L'elemento germanico nella lingua italiana/R

R

../Q ../S IncludiIntestazione 26 settembre 2023 75% Da definire

Q S

[p. 383 modifica]

R

Rabbuffare, scompigliare, avviluppare disordinatamente capelli, peli e simili (Jacopone, Dante, Boccaccio). Il Caix vede in questo vb. una metatesi di vb. baruffare, che presenta precisamente il senso di rabbuffare nell’ant. ven. borfolu da baruffoluto. Analoghi signif. riscontriamo poi in com. baruf, ciuffo di capelli, lad. barufar, arruffare, e fr. ébouriffer. A base poi di it. baruffare e fr. ébouriffer il Caix pone: aat. biroufan, strappare, svellere composto di prep. bi = bei, e di aat. roufan, raufan, roufen, mat. roufen, reufen, roifen, tm. raufen, tirare, svellere, strappare. Questo vb. avrebbe adunque la stessa rad. che esamineremo sotto Raffare. Deriv.: rabbuffato.

Rabbuffo, bravata fatta con parole minaccevoli (Varchi, Ercol.; Lib. Son.; Davanzati). Questa voce non ha corrispondenze nelle altre lingue rom.; e il Caix notò molto bene ch’essa è affatto distinta da vb. rabbuffare. Ha però per base anch’essa un vb. ger. foneticamente vicino a quello da cui proviene il vb. precedente, cioè aat. biruofan, piruofan, donde mat. beruofen, berüefen, berüefen, tm. berufen, sgridare, rimproverare, provocare. Anche qui si sarebbe passato da aat. biruofan (e forse da mat. berüefen, giacchè non è inverosimile che un tal nome che in it. appare assai tardi, entrasse dal mat. mediante il linguaggio militare), all’attuale rabbuffo con una metatesi, come nel caso del vb. precedente.

Rada, spazio di mare difeso dai venti fra le terre e i contorni delle coste, dove le navi possono gettar l’àncora (Magalotti). Secondo il Tommaseo è francesismo, ma assai usato in Toscana. Entrò in Italia verso la fine del sec. 17º o sul principio del 18º: in Francia invece, a detta [p. 384 modifica]del Littrè, ricorre sin dal 16º colla forma rade, da cui è probabile derivasse immediatamente anche sp. rada. Il fr. aveva a base il nd. reida, preparazione, equipaggiamento, ornamento, sottinteso “della nave”. Da questo rignif. letterale primitivo si passò quindi a quello di “luogo ove la nave viene preparata”. A nd. reida, anrd. reide, reithi corrispondono: ol. ree, reede, m. ing. róde, ing. road [da ags. * rad.]. Dalle voci bt. si svolse il tm. Reede, poi Rhede d’ug. sig. Secondo il Kluge il fondamento immediato del fr. e quindi di tutte le voci rom. non è già nd. reida, bensì il ceppo ing. road, ags. ràd. Le voci ger. spettano tutte a rad. raid, preparare, che riappare in ags. bereit, ing. ready, più lontanamente got. garaids, pronto; a cui si connette perfino vb. reiten, cavalcare e propriamente “unione di ciò che occorre per una spedizione guerresca”.

Raffare, togliere con prestezza, afferrare, strappare, rapire (Buonarr., Fiera). Corrispondono qui: mil. rafà, piem. rafé, lad. raffar, afr. raffler, fr. raffer, lor. raffoua, tirare a sè con violenza. Inoltre: piem. rafa, rapina, bottino: lor. annon. raffe; romag. riffa-raffa, lad. riffa-raffa, sp. rifi-rafe d’ug. sig. Queste voci rom. risalgono ad aat. * raffôn, mat. raffen, reffen, mat. raffen d’ug. sig.; nd. hrafla, togliere prestamente. L’ing. to raff è venuto dal fr. Nel tm. abbiamo anche Raffel, strumento da raschiare; l’ol. sv. raffel, ing. raffle, valgono “sorta di giuoco, riffa”. Il ceppo ger. spetta a rad. ger. hrap, che esamineremo poi sotto Rappa e Rappare. Deriv.: raffa, raffio, riffa, ruffa; arruffare, arraffiare. V. anche Rappa e Rappare.

Raitro, nome di soldati tedeschi a cavallo che militavano nelle guerre civili di Fiandra e di Francia (Davila). Giova riportare un passo di questo storico: «Ostentando i raitri (così chiamano i soldati tedeschi) le prede e le ricchezze, persuase loro di seguitarli». Il nome ricorre anche, com’era naturale, nel fr. sin dal sec. 16º colle forme reître e rêtre. È riproduzione immediata di tm. Reiter, [p. 385 modifica]cavaliere, che ha per forme parallele Ritter e Reiter. La rad. ger. è rid, preger. ridh, reidh, che diè vb. aat. rîtan, mat. riten, tm. reiten, ags. rídan, ing. to ride; a cui pare essere affine anche a. gall. rêda, cocchio, veredus in paraveredus, cavallo da posta, donde tm. Pferd, e it. palafreno; gr. ἔριθος, messo, servo, e certamente poi il ceppo ger. esaminato sotto Rada. Deriv.: la frase «alla raitra».

Ramfo, spasimo, contrazione dolorosa di certi membri. È voce propria del dial. lombardo, che presenta le forme ramfo, ranfo. La base è mat. rampf d’ug. sig. Ma è difficile poter credere che una voce dial. lombarda venisse direttamente del mat. che fiorì in tempo quando il t. non esercitò influsso alcuno sui dial. it. Siamo quindi condotti a credere ad una importazione longobarda: e quindi ad ammettere che il vocab. esistesse anche ai tempi dell’aat., benchè non appaia documentato. Il tm. usa nello stesso senso Krampf da aat. krampf kramff, che vedemmo aver dato orig. a granfio, e che non è altro che forma rinforzata di rampf.

Rampa, branca, zampa, artiglio, (Caro, Eneide). Sotto questa forma il nome compare tardi nello scritto; ma era indubbiamente comune nella lingua parlata anche molto tempo prima; poichè troviamo rampante nel Villani, rampo nel Sacchetti, ed altri derivati in altri scrittori. Rispondono qui: prov. rampa, granchio, afr. ramper, aggrapparsi, inerpicarsi, fr. ramper, strisciare, port. rampant, saliente. Le voci romanze hanno a base la rad. ger. rap di vb. bt. rapen, da cui anche it. rappare. Ora questa rad. rap si nasalizzò nel suo campo nativo dando origine a vb. bavar. rampfen, tirare a sè, ghermire (si riferisce qui anche mat. rampf donde it. Ramfo), signif. che spiega benissimo quello assunto in it. e rom. di “uncino, branca”; e si nasalizzò anche nel campo neol., e diè luogo perciò oltrechè a rappare, a rampa, e rampare. Ma questa radice la rivedremo sotto Rappare. Lo Scheler osserva che il [p. 386 modifica] signif. attuale di fr. ramper, strisciare, si svolse dall’antico ch’era quello di “arrampicarsi”, con questa concatenazione “aggrapparsi, arrampicarsi, salire, andare con quattro zampe”. L’ing. to ramp, “saltare, arrampicarsi” probabilmente è d’estrazione francese. Il fr. rampe, sp. rampa valgono “salita, balaustrata, ringhiera”. Deriv.: rampo-ne; rampicare, rampichino, rampicone, arrampicarsi.

Ranco, chi per aver le gambe torte mena l’anche e cammina a sghembo, sciancato, zoppo (Lib. Cur. Malat.; Cene della Chitarra; Redi). Voci sorelle sono: cat. ranco, sp. renco, e forse anche rincon, rancon, rencon, catal. racó angolo, afr. ranc, dalle gambe storte, sciancato, venez. ranco, storto. Come semplice non è molto comune; ma compare spesso nei composti: inoltre nel gen. arrancá, piem. ranché, sp. arrancar. L’origine del ceppo rom. sta nel ger. che ci presenta: aat. wrank, rank, ranch, wranki, renki, storto, curvo, mat. ranc in nachranc, astuto, pieno di giri, tm. Rank, pronto movimento, rigiro, macchinazione, Rank, uomo tristo, Ranke, viticcio, vb. ranken avviticchiarsi, vb. renken, tirare in qua e in là, che risale ad aat. renken, rencan per * wrankian. Spettano pure a questo ceppo ags. wrenc, curvatura, ing. wrenc, storcimento, schianto, to wrench, girare. Il Kluge crede che vb. aat. renken sia radicalmente affine a ringen da wringan, e che il k di renken accanto al g di ringen sia dovuto allo stesso fenomeno per cui una stessa rad. diè i due vb. bücken e biegen, piegare, leken, e laigôn, leccare. Da questo si deduce che il signif. primitivo del ceppo renk sarebbe stato quello di “sforzarsi, lottare”, e questo conviene benissimo anche alle presenti parole it. e specie al vb. arrancarsi. La rad. preger. era wrenk, a cui s’attengono manifestamente gr. ῥέμβω, io giro, e ῥόμβος, paléo, trottola. Deriv.: rancare, ranchettare; arrancare, dirancare.

Randa, fine, termine (Rim. ined. 30; Dante). Il Diez non s’occupò di it. randa, benchè trattasse ampiamente [p. 387 modifica]sp. randa, port. renda punta d’un vestito, che però, secondo me, sono forme sorelle di it. randa, e prov. randa, punta estrema. A base di queste voci rom. sta aat. rand rant, mat. rant, gobba o umbone dello scudo, donde tm. Rand, orlo, margine, lembo, estremità. Il Kluge spiega lo svolgimento genetico dei sensi così: aat. rand rant valeva dapprima “dorso o gobba dello scudo”, poi “estremità dello scudo”, infine “estremità” in generale. In altri termini l’essere il dorso dello scudo in certo modo l’estremità dello scudo fu ciò che servì di concetto intermediario alla generalizzazione del signif. Anche il Diez confessa che quantunque non sia provato da documenti che aat. mat. rant valesse generalmente “margine, lembo”, si può per altro ammettere che racchiudesse anche questo senso considerato che lo presentano ags. rand rond, ing. rand, anrd. rônd, sv. rand, e considerato che l’umbone è l’estremità dello scudo; onde una glossa aat. spiega rant per «cupula vel ora clypei». Notevole poi è che ol. rand vale ad un tempo “margine” e “punta”; il che spiega il signif. assunto dallo sp. e port. È dunque evidente che it. randa e prov. randa non solo sono d’orig. ger., ma sono sorelle delle voci sp. e port. Il piem. e n. prov. randa = rasiera, bastone da far liscio e uguale il contorno di un vaso; ed è chiaramente una denominazione tolta dall’idea “dell’estremità”. Quanto al nome ger. in sè, il Kluge mette a base di esso got. * randa svoltosi da preger. ram-ta da rad. rem, onde ags. rîma reoma ‘“margine”, dove l’m davanti a d dovette riuscire a n. Da simile forma fondam. sorsero in quel campo anche la voce dial. Ranft, orlo, e tm. Rinde, corteccia. Nel campo sp. venne da randa rundal, tessuto retiforme; in quello fr. il nome randon, violenza, impetuosità, e vb. randir, randonner, penetrare ing. at random, a caso; benchè da taluni queste derivazioni siano contestate a cagione specialmente del signif. che si può far svolgere dal primitivo solo mediante un grande sforzo. [p. 388 modifica]Sono invece deriv. it. certi i seguenti: randagine, randagio (errante, vagabondo; che va da un estremo all’altro), randare, randeggiare. V. anche Randione.

Randello, bastone corto piegato in arco che serve per istrignere e serrar bene le funi, colle quali si legano le some o cosa simile (Sacchetti; Pulci, Ciriffo C.) Il Diez trae questo nome, che fra le lingue neol. è proprio solo dell’it., da t. Rädel o Reitel d’ug. sig. Però è curioso che non si trovi nè nell’aat. nè nel mat. Più vicine per forma alla parola ted. sono comas. rat, reglia. Deriv.: arrandellare, stringere insieme con randello.

Randione, epiteto di una sorta di falcone, che probabilmente vale “che ha le rande o ali grandi” (Brunetto Lat., Tesor.). Un tale signif. mi pare emerga dal passo del Latini che dice «Lo settimo lignaggio si è falcone randione, cioè lo signore e re di tutti gli uccelli». Potrebbe anche ammettersi che significasse “che fa le ruote o giri grandi”, considerato che da noi randa vale anche “ruota, cerchio”. Ad ogni modo randione è certamente un deriv. di randa.

Rangifero, quadrupede simile al cervo con tre ordini di corna, comune nei paesi settentrionali e massime in Italia (Tasso, Mond. Cre.; Algarotti). Lo sp. è rangifero, il fr. rangier. Ricorre anche nel bl. sotto la forma di rangifer, ma solo all’anno 1413 e in una carta citata dal Ducange. Ad ogni modo è nome entrato nell’Europa meridionale non più presto del sec. 15.º Riposa immediatamente, a detta dello Schmeller, su di una parola nordica raingo che probabilmente è d’orig. lappone-finnica. Questa parola compare poi singolarmente sfigurata nell’anrd. hreindýre, dan. rendyr e tm. Renntier, ol. reynger, reindier, ing. raindeer. Evidentemente, in alcune di queste lingue, e principalmente nel tm., una falsa etim. popolare immaginò che nel vocabolo entrasse un derivato di vb. rennen, scorrere e tier, bestia. Il primo elemento del composto ci è mostro [p. 389 modifica]da Gessner che ci offre Reiner, e da Peucer-Eber che ci presenta Reen e Reener nel sec. 16.º Ma il primitivo, di questo elemento era ags. hran ricorrente in Alfredo il Grande († 903), e anrd. hreinn di poco posteriore. Ma secondo il Kluge ed altri queste due forme nordiche non sono quelle che hanno servito di fondamento a quelle rom. e molto meno sono originariamente ger., bensì anch’esse lapponifinniche, come del resto la bestia stessa [finn. reen]. Anzi il Kluge, benchè soggiunga che Alfredo il Grande e Gessner confermano il sospetto dell’orig. lapponica, considerato che ora il lapp. designa questa bestia col vocab. patso, crede che hreinn possa essere estraneo anche a quel ceppo. All’incontro il Faulmann trae ags. hrán, anrd. hreinn da vb. aat. hrînan, separare; cosicchè hreinn varrebbe “dalle corna separate”. Ma questa mi pare una sottigliezza e niente più. V. del resto Renna nell’Appendice.

Rango (neolog.), grado, condizione (Magalotti). Immediatamente è riproduzione di fr. rang, ordine, fila, che con afr. renc, pic. ringue, prov. renc rengua linea, fila, serie, è dal Diez fatto risalire ad aat. hring “cerchio”, e particolarmente “cerchio di persone riunite per uno scopo determinato”; quindi “disposizione circolare”; e così spiegasi la frase afr. «faire renc autour de soi». In seguito l’idea di “cerchio” si dileguò, e non restò che quella di “disposizione, collocazione di persone o di cose su di una stessa linea”. L’aat. oltre a hring ci presenta: hrinc ring rinc, da cui mat. rinc e tm. Ring, cerchio anello: abbiamo poi: ags. hring, ing. ring, afris. hring ring, ol. ring, anrd. hringr, dan. ring, got. * hriggs. Queste voci ger. secondo il Faulmann si connettono a vb. hrinkan hringan ringan, torcere, storcere, lottare, sforzarsi, e la specializzazione del senso in quello di “anello, cerchio”, sarebbe dovuta all’essere quest’ultimo un mezzo di costruzione e di forza. Un’altra derivazione rom. certa e immediata dal vocab. ger. è it. arringa-o, fr. harangue (v. arringa); la forma fr. [p. 390 modifica]renc, rang, è poi dovuta a una nasalizzazione che il fr. fece dell’aat. rinc. Aggiungeremo che lo Scheler congettura che prov. renc possa essere nasalizzazione di l. rega, primitivo inusitato di l. regula, ovvero di aat. rîga, linea. Ma questa è una ipotesi molto inverosimile. Dal fr. rang, derivarono anche tm. Rang (sec. 17.º) per lo più in senso milit. come del resto avviene anche in fr.; inoltre ol. sv. rang. ing. rank, cimb. rhengc, brett. renk. Deriv. fr. importante vb. ranger, arranger, disporre, ordinare.

Rap, aspro (dial. comasc.). Con fr. lor. raffe brusco acerbo, risale al ceppo ger. che diè aat. raffi aspro; isl. hrappr crudele violento. Graff 2, 494; Biörn Haldorson, Lexic. lat. islandicum 1, 339.

Rapare, togliere i capelli fino alla cotenna (Redi). È un doppione di vb. rappare che esamineremo tosto.

Rappa1, malattia del ginocchio del cavallo consistente in escara e crosta (Cresc; Gris. Cav. Inf.). Affini sono: lomb. ven. rapare rapa contrarsi, aggrinzarsi, fare la crosta. Procedette da tema di mat. rappe d’ug. sig. che ha sua rad. in vb. rafjan raphen chiudersi [di ferite], indurarsi, formare o mostrare la crosta. Il vb. rafjan ebbe gran diffusione e svolgimento di forme nei dialetti tedeschi, dove lo vediamo oscillare tra la labiale e la spirante prevalendo la labiale al nord e la spirante al sud. Quindi abbiamo: austriaco rapfen, bav. geräpfen sich räpfen coprirsi di crosta; bav. räpfen, ol. at. rappe, ass. rop, bav. röpfen, rappen roppen, crosta d’una piaga o ferita, rogna, escara, escrescenza al ginocchio de’ cavalli; bav.; räpfig, ol. röppig tignoso, rognoso, scabbioso, ol. rappiggheid scabbia, tigna, crosta. Weigand 2, 459; Schmeller Bay. Wört. 3, 118; Vilmars, Kurhessisches Idioticon 117. Da una delle forme ger. con f il fr. ha cavato rafle crosta d’una ferita. Probabilmente questo vocab. s’introdusse coi Longobardi, il che spiegherebbe la presenza della lab. forte. V. del resto Raspo2 che ne è un allotropo. [p. 391 modifica]

Rappa2, ciocca, ciuffo, spiga del miglio e del panico (Redi, Targioni). È d’orig. ger. dove troviamo mat. rappe tm. Repp graspo dell’uva, il quale ultimo signif. ci è presentato precisamente dal piem. rap grappolo. Il Kluge vorrebbe che il mat. fosse stato tolto in prestito da fr. râpe che del resto è poi d’estrazione ger. come vedrassi sotto Raspo1. Ad ogni modo il concetto che presiedette all’applicazione dello stesso nome a due oggetti un po’ diversi fu quello di “qualche cosa che tiene unito”. Quindi il nome si riannette in ultima analisi a vb. aat. raspôn che vedremo sotto Raspare Raspo; immediatamente poi si connette a vb. t. rappen e al suo der. it. rappare. Non è difficile scorgere che l’idea generalissima di “tirare” unisce questo nome anche al precedente.

Rappare, pigliare con violenza (Liv. Manos.; Ottim. Comm.; Sen. Pist). Questo vb., usato in it. solo nel composto arrappare, coi suoi corrispondenti sp. port. prov. rapar d’ug. sig., lor. rapouà trarre a sè, ha per base il tema ger. di bt. ol. rapen, ing. to rap, sv. rappa. Ma il gruppo bt. rapen è della stessa radice del gruppo at. raffen, visto sotto raffare; poichè è noto che alla lab. tenue o media del bt. l’at. fa corrispondere la spirante f. V. Raffare.

Raspare, percuotere coi piè la terra che fanno i cavalli quasi per tirarla a sé; raschiare, razzolare, grattare, limare (Fra Giord.; M. Villani, Pulci). Con afr. rasper, fr. râper, sp. raspar, ha per fondamento aat. raspôn, ammassare, ammucchiare diligentemente raschiando e tirando a sè. Dall’aat. raspôn dipendono mat. raspen raspelen d’ug. sig., tm. raspeln col nome Raspel, raspa, scuffina, ing. to rasp, raspare. Vb. raspôn derivava da vb. aat. hrëspan, donde mat. rëspen, svellere, strappare, rapire, insieme con aat. giraspi, gahraspi, garaspi, quisquiglie, e secondo Schade anche mat. rispe cespuglio, tm. Rispe, pannocchia, spiga. Ma quest’ultima connessione non è accettata dal Kluge. [p. 392 modifica]Lo Schade paragona ad aat. hrêspan l. crispus, crespo. Il fr. râpe, grattugia, alla sua volta ha influito di nuovo sul ted. il quale vi ha formato sopra tm. Rappe raspa, Raspe e Raspel scuffina. Deriv.: raspa-tino-to; raspe-rella-ttare; rasp-ina-o; raspolla-re-tura; raspollo. V. Raspo1.

Raspo1, grappolo dell’uva da cui si son levati i chicchi (Alamanni). Gli rispondono sp. prov. raspa, fr. râpe, il quale ultimo passò poi nel mat. rappe rape, tm. Rapp, e nell’ing. rape con ug. sig. È nome svoltosi dal vb. raspare; e la ragione della denom. è evidente. Deriv.: raspollo-raspollatura.

Raspo2, sorta di malattia che viene ai ginocchi dei cani e de’ cavalli. Questo nome, cui risponde fr. râpes, foneticamente uguale al precedente, è però affatto da esso diverso, poichè riposa su mat. rappe, rapfe, tigna, rogna, scabbia, donde ol. rappig, scabbioso, proveniente da aat. rapfen, indurarsi [delle piaghe], mostrar crosta, escara, e raffi “ruvido, aspro”. V. Rappa1.

Ratto, quadrupede dell’ordine dei rosicchianti con piccole zampe, coda lunga, muso aguzzo che mangia grano e paglia (Sacchetti, Berni). Paralleli sono: sp. port. rato, fr. prov. rat, picard. rot borgog. rai. Il bl. ci presenta le seguenti forme: rato-nis, ratus rattus e anche raturus, spiegate dai glossatori con “mus major”. È notevole che queste col bl. appaiano specialmente in paesi ger. (Silvester Giraldus in Topog. Hiberniae, cap. 32; Itinerar. Cambriae; Wilhelmus Andrensis, Cronicon; Vita S. Lanfranci; Glosse d’Elfrico; Henricus de Knyhton 1380), e mai in paesi rom. Un tal fatto basterebbe da sè solo a fare capire che questo è vocabolo d’orig. germ., come infatti è ammesso dai più noti linguisti. A base del bl. e del rom. sta dunque aat. rato che conta numerose forme secondarie, cioè: aat. ratta, mat. rate, rat, ratt radda ratte tm. Ratte, topo, sorcio, ghiro; ags. raet, da cui ing. rat; bt. rat, rot, ratta, ol. ratte, anrd. ratta, dan. rotte; e inoltre mat. ratze, [p. 393 modifica]ratz (sec. 15º), donde tm. Ratz, ghiro, Ratze, topo. Questa molteplicità di forme è un altro argomento fortissimo per trarre di là il nome rom. Il Faulmann deriva aat. rato da vb. aat. chrazzôn, mat. ratzen, raschiare, grattare: quindi varrebbe “il rosicchiante”; e soggiunge che precisamente per questa ragione con tal vocabolo furon denominati anche il topo dell’avellana, la martora e la puzzola. Rato sarebbe stata la forma propria del bt.; ratze dell’alto ted. Ma il Kluge non ammette questa deriv. dell’aat. rato da chrazzôn; e premesso che la patria primitiva del ceppo ger. è oscura, osserva che la bestia stessa, ancora sconosciuta alla remota antichità, entrò in Europa dall’oriente primieramente dopo l’epoca della Völkerwanderung o immigrazione dei popoli; epperciò il cimb. chiama questo animale Ilygoden Ffrengig “topo franco”, e il n. irl. lo chiama francach e galluch “topo franco-gallico”; e che il gruppo alto-ted. tt = a bt. tt = rom. tt mostra l’imprestito passato da popolo a popolo dal nord al sud dell’Europa. Pensare che l’it. ratto “topo”, siasi svolto da ratto “veloce”’ proveriente a sua volta da l. rapidus “veloce”; e che poi it. ratto, “topo” penetrasse, oltrechè nelle lingue neol. sorelle, anche nel campo germ., è impossibile per più ragioni; e primieramente per l’anteriorità di tempo delle forme dell’aat. rispetto all’it. ed al fr. comparendo quest’ultimo solo nel sec. 13º e il primo nel 14º. Oltredichè il concetto di “veloce” non è adatto per servire di base alla denominazione dell’animale. Il Kluge nota da ultimo che nel dialetto dell’Assia e della Turingia Ratz = martora, e che bav. e svev. ratz = bruco. Il dial. brett. presenta la forma raz venuta da bl. rattus; invece m. irl. rata, irl. gael. radán possono risalire a ing. rat. In qualche parte del territorio rom. questo nome ha dato luogo a deriv. notevoli anche per i signif. assunti. Così: cat. port. ratar, piem. raté, sp. ratonar valgono “strisciare”; sp. ratear, vale “arrampicarsi” e ratero ‘“strisciante”, e ciò [p. 394 modifica]anche in senso morale. La comparsa relativamente tarda che fa in rom. questo nome non ci autorizza a ritenere assolutamente ch’esso venisse importato durante le invasioni dei barbari. Potrebbe anche essere penetrato più tardi: se pure non è di quei nomi stranieri che prima di entrare nella lingua scritta vegetarono a lungo nei dialetti (infatti questo si trova in parecchi dial. ital.); nel qual caso sarebbe stato introdotto fra noi dai Longobardi.

Rebbio, ramo della forca, e le punte della forchetta (Redi). Il Diez dichiara che questa è voce d’orig. incerta. Tuttavia riconosce che se accanto a tm. Riffel, gramola, aat. riffel, forca con punte, si potesse supporre l’esistenza d’un aat. rippel, ciò basterebbe per ispiegare la parola it. Questo aat. * rippel risponderebbe ad ol. reppen, ing. ripple d’ug. sig.

Recare, portare, condurre, porgere, presentare, cagionare, disporre, indurre (Novellin., Dante). Nelle lingue neol. non ha altro corrispondente che occit. antiq. arecar d’ug. sig. La sua base è aat. recchan recchen rechen reken, mat. recken reken, stendere, allungare, alzare, eccitare, cagionare, disporre, assettare, porgere, tendere, aspirare: donde tm. recken, allungare, porgere, ol. rekken stendere, dal quale ultimo dipende ing. to rack, stendere, tormentare. Il got. era [uf] rakian, stendere, allungare, a cui si riferisce anche got. rahtôn, porgere. Non si può pensare a trarre il vb. it. da aat. reichan, reihhen, porgere, stendere, tm. reichen, ags. ráecan raecean, ing. to reach, perchè, nota il Diez, da aat. reichan sarebbesi avuto un it. racare. Il Kluge rileva che i due ceppi got. raikjan da cui aat. reichan tm. reichen, e got. rakian donde aat. recchan tm. recken, benchè apparentemente così vicini di forma, e identici di senso, non sono tuttavia affini. Però il ceppo di got. rakia aat. recchan donde it. recare, colla sua rad. rak da preger. rag si presta a molteplici ravvicinamenti dentro e fuori del campo ger. Dentro gli si [p. 395 modifica]rannodano: aat. rahtôn, rëchen, rickan, rëht, reihhan, rîchan che rivedremo sotto Ricco. Fuori incontriamo: lit. razýti, porgere: lat. regere, drizzare, disporre, dominare, regio, direzione, territorio; gr. ’ορέγειν, porgere, stendere, stendersi, aspirare, conseguire, ὄργυια, sorta di misura; sans. argâmi, io pretendo, râgis, riga. Bopp Gl3 21; Curtius3 174; Fick3 3, 248. Il vb. non ricorre nel bl. Deriv.: reca-ta-tore-tricetura; arrecare.

Recchiarella, pecora che non ha figliato (dial. tosc.) Di questa voce il Caix dice che probabilmente è d’orig. ger. e la riporta ad aat. rêh, mat. rêch, capriolo. A quest’osservazione del Caix aggiungerò che nel campo ger. ricorrono altre forme anche più vicine all’it. Così lo Schade ci offre rehjâ, rêhâ presupposto dal rêjâ usato da Notker. Evidentemente l’it. è dimin. di recchîa, forma che fa uguaglianza perfetta con aat. rêhjâ. Secondo lo stesso Schade nel tm. accanto a Ricke i cacciatori usano ancora rehe. La moltiplicità delle forme ger. e la loro gran diffusione sono un argomento di più per credere all’introduzione nei nostri dialetti di una tal voce per opera probabilmente dei Longobardi.

Redo, nome formante l’ultima parte e più essenziale di arredo e corredo, e che esiste separato nell’afr. roi ordine, preparazione. Il suo signif. preciso lo possiamo dedurre da quello delle voci ger. originarie dove aat. mat. rât tm. Rath valgono “preparazione, provvigione, mezzo, ripiego”. Il tm. Rath vale anche “consiglio, deliberazione necessaria ad ottenere l’effetto che si cerca”. Ai composti it. arredo, corredo e loro derivati rispondono: sp. arreo, afr. arroi preparazione, utensile, ornamento e vb. derivati; afr. agrei preparazione; fr. agrés attrezzi di nave; sp. correo, cat. correu, prov. conrei, afr. conroi preparazione, allestimento. Inoltre prov. desrei, afr. desroi, fr. désarroi, disordine. A base del ceppo rom. sta immediatamente non aat. rât, poichè l’a di esso non avrebbe potuto affievolirsi [p. 396 modifica]in e (v. Diez Gramm. Vol. I), bensì un nome svoltosi da vb. got. rêdan, fornire, preparare, anrd. redha, ags. raédan provvedere, leggere (questo era un mezzo rispetto all’indovinare il senso dei segni runici) ing. to read, leggere, as. râdan consigliare. Un tal sostantivo ci è effettivamente presentato da ags. raed, atris. rêd, e l’esistenza di queste forme pone fuori di ogni dubbio l’orig. ger. del gruppo rom. redo. Secondo lo Schade il signif. fondamentale di got. rêdan era quello di ‘“mezzi esistenti (materiali o spirituali) aiutanti ad essere o potente o valente”. A got. rêdan sono paralleli: aat. râtan, mat. râten, tm. rathen, provvedere, consigliare. Ger. rêdan è stato da taluni ravvicinato a l. reor pensare. In questo caso la dentale del vb. ger. sarebbe stata dapprima formativa del presente; poscia sarebbe entrata a fare parte costitutiva della radice del verbo stesso. Altri pensano e con ugual diritto a rad. sans. râdh trasportare, drizzare, conseguire qualche cosa, pacificare alcuno, e ad a. sl. raditi curarsi, darsi pensiero. Altre affinità nel campo indeu. sono accennate dallo Schade p. 701-702. Qui noterò solo che il nome aat. rât nel tm. è usato spesso nel suo signif. di “provvista, fornitura” nei composti Geräth masserizie, utensili, Vorrath provvigione, Hausrath suppellettili. Entra poi in molti altri composti col signif. di “consiglio”: ad es. Rathhaus, casa del consiglio, palazzo civico. Anche Rada spetta a questo ceppo. Composti e deriv.: arred-o-are; corred-o-are.

Refe, accia ritorta per uso di cucire (Vit. S. Giov. B.; Boccaccio, Vegezio). Il Diez, dopo aver accennato alla possibile derivazione da gr. ραφή, cucitura, propende a quella da aat. reif, cordicella, anche perchè è positivo che piem. tra, lad. trau, spago, vengono precisamente da t. draht. La Michaelis propose un arab. rifi, sottile. La preferenza sembra doversi dare all’ipotesi del Diez. Deriv.: refajuolo.

Renga, collana, fermaglio, borchia. Questa parola ger. penetrò nel bl. dove la troviamo parecchie volte usata [p. 397 modifica] all’anno 745 nel testamento di un certo Longobardo Rotopert (v. Meyer C. Sprache und Sprachdenkmäler der Langobarden p. 165-170): ma non uscì di là, o a dir meglio, entrò nelle lingue rom. con forma e signif. alquanto differente: cfr. arring-a-o. L’aat. era hringa, longob. hringa, armilla, collana. V. Appendice.

Ribaldo, scellerato, sciagurato, meschino, povero (Dante, Buti). Rispondono a. sp. port. ribaldo, prov. ribalt, fr. ribaud monello, furfante, ribauda, ribaude, fanciulla sfacciata. Il fr. ribaud che compare sin dal sec. 12º valeva spesso “impudico, lussurioso”. Le voci rom. immediatamente riposano su bl. ribaldus giovane soldato volontario, bandito, libertino, dissoluto. Questo bl. ribaldus ribaldi s’incontra sin dal 923 in un concilio di Sens sotto il vescovo Galtero, poi in Rigordus nel 1189 e in Gug. Brettone; e il più delle volte nel senso di “libertino, dissoluto di Ma donde bl. ribaldus? Il Grimm Deuts. Gramm. 1, 444 lo trasse da aat. raginbald reinbald che pel suo signif. di “determinato, intrepido” [aat. ragin = consiglio; bald = ardito] potè successivamente sviluppare i sensi presentati dal bl. e dalle voci romanze, analogamente a quanto scorgesi in gr. l. tyrannus e l. latro che da un senso originariamente buono passarono ad un cattivo; e l’interpretazione di “ardito e rio uomo” che il Buti dà a it. ribaldo parrebbe confermare una tale etim. Senonchè il Diez osservò che raginbald avrebbe foneticamente prodotto un rambaldo, fr. raimbaut, non mai un ribaldo. Per questo egli considerato che il bl. ribaldus si mostrò primieramente e di preferenza in Francia, e che in Francia il suo signif. dominante era quello di ‘“libertino, dissoluto”1 pose a base di esso l’aat. hrîbâ, hrîpâ, prostituta, donde mat. rîbe d’ug. sig. Da aat. hrîba col suffisso rom. bald si sarebbe formato bl. ribaldus. Il mat. ribalt e bt. ribbalt probabilmente sono [p. 398 modifica] riproduzioni della forma bl. Lo Scheler proporrebbe come etim. di ribaldus aat. riban, donde mat. rîben, tm. reiben, fregare, stropicciare, con isvolgimento logico di senso analogo a quello di l. perfrictus, briccone e di furbo; molto più che da vb. aat. rïban il fr. trasse riber, grattare, raschiare. Ma con tutto questo la deriv. più verosimile e per senso e per forma resta pur sempre quella del Diez; ed è poi evidente che qualunque delle tre etim. sì accetti, l’origine è sempre ger. L’it. rubaldo è forse dovuto alla formazione popolare che volle scorgervi l’idea di “rubare” e v’immischiò il vocabolo che la denotava. Deriv.: ribald-accio-aggine-aglia-are-eggiare-ello-eria-done-onaccio.

Ricco, opulento, dovizioso, abbondante, copioso (Albertano, Dante). Con fr. riche usato già nel sec. 11º, prov. ric, sp. port. rico d’ug. sig. risale mediante il bl. ricus ricorrente nelle carte del sec. 11º e 12º, ad aat. rîchi, rîhhi, rîche, mat. rîche, rîch, potente, opulento, dovizioso, signorile, grande, magnifico, tm. reich, opulento, dovizioso; got. reicks, potente; as. rîchi poderoso, ags. rîce, potente, eccellente, ing. rich, ricco, fertile, anrd. rîckr, potente. Il Diez rileva che fr. riche deve riposare immediatamente sulla forma rîchi; poichè se nel ger. in luogo di un finale chi ci fosse stato un ch, quest’ultimo gruppo avrebbe prodotto in fr. un c ovvero sarebbe sparito, come vedesi in fr. Fréderic e Ferry da ger. Friderich. Quanto all’agg. ger. rîchi in sè, il Kluge lo fa derivazione del tema rîk che appare nel nome Reich, re, regno. Ciò spiega benissimo il signif. di “potente” che aveva in origine rîchi, e che ebbe da principio anche il derivato romanzo. Si stabilisce quindi questa gradazione genetica di sensi: rìk = regio-potente-dovizioso. Ma ger. rîk, re, dominatore, non era originariamente indigeno; bensì derivazione antichissima che il ger. primitivo fece dal celtico rîg, re (cf. la desinenza rix dei nomi proprii celt. Ambio-rix Orgeto-rix, Vercingeto-rix ecc.). A questo ger. rîk e celt. rig risponde l. regem, sans. râjan, re, da [p. 399 modifica]rad. idg. reg, dirigere, guidare, reggere. Nel campo ger. accanto ad agg. rîchi abbiamo vb. aat. rîchan rîhhan rîhhen rîchen che presenta questa serie di signif.: regnare-prevalere-vincere-arricchire. Ora una tale serie è notevole, perchè la mostra ragionevolezza dell’evoluzione di sensi accennata dal Kluge. Questa rad. rîk nel campo ger. ebbe uno svolgimento di forme e di sensi straordinario. Ne risultarono infatti: got. rahtôn, porgere, somministrare, aat. rëchen recchan, allungare, stendere, donde nostro recare, aat. rëht, tm. recht, giusto, e gl’infiniti derivati, e vb. rîchan, prevalere, arricchire, visto più sopra. A quest’ultimo spettano in prima linea aat. reikinôn, richôn, rîchian, rîchida, rîchiduam, rîchisôd, rîchisôn; nei quali vocaboli dominano questi due concetti: signoreggiare ed essere ricco. Deriv.: ricco-ne-naccio; ricc-amente-hezza; ricchire, riccore, riccura, arricchi-mento-re; straric-co-chire.

Riccomanno, signorotto, spaccone, smargiasso. A detta del Tommaséo è voce del dialetto di Cortona. Evidentemente è derivata dal composto ger. Rich-man uomo ricco, che usasi ancora nell’inglese moderno. Probabilmente un tal termine entrò nel medio-evo colle compagnie di ventura tedesche e inglesi.

Ridda, sorta di ballo tondo usato dagli antichi; trescone (Boccaccio). È voce verbale formatasi dal vb. che segue. Deriv.: riddone.

Riddare (antiq.) menar una ridda (Dante). Questo vb., che fra le lingue neol. è posseduto solo dall’it.,2 si formò da vb. aat. rîdan [da * wrîdan] mat. rîden, torcere, volgere, volgersi, muoversi fortemente, Graff 2, 473; Benecke, Mittel. Wört. 2, 1, 696; Lexer Mittel. Wört. 2, 422. Forme parallele all’aat. sono: ags. vrîdhan, volgere, torcere, fasciare Grein 2, 743; a. ing. writhen, ing. writhe, [p. 400 modifica]torcere, volgere; anrd. ridha, torcere, piegarsi, sv. vrida, dan. vride, girare, torcere, premere Vigfusson 498, Möbius 346, Wimmer, Altnordische Grammatik 105. Presso lo Schade p. 1204 si possono leggere le molteplici voci dell’aat. che si rannodano a vb. wrîdan rîdan, connessioni riconosciute già dal Grimm, Gramm. 2, 16 e Ges. d. d. Sp. 464. Il tema ger. è vrith e vraith. Notevole che it. riddare e ridda hanno specializzato in modo fortissimo il senso dell’aat rîdan, e hanno dato la specializzazione stessa che vedesi in danzare e trescare di fronte al signif. primitivo ger. dei vb. germanici donde derivano. Siamo dunque un popolo di ballerini!

Riffare, giuocare alla riffa, sorta di giuoco o di lotto in cui il premio è un oggetto di valore (Lasca). Rispondono: sp. port. cat. rifar contendere, litigare, contrastare, trarre a sorte, afr. riffler strappare, grattare, lor. riffer, rapire. Comas., sp. port. catal. sicil. rifa = contesa, giuoco di sorte, getto dei dadi. Evidentemente il signif. fondamentale dell’intero gruppo rom. è quello di “contrasto per rapire e portar via, strappare”: Da questo concetto si passò facilmente a quello di “giuoco ove ciascuno fa di tutto per avere per sè il premio”. It. riffa che presenta principalmente il senso di “sorta di giuoco” mostra però in certe frasi il primitivo di “rapina, forza, violenza”. Tali le frasi di «riffa» = di forza; «di riffa o di raffa» = o in un modo o in un altro. Il ceppo rom. è certamente d’orig. ger., come si capisce facilmente dal suono stesso. Il Diez dopo proposto ol. rijven, raspare, rastrellare, anrd. rîfa strappare, rifas contrastare, rispondente forse ad aat. rîban, tm. reiben, strofinare, raspare; osserva che le parole neol. diffuse specialmente nella parte meridionale del territorio rom. colla loro labiale conducono più tosto alla f dell’alto ted. che è molto più vicino, come appare da bav. riffen, rapire strappare. Ciò è confermato dai deriv. afr. pic. nor. riffler rapire, grattare, scalfire, vall. rifler, annon. [p. 401 modifica]rifeter, riffare; sost. afr. riffler scudiscio, norm. riffle. L’ing. raffle “fare alla riffa” sembra essere d’estrazione francese. Deriv.: riffa, riffoso.

Riflador, lima (U. Rosa). Questo nome del dial. piem., accanto a cui il canav. presenta reifa d’ug. sig., risale senza dubbio alcuno ad aat. rifilô, riffilô, riffel, strumento munito di denti acuti, sega, vb. aat. riffilôn, rifilôn, segare, gramolare, pettinare, donde tm. Riffel, gramola, vb. riffeln, gramolare. Probabilmente il nome piem. fu importato dai Longobardi. V. Rebbio.

Riga, linea, fila, striscia (Dante, Passavanti, Sacchetti). Come semplice entrò solo in it.: però nel prov. troviamo i deriv. rigot, capello ricciuto, vb. rigotar, arricciare; nel fr. rigole, antic. rigot, doccia canale. Nel bl. l’usa Guibert de Nogent nella sua autobiografia († 1124). Risale immediatamente ad aat. riga, mat. rige, tm. Riege, linea, linea circolare, spira, fila, serie, ordine, canale, acqua sprizzante da canna. Il bt. ci presenta rige rege riche, linea, serie, fila, canale Bremisch Wörterbuch 3, 490. Spetta allo stesso ceppo anche tm. Reihe da mat. rîhe, riga, linea, accanto a cui abbiamo ol. rij, anrd. riga rega, corda; e verosimilmente, a detta del Kluge, anche ags. ráw raéw, got. * raiwa, donde ing. row, fila, ordine. Il sost. aat. riga si svolse secondo il Faulmann da vb. rëgen “innalzarsi, indurirsi”, e propriamente “muoversi in una determinata direzione”, il qual vb. rëgen proveniva a sua volta dall’antico rihan, mat. rîhen, che, sempre secondo lo stesso Faulmann, era forma speciale di aat. rinnan, scorrere; perciò da prima avrebbe designato propriamente la “direzione dell’acqua corrente”; poi avrebbe assunto il signif. di “disporre in ordine, allineare”. È notevole una certa analogia di forma e di senso che riscontrasi tra il ceppo ger. sin qui esaminato e il l. rigo in irrigo-irrigatio-irriguus. Se il concetto primitivo è fondamentale del ceppo ger. è veramente lo “scorrer dell’acqua” non potrebbesi [p. 402 modifica]supporre un’affinità originaria tra il l. e il ger. in questo caso? È ben vero che la derivazione di aat. riga da rîhan pel tramite di rëgen nel modo da noi esposto, e come la vuole il Faulmann, non è accettata dal Kluge, il quale riporta aat. riga a rad. ger. rîhw [idg. rikh], che mediante raîhw si annoda a sans. rêkha, linea, striscia. Col che resterebbe escluso il signif. di “direzione d’acqua” posto dal Faulmann a fondamento di vb. rîhan. Deriv.: rigare, rigo, rigoletto.

Rista, canapa pettinata, garzo; fascetto di lino pettinato (U. Rosa, dial. piem.). È d’or. ger., nel qual campo troviamo mat. rîste, manata di lino tagliato e scapecchiato, tm. Riste, Reiste, pennecchio, bt. rist risse, ol. rist, ris, Graff 2, 251; Benecke, Mittelhocdeutsches Wörterb. 2, 1, 729; Lexer, Mittelhocdeutsches Wörterbuch 2, 461; Weigand, 2, 483; Brem. Wörterbuch 3, 505. Spetta a vb. aat. wrîdan, attorcere insieme, da tema ger. vrîstân. Probabilmente però non derivò immediatamente dal mat., ma forse esisteva, benchè non sia documentato, nell’aat. che lo trasmise a noi mediante i Longobardi.

Roba, beni mobili o immobili, utensili, sostanze; vestito (Fra Giord.; Dante.). Ha per corrisp.: a. sp. a. port. rouba, prov. rauba, fr. robe, sp. ropa, port. roupa, abito, utensile; talvolta anticamente anche “preda, bottino di guerra”; lad. rauba, sostanze, facoltà, beni. Sp. e port. mostrano anche forme maschili: sp. robo, port. roubo. Derivò da aat. roub roup raup, mat. roup [gen. roubes], bottino, preda, spoglia; rapina, ladroneccio; raccolta d’un campo. Lo Schade p. 725 sospetta l’esistenza anche d’un aat. rouba. Altre forme ger. sono: anrd. rouf, as. rôf, ol. roof, afris. rôf, rapina, preda, furto, sequestro, ags. réaf, spoglia, vestimento Grein 2, 373. Da aat. roub derivò tm. Raub, preda, rapina, furto, ratto. Il Kluge crede che le voci rom. s’attengano direttamente ad aat. roub, e non a vb. roubôn, tm. rauben, perchè egli giudica che [p. 403 modifica] verosimilmente all’antico vocab. ger. fosse già annesso il signif. di “abito rapito, abito in generale”. V. del resto robare, ruba e rubare, che hanno la stessa origine. Deriv.: robaccia, robare, roberìa, robetta robiccia; robicciuola; robone-robbone; robuccia.

Robare, tôrre l’altrui (Guittone). È vb. identico a Rubare.

Rocca, strumento da filare, conocchia (Albertan., Dante, Boccaccio). Nel campo neol. rispondono: piem. rôca, port. roca, sp. rueca, d’ug. sig.; n. prov. rouque, rocchetto, cannello. Procedette da aat. rocco roccho rocho, donde mat. rocke, tm. Roken, conocchia; m. ol. rock, ol. rok roken, anrd. rokkr, ags. * rocca, m. ing. rocke, ing. rock. È quistione se Rocken sia affine al ceppo Rock, donde it. rocchetto, mediante una comune derivazione da un’antica rad. ruk, filare. Il Kluge poi nega recisamente l’affinità sostenuta da altri di tm. Rocken con Wacken ed altre voci del bt. d’ug. sig.; e ciò perchè il ceppo Rocken non avrebbe potuto perdere il gruppo iniz. Deriv.: roccata, rocchetta.

Rocchetto, Roccetto, sorta di cotta da ecclesiastici (Machiavelli, Berni, Caro). Con sp. roquete, fr. rochet, camice, cotta, valac. rochie, veste da donna, risale ad aat. roc roch rogh hroch, donde mat. roc, sopravveste, abito, toga, tm. Rock, abito, toga, veste. L’ags. era rocc, anrd. rockr, ol. a. fris. rok d’ug. sig. Tutte queste voci presuppongono un got. * rukka, che peró non è documentato. Il voc. ger. passò per tempissimo nel bl. sotto la forma di roccus e poi di hroccus che appare già in un capit. di Carlo Magno nel 808 e questo bl. servì d’intermediario fra l’originale ger. e le forme neol. le quali però hanno adottato un diminutivo. Ma le voci rom. paiono dipendere tutte dal fr. rochet il quale effettivamente è molto più antico delle sorelle. Il Diez assicura che il signif. preciso di ger. rokka, che è il tema della parola in discorso, era quello di “abito ripiegato”; il che spiegherebbe come port. enrocar e it. [p. 404 modifica] arrocchettare valgano “piegare”, con una certa analogia ad anrd. hrucka, gael. roc, ruga, grinza, crespa, e ad ing. to ruck, aggrinzarsi.

Roffia, sozzura, mondiglia, nuvolaglia (Dante, Buti). Rispondono: piem. com. rufa, mil. ruff, escara, crosta, venez. rufa immondezza, impurità, romag. rofia, rofla, scaglie del capo, golpe del grano, afr. roife, rofée, borgog. rouffle escara, crosta. Il ceppo rom. deriva da aat. hruf ruf mat. ruf pustola, escara, rogna, escrescenza, anrd. hrufa, hryfi, ruf ol. rof escara, lebbra, asprezza, ags. hréof lebbroso. In quel campo c’è inoltre: svizz. rüfe, riefe escara, crosta, eruzione cutanea, bav. ruf, rufen, ruft superficie aspra o crosta, rufig rüftig aspro, grinzo, carint. rüfrik ruvido, crostoso.

Romire (antiq.), fremire, fremere, romoreggiare (Sen. Pist.; G. Villani; M. Villani, Fav. Esopo). Questo vb. proprio fra le neol. solo della lingua it. procedette regolarmente da as. hrômîan hruomjen, aat. hrôman hrômen, hruoman, hruomen, ruomman, ruommen, ruomen, hrûmen, mat. ruomen ruëmen, ags. hrêman, tm. rühmen, magnificare vantare, lodare, esaltare, gloriare. In origine questo vb. doveva avere per signif. fondamentale “gridare, fare rumore”, essendo ovvia la ragione del passaggio logico dal concetto di “grido, rumore” a quello di “gloria”. Difatti il sost. as. hrôm, hruom, aat. hrôm, hroam, hruom, ruom, ruam, mat. ruom, ruon rûm, ags. hréam vale precisamente dapprima “grido, rumore”; poi passa ai sensi di “ode, esaltazione gloria, superbia, arroganza” Dal che si deduce anche che il nome è anteriore al verbo; giacchè dei due concetti di “grido, rumore” e “lode, gloria” de’ quali l’uno è affatto materiale e primitivo l’altro morale e riflesso, il vb. possiede solo il secondo, mentre il nome li riunisce in sè ambedue. Dico possiede solo il secondo: e con ciò voglio dire che dai documenti non risulta che presenti il primo; ma il fatto che con questo signif. passò [p. 405 modifica]in it. ci fa capire che lo dovette in qualche tempo presentare, e probabilmente al tempo dei Longobardi che introdussero il vb. mentre nell’età posteriori, quelle della fioritura letteraria dell’aat., il signif. materiale e primitivo non lasciò traccia di sè. Questo nome aat. hrôm, rûm, donde tm. Rühm, gloria, è notevole anche perchè entra come primo elemento in parecchi nomi proprii. Tali sono: Rudolf Robert Roderich, it. Rodolfo Roberto Rodrigo ecc. Non c’entra nella forma vista di sopra, ma in una forma sorella che è aat. hruod-ruod, anrd. hródr, ags. hréth, che riposa anch’essa sulla radice ger. hrô, che appare anche nel got. hrôtheigs, vittorioso. Rad. ger. hrô poi secondo il Kluge risale a idg. kar krà, a cui spetta anche sans. kir, magnificare, e kirti, gloria. Deriv.: romio.

Ronzare, rombare, rumoreggiare proprio degl’insetti nel volare (Pulci L., Medici, Poliziano). Lo sp. ronzar roznar = romoreggiare masticando. La base è aat. runazzân che ha per forme secondarie rûnazjan rûnazzen runzen rûnezôn; di qui mat. rûnzen, susurrare, bisbigliare, mormorare. L’it. dovette procedere immediatamente da una forma aat. runzôn. Ma vb. aat. runzôn era forma rinforzata di aat. rûnên, mat. rûnen rounen, rûmen, anrd. rûnian, ags. rûnjan d’ug. sig., da cui tm. raunen che è comune, mentre runzôn non uscì del mat. Questo vb. aat. rûnen che penetrò nell’afr. con runer d’ug. sig., runement, bisbiglio, pispiglio, e nell’a. sp. con adrunar, indovinare, è vb. denominativo che presenta una storia singolarissima dal lato dell’evoluzione logica del concetto. Mentre infatti il nome che gli era a base, got. aat. as. rûna, mat. rûne ags. rûn valeva originariamente “mistero, segreto, deliberazione segreta, colloquio, decisione”, cominciò poi nel campo dell’aat. e del mat. a significare anche “mormorare, rumoreggiare”, mentre l’anrd. rûn, sv. runa, dan. rune denotano “le antiche lettere germaniche” per la ragione che quelle lettere eran segni di una scrittura segreta. Ma il [p. 406 modifica]vb. rûnan formatosi dal nome, e il suo rinforzativo runazôn, non tolsero dal nome altro significato che quello di “romoreggiare”, e lo svolsero in guisa da fare dimenticare tutti gli altri. L’it. poi. facendo un passo più avanti, non conservò al vb. ronzare che il signif. d’una specie di “romoreggiare” cioè di quello prodotto dagli insetti. Secondo Meyer L. Got. Sp. 279, Fick 847 e Miklos. 8 sono da paragonare qui a. sl. rjuti, ruggire, l. rûmor, mormoreggiare, parlare confusamente, gr. ώρύειν, ululare, ruggire, sans. râumi io fremo, mormoro. La rad. idg. è ru, Curtius3 332. Un deriv. it. importante è ronzone, grosso moscone. Altri deriv.: ronza-mento-nte; ronzio, ronzone.

Ropa, batuffolo (dial. tosc.). Rispondono: sp. ropa port. roupa abito roba. Secondo il Caix è una semplice variante di roba il cui ceppo qualche volta in it., spesso nelle lingue sorelle e nell’orig. ger., significò precisamente “abito, vestito”.

Rosta, sorta di riparo di ramoscelli e di fascine che ponsi attorno ai castagni, ovvero nei fossi e nei torrenti; ventaglio, ventola (Dante, Fav. Esop., Sacchetti). Non ha corrispondenti nelle lingue rom. salvo il valac. rosteiu, riparo, ostacolo. Con bl. rosta che troviamo in Hist. Cortus. lib. I [circa il 1200] procedette da aat. rostâ rôst graticola, padella, rogo, vampa, bragia accesa, donde mat. rôst rôste d’ug. sig. Da aat. rôst preso in questo senso primitivo si formò vb. rôstian rôstan cuocere sul rost, abbrustolire, e quindi it. rostire e rom. affini. Ma aat. rôsta rôst in seguito assunse anche un signif. totalmente diverso dall’originario per un processo ideologico strano sì, ma che pure sì capisce. Questo signif. derivato si scorge nelle lingue rom. e in parte anche nel tm. Pel fatto che certi ripari posti contro ai torrenti o fiumi avevano una tal quale forma di graticola, il nome rôst, graticola, passò a significare “riparo contro alle acque” (onde tm. Rost = anche “palafitta”) e finalmente “riparo” in generale. Per la stessa [p. 407 modifica]ragione fu chiamata rost una specie di visiera graticolata dell’elmo, e ancora una visiera graticolata che la persona poneva tra sè e il fuoco per ripararsi da esso e farsi vento agitandola. Ecco dunque spiegato come aat. rostâ che valeva dapprima solo “graticola, bragia”, nel tm. e più nell’it. e nel valac. significhi adesso “riparo”, e nell’it. significhi altresì “ventaglio”. Dal signif. di “ventola che inchiude il concetto di “agitazione, commovimento” originò quello di “dimenarsi, scagliarsi colle mani e le braccia per ischermirsi”. Circa il tempo in cui il ceppo ger. svolse il senso secondario, sebbene mancano documenti comprovanti che l’aat. e il mat. lo possedessero, pure il bl. rosta ricorrente verso il 1200 in senso di “riparo” mostra che anche l’aat. aveva dovuto presentare il signif. derivato che poi trasmise al tm.; molto più che nel comas. troviamo rostà impedire; e ognun sa che le voci dial. it. d’orig. ger. sono ordinariamente d’importazione antichissima. Deriv.: rostaio; arrostarsi.

Rostire, arrostire, cuocere senz’acqua su graticola, spied» o brage (Giacom. da Verona 1264; Fra Giord.). Con cat. rostir, prov raustir, fr. rôtir d’ug. sig., risale a vb. got. * raustian, aat. rostian; le quali due forme, quantunque non documentate, sono presupposte dalla terminazione rom. ir ire che conduce necessariamente ad una ger. in jan, e dall’iniz. prov. rau che richiede un got. rau. Forme ger. certe sono: aat. rôstan, rosten, mat. roesten, roschten, donde tm. rôsten, arrostire, friggere. Il vb. ger. formossi sin dal tempo dell’aat. dal nome röst, rosta, graticola, padella; e rôsten valse perciò “porre sulla graticola, cuocer sulle brage”. Passò ben presto (forse mediante i Goti) nelle lingue rom., dove entrò, come s’è visto, anche il suo primitivo ma con un signif. derivato. Il bl. rostum lo troviamo in Lexic. Prisco-Britannicum che lo spiega per assum, in una carta di Umberto II del Delfinato, e all’an. 1148 sotto la forma di rostidos presso il Puricelli. Il fr. rôtir produsse [p. 408 modifica]ing. to roast. Anche il celt. presenta roist e rhostio. Ma qui l’etim. ger. è troppo sicura. V. Rosta. Deriv.: rosto; arrostic-ciare-cino; arrosti-mento-re-tura; arrosto.

Rozza, cavallo tristo; carogna (Belcari, Morelli). Corrispon.: com. roz, berg. ros, prov. rossa fr. rosse d’ug. sig. Il Diez pel fatto che la forma it. presenta le due zz non vuole ammettere che neppure fr. rosse derivi da aat. ros [genit. rosses], mat. ros cavallo, giumento, cavallo da guerra. Ma la difficoltà del Diez, creduta grave anche dal Littré e dallo Scheler, a me non pare tale. L’osservazione del Diez porterebbe infatti tutt’alpiù a conchiudere che dal ger. non può deriv. l’it., ma non ad escludere la orig. ger. del fr., il quale presenta coll’aat. e mat. un’uguaglianza perfetta; onde il Kluge mette questa deriv. come assoluta. Ora una volta ammessa questa orig. ger. di fr. rosse, e ammessa l’unità del ceppo fr. e it., perchè ( anche concesso che la legge fonetica della impossibilità della trasformazione di ger. ss in it. zz sia di una rigidezza assoluta; del che io dubito) perchè del fr. rosse prov. rossa non può essere riproduzione it. rozza? Della corrispondenza di gruppo it. zz a fr. ss abbiamo esempi in fr. mousse = it. mozzo, fr. bosse = it. bozza e in fr. Arras da cui it. arazzo. Niente impedisce adunque che la forma it. di questo gruppo sia dovuta all’influenza delle sorelle prov. e fr.; e una tale terminazione potrebbe essere stata favorita dal bisogno di distinguere il nome in quistione dall’agg. rossa. In appoggio di questa etim. viene anche la forma dial. bergam. ros, perfettamente uguale al ger. ros; ed inoltre la grandissima diffusione delle molteplici voci ger., e il fatto che un tal nome doveva necessariamente essere molto in bocca agl’invasori settentrionali dei paesi rom., atteso altresì che Pferd cavallo entrò dal rom. in quel campo solo in epoca posteriore. Quanto al deterioramento e digradamento di senso subito dal nome nel passare nel territorio neol., esso non deve fare caso; l’ha subito per es., anche aat. marah, mat. [p. 409 modifica]marc che dal signif. di “cavallo” passò a quello di “cavallo tristo” nel tm. Mähre. Per me adunque, checchè ne paja al Diez, questa è una parola derivata certamente dall’aat. ros, accanto a cui troviamo le seguenti forme: as. anrd. isl. hross, ol. ros, ags. hors, ing. horse. Il mat. presenta anche: ors, orse, orsse, afris. hors, hars, hers, fris. hoars = “cavallo” e propriamente “corridore”. Da as. hross il Diez cava norm. harousse mediante l’inserzione eufonica di a fra le due prime lettere. Ora questo è una novella prova per la orig. ger. di fr. rosse prov. rossa. Secondo il Kluge l’aat. primitivo era * hrossa a cui risponderebbe got. * hrussa. Di questo ceppo si sono fatti numerosi confronti e ravvicinamenti nel campo idg. Il Bopp Gl.3 450 mette innanzi gr. χρο-μη, nitrito, χρεμίζειν χρεμέθειν χρεμετίζειν nitrire, sans. hrësh nitrire; il Curtius 1, 242 e Corssen Kritische Beiträge zur lat. Formenlehre 404 sans. kars tirare. Ma tali raffronti sono dichiarati poco sicuri dallo Schade e dal Kluge. Più certa è secondo essi l’affinità con l. currere da * cursere, rad. krs correre. Il Kluge propone anche rad. sans. kûrd saltare, a cui pare da ricondurre anrd. hress snello, e rad. ger. hruth donde tm. rüsten preparare, ornare. Il Faulmann infine trae aat. ros da rad. di vb. ags. hreósan correre (?). Deriv.: rozzone.

Ruba, rapina, saccheggio, furto (Novellino). È usato nella frase “andare, mettere a ruba”. Ha per base aat. roub, ma usato nel signif. primitivo di “ratto, rapina, depredazione”, e non nel secondario e posteriore di “cosa rapita” e molto meno di “abito, utensile, facoltà”. Donde sì vede che l’aat. entrò in it. in due signif. e forme distinte.

Rubare, togliere l’altrui di nascosto; assalire per depredare (Compagni, Dante, Villani). Con sp. robar, port. roubar, prov. raubar, afr. rober, fr. dérober riposa su aat. roubôn [got. raubôn in biraubôn = συλάν, violare] raubôn roupôn raupôn, donde mat. rouben, rapire, saccheggiare, spogliare, tm. rauben, rapire, rubare. L’as. è rôvôn, [p. 410 modifica]spogliare, ags. réafian, saccheggiare, spogliare, rapire, dal quale ultimo l’ing. to reave, involare, rapire, mentre il sost. ags. réaf in ing. andò perduto. All’ags. réafian, saccheggiare, rapire, precedette un ags. reófan sbranare, rompere, spezzare, rapire, anrd. riufa, rompere, violare [specialmente un patto], sost. rauf, fenditura, apertura, vb. raufa, rompere, forare, aprire, rof, fenditura, apertura, rofa, aprire, sbranare, rompere, violare [decisioni giudiziarie], rofi violatore di giuramenti. Dal coucetto di “rottura semplice” derivò, secondo il Faulmann, quello di “assalto violento senza uccisione”, che è il dominante dell’aat. e in principio anche del vb. rom. Secondo lo Schade la desinenza in f del ceppo ger. è propria del ramo got., da cui discese a quella in b del bt., rub, e da questa al p dell’at. rup. Ma il preger. era rup; e con ciò siamo condotti a rad. idg. rup, che mostrasi in: lit. lupti, danneggiare, maltrattare lett. lupt, danneggiare, spogliare, a. sl. lupiti d’ug. sig.; cz. loupez, pol. lup, rapina, bottino, lupiezca, danneggiatore, spogliatore; l. rumpo, rompere, spezzare, ruptor, distruttore, rupes, rupe, scoglio, rûpîna, caverna, spelonca [propriamente = rottura di rupe], rûpex rupico, uomo rozzo, intrattabile, e secondo Pott 2, 1, 355, anche lupus che varrebbe “fiera rompitrice, distruggitrice”; zend. rup, rapire, sans. lup, rompere, spezzare, distruggere, lôptram, rapina, bottino. Benfey 2, 4; Pott. 1, 258; Bopp Gl.3 335; Curtius3 250; Fick3 3, 258. Ma su lupus v. Schade, p. 1196 dove riporta altre opinioni. Del resto vb. aat. roubôn entrò assai per tempo nel bl. Prima di tutto lo troviamo in Lex Alam., la cui ultima compilazione risale al sec. 8º sotto la forma di raubaverit. Deriv.: rubac-chiamento-chiare; ruba-cuori-dore-gione-mento-to-tore-trice-tura; ruberia.

Ruciare, pascere del majale, grufolare (dial. tosc., marchig.). Il Caix lo cava da aat. ruozjan grufolare, donde mat. ruozel muso, tm. Rüssel proboscide. Noto però che i vb. ger. in jan danno regolarmente in it. ire. Der.: sgarucciare. [p. 411 modifica]

Ruffa, calca e ressa di gente per rapire qualche cosa (Jacopone da Todi). Il nome it. non ha corrispondenti nelle lingue neol. Ma accanto al vb. che ne derivò mediante composizione, arruffare confondere i capelli, abbiamo: com. rufà-su fare cera accigliata, port. cat. arrufar arricciare i capelli, sp. arrufarse adirarsi; agg. sp. ruf arricciato, prov. ruf limos. rufa aspro, irto, berrignone rufe imbronciato. L’idea base di questo ceppo è quella di “tirare, costringere”, che conduce a quella di “confusione disordine”; e applicata ai lineamenti del viso a quella di “adirato, tristo”, essendo l’ira e la tristezza causa della contrazione del volto. La radice è aat. roufan raufan roufen donde mat. röufen tm. raufen tirare, strappare, svellere. Il Diez accenna anche alla possibilità della derivazione da t. rupfen spennare, pelare. A me non pare giusto: giacché quest’ultimo a detto del Kluge è forma intensiva di aat. raufan che appare solo nel mat. cioè quando il ceppo ger. era già penetrato nel rom. D’altra parte tm. sich raufen = accapigliarsi, battersi; signif. che è precisamente quello che vediamo in ruffa e nel composto baruffa. Nel campo ger. dallo stesso ceppo abbiamo: ing. ruffle contesa, ol. ruyffel ruga, grinza, anrd. roufin, irsuto. V. Raffa rappa rappare. Deriv. e composti: ruffata; arruffarsi, baruffa.

Ruffiano, mezzano prezzolato di cose veneree (Dante, Ottim. Comm.). Dall’it. provennero: sp. prov. ruffian, fr. ruffien, a. ing. ruffiner, mat. ruffiân, ruffigan. Respinta l’etim. da l. rufus rosso, che avrebbe accennato al color rosso dei capelli o degli abiti delle prostitute in Roma, perchè troppo puerile, il Diez mette innanzi aat. hruf, ruf, donde it. roffia sozzura immondezza; e con questa parola l’it. avrebbe designato la laidezza e bruttezza morale di quella categoria di persone. Finora questa è l’etim. più plausibile di ruffiano, ma è lungi dall’essere certa. Deriv.: ruffian-accio-are-eria-esimo; arruffianare. [p. 412 modifica]

Rumiciare, fare rumore coi piedi (dial. tosc.). Il Caix ne fa un un deriv. di romire. Gli si connetterebbe ramaccio, strepito.

Russare, sornacchiare, rumoreggiare dormendo (Boccaccio, M. Villani). Nell’aat. incontriamo ruzzôn, rûzzan, rûzan, da cui mat. rûzen, rûssen, raussen rumoreggiare, sornacchiare, sbuffare, ronzare d’insetti. Il Diez osserva che aat. ruzzôn avrebbe prodotto ruzzare; ma che il vb. in quistione potè derivare dal tardo rûssen allegato dallo Schmeller III, 128. Ora è vero che nel tardo mat. troviamo questa forma ed anche l’altra raussen; ma it. russare ricorre già nel Boccaccio, e pare gli preesistesse già nella lingua parlata. Perciò o russare non viene dal ger., ovvero russen esisteva già nell’aat., almeno in qualche forma affine. Il che è molto probabile anchè perchè accanto alle suddette ne troviamo nell’aat. parecchie altre che loro si appressano. Così ruzzen sornacchiare, ags. hrûtan d’ug. sig., anrd. hriota, rumoreggiare; mat. rüschen riuschen, donde tm. rauschen rumoreggiare. Del resto tutto considerato, e tenuto conto dell’indole delle due lingue, è difficile potere immaginare che russare possa derivare da altra fonte che ger. Nelle lingue sorelle non si rinviene.

Ruspo, ruvido [detto delle monete fresche di conio], aspro (Salvini, Pros. tosc.). Un tale agg., a cui fa riscontro genov. rüspu, uomo dai capelli irti ed irsuto, è dal Diez e dallo Schade rimenato a vb. ruspan, essere orrido, irrigidito. Il mat. presenta il composto ruspelhâr, dai capelli crespi. Se una tale derivazione è giusta, come pare realmente che sia, dovette avvenire già anticamente, poichè dal campo ger. il ceppo è sparito da molto tempo. L’essere il vocabolo it. stato usato nello scritto solo negli ultimi secoli, evidentemente non fa alcuna difficoltà. Deriv.: ruspone, sorta di moneta fiorentina.

Ruzzare, scherzare (Boccaccio). Il signif. fondamentale di questo vb. ignoto alle altre lingue neol. sembra [p. 413 modifica]essere stato quello di “movimento scherzoso” usandosi specialmente per denotare “il saltare e lascivire dei fanciulli”. Posto ciò verrebbe esso dall’aat. ruozzan muovere, sollevare? Non tacerò che il Caix credeva ad una metatesi di zurro. Deriv.: ruzz-amento-o.

Note

  1. Anche l’odierno ing. ribald = osceno.
  2. Però lo possiede il fr. benchè in un senso molto diverso. Esso ci mostra: rider = aggrinzarsi; ride, grinza, rideau, velo, cortina.