaggiore e che già due volte era stato ministro di polizia. E lo fece dal suo collega Cicognani nominare presidente a Macerata.

Ma, nel frattempo, le trattative per la lega con la Toscana e col Piemonte, interrotte, per un momento, per la dimissione data dall’abate Antonio Rosmini dall’ufficio di plenipotenziario, nel quale era stato sostituito dal consigliere De Ferrari, venivano riprese, instandovi il governo sardo, che si sentiva trascinato, suo malgrado, da un cumulo di fatti indipendenti dalla [p. 256 modifica]sua volontà e che erano gli effetti del clima storico, alla guerra, e che, per ciò, sia sotto il punto di vista piemontese, sia sotto quello italiano, desiderava e doveva desiderare di avere alleati — per quanto lievi aiuti avessero potuto recargli — i governi toscano e romano.

E quella necessità imprescindibile, quella fatalità storica che sospingeva Carlo Alberto e gli Italiani, principi e popoli, alla guerra. Pellegrino Rossi, ostinato, e involuto nel suo dottrinarismo, non vide, non volle vedere; non comprese, non volle comprendere le condizioni dei tempi, la situazione eccezionale in cui l’Italia - che pure egli tanto amava - si trovava in quel momento; per amore di una lega, ideale di perfezione, che rappresentava il meglio e che sarebbe stato possibile ottenere, forse, dopo lunga discussione, in tempi normali e tranquilli, non solo abbandonò, ma osteggiò la lega proposta da Rosmini e che il governo piemontese accettava, e la quale rappresentava il bene... cioè tutto il bene che, in quei giorni procellosi, fosse possibile conseguire. E, agendo in tal guisa, è necessario convenirne, egli arrecò grande nocumento a se stesso, più grande a quel Papato politico che — buttatosi a terra da sè — egli tentava rialzare, irreparabile poi a quella patria, che era stato il pensiero ed il desiderio di tutta la sua vita.

E, sventuratamente, è d’uopo confessarlo, in omaggio alla verità storica, in quel suo malauguratissimo articolo polemico, inserito nella Gazzetta di Roma del 4 novembre, il Rossi arrecò grave offesa al suo ingegno e al suo cuore. All’ingegno, perchè mostrava di non vedere, accecato dai suoi preconcetti dottrinari, nè le imperiose necessità del momento storico, nè la inopportunità e il danno del volere ad ogni costo Ferdinando di Borbone nella lega, nè il dovere ineluttabile che incombeva agli stati italiani di non lasciar solo il Piemonte, vessillifero dell’onore e dei destini nazionali, nella imminente lotta contro l’austriaco, primo e funestissimo nemico delle italiche genti.

Al cuore di Pellegrino Rossi faceva poi grande offesa quelr articolo sarcastico, scettico, egoistico, mercantile, contenente una quantità di volgari accuse e di basse insinuazioni ai danni e ad onta di quel magnanimo Re sardo, di quel generoso e tenacissimo popolo piemontese che avevano, allora allora, con [p. 257 modifica]immensi sacrifici di danaro e di sangue, sostenuto l’onore del nome italiano contro il prepotente straniero.

Il Farini ha riportato tutto intero quell’articolo: io, per la reverenza che nutro per tutta la vita e per la morte del Rossi, non ho il coraggio di riferirne neppure una frase e vorrei, se mi fosse possibile, lacerare quelle pagine sciagurate dalla produzione letteraria di Pellegrino Rossi. Scrivendo questo libro ho dovuto rileggere parecchie volte quell’articolo, mirabile di vigoria per arte polemica, ma brutto, lo ripeto, per il contenuto, bruttissimo per la forma, tutta satura di amaro disdegno e di velenosa ironia, in negozio di così alto momento. Ora a me è avvenuto che nel rileggere quell’articolo, severamente biasimato allora e poi, non so perchè nè come, fra i miei occhi e quelle pagine si frammettesse, ostinatamente, l’orrida figura di Pellegrino Rossi quale appare dipinta — coi colori con cui il sommo Shakespeare tratteggiò quella di Jago — dal Padre Gioacchino Ventura.

Certo si è che quell’articolo malaugurato produsse una dolorosa impressione in tutta Italia e accrebbe, in pochi giorni, a dismisura la impopolarità che già avvolgeva e ottenebrava nelle sue nebbie la luminosa persona del nuovo ministro di Pio IX.

Ad aumentare la quale impopolarità ancora di più, sopravvennero, indi a pochi giorni, le novelle delle gesta bolognesi del Generale Zucchi.

Le cui provvisioni erano lodevoli e lodate fino a che erano unicamente indirizzate alla tutela dell’ordine pubblico, all’infrenamento delle opere malvagie commesse da facinorosi e da rapinatori, ma divennero subito odiose ed eccitatrici di tumulti e minaccianti la guerra civile tosto che, uscendo dal campo della polizia, penetrarono in quello politico.

Il Generale Giuseppe Garibaldi con circa 150 suoi legionari, quasi tutti disarmati, chiedeva il passaggio per Bologna e per la Romagna, desideroso di imbarcarsi a Ravenna, per accorrere a difesa dell’eroica Venezia, sempre più stretta d’assedio dagli Austriaci. Il Zucchi, il quale aveva i pregiudizi dottrinari del Rossi, senza averne l’alto intelletto e che pensava, nella sua piccola mente, di poter dominare le popolazioni, sovraeccitate sino al parossismo, col piglio brutalmente soldatesco dei campi [p. 258 modifica]napoleonici, inviò invece 400 uomini di milizie svizzere incontra ai garibaldini verso Pianoro, per impedir loro d’inoltrarsi. Si commosse la cittadinanza a quella ingiuria fatta all’eroe di Montevideo e ai suoi valorosi compagni, che avevan traversato l’Oceano per venire a difendere l’Italia contro l’invasione straniera; si adunò il Circolo popolare numerosissimo, protestarono altamente contro l’atteggiamento reazionario del Zucchi il Padre Alessandro Gavazzi e l’avvocato Federico Venturini: si adunò il popolo nella piazza della Selciata di strada maggiore, accorse dal Generale Latour, comandante degli svizzeri, chiedendo il richiamo dei soldati inviati contro il Garibaldi, minacciando di levarsi in armi. E il generale Latour, ad evitare la guerra civile, dovette piegare alla imponenza della popolare manifestazione. Anzi egli stesso andò ad incontrare il generale Garibaldi e lo condusse a Bologna, dove l’eroe fu accolto con entusiasmo; trascinandosi dietro poca canaglia, diceva il Generale Zucchi in quella sua famosa lettera, indirizzata al Conte Rossi e che, giunta in Roma dopo la morte di lui, fu pubblicata nei giornali del tempo. Lettera assai più brutta dell’articolo pubblicato dal Rossi contro il Re c il popolo piemontese, lettera che rivela non soltanto la piccolezza della mente caporalesca di Carlo Zucchi, ma anche più la bassezza dell’animo trivialmente reazionario di lui, cui la decrepitezza aveva rammollito il cervello e indurito il cuore58.

Sull’opera dello Zucchi e del Gamba a Bologna io ho trovato una lettera da essi inviata al ministro Rossi il 13 novembre, dopo avere iniziato, con grande energia, l’operazione del disarmo e la allego fra i documenti, anche perchè in essa [p. 259 modifica]riappaiono i sentimenti ostili contro il valoroso Masina, contro il generale Garibaldi e i suoi seguaci59.

Ora anche di questi fatti odiosi e tali da eccitare le ire delle popolazioni, si faceva, da ogni parte, ricadere la responsabilità sul Conte Pellegrino Rossi, perchè «già troppo accesi erano gli animi per poter fare con equa misura le parti del biasimo e della giustificazione; e tutte le esorbitanze governative, da qualunque canto movessero, erano poste a carico del ministro, che riguardavasi dall’universale regolatore precipuo dello Stato»60.

E a lui nuocevano le approvazioni del Labaro e del Costituzionale e gli rendevano più fieri gli assalti quotidiani dell’Epoca, della Speranza, del Contemporaneo, del Casotto dei burattini, e fin anco della Pallade, la quale, insino agli ultimi di ottobre, gli era stata quasi sempre benevola e che il 6 novembre terminava il suo articolo di fondo, piuttosto ostile all’inerzia del ministero, con queste parole: «Ministri pontifici, vi ha tra voi chi può molto, chi ha un nome da redimere. Non si lasci sfuggire l’occasione propizia, o la sua fama è per sempre perduta!»61.

Il Don Pirlone poi, che aveva continuato a frecciare, dal principio alla fine di ogni suo foglio, il ministero e specialmente il Rossi, era tratto avanti al tribunale criminale di Roma, secondo turno, il giorno 10 novembre e, nonostante una dotta difesa dell’avvocato Giuseppe Petroni, era condannato alla confisca delle stampe figurate contenute nei suoi numeri 36 del 14 ottobre, 41 del 20 ottobre e 44 del 24 ottobre, nei quali egli aveva più atrocemente del solito messo in caricatura il Cardinale Soglia, il Rossi, il Massimo e il Cicognani.

Oltre all’odiosità che attraeva sul ministero quella condanna per sè stessa, quell’odiosità era accresciuta dal fatto che la sentenza [p. 260 modifica]si fondava sulla trasgressione dell’articolo 14 dell’Editto sulla stampa del 18 agosto 1825, il quale interdiceva la pubblicazione di stampe figurate senza il permesso del Padre maestro dei Sacri Palazzi apostolici62. Per conseguenza i giornali e la cittadinanza vedevano in quella sentenza un pensiero - che probabilmente non c’era, ma che pareva ci fosse - quello di voler ricondurre il popolo romano dalla libertà della stampa alla censura preventiva dei bei tempi di papa Leone XII.

Quindi, poichè la sovraeccitazione degli animi era al colmo; poichè la marea saliva, saliva, sempre più; poichè nei circoli, per le piazze, nei cafié si declamava contro il Rossi e fra i declamatori non erano ultimi davvero il Carbonelii ed il Bomba; poichè alla Salita di Marforio le smargiassate dei Facciottini erano state concretate in quel famoso disegno o piano di cui ho fatto cenno e che consisteva «nell’assalire il Quirinale, far prigioniero il Papa e condurlo a San Giovanni in Laterano, costringerlo ad abdicare il temporale e lasciargli soltanto il dominio spirituale, i Cardinali in ostaggio e proclamare la repubblica»63; poichè Bernardino Facciotti aveva fatto una sufficiente propaganda fra i dragoni, sul concorso dei quali, per ciò, i rivoluzionari della Salita di Marforio confidavano; poichè quel piano, messo fuori da quei congiurati da operetta il giorno 12 novembre, fissava il luogo ove doveva cominciare il movimento, cioè a Colonna Traiana, ma non ne fissava il giorno; il ministro Rossi stimò opportuno richiamare a Roma immediatamente tutti i carabinieri sparpagliati nella Comarca e che ascendevano a oltre duecento e giudicò utile procedere all’arresto del Carbonelii, del Bomba, che egli, per le informazioni dei suoi agenti, reputava capi della cospirazione che si ordiva alla Salita di Marforio. L’ufficio di polizia quindi, fra il 12 e il 14 [p. 261 modifica]novembre, procedè a parecchi arresti e a molte ammonizioni64. Fra quelli che furono ammoniti vi erano l’ex-frate Bianchi, il Majolini e il Galeotti, che fuggirono di Roma e ripararono nelle vicine vigne. Fra gli arrestati il Carbonelli ed il Bomba, i quali furono incarcerati la sera del 12 novembre e condotti alla brigata Governo, in via del Governo Vecchio, «le cui milizie di guardia furono rinforzate durante il breve tempo della loro carcerazione» — come narrava al giudice processante il capo della sezione di polizia giudiziaria al ministero dell’interno Domenico Antonio Nardini — il quale ricordava benissimo, nel maggio del 1853, allorchè fu interrogato, che il Rossi gli aveva detto «essere il Carbonelli un letterato parlatore e molto agitatore del popolo, uomo intraprendente e che aveva molti proseliti e che perciò conveniva allontanarlo»65.

Il maresciallo dei carabinieri Francesco Luparelli ebbe in consegna il Carbonelli e il Bomba — emigrati napoletani, a cui il Nardini aveva intimato lo sfratto dallo stato romano — dal capitano Bossi, il 14 novembre a mattina, a Porta Cavalleggeri. Il Carbonelli e il Bomba erano stati condotti là dalle carceri del Governo entro una vettura chiusa: in quella vettura salirono il maresciallo Luparelli, il brigadiere Cecio e a cassetta il carabiniere Tomassetti e la vettura parti per Civitavecchia, ove giunsero tutti la mattina del 15 e dove i due prigionieri furono consegnati al tenente dei carabinieri Bedini66.

E, siccome si è disputato se realmente si fosse disposto, oppur no, che i due esuli napoletani fossero riconsegnati al governo borbonico, così riproduco qui l’ordine del capitano Bossi, tale quale fu consegnato al maresciallo Luparelli, che lo conservò e lo esibì al giudice inquirente, da cui fu raccolto in processo.

[p. 262 modifica]

CARABINIERI PONTIFICI


comando la compagnia scelta


Roma, li 14 novembre 1848.

Vincenzo Carbonelli, nativo di Napoli, di anni 28 e Gennaro Bomba, nativo di Lama, regno di Napoli, di anni 32.

Bossi, Capitano.

(Sigillo)


Partono da Roma per portarsi in Civitavecchia li due sott’ufficiali maresciallo Luparelli e brigadiere Cecio e carabiniere Tomassetti i quali servono di scorta a due detenuti, onde per ordine del superiore Governo siano sull’istante mandati alle loro patrie.

Il Comandante la Compagnia

Bossi, Capitano.

Tutto questo scritto è di carattere del capitano Bossi: sotto di esso, di mano del tenente Bedini è scritto:

Civitavecchia, 15 novembre 1848.

      Visto arrivare in questa città il signor maresciallo Luparelli coi suddetti due detenuti, che sono stati consegnati alla Polizia.

Comandante la Tenenza
Bedini.


(Sigillo)


E siccome il Carbonelli era condannato a morte nel reame napoletano, così ne risultava che, riconsegnato che egli fosse alle autorità borboniche, sarebbe stato indubbiamente appiccato o fucilato.

Onde è facile arguire come quell’arresto e quell’estradizione portassero l’esasperazione degli animi dei liberali al massimo grado, la quale poi crebbe, allorquando il ministro Rossi, quasi in atto di sfida, il giorno 14 novembre, dopo aver passato egli stesso in rivista i quattrocento carabinieri67 nel giardino del Belvedere, li fece sfilare in colonna lungo le vie principali di Roma e per il Corso fino a piazza del Popolo.

[p. 263 modifica]Questi due ultimi fatti specialmente, l’estradizione, cioè, dei due esuli napoletani e la minaccia di tutti quei carabinieri, furono le cause determinanti dell’uccisione del Rossi68.

Il nodo di quella ingarbugliata situazione veniva fatalmente al pettine. L’equivoco che aveva dominato, dal 16 settembre, quella situazione, faceva il Rossi — avvertito già da molto tempo delle trame Facciottine — giustamente sospettoso dei democratici, che egli temeva intenti a preparare una sommossa; e, nel tempo stesso, faceva sospettosi i democratici e gli esaltati dell’energia del Rossi, che essi ritenevano disposto a sciogliere la Camera, se questa gli desse un voto contrario, a fare un colpo di stato e buttarsi alla reazione69.

[p. 264 modifica]Il giorno 14 stesso il Rossi pubblicava nella Gazzetta di Roma un articoletto nel quale affermava che quando «due partiti concordemente attentano, sebbene con diversi fini, a rovesciare le forme del governo costituzionale, le speranze di ogni uomo onesto sono converse nel senno e nel patriottismo dei Consigli deliberanti. L’uno di questi partiti spera di richiamare un passato a cui è impossibile il ritorno; l’altro, agitando apertamente le passioni e l’inesperienza di una parte del popolo, mira a precipitare nella dissoluzione e nell’anarchia la società intera. Ambedue comecchè differiscano nello scopo, hanno per mezzo comune il disordine. Sappiano ambedue che il governo di Sua Santità veglia sovr’essi, ed è deciso ad adempiere i suoi doveri combattendo virilmente ogni attentato che venisse mosso contro l’integrità dello statuto.

«Ciascuno di noi scorge nella riapertura dei Consigli deliberanti» — continuava il Rossi — «una garanzia dell’ordine pubblico, ed il rassodamento delle franchigie costituzionali. Dall’armonia dei rapporti fra i Consigli e il potere esecutivo dipende questo felice andamento di cose. Non sarà possibile per altro di ottenerlo pienamente, se primo pensiero dei Consigli non sia di contenere coloro che tentassero riprodurre fra di noi un episodio che, consumato altrove, non promette i migliori risultati, e volessero tener fede ad un patto celebrato inier sajphos in una vicina città. I fatti daranno la risposta. In ogni modo questi tentativi tornerebbero soltanto a danno di chi li commettesse, siccome le ingiurie personali e le invettive svergogneranno soltanto i loro autori. Il mondo ben sa che vi ha delle lodi che offendono e dei biasimi che onorano»70.

Il quale articolo, importantissimo per gli effetti che ebbe e [p. 265 modifica]per il segreto, mai notato fin qui — almeno che io mi sappia — che racchiude e che io spero di scoprire, può dividersi in tre parti: la prima, la constatazione di una situazione di fatto esistente, o creduta esistente; la seconda la ripetuta affermazione della lealtà costituzionale del ministero; la terza, l’ammonimento quasi minaccioso dato non solamente ai suoi avversari o nemici, ma anche ai Consigli deliberanti.

Dissi che nella prima parte sta nascosto un segreto del quale a me pare che nessuno siasi accorto fin qui; e il segreto è questo: che al Rossi non erano note soltanto le trame dei partiti democratico e demagogico, ma anche quelle del partito reazionario. Ma quasi tutti gli storici parlano delle prime e nessuno delle seconde; i giudici processanti hanno frugato, come bracchi, fra cinquecento testimoni, per scoprire le prime, ma non si sono menomamente curati di ricercar le seconde; eppure Pellegrino Rossi, che non era uomo da parlare o scrivere a caso, dopo aver detto che «due partiti concordemente attentano, sebbene con diversi fini...», designa per primo «quello che spera di richiamare un passato a cui è impossibile il ritorno». È egli presumibile che un uomo, così abile e così antiveggente, in momenti in cui esso aveva addosso tanti odii e così fieri nemici, andasse a stuzzicare il vespaio gesuitico-reazionario, se non avesse avuto in mano le prove, o, almeno, gravi indizi delle trame di quello? Sarebbe stata cosa scioccamente e puerilmente impolitica. Dunque è chiaro che egli aveva in mano elementi di prova delle trame gesuitico—reazionarie, come aveva in mano le prove di una parte di quelle del partito democratico—demagogico. Ora se questa considerazione, che - lo ripeto - non mi è avvenuto di vedere fin qui fatta da nessuno scrittore, si metta insieme all’altro fatto, per un ventennio lamentato dal Cardinale Francesco Pentini, dello smarrimento, cioè, delle carte rinchiuse nel cassetto del Conte Pellegrino Rossi, carte da monsignor Pentini accuratamente raccolte e alla meglio ordinate, per comando espresso del Papa, e poi chiuse e suggellate in un pacco, da lui consegnato, la stessa sera del 15 novembre, nelle mani di Pio IX e che non fu mai più possibile rinvenire, benchè monsignor Pentini ad alta voce le richiedesse, protestando di non poter deporre nel processo contro gli uccisori, senza avere dinanzi agli occhi quelle carte, se [p. 266 modifica]l’affermazione recisa del Conte Rossi, dico, si metta insieme con l’incredibile smarrimento di così importanti documenti, spontanea e necessaria ne scaturisce una conclusione che, in quelle carte segrete del Rossi, fossero racchiuse importanti rivelazioni ed accuse a carico del partito loiolesco: e di qui la ragione evidente della loro sparizione.

Ma di ciò più diffusamente nell’esame del processo al secondo volume; chè ora «la via lunga mi sospinge».

E, per tornare all’articolo pubblicato dal Rossi nella Gazzetta di Roma il 14 novembre, è chiaro che le ripetute affermazioni dell’affetto del ministero da lui presieduto per le franchigie costituzionali, era mossa abile, se non fosse stata guasta dai moniti minacciosi contenuti nella terza parte, nella quale pareva egli dicesse ai Consigli deliberanti che essi dovevano appoggiare la politica del governo ad ogni modo, che essi dovevano separarsi assolutamente dallo Sterbini e dal Canino — che erano coloro che avevano assistito al banchetto offerto a Garibaldi a Firenze e avevano levato brindisi per la prossima caduta del ministero Rossi, inter scyphos — e pareva minacciasse il Mamiani, l’Armellini, lo Sturbinetti, il Galletti, il Campello, il Torre e tutti gli altri deputati liberali che si apparecchiavano ad assalire il suo ministero, facendo, implicitamente, intender loro che, se non avevano giudizio, c’era in pronto il decreto di scioglimento del Consiglio dei deputati.

Certo, se queste non erano le intenzioni del Rossi, le sue parole si prestavano a questa interpretazione e così furono dalla grande maggioranza dei liberali romani, li per li, interpretate.

La sera del 14 novembre vi fu gran fermento nei Circoli romano, dei commercianti e, specialmente, al popolare, affollatissimi di gente tutti tre. In quest’ultimo, lo Sterbini, il dottor Pietro Guerrini, il dottor Sisto Vinciguerra, altamente declamavano contro il Rossi e dimostravano chiaramente anche perchè ne erano convinti, che il Rossi, battuto all’indomani alla Camera, avrebbe compito il suo piccolo colpo di stato.

Essi dicevano in molto retoriche parole ciò che quasi tutti i liberali, qua e là, o magari a sè stessi andavano dicendo: «Rossi ministro in Roma non aveva più che un assunto, domare la democrazia e disperdere o aggiornare almeno indefinitamente il [p. 267 modifica]concetto della nazionalità; Rossi ministro in Roma ripudiava la lega col Piemonte, vagheggiava quella con Napoli, scherniva la guerra dell’indipendenza, volgeva in beffa il concetto della costituente acclamato da tutta Italia, sancito a Torino e a Firenze e lo diceva concetto da ubbriachi71, restituiva al bombardatore alcuni fuggitivi politici, faceva scorrazzare in gran pompa i carabinieri per la città onde atterrire il popolo, bistrattava grandi e piccoli e Roma stordita credeva di esser tornata all’antico dispotismo»72.

L’effervescenza era al colmo e la marea era tanto salita che più oltre non poteva salire. Si facevano i più stravaganti progetti, i disegni i più arrischiati; tutti si credevano in buona fede minacciati, tutti si vedevano già assaliti... tutti sentivano il bisogno di difendersi. Allora, in una discussione che non era più tale, ma tumulto, su proposta di Ciceruacchio, si decise di diffonderere in tutti i Circoli l’ordine che all’indomani tutti i civici liberali, tutti i reduci di Vicenza uscissero in uniforme; in caso di allarme, ciascuno corresse a prendere il fucile e accorresse a piazza di Spagna.

Poi si stabili di continuare, nella serata e nella mattinata susseguente, l’opera, già cominciata da qualche giorno, di affratellamento fra le milizie di linea, i dragoni e i carabinieri e il popolo.

Pietro Sterbini e Carlo Luciano Bonaparte Principe di Canino si proponevano di interpellare immediatamente il ministero sull’arbitraria estradizione degli esuli napoletani e sull’imponente apparato di forze, minaccioso per le pubbliche libertà, a cui, senza alcuna apparente legittima ragione, era addivenuto il governo.

Pellegrino Rossi era salito al potere per resistere — senza accorgersene e senza volerlo — per resistere alla logica storica: egli, fidente nella panacea delle sue dottrine guizottiane, era salito al potere per propugnare l’ideale du juste milieu che la Enciclica del 29 aprile aveva distrutto, per governare in nome di un partito moderato, che, se era esistito artificialmente sino [p. 268 modifica]al 29 aprile, ora era morto di consunzione, per fare argine alla rivoluzione, la quale razionalmente, inesorabilmente trionfante si avanzava; egli aveva, perciò, fin dal 16 settembre, impegnato un duello con la rivoluzione: ora il duello stava per finire; la rivoluzione, che era il sillogismo storico, abbatteva Pellegrino Rossi, che era il sofisma politico.

In quella stessa sera, in una piccola osteria della città, sette uomini si trovavano riuniti e stabilivano il modo di eseguire la uccisione di Pellegrino Rossi, la quale, probabilmente, era stata già deliberata la sera del 13 in un più ristretto convegno, tenuto, forse - dico forse - in una vendita di carbonari.

Della riunione della sera del 14 in quella tale osteria addurrò irrefiutabili prove, dedotte dagli atti processuali; del convegno della sera del 13 produrrò gl’indizi, anche essi dal processo dedotti, nel secondo volume, allorchè sciorinerò innanzi agli occhi dei lettori tutti gli avvolgimenti tortuosi del processo e del giudizio contro gli uccisori e i pretesi uccisori del Conte Pellegrino Rossi.

Cadono quindi e debbono cadere, di necessità, dinanzi alla verità storica e documentata, tutte le fandonie, le panzane, le menzogne narrate, ripetute e accresciute di frasche e ornate di fronzoli e ricamate di fantasticherie con cui, sopra uno stesso fondo, in trenta o quaranta modi diversi, è stato tramandato a noi questo sanguinoso dramma storico.

Le riunioni tenebrose al teatro Capranica, con relativa estrazione di palle nere, gli esperimenti fatti sopra un cadavere, o al teatro Capranica o alla camera incisoria dell’ospedale di San Giacomo in Augusta, le riunioni ai fienili di Ciceruacchio, tutte queste e tante altre belle cose consimili, accettate, quando in tutto e per tutto, quando limitatamente e con riserva, anche dagli storici nostrani più seri, raccontate in buona fede come verità evangeliche da quasi tutti gli storici stranieri, specialmente dai francesi73, sono tutte invenzioni romanzesche, messe [p. 269 modifica]fuori dal Padre Antonio Bresciani nel suo Ebreo di Verona, sciorinate poi in processo dal turpissimo rivelatore impunitario Filippo Bernasconi, smentite solennemente dalle resultanze processuali e, pur tuttavia, ridate fuori, in seconda edizione, dal giudice processante avvocato Domenico Laurenti in quel suo romanzaccio che è il Sommario o Ristretto del Processo di lesa maestà con uccisione del Conte Pellegrino Rossi ministro di stato.

Ma, intanto che i nemici del Rossi stabilivano la sua morte e si apparecchiavano, in quelle poche ore che loro restavano, [p. 270 modifica]a mandare ad effetto il tristo loro disegno, che faceva il Conte Pellegrino Rossi?

Anche qui bisogna smentire subito il nucleo di leggende che la mala fede degli uni e la buona fede degli altri hanno, per cinquantanni, intessuto attorno alle ultime ventiquattro ore di vita del Conte Pellegrino Rossi.

Dalle concordi testimonianze di tutti coloro che avvicinarono il Rossi, negli ultimi giorni della sua vita avventurosa, avventurata, luminosa ed operosissima, risulta che egli non dimostrò e non disse ad alcuno di avere avuto notizia, fino alla mattina del 15 novembre, che si tramasse contro alla sua vita74. Tumulti, dimostrazioni ostili e tentativi di rivoluzione erano le cose delle quali, sia da privati avvisi anonimi, o firmati, sia da rapporti confidenziali d’ufficio — in grande contraddizione fra di loro, nota monsignor Pentini — egli fosse informato.

Il Conte Rossi, sempre sdegnoso, altero, scettico e — sia detto per la verità — calmo, intrepido, coraggioso, non temeva quelle trame e si sentiva — e lo diceva a tutti — abbastanza forte e abbastanza preparato a sventarle e a reprimerle e, forse, due torti ebbe, fino alla mattina del 15 novembre, quello di sprezzare troppo altamente il partito rivoluzionario e l’altro di palesare troppo questo suo supremo disprezzo.

Ad ogni modo risulta da tutte le deposizioni dei suoi coadiutori ed alti impiegati del ministero dell’interno e della polizia che egli aveva tutto preveduto, la sera del 14, per prevenire o reprimere qualunque disordine. Aveva ordinato che tutti gli agenti di polizia residenti in Roma fin dal mattino del 15 vigilassero in piazza della Cancelleria, ove era il palazzo delle adunanze del Consiglio dei deputati, e in quella dell’Apollinare, in cui eravi il locale che serviva alle sedute dell’Alto Consiglio, [p. 271 modifica]a fine di notare chi era ardilo di fischiare o commettere insolenze75.

Per un sentimento di delicatezza, che onora la lealtà di lui e che prova la sincerità dei suoi intendimenti costituzionali, e per una considerazione di prudenza civile che onorava il suo ingegno. Pellegrino Rossi non volle che i carabinieri uscissero dalle caserme e che percorressero la città, sia perchè non fossero avvalorati i sospetti sorti, che egli meditasse una reazione così lontana dai suoi pensieri, sia perchè fossero più facilmente evitate le cagioni di una collisione fra popolo e civica da un lato e carabinieri dall’altro. Egli quindi ordinò al Colonnello Calderari di tenere raccolti i carabinieri nelle caserme del palazzo Borromeo e di piazza del Popolo, pronto ad accorrere, ad un primo avviso, colà dove la presenza e l’intervento di lui potessero essere necessari.

Non è vero, quindi, è assolutamente falso che - come fu da molti storici erroneamente asserito - il Rossi rimanesse vittima della disobbedienza o del tradimento di coloro che non eseguirono gli ordini da lui dati.

Per lo stesso sentimento di delicatezza, avendo la presidenza del Consiglio dei deputati chiesto che il servizio nel palazzo della Cancelleria fosse fatto dalla guardia civica, egli inibì l’accesso del palazzo stesso alle pattuglie dei carabinieri e degli agenti di polizia; giacchè esso aveva ordinato che i carabinieri delle varie brigate, stanziato nei rioni della città, eseguissero pattuglie per le vie, pel mantenimento del buon ordine.

Non è vero che il Rossi ricevesse, fra la sera del 13 e la mattina del 15, tutti gli avvisi di cui favellano le leggende; nè un monsignor Merini, nè un prete, nè la Duchessa Massimo lo avvisarono di ciò che essi non sapevano e non potevano sapere: tutte favole76.

[p. 272 modifica]L’avviso certo e preciso della vera piccola congiura ordita contro la sua vita il Rossi lo avrebbe avuto a tempo, se l’uomo, che ne aveva potuto penetrare, per la pettegola imprudenza di uno dei sette congiurati, il segreto, non fosse stato un pusillanime, il quale, dopo aver tentato — almeno come afferma lui, perchè chi sa se lo tentò davvero? — di penetrare fino al Rossi e fino al Massimo, durante tutto il giorno 14, si risolvette, alla fine, a lasciare, a tarda notte del 14, a quest’ultimo un biglietto... anonimo, a cui il Massimo — così apparirebbe almeno dalla sua deposizione — non diede alcuna importanza.

Ora, siccome al Rossi, dal servizio confidenziale della polizia, di vere trame organizzate non resultava che quelle della Salita di Martorio a cui egli, ragionevolmente, non dava una grande importanza e alle quali pensava di avere sufficientemente provveduto con gli arresti e con le ammonizioni dei più attivi promotori; così è naturale che egli, pur preoccupandosi della gravità della situazione, si mostrasse tranquillo e securo.

Ma la sua tranquillità fu seriamente turbata alle 11 antimeridiane del giorno 15, quando si vide comparire dinanzi alla Consulta il cavalier Francesco Rufini, che era minutante — una specie di capo-sezione, come si direbbe oggi — alla direzione generale di polizia, il quale gli riferì le informazioni avute, allora allora, alle dieci e mezza, dal comandante degli agenti di polizia Alessandro Rosalbi. Costui recatosi, con tutti gli altri agenti, che erano circa venti, sulla piazza della Cancelleria, assai di buon’ora, aveva notato, con sempre crescente inquietudine, numerosi capannelli di civici, di borghesi, di popolani che si andavano formando sulla piazza e che venivano, man mano, ingrossando. In quei capannelli si discorreva, a voce alta e con molta concitazione, contro il ministero e specialmente [p. 273 modifica]contro il Conte Rossi: e il Rosalbi e i suoi agenti avevano notato che le parole erano, da per tutto, parole di fuoco.

Ma ciò che aveva assolutamente messo in grande orgasmo il Rosalbi erano state le parole tronche e minacciose udite in alcuni gruppi di reduci di Vicenza, tutti indossanti la loro divisa panuntella77 e la loro daga. Alcuni di costoro, concitatissimi, dicevano che era tempo di farla finita con questo scellerato del Rossi, e pronunciavano parole terribili di minaccia, che facevano presagire qualche brutto eccesso. Allora il Rosalbi, sgomento, lasciando gli altri agenti sotto gli ordini del Volponi, sulla piazza, era corso alla direzione di polizia, al palazzo Madama, a prevenir di tutto il cavaliere Rufini78, e questi era andato alla Consulta a informarne il ministro Rossi.

«Il Rossi» — è il Rufini che parla — «rimase molto perplesso e sospirando disse: "Che si fa?... Bisogna andare. Poi mi ordinò di chiamare il Calderari, di informarlo di tutto ciò che avevo a lui riferito e di ingiungergli, in suo nome, di mettere in moto i carabinieri, che, per ordine suo, teneva riuniti al palazzo Borromeo, o guidarli sulle piazze per imporre, e per reprimere i disordini che si tentassero».

Il Rufini continua a narrare come egli tornasse subito al palazzo Madama e come mandasse subito a chiamare il Colonnello Calderari, il quale trovavasi al palazzo Borromeo e che andò, immediatamente, al palazzo Madama. E avuti dal Rufini gli ordini del ministro disse: «Vado subito». E partì79.

Ma, intanto, che cosa era avvenuto? che di tempo ne era passato parecchio: quando il Rufini giunse alla Consulta saranno state quasi le undici; quando ne usci circa le undici e [p. 274 modifica]mezza; quando il Calderari ricevette il messaggio del Rufini era di sicuro passato il mezzodì; allorché il Calderari era giunto al palazzo Madama doveva essere la mezza e, quando egli tornò, tutto affannato, al palazzo Borromeo, per mettere sotto le armi i suoi carabinieri, era passata sicuramente l’una pomeridiana; cosicché quando egli stava per uscire dalla caserma, alla testa dei suoi soldati, ebbe l’annuncio che il ministro Rossi era stato ucciso; annuncio che immensamente lo turbò e che lui, già debole, titubante e perplesso, lasciò stordito ed inetto a qualunque azione80.

Il ministro Rossi, all’una pomeridiana, saliva nella sua carrozza, in compagnia del suo sostituto nel ministero delle finanze, cavalier Pietro Righetti, al quale disse che «se non aveva paura montasse pure». Qui il Righetti soggiunge: «Io montai e domandatogli qual cosa vi fosse da temere, mi rispose equivocamente e si vedeva che era molto preoccupato ed agitato»81.

La carrozza si avviò dal Quirinale alla Cancelleria.

Lá, sulla piazza, oltre il corpo di guardia fisso - perché vi era il quartiere del 6° battaglione civico, corpo di guardia che quel giorno era comandato dal capitano Ippolito Gauttieri e dal sottotenente Paolo Garinei - eravi schierato sotto le armi un battaglione civico, composto di un pelottone dato da ogni battaglione. Erano quindi circa ottocento uomini sotto il comando del Maggiore Antonio Villanuova-Castellacci e a disposizione della presidenza dell’Assemblea dei deputati. Inoltre, nella vicina piazza Farnese, stava sotto le armi un altro battaglione civico, il 7°, sotto gli ordini del Maggiore Marchese Campana82.

I questori della Camera avevano già richiesto al Maggiore Villanuova-Castellacci una diecina di militi, che erano stati messi di sentinella alle varie entrate ed uscite.

[p. 275 modifica]La piazza era quasi piena di uomini di ogni età e di ogni condizione83. Nobili, borghesi, plebei, possidenti, avvocati, insegnanti, notai, commercianti, esercenti arti e mestieri, di tutto un po’. V’erano liberali moderati, progressisti, democratici, demagoghi e clericali. Numerosissimi i cittadini in divisa di civico; una sessantina di reduci vicentini in divisa di legionarii, qualche tiragliolo, qualche dragone, qualche ufficiale e qualche sott’ufficiale di linea, otto o dieci carabinieri e sedici agenti di polizia, aggirantisi, a due a due, silenziosi, nei dintorni della Cancelleria, verso le vie del Pellegrino, dei Baullari, verso il vicolo dei Leutari, verso il Campo dei Fiori e, tornanti, di tanto in tanto, verso la piazza.

Sul portone del palazzo della Cancelleria, a destra e a sinistra, stavano due sentinelle civiche; nell’atrio, affollatissimo, si agitava un grosso manipolo di legionari vicentini, nel cortile e nelle gallerie superiori moltissime persone o in borghese o in divisa; le tribune pubbliche, che, per il nuovo assetto dato all’aula dal ministro Rossi, erano riuscite assai ristrette - il che gli era stato già e gli era, anche quel giorno, imputato a colpa ed era addotto come prova del suo spirito reazionario - le tribune pubbliche erano rigurgitanti di spettatori.

Di tutta quella gente che si addossava entro il palazzo e nella piazza della Cancelleria e nei dintorni, e che avrà formato, probabilmente, una moltitudine di quasi tremila persone, quasi tutte del sesso maschile, rarissime lo donne, due terzi e più — per tutte le ragioni già addotte ed esaminate — erano ostili al Rossi; appena appena l’altro terzo si componeva di quei curiosi, senza colore e senza ferme opinioni, che formano la turba degli indifferenti. Di favorevoli, o almeno, di propensi a Pellegrino Rossi, ve ne erano pochissimi; e questi, se lo erano in cuor loro, non avrebbero avuto, in quell’ambiente e sotto quella temperatura, il coraggio di manifestarsi.

Quasi tutti parlavano e disputavano intorno alla prossima discussione e si scambiavano le previsioni intorno alla lotta [p. 276 modifica]parlamentare che stava per cominciare: uno strepito indefinibile, un confuso gridio si levava sulla piazza, intanto che nel gruppo dei vicentini si scorgeva una manifesta irrequietezza, un parlar sommesso, concitato ed interrotto, un affacciarsi sul portone, un guardare quasi smanioso verso le vie che sboccano sulla piazza, un tornar ratto nell’atrio e verso la scala, che adduce al piano superiore.

All’angolo della via dei Baullari stavano, come a guardia, due reduci di Vicenza, favellando fra loro: ad un tratto essi si staccano da quell’angolo e, quasi a corsa, si avviano verso l’atrio, dicendo: eccolo! eccolo!

Una carrozza, di fatti, giunge: un grande movimento ondulatorio si fa in quella folla, la gente che è sulla piazza si spinge verso l’ingresso del palazzo, tutti si sporgono o si alzano in punta di piedi per vedere; alcune voci dicono: non è lui, non è lui!

La carrozza si è fermata: un uomo di mediana statura, in sui cinquanta, piuttosto brutto, tutto vestito di nero, ne è sceso... è un deputato. I moltissimi che lo conoscono lo ravvisano e un applauso spontaneo scoppia e si propaga:

— Viva Sterbini! viva Sterbini!

Il dottor Pietro Sterbini saluta la folla e si avvia su per la scalea.

La folla torna a muoversi, ad allargarsi, si ripigliano i discorsi interrotti e, fra il gruppo dei reduci vicentini si ode qualche voce che mormora: sta a vedere che non viene questa carogna!... Dovrebbe aver paura!

Ma non sono passati altri dieci minuti che un’altra carrozza sbocca dalla via dei Bauilari: nuovo movimento di curiosità della c:ente, che nuovamente si spinge verso il portone, intanto che molte voci, di qua e di là, dicono: eccolo! eccolo! è lui! è lui!

I cavalli che conducono la carrozza rallentano il passo, la vettura entra nell’atrio: ogni chiaccherio è terminato: si è fatto un grande, un profondo silenzio: quelli che eran fuori si pigiano gli uni sugli altri, cercando penetrar nell’atrio: i legionari! vicentini si sono aggruppati in quella parte dell’atrio che adduce alla scala: alcuni di essi sono ascesi sui primi gradini. In mezzo [p. 277 modifica]al silenzio generale, la portiera della carrozza è aperta: Pellegrino Rossi, tutto vestito di nero, ne scende. La sua figura, quasi alta, snella, elegante, aristocratica appare in mezzo a quella folla, col suo volto pallido, marmoreo, a linee elleniche finissime, quasi immobile, quasi impassibile, con lo sguardo acciareo, tagliente che egli volge vivo e fiero sopra la folla. Intanto che il cavaliere Righetti discende anch’esso, quel manipolo di reduci, per un moto simultaneo, si è aperto, formando, cosi, due ali, come per schiudere al ministro il passo verso la scala. Il Conte Rossi si avvia risoluto e con passo fermo verso i gradini; un mormorio sordo sorge fra quei giovani reduci, le cui due ali si son chiuse dietro il ministro, separandolo dal compagno. Quel mormorio diventa subito urlo formidabile e turbine di fischi e di voci: Abbasso Rossi! abbasso Rossi!, a cui se ne unisce qualcuna: Morte a Rossi! Ammazzalo!

Questi è giunto sul primo gradino, la fronte alta, gli occhi fulminei, che alteramente guardano a dritta ed a sinistra, mentre un sorriso, uno dei suoi più ironici sorrisi di altissimo sprezzo, gli sfiora le labbra. In un baleno, nell’atto che egli sale il secondo gradino, un legionario, alla sua dritta, lo urta o percuote, o con una daga, o con un bastoncino, o con una mano84; egli volge vivamente il capo verso quella parte e, intanto che sale il terzo gradino, un legionario di mediana statura, piuttosto tarchiato, dalla carnagione bianca e quasi vermiglia, dai corti capelli e dalla corta barbetta castano-chiarissima e quasi bionda, di forse 20 o 22 anni, il quale stava alla sua dritta, sul terzo gradino, passando rapidamente davanti a lui, gli dà un gran pugno sulla guancia sinistra, con la mano armata di un grosso coltello da caccia e, nello stesso tempo, gliene immerge la lama nel collo.

Tutti questi fatti, per descrivere i quali è occorsa una pagina, avvennero in venti secondi. I fischi e le imprecazioni non erano durati che quattro o cinque secondi. Nel momento che il giovane legionario colpiva il Rossi, trenta o quaranta braccia si sollevarono: molti, anche dei più vicini, non poterono discernere il feritore; dei più vicini, molti videro dare il pugno e non s’accorsero che quel pugno stringeva un ferro.

[p. 278 modifica]Pellegrino Rossi barcollò, piegò verso la parete sinistra, vi si appoggiò con la mano e cadde, senza profferir parola, intanto che un violento zampillo di sangue, spicciando dalla carotide recisa, arrossava il muro. Nello stesso tempo, sulle spalle del feritore era stato gettato un cappotto da civico: i legionari, con movimento quasi simultaneo, si ritrassero verso l’atrio e rigurgitarono sopra la folla; il feritore, scortato da quattro o cinque dei suoi compagni, attraversò il cortile e usci, insieme con quelli, dalla porticina di fianco alla chiesa, che metteva al vicolo dei Leutari; molti altri dei reduci uscivano sulla piazza; alcuni restavano nell’atrio, intanto che due di essi dal portone dicevano alla folla, rimasta fuori e che si alzava sulla punta dei piedi e protendeva i volti in avanti e chiedeva che fosse successo: Niente! niente!... Fermi! quieti!... Non è niente!...

Pellegrino Rossi, sollevato dal cavaliere Righetti, che si era potuto spingere fino a lui, dal proprio domestico e da qualche pietoso, che era riuscito a penetrare avanti, nello spazio lasciato vuoto dai retrocedenti legionarii - e fra quei pietosi era Pier Silvestri Leopardi85 - era portato a braccia a capo della prima scala e, sfondato, con spinte e calci, l’uscio che adduceva nell’appartamento abitato dal Cardinale Lodovico Gazzoli, veniva ivi condotto e adagiato sopra un sofà.

La voce del ferimento, sparsasi, in un attimo, era giunta nell’aula; ne era uscito, a precipizio, prima il deputato Pantaleoni, poi il deputato Fusconi, ambedue medici, ed erano accorsi per dare aiuto all’infelice, intanto che qualcuno era andato a chiamare, nella vicina chiesa di San Lorenzo e Damaso, il curato Don Giovanni Nina, perchè venisse a prestare gli estremi ufficii religiosi al morente.

Pellegrino Rossi, in quei venti o venticinque minuti, emise gemiti, ma non pronunciò parola.

E perchè il dramma riuscisse shakespeariano in tutto, quella dolorosa e terribile chiusa ebbe il suo incidente comico. In quel momento, attratto da tutti quei rumori, era apparso, sull’uscio che immetteva nelle altre camere dell’appartamento, il Cardinale Lodovico Gazzoli.

[p. 279 modifica]«Alcuni del popolo» - narra uno dei pietosi, che avevano assistito il Rossi, un droghiere e mezzo farmacista - «che erano presenti, volevano che il Cardinale Gazzoli desse l’assoluzione al Rossi, e il Cardinale disse che, non essendo egli sacerdote, non poteva dare l’assoluzione; ma siccome i popolani insistevano, strepitando, il Cardinale dovette impartire l’ultima assoluzione»86.

Pellegrino Rossi era già spirato.






Note

  1. «Il ministro di grazia e giustizia è un pover’uomo contro il quale tutto il ministero sclama. Credo che durerà poco. Finché non si cambi è inutile sperare riforme negli ordini giudiziari» C. L. Farini a M. Minghetti (Ricordi del Minghetti stesso, vol. II, pag. 39S).
  2. Della fiacchezza d’animo del duca Massimo e della presunzione del professore Antonio Montanari, addurrò, fra breve, le prove; giacchè la storia si deve scrivere coi documenti e senza i complimenti riguardosi, o le pietose menzognie, o le interessate adulazioni dei contemporanei, spesso disposti all’indulgenza contro la verità.
  3. Commentario della missione a Roma di Antonio Rosmini Serbati negli anni 1848—49, Torino, Stamperia Paravia e C., 1851, parte I, pag. 53 e 54
  4. Del Montanari vedere la miserrima lettera al Minghetti, in data 20 ottobre 1848, in cui, per difendere servilmente Pio IX, massacra puerilmente la storia, falsando i fatti contemporanei, arzigogolando di subiettive congetture, ecc. (Ricordi del Minghetti, vol. II, pag. 386 e seg.).
  5. Don Pirlone, giornale di caricature politiche, del 15 settembre, n. 12.
  6. Pallade, giornale di ogni sera, del 18 settembre, n. 347. Degli altri giornali più importanti, il Contemporaneo (del 17 settembre), la Speranza (del 13, 14 e 17 settembre) e l’Epoca (del 14 settembre) tutti tre accolsero con aperta ostilità il nuovo ministero e specialmente il ministro Rossi; il Costituzionale romano (del 18 settembre) e il Labaro (del 19 settembre), salutarono assai benevolmente il ministero e il Rossi specialmente; anzi il Labaro prese subito a difenderlo dagli attacchi del Contemporaneo.
  7. Vedi, in fine di questo volume, i documenti IV, V, VI e VII.
  8. Vedilo per intero nel Farini, op. cit., vol. II, cap. XVI, pag. 326 e seg.
  9. Contemporaneo del 26 settembre, n. 138.
  10. Vedilo nel Farini, op. cit., vol. II, cap. XVI, pag. 331 e seg.
  11. F. A. Gualterio, Glì interventi dell’Austria nello Stato romano già cit, pag. 34 e 35 e 42.
  12. Che il Balbo fosse guidato, nel suo ministero, da considerazioni egemoniache piemontesi appare chiaro da ciò che ne dice il Gioberti (Rinnovamento, nei capitoli I e XIIl del vol. I), e da una lettera del Balbo stesso indirizzata al conte di Castagneto, in data 21 maggio 1848, riprodotta da E. Ricotti, Della vita e degli scritti del Conte Cesare Balbo, Firenze, Le Monnier, 1856, lib. V, cap. I, pag. 217.
  13. A proposito delle opinioni che correvano, allora, intorno agli atteggiamenti dei principi italiani è importante - anche se il narratore non fosse stato esattissimo nel riferire i particolari del colloquio - ciò che racconta il La Cecilia sul suo incontro con Pellegrino Rossi a Roma nel febbraio del 1848. «Vidi l’infelice Rossi, allora ambasciatore di Francia presso il Pontefice» cosí scrive il La Cecilia». - Antico collaboratore della Giovine Italia mise da parte la diplomazia, e mi esortò ad usare ogni mezzo per disingannare i miei concittadini da ogni speranza di aiuto dalla Francia in una guerra contro l’Austria, ricordandomi la sentenza di Guizot, pronunziata in pieno Parlamento: Nous voulons la paix par tout, et toujours. “Non provocate l’Austria prima d’essere organizzati e forti; so bastassero le grida di piazza e gl’inni patriottici a vincere le battaglie, gl’italiani ne avrebbero vinte moltissime, e sarebbero già padroni di Vienna. Ad un tratto mi domandò: “Credete voi di buona fede il vostro Borbone nella sua messa in scena costituzionale? Muoverà egli guerra all’Austria? o invece ha segreti impegni con l’Imperatore?" Risposi senza esitare: Non credo alla buona fede di un Borbone; l’avo ed il padre di Ferdinando II furono spergiuri, ed egli lo sarà appena si presenterà l’occasione; che si intenda con l’Imperatore è più che certo: la Regina non è austriaca? E la trista donna aborre i Napoletani e domina il loro Re. "Siate prudenti — ripigliò l’ambasciatore — procurate di agire sull’esercito, sulla marina militare e cercate che i suoi generali ed Ammiragli non rifuggano da un accordo con quelli del Piemonte pel trionfo della causa nazionale". Soggiunse: "In gravi circostanze scrivete, o venite; le lettere lo consegnerete al Conte Di Busières cho rimane incaricato di affari di Francia a Napoli, ed eccovi uno scritto per lui. Prudenza! prudenza! Siate callidi serpenti, infino a che non possiate mostrarvi leoni!"» (Giovanni La Cecilia, Memorie storico-politiche dal 1820 al 1896, Roma, tipografia Artero, 1870, vol. IV, pag.163).

       Se questa narrazione è esatta, essa è una nuova prova dell’affetto di Pellegrino Rossi per la causa italiana ed è la conferma del l’esattezza del giudizio dato dal Principe di Metternich sopra il Rossi ambasciatore francese, ma sempre rivoluzionario italiano.

  14. Il La Farina era, insieme con Emerico Amari, con Casimiro Pisani e col P. Gioacchino Ventura, uno dei quattro legati del governo provvisorio siciliano alla Dieta per la lega italiana convocata in Roma.
  15. G. La Farina, Storia d’Italia già cit, lib. III, cap. XXIII, pag. 470.
  16. A. Rosmini, Commentario cit., parte I, pag. 7 e 8.
  17. Riportato per intero dal Farini, op cit., vol. II, cap. XVI, pag. 336, e dal Rosmini, Commentario cit., parte I, pag. 11 e seg.
  18. A. Rosmini, Commentario cit., parte I, pag. 17.
  19. Dispaccio del ministro degli affari esteri Conte Perrone al Marchese Pareto, in data 1° settembre 1848, nel Commentario cit. del Rosmini, parte I, pag. 18. Cfr. con N. Bianchi, Storia della diplomazia, ecc., vol. VI, cap. I.
  20. A. Rosmini, Commentario cit., parte I, pag. 32 a 52.
  21. A. Rosmini, Commentario cit., parte I, pag. 54 e 55.
  22. A. Rosmini, Commentario cit., parte I, pag. 55; N. Bianchi, Storia della diplomazia, ecc. già cit., vol. VI, cap. I, pag. 15.
  23. Riportata dal Farini, op cit., vol. II, cap. XVI, pag. 342-43.
  24. N. Bianchi, op. cit., vol. VI, cap. I, pag. 15.
  25. Lettera del Gioberti al Rosmini da Torino, in data 8 settembre, nel Commentario cit. del Rosmini stesso, nei Documenti, n. 14, pag. 326 e 327.
  26. G. Montanelli, Memorie sull’Italia e specialmente sulla Toscana, Torino, Società editrice italiana, 1855, vol. II, pag, 400 e seg.
  27. Ecco come il Montanari descriveva Pellegrino Rossi, in una sua lettera da Roma, in data del 2 ottobre indirizzata, a Bologna, all’illustre amico suo Marco Minghetti: «Il Conte Rossi è veramente grande uomo di stato, io me ne accorgo ogni giorno più. Ha la semplicità, la speditezza e la misura dell’agire che bisogna in ogni occorrenza. Unisce alla gravità della teoria la sicurezza della pratica; ed in ogni ramo della cosa pubblica giudica e consiglia con una dirittura meravigliosa. Se i tempi gli concedano un poco di rispetto, io tengo per fermo che farà un gran bene a questo povero paese» (M. Minghetti, Miei ricordi, vol. II, pag 382).

       Come si vede avveniva il solito fenomeno: Pellegrino Rossi, col suo spirito superiore e fascinatore, conquideva i suoi piccoli colleghi; ma avveniva anche ciò che aveva preveduto il Rosmini: egli qiudicava e consigliava con dirittura meravigliosa in ogni ramo della cosa pubblica: si era alla dittatura Rossi, preconizzata dall’illustre roveretano.

  28. G. Massari, nel Proemio alle Operette politiche del Gioberti, cit, pag. 154.
  29. G. Massari, op. cit., pag. 155.
  30. Vedi Documento, n. VIII, in fine di questo volume.
  31. Vedi Documento, n. IX.
  32. Vedi Documenti, n. X, XI, XII e XIII.
  33. Vedi Documento, n. XIV.
  34. Lo riferisco fra i Documenti togliendolo dal n. 19 dell’anno I del Cassandrino che io possiedo e che è rarissimo. Vedi Documento, n. XV.
  35. Nel Processo di lesa maestà con omicidio dei Conte Pellegrino Rossi ministro di stato, esistente nell’Archivio di stato di Roma, e di cui si comincerà a trattare diffusamente nei due ultimi capitoli del presente volume e in tutto il secondo volume, esistono i rapporti delle varie tenenze dei carabinieri di Roma, relativi ai tumulti del ghetto dal 24 al 28 ottobre 1848, rapporti molto succinti, dai quali risulta l’effettuato arresto dei quattro perturbatori cristiani Morigi, Sicca, Giovannoni e Monaco. Coi carabinieri eseguivano le pattuglie anche nuclei di dragoni e di cacciatori. Processo suddetto, dal foglio 7241 al foglio 7247.
  36. Vedi Documenti, dal n. XVII al XIX.
  37. Vedi Documenti, n. XVI e XVII.
  38. Vedi Documenti, n XVIII e XXIX
  39. Vedi Documenti, dal n. XXX al XL, in fine del volume.
  40. Riprodotto per intero dal Farini, op. cit., vol. II, pag. 356, e dallo Spada, op. cit., vol. II, cap. XVIII, pag. 481-82.
  41. Vedi la sentenza, che credo fermamente inedita, fra i Documenti, al n. LXL
  42. «Zucchi è più austero e severo di Rossi e spaventa già tutti i subordinati». Così scriveva, in una sua lettera indirizzata al Minghetti, da Roma, in data 31 ottobre, Luigi Carlo Farini (M. Minghetti, Ricordi, vol. II, pag. 398).
  43. Lettera di Pellegrino Rossi a Marco Minghetti da Roma, senza data, ma evidentemente dei primi di ottobre, nei Miei ricordi di M. Minghetti, vol. II, pag. 117, 118.
  44. Carlo Lozzi, art. cit.
  45. Dai verbali originali delle elezioni al Consiglio dei deputati dello stato romano nell’anno l848, esistenti in apposita busta all’Archivio di stato di Roma.
  46. G. Gabussi. Memorie cit., vol. II, pag. 211, 212.
  47. Vedi Documento, n. XLII, in fine del volume.
  48. Vedi Documenti, dal n. XLIII al LXVII, in fine del volume.
  49. Vedi Documenti, n. LXVIII, in fine del presente volume.
  50. Vedi Documenti, n. XLIX, in fine di questo volume.
  51. Il Conte Ippolito Gamba, deputato del I collegio di Ravenna.
  52. Dalle Miscellanea politica 1846—1849 esistente nell’Archivio di stato di Roma, busta 35, copertina 331.
  53. Vedi Documento, n. L, in fine del presente volume.
  54. Io cho scrivo ho conosciuto Bernardino Facciotti a Firenze, durante l’emigrazione, nel 1867. Era un brav’uomo, per istinto e per effetto di quelle incomposte letture, giacobino, di corto intelletto, tenace nelle sue opinioni, con una faccia simpatica e da buono e, in fondo, di ottimo cuore.
  55. «Vollaro e Carbonelli erano le due leve potenti di qualunque dimostrazione di piazza» così G. La Cecilia, Memorie storico-politiche dal 1820 al 1876, già citate, vol. IV, pag. 167.
  56. Ecco come narra, nella sua prima deposizione in processo, il colloquio da lui avuto col Conte Pellegrino Rossi, uno dei due ufficiali civici del primo battaglione che, dopo essere leggermente entrato, per ambizione, nella combriccola facciottina, ora andava a denunziarla... quantunque non ve ne fosse di bisogno, perchè conosciutissima in polizia: «Interrogato se abbia conosciuto il Conte Pellegrino Rossi, risponde che pur troppo l’ha conosciuto. Conosceva il Conte Melkerb, che era stato impiegato col Conte Rossi, quando era ambasciatore e, quindi, suo amicissimo, e il cavalier Campanella, amico lui pure del Conte Rossi, e per loro mezzo fece inteso il ministro di ciò che si tramava. Sui primi di ottobre il Conte Melkerb inviò lui testimone e il cavalier Campanella dal Conte Rossi, all’Albergo d’Inghilterra. Il Rossi era solo e si stava facendo la barba: appena entrati egli diede a lui una presa di tabacco. Esso gli raccontò quanto sapeva: il Rossi scrisse di proprio pugno i nomi dei fratelli Facciotti, del Majolini, del Galeotti, del Giovannelli, e gli disse di restare in relazione con coloro, di avvisarlo di quanto poteva avvenire; spendesse, sarebbe stato rimborsato: non prestasse giuramenti. Dietro le assicurazioni che il Rossi mi diede - continua il testimonio e rivelatore - e i favori che mi prometteva per la mia famiglia, continuai a trattare quella gente finchè non morì il Conte Rossi, al quale riferivo quanto venivo a conoscere. Un giorno anzi mi feci rilasciare dal Majolini la ricevuta di quattro scudi, domandatimi per la società, e la mostrai al Campanella e poi andammo insieme a consegnarla al Rossi. Seppi poi dal Melkerb, dopo la morte del Conte, che quella ricevuta, insieme ali’appunto dei nomi, precedentemente preso dal Rossi stesso nel primo abboccamento, erano passati nelle mani di monsignor Francesco Pentini, che era amico e stava sempre insieme col Conte Rossi». Dal Processo di lesa maestà già cit., foglio 3206 a 3223.
  57. Vedi il rapporto del Colonnello Tittoni fra i Documenti, al n. LI.
  58. Chi desiderasse leggere quella brutta lettera può trovarla nelle già citate Memorie per servire, ecc. di G. Gabussi, vol. II, cap. XVIII, pag. 204. Intorno a quegli atteggiamenti dello Zucchi scrive l’immacolata coscienza di Aurelio Saffi; «Nella corrispondenza dello Zucchi al ministro dell’interno furono trovate lettere, nelle quali il primo si riprometteva di poter domare in breve i liberali delle Romagne e restituire quelle provincie nella piena soggezione dell’autorità pontificia: e adoperava tale linguaggio contro i patriotti che gli attuali commissari di polizia in Roma non saprebbero usarne altro peggiore. Fu detto che lo stesso Rossi disapprovasse il soverchio zelo dell’antico soldato di Napoleone, convertitosi in bargello di Sua Santità» (A. Saffi, Storia di Roma dal giugno 1847 al 9 febbraio 1849, cap. XIII, pag. 410).
  59. Vedi Documento, n. LII, in fine di questo volume.
  60. A. Saffi, op. cit, cap. XIII, pag. 411. Della sinistra impressione che avevano prodotto la chiamata di tanti carabinieri a Roma, la rivista di essi e la espulsione dei due profughi napoletani e dell’ira che quei provvedimenti avevano concitato contro il ministro Rossi parlano vari testimoni nel processo - come meglio si vedrà in seguito - ma uno autorevolissimo e in modo esplicito, il dott. Diomede Pantaleoni nella sua deposizione, foglio 5957 a 9588.
  61. Pallade del 6 novembre 1818, n. 387.
  62. Vedi la sentenza nel Don Pirlone del 10 novembre 1848, n. 58.
  63. Dal Processo di lesa maestà cit., deposizione Toncker, foglio 3206 a 3223, e deposizione Tittoni, foglio 42o8 a 4238. Della uccisione del Rossi il piano non trattava affatto: nè — per quanti sforzi e buona volontà v’impiegassero e il giudice processante Laurenti e il turpissimo impunitario Rernasconi — potè mai risultare che quelli della Salita di Marforio ne sapessero nulla: perchè effettivamente non ne sapevano nulla; come luminosamente dimostrerò, sul fondamento delle resultanze processuali, nel secondo volume.
  64. Dal Processo di lesa maestà cit., deposizione Pericoli, foglio 5015 a 5030; deposizione Pentini, foglio 6792 a 6796; deposizione Nardini, foglio 7691 a 7715.
  65. Dal Processo cit., deposizione Nardini suddetto, foglio 7691 a 7715.
  66. Dal Processo cit., deposizione Luparelli, foglio 7721 a 7727. Il maresciallo Luparelli atferrna nella sua deposizione che i due, durante il viaggio, non fecero che «sparlare accanitamente del ministro Rossi e del Re di Napoli e specialmente il Carbonelli si esprimeva, con aria d’assicurazione: Rossi me la paga, ancora non siamo arrivati a Civitavecchia^ ed altre simili minaccie, onde compresi che dovesse essere qualche capo rivoluzionario».
  67. Angelo De Andreis, vicebrigadiere dei carabinieri, che nel 1848 era al protocollo del comando di quell’arma, fa ascendere il numero dei carabinieri presenti in Roma a quei giorni a quattrocento (Processo cit., foglio 5405 a 5407): Domenico Baraldi, maresciallo dei carabinieri, che era a Roma nel novembre, agli ordini del colonnello Calderari, li fa ascendere a seicento (Processo cit., foglio 5407 a 5410).
  68. Il capo della sezione di polizia giudiziaria al ministero dell’interno, Domenico Antonio Nardini, afferma, nella citata sua deposizione, che «egli riteneva che la congiura contro il Rossi fosse ordita pel fatto dell’arresto del Carbonelli» (Processo cit., foglio 7691 a 1715).
  69. Tutti gli storici di quegli avvenimenti hanno discusso intorno al risultato che avrebbero avuto gli assalti che la Sinistra del Consiglio dei deputati avrebbe, senza dubbio, dato al ministero Rossi, se il suo capo non fosse stato ucciso; e la maggior parte di quegli storici sono venuti nella conclusione che il ministero avrebbe avuto per sè la maggioranza.

       Il giudice processante Laurenti ricerca, con grande premura, egli pure, da molti fra i testimoni da lui interrogati, la soluzione di tale quesito. Il Ruffini, il Pericoli e il Nardini credono che il ministero avrebbe avuto la maggioranza; lo credono anche, sebbene non proprio con sicurezza, il Minghetti, il Bianchini, il Gigli, il Fusconi e il Pizzoli (tutti deputati); lo credono pure, ma con maggiore titubanza dei precedenti, il Montanari e il Pantaleoni.

       Tutti costoro, invitati a nominare gli oppositori certi del ministero, accennano soltanto — concordi tutti sui nomi dello Sterbinl e del Canino — quelli del Torre e dell’Armellini e si arrestano lì. E dimenticano i più poderosi avversari del ministero Rossi, e cioè il Mamiani e il Galletti; i quali, e per la loro popolarità e per essere già stati al potere, avevano — specialmente il primo — gran seguito alla Camera. Il Mamiani e il Galletti sarebbero stati tratti di necessità e dalle loro convinzioni e dai loro precedenti e dall’impeto popolare ad assalire il ministero, contro il quale si sarebbero senza alcun dubbio schierati — e se ne ha la riprova nei fatti antecedenti e nei susseguenti dei deputati che ora nominerò — l’Armellini, il Torre, il Di Campello, il Galletti, il Mariani, Manzoni Giacomo, il Patrizi, il Marini, il Berti-Pichat, il Borgia, il Fasci, il Neroni, il Martini, il Sacripante. il Lega, il Caporioni, il Marcosanti, il Melloni, il Cicconi, il Viviani e lo stesso presidente Francesco Sturbinetti e, assai probabilmente, l’avvocato Sereni.

       Forse il ministero Rossi non sarebbe caduto il giorno 15 sotto gl’incomposti e furiosi assalti del Canino e dello Sterbini, ma due o tre giorni dopo, quando, con uno de’ suoi eloquenti e misurati discorsi, lo avesse assalito — e, lo ripeto, non poteva farne a meno — il Mamiani, il quale si sarebbe tratti dietro dieci o dodici dei deputati umbri e marchegiani.

       In fine nulla si può dire di preciso su ciò che sarebbe avvenuto; ma certo è che, volendo aggirarsi nel circolo delle probabilità, data la situazione parlamentare e la temperatura della piazza, era molto più probabile che il ministero Rossi fosse — non ostante il g’ rande valore del suo capo — abbattuto, anzichè esso potesse sorreggersi.

  70. Gazzetta di Roma, del 14 novembre 1848. Articolo riprodotto dal Farini, dal Gabussi, dal Saffi, e riprodotto in parte da tutti gli altri storici di quegli avvenimenti, che tutti vi accennano o ne parlano, tranne da uno, dallo Spada — caso curioso! — dallo Spada, razzolatore e raccontatore delle più piccole inezie. O perchè, dunque, questo silenzio? Lo storico papalino ne avrà avuto le sue buone ragioni, che io e il mio lettore speriamo di scoprire più tardi.
  71. Inter scyphos.
  72. C. Rusconi, La Repubblica romana del 1849 già citata, Introduzione, pag. 17.
  73. Fra questi, più ricco di tutti in fandonie, quantunque sia quasi l’ultimo che ha scritto su questo argomento, è, come dissi in una nota precedente, il conte Henry D’Ideville. Di lui dovrò occuparmi parecchie volte nel secondo volume, quando verrò svolgendo avanti ai lettori tutta la tessitura del processo. Per ora ho un dovere da adempiere verso di lui e verso i miei lettori; di indicare, cioè, i principali errori di storia, di cronologia, di geografia nei quali quel signore è incappato; ed eccomi ad adempiere questo mio dovere. Il Panaro diviene il Tamaro (pag. 16): Filangeri si cambia in Filanghieri (pag. 17); Bonaparte scende la prima volta in Italia nel 1795 e non nel 1796. e la pace di Campoformio non è più nel 1797, ma nel 1798 (tutti due a pag. 19); il Trattato di diritto penale di P. Rossi lo dà come stampato nel 182S, mentre lo fu nel 1829 (pag. 55), e quando poi (a pag. 72) confessa egli stesso, in nota, che fu pubblicato per la prima volta uel 1829; Senigallia non è più nelle Marche, ma nell’Umbria (pag. 143). Il Principe De Metternich - che ha sempre osteggiato e biasimato in tutti i suoi scritti la condotta di Pio IX, Pontefice liberale, per il Conte D’Ideville partecipava al delirio generale di ammirazione per Pio IX (pag. 181); la rivoluzione francese del 1848 è la stupide et inutile rèvolution? (pag. 183); plusieurs collegi elettorali avevano nominato P. Rossi deputato, mentre tutti sanno che fu eletto soltanto a Carrara e a Bologna (pag. 191); Sante Costantini è per il signor D’deville, una diecina di volte, Santa Costantini, di uomo diviene donna (pag. 196); il gabinetto Mamiani del 1848, di cui facevano parte i moderatissimi Marchetti, Doria, De Rossi, Lunati, Massimo e il Cardinale Ciacchi e due soli progressisti, il Mamiani e il Galletti, era... un gabinetto rèvolutionnaire, (pag. 197); Tofanelli diviene Tafanelli (pag. 207); via della Ripetta, e Caccine per Cascine (pag. 212); i fratelli Facciotti divengono Fracciotti (ivi); Cornuda si cambia in Corunda (pag. 214); Bartolomeo Galletti era nominato Pilo-Pepe (?!) (pag. 215); Bezzi diventaBeggi e il dottor Tommaso Muchielli, Tommaso Machielli (pag. 216); Felice Orsini diventa le comte Orsini (pag. 217); Curtatone è Custatone (pag. 218); Mecocetto si muta in Mencacetto, Felice Neri in Felice Negro, Ferdinando Corsi in Ferdinando Corti (pag. 228); poi appare in Roma un ospedale di Sant’Andrea che nessuno sa che abbia mai esistito (ivi); e, citando il verso di Orazio, sudarit et aisit si cambia in alcit (pag. 212); l’Apollinare è l'Apollinaria (pag. 236); S. Lorenzo e Damaso si trasforma in Saint-Laurent en Damas (pag. 237); il colonnello Calderari è degradato e diviene il maggiore Calderari, e la tipografía Chiassi muta padrone e diventa Chiosi (pagina 26.5j; la contesaa Spaur, nata a Roma nella famiglia romana dei Conti Giraud, cambia nazionalità ed è une française (pag. 287); Ruggero Colonnelio diviene semplicemente Ruggero cognome (pag. 295), e S. Lorenzo e Damaso cambia ancora una volta e diviene Saint-Laurent de Damas (pagina 2971.

       E non parlo dei giudizi errati, smentiti da tutte le storie, degli apprezzamenti contrari al vero documentato, delle bugie, delle favole raccontate, con serietà, per roba seria e vera, poichè - ripeto - parecchie di queste favole e menzogne noterò, strada facendo, nell’esame degli atti processuali.

  74. Dal Processo di lesa maestà cit., deposizione Pinadier, maestro di casa del Rossi, foglio 2327 a 2331; deposizione Rosalbi, capo degli agenti di polizia, foglio 2435 a 2411; deposizione Massimo, foglio 3683 a 3691; deposizione Rufini, foglio 4010 a 4062; deposizione Pericoli, foglio 5015 a 5030; deposizione Tenerani, foglio 4514 a 4527; deposizione Amati, foglio 5099 a 6006; deposizione Pantaleoni, foglio 5957 a 5988; deposizione Pizzoli, foglio 6155 a 6162; deposizione Pentini, foglio 6792 a 6796; deposizione Nardini, foglio 7691 a 7715.
  75. Parole testuali - secondo la deposizione di Alessandro Rosalbi, comandante degli agenti di polizia - dette dal Rossi a lui, nel dargli l’ordine della sorveglianza all’Apollinare e alla Cancelleria.
  76. Nè monsignor Morini, nè nessun prete appaiono in processo; nè degli avvisi che costoro avrebbero inviato al Rossi vi ha traccia alcuna. Circa all’avvertimento mandato al ministro Rossi dalla Duchessa Massimo e del quale si è tanto novellato e sul quale tanta matassa di tela leggendaria è stata intessuta, ecco a che cosa, nella realtà delle cose, esso si riduce. Donna Maria Boncompagni Massimo Duchessa di Rignano, figlia del fu Principe Luigi, di anni trentotto, esaminata nella sua villa il 5 luglio 1852, depose «che in casa della Duchessa di Nemi la sera del 14 intese vociferare di tumulti all’apertura della Camera all’indomani e udì i ministri sarebbero stati fischiati. Scrisse alle 10 del mattino successivo 15 novembre e spedì un biglietto al Conte Rossi nel quale gli domandava se aveva informazioni dalla polizia, esponendogli le voci che correvano. Il Rossi rispose immediatamente con altro biglietto, che tuttora conservo, assicurandomi in poche parole che non vi era affatto da temere e che non dovevano calcolarsi lo ciarle degli stolti, come esso si esprimeva» (Processo cit., foglio 388l a 3884).
  77. L’uniforme estiva indossata, nel luglio del 1848, dai legionari romani, che tornavano da Vicenza, consisteva in una tunichetta molto succinta e in un paio di pantaloni di un tessuto turchiniccio con trame intercalate qua e là di fili bianchi. I legionari avevano in testa un berretto militare di incerata nera, e al fianco un centurino con la daga. Portavano quasi tutti a sinistra, sul petto, la coccarda bianca, rossa e verde. Io che scrivo, quantunque allora fossi fanciullo, ricordo benissimo quella assisa, la quale per essere di roba sottile, presto si squalcì, e con il frequente indossarla si insudiciò, onde i popolani romani, sempre spiritosi, la chiamarono la panutella.
  78. Dal Processo di tesa maestà cit, deposizione Rosalbi, foglio 3435 a 38444.
  79. Dal Processo cit, deposizione Rufini, foglio 4040 a 4062.
  80. Dall’esame degli atti processuali vedrà bene il lettore di per sè, man mano che io lo verrò facendo, chi fosse il Colonnello Calderari; un buon uomo, esitante, floscio e — perciò — militarmente parlando — debole ed inetto; una specie di don Abbondio dei carabinieri, che non voleva scontentare nessuno; dagli atti risulterà evidentissimo che egli non era un traditore, come lo vorrebbero fare apparire, mentendo alla verità, gli storici papalini e il giudice processante; egli adorava Pio IX, stimava e voleva servire Pellegrino Rossi, amava l’Italia e non voleva far fuoco sul popolo.
  81. Processo cit., deposizione del cavalier P. Righetti, foglio 137 a 143.
  82. Processo cit., deposizione Campana, foglio 5988 a 5991.
  83. La descrizione che segue del dramma svoltosi al palazzo della Cancelleria non è retorica ed io non pretendo nemmeno che sia artistica; essa è storica, cioè composta di elementi, di indicazioni, di circostanze coscienziosamente estratti, e non col metodo Laurenti, dagli atti del processo: non v’ha in essa una sola particolarità che non sia veramente provata.
  84. Le versioni dei forse cinquanta testimoni de visu sono contraddittorie su questa circostanza.
  85. Narrazioni storiche di Pier Silvestro Leopardi, Torino, 1856, capitolo LXXII, pag. 363 e seguenti.
  86. Processo di lesa maestà cit., deposizione Marini, foglio 2899 a 2908.