Commedia (Buti)/Inferno/Canto VII

Inferno
Canto settimo

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Inferno - Canto VI Inferno - Canto VIII
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C A N T O   VII.





1Pape Satan, pape Satan aleppe!1
     Cominciò Pluto con la voce chioccia;
     E quel savio gentil, che tutto seppe,
4Disse per confortarmi: Non ti noccia
     La tua paura: chè poder ch’elli abbia,
     Non ci terrà lo scender questa roccia.2
7Poi si rivolse a quelle enfiate labbia,
     E disse: Taci, maledetto lupo:
     Consuma dentro te con la tua rabbia
10Non è sanza cagion l’andare al cupo:
     Vuolsi nell’alto, là dove Michele
     Fe la vendetta del superbo strupo.3
13Quali dal vento le gonfiate vele
     Caggiono avvolte, poiché l’arbor fiacca;
     Tal cadde a terra la fiera crudele.
16Così scendemmo nella quarta lacca,
     Pigliando più della dolente ripa,
     Che il mal dell’universo tutto insacca.

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19Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
     Nuove travaglie e pene, quante io viddi?4
     E perchè nostra colpa sì ne scipa?5
22Come fa l'onda là sovra Cariddi,
     Che si frange con quella, in cui s’intoppa;
     Così convien, che qui la gente riddi.
25Qui vid’io gente più ch’altrove troppa,6
     E d'una parte, e d’altra, con grandi urli,
     Voltavan pesi per forza di poppa.
28Percoteansi incontro, e poscia pur li 7
     Si rivolgea ciascun, voltando a retro,
     Gridando: Perchè tieni, e perchè burli?
31Così tornavan per lo cerchio tetro
     Da ogni mano all'opposito punto,
     Gridandosi anco loro ontoso metro.
34Poi si volgea ciascun, quand’era giunto,
     Per lo suo mezzo cerchio, all'altra giostra.
     Et io, ch’avea lo cor quasi compunto,
37Dissi: Maestro mio, or mi dimostra
     Che gente è questa, e se tutti fur cherci
     Questi chercuti alla sinistra nostra.
40Et elli a me: Tutti quanti fur guerci
     Sì della mente, in la vita primaia,
     Che con misura nullo spendio ferci.
43Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
     Quando vengono ai due punti del cerchio,
     Dove colpa contraria li dispaia.

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46Questi fur cherci, che non àn coperchio
     Piloso al capo; papi e cardinali,
     In cui usò avarizia il suo soperchio.
49Et io: Maestro, tra questi cotali
     Dovre’io ben riconoscere alcuni,
     Che fur immondi di cotesti mali.
52Et elli a me: Vano pensiere aduni:
     La sconoscente vita, che i fe sozzi,8
     Ad ogni conoscenza or li fa bruni.
55In eterno verranno alli due cozzi:
     Questi risurgeranno del sepulcro,
     Coi pugni chiusi, e questi co'crin mozzi.9
58Mal dare, e mal tener lo mondo pulcro
     À tolto loro, e posto a questa zuffa:
     Quale ella sia, parole non ci appulcro.
61Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
     De' ben, che son commessi alla Fortuna,
     Perchè l'umana gente si rabbuffa.
64Che tutto l’oro, che è sotto la luna,
     E che già fu, di quest'anime stanche,
     Non poterebbe farne posar una.1011
67Maestro, diss’io lui, or mi dì anche:
     Questa Fortuna, di che tu mi tocche,
     Che è, che i ben del mondo à sì tra branche?
70Et elli a me: O creature sciocche,
     Quanta ignoranza è quella che v’offende!
     Or vo’, che tu mia sentenzia ne imbocche.

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73Colui, lo cui saper tutto trascende,
     Fece li Cieli, e diè lor chi conduce,
     Sì ch’ogni parte ad ogni parte splende,
76Distribuendo igualmente la luce:
     Similemente alli splendor mondani
     Ordinò general ministra e duce,
79Che permutasse a tempo li ben vani
     Di gente in gente, e d’uno in altro sangue,
     Oltre la difension de’ senni umani:
82Perchè una gente impera, et altra langue,
     Seguendo lo giudicio di costei,
     Che v’è occulto, come in erba l’angue.
85Vostro saver non à contrasto a lei:
     Questa provede, giudica e prosegue
     Suo regno, come il loro li altri Dei.
88Le sue permutazion non ànno triegue:
     Necessità la fa esser veloce,
     Sì spesso vien che vicenda consegue. 12
91Questa è colei, che tanto è posta in croce,
     Pur da color che le dovrien dar lode,
     Dandole biasmo a torto, e mala voce.
94Ma ella se beata, e ciò non ode:13
     Con l’altre prime creature lieta14
     Volge sua spera, e beata si gode.
97Or discendiamo omai a maggior pieta:
     Già ogni stella cade, che saliva
     Quando mi mossi, e il troppo star si vieta.

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100Noi ricidemo il cerchio all’altra riva15
     Sovr’una fonte, che bolle e riversa
     Per un fossato, che da lei deriva.
103L’acqua era buia assai vie più che persa;
     E noi in compagnia dell'onde bige,
     Entramo giù per una via diversa.
106Una palude fa, ch’à nome Stige,
     Questo tristo ruscel, quand’è disceso
     Al piè delle maligne piaggie grige.16
109Et io, che di mirar mi stava atteso,17
     Vidi gente fangose in quel pantano,
     Ignude tutte, e con sembiante offeso.18
112Questi si percotean non pur con mano;
     Ma con la testa e col petto e co' piedi,
     Troncandosi coi denti a brano a brano.
115Lo buon Maestro disse: Figlio, or vedi
     L’anime di color, cui vinse l' ira:
     Et anco vo’, che tu per certo credi,
118Che sotto l’acqua è gente che sospira,
     E fanno pullular quest’acqua al summo,
     Come l’occhio ti dice unque s’aggira.19
121Fitti nel limo dicon: Tristi fummo
     Nell’aere dolce, che dal Sol s’allegra,
     Portando dentro accidioso fummo;
124Or ci attristiam nella belletta negra.
     Quest'inno si gorgoglian nella strozza:
     Chè dir nol posson con parola integra.

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127Così girammo della lorda pozza,
      Grand’arco tra la ripa sesta e il mezzo,
      Con li occhi volti a chi del fango ingozza:
130Venimmo a piè d’una torre al dassezzo.

  1. v. 1. C. M. Sathan
  2. v. 6. Altrimenti — ci torrà
  3. v. 12. Strupo vale moltitudine, adunanza e cotali. E
  4. v. 20. C. M. Nuovi tormenti
  5. v. 21. C. M. se ne scipa?
  6. v. 25. Lì vid’io
  7. v. 28. "pur li". Gli antichi ad indicare "in quel luogo" usarono "illi" o "li", derivandoli dall’"illic" latino. E.
  8. v. 53 I equivalente a li, loro è un accorciamento del latino ille e fu spesso adoperato dagli antichi. Inf. v. v. 78 «che i mena». E.
  9. v. 57. C M. col pugno chiuso,
  10. v. 66. Poterebbe è naturale configurazione del verbo potere. E.
  11. v. 66. C M. passar una.
  12. v. 90. C. M. vicende consegue.
  13. v. 94. Se terza persona singolare del presente indicativo, derivata legittimamente e regolarmente da sere. E.
  14. v. 95. Con l’altre; cioè come l’altre. Nell’accompagnamento si ravvisa la somiglianza, e codesta viene talora indicata dalla particella con. E.
  15. v. 100. "ricidemo" e più sotto "entramo" sono configurazioni regolari: ma ora l'"m"
         dev’essere raddoppiato. E.
  16. v. 108. delle malvagie
  17. v. 109. C. M. inteso,
  18. v. 111. C. M. tutte con sembiante
  19. v. 120. u’ che s’aggira

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C O M M E N T O

Pape Satan ec. In questo settimo canto l’autore tratta del quarto cerchio, ove si punisce l’avarizia e la prodigalità, e del quinto ove si punisce l’ira e l’accidia; e dividesi questo canto principalmente in due parti, perchè prima pone l’autore come entra nel quarto cerchio, e quel che vi trova. Nella seconda pone uno suo notabile, domandando della fortuna; et avuta la risposta, mostra come discesono nel quinto cerchio, e comincia quivi: Maestro, dissi, ec. La prima, che è la prima lezione, si divide in otto parti, perchè prima pone quello che disse allora Pluto; nella seconda, quello che Virgilio disse a Dante, quivi: E quel savio ec.; nella terza pone quel che Virgilio disse1; nella quarta pone lo loro discenso, quivi: Così scendemmo ec.; nella quinta pone una domanda sua a Virgilio, quivi: Et io, ch’avea ec.; nella sesta pone la risposta di Virgilio, quivi: Et elli a me ec.; nella settima, un’altra domanda che fa Dante, quivi: Et io: Maestro ec.; nell’ottava pone la risposta di Virgilio, quivi: Et elli a me ec. Divisa adunque la lezione, è da vedere la sentenzia litterale.

Dice l’autore che, quando giunsono al luogo di discendere nel quarto cerchio, Pluto che vi trovarono, cominciò a dire con la voce chioccia2 Satan che soccorresse; ma Virgilio incontanente contentò3 Dante, che non lo potrebbe impedire: et appresso riprese Pluto dicendo, come appare nel testo. Appresso dice come discesono nel quarto cerchio, ove si maraviglia Dante della moltitudine de’ tormenti, e delle pene che vide, ponendo che quivi fossono due congregazioni di genti, che l’una andava in giro con l’altra, e percoteansi insieme, come fa l’onda sopra Cariddi presso alla Cicilia, alli due punti del cerchio tondo nel quale giravano; e percossosi, e rimproveratosi l’uno all’altro lo suo vizio, ritornavano all’altro punto, voltando grandissimi sassi col petto. Di che allora Dante pone che domandasse Virgilio, che gente fosse quella che vedea [p. 200 modifica]ch’aveano la cherica, et erano della man sinistra di Dante; a che finge che rispondesse Virgilio, che furono stravolti della mente nel mondo, sicchè nulla spesa fecero con misura. Et assai dice che lo mostravano quando venivano alli due punti del cerchio, ove l’uno percotea l’altro, e poi si tornava a dietro all’altro punto contrario, rimproverando l’uno all’altro la sua colpa. Et aggiugne che tutti quelli che aveano la cherica furono cherici; cioè papi e cardinali, che furono avarissimi. Et a questo finge Dante che dicesse a Virgilio, ch’elli ne dovrebbe conoscere alquanti, e maravigliasi che non li conosca. A che risponde Virgilio che non si miravigli, se non li conosce: chè per lo loro vizio meritarono di essere scuri, e non conosciuti. Et aggiugne che la loro pena durerà in eterno, e che resurgeranno li uni con pugni chiusi, e li altri coi crini mozzi; et aggiugne uno notabile, ammonendo Dante come figliuolo, che bene si può accorgere della buffa delli beni della fortuna: imperò che quanti ne sono sotto la luna, non potrebbono fare riposare una di quelle anime stanche; e qui finisce la sentenzia litterale. Ora è da vedere il testo con le allegorie, ovvero moralitadi.

C. VII — v. 1-2. In questi due versi pone l’autore quel che Pluto disse, quando li vide volere discendere4. Dice adunque, che quando Plutone, del quale fu detto nel fine del precedente canto, vide Dante e Virgilio voler discendere nel quarto cerchio, incominciò a gridare: O Satan, o Satan, ah! Pape Satan. Pape è una intergezione greca, che manifesta l’affezione dell’anima, quando si maraviglia: chè sogliono li Latini dire quando si maravigliano: Oh, oh, e li Greci: Pape, pape 5. Satan, e Satanas, è una medesima cosa, et è lo maggiore diavolo dell’inferno, et interpretasi contrario alla verità. Questo demonio chiamò Pluto, maravigliandosi dello avvenimento di Dante ch’era vivo, quasi dicesse due volte: O Satan, o Satan, e però aggiugne l’altro: pape Satan aleppe! Questo è nome ebreo, e chiamasi così la prima lettera del loro alfabeto; cioè A; e per questo vuole dimostrare che Pluto dicesse: Ah! che è voce che significa dolore, e per questo mostra che si dolesse del discendimento di Dante. E così in questo primo verso fa tre cose; maravigliasi prima; duolsi secondo, del discendimento di Dante; terzo chiama Satan in aiuto, per impedire Dante: e duplica Satan per dimostrare che in fretta lo chiamasse, quasi dicesse: Oh! oh! Satan, Satan. Cominciò Pluto; quello demonio, con la voce chioccia; cioè stridente e sozza, come à la campana quando è rotta. Di questo Pluto fu detto [p. 201 modifica]nella fine del precedente canto, e questa è la sentenzia testuale. Allegoricamente si può intendere di quelli del mondo, che lo dimonio dell’avarizia, quando vede la sensualità dell’uomo, considerando discendere all’avarizia, e stare vivo l’uomo; cioè non morire in quel peccato, involgendosi in quello, si maraviglia, duolsi, e chiama maggior demonio di sè che l’aiuti ad impedire quella così fatta considerazione: imperò che questo medesimo che Dante dice di sè, si può adattare ad ognuno che ciò facesse, che finge sè avere fatto.

C. VII — v. 3-6. In questo verso et uno ternario si pone quel che finge Dante, che Virgilio dicesse a lui, per confortarlo, dicendo così: E quel savio gentil; cioè Virgilio, che tutto seppe; cioè che fu di grandissimo e smisurato sapere; e parla qui l’autore eccessivamente, et è colore retorico, quando per magnificare la cosa si passa il termine della verità. Disse per confortarmi; cioè me Dante, Non ti noccia La tua paura; quasi dicesse: Non pigliare paura, non pigliar nocimento per la tua paura: chè poder ch’elli abbia; cioè Pluto, non ci terrà, ovvero torrà, lo scender questa roccia; cioè che noi non iscendiamo questa ripa6, o vero lo descenso del terzo cerchio, nel quarto. Et allegoricamente vuole qui Dante dimostrare che, benché la sensualità sua fosse spaurita dell’avarizia, la ragione significata per Virgilio la confortò; e questo che dice di sè, si può intendere di tutti i savi uomini che si recano a considerazione de’ vizi.

C. VII — v. 7-15. In questi tre ternari pone l’autore quello che Virgilio rispose a Pluto, e come Pluto cadde della sua impresa, con una similitudine, quivi: Quali dal vento ec. Dice prima: Poi; che Virgilio ebbe così detto a me, e confortommi, si rivolse a quelle enfiate labbia; di Plutone, il quale mostra ch’avesse le labia enfiate, e questo dice per la sua sozzezza, ovvero per dare ad intendere la stoltizia che è nell’avaro: le labbia grosse significano stoltizia. E disse: Taci, maladetto lupo. Ecco che lo chiamò lupo per dare ad intendere ch’egli è posto per lo demonio dell’avarizia; la quale di sopra cap. primo, chiamò lupa quando disse: Et una lupa che di tutte brame. E ben dice maladetto: imperò che pigliando per lo demonio come lo testo suona, maladetto si può dire; e similmente per lo vizio dell’avarizia, che bene è maladetto vizio: chè per esso tutti i mali sono venuti nel mondo. Consuma dentro te con la tua rabbia; tu Pluto. Questo dice, perchè l’avarizia è uno ardore che fa l’uomo consumante7 rabbioso più che il fuoco; onde Boezio libro De Consolatione dice: Sed saevior ignibus Aetnae Fervens amor ardet habendi. [p. 202 modifica]E così dice di questo demonio che à a tentare dell’avarizia, e che si pone per l’avarizia che consumi sè dentro con la sua rabbia; e questo dice: imperò che meno nocimento è che l’avaro consumi sè d’entro, che la sua rabbia spanda di fuori. Non è sanza cagion l’andare al cupo; cioè noi andiamo al fondo et oscuro dell’inferno che ci è conceduto da Dio, e così dimostra che non si debba impedire lo loro andare. Vuolsi nell’alto; cioè in cielo, là dove Michele; cioè l’angelo s. Michele, Fe la vendetta del superbo strupo; cioè del lucifero superbo che commise strupo8 contro a Dio, volendosi assomigliare al Figliuolo di Dio. Onde tacitamente rimprovera a Pluto et a Satan, che furono cacciati dal cielo per l’angelo santo Michele, quando li angeli buoni combatterono con li rei, e furono rovinati li rei dal cielo, nell’inferno, e parte nell’aere caliginoso. Quali dal vento le gonfiate vele Caggiono avvolte, poichè l’arbor fiacca. Qui pone la similitudine della nave che va per mare; che come le vele gonfiate dal vento caggiono avvolte poi che l’arbore è fiaccato; Tal cadde a terra la fiera crudele; cioè così cadde Pluto che in quanto demonio era crudelissimo: imperò che nel demonio non può essere nè misericordia, nè pietà, nè punto di bene, se non a suo detrimento; et in quanto si pone per l’avarizia ancora è vero: imperò che lo avaro è crudele più che alcuna fiera.

C. VII — v. 16-35. In questi sei ternari e due versi l’autore nostro fa tre cose; prima dimostra lo suo discenso con Virgilio; secondo esclama per la moltitudine delle pene, e de’ tormenti; terzo descrive li tormenti; la seconda, quivi: Ahi giustizia ec.; la terza, quivi: Come fa l’onda ec. Dice adunque: Così scendemmo; io Dante, e Virgilio, nella quarta lacca; cioè nella quarta china, o scesa, o lama; cioè nel quarto cerchio, Pigliando più della dolente ripa; che non avavamo preso nelli altri cerchi; e dice dolente, perchè quella ripa è piena di spiriti dolenti. Che il mal dell'universo tutto insacca; cioè la quale ripa insacca; cioè mette dentro a sè lo mal dell’universo; cioè del mondo: imperò che l’avarizia e prodigalità sono cagione di tutti li mali del mondo, perchè l’avarizia produce alcuna volta gola, come appare nel prodigo; alcuna volta, invidia, accidia, superbia et ira, come appare nell’avaro, e però ben dice che insacca il mal di tutto il mondo; cioè contiene in sè: chè insaccare è contenere. E perchè l’autore à posto qui l’entrata nel quarto cerchio ove si punisce il peccato dell’avarizia e prodigalità, secondo la sua fizione, è da vedere, per intendere meglio, lo testo; quanto alla moralità, et allegoria come intese l’autore che cosa è [p. 203 modifica]l'avarizia, e quante sono le sue specie, e le sue compagne, e le sue figliuole. E prima, avarizia si può largamente considerare, et allora si disfinisce, come dice Tullio: Avarizia è immoderato amore d'avere; e puossi considerare meno largamente, et allora si può disfinire, come dice santo Agostino Super Genesi ad litteram: Avarizia non è pur appetito di pecunia; ma d’altezza e di scienzia; e puossi considerare strettamente, et allora si disfinisce: Avarizia è immoderato amore di avere le cose di fuori suggiacenti alla fortuna. Ora è da vedere le sue specie; et avarizia largamente considerata à due specie; cioè prodigalità et avarizia propiamente; e l’avarizia strettamente considerata à due specie; cioè avarizia e cupidità; avarizia di quello che l’uomo à, cupidità di quello che desidera; e cupidità et avarizia ànno ancora due specie: imperò che cupidità, ovvero avarizia è di laici, in quanto laici; et avarizia ovvero cupidità è di cherici, in quanto cherici; e la prima à x specie; cioè usura, furto, rapina, ingiusta taglia che fanno i signori a’ sudditi, accusazione falsa, inganno, e frodo di mercatanzia, ricevimento illecito di doni, occultazione di scienzia, giuoco di zara. Avarizia di cherici, in quanto cherici, à queste specie; cioè simonia, carnalità di parenti, violenzia per occupare li benefici per forza, propietà di quelli che ànno promesso povertà. Et à l’avarizia sue compagne, e la prima che va innanzi è errore: imperò che da quello procedono tutti li peccati, e massimamente avarizia; la seconda è viltà d’animo; la terza è paura; la quarta, povertà: imperò che quanto più à, più li pare abbisognare; la quinta è odio; la sesta, infamia; l'ultima fatica mentale e corporale. Ae 9 l’avarizia sue figliuole che sono sette; cioè tradimento, fraude, decezione, spergiuro, sollicitudine, garrulità contro il prossimo, violenzia contra quello; cioè prossimo, et usura che è violenzia contra la natura e l’arte. Et è da considerare che l’autore pone la prodigalità essere punita insieme in questo cerchio con l’avarizia, perch’ella è specie dell’avarizia largamente presa; et è contraria all’avarizia sunta propriamente: imperò che tiene l’altro estremo. Avarizia è tenere le cose da non tenere e da dare; prodigalità è dare le cose da non dare, e da tenere; e però virtù è il mezzo di questi due estremi; cioè dare le cose da dare, e tenere le cose da tenere; e questo fa la parcità, che è virtù. Se si domandasse perchè l’autore in degli altri 10 vizi che à posti di sopra, non à trattato de’ contrari, puossi rispondere, perchè non sono sì in uso come questo: imperò che, benché lo peccato della gola abbia [p. 204 modifica]vizio contrario; cioè desperata astinenzia, rade volte si trova chi v’incappi; e così contra la lussuria, la non conceduta continenzia, e perciò l’autore non ne fa menzione. Ora è da vedere de’ rimedi contra questo vizio; et è solamente reputazione della cosa cara che sia vile, e della cosa vile che sia cara; e così si fugge 11 l’avarizia e la prodigalità: imperò che se l’uomo reputerà la cosa cara, vile, non ne sarà avaro; e se reputerà la vile, cara, non ne sarà prodigo. E con questo rimedio si potrà recare al mezzo della virtù, reputando caro quel che è da essere tenuto caro, e vile quel che è da essere tenuto vile. Veduto questo è da vedere il testo, e sarà manifesto, per quello che è detto, perchè l’autore pone sì fatti tormenti e condizioni. Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa. Qui esclama l’autore mostrando ammirazione della giustizia di Dio, che a ogni cosa à posto suo merito; al bene il premio, al male la pena; e però dice: chi stipa; cioè ordina, Nuove travaglie e pene; cioè tanti nuovi tormenti e pene quant’io; cioè Dante viddi, se non tu, gistizia di Dio? E perchè nostra colpa sì ne scipa? Questo si può intendere in due modi; cioè 12 quali pene e tormenti noi mondani temendoli, ci guardiamo di peccare; e scipa s’intende, si divide da noi: altrimenti si può intendere pur di coloro che deono essere dannati, et allora s’intende se ne scipa; cioè s’intornea come da una siepe, sì come apparirà in quel cerchio. Come fa l’onda là sovra Cariddi. Cariddi è uno luogo pericoloso di mare, tra la Cicilia e terra ferma; cioè Calavria: imperò che per la strettezza lo mare da ponente corre verso levante, e quel da levante in verso ponente, e così si scontrano insieme e percuotonsi et infrangonsi, e per tanto v’è pericolo a navicare a chi non sa schifare la corrente; e però fa la similitudine, che come quelle due acque si percuotono insieme; così quelli dannati, quando vengono a quelli due punti del cerchio, e questo è uno de’ tormenti, onde seguita: Che si frange con quella, in cui s'intoppa; Così convien, che qui la gente riddi; cioè vada a modo di ridda e ballo intorno al cerchio, infino a’ due punti ove si scontrano insieme, e percuotonsi l’uno con l’altro; cioè l’avaro col prodigo, e il prodigo con l’avaro, dicendo male l’uno dell’altro. Qui 13 vid’io gente più ch'altrove troppa. Qui significa la moltitudine delli avari e prodighi, ch’erano in questo cerchio più che non avea veduti nelli altri cerchi delli altri peccatori, perchè più genti incappano nell’avarizia e prodigalità, che nelli altri vizi. E d’una parte, e d’altra; cioè di diverse parti del mondo: o vero, e d’una parte, [p. 205 modifica]e d’altra; cioè delli avari e de’ prodighi: o vero d’una parte e d’ altra del cerchio, con grandi urli; cioè con grandi voci di dolore, Voltavan pesi per forza di poppa; cioè della poppola che è nel petto, sì che vuol dire che con la forza del petto voltavano gravissimi pesi. Questi sono due tormenti voltar pesi et urlare, che si convengono con la fatica della mente, e del corpo; lo urlare alla fatica della mente; voltare pesi alla fatica del corpo: imperò che grandissime fatiche sostiene lo avaro col corpo, e con la mente; onde Orazio nella prima epistola dice: Vides, quae maxima credis Esse mala, exiguum censum, turpemque repulsam, Quanto devites animi capitisque labore, Impiger extremos curris mercator ad Indos, Per mare pauperiem fugiens, per saxa, per ignes. Et è qui da notare come è detto di sopra delli altri (14), che quelle pene e quelli tormenti, che per convenienzia del peccato l’autor finge essere nelli dannati nell’inferno, moralmente et allegoricamente intende essere in quelli che sono nel mondo: imperò che chi muore nel peccato mortale della avarizia ostinata, con quella ostinazione si sta tuttavia; e questa è gravissima pena, che continuamente desidera le ricchezze del mondo, e conosca che non bene desidera, anzi fa male. E però ben finge l'autore che nell'inferno li avari vadano contro alli prodighi nel cerchio tondo, voltando pesi col petto: imperò che in questo mondo fanno lo simile l’avaro, e lo prodigo: chè l’avaro sempre s’affatica con la mente e col corpo di ragunare ricchezze, che sono cose ponderose, che fa lo prodigo il contrario; cioè di dispregiarle, e di consumarle, e così voltando pesi 15 l’uno contra l'altro; e così appare la cagione della fizione dell’autore. E però continueremo lo testo esponendo secondo l’allegoria di quelli del mondo; e quanto alla lettera s’adatta per convenienzia a quelli dell’inferno, secondo che è mostrato, e secondo la verità 16 di Virgilio che dice nel sesto dell’Eneide: Curae non ipsa in morte relinquunt. Seguita: Percoteansi incontro; li avari con li prodighi, e poscia pur li; cioè in quel medesimo luogo che s’erano percossi, Si rivolgea ciascun, voltando a retro; lo suo peso, Gridando: Perchè tieni, e perchè burli? Qui dimostra come correndo al punto del cerchio si percuoteano; e questo significa che li prodighi e li avari con contrarie sentenzie, et intenzioni alle quali ciascuno sospigne suo peso, si contrastano et in quello si percuotono, che l’avaro in ciò spregia lo prodigo, e lo prodigo l’avaro, e così amenduni tornano a dietro, all’opposito punto, gridando, lo prodigo all’avaro: Perchè tieni le ricchezze; e l’avaro al prodigo: Perchè burli 17; cioè perchè getti le ricchezze? Così [p. 206 modifica]tornavan; li avari e li prodighi, per lo cerchio tetro; cioè nero, del quale è detto di sopra, Da ogni mano; cioè da man ritta e da manca, all'opposito punto; del cerchio che viene incontro all’altro punto, Gridandosi anco loro; cioè l’uno all’altro, ontoso metro 18. Onde ad intendere questo immaginiamo un cerchio tondo, e questo dividiamo in due parti eguali, e da l’un lato; cioè mezzo cerchio, pognamo li prodighi, e dall’altro opposito pognamo li avari, e montino in su li uni contra li altri, e sconterrannosi al mezzo del cerchio, e qui si percuotono insieme, con due contrarie sentenze; cioè che l’avaro dice contra lo prodigo: Tu, perchè dai le cose da tenere? e il prodigo dica contra l’avaro: Tu, perchè tieni le cose da dare? E così riprende l’uno l'altro dicendo: Perchè tieni, e perchè burli? E poi si volge ciascuno a dietro voltando i pesi in giù, che ànno voltati in su, e così si scontrano insieme all’opposito punto di sotto, e percuotonsi con altre due contrarie sentenzie: imperò che l'avaro dice al prodigo: Tu, perchè da’ le cose da tenere? e il prodigo dice all’avaro; Tu perchè tieni le cose da dare? e così si dicono ancor: Perchè tieni, e perchè burli? e così si trovano sempre a queste due giostre. E per questo vuole significare l’autore, che l’avaro dispregia lo prodigo, e lo prodigo l’avaro; e per questo ontoso metro che dall’una parte e dall’altra è spiacevole; per li pesi che voltano, s’intendono l’opere faticose che fanno, come è detto; la forza del petto, significa l’affetto del cuore; le due giostre sono due, e due contrarie sentenzie che si contrariano insieme: imperò che l’avaro tiene le cose da dare, e tiene le cose da non tenere; e lo prodigo dà le cose da tenere, e dà le cose da non dare, e così si discordano in ogni modo insieme; girare e tornare al punto non è altro, che tornare nel suo vizio; il cerchio nero significa l’ignoranzia, e la scurità che induce l’uno vizio all’altro: imperò che se andassono dirittamente al mezzo verrebbono alla virtù, che è dare le cose da dare, e tenere le cose da tenere. Poi si volgea ciascun; cioè di prodighi e delli avari, quand’era giunto, Per lo suo mezzo cerchio, all'altra giostra; come appare in questo cerchio descritto qui di sotto, non che sia fatto per mostrare lo cerchio fatto, e descritto sia il cerchio dell’inferno; ma per mostrare la contrarietà di quattro specie19, che le due sono de’ prodighi, l’altre due sono delli avari; nelli quali sempre l’avaro dice che tiene, e il prodigo che gitta; e così si dispaiono, e l’uno rimprovera all’altro, partendosi l'uno dall'altro in quelli due punti che la linea ritta tutta 20; ma al mezzo del cerchio è il mezzo [p. 207 modifica]di queste due estremità che sono nelli prodighi, e nelli avari. E però qui è la virtù; cioè la parcità che fa altre quattro sentenzie reducendo l’estremità al mezzo 21, et ecco lo cerchio già detto. Seguita la figura:

C. VII — v. 36-39. In questo verso et uno ternario l’autore nostro finge che domandasse Virgilio per uno dubbio che li venne, vedendo tutti quelli, ch’erano dalla mano sinistra del cerchio con li capelli mozzi e tonduti a modo di cherici, se tutti quelli erano stati cherici nel mondo; e questi erano li prodighi, li quali pone dal lato sinistro del cerchio. Et è da notare che finge che costoro sieno con li crini mozzi a modo di cherici, e però ne domanda perchè aveano dissipato la sustanzia loro, et in figura di ciò li religiosi si mozzono li capelli, per significare che s’ànno spogliato delli loro beni; e li preti secolari poco si mozzono, in segno che possono tenere li loro beni, e così erano tutti li prodighi con li capelli tonduti a modo de’ conversi de’ frati, e per tanto Dante credendo che sieno stati cherici, ne domanda, onde dice: Et io; cioè Dante, ch'avea lo cor quasi compunto; di dolore, per compassione ch’avea di sì fatti tormenti, [p. 208 modifica]Dissi; a Virgilio: Maestro mio, or mi dimostra Che gente è questa; ch’io veggio sì tonduta li capelli, e se tutti fur cherci Questi cherchuti alla sinistra nostra; cioè questi ch’anno mozzi i capelli a modo di cherici al lato sinistro del cerchio. Non s’intende già ch’avessono la cherica di sopra: chè di quelli non avrebbe dubitato Dante, anzi sarebbe stato certo che fossono cherici e non avrebbe domandato; e questo appare per lo testo.

C. VII. — v. 40-48. In questi tre ternari lo nostro autore pone la risposta di Virgilio, nella quale si dimostra; prima la condizione di tutti i dannati ch’erano in quel cerchio quarto, da sinistra e da destra; nella seconda parte si manifesta quali sono li cherici, quivi: Questi fur cherci ec. Dice adunque così: Et elli; cioè Virgilio rispose, s’intende, a me; cioè Dante, tu mi domandi se questi da sinistra furono cherici, perchè ànno i capelli mozzi, et io ti rispondo: Tutti quanti; cioè da sinistra e da destra, quanti nè sono in questo cerchio, fur guerci; cioè stravolti, non dice cherci; ma guerci, Si della mente, in la vita primaia; cioè su nel mondo. E qui appare come l’errore della mente è compagno dell’avarizia e prodigalità come fu detto di sopra. Che con misura nullo spendio ferci; cioè non tennono misura in dare nè in tenere, come è dimostrato di sopra nelle sentenzie de’ prodighi, e delli avari. Assai la voce lor; cioè delli prodighi e delli avari, chiaro l'abbaia; cioè lo dice, e manifestalo, Quando vengono; li avari e li prodighi, ai due punti del cerchio; i quali sono mostrati di sopra, Dove colpa contraria; cioè gittare, e tenere, li dispaia; cioè li divide l’uni dalli altri, come mostrato è di sopra. Questi fur cherci. Ora dimostra Virgilio a Dante, quali furono cherici, e dimostra tra li prodighi e li avari, tutti quelli che ànno la cherica in sul capo; e quelli cotali dice chiaramente che furono cherici, e però dice: che non àn coperchio Piloso al capo; cioè che non ànno coperto il capo di capelli, anzi l’ànno raso, papi e cardinali; di costoro dice nominatamente, perchè in loro l’avarizia e prodigalità più si manifesta che nelli altri. In cui; cioè nelli quali papi e cardinali, usò avarizia. Qui si piglia avarizia largamente per lo immoderato amore d’avere, che comprende sotto sè avarizia, propriamente prendendola22, e prodigalità. il suo soperchio; cioè la sua dismisura: imperò che se avarizia avesse misura non sarebbe vizio; ma sarebbe virtù; cioè parcità, o vogliamo intendere la sua soprabbondanzia: imperò che soprabbondantemente li cherici, papi, e cardinali, sono avari e prodighi.

C. VII — v. 49-51. In questo ternario pone lo nostro autore come [p. 209 modifica]muove uno dubbio a Virgilio; che se sono cherici, come dice elli, ne dovrebbe riconoscere alcuni che furono colpevoli, nel mondo, di sì fatti vizi, e però dice: Et io; cioè Dante dissi, s’intende: Maestro; cioè Virgilio, tra questi cotali; cioè tra questi chercuti che furono tutti guerci della mente, e che ànno usato avarizia soperchiamente, Dovre’io ben riconoscere alcuni, Che fur immondi; cioè non mondi, sozzati e brutti, di cotesti mali; cioè d’avarizia e prodigalità. Quasi dica: Bene ne dovre’ io riconoscere di quelli che sono stati nel mondo diffamati di sì fatti peccati, e farne qui menzione, come io ò fatto in alcuno luogo, delli altri. Et a questo risponde Virgilio, come appare qui appiè.

C. VII — v. 52-66. In, questi cinque ternari l’autor nostro finge la risposta che Virgilio fece al suo dubbio, che è detto di sopra; e perciò dice: Et elli; cioè Virgilio disse e rispose, s’intende, a me: Vano pensiere aduni; tu Dante, che ti maravigli che non ne riconosca, e che pensi di riconoscerne, non te ne maravigliare e non pensare di riconoscerne: ecco la ragione. La sconoscente vita; cioè ingrata e spiacente: però che l’avaro e il prodigo ad ognuno dispiace, che i fe sozzi; cioè li fece spiacevoli et odiosi, Ad ogni conoscenza or li fa bruni; cioè oscuri e sconosciuti; onde Boezio nel secondo libro della Filosofica Consolazione, dice: Siquidem avaritia semper odiosos, claros largitas facit. E per tanto mostra che non meritano fama, e però non sono da essere nomati. In eterno verranno alli due cozzi. Qui dimostra che loro pena dee essere eterna; cioè che non dee mai avere fine, e verranno a voltare pesi ai due punti del cerchio, come di sopra fu detto. Questi risurgeranno del sepulcro, Coi pugni chiusi; cioè li avari che sono da man ritta, e questi co’ crin mozzi; cioè li prodighi che sono da man sinistra. Mal dare; che è delli prodighi, e mal tener; che è delli avari, lo mondo pulcro; cioè vita eterna, À tolto loro; cioè a questi avari, e prodighi, e posto; cioè et à posto loro, a questa zuffa; de’ due zocchi, o vero cozzi, e del rimproverarsi l’uno all’altro: Quale ella sia; cioè se sia buona, o ria, o bella, o sozza, parole non ci appulcro; cioè non ci abbellisco parole, a dire com’ella sia fatta. Sogliono li retorici per onestare la cosa disonesta, abbellire con parole, sicchè Virgilio dice, che non intende di far così. Or puoi, figliuol, veder la corta buffa De’ ben, che son commessi alla Fortuna. Questo è notabile che Virgilio mostra a Dante de’ beni mondani, a’ quali la fortuna signoreggia; e può dire il testo, la corta buffa; cioè la brieve derisione; e può dire, l’accorta buffa; cioè la manifesta derisione, Perchè l’umana gente si rabbuffa; cioè si percuotono li uomini del mondo insieme ingiuriando, scacciando, battendo, et uccidendo l’uno l’altro. Che tutto l’oro, che è sotto la luna. Questo è pruova che la buffa corta, [p. 210 modifica]o vero accorta, si possa vedere, de’ beni mondani, dicendo che tutto l’oro che fu già in terra; e però dice: sotto la luna: imperò che sotto la luna sono i beni terreni: imperò che la luna è l’ultimo pianeta. E che già fu; si può intendere sotto la luna, di quest’anime stanche; non potrebbe farne posare una di quest’anime stanche. Potrebbesi anco intendere; E che fu già di queste anime stanche 23; cioè che fu posseduto da loro nel mondo, Non poterebbe farne posar 24 una; di queste sì fatte anime. E qui finisce questa prima lezione, e cominciasi la seconda.

     Seguita: Maestro, diss’io lui ec. Questa è la seconda lezione del canto ove l’autor dimostra una bella sentenzia della fortuna, e pone lo discendimento del quarto cerchio nel quinto, e dividesi questa lezione in sette parti: imperò che prima pone la dimanda, che fa Dante a Virgilio, dell’essere della fortuna; nella seconda pone la risposta di Virgilio, quivi: Et elli a me; nella terza pone lo discendimento loro nel quinto cerchio, quivi: Or discendiamo ec.; nella quarta pone lo loro processo, quivi: Noi ricidemo ec.; nella quinta pone quello che in esso cerchio ritrova, quivi: Et io, che di mirar ec.; nella sesta pone la dichiarazione che fa Virgilio, quivi: Lo buon Maestro ec.; nella settima pone la continuanza del loro cammino, quivi: Così girammo ec. Divisa la lezione, ora è da vedere la sentenzia litterale.

     Poiché Dante ebbe udito ricordare di sopra a Virgilio la fortuna disse: O Maestro, dimmi che è fortuna che tu mi ricordasti ora, che à in podestà li beni mondani? E Virgilio risponde: O creature sciocche, quanto sete ignoranti! Ora odi la mia sentenzia. Dio che sa ogni cosa, pose 25 li Cieli, e pose a tutti suo governatore, dividendo a ogni parte la sua luce igualmente, sicché il più eccellente, ebbe più eccellente governatore; e così alli beni mondani pose una intelligenzia che li distribuisse secondo la sua volontà, oltre al volere delli uomini. Quinci seguita che alcuno signoreggia, et alcuno è sottoposto, secondo lo giudicio di questa intelligenzia che sta occulto nella felicità, come lo serpente nell’erba. E soggiugne molte belle sentenzie, che si vedranno toccando il testo: poi soggiugne lo discendere nel quinto cerchio, sopra una fonte che usciva d’una grotta, e faceva uno rio; e quel rio fa una palude che si chiama Stige, et in quella palude, dice che vide genti ignude tutte fangose e triste come chi à ricevuto offensione, le quali si percoteano con mano e co’ piedi, con la testa e col petto, troncandosi ancora co’ denti a pezzo a pezzo. Onde Virgilio dice a Dante, [p. 211 modifica]che in quel luogo si puniscono l’iracundi, e che sotto l’acqua si puniscono li accidiosi: e pone quello che diceano sotto l’acqua, poi continua suo cammino e dice, che girarono quel cerchio ch’era come uno pozzo brutto, andando tra la ripa sesta e il mezzo, guardando coloro che ingozzano del loto. E così pervennono ad una torre all’ultimo; e qui finisce il canto. Ora è da vedere il testo con l’allegoria, ovvero moralità.

C. VII — v. 67-69. In questo ternario l’autore pone come fece a Virgilio una domanda della fortuna, della quale di sopra avea fatto menzione, dicendo così: Maestro, diss’io; cioè Dante, lui; cioè a Virgilio, or mi dì anche; cioè ancora: Questa Fortuna, di che tu mi tocche; cioè che tu mi ricordi nel tuo ragionamento, Che è; cioè che cosa è, che i ben del mondo à sì tra branche; cioè à sì in sua podestà? Qui è da notare che Dante che è posto in figura della sensualità, domanda Virgilio che significa la ragione, che cosa è fortuna, per certificare li uomini grossi, che credono che la fortuna sia una Dia: imperò che i poeti figurano che sia una donna cieca, che volge una ruota che va quattro stati, e questa donna à due volti; l’ uno ridente, e l’altro piangente, col ciuffetto, e capelluta dinanzi dal volto ridente, e calva dall’ altro; et uno de’ quattro stati è di chi è in felicità, e quello si pone nella sommità della ruota; l'altro di chi è in avversità, e quello si nota’nell’infima parte; lo terzo è di quelli che sale alle felicità, nella parte della ruota ascendente; lo quarto è del descendente alla miseria, e questo si pone nella parte della ruota che discende. Ma li uomini semplici non intendono la figura de’ poeti: imperò che per questa figura li poeti intendono li effetti della fortuna, benché Democrito filosofo del quale fu detto di sopra, cap. iv, tenesse che il mondo si reggesse a caso et a fortuna, non conoscendo che la providenzia è; e se pur lo conobbe non seppe vedere come stava insieme con la libertà dell’arbitrio, e però negò la providenzia tenere l’arbitrio, e pose caso e fortuna. Ma alquanti savi conobbono bene ciò che era fortuna, e dissono che fortuna non è se non temporale disposizione delle cose provedute da Dio, o vero mutabilità delle cose temporali, secondo che procede dalla volontà divina. E Seneca nelle Tragedie dice: Nemo confidat nimium secundis, Nemo desperet meliora lapsis; Miscet haec illis, prohibetque Clotho stare fortunam: rotat omne fatum. Nemo tam divos habuit faventes, Crastinum ut possit sibi polliceri. Res Deus nostras celeri citatas Turbine versat. E Boezio nel secondo libro della Filosofica Consolazione ove induce a parlare la fortuna dice: Ilaec nostra vis est. Hunc continuum ludum ludimus. Rotam volubili orbe versamus. Infima sammis, summa infimis mutare gaudemus. Ascende si placet, sed ea lege, ne uti cum ludicri mei ratio poscat, descendere [p. 212 modifica]iniuriam putes. E per tanto si può eonchiudere che fortuna si potrebbe intendere per la mutabilità delle cose: potrebbesi ancora pigliare per l’ordine e disposizione che è nelle cose durevoli, et allora non è differente del fato, secondo che pone Boezio nel iv libro della Filosofica Consolazione: puossi ancora intendere per quella intelligenzia che dispone e ordina queste mutazioni di questi beni mondani, secondo la providenzia di Dio, e così pare intendere l’autore nostro.

C. VII — v. 70-96. In questi nove ternari l’autor nostro pone la risposta che li fece Virgilio della fortuna, ponendo molto belle sentenzie; la qual risposta come fu detto di sopra, benchè finga litteralmente che Virgilio la facesse a lui, Dante intende allegoricamente che la ragion sua la facesse alla sua sensualità, e però dice: Et elli; cioè Virgilio disse, s’intende, a me; Dante: O creature sciocche, drizza qui lo sermone a tutti li uomini. Quanta ignoranza è quella che v’offende! Maravigliasi della ignoranza delli uomini. Or vo’; cioè or voglio, che tu; cioè Dante, mia sentenzia ne imbocche; cioè voglio che riceva la mia sentenzia, come riceve lo fanciullo il cibo quando è imboccato. Colui; cioè ldio, lo cui saper tutto trascende; cioè la sapienzia del quale monta e passa, avanzando ogni cosa, Fece li Cieli; e similmente tutta l’altra fabrica del mondo, e diè lor chi conduce; cioè perchè sono mobili, diede loro li angeli che li movessono, Sì ch’ ogni parte ad ogni parte splende, Distribuendo igualmente la luce. Questo si continua ad una sentenzia con quello di sopra, quasi dica: ldio divise la natura angelica, la quale si comprende sotto nome di luce, sì come dice nel Genesi: Fiat lux, et facta est lux; e sotto questo nome lux s’ intende la natura angelica, al movimento de’ cieli, secondo che si conviene, sicchè a ciascuno cielo ne pose uno o più, secondo che fu conveniente; et a quello ch’ era di maggiore effetto, l’angelo di maggior grado, e però dice: Distribuendo igualmente la luce; cioè la natura angelica, secondo convenienzia e qualità; sì che al maggior cielo fu maggiore, et al minore minore, o uno o più che ve ne ponesse. Sicchè ogni parte della luce; cioè della natura angelica, splende ad ogni parte de’ cieli, sicchè tutta la natura angelica illumina tutti i cieli, e muove secondo che a’ cieli si conviene, e secondo che piace a Dio, che è primo motore dell’universo, essendo Elli immobile, onde dice santo Agostino: Voluntas Dei est prima et summa causa omnium corporalium et spiritualium motionum: nihil enim visibiliter aut sensibiliter fit, quod non non de illa invisibili et intelligibili aula summa Imperatoris aut permittatur aut iubeatur, secundum ineffabilem iustitiam proemiorum atque poenarum, gratiarum ac retributionum, in ista quadam totius creaturae amplissima atque immensa republica ec.— Similemente alli [p. 213 modifica]splendor mondani; cioè temporali, Ordinò general ministra e duce. Dimostra per similitudine che come a’ cieli à posto Idio le intelligenzie che li muovono; così alli beni mondani à posta una intelligenzia, la qual come sua ministra e general guida di quelli beni, li dia e tolga scambiandoli, secondo la volontà di Dio; onde seguita: Che permutasse a tempo; cioè cambiasse di tempo in tempo, li ben vani; cioè li mondani beni che li chiama vani, perchè paiono beni e non sono, Di gente in gente. Qui nota una general mutazione. e d'uno in altro sangue. Questo è meno generale, come se dicesse, di provincia in provincia, e di parentado in parentado. Oltre la difension de' senni umani; cioè per sì fatto modo, che senno umano a questa mutazione non può resistere, nè ripararsi. Perchè una gente impera, et altra langue; cioè e quindi viene; cioè da questa permutazione, che una gente signoreggia et una è sottoposta: langue; cioè si duole come fa chi è sottoposto. Seguendo lo giudicio di costei; cioè perchè li conviene seguitare il giudicio di questa dispensatrice, Che v’è 26 occulto; lo quale giudizio è appiattato; cioè non conosciuto dall’uomo, come in erba l'angue; cioè come lo serpente sta appiattato nell’erba, e punge disavvedutamente; così lo giudicio della dispensatrice sta appiattato sotto la felicità, e punge l’uomo con l’avversità quando li pare star bene. Vostro saver; parla qui a tutti, non à contrasto a lei; cioè voi uomini col vostro sapere non potete contrastare a questa dispensatrice: Questa; intelligenzia, provede; cioè col suo sapere pensa e discerne, giudica; come à proveduto, e prosegue; cioè mette in esecuzione, Suo regno; cioè li beni temporali che sono del suo regno, come il loro li altri Dei; cioè come li altri angeli le loro spere; e per questo dimostra come in nessun modo si può impedire. Le sue permutazion non ànno triegue; cioè non si possono indugiare: Necessità la fa esser veloce: però che è necessario che si faccia quel che Idio provede, e perciò conviene esser veloce. Sì spesso vien che vicenda consegue. Rende la cagione perchè è necessario che sia veloce; cioè perchè addiviene spesso che dee avere luogo in questi beni mondani, secondo la providenza di Dio. Questa è colei; parla di questa dispensatrice, che tanto è posta in croce; cioè tormentata con villanie, Pur da color che le dovrien dar lode; cioè pur da color che sono abbandonati dalla felicità, che se ne dovrebbono lodare, Dandole biasmo a torto, e mala voce; cioè biasmandola et infamandola, ingiustamente. Li uomini felici ingiustamente si lamentono della fortuna in due modi; prima quando, durante la felicità, non vanno loro tutte le cose prospere come vorrebbono: l’altro modo è quando la felicità al tutto si muta, e ragionevolmente non si dovrebbono [p. 214 modifica]lamentare della fortuna: imperò che si dovrebbono lodare che ànno ricevuto grazia da lei più, che coloro che ànno avuto meno felicità di loro, o che non ànno avuto punto; benché non può essere che l’uomo non abbia qualche parte di questi beni mondani. Ma ella se beata: cioè quella intelligenzia, e per tanto nulla villania, nè biasimo la può. offendere, e ciò non ode; cioè di tali villanie non si cura, e questo è non udire: Con l'altre prime creature lieta; cioè con li altri angeli, nelli quali è perfetta letizia, Volge sua spera; cioè sua rota tonda, come detto fu di sopra. Alla fortuna figurativamente li poeti diedero la rivoluzione della ruota, a dimostrare come si mutano circularmente, come si può vedere in un uomo, alcuna volta e tal volta più. Ma nelle città e nelle provincie manifestamente si vede questa revoluzione: imperò che, quando le provincie sono venute, per le mutazioni della fortuna, in povertà, diventano umili: l’umiltà dona pazienzia; la pazienzia dona pace: la pace, ricchezza; la ricchezza, superbia; la superbia, impazienzia; la impazienzia, guerra; la guerra, povertà; e la povertà poi, umilità, e così si va in circulo. E benché questo appaia manifestamente nelle comunità e provincie ancora, alcuna volta si vede nelli singulari uomini; e questo si dimostra che non sanza cagione avvengono queste mutazioni: ancora noi medesimi ne siamo cagione. E per mostrare questa circulare revoluzione, porrò qui appresso la figura per la quale si potrà vedere questa circulare revoluzione, la quale si può adattare a quel detto di sopra: imperò che come li uomini si [p. 215 modifica]dispongono secondo le sopra dette cagioni; così seguitano poi gli effetti, e più si verificano nelle comunitadi ove concorrono molte volontà, che in uno uomo, lo quale più agevolmente può raffrenare la sua volontà, che non può uno popolo. Seguita: e beata si gode; dice della intelligenzia che è posta a permutare questi beni mondani, che dicano li uomini di lei ciò che vogliono, essa pur fa l’uficio suo e godesi beata: chè niuno non la può offendere.

C. VII — v. 97-99. In questo ternario lo nostro autore continuando il parlare di Virgilio, pone come Virgilio lo conforta al discendere del quarto cerchio nel quinto, dicendo: Or discendiamo27 omai; tu et io Dante, e questo or è una intergezione esortativa che l’uomo usa, quando vuole confortare, dicendo: Or corre bene, a maggior pietà; cioè a maggior tormento, onde ne seguita maggior pietà: Già ogni stella cade, che saliva Quando mi mossi. Rende la cagione ch’è conforto dello scendere, dicendo che è lo passamento del tempo, mostrando che già era mezza notte, quando le stelle ànno passato il quarto del cielo, che è la metà del nostro emisperio; cioè è passata mezza notte: imperò che la sera incominciano a salire dall’oriente tanto che vengano al mezzo, e poi cominciano a cadere verso l’occidente, e però dice che Già ogni stella cade; a denotare che è passata la mezza notte, che saliva Quando mi mossi; cioè quando io Virgilio mi mossi a entrare teco nell’inferno, che fu la sera, come appare di sopra cap. secondo, quando disse: Lo giorno se n’andava ec. — e il troppo star si vieta. Questo dice perchè non era conceduto di stare più che una notte nell’inferno, e questo finge l’autore per seguitare Virgilio che nel sesto dell’Eneida finge che Enea non istesse più che una notte nell’inferno, et in questo medesimo modo finge che Sibilla ammonisse Enea, quando disse: Nox ruit Aenea; nos fando28 ducimus horas ec.

C. VII — v. 100-108. In questi tre ternari lo nostro autore pone come del quarto cerchio discesono nel quinto, e come trovò nel quinto la palude chiamata Stige. Dice adunque: Noi; cioè Virgilio, e Dante, ricidemo il cerchio; cioè attraversammo, all’altra riva; ov’era lo discenso nel quinto, Sovr’una fonte; ch’era nel quinto et usciva della sua ripa, che bolle e riversa; l’acqua quando rampolla29, bolle e spargesi fuori. Per un fossato, che da lei deriva; cioè dalla detta fonte. L’acqua era buia assai vie più che persa. Descrive com’era fatta quell’acqua; cioè che era assai più nera che persa; ma non era al tutto nera, sicchè venia bigia. Perso è biadetto oscuro, e però dice vie più che persa. E noi; cioè Virgilio et io Dante, in [p. 216 modifica]compagnia dell'onde bige; ch’uscivano della detta fonte, Entramo giù; dalla detta ripa per andare nel quinto cerchio, per una via diversa; cioè sconcia e ria. Nulla via è buona che meni ai vizi, e convenientemente nulla via che sia nell’inferno si dee dire buona. Una palude fa, ch’à nome Stige, Questo tristo ruscel. Qui dimostra come di questo rio ch’esce di questa fonte, si fa una palude che si chiama Stige, la quale intornea la città di Dite; et in questa palude finge che sia punito il peccato dell’ira, e dell’accidia, come dirà di sotto; e questo nome Stige s’interpetra tristizia, sicchè ben si conviene a sì fatta palude. quando è disceso Al piè delle maligne piaggie grige. Dice che la palude fa, poi ch’è discesa dalla piaggia ove è la fonte, la quale è grigia; cioè non è ben nera; ma grigia come il colore delle penne dell’aquila.

C. VII — v. 109-114. In questi due ternari lo nostro autore dichiara quel che vide in questa palude, dicendo così: Et io; cioè Dante, che di mirar mi stava atteso, Vidi gente fangose in quel pantano; il quale di sopra chiamò Stige, Ignude tutte, e con sembiante offeso; cioè con vista sdegnosa. Questi si percotean; cioè lor medesimi, e l’ uno e l’altro, non pur con mano; Ma con la testa e col petto e co’ piedi; si percoteano l’uno l’altro, Troncandosi coi denti; le membra l’uno all’altro, et ancor si può intendere a sè medesimi, a brano a brano; cioè a pezzo a pezzo. In questa parte l’autor nostro finge che in questa palude, che si chiama Stige, sia punito il peccato dell’ira, e però vedremo di questo peccato la sua diffinizione, e le sue specie, e le sue figliuole, e compagne, e li rimedi che si possono pigliare contra l’ira: e vedremo come convenientemente l’autore à finti i sopra detti tormenti essere delli irosi nell’inferno; et allegoricamente come intenda quelli medesimi essere delli irosi nel mondo. E prima, ira è appetito di vendetta, e Cassiodoro dice: Ira è movimento non concitato a dar pena provocante. E il Filosofo dice: Ira è appetito di dolore al suo contrario per apparente esaminazione; cioè desidera l’iroso di dar pena al suo contrario, perchè n'à dato a lui, e dice per l’apparente esaminazione, perchè li pare ben giudicare; onde santo Agostino: Nulli irascenti ira sua videtur iniusta, unde cito redeundum est ab omni indignatione ad mansuetudinis lenitatem: nam pertinax motus facile in eius odium transit, cui non celeriter ignoscitur. Ora è da vedere delle specie dell’ira che sono principalmente due; cioè ira per zelo, et ira per vizio. Ira per zelo è quella che viene per amore, che l'uomo à alla virtù, e questa è virtù, di questa disse san Paolo: Irascimini et nolite peccare. Ira per vizio, secondo che dice santo Agostino nei Sermoni (lviii), è desiderio e piacere di vendetta, ovvero di vendicarsi; e questa ira, innanzi la deliberazione, è peccato veniale; ma con deliberazione, è [p. 217 modifica]peccato mortale. Puote ancora questa ira essere invecchiata, et allora si chiama odio. Altrimenti si può dividere l’ira: imperò che alcuna è pur nel cuore, alcuna procede da villania di bocca o generale, o speciale, et alcuna procede ad offensione del prossimo. Ora è da vedere delle sue figliuole che, secondo santo Gregorio sono sei; cioè rissa, timore o vuogli tumore di mente, villania, clamore, indegnazione, bestemmia. Ora è da vedere delle sue compagne che sono sei; cioè stoltizia, offensione di sè medesimo in sè e sue cose, crudeltà, guerra, incendio, e omicidio. Ora è da vedere de’ rimedi li quali si dividono, perchè li rimedi contra l’ira altrui sono quattro; primo, dolce risposta; lo secondo, tacimento; lo terzo, dipartimento; lo quarto, beneficio. E li rimedi contra l’ira sua propria sono otto; lo primo, considerazione della passione di Cristo; lo secondo, silenzio; lo terzo, considerazione dell’ordine divino; lo quarto, considerazione dell’utilità delle tribulazioni; lo quinto, considerazione dello stato del nimico; lo sesto è considerazione de’ propri difetti; lo settimo è considerazione del fine nostro; cioè della morte; l’ottavo è considerazione della propria impotenzia: e innanzi a tutti questi rimedi, è necessario rattenimento, come dice Orazio nelle Pistole sue: Qui non moderabitur irae, Infectum volet esse, dolor quod suaserit et mens, Dum poenas odio per vim festinat inulto. Ira furor brevis est: animum rege, qui, nisi paret, Imperat: hunc frenis, hunc tu compesce catena. Ora è da vedere la convenienzia de’ tormenti sopra notati nel testo, alla punizione del peccato dell’ira, i quali sono questi; nudità, bruttura della palude, sdegnosità, offensione del prossimo e di sè medesimo. Convenientemente l’autore finse questi tormenti essere in inferno: imperò che l’iroso nella vita mondana si priva d’amici, di parenti e di ricchezze; sicché convenevole è che nell’inferno si trovi ignudo: appresso fa l’uomo infame; sicché ben si conviene che s'involga nella palude Stige che s’interpetra tristizia. Ancora si conviene sdegnosità: imperò che l’iroso à portato l’ animo sdegnoso e dispettoso nel mondo, e il naso sempre arricciato, e le ciglia alte, e li occhi sfavillanti. Ancora è conveniente che nell’inferno si percotano coloro, che nel mondo s’ànno percosso, e straccinsi con li denti a pezzo a pezzo, come ànno stracciato nel mondo lo prossimo, et ancora sè medesimi: imperò che molti irosi si percuotono, e mordonsi le mani. Et allegoricamente volle l’autore nostro dimostrare li predetti tormenti essere nelli irosi del mondo, de’ quali elli intende, secondo il senso allegorico, come manifestamente si vede per quel che è detto di sopra; ma notantemente l’autore puose l’offensione delli irosi essere in quattro modi; cioè prima con la testa, a denotare generalmente l’ira con le sue specie, con le sue figliuole e compagne, con le quali [p. 218 modifica]l'irosi si percuotono; in quanto fìnge che si stracciavano coi denti, s’intende la specie dell’ira che procede da 30 villania di bocca, o di sè, o del prossimo; in quanto finge la percussione delle mani, s’intende l’ira che procede ad offensione della propria persona, o di sè, o del prossimo; in quanto finge la percussione dei piedi, s’intende l’ira che procede ad offensione dell’avere, o di sè, o del prossimo.

C. VII — v. 115-126. In questi quattro ternari l’autore nostro finge che Virgilio li dichiarasse qual peccato era quello che si puniva con li tormenti detti di sopra; e poi soggiugne come in quella palude Stige, sotto l’acqua si punisce il peccato dell’accidia, quivi: Et anco vo', che tu ec. Dice adunque il testo: Lo buon Maestro; cioè Virgilio, disse: Figlio; a me Dante, or vedi L’anime di color, cui vinse l'ira; de’ quali è stato detto di sopra: Et anco vo’; io Virgilio, che tu; cioè Dante, per certo credi, Che sotto l’acqua; della palude Stige, è gente che sospira, E fanno pullular quest'acqua al summo; perchè per lo fiatare sotto l’acqua venivano li bollori suso, Come l’occhio ti dice; cioè come tu vedi, unque s’aggira; cioè in ogni parte che tu volgi li occhi; e questa gente Fitti nel limo; cioè in quel fangaccio del palude, dicon: Tristi fummo Nell'aere dolce; cioè del mondo, che dal Sol s’allegra: imperocché il sole illumina il mondo, e fallo giocondo et allegro, Portando dentro; nel cuore, accidioso fummo; cioè oscurità d’ accidia la quale fa l’uomo oscuro. Or ci attristiam nella belletta negra; della palude stigia. Quest'inno; cioè questi versi detti di sopra che contengono le parole, che fìnge l’autore che questi peccatori dicessono, le quali sono consonanti come comanda la regola de’ ritimi 31. si gorgoglian nella strozza; cioè gorgogliando dicono: Chè dir nol posson con parola integra. Assegna la cagione perchè gorgogliano. E deesi notare che perciò fìnge l’autore che li accidiosi sieno puniti sotto la palude Stige, che significa tristizia, perchè l’accidia è sempre con tristizia, come si dirà di sotto. E ben finge che Virgilio che significa la ragione, dica quello che coloro borbogliavano: imperò che la ragione di Dante questo finse, come parole convenienti alli accidiosi, i quali eziandio in parlare sono pigri, e per tedio non proferiscono parole intere. E per osservare l’ordine usato, è da vedere qui dell’accidia che è, e quali sono le sue specie, e quali sono le sue figliuole, e quali sono le sue compagne, e li rimedi che ci sono a schifarla. E prima, accidia è tristizia aggravante, ovvero, come dice santo Agostino: Accidia è tedio del bene interno, ovvero accidia è torpore [p. 219 modifica]d’animo negligente di cominciare le buone cose; e nota che santo Gregorio pone tristizia per peccato capitale, et accidia per sua specie. E per tanto è da sapere che propriamente accidia è approssimazione a riposo; e tristizia è dipartimento dal bene; onde tra loro è differenzia come tra l’uscire di casa et entrare nella via che sono una medesima cosa; ma ànno diversi termini. Ora è da notare che le specie dell’accidia sono xvi; cioè tepidità, mollezza, oziosità, sonnolenzia, indugio, tardità, negligenzia, imperseveranzia, remissione, dissoluzione, incuria, ignavia, indevozione, tristizia, tedio di vita, e desperazione. E le sue figliuole sono vi; cioè malizia, rancore, pusillanimità, vagazione di mente alle cose illicite, torpore contra li comandamenti, e diffidenzia. E le sue compagne sono vi; cioè povertà, viltà, afflizione o vero dolore, perdimento di tempo, sozzezza, infermità d’animo e di corpo. Ora doviamo notare otto rimedi contra il peccato dell’accidia; cioè occupazione, considerazione delle pene eterne, considerazione del premio eterno, la compagnia de’ buoni, l’esempro di Cristo, la considerazione de’ pericoli nelli quali siamo, fervore di mente, e la grazia di Dio: et è da notare che indiscreto fervore è vizio opposito all’accidia. Ora è da considerare che per convenienzia l’autore finge li sopra scritti tormenti essere nell’inferno a punire li accidiosi: prima li accidiosi sono sotto la palude di Stige attuffati, perchè l’accidioso sempre è in tristizia sommerso; e quello che gorgogliano è lo rimorso della coscienza che ànno di sì fatto peccato, che chiaramente non la dimostrano; e questo medesimo si verifica nelli accidiosi nel mondo, come apparirà a chi bene considera, e però non mi stendo più. Ma puossi qui muovere uno dubbio; cioè perchè l’autore trattò di questi due vizi insieme? A che si può rispondere che per ciò li à posti in questa palude che si chiama Stige: imperò che questi due peccati, de’ quali tratta in questa parte, danno tristizia all’animo e al corpo, onde ben si conviene che sieno puniti in Stige che significa tristizia; e perchè l’accidia mai non si cessa dalla tristizia 32, et è peccato occulto, e poco appare nelli atti di fuori, à finto che si punisca sotto l’acqua; ma l’ira sopra l’acqua, perchè benché l’origine sua venga dall’animo, pur si mostra nelli atti di fuori.

C. VII. v. 127-130. In questo ultimo ternario et uno verso l’autore continua lo suo processo, dicendo: Così girammo; cioè Virgilio et io Dante, ragionando di quelli due peccati de’ quali è detto di sopra, della lorda pozza; cioè palude Stige che era tondo come uno pozzo, se non che in mezzo vi era la città di Dite, Grand'arco; dice perchè n’aggirarono gran parte, tra la ripa sesta e il mezzo. [p. 220 modifica]Descrive onde era la loro andata, e dice che era tra la ripa sesta onde erano scesi, e il mezzo ov’era la palude. E forse33 qui dubiterebbe alcuno, come questa fosse la ripa sesta: conciò sia cosa che fosse nel quinto cerchio. A che si può rispondere che la ripa prima fu quella d’Acheronte, la seconda quella del primo cerchio, la terza quella del secondo, la quarta quella del terzo, la quinta quella del quarto, la sesta quella del quinto, nella quale34 erano scesi; e però dice che andavano tra la ripa sesta e lo mezzo ov’era la palude. Con li occhi volti a chi del fango ingozza; cioè alli accidiosi che erano sotto la palude Stige, Venimmo a piè35 d’una torre; Virgilio et io Dante, al dassezzo; 36; cioè all’ultimo ove ci fermammo: imperò che quivi era il passo della palude. E qui finisce il canto settimo.

Note

  1. C. M. disse a Pluto, quine: Poi si rivolse ec.
  2. C. M. chioccia a Satan che il soccorresse;
  3. C. M. confortò Dante
  4. C. M. discendere, et appresso come Virgilio lo confortò vedendolo temere per le parole di Plutone, quine: E quel savio ec. Dice
  5. Questo interposto d’ammirazione presso i Greci è παπαί. E.
  6. C. M. questa ripa dove era lo descenso
  7. C. M. l’uomo rabioso consumante più
  8. Commettere strupo potrebbe significare fare ragunata, allestir gente e simili, come sembrano accennare le parole del Commento, più sotto. E.
  9. Ae, ed ora più comunemente à, sebbene odasi tutto di’ nella bocca de’ Toscani, i quali pure serbano l’infinito aere, donde questa proviene. E.
  10. In degli qui chiaro apparisce valere intra od infra, intra gli altri vizi. E.
  11. C. M. si finge l’avarizia
  12. C. M. cioè per quelli del mondo, in questo modo; cioè per le quali
  13. Altrimenti - Lì vid’io
  14. C.M. delli altri peccati, che
  15. C. M. pesi, vanno l’uno
  16. C. M. secondo l’autorità di Virgilio
  17. Burlare per gettare è voce tuttora viva in alcune provincie dell’alta Italia. E.
  18. C. M. metro; cioè verso dispiacente, del quale è ditto di sopra; cioè perchè tieni, e perchè burli? Onde
  19. Altrimenti - di quattro sentenzie, che
  20. C. M. ritta tocca; ma il mezzo
  21. C. M. al mezzo e temperamento. E così è virtù, la quale sempre sta in mezzo. Seguita poi l’altra parte.
  22. C. M. propriamente sunta, e prodigalità. Il nostro codice à - prendendola, altrimenti presa e prodigalità.
  23. Da - Potrebbesi a cioè - si è emendato col Magliabechiano. E.
  24. C. M. farne passare una;
  25. C. M. ogni cosa, fece li Cieli,
  26. Altrimenti - Che è occulto
  27. C. M. discendiam omai; cioè ingiummai discendiamo tu et io
  28. Aliter — flendo
  29. C. M. quando polla,
  30. C. M. a villania
  31. Ritimo è più volte adoperato dal nostro Commentatore, e deriva dal rilimus e ritimare de’ bassi tempi. E.
  32. Secondo il Cod. M. abbiamo aggiunto - e perché - fino - et è peccato - E.
  33. C. M. forsi
  34. C. M. nelle quali erano
  35. C. M. venimmo al piè
  36. C. M. dissezzo;
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