Elegia di madonna Fiammetta (Laterza, 1939)/Capitolo Sesto

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CAPITOLO VI

Nel quale madonna Fiammetta, avendo sentito Panfilo non aver moglie presa, ma d’altra donna essere innamorato, e però non tornare, dimostra come ad ultima disperazione, volendosi uccidere, ne venisse.

Quale voi avete potuto comprendere, pietosissime donne, per le cose davanti dette, è stata nelle battaglie d’amore la vita mia, e ancora assai piggiore; la quale certo a rispetto della futura forse non ingiustamente si potrebbe dire dilettevole, bene pensando. Io, ancora paurosa ricordandomi di quello a che egli ultimamente mi condusse e quasi ancora tiene, per piú prendere indugio di pervenirvi, sí perché del mio furore mi vergogno, e sí perché, scrivendolo, in esso mi parrá rientrare, con lenta mano, le cose men gravi, distendendomi molto, v’ho scritte; ma ora, piú non potendo a quelle fuggire, tirandomi l’ordine del mio ragionare, paurosa vi pur verrò. Ma tu, o santissima pietá, abitante ne’ dilicati petti delle morbide giovani, reggi li tuoi freni in quelli con piú forte mano che infino a qui non hai fatto, acciò che trascorrendo, e di te piú parte che ’l convenevole dando, non forse di quello che io cerco ti convertissi in contrario, e di grembo togliessi alle leggenti donne le lagrime mie.

Egli era giá un’altra volta il sole tornato nella parte del cielo1, che sí cosse allora che male li suoi carri guidò il presuntuoso figliuolo, poi che Panfilo fu da me partito; e io misera per lunga usanza aveva apparato a sostenere li dolori, e piú temperatamente mi doleva che l’usato, né credeva che [p. 109 modifica] piú si potesse durare di male, che quello che io durava, quando la fortuna, non contenta de’ danni miei, mi volle mostrare ch’ancora piú amari veleni aveva che darmi. Avvenne, adunque, che de’ paesi di Panfilo alle nostre case tornò un nostro carissimo servidore, il quale da tutti, e massimamente da me, graziosamente fu ricevuto. Questi, narrando i casi suoi e le vedute cose, mescolando le prospere con l’avverse, per avventura gli venne Panfilo ricordato; del quale molto lodandosi, ricordando l’onore da lui ricevuto, me nell’ascoltare faceva contenta, e appena potè la ragione la volontá raffrenare di correre ad abbracciarlo, e del mio Panfilo dimandare con quell’affezione che io sentiva; ma pure ritenendomi, e quello essendo dello stato di lui dimandato da molti, e avendo bene essere di lui a tutti risposto, io sola il dimandai con viso lieto, quello che egli faceva e se suo intendimento era di tornarci, alla quale egli cosí rispose:

— Madonna, e a che fare tornerebbe qua Panfilo? Niuna piú bella donna è nella terra sua, la quale oltre ad ogni altra è di bellissime copiosa, che quella la quale lui ama sopra tutte le cose, per quello che io da alcuno intendessi; ed egli, secondo che io credo, ama lei; altramente io il riputerei folle, dove per addietro savissimo l’ho tenuto. —

A queste parole mi si mutò il cuore, non altramente che ad Oenone2 sopra gli alti monti d’Ida aspettante, veggendo la greca donna col suo amante venire nella nave troiana; e appena ciò nel viso nascondere potei, avvegna che io pur lo facessi, e con falso riso dissi:

— Certo tu di’ il vero: questo paese a lui male grazioso, non gli potè concedere per amanza una donna alla sua virtú debita; però se colá l’ha trovata, saviamente fa, se con lei si dimora. Ma dimmi, con che animo sostiene ciò la sua novella sposa?—

Egli allora rispose:

— Niuna sposa è a lui; e quella, la quale non ha lungo tempo ne fu detto che venne nella sua casa, non a lui, ma al padre è vero che venne. — [p. 110 modifica]

Mentre che egli queste parole da me ascoltato diceva, io d’una angoscia uscita, ed entrata in un’altra molto maggiore, da ira subita stimolata e da dolore, cosí il tristo cuore si cominciò a dibattere, come le preste ali di Progne, qualora vola piú forte, battono i bianchi lati; e li paurosi spiriti non altramente mi cominciarono per ogni parte a tremare, che faccia il mare da sottile vento ristretto nella sua superficie minutamente, o li pieghevoli giunchi lievemente mossi dall’aura; e cominciai a sentire le forze fuggirsi via. Per che quindi, come piú acconciamente potei, nella mia camera mi ricolsi.

Partita adunque dalla presenza d’ogni uomo, non prima sola in quella pervenni, che per gli occhi non altramente che vena che pregna sgorghi nell’umide valli, amare lagrime cominciai a versare, e appena le voci ritenni degli alti guai, e sopra al misero letto de’ nostri amori testimonio, volendo dire «O Panfilo, perché m’hai tradita?», mi gittai, ovvero piuttosto caddi supina, e nel mezzo della loro via furono rotte le mie parole, si subito alla lingua e agli altri membri furono le forze tolte; e quasi morta, anzi morta da alcune creduta, quivi per lunghissimo spazio fui guardata; né valse a farmi tornare la vita errante ne’ suoi luoghi di fisico alcuno argomento.

Ma poi che la trista anima, la quale piangendo piú volte li miseri spiriti aveva per partirsi abbracciati, pure si rifermò nell’angoscioso corpo, e le sue forze rivocate di fuori sparse, agli occhi miei ritornò il perduto lume; e alzando la testa, sopra me vidi piú donne, le quali con pietoso servigio piangendo, con preziosi liquori m’aveano tutta bagnata; e piú altri strumenti vidi atti a cose varie a me vicini: onde io de’ pianti delle donne e delle cose ebbi non picciola maraviglia; e poi che il potere parlare mi fu conceduto, qual fosse la cagione di quelle cose esser quivi addimandai; ma alla mia dimanda rispose una di loro, e disse:

— Per ciò qui quelle cose erano venute, per fare in te la smarrita anima ritornare. — [p. 111 modifica]

Allora, dopo un lungo sospiro, con fatica dissi:

— Oimè! con quanta pietá crudelissimo uficio operavate voi contrario alla mia volontá! Credendomi servire, diservita m’avete; e l’anima, disposta a lasciare il piú misero corpo che viva, sí com’io veggio, meco a forza ritenuta avete. Oimè! che egli è assai che niuna cosa da me né da altrui con pari affezione fu disiata come da me quella che voi m’avete negato; io, giá disciolta da queste tribulazioni, vicina era al mio disio, e voi me n’avete tolta. —

Varii conforti dalle donne dati, seguirono queste parole; ma di quelli l’operazioni furono vane. Io m’infinsi riconfortata, e nuove cagioni diedi al misero accidente, acciò che, partendosi quelle, luogo mi rimanesse a dolermi. Ma poi che di loro alcuna si fu partita, e all’altre fu dato commiato, essendo io quasi lieta nell’aspetto tornata, sola con la mia antica balia e con la consapevole serva de’ danni miei, quivi rimasi, delle quali ciascuna alla mia vera infermitá porgeva confortevali unguenti, da doverla guarire, se ella non fosse mortale. Ma io l’animo avendo solamente alle parole udite, subitamente nemica divenuta d’una di voi, o donne, non so di quale, gravissime cose cominciai a pensare, e il dolore, che tutto dentro stare non poteva, con rabbiosa voce in cotal guisa fuori del tristo petto sospinsi:

«O iniquo giovane, o di pietá nemico, o piú che altro pessimo Panfilo il quale ora me misera avendo dimenticata con nuova donna dimori, maladetto sia il giorno che io prima ti vidi, e l’ora, e ’l punto nel quale tu mi piacesti! Maladetta sia quella dèa che, apparitami, me, fortemente resistente ad amarti, rivolse con le sue parole dal giusto intendimento! Certo io non credo che essa fosse Venere, ma piuttosto in forma di lei alcuna infernal furia, me non altramente empiente d’insania, che facesse il misero Atamante3. O crudelissimo giovane, da me tra molti nobili e belli e valorosi solo eletto pessimamente per lo migliore, ove sono ora li prieghi, li quali tu piú volte a me per iscampo della tua vita piangendo porgesti, affermando quella e la tua morte stare nelle mie mani? [p. 112 modifica]

Ove sono ora li pietosi occhi co’ quali a tua posta, misero, lagrimavi? Ove è ora l’amore a me mostrato? Ove le dolci parole? Ove li gravi affanni ne’ miei servigi profferti? Sono essi del tutto della tua memoria usciti? O haigli nuovamente adoperati ad irretire la presa donna?

«Ahi maledetta sia la mia pietá, la quale quella vita da morte prosciolse, che di sé faccendo lieta altra donna, la mia dovea recare a morte oscura! Ora gli occhi, che nella mia presenza piagnevano, davanti alla nuova donna ridono, e il mutato cuore ha ad essa rivolte le dolci parole e le profferte. Oimè! dove sono ora, o Panfilo, gli spergiurati iddii? Dove la promessa fede? Dove le infinte lagrime, delle quali gran parte miseramente bevvi, pietose credendole, ed esse erano piene del tuo inganno? Tutte queste cose nel seno della nuova donna rimesse, con teco insieme m’hai tolte.

«Oimè! quanto mi fu giá grave udendo te per giunonica legge dato ad altra donna! Ma sentendo che li patti da te a me donati non erano da preporre a quelli, posto che faticosamente il portassi, pur vinta dal giusto colore, con meno angoscia il sostenea. Ma ora, sentendo che per quelle medesime leggi, per le quali tu a me se’ stretto, tu ti sii, a me togliendoti, dato ad altra donna, m’è importabile supplicio a sostenere. Ora le tue dimoranze conosco, e similmente la mia semplicitá, con la quale sempre te dovere tornare ho creduto, se tu avessi potuto. Oimè! ora abbisognavanti, o Panfilo, tante arti ad ingannarmi? Perché li giuramenti grandissimi e la fede interissima cosí mi porgevi, se d’ingannarmi per cotal modo intendevi? Perché non ti partivi tu senza commiato cercare, o senza promessa alcuna di ritornare? Io, come tu sai, fermissimamente t’amava, ma io non t’aveva perciò in prigione, che tu a tua posta senza le infinte lagrime non ti fossi potuto partire. Se tu cosí avessi fatto, io mi sarei senza dubbio di te disperata, subitamente conoscendo il tuo inganno, e ora, o morte o dimenticanza averebbe finiti li miei tormenti, li quali tu, acciò che fossero piú lunghi, vana speranza donandomi, nutricare li volesti; ma questo non aveva io meritato. [p. 113 modifica]

«Oimè! come mi furono giá le tue lagrime dolci! Ma ora conoscendo il loro effetto, mi sono amarissime ritornate. Oimè! se Amore cosí fieramente ti signoreggia, come egli fa me, non t’era egli assai una volta essere stato preso, se di nuovo la seconda incappare non volevi? Ma che dico io? Tu non amasti giammai, anzi di schernire le giovani donne ti se’ dilettato. Se tu avessi amato, come io credeva, tu saresti ancora mio. E di cui potresti tu mai essere che piú t’amasse di me? Oimè! chiunque tu se’, o donna, che tolto me l’hai, ancora che nemica mi sii, sentendo il mio affanno, a forza di te divengo pietosa. Guardati da’ suoi inganni, però che chi una volta ha ingannato ha per innanzi perduta l’onesta vergogna, né per innanzi d’ingannare ha coscienza. Oimè! iniquissimo giovine, quanti prieghi e quante offerte agl’iddii ho io porte per la salute di te, che tôrre mi ti dovevi e darti ad altra!

«O iddii, li miei prieghi sono esauditi, ma ad utilitá d’altra donna; io ho avuto l’affanno, e altri di quello si prende il diletto. Deh, non era, o pessimo giovane, la mia forma conforme a’ tuoi disii, e la mia nobiltá non era alla tua convenevole? Certo molto maggiore. Le ricchezze mie furonti mai negate, o da me tolte le tue? Certo no. Fu mai amato in atto, o in fatto o in sembiante, da me altro giovane, che tu? E questo ancora che no confesserai, se ’l nuovo amore non t’ha tolto dal vero. Dunque qual fallo mio, qual giusta cagione a te, quale bellezza maggiore della mia, o piú fervente amore mi t’ha tolto e datoti ad altrui? Certo niuno: e a questo mi siano testimonii gl’iddii, che mai verso di te niuna cosa operai, se non che oltre ad ogni termine di ragione t’ho amato. Se questo merita il tradimento da te verso me operato, tu il conosci.

«Oh iddii, giusti vendicatori de’ nostri difetti, io dimando vendetta e non ingiusta. Io non voglio né cerco di colui la morte, che giá da me fu scampato e vuole la mia, né altro sconcio dimando di lui, se non che, se egli ama la nuova donna come io lui, che ella, togliendosi a lui e ad un altro [p. 114 modifica] donandosi, come egli a me s’è tolto, in quella vita il lasci che egli ha me lasciata».

E quinci, torcendomi con movimenti disordinati, su per il letto impetuosa mi gitto e mi rivolgo.

Quel giorno tutto non fu in altre voci che nelle predette o in simili consumato; ma la notte, assai piggiore che ’1 giorno ad ogni doglia, in quanto le tenebre sono piú alle miserie conformi che la luce, sopravvenuta, avvenne che, essendo io nel letto a lato al caro marito, tacita per lungo spazio ne’ pensieri dolorosi vegghiando, e nella memoria ritornandomi, senza essere da alcuna cosa impedita, tutti li tempi passati, cosí li lieti come li dolenti, e massimamente l’avere Panfilo per nuovo amore perduto, in tanta abbondanza mi crebbe il dolore che, non potendolo ritenere dentro, piangendo forte con voci misere lo sfogai, sempre di quello tacendo l’amorosa cagione. E sí fu alto il pianto mio che essendo giá per lungo spazio nel profondo sonno stato involto il mio marito, costretto da quello si risvegliò, e a me, che tutta di lagrime era bagnata, rivoltosi, nelle braccia recandomisi, con voce benigna e pietosa cosí mi disse:

— O anima mia dolce, qual cagione a questo pianto cosí doloroso nella quieta notte ti muove? Qual cosa, giá è piú tempo, t’ha sempre malinconica e dolente tenuta? Niuna cosa, che a te dispiaccia, dèe essere a me celata. È egli alcuna cosa, la quale il tuo cuore disideri, che per me si possa, che dimandandola tu, fornita non sia? Non se’ tu solo mio conforto e bene? Non sai tu che io sopra tutte le cose del mondo t’amo? E di ciò non una prova, ma molte ti possono far vivere certa. Dunque perché piangi? Perché in dolore t’affliggi? Non ti paio io giovane degno alla tua nobiltá? O rèputimi colpevole in alcuna cosa, la quale io possa ammendare? Dillo, favella, scuopri il tuo disio: niuna cosa sará che non s’adempia, solo che si possa. Tu, tornata nell’aspetto, nell’abito e nelle operazioni angosciosa, mi dai cagione di dolorosa vita, e se mai dolorosa ti vidi, oggi mi se’ piú che mai apparuta. Io pensai giá che corporale infermitá fosse della tua [p. 115 modifica] pallidezza cagione; ma io ora manifestamente conosco che angoscia d’animo t’ha condotta a quello in che io ti veggio; per che io ti priego che quello che di ciò t’è cagione mi scuopra. —

Al quale io con feminile subitezza preso consiglio al mentire, il quale mai per addietro mia arte non era stata, cosí rispondo:

— Marito a me piú caro che tutto l’altro mondo, niuna cosa mi manca la quale per te si possa, e te piú degno di me senza fallo conosco, ma solo a questa tristizia per addietro e al presente recata m’ha la morte del mio caro fratello, la quale tu sai. Essa a questi pianti, ogni volta che a memoria mi torna, mi strigne; e non certo tanto la morte, alla quale noi tutti conosco che dobbiamo venire, quanto il modo di quella piango, il quale disavventurato e sozzo conoscesti, e oltre a ciò le male andate cose dopo lui a maggior doglia mi stringono. Io non posso sí poco chiudere o dare al sonno gli occhi dolenti, come egli pallido, di squallore coperto e sanguinoso, mostrandomi l’acerbe piaghe m’apparisce davanti. E pure testé, allora che tu pianger mi sentisti, di prima m’era egli nel sonno apparito con immagine orribile, stanco, pauroso, e con ansio petto, tale che appena pareva che potesse le parole riavere; ma pur con fatica grandissima mi disse: «O cara sorella, caccia da me la vergogna, che con turbata fronte mirando la terra, mi fa tra gli altri spiriti andare dolente». Io, ancora che di vederlo alcuna consolazione sentissi, pure vinta dalla compassione presa dell’abito suo e delle parole, subito riscotendomi, fuggí il sonno, al quale a mano a mano le mie lagrime, le quali tu ora consoli, solvendo il debito dell’avuta pietá, seguitarono; e, come gl’iddii conoscono, se a me l’armi si convenissero, giá vendicato l’averei, e lui tra gli altri spiriti renduto con alta fronte, ma piú non posso. Adunque, caro marito, non senza cagione miseramente m’attristo. —

Oh quante pietose parole egli allora mi porse, medicando la piaga, la quale assai davanti era guarita, e li miei pianti s’ingegnò di rattemperare con quelle vere ragioni, che alle [p. 116 modifica] mie bugíe si confaceano! Ma poi che egli, me racconsolata credendosi, si diede al sonno, io, pensando alla pietá di lui, con piú crudele doglia tacitamente piangendo, ricominciai la tramezzata angoscia, dicendo:

«O crudelissime spelonche abitate dalle rabbiose fiere, o inferno, o eterna prigione decretata alla nocente turba, o qualunque altro esilio maggiore piú giú si nasconde, prendetemi, e me a’ meritati supplica date nocente. O sommo Giove, contro a me giustamente adirato, tuona e con tostissima mano in me le tue saette discendi; o sacra Giunone, le cui santissime leggi io scelleratissima giovane ho corrotte, vendicati; o caspie rupi, lacerate il tristo corpo; o rapidi uccelli, o feroci animali, divorate quello; o cavalli crudelissimi dividitori dell’innocente Ipolito4, me nocente giovane squartate; o pietoso marito, volgi nel petto mio con debita ira la spada tua, e con molto sangue la pessima anima di te ingannatrice ne caccia fuori. Niuna pietá, niuna misericordia in me sia usata, poiché la fede debita al santo letto posposi all’amore di strano giovane. O piú che altra iniqua femina di questi e d’ogni maggiori supplicii degna, qual furia ti si parò davanti agli occhi casti, il di che prima Panfilo ti piacque? Dove abbandonasti tu la pietá debita alle sante leggi del matrimonio? Dove la castitá, sommo onore delle donne, cacciasti allora che per Panfilo il tuo marito abbandonasti? Ove è ora verso te la pietá dell’amato giovane? Ove li conforti da lui dati a te nella tua miseria si trovano? Egli nel seno d’un’altra giovane lieto trascorre il fuggevole tempo, né di te si cura; e a ragione e meritamente cosí ti doveva avvenire, e a te e a qualunque altra li legittimi amori pospone alli libidinosi. Il tuo marito, piú debito ad offenderti che ad altro, s’ingegna di confortarti, e colui che ti doveria confortare, non cura d’offenderti.

«Oimè! or non era egli bello come Panfilo? Certo sí. Le sue virtú, la sua nobiltá e qualunque altra cosa non avanzano molto quelle di Panfilo? Or chi ne dubita? Dunque perché lui per altrui abbandonasti? Qual cecitá, quale tracutanza, [p. 117 modifica] quale peccato, quale iniquitá vi ti condusse? Oimè! che io medesima noi conosco. Solamente le cose liberamente possedute sogliono essere riputate vili, quantunque elle sieno molto care; e quelle che con malagevolezza s’hanno, ancora che vilissime sieno, sono carissime riputate. La troppa copia del mio marito, a me da dovere essere cara, m’ingannò, e io, forse potente a resistere, quello che io non feci miseramente piango; anzi senza forse era potente, se io voluto avessi, pensando a quello che gl’iddíi e dormendo e vigilando m’aveano mostrato la notte, e la mattina precedente alla mia ruina.

«Ma ora che da amare, per ch’io voglia, non mi posso partire, conosco qual fosse la serpe che me sotto il sinistro lato trafisse, e piena si partí del mio sangue; e similmente veggo quello che la corona caduta del tristo capo volle significare: ma tardi mi giugne questo avvedimento. Gl’iddii forse a purgare alcuna ira contra me concreata, pentuti de’ dimostrati segni, di quelli mi tolsero la conoscenza, non potendo indietro tornarli, altresí come Apollo all’amata Cassandra5, dopo la data divinitá tolse l’essere creduta: laond’io, in miseria costituta non senza ragionevole colore, consumo la mia vita».

E cosí dolendomi e voltandomi e rivoltandomi per lo letto, quasi tutta la notte passai senza potere alcuno sonno pigliare, il quale, se forse pure entrava nel tristo petto, sí debole in quello dimorava, che ogni picciolo mutamento l’avrebbe rotto; e come che egli ancora fievole fosse, senza fiere battaglie nelle sue dimostrazioni alla mia mente non dimorava con meco. E questo non solamente quella notte, della quale di sopra parlo, m’avvenne, ma prima molte volte, e poi quasi continuamente m’è avvenuto; per che eguale tempesta, vegghiando e dormendo, sente e ha sentito l’anima tuttavia. Non tolsero le notturne querele luogo alle diurne, anzi quasi come del dolermi scusata, per le bugie dette al mio marito, quasi da quella notte innanzi non mi sono ridottata di piangere e di dolermi in pubblico molte volte. Ma pure venuta la mattina la fida nutrice, alla quale niuna parte de’ danni miei era nascosa, però [p. 118 modifica] che essa era stata la prima che nel mio viso aveva gli amorosi stimoli conosciuto e ancora in esso aveva i casi futuri immaginati, veggendomi quanto detto mi fu Panfilo avere altra donna, di me dubitando e istantissima a’ miei beni, come prima il mio marito della camera uscí, cosí v’entrò; e me veggendo per l’angoscie della notte preterita quasi semiviva ancora giacere, con parole diverse si cominciò ad ingegnare di mitigare li furiosi mali, e in braccio recatamisi, con la tremante mano m’asciugava il tristo viso, movendo ad ora ad ora cotali parole:

— Giovane, oltremodo m’affliggono li tuoi mali, e piú m’affliggerebbono, se davanti non te ne avessi fatta avvedere; ma tu, piú volonterosa che savia, lasciando li miei consigli, seguisti li tuoi piaceri, onde al fine debito a cotali falli con dolente viso ti veggo venuta. Ma però che sempre, solo che altri voglia, mentre si vive si può ciascuno da malvagio cammino dipartire e al buono ritornare, mi sarebbe caro che tu omai gli occhi alla tua mente dalle tenebre di questo iniquo tiranno occupati svelassi, e loro della veritá rendessi la luce chiara. Chi egli sia assai li brievi diletti e li lunghi affanni che per lui hai sostenuti e sostieni ti possono fare manifesto. Tu, sí come giovane, piú la volontá seguitante che la ragione, amasti, e amando, quel fine che da amore si può disiare, prendesti; e, come giá è detto, brieve diletto essere il conoscesti, né piú avanti che quello che avuto n’hai, mai avere né disiare se ne puote. E se egli pure avvenisse che ’l tuo Panfilo nelle tue braccia tornasse, non altramente che l’usato diletto ne sentiresti.

Li ferventi disiderii sogliono essere nelle cose nuove, nelle quali molte volte sperandosi che quello bene sia nascoso, il quale forse non v’è, fanno con noia sostenere il fervente disio, ma le conosciute piú temperatamente si sogliono disiderare; ma tu troppo nel disordinato appetito trascorsa e tutta dispòstati al perire, fai il contrario. Sogliono le discrete persone, trovandosi ne’ faticosi luoghi e pieni di dubbii, tirarsi indietro, volendo anzi avere la fatica, la quale infino al luogo [p. 119 modifica] dove giá pervenuti s’avveggono, perduta, e ritornare sicuri, che piú avanti andando mettersi a rischio di guadagnare la morte. Segui adunque tu, mentre che tu puoi, cotale esemplo, e piú ora temperata che tu non suoli, metti la ragione innanzi alla volontá, e te medesima saviamente cava de’ pericoli e dell’angoscie, nelle quali mattamente ti se’ lasciata trascorrere. La fortuna a te benivola, se con sano occhio riguarderai, non t’ha rinchiusa la via di dietro, né occupata si che bene discernendo ancora le tue pedate, non possi per quelle tornare lá onde tu ti movesti, ed essere quella Fiammetta che tu ti solevi. La tua fama è intera, né da alcuna cosa da te stata fatta è nelle menti delle genti commaculata, la quale essendo corrotta, a molte giovani fu giá cagione di cadere nell’infima parte de’ mali. Non volere piú procedere, acciò che tu non guasti quello che la fortuna t’ha riserbato: confòrtati, e teco medesima pensa di non avere veduto mai Panfilo, o che ’l tuo marito sia desso. La fantasia s’adatta ad ogni cosa, e le buone immaginazioni sostengono leggiermente d’essere trattate. Sola questa via ti può rendere lieta; la qual cosa tu déi sommamente disiderare, se cotanto l’angoscie t’offendono, quanto gli atti e le tue parole dimostrano. —

Queste parole, o somiglianti, non una volta ma molte, senza rispondervi alcuna cosa, ascoltai io con grave animo, e avvegna che io oltremodo turbata fossi, nondimeno vere le conosceva; ma la materia mal disposta ancora, senza alcuna utilitá le riceveva; anzi, ora in una parte e ora in un’altra voltandomi, avvenne alcuna volta che, da impetuosa ira commossa, non guardandomi dalla presenza della mia balia, con voce oltre alla donnesca gravezza rabbiosa, e con pianto oltre ad ogni altro grandissimo cosí dissi:

«O Tesifone, infernale furia, o Megera, o Aletto, stimolataci delle dolenti anime, dirizzate li feroci crini, e le paurose idre con ira accendete a nuovi spaventamenti, e veloci nell’iniqua camera entrate della malvagia donna, e ne’ suoi congiugnimenti con l’involato amante accendete le misere facelline, e quelle intorno al dilicato letto portate in segno di [p. 120 modifica] funesto agurio a’pessimi amanti; o qualunque altro popolo delle nere case di Dite6, o iddii degl’immortali regni di Stige7, siate presenti qui, e co’ vostri tristi ramarichii porgete paura ad essi infedeli. O misero gufo, canta sopra l’infelice tetto; e voi, o Arpie8, date segno di futuro danno; o ombre infernali, o eterno Caos, o tenebre d’ogni luce nemiche, occupate l’adultere case, sí che gl’iniqui occhi non godano d’alcuna luce; e li vostri odii, o vendicatrici delle scellerate cose, entrino negli animi acconci a’ mutamenti, e impetuosa guerra generate fra loro».

Appresso questo, gittato un ardente sospiro, aggiunsi alle rotte parole:

«O iniquissima donna, qualunque tu se’ da me non conosciuta, tu ora l’amante, il quale io lungamente ho aspettato, possiedi, e io misera languisco a lui lontana. Tu delle mie fatiche possiedi il guiderdone, e io vacua senza frutto dimoro de’ seminati prieghi. Io ho porte l’orazioni e gl’incensi agl’iddii per la prosperitá di colui il quale furtivamente tu mi dovevi sottrarre, e quelle furono udite per utile di te. Or ecco, io non so con quale arte né come tu me gli abbi tratta del cuore e messavi te, ma pure so che cosí è; ma cosí ne possi tu tosto rimanere contenta, come tu n’hai me lasciata. E se forse a lui la terza volta innamorarsi è malagevole, gl’iddii non altramente dividano il vostro amore che quel della greca donna e del giudice d’Ida divisero, o quel del giovane abideo dalla sua dolente Ero, o de’ miseri figliuoli d’Eolo, volgendosi contro di te l’aspro giudicio, ed egli rimanendo salvo. O pessima femina, tu dovevi, bene la sua faccia mirando, pensare che egli senza donna non era; dunque, se ciò pensasti, che so che ’l pensasti, con quale animo procedesti a tôrre quel che d’altrui era? Certo con nemico animo, avviso; e io sempre come nemica e occupatrice de’ miei beni ti seguirò e sempre, mentre ci viverò, mi nutricherò della speranza della tua morte, la quale io non comune priego che sia come l’altre, ma, posta in luogo di pesante piombo o di pietra nella concava fionda, tu sia intra li nemici gittata, né [p. 121 modifica] al tuo lacerato corpo sia dato o fuoco o sepoltura, ma, diviso e sbranato, sazii gli agognanti cani, li quali io priego che, poi che consumate avranno le molli polpe, delle tue ossa commettano asprissime zuffe, acciò che, rapinosamente rodendole, te di rapina dilettata in vita dimostrino. Niuno giorno, niuna notte, niuna ora sará la mia bocca senza esser piena delle tue maladizioni, né a questo mai si porrá fine: prima si tufferá la celestiale Orsa9 in Oceano, e la rapace onda della ciciliana Cariddi10 stará ferma, e taceranno li cani di Silla11, e nell’Ionio mare surgeranno le mature biade, e l’oscura notte dará nelle tenebre luce, e l’acqua con le fiamme, e la morte con la vita, e il mare co’ venti saranno concordi con somma fede; anzi, mentre che Gange durerá tiepido e l’Istro freddo, e li monti porteranno le quercie, e li campi li morbidi paschi, con teco avrò battaglie. Né finirá la morte questa ira, anzi tra li morti spiriti seguitandoti, con quelle ingiurie che di lá s’adoperano m’ingegnerò di noiarti. E se tu forse a me sopravvivi, quale che si sia della mia morte il modo, dovunque il misero spirito se n’andrá, di quindi a forza m’ingegnerò di scioglierlo, e in te entrando, furiosa ti farò divenire non altramente che siano le vergini dopo il ricevuto Apollo; o venendo nel tuo cospetto, vegghiando orribile mi vedrai, e ne’ sonni spaventevole sovente ti desterò nelle tacite notti; e, brievemente, ciò che tu farai, continuamente volerò dinanzi agli occhi tuoi, e lamentandomi di questa ingiuria, te in niuna parte lascerò quieta; e cosí, mentre viverai, da cotal furia, me operante, sarai stimolata, e, morta, poi di peggiori cose ti sarò cagione.

«Oimè misera! in che si stendono le mie parole? Io ti minaccio, e tu mi nuoci, e il mio amante tenendoti, quello delle minacciate offese ti curi che gli altissimi re de’ meno possenti uomini. Oimè! ora fosse a me lo ’ngegno di Dedalo12, o li carri di Medea13, acciò che per quello aggiugnendo ali alle mie spalle, o per l’aere portata, subitamente dove tu gli amorosi furti nascondi mi ritrovassi! Oh quante e quali parole al falso giovane e a te rubatrice degli altrui beni direi [p. 122 modifica] con viso turbato e minaccevole! Oh con quanta villania i vostri falli riprenderei! E poi che te e lui delle commesse colpe vergognosi avessi renduti, senza alcuno freno o indugio procederei alla vendetta, e li tuoi capelli con le proprie mani pigliandoli e laniandoli forte, te ora qua e ora lá tirando per quelli, davanti al perfido amante sazierei le mie ire, e con essi tutti li vestimenti ti straccerei. Né questo mi basterebbe, anzi, con tagliente unghia il viso piaciuto agli occhi falsi arerei in molte parti, lasciando eterni segnali in quello delle mie vendette; e il misero corpo tutto con li bramosi denti lacererei, il quale poi lasciando a colui che ora ti lusinga a medicare, lieta ricercherei le triste case».

Mentre che io queste parole dico, con gli occhi sfavillanti e co’ denti serrati, e con le pugna strette, quasi a’ fatti fossi, dimoro, e pare che parte della disiata vendetta mi rechino; ma la vecchia balia quasi piangendo mi dice:

— O figliuola, poscia che tu conosci la fiera tirannia dello iddio che ti molesta, tempera te medesima, e li tuoi pianti raffrena; e se la debita pietá di te stessa a ciò non ti muove, muovati il tuo onore, al quale nuova vergogna d’antica colpa potrebbe nascere di leggieri; o almeno taci, non forse il tuo marito senta le triste cose, e per doppia cagione meritevolmente si dolga del fallo tuo. —

Allora al ricordato sposo pensando, da nuova pietá mossa, piú forte piango, e nell’anima volgendo la rotta fede, e le male servate leggi, cosí dico alla mia balia:

— O fidissima compagna delle nostre fatiche, di poco si può dolere il mio marito. Colui che fu del nostro peccato cagione, di quello è stato agrissimo purgatore; io ho ricevuto e ricevo secondo i meriti il guiderdone. Niuna pena mi poteva il marito dare maggiore, che quella che m’ha porta l’amante: sola la morte, se la morte è penosa come si dice, mi puote il marito per pena accrescere. Venga adunque, e déalami: ella non mi fia pena, anzi diletto, però che io la disidero, e piú dalla sua mano, che dalla mia mi fia graziosa. Se egli non la mi dá, o ella da sé non viene, il mio [p. 123 modifica] ingegno la troverá, però che io per quella spero ogni mia doglia finire. Lo ’nferno, de’ miseri supremo supplicio, in qualunque luogo ha in sé piú cocente, non ha pena alla mia somigliante. Tizio ci è porto14 per gravissimo esemplo di pena dagli antichi autori, dicenti a lui sempre essere pizzicato dagli avoltori il ricrescente fegato, e certo io non la stimo picciola, ma non è alla mia somigliante; ché se a colui avoltori pizzicano il fegato, a me continuo squarciano il cuore cento milia sollecitudini piú forti che alcuno rostro d’uccello. Tantalo15 similmente dicono tra l’acque e li frutti morirsi di fame e di sete; certo e io posta nel mezzo di tutte le mondane delizie, con affettuoso appetito il mio amante disiderando, né potendolo avere, tal pena sostengo quale egli, anzi maggiore, però che egli con alcuna speranza delle vicine onde e de’ propinqui pomi pure si crede alcuna volta potere saziare, ma io ora del tutto disperata di ciò che a mia consolazione sperava, e piú amando che mai colui che nell’altrui forza con suo volere è ritenuto, tutta di sé m’ha fatto di fuori. E ancora il misero Issione16 nella fiera ruota voltato non sente doglia sí fatta, che alla mia si possa agguagliare: io in continuo movimento da furiosa rabbia per gli avversarli fati rivolta, patisco piú pena di lui assai. E se le figliuole di Danao17 ne’ forati vasi con vana fatica continuo versano acqua credendoli empiere, e io con gli occhi, tirate dal tristo cuore, sempre lagrime verso.

Perché ad una ad una le infernali pene mi fatico io di raccontare? Con ciò sia cosa che in me maggior pena tutta insieme si trova, che quelle in diviso o congiunte non sono. E se altro in me piú che in loro d’angoscia non fosse, se non che a me conviene tenere occulti li miei dolori, o almeno la cagione d’essi, lá dove essi con voci altissime e con atti conformi alle loro doglie li possono mostrare, si sarieno le mie pene maggiori che le loro da giudicare. Oimè! quanto piú fieramente cuoce il fuoco ristretto, che quello il quale per ampio luogo manda le fiamme sue! E quanto è grave cosa e di guai piena il non potere nelle sue doglie spandere alcuna voce, o dire la nociva cagione, ma convenirle sotto lieto viso [p. 124 modifica] nascondere solo nel cuore! Dunque non doglia, ma piuttosto di doglia alleggiamento mi sarebbe la morte. Venga adunque il caro marito, e sé ad un’ora vendichi, e me cacci di doglia; apra il suo coltello il mio misero petto, e fuori la dolente anima, amore e le mie pene ad un’ora ne tragga con molto sangue; e il cuore, di queste cose ritenitore, sí come ingannatore principale e ricettatore de’ suoi nemici, laceri come merita la commessa nequizia. —

Dappoi che la vecchia balia me tacita del parlare, e nel profondo delle lagrime vide, cosí con voce sommessa mi cominciò a dire:

— O cara figliuola, che è quello che tu favelli? Le tue parole sono vane, e pessimi sono gl’intendimenti. Io in questo mondo vecchissima molte cose ho vedute, e gli amori di molte donne senza dubbio ho conosciuti; e ancora che io tra ’l numero di voi da mettere non sia, non per tanto io pur giá conobbi gli amorosi veleni, li quali cosí vengono gravi, e molto piú tal fiata, alle menome genti come alle piú possenti, in quanto piú alle indigenti sono chiuse le vie a’ loro piaceri, che a coloro che con le ricchezze le possono trovare per lo cielo; né quello che tu quasi impossibile e tanto a te penoso favelli, non udii, né sentii mai essere duro come ne porgi. Il quale dolore, pure posto che gravissimo sia, non è perciò da consumarsene come fai, e quindi cercare la morte, la quale tu piú adirata che consigliata domandi. Bene conosco io che la rabbia dalla focosa ira stimolata è cieca, e non cura di coprirsi, né freno alcuno sostiene, né teme morte, anzi essa medesima da se stessa sospinta, si fa contro alle mortali punte dell’agute spade; la quale, se alquanto raffreddare fia lasciata, non dubito che l’accesa follia saria manifesta al raffreddato. E però, figliuola, sostieni il suo grave impeto, e da’ luogo al furore, e alquanto nota le mie parole; e negli esempli da me detti ferma l’animo tuo.

«Tu ti duoli con gravi ramarichii, se io ho bene le tue parole raccolte, dell’amato giovane da te dipartito e della rotta fede, e d’Amore e della nuova donna, e in questo [p. 125 modifica] dolerti niuna pena alla tua reputi eguale; e certo, se tu savia sarai come io disidero, a tutte queste cose con effetto raccogliendo le mie parole prenderai tu utile medicina. Il giovane, il quale tu ami, senza dubbio secondo l’amorose leggi, come tu lui, te dée amare; ma se egli nol fa, fa male, ma niuna cosa a farlo il può costrignere. Ciascheduno il beneficio della sua libertá, come gli pare, può usare. Se tu fortemente ami lui tanto che di ciò pena intollerabile sostieni, egli di ciò non t’ha colpa, né giustamente di lui ti puoi dolere: tu stessa di ciò ti se’ principalissima cagione. Amore, ancora che potentissimo signore sia, e incomparabili le sue forze, non però, te invita, ti poteva il giovine pignere nella mente; il tuo senno e gli oziosi pensieri di questo amore ti furono principio, al quale se tu vigorosamente ti fossi opposta, tutto questo non avvenia, ma libera lui e ogni altro averesti potuto schernire, come tu di’ che egli di te non curantesi ti schernisce. Egli adunque t’è bisogno, poi la tua libertá gli sommettesti, di reggerti secondo li suoi piaceri: piacegli ora di stare a te lontano, a te similemente senza ramaricarti si conviene che egli piaccia; se egli intera fede lagrimando ti diede, e di tornare impromise, non cosa nuova, ma antichissima usanza fe’ degli amanti; questi sono de’costumi che s’usano nella corte del tuo iddio.

«Ma se egli attenuta non te l’ha, niuno giudice si trovò mai che di ciò tenesse ragione, né di ciò piú si puote che dire «male ha fatto», e darsi pace, sappiendo che a lui sia da fare, se mai a tal partito la fortuna tel desse, a quale ella ha te a lui conceduta. Egli ancora non è il primo che questo fa, né tu la prima a cui avviene. Giasone si parti di Lemnos18 d’Isifile, e tornò in Tessaglia di Medea19; Paris si parti di Oenone20 delle selve d’Ida e ritornò a Troia di Elena; Teseo si partí21 di Creti di Adriana, e giunse ad Atene di Fedra: né però Isifile, o Oenone, o Adriana s’uccisero, ma posponendo li vani pensieri, misero in oblio li falsi amanti. Amore, come io di sopra ti dissi, niuna ingiuria ti fa o t’ha fatto, piú che tu t’abbi voluto pigliare. Egli usa il suo arco e le sue saette [p. 126 modifica] senza provvedimento alcuno, sí come noi tutto giorno veggiamo; e déeti per manifesti e infiniti esempli la sua maniera essere chiara, che niuno meritamente di cosa che gli avvenga per lui, non si dovria di lui ma di sé condolere. Egli fanciullo lascivo, ignudo e cieco, vola e gitta, e non sa dove: per che il dolersene, non consolazione averne, o di modo rimuoverlo, è anzi piuttosto un perdersi le parole.

«La nuova donna, dal tuo amante presa o forse da lei preso il tuo amante, alla quale tu con tante ingiurie minacci, forse non con sua colpa l’ha fatto suo, ma egli forse di lei con improntitudine è divenuto, e come tu a’ prieghi di lui non potesti resistere, per avventura né ella medesima, non meno di te pieghevole, li potè senza pietá sostenere. Se egli cosí sa piangere, come narri, quando gli piace, siati manifesto le lagrime e la bellezza congiunte avere grandissime forze. E oltre a ciò, poniamo pure che la gentil donna con le sue parole e atti l’abbia irretito: cosí s’usa oggi nel mondo, che ciascuna persona cerca il suo vantaggio, e senza altrui riguardare, quando il truova sel piglia come egli puote. La buona donna, non forse meno di te savia in queste cose, lui destro alla milizia di Venere conoscendo, sel recò a sé. E chi tiene te che tu non possi fare il simigliante d’un altro? La qual cosa non lodo, ma pure, se piú non si puote e di seguire Amore se’ costretta, ove tu la tua libertá da colui vogli ritrarre, ché potrai, infiniti giovani ci sono piú di lui degni, per quello che io creda, che volentieri a te diverranno suggetti: il diletto de’ quali cosí lui trarranno della tua mente, come la nuova donna ha forse te della sua tratta.

Di queste fedi promesse e giuramenti fatti intra gli amanti, Giove se ne ride quando si rompono; e chi tratta altrui secondo che egli è trattato, forse non falla soverchio, anzi usa il mondo secondo li modi altrui. Il servare fede a chi a te la rompe, è oggi reputata mattezza, e lo ’nganno compensare con lo ’nganno si dice sommo sapere. Medea da Giasone abbandonata si prese Egeo, e Adriana da Teseo lasciata si guadagnò Bacco per suo marito, e cosí li loro pianti [p. 127 modifica] mutarono in allegrezza. Dunque piú pazientemente le tue pene sostieni, poiché meritamente d’altrui che di te non t’hai a dolere, e a quelle truovansi molti modi a lasciarle, quando vorrai, considerando ancora che giá ne furono sostenute per altre delle sí gravi, e trapassate. Che dirai tu di Deianira22 essere abbandonata per Iole da Ercule, e Filis23 da Demofonte, e Penelope24 da Ulisse per Circe? Tutte queste furono piú gravi che le tue pene, in quanto cosí o piú era fervente l’amore, e se si considera il modo e gli uomini piú notabili e le donne; e pure si sostennero. Dunque, a queste cose non se’ sola né prima, e quelle alle quali l’uomo ha compagnia, appena possono essere importabili o gravi, come tu le dimostri. E però rallégrati e le vane sollecitudini caccia, e del tuo marito dubita; al quale forse se questo pervenisse agli orecchi, posto, come tu di’, che nulla piú oltre te ne potesse per pena dare che la morte, quella medesima, con ciò sia cosa che piú che una volta non si muoia, si dée, quando l’uomo può, pigliare la migliore. Pensa, se quella come adirata la dimandi ti seguisse, di questo di quanta infamia ed eterna vergogna rimarrebbe la tua memoria fregiata. Egli si vogliono le cose del mondo cosí apparare ad usare come mobili; e per innanzi né tu né niuno in esse molto si confidi se vengono prospere, né nell’avverse prostrato delle migliori si disperi. Cloto25 mescola queste cose con quelle, e vieta che la fortuna sia stabile, e ciascuno fatto rivolge; niuno ebbe mai gl’iddíi sí favorevoli che nel futuro li potesse obbligare; Iddio le nostre cose, da’ peccati incitato, con turbazione rovescia; la fortuna similmente teme li forti, e avvilisce li timidi.

Ora è tempo da provare se in te ha luogo niuna virtú, avvegna che a quella in niuno tempo si possa tôrre luogo, ma le prosperitá la ricuoprono assai spesso. La speranza ancora ha questa maniera, che ella nelle cose afflitte non mostra alcuna via: e però chi in niuna cosa puote sperare, di nulla si disperi. Noi siamo agitati da’ fati; e credimi che non di leggieri si possono con sollecitudine mutare le cose apparecchiate da loro. Ciò che noi generazione mortale facciamo e sosteniamo, [p. 128 modifica] quasi la maggior parte viene da’ cieli; Lachesis serva alla sua rocca la decretata legge, e ogni cosa mena per limitata via: il primo dí ci diede lo stremo, né è licito d’avere le avvenute cose rivolte in altro corso. L’avere voluto il mobile ordine tenere nocque giá a molti, e a molti ancora l’averlo temuto; però che mentre essi li loro fati temono, giá a quelli sono pervenuti. Adunque lascia li dolori li quali volontaria hai eletti, e vivi lieta negl’iddíi sperando, e opera bene, però che spesso avvenne giá che qualora l’uomo piú alla felicitá si crede lontano, allora in quella con disavveduto passo è entrato. Molte navi, correndo felicemente per gli alti mari, giá ruppero all’entrata de’ salvi porti; e cosí alcune, di salute disperate del tutto, salve in quelli alla fine si ritrovarono. E io ho giá veduti molti alberi dalle fiammifere folgori di Giove percossi, ivi a pochi tempi pieni di verdi frondi; e alcuni, con sollecitudine riguardati, da non conosciuto accidente essersi secchi. La fortuna dá varie vie, e cosí come ella di noia t’è stata cagione, cosí, se sperando la tua vita nutrichi, ti sará similmente di gioia. —

Non una sola volta ma molte usò verso me la savia balia cotali parole, credendosi da me potere cacciare li dolori, e l’ansietá riserbate solamente alla morte; ma di quelle poco o nulla toccava con frutto l’occupata mente, e la maggior parte perduta si smarria tra l’aure, e il mio male di giorno in giorno piú comprendea la dolente anima: per che spesso supina sopra il ricco letto col viso tra le braccia nascoso, nella mente varie cose e grandi rivolgea. Io dirò crudelissime cose, e quasi da non dovere essere credute da donna essere pensate, se avvenire per addietro cosí fatte, o maggiori, non si fossero vedute. Essendo io nel cuore vinta da incomparabile doglia, sentendomi dal mio amante disperata lontana, cosí fra me a dire cominciai:

«Ecco, quella cagione che la sidonia Elissa ebbe d’abbandonare il mondo, quella medesima m’ha Panfilo donato, e molto peggiore. A lui piace che io, abbandonate queste, nuove regioni cerchi; e io, poiché suggetta gli sono, farò quello che [p. 129 modifica] gli piace, e al mio amore e al commesso male e all’offeso marito ad un’ora sodisfarò degnamente; e se agli spiriti sciolti dalla corporal carcere e al nuovo mondo è alcuna libertá, senza alcuno indugio con lui mi ricongiugnerò, e dove il corpo mio esser non puote, l’anima vi stará in quella vece. Ecco, adunque morrò, e questa crudeltá, volendo l’aspre pene fuggire, si conviene usare a me in me stessa, però che niuna altra mano potrebbe sí essere crudele, che degnamente quella che io ho meritata operasse. Prenderò adunque senza indugio la morte, la quale, ancora che oscurissima cosa sia a pensare, piú graziosa l’aspetto che la dolente vita».

E poi che io ultimamente fui in questo proponimento diliberata, fra me cominciai a cercare quale dovesse de’ mille modi esser l’uno che mi togliesse di vita: e prima m’occorsero ne’ pensieri li ferri, a molti di quella stati cagione, tornandomi a mente la giá detta Elissa26 partita di vita per quelli. Dopo questo mi si parò davanti la morte di Biblis27 e d’Amata28, il modo delle quali s’offeriva a finire la mia vita; ma io, piú tenera della mia fama che di me stessa, e temendo piú il modo del morire che la morte, parendomi l’uno pieno d’infamia, e l’altro di crudeltá soverchia nel ragionare delle genti, mi fu cagione di schifare e l’uno e l’altro. Poi immaginai di voler fare sí come fecero li Saguntini29 o gli Abidei30, gli uni tementi Annibale Cartaginese e gli altri Filippo Macedonico, li quali le loro cose e se medesimi alle fiamme commisero; ma veggendo in questo del caro marito, non colpevole de’ miei mali, gravissimo danno, come gli altri precedenti modi avea rifiutati, cosí e questo ancora rifiutai. Vennermi poi nel pensiero li velenosi sughi31, li quali per addietro a Socrate e a Sofonisba e ad Annibale e a molti altri principi l’ultimo giorno segnarono, e questi assai a’ miei piaceri si confecero; ma veggendo che a cercare d’averli tempo si convenia interporre, e dubitando non in quel mezzo si mutasse il mio proponimento, di cercare altra maniera immaginai, e pensato mi venne di volere intra le ginocchia, come molti giá fecero, rendere il tristo spirito: dubitando d’impedimento, che ’l vedea, ad altra specie di [p. 130 modifica] pensiero trapassai. E questa cagion medesima gli accesi carboni di Porzia mi fece lasciare: ma venutami nella mente la morte d’Ino e di Melicerte, e similmente quella di Erisitone, il bisognarmi lungo spazio all’una ad andare, all’altra ad aspettare, me le fece lasciare, immaginando dell’ultima il dolore lungamente nutricare i corpi. Ma oltre tutti questi modi, m’occorse la morte di Pernice caduto dell’altissima arce cretense, e questo solo modo mi piacque di seguitare per infallibile morte e vôta d’ogni infamia, fra me dicendo:

«Io dell’alte parti della casa gittandomi, il corpo rotto in cento parti, per tutte e cento renderá l’infelice anima maculata e rotta a’ tristi iddíii, né fia chi quinci pensi crudeltá o furore in me stato di morte, anzi a fortunoso caso imputandolo, spandendo pietose lagrime per me, la fortuna maladiranno».

Questa diliberazione nell’animo mio ebbe luogo, e sommamente mi piacque di seguitarla, pensando in me grandissima pietá usare, se forte spietata contro a me divenissi.

Giá era il pensiero fermo, né altra cosa aspettava che tempo, quando un freddo subito entrato per le mie ossa, tutta mi fece tremare, il quale con seco recò parole cosí dicenti:

«O misera, che pensi tu di fare? Vuoi tu per ira e per corruccio divenire nulla? Or se tu fossi pure ora per morire da infermitá grave costretta, non ti dovresti tu ingegnare di vivere, acciò che almeno una volta innanzi la morte tua tu potessi vedere Panfilo? Non pensi tu che morta noi potrai vedere? Né la pietá di lui verso te ninna cosa potrá operare? Che valse a Filis32 non paziente la tarda tornata di Demofonte? Essa fiorendo senza alcuno diletto sentií la venuta sua, la quale se sostenere avesse potuto, donna, non albero l’averia ricevuto. Vivi adunque, ché egli pure tornerá qui alcuna volta, o amante o nemico che egli ci torni; e quale che egli d’animo ci torni, tu pur l’amerai, e per avventura il potrai vedere, e farlo pietoso de’ casi tuoi: egli non è di quercia, o di grotta, o di dura pietra scoppiato, né bevve latte di tigre o di qualche [p. 131 modifica] altro piú fiero animale, né ha cuore di diamante o d’acciaio, che egli a quelli non sia pietoso e pieghevole; ma se pure da pietá non fia vinto, vivendo tu, allora di morire piú licito ti sará. Tu hai oltre ad uno anno senza lui sostenuta la trista vita; bene la puoi ancora sostenere oltre ad uno altro. In niuno tempo falla la morte a chi la vuole. Ella fia cosí presta, e molto meglio allora che non è ora; e potraine andare con isperanza che egli alcuna lagrima, quantunque nemico e crudele sia, porgerá alla tua morte. Ritira adunque indietro il troppo subito consiglio, però che chi di consigliare s’affretta, si studia di pentère. Questo che tu vuoi fare, non è cosa che pentimento ne possa seguire, e, se egli pur ne seguisse, da poterlo indietro tornare».

Cosí da queste cose l’anima occupata, il proponimento subito lungamente in libra tenne; ma stimolandomi Megera con aspre doglie, vinsi di seguire il proposto, e tacitamente pensai di mandarlo ad effetto; e con benigne parole alla mia balia, che giá tacea, nel tristo viso mostrai infinto conforto, alla quale, acciò che quindi si dipartisse, dissi:

— Ecco, carissima madre, li tuoi parlari verissimi con utile frutto luogo nel petto mio hanno trovato, ma acciò che ’1 cieco furore esca della pazza anima, alquanto di qui ti cessa, e me di dormire disiderosa al sonno lascia. —

Ella sagacissima, e quasi de’ miei intendimenti indovina, il mio dormire loda, e da me dilungatasi alquanto per lo ricevuto comandamento, della camera uscire non volle in niuno modo. Ma io, per non farla del mio intendimento sospetta, oltre al mio piacere sostenni la sua dimora, immaginando che, dopo alquanto, quieta veggendomi, si dovesse partire. Fingo adunque con riposo tacito il pensato inganno, nel quale, benché di fuori niuna cosa appaia, cosí nell’ore le quali a me ultime doveano essere pensava, fra me dogliosa dicea cotali parole:

«O misera Fiammetta, o piú che altra dolorosissima donna, ecco che ’l tuo ultimo di è venuto! oggi, poi che dall’alto palagio ti sarai gittata in terra, e l’anima avrá lasciato il rotto [p. 132 modifica] corpo, terminate fieno le lagrime tue, li sospiri, l’angoscie e li disiri, e ad un’ora te e il tuo Panfilo libero farai della promessa fede. Oggi avrai da lui li meritati abbracciari; oggi le militari insegne d’Amore copriranno il corpo tuo con disonesto strazio; oggi il tuo spirito il vedrá; oggi conoscerai per cui t’abbia abbandonata; oggi a forza pietoso il farai; oggi comincerai le vendette della nemica donna. Ma, o iddii, se in voi niuna pietá si truova, negli ultimi miei prieghi siatemi graziosi: fate la mia morte senza infamia passare tra le genti. Se in quella alcuno peccato, prendendola, si commette, ecco che di quello la sodisfazione è presente, cioè che io muoio senza osare manifestare la cagione, la quale cosa non piccola consolazione mi sarebbe, se io credessi, ciò dicendo, passare senza biasimo. Fatela ancora con pazienza sostenere al caro marito, il cui amore se io debitamente avessi guardato, ancora lieta senza porgervi questi prieghi, di vivere chiederei. Ma io, sí come femina mal conoscente del ricevuto bene, e come l’altre sempre il peggio pigliando, ora questo guiderdone me ne dono. O Atropos, per lo tuo infallibile colpo a tutto il mondo, umilmente ti priego che il cadente corpo guidi nelle tue forze, e con non troppa angoscia l’anima sciogli dalle fila della tua Lachesis; e tu, o Mercurio33, di quella ricevitore, io ti priego per quell’amor che giá ti cosse, e per lo mio sangue, il quale io da ora offero a te, che tu benignamente la guidi a’ luoghi a lei disposti dalla tua discrezione, né si aspri glieli apparecchi, che lievi reputi i mali avuti».

Queste cose cosí fra me dette, Tesifone venne dinanzi agli occhi miei, e con non intendevole mormorio, e con minaccevole aspetto mi fe’ pavida di peggiore vita che la preterita. Ma poi, con piú sciolta favella dicendo niuna cosa una sola volta provata può essere grave, il turbato animo alla morte infiammò con piú focoso disio. Per che, veggendo io che ancora non si partia la vecchia balia, dubitando non troppo aspettare me apparecchiata a morire indietro traesse il proposto, o che accidente via noil togliesse, stese le [p. 133 modifica] braccia sopra il mio letto quasi abbracciandolo, dissi piangendo:

«O letto, rimanti con Dio, il quale io priego che alla seguente donna, piú che a me non t’ha fatto, ti facci grazioso».

Poi, gli occhi rivolti per la camera, la quale piú mai non sperava vedere, presa da dolore subito il cielo perdei, e quasi palpando oppressa da non so che tremito mi volli levare, ma le membra vinte da paura orribile non mi sostennero; anzi ricaddi, e non solo una, ma tre fiate sopra il mio viso, e in me fierissima battaglia sentiva tra li paurosi spiriti e l’adirata anima, li quali lei volente fuggire a forza teneano. Ma pure l’anima vincendo, e da me la fredda paura cacciando, tutta di focoso dolore m’accese, e riebbi le forze. E giá nel viso del colore pallido della morte dipinta, impetuosamente su mi levai, e, quale il forte toro ricevuto il mortal colpo furioso in qua e in lá saltella, sé percotendo, cotale dinanzi a gli occhi miei errando Tesifone, del letto, non conoscendo gl’impeti miei, come baccata mi gittai in terra, e dietro alla furia correndo, verso le scale saglienti alla somma parte delle mie case mi dirizzai; e giá fuori della camera trista saltata, forte piangendo, con disordinato sguardo tutte le parti della casa mirando, con voce rotta e fioca dissi:

«O casa, male a me felice, rimani eterna, e la mia caduta fa’ manifesta all’amante, se egli torna; e tu, o caro marito, confortati e per innanzi cerca d’una piú savia Fiammetta. O care sorelle, o parenti, o qualunque altre compagne e amiche, o servitrici fedeli, rimanete con la grazia degl’iddii».

Io rabbiosa intendeva con tutte le parole al tristo corso, ma la vecchia balia, non altramente che chi dal sonno a’ furori è escitato, lasciato della rocca lo studio, subito stupefatta questo veggendo, levò li gravissimi membri, e gridando, come poteva mi cominciò a seguire. Ella con voce appena da me creduta diceva:

— O figliuola, ove corri? Qual furia ti sospigne? È questo il frutto che tu dicevi che le mie parole in te aveano di preso conforto messo? Ove vai tu? Aspettami.— [p. 134 modifica]

Poi con voci ancora maggiori gridava:

— O giovani, venite, occupate la pazza donna, e ritenete li suoi furori. —

Il suo romore era nulla, e molto meno il grave corso. A me parea che fossero ali cresciute, e piú veloce che alcuna aura correva alla mia morte. Ma li non pensati casi, si a’ buoni come a’ rei proponimenti opponentisi, furono cagione che io sia viva, però che li miei panni lunghissimi, e al mio intendimento nemici, non potendo con la loro lunghezza raffrenare il mio corso, ad uno forcuto legno, mentre io correva, non so come, s’avvilupparono, e la mia impetuosa fuga fermarono, né per tirare che io facessi, di sé parte alcuna lasciarono; per che, mentre io tentava di riaverli, la grave balia mi sopraggiunse, alla quale io con viso tinto mi ricorda che io dissi con alto grido:

— O misera vecchia, fuggi di qui, se la vita t’è cara! Tu ti credi aiutarmi, e offendimi; lasciami usare il mortale ufício ora a ciò disposta con somma voglia; però che niuna altra cosa fa chi colui di morire impedisce che disidera di morire, se non che egli l’uccide: tu di me diventi micidiale, credendomi tôrre dalla morte, e come nemica tenti di prolungare i danni miei.—

La lingua gridava, e il cuore ardeva d’ira, e le mani per la fretta credendosi sviluppare, avviluppavano; né prima a me occorse il rimedio dello spogliarmi, che sopraggiunta dalla gridante balia, come ella potea cosí da lei era impedita; ma la sua forza in me giá sviluppata niente valeva, se le giovani serve al colei grido da ogni parte non fossero córse, e me avessero ritenuta, delle mani delle quali piú volte con guizzi diversi e con forze maggiori mi credetti ritrarre, ma, vinta da loro, stanchissima fui nella camera, la quale mai piú vedere non credeva, menata. Oimè! quante volte loro dissi con piagnevole voce:

— O vilissime serve, quale ardire è questo, che vi concede che la vostra donna da voi violentemente sia presa? Qual furia, o misere, v’ha spirate? E tu, o iniqua nutrice del [p. 135 modifica] misero corpo, futuro esemplo di tutti li dolori, perché all’ultimo disio m’hai impedita? Ora non sai tu ch’egli mi sarebbe maggior grazia comandarmi la morte che da quella difendermi? Lascia la misera impresa da me adempiere, e me di me a mio senno lascia fare, se cosí m’ami come io credo; e se cosí se’ pietosa come dimostri, adopera la tua pietá in salvare la dubbia fama, che dopo me di me rimarrá, però che in questo in che tu ora m’impedisci, la tua fatica fia vana. Credimi tu potere tôrre gli aguti ferri, nelle punte de’ quali consiste il mio disio, o li dolenti lacci, o le mortali erbe o il fuoco? Che profitto adopera questa tua cura? Prolunga un poco la dolorosa vita, e forse alla morte, che ora senza infamia mi veniva, indugiata, aggiungerá vergogna. Tu, o misera, non la mi potrai per guardia tôrre, però che la morte è in ogni luogo, e consiste in tutte le cose, ed eziandio ne’ vitali argomenti fu giá trovata: dunque, lasciami morire prima che piú divenendo dolente che io mi sia, con piú feroce animo la domandi. —

Io, mentre che queste parole miseramente diceva, non teneva le mie mani in riposo, ma ora questa ora quella serva rabbiosamente pigliando, a quale levate le treccie tutta la testa pelava, e a quale ficcando le unghie nel viso, miseramente graffiandola, la faceva filare sangue, e ad alcuna mi ricorda che io tutti i poveri vestimenti in dosso le squarciai. Ma oimè! che né la vecchia balia né le lacerate serve ad alcuna cosa mi rispondevano, anzi piangendo in me usavano pietoso uficio. Io allora piú mi sforzava vincerle con parole, ma nulla valeano; per che con romore a gridare cominciai:

«O mani inique e possenti ad ogni male, voi ornatrici della mia bellezza foste gran cagione di farmi tale che io fossi disiderata da colui il quale io piú amo: dunque, poiché male del vostro uficio m’è seguito, in guiderdone di ciò ora l’empia crudeltá usate nel vostro corpo, laceratelo, apritelo, e quindi la crudele anima e inespugnabile ne traete con molto sangue. Tirate fuori il cuore ferito dal cieco Amore; e poiché tolti vi sono i ferri, lui con le vostre unghie, sí come di tutti i vostri mali cagione principale, senza alcuna pietá laniate». [p. 136 modifica]

Oimè! che le mie voci mi minacciavano li disiderati mali, e comandavanlo alle volonterose mani ad eseguire; ma le preste fanti m’impedirono, tenendole contro a mia voglia.

Poi la trista balia e importuna con dolenti voci incominciò cotali parole:

— O cara figliuola, io ti priego per questo misero seno onde tu li primi alimenti traesti, che con umiliata mente alquante mie poche parole m’ascolti. Io non cercherò in quelle di tôrti che tu non ti dolghi, o che forse la degna ira che a questo furore t’accende, tu la cacci da te, o per dimoranza la rompi, o con rimesso petto e piacevole la sostenghi; ma quello solo che vita ti sará e onore, riducerò alla smarrita memoria. Egli si conviene a te, famosa giovane di tanta virtú quanta tu se’, il non stare suggetta al dolore, né come vinta dare le spalle a’ mali. Egli non è virtú il chiedere la morte, come se la vita si temesse come tu fai, ma a’ sopravvegnenti mali contrastare, né a quelli davanti fuggire, è virtú somma. Chi li suoi fati abbatteo, e li beni della sua vita da sé gittò e divise, sí come tu hai fatto, non so perché uopo gli sia di cercare morte, né so perché la domandi: l’una e l’altra è volontá di timido. Dunque se tu te in somma miseria porre disideri, non cercare la morte per quella, però che essa è ultima cacciatrice di quella; fuga questo furore della tua mente, per lo quale ad un’ora d’avere e di perdere mi pare che cerchi l’amante. Credi tu, nulla divenendo, acquistarlo? —

Io non risposi alcuna cosa; ma intanto il romore si sparse per la spaziosa casa e per la contrada circunvicina, e non altramente che all’urlare d’un lupo si sogliono tutti i circustanti in uno convenire, corsero quivi li servidori d’ogni parte, e tutti dolenti dimandavano che ciò fosse. Ma giá era stato vietato da me a chi ’l sapeva di dirlo, per che con menzogna ricoprendo l’orribile accidente, sodisfatti erano. Corsevi il caro marito, e corsonvi le sorelle, e li cari parenti e gli amici, ed egualmente tutti da uno inganno occupati, lá dove io era iniqua, pietosa fui reputata; e ciascuno dopo molte lagrime la mia vita riprese cosí dolente, ingegnandosi appresso di [p. 137 modifica] confortarmi. Oimè! che quinci avvenne che alcuni me stimolata da alcuna furia credettero, e me quasi furiosa guardavano; ma altri piú pietosi la mia mansuetudine riguardando, dolore, sí come era, stimandolo, di ciò che quelli dicevano si fecero beffe, portandomi compassione. E cosí visitata da molti, piú giorni stupefatta rimasi, e sotto discreta custodia della sagace balia fui tacitamente guardata.

Niuna ira è si focosa che per passamento di tempo freddissima non divenga. Io alcuni giorni cosí dimorata come io disegno, mi riconobbi, e manifestamente le parole della savia balia vidi vere, e certo io la mia passata follia piansi amaramente. Ma posto che il mio furore nel tempo si consumasse e ritornasse nulla, il mio amore per questo non ebbe alcuno mutamento, anzi mi pur rimase la malinconia usata negli altri accidenti d’avere, e gravemente portava l’essere stata per altra donna abbandonata; e spesse volte sopra ciò con la discreta balia ebbi consiglio, volendo modo trovare per lo quale a me rivocassi l’amante. E alcuna volta proponemmo con lettere pietosissime i miei casi dolenti narranti, e altra volta piú utile essere pensammo che per savio messaggio con viva voce gli annunziassimo li miei mali; e certo che, ancora che vecchia fosse la balia, e il cammino lungo e malvagio, per me si volle disporre ad andarvi: ma bene riguardando ogni cosa, le lettere, quantunque fossero state pietose, efficaci non reputammo a rispetto de’ presenti e nuovi amori; sí che per perdute le giudicammo, avvegna che con tutto questo pure ne scrivessi alcuna, che quello uscimento ebbe che divisammo. Il mandarvi la balia chiaramente conobbi lei non viva potere a lui pervenire, né ad altrui da fidarsene reputai; sií che frivoli furono li primi avvisi, e solamente nell’animo mi rimase niuna via esserci a riaverlo, se non se io per lui andassi, alla qual cosa fare diversi modi per la mente m’occorsero, li quali ultimamente tutti furono per cagioni legittime annullati dalla mia balia. Io pensai alcuna volta di prendere abito di peregrino con alcuna fida compagna, e in quello cercare li suoi paesi; e benché questo mi paresse possibile, non [p. 138 modifica] per tanto in esso pericolo grandissimo conobbi del mio onore, sapendo come le viandanti pellegrine, alle quali alcuna forma si vede, siano sovente ne’ cammini trattate dagli scedanti; e oltre a questo, me al caro marito sentendo obbligata, senza lui non vidi come essere potesse l’andata o senza sua licenza, la quale da sperare non era giammai; per la qual cosa questo pensiero come vano abbandonai, e subitamente in un altro non poco malizioso mi trasportai, e fatto mi credetti ch’el venisse, e sarebbe, se alcuno caso avvenuto non fosse, ma nel futuro spero non mancherá, solo che io viva. Io mi infinsi d’avere in queste mie predette avversitá, se Iddio mi traesse di quelle, fatto alcuno vóto, il quale volendo fornire, con giusta cagione poteva e posso volere, passare per lo mezzo della terra del mio amante, per la quale passando non mi mancava cagione di lui volere e dover vedere, e a quello rivocare per che io andava.

E certo, come io dico, io lo scopersi al caro marito, il quale a ciò fornire sé lietamente offerse, ma tempo a ciò competente, come è detto, disse volea che attendessi; ma l’indugio a me gravissimo, e temendolo vizioso, mi fu cagione d’entrare in altri avvisi, e tutti mi vennero meno, fuori solamente d’Ecate34 le mirabili cose, le quali, acciò che a’ paurosi spiriti sicurissima mi commettessi, piú volte con diverse persone, vantantisi ciò sapere operare, ebbi ragionamenti; e alcune di trasportarmi subitamente impromettendomi, altre di sciogliere la sua mente da ogni altro amore e nel mio ritornarlo, altre dicendo di rendere a me la pristina libertá, volendo io d’alcuni di questi all’effetto venire, piú di parole che d’opere li trovai pieni; onde non una volta, ma molte rimasi da loro nella mia speranza confusa, e, per lo migliore, senza piú a queste cose pensare, mi diedi ad aspettare il tempo congruo dal caro marito promesso a fornire il vóto fittizio.

Note

  1. [p. 200 modifica][il sole tornato etc.]: cioè il sole era tornato un’altra volta nel segno di Scorpione che è uno delli dodici segni del Zodiaco, e però vuol dire ch’era giá passato uno anno che Panfilo s’era partito da Fiammetta, ch’era stato del mese di ottobre, perciò che il sole entra nel detto segno a mezzo ottobre, e in quello segno era allora che Fetone figliuolo di Febo e di [p. 201 modifica]Climenes guidò il carro del sole onde arse tutto il mondo; e questo prova Ovidio nel secondo libro Metamorphoseos:

    Est locus in geminos ubi bracchia concavat arcus
    Scorpius et cauda flexisque utrimque lacertis.

    [Met., II, 195-196.]

  2. [p. 201 modifica][Oenone]: fu una giovinetta pastorella delle ville di Troia, della quale s’innamorò Paris figliuolo di Priamo e presela per moglie prima che ritornasse alle delizie reali; e ritornato e riconosciuto per figliuolo di re Priamo, andò da poi in Grecia e tolse Elena moglie di Menelao, e menolla a Troia, la quale vedendo Oenone ebbe grandissima doglia.
  3. [p. 201 modifica][il misero Atamante]. Questo fu re di Tebe, il quale ebbe una sua moglie chiamata Ino della quale ebbe due figliuoli: l’uno si chiamava Learco, l’altro Melicerte. E perché Giunone sempre fu nemica di tutti quelli che discesono di Cadmo che edificò Tebe, come è stato detto dinanzi per Semelé della quale Giove s’innamorò, cosí inimicando fe’ mettere furia addosso al detto Atamante per sí fatta forma che vedendo esso la detta sua moglie con li figliuoli in braccio, gli parve una lionessa e correndo incontro a lei gridando «tendete le reti acciò che sia presa», e giuntala, tolse di braccio il detto figliuolo Learco dicendo ch’era uno leoncino e stoppiollo nel muro e ucciselo. Onde la madre fuggendo con l’altro chiamato Melicerte, giunta sopra uno scoglio del mare, si gettò con esso suo figliuolo. Per la qual cosa Nettuno iddio del mare a’ prieghi di Venere sí la trasmutò insieme col figlio in dea marina che fu poi chiamata Leuocotoe e lo figlio Palemone, e perciò dice Ovidio:

    Annuit oranti Neptunus et abstulit illis
    Quod mortale fuit, maiestatemque verendam
    Inposuit, nomenque simul faciemque novavit:
    Leucotheeque deum cum matre Palaemona dixit.

    [Met., IV, 539-542]

  4. [p. 202 modifica][dello innocente Ipolito ]. Questo fu figliuolo di Teseo duca d’Atene e figliuolo d’Ipolita regina dell’Amazone, la quale poi che fu morta, andando esso Teseo per essere divorato dal Minotauro e scampato per l’aiuto di Adriana e di Fedra figliuole di re Minos, si prese per moglie la detta Fedra. E però qui è da sapere quello che pone Seneca nella terza tragedia, che essendo andato Teseo in compagnia di Peritoo suo compagno allo ’nferno ed essendo rimaso il detto Ipolito in luogo del padre insieme con Fedra sua matrigna, essa s’innamorò di lui tanto fieramente che lo richiese d’amore, ed esso ch’era castissimo non volle consentire. Onde ella tenendosene svergognata e volendo sua vergogna ricoprire, quando Teseo fu tornato, l’accusò che l’avea voluta sforzare. La qual cosa udendo Teseo mattamente credette, e prendendo il detto suo figlio per farlo morire, e non potendolo avere, lo isbandí di tutto il suo reame. Onde esso fuggendo per andare alla cittá di Corinto, andando per la riva del mare, di subito levato in gran fortuna escia del detto mare un toro il quale parea che gittasse uno mare per la bocca e per le nari; onde li cavalli suoi che tiravano il carro spaventati per gran paura in lá e in qua fori d’ogni via il detto carro violentemente tirando, si ruppe il meditullo, cioè quello che muntene le rote, e cadendo il carro e Ipolito insieme con esso, le rote gli andarono addosso e tutto il dilaniaro. Da poi per aiuto delli medici resuscitò e fu chiamato Virbio vel bis vir, e perciò dice Ovidio in libro Metamorphoseos:

    Hipolitus — dixit — nunc idem Virbius esto.

    [Met., XV, 544.]

  5. [p. 203 modifica][ Cassandra ]: fu figliuola di re Priamo e fu assai bella del corpo, e d’essa s’innamorò Appollo iddio della sapienza che conosce ciò che deve venire e quel ch’è passato. Seguitando questa Cassandra per avere a fare con essa ed essa fuggendolo, pur vinta da molte promesse disse che volea consentire alla sua volontá se esso le dava grazia che essa potesse conoscere e indovinare le cose future. La qual cosa Appollo le concedette, e volendo avere a fare con essa, essa si fe’ beffe di lui e non gli volle osservare la promessa. Per la qual cosa Appollo vedendosi schernito da lei, non potendole togliere la grazia data, le tolse che quello che essa indovinasse non le fosse creduto, ma fosse riputata insana.
  6. [p. 203 modifica][Dite]. Questo è re dello ’nferno.
  7. [p. 203 modifica][Stige ]. Questa è una palude nello ’nferno, la quale è interpretata tristizia.
  8. [p. 203 modifica][Arpie]: sono uccelli che hanno collo e viso umano e furono tre, cioè Aellopo, Occipito e Celeno; le quali quando Enea arrivò nell’isola di Strofade e pigliando rinfrescamento e cibo, queste Arpie vennero alle loro tavole e rapirono le lor vivande, e col loro putrido sterco imbrattarono tutte le mense; laonde Enea prese uno arco per cacciarle via e sagittolle. Di che esse come nunziatrici di male fuggendogli innanzi predissero ad esso Enea che innanzi che giugnesse in Italia ove dovea acquistare nuovo regno e li discendenti suoi dovieno edificare Roma, loro bisognava per fame mangiare le mense. Del quale agurio fu Enea molto tristo e però dice Virgilio nel terzo di Eneidos:

    Ibitis Italiani portusque intrare licebit;
    Sed non ante datam cingetis moenibus urbem
    Quam vos dira fames nostraeque iniuria caedis
    Ambesas subigat malis absumere mensas.

    [vv. 254 - 257.]

  9. [p. 204 modifica][la celestiale Orsa]. In Arcadia fu una giovine bellissima ch’ebbe nome Calisto e fu serviziale di Diana; della quale Calisto s’innamorò Giove, e trasformatosi nella forma di Diana ebbe a fare con essa e ’ngravidolla, e nacquene uno figliuolo che si chiamò Arcas come fu detto dinanzi, ed essendo trasmutati in stelle fu chiamata Orsa maggiore e Orsa minore, le quali perché non tramontano come fanno l’altre, fingono li poeti che per comandamento di Giunone non si possano rinfrescar nel mare oceano come l’altre stelle.
  10. [p. 205 modifica][e la rapace onda della ciciliana Cariddi]. Questo Cariddi è uno luogo di mare pericoloso in Cicilia, nel quale è sempre gran tempesta; onde le navi che vi vanno tutte periscono, però che quello luogo non ha mai posa. Onde dice Ovidio:

    Scylla latus dextrum, laevum inrequieta Charibdis.

    [Met., XIII, 730.]

  11. [p. 204 modifica][e taceranno li cani di Silla ]. Silla fu figliuola di Forco, la quale fu bellissima vergine e vagheggiata da molti li quali essa tutti rifiutava fuggendo alle ninfe marine e spezialmente a Galatea della quale era innamorato Ciclope detto Polifemo. La quale Silla standosi un dí lavandosi su nel lito del mare, Glauco iddio marino che prima fu omo pescatore e da poi diventò iddio gustata certa erba la quale avea fatti tutti li pesci ch’avea presi resuscitare, vedendola, subito s’innamorò di lei, ed essa schifandolo lo fuggia come suo nemico. Laonde il detto Glauco se ne andò a madonna Circe figliuola del Sole, la quale con suoi incanti e per virtú d’erbe facea venire gli uomini e le donne alla sua volontá, e narrando il detto Glauco il suo amore, raccomandandosi elli che lo dovesse aiutare, essa vedendolo, perché era bellissimo, s’innamorò di lui e richieselo d’amore. A cui Glauco rispose che il suo amore volea che fosse di Silla. Per la qual cosa Circe disdegnatasi, sapendo il luogo del mare ove la detta Silla pigliava rinfrescamento bagnandosi, essa Circe andò al detto luogo e per dispetto di Glauco, acciò che di lei avesse abominazione, quello luogo fece con sughi d’erbe e con suoi incanti infetto e maladetto. Al qual luogo quando la detta Silla andò com’era usata, e intrata dentro fino al corpo per bagnarsi, li peli ch’essa avea addosso tutti diventarono cani che sempre abbaiavano e latravano, e da poi fu trasformata in uno scoglio marino; il quale luogo è pericolosissimo in mare; onde di lei parla Ovidio: [p. 205 modifica]

    Scylla venit: mediaque tenus descenderat alvo
    Cum sua foedari latrantibus inguina monstris
    Aspicit; ac primo non credens corporis illas
    Esse sui partes, refugitque abigitque pavetque
    Ora proterva canum: sed quos fugit, attrahit una...

    [Met., XIV, 59 63.]

  12. [p. 205 modifica][Dedalo]’, fu ingegnosissimo uomo e fece il Laberinto per suo ingegno, nel quale fu messo il Minotauro. Poi che Teseo l’ebbe ammazzato, il re Minos vi fe’ imprigionare dentro il detto Dedalo perché conobbe che per suo magisterio Pasife moglie del detto re Minos concepette del toro il detto Minotauro; ed essendo esso nella detta prigione e non potendone uscire perché era ben guardato, si fe’ ale per sua industria per sé e per Icaro suo figliuolo che era in prigione con esso, e postelesi alle loro spalle volarono fuori del detto Laberinto, ammonendo prima il detto suo figliuolo che non dovesse andare troppo alto per certe ragioni che gli assegnò. E non volendo fare li comandamenti del padre ei volle andare piú alto che non se li convenia, e cadde in mare e affogossi, onde quel mare d’allora in qua fu chiamato il mare Icaro.
  13. [p. 205 modifica][li carri di Medea], Medea fu figliuola di re Oete dell’isola di Colcos; come fu detto dinanzi, s’innamorò di Giasone e con lui se n’andò, del quale ebbe due figliuoli li quali essa Medea, poi che Giasone ebbe presa altra donna, li uccise per rabbia, e però ella volendo scampare, per incanti d’arte [p. 206 modifica]magica si fe’ portare in uno carro il quale era da dragoni menato. E però dice Ovidio:

    Sed postquam Colchis arsit nova nupta venenis
    Flagrantemque domum regis mare vidit utrumque,
    Sanguine natorum perfunditur inpius ensis,
    Ultaque se male mater Iasonis effugit arma.
    Hinc Titaniacis ablata draconibus intrat
    Palladias arces...

    [Met., VII, 394-399-]

  14. [p. 206 modifica][Tizio c’è posto etc.]. Tizio fu gigante e bellissimo del corpo tanto ch’ebbe ardire di richiedere Giunone moglie di Giove, di lussuria, a cui essa rispose ch’era contenta; ma venendo al fatto essa Giunone interpose tra lei e ’l detto Tizio una nuvola nella quale, credendo avere a fare con la detta Giunone, mise il seme suo, onde ne nacquero li centauri. Per la qual cosa Giunone volendosi vendicare del detto ardito Tizio lo fe’ mettere nello ’nferno a sostenere questa pena: che gli avoltoi i sempre gli stracciassero il fegato; il quale fegato quando è consumato sempre ricresce. Però sempre ha pena perpetua. Onde dice Ovidio:

    Viscera praebebat Tityos lanianda novemque
    Iugeribus distentus erat...

    [Met., IV, 457-458.]

  15. [p. 206 modifica][Tantalo]. Fu padre di Pelope, avarissimo, e però è posto nello ’nferno con questa pena: che esso è messo nell’acqua fino alla bocca e non può bere perché l’acqua li fugge dinanzi, e simile li pomi c’ha sempre presso alla bocca, e non ne può gustare. Sí che per pena nell’abbondanzia muore di fame e di sete. Onde dice Ovidio:

    ...tibi, Tantale, nullae
    Deprenduntur aquae, quaeque imminet, effugit arbor.

    [Mel., IV, 458-459.]

  16. [p. 207 modifica][e ancora il mísero Issione]. Questo è posto nello ’nferno su in una rota e ha questa pena: che sempre si volta e mai non ha fine. Onde dice Ovidio:

    Volvitur Ixion et se sequiturque fugitque.

    [Met., IV, 461.]

  17. [p. 207 modifica][le figliuole di Danao] perché uccisero li loro mariti e consobrini sono poste nello ’nferno con questa pena: che debbono vuotare uno gran fiume con li corbelli, e però non hanno mai posa. Onde dice Ovidio:

    Molirique suis letum patruelibus ausae
    Adsiduae repetunt, quas perdant, Belides undas.

    [Met., IV, 463 - 64.]

  18. [p. 207 modifica][Giasone si partí di Lemnos]. A dichiarazione di questo è da sapere quello che pone Stazio nel quinto libro del Tebaidos, cioè che Isifile fu figliuola di re Toante dell’isola di Lemnos il quale andando per acquistare certi popoli a lui inimici e stando mollo tempo a ciò fare, le donne spregiavano il sacrificio di Venere dea della lussuria; e di ciò essa corrucciandosi verso di loro, quando ritornarono, avuta ch’ebbero la vittoria, alla detta isola di Lemnos, volendo la detta Venere vendicarsi di loro, mise una puzza di bocca tra loro donne, per la qual cosa essi le fuggiano come cose putride. Onde esse donne corrucciatesi diliberaro d’ammazzare tutti li loro mariti e ogni altro uomo. Alla quale diliberazione fu richiesta questa Isifile e promise ammazzare il detto Toante suo padre. La qual cosa non fe’ ma per pietá lo salvò, fatta a lui palese la detta diliberazione. Laonde le dette donne avendo ammazzati tutti li loro uomini e credendo che la detta Isifile avesse ammazzato il padre, fecero lei loro regina, reggendosi loro senza volere uomo. In questo tempo andando Giasone per acquistare il vello d’oro arrivò al porto della [p. 208 modifica]detta isola, il quale gli convenne vincere per forza, e fatta gran battaglia con le dette femine e poi ricevuto con grande onore dalla detta Isifile, promettendole toglierla per sua moglie, stette con lei e ingravidolla di due figliuoli, la quale poi esso abbandonò per Medea. Di che essa Isifile fu scacciata dal reame dalle dette femine per ch’avea campato il padre e rotta la fede. Sconosciuta fuggendo arrivò a casa di re Licurgo col quale s’acconciò per sua balia, e nutricando uno suo figliuolo il quale fu chiamato Archemoro il quale fu morto da uno serpente avendolo essa lasciato per mostrare l’acqua ove bevve l’esercito di re Adrasto e di Pollinice quando andaro ad oste alla cittá di Tebe, e tornando trovò il detto citello morto dal serpente. E il detto Adrasto volendola consolare, domandolla prima cui ella era, ed essa narrandogli, per consolazione della morte del citello [fece fare onori] quasi nella simile forma che fe’ fare Enea alla sepoltura di Anchise suo padre, come pone Virgilio. Nelli quali onori a caso o a fortuna essa Isifile conobbe i due predetti suoi figliuoli che avea avuti di Giasone.
  19. [p. 208 modifica][e tornò in Tessaglia a Medea]. Medea, come fu detto dinanzi, fu abbandonata da Giasone per un’altra donna, come pone Seneca nelle tragedie, per la qual cosa essa corrucciatasi uccise due figli che ebbe di Giasone e arse il palagio regale con la nuova sposa e fuggí da esso e andossene a Egeo padre di Teseo, il quale ricevendola con grande onore se la tolse per moglie; e da poi perché volle fare attossicare il detto Teseo, conosciuta la iniquitá sua, si fuggi da Egeo, onde dice Ovidio:

         Excipit hanc Aegeus, facto damnandus in uno,
    Nec satis hospitium est: thalami quoque foedere iungit.

    [Met., VII, 403 - 404.]

  20. [p. 208 modifica][Paris si partí]. Questo, come fu detto dinanzi, fu figliuolo di re Priamo, il quale essendo pastore s’innamorò di Oenone e [p. 209 modifica]presela per moglie. Da poi il detto Paris riconosciuto figliuolo di re Priamo, abbandonò la detta Oenone perché avea tolto la reina Elena.
  21. [p. 209 modifica][Teseo si partí]. Questo fu figliuolo di re Egeo e andando per essere divorato dal Minotauro nel Laberinto di Creti, scampò per aiuto di Adriana figliuola di re Minos e promise menarlasi con lui; e menandola la lasciò nel cammino per amore di Fedra sua sorella perché gli parve più bella Fedra, la quale Fedra avea promessa dare per moglie a Ipolito, ed essa Adriana prese poi per marito l’iddio Bacco. Per che, tornato Teseo disposò per moglie la detta Fedra, benché Fedra fosse malcontenta che la sorella fosse stata abbandonata. Standosi un dí la detta Fedra isguardando a Ipolito suo figliastro, s’innamorò di lui e richieselo di lussuria. A che lui non volle consentire perché era casto e non volea rompere la promessione fatta alla dea della castitá etc.
  22. [p. 209 modifica][che dirai tu di Deianira]. Questa Deianira fu moglie di Ercule la quale esso abbandonò perché s’innamorò d’una donna ch’ebbe nome Iole e funne innamorato sí fieramente che essa Iole lo minacciava come fosse stato uno fanciullo, e comandavali talora che filasse stoppa e voltasse le fusa, e di tutto era ubbidiente alla detta Iole
  23. [p. 209 modifica][Filis]. Questa fu figliuola di Licurgo re di Tracia e fu dell’isola di Rodope; innamorossi di Demofonte figliuolo di Teseo col quale ebbe a fare. E partendosi da essa con promessione di tornare infra due mesi ed esso non tornando al termine e ancora aspettandolo altrettanto, essa per disperazione s’impiccò e convertissi in mandorlo. Onde il detto Demofonte tornando la trovò arbore e non femina. Questo pone Ovidio nella seconda pistola.
  24. [p. 202 modifica][Penelope]. Questa fu moglie di Ulisse, la quale fu castissima servando sempre la fede al detto suo marito aspettandolo che esso tornasse dopo la distruzione di Troia come gli altri erano tornati; ma esso rivolto in mare da molta fortuna, arrivò ove regnava Circe figliuola del Sole la quale s’innamorò d’esso e ritennelo assai tempo che non curava tornare a sua donna Penelope.
  25. [p. 209 modifica][Cloto Lachesis e Atropos]. Queste sono tre fate secondo li poeti c’hanno a disponere della vita umana, cioè Cloto [p. 210 modifica]inconocchia la rocca, che tanto è a dire quanto nascimento d’uomo, Lachesis fila, cioè a dire che mena la vita, Atropos taglia il filato, cioè la morte dell’uomo.
  26. [p. 210 modifica][Dido]: ebbe tre nomi, cioè Elissa, Fenissa e Dido; come fu detto dinanzi si uccise per amore di Enea.
  27. [p. 210 modifica][Biblis]: della quale fu detto dinanzi, s’innamorò del fratello ch’ebbe nome Cauno, col quale non potendo avere a fare, per disperazione s’impiccò.
  28. [p. 210 modifica][Amata]: come pone Virgilio, fu moglie di re Latino e madre di Lavinia la quale essa Amata volea che fosse moglie di Turno re de’ Rutuli, e aveala promessa con la volontá del detto re Latino, però che esso avea avuta risposta dalli iddii che convenia che la maritasse a omo che venisse di stranii paesi. Il quale fu Enea che quando venne in Italia per fare Roma venendo alla cittá di Laurento al detto re Latino, esso conobbe che questo era quello a cui esso dovea dare la detta sua figlia per moglie, e cosí fece. Però seguitò la guerra grande e le fiere battaglie tra Enea e il detto re Turno. Laonde la detta reina Amata vedendo che non potea seguire la volontá sua, per disperazione s’impiccò, vedendo la detta sua figlia moglie di Enea e non di Turno.
  29. [p. 210 modifica][come li Saguntini]. Sagunto, secondo pone Tito Livio in secundo bello punico fu una cittá in Spagna la quale fu fedelissima alla cittá di Roma, e però Annibale figliuolo d’Amilcare signore di Cartagine passando in Spagna nel principio della detta guerra pose assedio alla detta cittá di Sagunto; la quale struggendo per lungo assedio e li Romani non dando a loro soccorso, essi si tennero tanto per salvare loro fede, che mancando a loro la vettovaglia si condussero a mangiare ogni sozzura fino alli topi. E pur vedendo non potersi difendere, diliberaro di ardere loro e la detta cittá prima che venissero sotto la signoria del detto Annibale, e così fecero etc.
  30. [p. 211 modifica][o gli Abidei]. Abido fu un’isola abitata, ed essendo assediata da Filippo re di Macedonia fecero il simile come li sopradetti Saguntini.
  31. [p. 211 modifica][li velenosi sughi etc.]: cioè che Fiammetta si diliberò di attossiccarsi come fece Annibale e Socrate filosofo; il quale Annibale, secondo pone il detto Tito Livio, partendosi d’Italia ove era stato diciassette anni inimichevolmente con li Romani per andare a soccorrere la cittá di Cartagine la quale Scipione Africano maggiore osteggiava per lo popolo di Roma, esso Annibale fu sconfitto, laonde la detta Cartagine fu vinta per li Romani: per la qual cosa Annibale si fuggí al re di Prusia suo amico credendo essere da lui aiutato e favoreggiato. E conoscendo dopo molte cose la gran sua gloria e fama essere trasmutata in infelicissima disavventura, avvelenò se medesimo con uno anello il quale portava in dito, su la pietra del quale avea fatto porre il veleno.
  32. [p. 211 modifica][Filis]. Questa, come pone Ovidio nella seconda Epistola, ricevette in casa sua Demofonte e subito lei s’innamorò del detto Demofonte ed ebbe a fare con lui ed esso la sposò per sua donna e poi si partí da lei con promessione di tornare a lei come a sua sposa, il quale mai non tornò etc.
  33. [p. 211 modifica][e tu, o Mercurio]. Questo fu figliuolo di Maia figliuola di Atalante, e fu figliuolo di Giove e messaggiere degl’iddii come pone Ovidio nel secondo libro ove dice: «Pleionesque nepos ego sum, qui iussa per auras | Verba patris porto; pater est mihi Iupiter ipse». Questo Mercurio s’innamorò d’una giovine figlia d’uno centauro la quale ebbe nome Erse e fu bellissima quanto a quel tempo si trovasse; e perché dormia nel mezzo di due sue sorelle che l’una ebbe nome Pandroso e l’altra Aglauros, esso non vedendo modo di poter aver a fare con la detta Erse appalesossi alla detta Aglauros ed essa gli promise che consentiria che esso Mercurio dormisse con Erse. Ma mossa [p. 212 modifica]da invidia del bene che pensò che dovesse avere la detta sua sorella, ingannò il detto Mercurio che non potè avere a fare con Erse. Per la qual cosa Mercurio corrucciatosi la trasmutò in pietra. Onde dice Ovidio:

    Nec conata loqui est nec, si conata fuisset,
    Vocis habebat iter: saxum iam colla tenebat
    Oraque duruerant, signumque exsangue sedebat
    Nec lapis albus erat: sua mens infecerat illam.

    [Met., II, 829-832.]

    Mercurio ancora è ricevitore dell’anime di comandamento di Giove e menale allo ’nferno e mettele nelli luoghi deputati secondo debbano ricevere debita punizione. E però dice ora Fiammetta pregando il detto Mercurio che riceva l’anima sua e mettala in luogo dove sia poca pena.

  34. [p. 212 modifica][Ecate ]. Ecate, Trivia e Diana è una medesima cosa, cioè la luna, ma è cosí nominata da’ poeti per diversi effetti però che Ecate è invocata dalle incantatrici in aiuto perciò c’ha predominio di notte, e queste arti si fanno generalmente di notte. E questo prova Ovidio in libro Metamorphoseos negli incanti di Medea ove dice:

    Nox, — ait — arcanis fidissima quaeque diurnis
    Aurea cum luna succeditis ignibus astra,
    Tuque triceps Hecate, quae coeptis conscia nostris
    Adiutrixque venis cantusque artisque magorum,
    Quaeque magos, Telius, pollentibus instruis herbis.

    [Met. VII, 192-196.]