Traduzioni e riduzioni/Dall'Odissea

Dall'Odissea di Omero

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Dall'Iliade Miscellanea
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DALL’ODISSEA DI OMERO

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INVOCAZIONE ALLA MVSA


L’uomo, o Musa, mi di’, molt’agile, il quale per molto
corse, da ch’ebbe la sacra città distrutta di Troia;
d’uomini molti e’ vide le stanze e la mente conobbe:
molti dolori in suo cuore soffri ben egli per mare
sì la sua vita volendo e pe’ suoi compagni il ritorno.
Ma nè così salvò, pur desioso, i compagni,
parvoli! ch’alle giovenche del Sol ch’è figlio dell’Alto
morsero, e ad essi ritolse il giorno del reduce, il Sole.
Dinne e a noi, Dea figlia di Giove, di dove tu voglia.

la canzone del ritorno

     Loro il cantore cantava, molto inclito; ed essi in silenzio
stavano assisi ad udire: e’ cantava il ritorno da Troia
tristo, che aveva agli Achei destinato già Pallade Atena.
     E dalle stanze di sopra sentì nel suo cuor la canzone
— voce di dei — la prudente Penelope figlia d’icario:
per la sublime scalèa della casa discese: non sola;
anche due agili ancelle venivano insieme con essa.
Quando da’ suoi chieditori fu giunta, la splendida donna,
sul limitare sostò della sala costrutta con arte, —
prima alle guance però s’era tratto il sottile suo velo —
ed ai due lati di lei si fermarono l’agili ancelle.
Ruppe in un subito pianto e parlava al divino cantore:
     “Femio, poichè tu parecchie ne sai di codeste malie,

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d’uomini gesta e di dei cui celebri fanno i cantori,
cantane alcuna sedendo costi, mentre gli altri in silenzio
bevano il vino; ma cessa bensì da codesta canzone
funebre, che seinpremai mi consuma nel petto il mio cuore;
chè sopra tutti me colse un indimenticabile affanno!
tale è la vita per cui mi struggo, pensandoci sempre!„
     E le rispose di contro Telemaco, il savio suo figlio:
“Madre, a che vuoi tu così proibire al soave cantore,
di ricrearci nel modo che il cuore gli detta? Non ci hanno
colpa i cantori: sì Giove, credo io, ce n’ha colpa, che dona
agli affannosi mortali, così come vuole, a ciascuno.
E non ha torto costui di cantar la sventura de’ Danai,
chè delle tante canzoni più lodano gli uomini quella
che, sia qualunque, a chi ode, risuona a l’orecchio più nuova.
Ora sostenga il tuo cuore ed ardisca il tuo animo udire:
chè non fu solo Odissèo, che vi perse il suo di del ritorno,
là nella terra di Troia: vi persero e molti la vita.
Ecco, ritorna alla stanza ed attendi alle proprie tue cure,
bada al telaio, alla rócca, ed ingiungi alle femmine ancelle
d’essere a loro faccende: il parlare, degli uomini tutti
cura ha da essere, e in prima di me, che comando per casa„.
     Ella stupita tra sè, ritornava di nuovo alla casa,
poi che nel cuore ripose il parlare del savio suo figlio,
e risalita alle stanze di su, con le femmine ancelle
ecco piangeva il marito suo caro, Odissèo, fin che il sonno
dolce gittò sulle palpebre a lei l’occhi-lucida Atena.
Ed un vocìo si levò per la sala raccolta nell’ombra.

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l’orto d’alcinoo

Fuor del cortile, all’uscita, vi verzica subito un orto
grande, di quattro moggiate: ha d’ogni suo lato la siepe.
Prima, vi vengono su lunghi alberi in grande rigoglio,
meligranati con peri e con meli di lucidi frutti,
con le ficaie soavi e gli olivi di grande rigoglio.
Non il fruttar suo mai questi alberi perdono, e dura
sempre di verno e d’estate per quanto è l’anno, chè sempre
v’alita un vento che questi v’ingenera, quelli matura;
tanto che, pera su pera, v’invecchiano, e mela su mela,
grappolo ancora su grappolo, e via via fico su fico.
Quindi, è piantata una vigna, una molto fruttifera vigna:
d’essa, in uguale pianoro la parte che guarda a solivo
cuocesi al sole, e così quei grappoli colgono, altrove
pigiano; in quella a bacio son qua verdi uve che il fiore
mettono appena, là altre che invaiano gli acini sotto.
Poi, dopo l’ultima fila, in simmetriche aiuole, gli ortaggi
crescono, d’ogni ragione, che verdi vi spiccano sempre.
Sgorgano qui due fonti, che l’una per quanto è l’orto
spargesi, l’altra il cortile attraversa di sotto la soglia
sino alla casa alta; ove in città si veniva per acqua.

odisseo lontano dalla patria

Fui nove giorni dei venti in balìa, ma nel decimo, a notte
nera, ad Ogigia gli dei mi sospinsero, dove Calipso
abita, la riccioluta, terribile dea, che in’accolse;
e coralmente mi amava e nutriva, e dicea che m’avrebbe
salvo per sempre da morte e sottratto a vecchiezza per sempre.

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Pure il mio cuore non mai dentro il petto poteva piegare.
Quivi rimasi continui sett’anni, e bagnava ogni giorno
delle mie lagrime il dono che n’ebbi di vesti immortali.

il racconto del navigatore

Sono Odisseo Laertìade che ne’ discorsi di tutti
sono per mille accortezze, e il mio nome si spazia nell’alto.
Abito in Itaca, l’isola illustre. Ed un monte vi sorge,
Nèrito tremolo d’alberi, il nobile, ed isole intorno
molte vi sono abitate, che l’una si tocca con l’altra,
Same, Dulichio, Zacinto di molte boscaglie. Ma essa,
piana di rive, nel mare si stende più lungi di tutte,
contro l’opaco tramonto: son l’altre ver l’alba ed il sole:
aspra e rupestra ma buona nutrice di giovani: ed io
nulla vedere potrei della terra nativa più dolce.
Bene me là tratteneva Calipso la dea delle dee,
dentro cavate spelonche, anelando le fossi marito;
proprio nel modo che Circe volea ritenermi in sua casa,
quell’ingannevole Eèa, anelando le fossi marito;
ma non poterono mai il mio cuore piegare nel petto.
Nulla così più soave riesce del suolo nativo,
nulla de’ suoi genitori a chi lungi, una casa pur pingue
abiti in terra straniera, lontano da’ suoi genitori.
Ora non più! ch’io ti narri il mio molto dolente ritorno,
che mi diè Giove quand’io lontanai dalla terra di Troia.

i cìconi

D’Ilio partito mi spinse alla terra dei Cìconi il vento,
Ismaro: quivi predai la città, feci scempio di loro.

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Dalla città le lor donne e le molte ricchezze prendemmo
e dividemmo tra noi, che ciascuno n’andasse contento.
Quivi esortavo che noi si fuggisse con rapidi piedi:
ben li esortavo, ma quelli non diedero, stolidi, retta:
molto bevendo vin pretto, scannavano pecore molte
lungo la spiaggia con buoi di pel lustro e di passi incrociati;
fin che partiti gettavano i Cìconi ai Cìconi gli urli,
loro finitimi, ch’erano piú ad un tempo e piú forti,
dentro la terra abitando; e sapevano bene da’ carri
contro guerrieri combattere, e quando occorresse, pedoni.
Vennero — tanto le foglie ed i fiori non sono a suo tempo —
di buon mattino. Allor sì che da Giove ci venne sventura,
gli sventurati, perchè sopportassimo molti dolori!
E la battaglia s’accese e durava alle rapide navi,
e si scagliavano contro le lancie guarnite di bronzo.
Fin che durava il mattino e cresceva il mirabile giorno,
ci difendemmo a piè fermo, sebbene noi fossimo in meno:
poi quando il sole svoltò, in quell’ora che staccano i bovi,
ecco, domati dai Cìconi, in dietro rivolti gli Achei.
Sei d’ogni nave, compagni vestiti di belle gambiere,
morti vi furono: noi e la morte e la sorte fuggimmo.

fortunale

Quinci seguimmo la rotta, con nuova una pena nel cuore,
lieti scampati alla morte, perduti dei cari compagni.
Ma non salpammo le navi dei duplici canapi prima
che per tre volte ciascuno chiamasse i compagni, d’un urlo,
miseri, ch’erano morti, trafitti da’ Cìconi, al campo.
Borea fu dato alle navi dal re delle nuvole Giove,
e un fortunale terribile; e tutto di nubi fu pieno,
tanto la terra che il mare, e la notte veniva dal cielo.
Quindi le navi filavano via tutte curve, e tre quattro

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strappi attraverso le vele produsse la forza del vento.
Noi le imbrogliammo e calammo in coperta, temendo di morte,
ed alla spiaggia, per forza di remi, spingemmo le navi.
Quivi due notti e due giorni continui giacemmo continua-
mente, stanchissimi e con la tristezza mangiandoci il cuore.
Quando il di terzo ci venne con l’Alba da’riccioli lunghi,
gli alberi noi raddrizzammo e spiegammo le candide vele,
e sedevamo, chè il vento e la barra portava le navi.
E senza danni qui forse giungevo alla terra nativa;
ma la corrente, mentr’io già volevo doppiar la Malea,
e l’aquilone me ne ricacciò, pinse via da Citera.

i mangiatori di loto

Quindi per nove giornate portavano venti di morte
me per il regno dei pesci, e prendemmo, nel decimo, terra,
dai mangiatori di loto che cibano cibo di fiori.
Quivi prendemmo la solida terra ed uscimmo per acqua,
ed i compagni cenarono accanto le rapide navi.
Quando poi furono sazi di cibo e bevanda, i compagni
volli che andassero dentro la terra, per prendere voce
(scelsi due uomini e terzo mandai un araldo con loro),
quali vi fossero genti, nutrite di cibo terreno.
Subito via s’imbatterono nei mangiatori di loto;
nè i mangiatori di loto pensarono morte ai compagni
nostri, sì diedero loro a gustare del fiore di loto.
Ma chi mangiava del loto, la biada soave qual miele,
più non voleva tornare poi dietro e venircelo a dire:
essi volevano lì con i mangiatori di loto
stare, brucandosi il loto, e non più ricordare il ritorno.
Li ricondussi alle navi, che molto piangevano, a forza,
li trascinai sulle navi incavate, e legai sotto il ponte,
mentre aggiungevo a quelli altri diletti compagni, che tutti

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senza indugiare montassero sopra le rapide navi,
chè non alcuno, mangiato del loto, si scordi il ritorno.
Furono presto montati e sederono tutti agli scalmi,
e via che in fila, coi remi battevano il torbido mare.

ciclòpi

Quindi seguimmo la rotta, con nuova una pena nel cuore.
E noi giungemmo al paese ch’è dei soprumani Ciclòpi,
de’ senza leggi, che solo fidando nei numi immortali,
mai con le mani nè piantano piante, nè arano il suolo:
ma tutto questo per loro senz’uopo d’aratro e sementa
nasce, si grano si orzo si viti che portano il vino,
vino di grappoli grandi; e la pioggia di Giove, lo cresce.
Essi non hanno consigli, non hanno ragioni comuni;
ma sui cocuzzoli stanno dell’alte montagne, e dimora
hanno entro grotte cavate, ed a’ suoi fa ragione ciascuno,
figli e compagne di letto, e non curano gli uni degli altri.

l’isola delle capre selvatiche

Ecco ed un’isola piana si stende di sghembo sul porto,
non alla terra così de’ Ciclòpi vicina o lontana,
piena di selva, e vi sono infinite le capre selvaggie,
chè non le storna il vedere le pèste degli uomini, e in essa
mai cacciatori non penetrano, ch’alle macchie selvose
soffrono grandi fatiche andando sui picchi dei monti:
non di pastura di greggi nè già d’arature è coperta,
ma non arata nè mai sementata ella d’uomini è priva
sempre, e nutrisce le capre dai tremuli e lunghi belati:
chè tra’ Ciclòpi non sono le navi dal minio alle guancie,

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nè carpentieri di navi vi sono, che possano fare
navi coperte di tolda, che tutto fornissero, andando
alle città degli altri uomini, al modo che s’usa, che spesso
gli uomini vanno a cercare l’un l’altro e traversano il mare:
questi pur l’isola avrebbero a loro ridotta a cultura.
Chè non è trista ella già; ma farebbe a suo tempo ogni cosa;
chè praterie vi si trovano al lido del torbido mare,
umide, soffici; e si, vi farebbero viti perenni.
E l’aratura sarebbe più facile, e fitte le spighe
al tempo suo mieterebbero sempre: chè grasso è il terriccio.
V’ha un buon approdo e non c’è di mestieri l’ormeggio, nel porto,
nè di dar fondo a pietroni o di tendere canapi al lido:
ma chi v’approda, restare vi può, fin che voglia non punga
i marinai di far vela, e le brezze non soffino a modo.
Ma sulla vetta del porto c’è un’acqua che limpida scorre,
fonte sottessa una grotta, e dei pioppi vi crescono intorno.
Governavamo per là; degli dei non alcuno era guida
nell’oscurissima notte, e non c’era barlume di luce:
fitto un nebbione avvolgea torno torno le navi, e la luna
non si mostrava dal cielo: era tutto una nuvola il cielo.
Quivi nessuno con gli occhi quell’isola vide, e nessuno
vide l’ondate che lunghe vi si rotolavano al lido,
prima che urtassero a terra le navi fornite di tolda.
Come toccarono terra, noi tutte le vele serrammo
e discendemmo anche noi sulla terra, al frangente del mare,
e appisolatici lì aspettammo il chiarore dell’alba.

giornata allegra

L’Alba nel ciel mattutino stampava le dita di rose,
quando, stupiti, così movevamo per l’isola i passi.
Ecco le ninfe — le figlie di Giove ch’ha il nembo per carro —
capre montane levarono, a ciò che prendessimo cibo.

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Subito gli archi ricurvi e gli spiedi dal manico lungo
noi dalle navi prendemmo, e divisi quindi in tre schiere
saettavamo. Ed un dio ci concesse la caccia che sfama.
Erano dodici meco le navi, ed a sorte, a ciascuna,
io destinai nove capre: ma dieci ne scelsi a me solo.
Tutto quel giorno così per insino al tramonto del sole
là banchettammo con carni indicibili e vino soave:
ch’anco non era finita la copia del vino vermiglio
dentro le navi, e ve n’era, che molto nell’anfore ognuno,
quando la sacra città noi prendemmo dei Cìconi, infuse.
E guardavamo la terra, che in vista era là, dei Ciclòpi:
fumo veniva da loro, e belati di pecore e capre.
E come il sole calò, che ci venne il crepuscolo sopra,
ecco che noi ci ponemmo a dormir sul frangente del mare.

alla scoperta

L’Alba nel ciel mattutino stampava le dita di rose;
quando raccolte le genti, fra tutti partii questi detti:
“Cari compagni, costì rimanete aspettandomi or voi:
io con la nave più mia, ed insieme ai compagni più miei
voglio partire, sentire quelli uomini io voglio chi sono,
se violenti e selvatici e non servatori del giusto,
o se dell’ospite amici ed in cuore tementi dei numi„.
Quand’ebbi detto, montai sulla nave ed ingiunsi ai compagni,
ch’anco montassero loro e sciogliessero i cavi d’ormeggio.
Furono presto montati e sederono tutti agli scalmi;
e via che in fila, coi remi battevano il torbido mare.
Come a quell’isola fummo arrivati, che c’era vicina,
proprio sull’orlo vedemmo alla riva del mare, una grotta
molto elevata, tappata di lauri, ed in essa parecchie
greggi di pecore e capre stallavano: e un chiuso all’intorno
molto elevato era fatto di grossi pietroni scavati,

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e con pinastri lunghissimi e quercie dall’alto fogliame.
Era la casa d’un uomo terribile, il quale le greggi
solo pasceva lontano di lì, nè trattava con gli altri
mai, ma in disparte si stava, con animo ignaro di leggi.
Era un terribile mostro, per vero, nè simile ad uomo
era, nutrito di pane; ma simile a picco selvoso
era, dell’alte montagne, che appaia in disparte dagli altri.

il mirabile vino del sacerdote

Dunque in quel punto esortai gli altri molto a me fidi compagni
di rimanere colà dalla nave e guardare la nave:
dodici io scelsi tra loro i più forti di tutti i compagni
e m’inoltrai. Ma portavo un vin nero in un otre caprigno,
vino soave, a me dato da Màrone, figlio d’Euante,
il sacerdote d’Apollo, che d’Ismaro aveva la guardia;
dato, perchè lo salvammo, si lui sì la moglie ed un figlio,
per reverenza; abitava nel bosco alberato d’Apollo:
splendidi doni mi offrì per compenso: mi diede talenti
sette in bell’oro battuto, mi diede un cratere d’argento,
tutto d’argento, e via via questo vino egli attinse ed infuse,
il sacerdote d’Apollo, in molt’anfore, dodici in tutto:
vino soave, vin pretto, divina bevanda, nè alcuno
v’era, che lo conoscesse, famigli o fantesche, per casa,
sì egli stesso e la moglie e la sua dispensiera soltanto.
Quando bevevan quel vino, d’un dolce di miele, vermiglio,
esso n’empiva una coppa e ben venti misure aggiungeva
d’acqua, e un odore odorava soave dal pieno cratere
degno di dei, nè piaceva per certo in quel punto non berne.
Pieno un grand’otre di questo portai, con miei viveri inoltre
nella bisaccia, chè avevo nell’animo forte, in barlume,
ch’ero per giungere ad uomo vestito di grande fortezza,
uomo selvatico, ignaro di tutta giustizia e ragione.

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la grotta del mostro

E camminando giungemmo alla grotta; ma lui nella grotta
non ritrovammo: perchè pasturava le pecore pingui.
Meravigliando tra noi guardavamo nell’antro ogni cosa:
pieni di caci i canestri, stipati d’agnelli i cannicci,
e di capretti, e ciascuni serrati al lor posto, da parte:
i primaticci da un canto, dall’altro i serotini, quindi
i mezzanelli; e qua e là traboccavano i vasi di siero,
tutti, le secchie e i bacili, ben fatti, nei quali mungeva.
Qui sulle prime i compagni pregavano me con parole,
che di quei caci prendessimo e dietro tornassimo, e via
spinti alla rapida nave da’ chiusi gli agnelli e i capretti,
velocemente così navigassimo l’onda salata.
Non assentii però io, chè sarebbe pur stato il mio meglio,
che lui vedere io volea, se mi desse, qual ospite, i doni.
Oh! non doveva a’ compagni apparire d’amabile aspetto.

lui!

Quivi facemmo del fuoco, poi sacrificammo, poi anche
noi di quei caci mangiammo, attendendolo dentro, seduti.
Ecco parando il suo branco arrivò. Un gran carico aveva
esso di legna già secca, per ardere al tempo di cena;
lo scaricò, lo gettò dentro l’antro con grande fracasso.
Noi spaventati fuggimmo più dentro nel fondo dell’antro.
Esso nell’ampia spelonca parò le sue pecore pingui,
e tutte quante mungeva, ed i maschi lasciava di fuori,
tanto i montoni che i capri, rinchiusi nell’alto recinto.
Poi sulla bocca dell’antro egli pose un gran masso che in alto

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prima levò, molto grave, cui ventidue carri assai buoni,
a quattro rote, rimosso così non avrebber da terra:
tanto massiccio pietrone egli pose alla bocca dell’antro.
Quindi le pecore assiso mungeva e le tremole capre,
tutto a modino, e poneva alle poppe di ognuna il suo redo.
Poi col presame cagliò la metà di quel candido latte,
poi lo poggiò, l’ammucchiò nelle corbe intrecciate di vinchi;
l’altra metà la ripose ne’ propri paioli, da bere,
quando volesse egli prenderne ed inaflìarne la cena.
E dopo ch’ebbe sbrigate con garbo le proprie faccende,
ecco che il fuoco accendeva, ed allora ci scorse e ci chiese:

il primo colloquio

“Gente, chi siete? di dove voi qua per le strade dell’acqua?
Forse a scambiare le merci? o girate così come viene,
in qualità di ladroni, sul mare, che girano sempre
arrisicando la vita per dare sventura ai foresti?„
     Questo egli disse: ed in pezzi sentimmo noi fendersi il cuore
a quel profondo rimbombo, nel grande terrore del mostro.
Ma pur così le parole trovai da rispondere, e dissi:
“Siamo venuti da Troia, siamo Achivi perduti per via,
spinti da venti diversi sul vortice grande del mare.
Noi ritorniamo; ma altra la rotta, ma altre le vie
furono: forse così stabiliva il pensiero di Giove.
Genti vantiamo esser noi d’Agamennone il figlio d’Atrèo,
donde ora sotto la volta del cielo è grandissimo il nome:
tale città egli prese e distrusse, e gran popolo uccise!
Noi ci troviamo da te, siamo giunti a codeste ginocchia
tue, se tu qualche regalo ci porga come ospite, o qualche
altro a noi dono tu doni, nel modo ch’ad ospiti è bene.
Abbi rispetto agli dei, tu fortissimo: supplici siamo
dunque per te. Sai che vendica i supplici e gli ospiti Giove,

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Giove ospitale, che viene con gli ospiti degni d’onore„.
     Dissi, e colui con un animo senza pietà mi rispose:
“Ospite, un bimbo tu sei, o venuto di molto lontano
sei, che m’esorti ad avere o rispetto o timor degli dei:
non i Ciclòpi si curan di Giove ch’ha il nembo per carro,
nè d’altri Numi beati, chè molto noi siamo più forti.
Nè per timore dell’odio di Giove, asterrei la mia mano
dai tuoi compagni e da te, se non fosse il mio cuore a volerlo.
Ora mi di’ dove qua l’ormeggiasti la nave ben fatta:
forse nell’ultima punta, o qui presso? chè voglio saperlo
     Questo diceva tentando: io che molte ne so, me n’avvidi,
sì che in ricambio gli dissi così con accorte parole:
“Me la spezzò Posidòne, lo Scuoti-la-terra, la nave;
alla scogliera gettandola all’orlo del vostro paese.
Ad una punta l’urtò, che dal vento era tratta alla spiaggia:
io con costoro sfuggii alla morte che piomba d’un tratto„.

il pasto del ciclòpe

     Dissi, nè quegli, con animo senza pietà, mi rispose:
ma d’uno slancio gettava nel mezzo ai compagni le mani.
Due n’afferrò, li battè come fossero cuccioli, a terra,
giù. Le cervella scorrevano intorno e inzuppavano il suolo.
Quindi tagliatili pezzo per pezzo, imbandì la sua cena.
Come un leone, mangiava, nutrito ne’ monti, nè dietro
visceri o carni lasciava, nè Tossa con quella midolla.
Noi oh! piangendo inalzammo le mani al dio Giove, vedendo
l’opera trista, chè il cuore non dava consiglio veruno.
Quando il Ciclòpe si fu riempita la grande ventraia,
d’uomini carne mangiando e bevendoci su latte puro,
dentro la grotta giaceva sdraiatosi in mezzo alle greggi.
Ed io pensai tra di me, meditando nell’anima grande,
farmegli presso e tirata la spada appuntita dal fianco,

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lui percuotere 11 dove il fegato sta nella rete,
solo trovandolo al tasto. Ed un altro pensiero mi tenne:
morti saremmo anche noi della morte che piomba d’un tratto,
lì, poi che noi non avremmo potuto alla bocca dell’antro
ampia, levare l’enorme pietrone che posto v’aveva.
Dunque così sospirando aspettammo il chiarore dell’alba.

le faccende del nuovo giorno

     L’Alba nel ciel mattutino stampava le dita di rose;
quand’egli il fuoco accendeva e mungeva le pecore belle,
tutto a modino, e poneva alle poppe a ciascuna il suo redo.
Dopo ch’egli ebbe sbrigate con garbo le proprie faccende,
altri due miei m’abbrancò, e con loro egli ruppe il digiuno.
Dopo di questo, parò fuor dall’antro le pecore pingui,
tolto con facilità quel grande pietrone; ma dopo
ve lo ripose, così come porre coperchio a faretra.
Egli con zufoli molti parava le pecore al monte,
l’alto ciclope: io restai con profondi pensieri di morte,
se vendicarmi potessi, ed Atena mi desse quel vanto.

preparativi d’odisseo

Questo pensando nel cuore mi parve il consiglio migliore.
Presso la stalla una grande calocchia giaceva nell’antro:
verde, d’olivo: l’aveva tagliato per farsene, quando
fosse seccato, bastone. Noi lo misurammo con gli occhi:
come un buon albero egli era, di nave con venti alla voga
remi, da carico, larga, che passa il gran gorgo del mare:
era altrettanto in lunghezza, altrettanto in grossezza quel palo.
Mi ci posi io, ne recisi per quanto una tesa di braccia,

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ed ai compagni lo diedi a lisciare e raschiare, e i compagni
liscio lo fecero, ed io mi ci posi e così l’aguzzai;
presto lo presi, e la punta indurii nella brage del fuoco:
poi Io riposi ben bene nascostolo sotto lo sterco
che per la grotta quant’era, stendevasi molto ammucchiato:
quindi i compagni voli’io, che gittasser le sorti, e sortisse
chi fosse ardito con me, sollevato quel palo, sfregarlo
dentro il suo occhio, allorché fosse preso dal sonno soave.
Ecco, e sortirono quelli che avrei da me stesso prescelti:
quattro compagni, e contai me medesimo quinto con loro.

il nome d’odisseo

Ed alla sera egli venne pascendo le greggie lanute.
Tosto nell’ampia spelonca parò le sue pecore pingui,
tutte, nè alcuno lasciò forivia nel profondo recinto,
sia per un qualche suo dubbio, sia che così un nume volesse.
Poi sull’entrata egli pose il gran masso, levatoio in alto;
quindi le pecore assiso mungeva e le tremole capre,
tutto a modino, e poneva alle poppe a ciascuna il suo redo.
     Dopo ch’egli ebbe sbrigate ben bene le proprie faccende,
altri due miei m’abbrancò, e con loro imbandì la sua cena.
Proprio in quel punto, al Cictòpe mi feci da presso, e gli dissi,
ed una coppa tenea tra le mani del dolce vin nero:
“To’: bei vino, Ciclòpe, poiché tu mangiasti dell’uomo;
ch’hai da sapere qual vino era questo che il nostro vascello
dentro ascondea. Ne portai per libartelo, se intenerito
tu rimandato m’avessi; ma tu ti fai sempre più crudo!
O miserabile, e chi d’or innanzi vorrà visitarti
più, delle genti, pur tante? Non queste son opere a modo
Dissi: egli prese la coppa e d’un fiato la tracannò, oltre
modo gustando la bibita dolce e ne chiese dell’altra:
“Dammene ancora, da bravo, e il tuo nome qui subito dimmi;

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ch’io ti vuo’ dare un bel dono, perchè anche tu ti rallegri.
Vero che vino ai Ciclòpi dà il suolo, che germina il grano,
vino dai grappoli grandi, e la pioggia di Giove lo cresce:
sì, ma codesto è una vena d’ambrosia e di nettare vera
Disse, e di nuovo gli porsi del vino colore di fiamma.
Io gliene diedi tre coppe, tre coppe egli tracannò, stolto:
Ma poi che il vino fu giunto alla rete del cuor del Ciclòpe,
ecco che io, con parole soavi qual miele, gli dissi:
“Tu mi domandi, Ciclòpe, il mio nome chiarissimo, ed io
te lo dirò, ma tu dammi quel dono ospitale ch’hai detto.
Niuno è il mio nome! mia madre e mio padre mi chiamano Niuno,
e con mio padre e mia madre mi chiamano tutti i compagni
Dissi; e colui, con un animo senza pietà, mi rispose:
“Niuno per ultimo lo mangerò dopo gli altri compagni:
gli altri li mangerò prima! codesto è il tuo dono ospitale„.

ciò che succede di notte neulla spelonca

Disse, e piegatosi indietro cascò, pancia all’aria, e lì, dove
cadde, si giacque con torta la grossa cervice: ed il sonno
che doma tutto, lo prese. Erompevano fiotti di vino
dalla sua gola, e con rutti la carne degli uomini a tocchi.
Sotto la molta cinigia il mio palo sospinsi in quel punto,
fin che non fosse ben caldo, e i compagni esortai con parole
tutti, chè alcuno non desse, in un subito palpito, indietro.
Quindi allorchè la calocchia d’olivo nel fuoco, sebbene
verde, già stava per ardere, e ne traspariva già rosso,
ecco che fuor la portavo dal fuoco, io più presso, i compagni
tutti all’intorno: era un dio che nel cuor ci alitava la forza.
Essi prendendo su il palo d’olivo, appuntito la cima,
glielo ficcaron nell’occhio ed io lì, puntellatomi sopra,
che lo giravo, come uno che trapana trave da nave
con la trivella, che gli altri più sotto, attaccati alla fune,

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tirano e girano via, ed il trapano cigola e gira.
Tale, nell’occhio di lui noi quel palo con punta di fuoco,
trivellavamo, ed il sangue sfriggevagli intorno bollendo.
Tutte le palpebre intorno e le ciglia abbrustiva la vampa
della pupilla che ardeva, ed ardean crepitando le barbe.
Come se un fabbro ferraio una scure massiccia od un’ascia
tuffa in fredd’acqua, a temprarla, che quella con grande stridore
sfrigola e sibila: tale è questa la forza del ferro:
ora così sibilava dattorno a quel palo quell’occhio.
Egli, un grand’urlo terribile fece, con eco dell’antro.

niuno!

Noi qua e là spauriti fuggimmo. Ma egli dall’occhio
si strappò via quel troncone, imbrattato di molto suo sangue,
e smaniando in un tratto da sè lo buttò via lontano.
E con grandi urla i Ciclòpi chiamava, i Ciclòpi che torno
torno abitavano in grotte, nei picchi battuti dal vento:
essi la voce sentendo, venivano qual d’una parte,
quale d’un’altra e chiedean, presso l’antro, che mai gli dolesse.
“Che ti succede di male, così, Polifèmo, che gridi
tanto, nel sacro silenzio notturno, e dormir non ci lasci?
Forse qualcun dei mortali ti porta le pecore via?
Forse qualcuno t’uccide costi per inganno od a forza?„
     Dalla spelonca il fortissimo a lor Polifèmo rispose:
“Niuno, miei cari, m’uccide ad inganno, nemmeno per forza„.
     E rimandavano a lui le parole dall’ale di uccelli:
“Dunque, se solo costì tu dimori e nessuno t’offende,
certo gli è un male da Giove, impossibile certo a schivare:
si che non c’è che pregar Posidone, il divino tuo padre
     Questo dicendo partivano e il caro mio cuore mi rise,
che si adempisse l’inganno così d’aver dato quel nome.

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il modo d’uscire dalla grotta

Ed il Ciclòpe, gemendo con spasimi e smanie a tentoni
con le due mani, palpando, la pietra levò dalla bocca;
e sull’entrata sedeva egli stesso, con spante le mani,
per abbrancare qualcuno che in mezzo alle pecore uscisse.
Egli me bimbo così sperava in suo cuore, che fossi;
mentre pensavo e pensavo ad un modo che fosse il migliore,
per ritrovar come scioglier da morte i compagni e me stesso.
Gli accorgimenti e le vie nel pensiero tessevo e stessevo,
chè si trattava di vita, e da presso era grande sventura.
     Questo a me dunque nel cuore pareva il consiglio migliore.
V’erano pecore maschi, ben grassi, ben folti di lana,
grandi, vistosi, ch’avevano il vello color di vïola.
Io li legavo tra loro, tacendo, con vimini attorti
su cui dormiva il Ciclòpe gigante, dal cuor senza legge.
A tre a tre li prendea. Quel di mezzo portavasi un uomo;
gli altri da un lato e dall’altro salvavano, andando, i compagni:
ogni tre pecore un uomo portavano. Quanto a me, io —
c’era un ariete, il molto più bello di tutta la greggia —
presolo al dorso e voltatomi sotto la pancia vellosa,
stavo, ed intanto le mani alla lana foltissima, immensa,
sempre tenevo contorte, e pendeva con cuor paziente.
     E sospirando così aspettammo il chiarore dell’Alba.

l’ariete maggiore

L’Alba nel ciel mattutino stampava le dita di rose,
quando di fuor dalla grotta n’uscirono a pascere i maschi,
mentre non munte le femmine intorno a’ graticci, le poppe

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piene di latte, belavano. Ed egli, il padrone, di doglie
fiere trafitto, palpava di tutti i suoi pecori il dosso,
come si stavano sui quattro piedi; e colui non s’accorse
bimbo! chi gli era, alla pancia del gregge lanoso, legato.
Ultimo il capo del branco inovea per uscirsene, grave
della sua lana e di me, col mio furbo consiglio nel cuore.
E palpeggiatolo un po’, Polifèmo il gagliardo, gli disse:
“Pecoro caro, perchè per la grotta tu m’esci, del gregge
l’ultimo? Prima non già rimanevi alle pecore indietro,
anzi il primissimo tu vai brucando i fioretti dell’erba,
a lunghi passi e per primo tu giungi alle rive dei fiumi,
come per primo desii ritornare allo stabbio la sera.
Or l’ultimissimo sei. Oh! tu forse dolente rimpiangi
l’occhio del caro padrone, che un uomo cattivo accecava
coi maledetti compagni, domatogli il cuore col vino,
Niuno, che non credo io sia già fuggito alla morte?
Se come me tu pensassi, se tu divenissi parlante
che mi dicessi ove mai si sottragga al mio sdegno quell’uomo!
Le sue cervella un po’ qua un po’ là per la grotta dal capo
suo fracassato per terra n’andrebbero sparse, e il mio cuore
respirerebbe da’ guai che mi diede quel Niuno da nulla„.
     Questo egli disse e da sè sospinse il suo pecoro fuori.

lo sfogo di odisseo

Quando poi fummo un pochino dall’antro e dal chiuso lontani,
primo mi sciolsi dal pecoro e sciolsi dagli altri i compagni.
Rapidamente le pecore grosse, che stendono i piedi,
noi paravamo, di qua e di là ricorrendo fin ch’alla
nave giungemmo. Con gioia ci videro i cari compagni,
come sfuggiti alla morte, ed il pianto facevan sugli altri.
Non li lasciai, accennando ad ognuno d’un muover di ciglia,
piangere, ch’anzi esortai ch’alia lesta del gregge lanuto

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molte cacciate alla nave, solcassero l’acqua salata.
Furono presto montati e sederono tutti agli scalmi
e via che in fila coi remi battevano il torbido mare.
Quando lontano ne fui, quanto giunge il gridare d’un uomo,
io mi rivolsi al Ciclòpe, parole mandandogli d’onta:
“Non un uom fiacco, o Ciclòpe, era quello i cui cari compagni
tu ti mangiasti con l’empia tua forza, nell’antro tuo cavo!
Troppo dovevan le tue malefatte tornare a tuo danno,
o miserabile, che non temevi i tuoi ospiti in casa
tua di mangiarli: perciò n’hai da Giove e dagli altri la pena„.

la pietra di polifèmo

Questo gli dissi, ed a lui più nel cuore si prese la rabbia:
egli staccò d’un gran monte l’intero cocuzzolo e via che
ce lo slanciò, ma passò sulla nave di prora azzurrina.
L’onde del mare si fransero al piombar giù della pietra;
e riportavano l'onde, nel loro riflusso, la nave
dall’alto mare alla terra, e per poco non venne alla spiaggia.
Ma nelle mani afferrai un lunghissimo palo, e con quello
l’allontanai dalla riva, e ai compagni, spronandoli ingiunsi
forza di remi e vogare, perchè si fuggisse al malanno,
sempre cennando col capo: e vogarono quelli di forza.
Quando due volte quel tratto di mare noi fummo lontani,
anco al Ciclòpe parlavo, ed intorno i compagni, chi d’una
parte, chi d’altra impedir mi voleano con dolci parole:
“Ma, temerario, perchè stuzzicarlo quell’uomo selvaggio?
che poco fa con quello suo saettare condusse la nave
dietro, alla spiaggia, che già lì per lì noi credemmo morire.
Che se n’udiva una voce, che s’una parola n’udiva,
ci fracassava la testa ed il legno di tutta la nave
con uno scabro macigno: tant’è la sua forza nel gitto„.
     Tanto dicevano senza piegarmi il magnanimo cuore.

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chi era niuno

Anzi gli dissi di nuovo con animo torbido d’ira:
“Senti, Ciclope; se alcuno degli uomini nati a morire,
vuole sapere da te quella perdita brutta, dell’occhio;
digli che te lo cavò Odisseo, l’eversore di mura,
figlio che è di Laerte, che in Itaca tiene sua casa„.
Questo gli dissi e colui con un gemito grave rispose:
“Ahimè! chiaro m’è si che mi toccano oracoli antichi!
C’era una volta per qui un profeta ben bello, ben grande,
Tèlemo Eurìmide, il quale in predire fu sommo fra tutti,
che tra i Ciclòpi passò la vecchiaia a predire il futuro.
Bene: mi disse che questo doveva succedere, tutto,
che di sua mano Odisseo mi doveva privar della vista.
Sì, ma io sempre aspettavo che grande, che bello un mortale
fosse per giungere qua, vestito di grande fortezza.
Or è un pochino, un da nulla, un senz’ombra di forza, che l’occhio
mio mi cavò, m’accecò, dopochè m’ebbe domo col vino.
Ma qui ritorna, Odisseo, che ti porga i miei doni ospitali,
ch’io buona rotta t’impetri dall’inclito Scuoti-la-terra:
ch’io sono figlio di lui! esso vantasi d’essermi padre:
esso che mi guarirà,’se Io vuole, e non altri: nessuno
o degli dei fortunati o degli uomini nati a morire„.
     Questo egli disse; ma io gli risposi con queste parole:
“Oh! se potessi così della vita e del tempo privarti!
oh! se potessi mandarti laggiù nella casa del Buio!
come non ti guarirà di quell’occhio nè Scuoti-la-terra!„

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la preghiera al dio del mare

     Questo gli dissi, e colui al dio Posidaòne signore
fece preghiera, tendendo le mani allo spazio stellato.
“Odimi, Nume che reggi la terra, d’azzurri capelli:
se veramente son tuo, e se padre tu d’essermi vanti,
dà che Odisseo l’eversore di mura non torni alla casa,
figlio che è di Laerte, che in Itaca tiene sua casa.
Ma s’è destino per lui, che riveda i suoi cari e che torni
alla ben fatta sua casa, là nella sua terra natale,
tardi, in malora, v’arrivi, perdutili tutti, i compagni,
sopra una nave d’estrani, ed in casa ritrovi dolori!„
     Questo pregando diceva: ascoltavalo il dio chiomazzurro.
Quindi levato di nuovo un macigno, ma molto più grande,
lo roteò, lo scagliò, ma ponendoci immensa la spinta,
e non raggiunse che dietro la nave ch’azzurra ha la prora;
poco, non molto mancò che toccasse l’estremo timone.
L’onde del mare si fransero al piombar giù della pietra,
e ciò sospinse la nave, e per poco non giunse alla spiaggia.

il ritorno all’isola delle capre

Quando a quell’isola noi fummo giunti dov’erano l’altre
navi coperte di tolda, adunate; ed intorno i compagni
stavano a terra piangendo, attendendo il ritorno di noi
sempre; la nave arrivati tirammo colà tra la sabbia,
e ne scendemmo noi stessi sul grigio frangente del mare.
Poi dalla nave incavata le pecore, già del Ciclòpe,
ecco prendemmo, e mangiammo, che n’ebbe ciascuno sua parte.
Ma nel divider il branco, i compagni dai belli stinieri

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diedero il maschio del branco a me solo, per giunta. E nel lido
sacrificandolo al dio delle nuvole nere, che regna,
io ne bruciavo dei tocchi: ma egli di ciò non curava,
ma rivolgeva nel cuore in qual modo le navi lunate
tutte coperte di tolda, perissero e i cari compagni.
Tutto quel giorno così per in fino al tramonto del sole
banchettavamo con carni indicibili e vino soave.
E come il sole calò, come ci venne il crepuscolo sopra,
ecco che noi ci ponemmo a dormir sul frangente del mare.
L’Alba nel ciel mattutino stampava le dita di rose,
quando i miei cari compagni con fervidi detti esortai
che su montassero loro e sciogliessero i cavi d’ormeggio.
Furono presto montati e sederono tutti agli scalmi,
e via che in fila coi remi battevano il torbido mare.
Quindi seguimmo la rotta con nuova una pena nel cuore,
lieti scampati da morte, perduti dei cari compagni.

la terra dei venti

L’isola Eolia toccammo: nell’isola aveva una stanza
Eolo l’ippòtade, caro agli dei non mortali del cielo.
L’isola nuota nel mare, ma tutta all’intorno la cinge
forte muraglia di bronzo, ed a picco si leva la rupe.
Nati da lui nella casa dimorano dodici figli,
sei sono femmine e sei sono giovani ancora nel fiore:
esso le figlie le diede che fossero ai figli compagne.
Presso il lor padre così e la sollecita madre
sempre banchettano, e molte lor reca vivande la mensa,
e di profumo d’arrosto odorata la corte risuona
tutta nel dì; ma la notte vicino alle caste compagne
dormono sopra tappeti, su letti dai molti pertugi.
Dunque alla loro città noi giungemmo, alla bella lor casa.
E per un mese mi fece carezze e chiedeva ogni cosa,

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Ilio, il navil degli Argivi, il ritorno dei principi Achei;
e gli narrai dal principio alla fine, a modino, ogni cosa.
Quando poi gli domandai di partire e gli chiesi commiato,
egli non disse di no, ch’anzi a me preparava una scorta.
Diedemi un otre conciato col cuoio d’un bue di nove anni,
e vi legò ben bene le strade dei venti ululanti;
chè dispensiere dei venti lo fece il figliolo di Crono,
che li calmasse o levasse, così come fosse sua voglia.
Nell’incavato naviglio con lucida fune d’argento
l’otre legò, che di fuori non n’esca il più piccolo soffio,
e mi lasciò, da soffiare, la brezza del vento Ponente,
che le mie navi portasse con noi: ma non era destino
che succedesse: fu propria stoltezza la nostra rovina.

sonno in mal punto

Per nove di noi facemmo cammino, la notte ed il giorno;
quando, nel decimo, in vista ci fu la campagna natale,
e da vicino scorgemmo pastori attizzare i lor fuochi.
Quivi fui preso dal sonno soave, chè molto ero stanco,
chè maneggiavo la scotta sempre io nè ad altro la davo
dei miei compagni, perchè s’arrivasse alla patria più presto.
Ed i compagni tra loro dicevano molte parole
ed affermavano ch’oro ed argento portavo alla casa,
doni che fossero d’Eolo Ippòtade, d’anima grande.
E sussurrava ammiccando qualcuno al compagno vicino:
“Ahimè, come costui è amato e pregiato da tutti
gli uomini, alle cui mura e alla cui terra pervenga.
Molti da Troia si porta tesori bellissimi, parte
sua della preda; ma noi, che facemmo lo stesso cammino,
ce ne torniamo alle case stringendo le mani tra loro,
vuote; ed or ora cotesti gli diede, per ben che gli vuole,
Eolo. Ma dunque vediamo al più presto che cosa gli è questo,

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quanto mai oro ed argento si trova racchiuso nell’otre„.
Questo dicevano ed ebbe quel tristo consiglio la meglio;
sciolsero l’otre ed i venti sbalzarono tutti nell’aria,
e la procella li prese, i compagni, e portava nell’alto
mare, piangendo, lontani alla terra natale; ma io
desto dal sonno, nel cuore incolpevole stetti dubbioso
se dalla nave gettandomi morte trovassi nel mare,
o se patissi in silenzio ed ancor rimanessi tra i vivi.
Ecco, rimasi e patii: mi nascosi, in dolor, nella nave,
steso per terra, e le navi portate da tristi procelle
dietro tornarono all’isola Eolia, gemendo i compagni.

la seconda accoglienza di eolo

Quivi prendemmo la solida terra ed uscimmo per acqua,
ed i compagni cenarono accanto le rapide navi.
Quando poi furono sazi di cibo e bevanda, io con uno
sol de’ compagni, mi presi l’araldo e mi posi in cammino.
Giunsi alla splendida casa di Eolo: ve lo trovai
che banchettava coi propri figliuoli e la propria compagna.
Giunti che fummo alla casa, sedemmo di fuori, alla porta,
sul limitare: ma quelli stupirono in cuore e ci chiesero:
“Oh! come quivi, Odisseo? quale dio t’assalì non amico?
Certo con ogni premura ti demmo di che tu giungessi
alla tua terra natale, alla casa ed a ciò che t’è caro„.
     Dissero ed io dopo loro parlai con l’ambascia nel cuore:
“M’hanno cacciato nei guai i compagni malvagi ed un sonno
tristo, con loro. Ma datemi, amici, un rimedio: potete„.
Questo dicevo con molli parole tentandoli, ed essi
muti rimasero. 11 padre rispose con queste parole:
“Via da quest’isola subito, o tu vituperio dei vivi:
che non è lecito a me favorire nè dare il ritorno
ad un tal uomo che in odio è davvero dei numi beati.

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Via: che tu qui se’venuto per odio che t’hanno gli dei„.
Io rimandato cosi, me ne venni con gemiti gravi.

il paese di porte-lontane

     Quindi seguimmo la rotta con nuova una pena nel cuore.
E si rodeva degli uomini il cuore nel tristo remare,
per la stoltezza di noi, che non più si vedeva il ritorno.
E per sei dì noi facemmo cammino, la notte ed il giorno,
ed arrivammo nel settimo all’alta città, già di Lamo,
Porte-Lontane, città de’ Lestrigoni, dove il pastore
mentre ritorna una voce dà al mandriano che parte;
dove un pastor senza sonno potrebbe pigliarsi due paghe,
l’una coi bovi, e pascendo le pecore candide l’altra;
chè della notte e del giorno le strade son molto vicine.
Quivi, poiché nel bel porto arrivammo, sul quale due rupi
ripide s’alzano, l’una da un canto ed un’altra dall’altro,
e i promontori del lido di contro s’avanzano, ed alla
bocca si stringono, e piccola è quindi l’entrata del porto;
là tutti gli altri tenevano dentro le navi ricurve.
Erano dentro ormeggiate nel concavo porto le navi,
tutte vicine, chè in esso non mai si levavano Tonde
poco nè molto, ed intorno era tutta una lucida calma.
Sì, ma sol io in disparte ormeggiavo la nave mia nera,
proprio sull’estremità, con i cavi legati ad un masso:
sopra una ripida vetta salii per vedere, e ristetti.

la reginella e la regina de’ giganti

Non appariva lavoro di bovi nè d’uomini: nulla:
solo vedemmo del fumo che a spire s’alzava da terra.

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Ecco, e i compagni mandai dentro terra per prendere voce,
quali vi fossero genti nudrite di cibo terreno;
scelsi due uomini e terzo mandai un araldo con loro.
Presero, usciti, un sentiero spianato, pel quale sui carri
quelli dell’alte montagne portavano al borgo la legna.
E s’imbatterono in una fanciulla che andava per acqua,
figlia valente d’Antìfate, il re dei Lestrigoni; scese,
fuor delle mura, alla fonte che mena buon’acqua di vena,
detta l’Artacia: da quella in città trasportavano l’acqua.
Fattisi presso di lei le parlarono, e chiesero quale
fosse il re loro e su quali il re loro stendesse l’impero.
Ella mostrò prontamente la casa molto alta del padre.
Quando nell’inclita casa essi furono entrati, la donna
vi ritrovarono, quale un gran monte, e sì n’ebbero orrore.
Essa dall’àgora Antìfate a casa chiamava, l’illustre,
proprio marito, che in vero pensò cruda morte per quelli.
Uno abbrancò dei compagni e con quello egli ruppe il digiuno:
presero gli altri la fuga e mi giunsero salvi alle navi.

i giganti lanciatori di pietre

Egli levò la città a rumore con l’urlo di guerra:
chi d’una parte, chi d’altra i gagliardi Lestrigoni, udendo,
trassero a mille, non simili ad uomini, pari a Giganti;
e ci lanciavano pietre, che uomo alzerebbe a fatica,
tolte alle rupi, e fu gran sgretolìo per le navi e fragore,
per il morire degli uomini e per lo spezzarsi dei legni.
E come pesci infilzandoli andavan con l’orrida cena!
Mentre uccideano così gli addentrati nel porto profondo,
io la mia spada appuntita cavai dal mio fianco e con essa
via che le funi tagliai della nave, ch’azzurra ha la prora.
Subito ai cari compagni, incorandoli, diedi il comando,
forza di remi e vogare, perchè si sfuggisse il malanno.

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Quelli spezzavano l’onde coi remi, temendo la morte.
Bene i due massi sporgenti passò, scivolando nell’alto
mare, il mio legno, ma gli altri si ruppero tutti in un mucchio.

l’isola dell’aurora

Quindi seguimmo la rotta, con nuova una pena nel cuore,
lieti scampati da morte, perduti de’ cari compagni.
Èramo in vista dell’isola Eèa, dove Circe abitava,
Circe dai riccioli lunghi, terribile dea, cantatrice,
propria sorella d’Eeta, colui che dà morte ad altrui.
Nacquero in vero ambedue da quel Sole ch’è luce ai mortali;
ebbero Perse per madre, ch’Oceano vanta per padre.
Quivi in silenzio spingemmo la nave alla spiaggia, ad un porto
dove le navi si celano, e fu certo un nume a guidarci.
Quivi due notti e due giorni continui giacemmo, continuamente,
stanchissimi e con la tristezza mangiandoci il cuore.
Quando il dí terzo portò l’Aurora dai riccioli lunghi,
ecco che presa la lancia con me e la spada appuntita,
dalla mia nave salii prestamente ad un’alta vedetta,
s’opere d’uomo potessi vedere, e sentirne la voce.
Sopra una ripida vetta salii per spiare, e ristetti.
Fumo mi parve veder dalla terra che ha larghe le strade,
nella dimora di Circe, attraverso macchioni e boscaglie.
Quindi ondeggiai dubitoso nell’animo dentro e nel cuore
se a prender voce n’andassi, veduto quel fumo di fiamma.
Pensa e ripensa, mi parve consiglio piú utile, andare
prima alla rapida nave, alla spiaggia del mare, e poi dare
cena ai compagni e mandare qualcuno di loro a sentire.

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il cervo

E camminando ero già non lontano alla nave ricurva,
quando fu certo un celeste che m’ebbe pietà, cosí solo:
chè sul mio stesso cammino mandò un gran cervo di corna
alte. Ad un fiume scendeva dal pascolo della foresta
esso per bere: soffriva per certo la fersa del sole.
Mentre che uscia dalla selva, nel mezzo alla spina del dorso
io lo colpii: lo passò parte parte la lancia di bronzo.
Cadde bramendo per terra e la vita via che volò via.
Sopra gli venni, e la lancia di bronzo strappai dalla piaga
e la riposi per terra e lasciai: ma raccolsi e divelsi
io d’ogni parte de’ rami e de’ giunchi, e ne feci una corda
bene intrecciata, a due versi, per quanto una stesa di braccia,
e i quattro piedi tra loro legai dell’orribile mostro.
Lo caricai, lo portai sulle spalle alla nave mia nera,
puntellato sull’asta con ambo le mani, che l’una
io non potevo recare al mio peso: tanta era la bestia.
Lo scaricai sul davanti al naviglio, e feci animo agli altri,
presso venendo a ciascuno, con dolci parole di miele:
“Cari, no che non andremo, per quanto il dolore ci affanni,
giú nella casa del Buio, se il giorno di morte non viene
prima. Suvvia! fino a che c’è mangiare e c’è ber nella nave,
ci si ricordi del cibo, che non ci tormenti la fame „.
Dissi, ed a quelle parole ubbidirono presto i compagni,
e si scoprirono, e al lido del mare che mai non si ferma,
meravigliarono avanti quel cervo: tant’era la bestia.
Ma dopochè satollarono gli occhi di quella veduta,
l’acqua alle mani si diedero, e diedero mano al convito.
Tutto quel giorno così per infino al tramonto del sole
là banchettammo con carni indicibili e vino soave.
Quando poi il sole calò, che ci venne il crepuscolo sopra,
ecco che noi ci ponemmo a dormire, al frangente del mare.

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il consiglio

L’Alba nel ciel mattutino stampava le dita di rose,
quando raccolte le genti, tra tutti partii questi detti:
“Noi non sappiamo per dove è la sera, per dove l’aurora,
nè da che parte quel sole ch’è luce ai mortali, va sotto,
nè da che parte vien sopra. O compagni, prendiamo consiglio,
se ci sarà piú che fare. Per me, che ci sia, non lo penso:
chè già salita una scabra vedetta, ch’è un’isola vidi,
questa che intorno tutt’è coronata dal mare infinito.
Essa ha spianate le rive, e nel mezzo con questi miei occhi,
scorsi montare del fumo attraverso boscaglie e macchioni„.
Dissi, ed il cuore ai compagni sembrò stritolarsi, pensando
ciò che che il Lestrigone Antífate aveva lor fatto, pensando
al mangiatore crudele degli uomini, forte Ciclòpe.
Misero striduli pianti, versarono lagrime molte,
si; ma da pianti e lamenti non opera alcuna veniva.
Io numerava i compagni, forniti di belle gambiere,
tutti, in due schiere, ed un capo a ciascuna fornii, di mia scelta:
io fui dell’una, dell’altra fu Euríloco simile a un dio.
Subito in una barbuta di bronzo agitammo le sorti:
fuori la sorte sbalzò d’Eurìloco d’anima grande.
E s’avviò: lo seguivano venti, piú due, de’ compagni
nostri piangendo, ed in pianto lasciarono noi dietro loro.

la casa della maga

E ritrovarono in mezzo alle macchie la casa di Circe,
fatta di pietre pulite, in un luogo difeso all’intorno.
C’erano lupi all’intorno, che stanno pei monti, e leoni,

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ch’essa incantò con dar loro fattura dell’erbe cattive.
Non si scagliarono questi sugli uomini, ch’anzi sui quattro
piedi battendo le lunghe lor code, si misero lenti.
Come d’intorno al padrone, allorchè dal convito ritorna,
cani scodinzolano (sempre buoni bocconi ha per loro)
simili intorno di questi, ma lupi fort’unghi e leoni,
scodinzolavano, ed essi tremarono avanti que’ mostri.
Stettero sul limitare della diva dai riccioli belli:
Circe s’udiva cantare di dentro con voce soave,
mentre tesseva una grande sua tela immortale: una tela
lucida, morbida, bella, di quelle che tessono in cielo.
Ecco Polite parlò tra quelli uomini, un Capo di genti,
ch’era il piú caro per me, il piú fido di tutti i compagni.
“Cari, là dentro qualcuna tessendo una grande sua tela
canta un suo canto soave: il vestibolo tutto ne suona:
diva oppur donna? compagni, affrettiamoci a dare una voce„.
Disse Polite, e la voce levavano gli altri, chiamando.

la maga

Quella di subito uscita dischiuse le lucide porte,
e li chiamava, e coloro, gli stolidi, entrarono insieme.
Unico Eurìloco addietro restò, che pensava ad inganni.
Dentro li fece venire, sedere su sedie e sgabelli:
quindi lor diede del cacio e farina e miei giallo, commisto
tutto con vino Pramnèo: mescolava poi anche nel pane
erbe maligne, perchè lor cadesse la patria dal cuore.
Dopo che loro lo porse, bevuto che l’ebbero, subito
ella battea con la verga e così li chiudea nel porcile.
Ecco che avevano il capo e la voce ed il pelo di porci,
e la figura: la mente era sana, com’era da prima.
Dunque piangendo essi furono chiusi ed a loro la maga

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ghiande di leccio e di quercia buttò, con le dure corniole,
come mangime: il mangime de’ porci, che stanno nel brago.
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     

l’erba moly

“Non mi condurre colà, mal mio grado; qui lasciami, o divo:
ch’io lo so bene: nè tu tornerai, nè de’ propri compagni
niuno qui ricondurrai. Ma su, presto con quanti qui sono
ce ne fuggiamo. C’è tempo a schivare fors’anco il mal giorno„.
Tanto egli disse, ma io gli risposi con queste parole:
“Dunque rimani costì, tu, Eurìloco, dove ti trovi:
statti, mangiando e bevendo, alla nera, alla concava nave:
io, io ci andrò: chè ubbidisco ad un’inrecusabile forza„.
E cosí detto salii dalla nave e dal lido del mare.
Ma quando via, camminando su su per le sacre convalli,
ero per giungere al grande palagio di Circe molt’-erbe,
quivi m’avvenni ad Ermeia, che porta la verga dell’oro,
mentre movevo alla casa: ad un giovane simile egli era,
con la caluggine prima, nel gracile fior della vita:
egli mi prese la mano, ed emise la voce e mi disse:
“Dove, infelice, pur anco solingo ne vai per l’alture,
senza saper del paese? Costì, tuoi compagni, da Circe,
sono racchiusi alla foggia di porci, ne’ solidi stabbi.
O che per scioglierli qua te ne vieni? Nè tu, t’assicuro,
ritornerai: resterai anche tu, dove restano gli altri.
Ma via! chè dai malanni ti voglio cavare e salvare.
Prendi quest’erba salubre: con questa alla casa di Circe
muovi, perchè t’allontani con essa dal capo il mal giorno.
Voglio pur dirteli tutti, di Circe, i consigli di morte.
Una miscela ti farà: getterà le sue erbe nel pane;
ma nè cosí ti potrà incantare, chè l’erba salubre
ch’io ti darò, no ’l permette; e dirò tutto quanto hai da fare„.

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Disse, e colui che lampeggia in un attimo, un’erba mi porse,
che dalla terra strappò, mostrandone a me la natura:
era di radica nero, ma simile a latte il suo fiore:
moly lo chiamano i numi: difficile cosa strapparlo;
gli uomini, almeno, mortali; ma possono tutto gli dei.
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     

la via tremenda

     Quivi per quanti son giorni, giungendo alla fine dell’anno,
banchettavamo con carni indicibili e vino soave.
Poi quando l’anno fu pieno, che intorno si volsero l’Ore,
si mi chiamarono fuori e mi dissero i dolci compagni:
“Ammalïato, ricordati, è tempo, la terra natale,
s’egli è pur detto di dei, che tu salvo riesca e che giunga
alla tua casa dall’alto colmigno, alla terra nativa!„
Ecco che allora io salii sul bellissimo letto di Circe;
per le ginocchia la presi pregando: e la dea m’ascoltava:
“Circe, oh! m’adempì ora mai la promessa, che già promettesti,
di rimandarmi alla casa, chè l’animo già vi si lancia,
come degli altri compagni, che struggono il caro mio cuore
me circondando di pianti, ogni volta che tu t’allontani„.
     Questo le dissi, e via via mi rispose la dea delle dee:
“O Laertiade celeste, Odisseo dalle molte accortezze,
mal vostro grado non piú dimoratemi nella mia casa.
Ma primamente altra via vi conviene compire, ed andare
alla dimora del Buio e dell’orrida Persefoneia,
l’anima ad interrogar di Tiresia, il veggente di Tebe,
cieco profeta, del quale oltre morte lo spirito è saldo;
cui, ben che morto, concesse il conoscere Persefoneia:
solo il conoscere a lui; mentre gli altri son ombre che vanno„.
     Tanto ella disse: io sentii mi s’infrangere l’anima cara:
pianto facevo accasciato sul letto, nè più mi voleva

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vivere il cuore, non più rivedere la luce del sole.
Quando di piangere fui e di rivoltolarmi satollo,
ecco che alla diva io risposi con queste parole:
“Circe, oh! chi dunque sarà la mia guida in codesto cammino?
Niuno alla casa del Buio pervenne con nero vascello„•
Questo le dissi e via via mi rispose la dea delle dee:
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     

la predizione di tiresia

     Ecco che l’anima qui del Tebano Tiresia sorvenne,
con il bastone dell’oro: mi vide e conobbe, e mi disse:
“O Laertiade celeste, Odisseo dalle molte accortezze,
come anche quivi, infelice, lasciata la luce del sole,
tu ci venisti, per morti vedere e paese inameno?
Ma ti ritrai dalla fossa, allontana la spada appuntita,
fin che del sangue mi beva e ti dica infallibili cose„.
     Tanto egli disse: arretrando, io la spada dai chiovi-d’argento
nella guaina ficcai. Egli bebbe lo squallido sangue:
sol dopo ciò mi parlava il profeta incolpabile, e disse:
“Tu mi ricerchi il ritorno di miele, o sereno Odisseo:
te lo farà malagevole un nume, chè certo non credo
oblierà Scuotiterra il rancore che serba nel cuore
contro di te, perciocché gli accecasti il suo figlio diletto.
Ma tuttavia giungereste cosí, con travagli sia pure,
quando tu voglia frenare il tuo cuore ed il cuor de’ compagni,
a mala pena tu abbia approdata la nave ben fatta
alla Trinacia, sfuggendo in quell’isola al mar di viola,
e ritroviate pascenti le vacche e le pecore pingui,
gregge del Sole, che tutto ci vede, che tutto ci ascolta.
Quelle se tu lascerai non predate, pensando al ritorno,
forse che ad Itaca ancor tornereste, con pene sia pure.
Se prederai, ti prometto, per segni sicuri, la morte

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e per la nave e i compagni. E se tu pur ne possa sfuggire,
tardi, in mal modo, v’andrai; dopo tutti i compagni perduto,
sopra una nave d’altrui; troverai nella casa dolore:
uomini pieni di boria, che a te si divorano il bene,
la tua divina consorte chiedendo, ed offrendole i doni.
Ma punirai tu per certo, là giunto, la forza di quelli.
Pur quando uccisi in tua casa quei domandatoli di nozze
o con inganno avrai tu o palese con punta di bronzo,
vattene subito allora con teco un manevole remo,
fin che tu giunga tra genti che nulla conoscano il mare,
e che non mangino cibo commisto con grani di sale;
che non conoscano navi, di porpora tinte le guancie,
non i manevoli remi che sono le penne alle navi.
Ed un segnai ti darò, molto chiaro, perchè non ti sfugga.
Quando incontrandosi in te qualcun altro che vada a sua strada,
dica ch’hai sovra la spalla possente un malanno di spighe,
pianta in quel punto nel suol della terra il manevole remo,
vittime belle sacrifica a Posidaòne signore,
prendi un ariete, un toro ed un verro che salta le scrofe,
quindi ritornane a casa ed immola solenni ecatombe
agli immortali celesti che tengono l’ampio del cielo,
a tutti quanti, di fila. E la morte, a te stesso dal mare,
lungi, verrà, sì soave, che sotto la forza t’uccida
d’una vecchiezza benigna ed intorno le genti saranno
molto felici: son queste le cose veraci che dico„.
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     

la madre nel mondo di là

Ma io rimasi pur lì senza muovermi, fin che mia madre
venne, che bevve lo squallido sangue: in un attimo vide,
e lamentando mi volse parola dall’ali d’uccello:
“Mia creatura, in che modo scendesti alla tenebra scura

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vivo? È penoso ai mortali veder questi luoghi di morte;
che nel bel mezzo grandi acque vi sono e tremende fiumare
e primamente l’Oceano, il quale non può traversare
uomo pedestre, se già non possieda una nave ben fatta.
O nel tuo lungo vagare, venendo da Troia, se’ giunto
ora per nave e coi cari compagni, nè ancora approdasti
alla tua Itaca, ancor non vedesti in tua casa tua moglie? n
     Tanto mi disse, quand’io le risposi con queste parole:
“Madre mia cara, il bisogno m’addusse alla casa del Buio,
l’anima ad interrogar di Tiresia, il veggente di Tebe.
Chè non ancora appressai a paese d’Achei, nè la nostra
terra toccai, ma con aspro dolore vo sempre ramingo
sin da quel dì che seguii primamente Agamennone divo,
per guerreggiar coi Troiani, verso Ilio dai buoni polledri.
Ma tu rispondi ad un che, raccontando per ordine il vero:
qual te destino domò della morte che forte addolora?
lungo malore fu quello, od Artemide saettatrice,
fattasi presso, t’uccise con qualche suo strale soave?
Dimmi e del padre, mi narra del figlio che in casa ho lasciato
se presso loro è tuttora il mio pregio sovrano, o già qualche
altro degli uomini l’ha, non credendosi più ch’io ritorni.
Della dotata compagna mi narra il volere e il pensiero,
se col suo figlio dimora, se tutto al suo posto conserva,
O non so chi degli Achei, ma de’ forti, la prese per moglie„.
     Tanto le dissi, e via via mi rispose la madre signora:
“Altro se quella dimora con l’anima immobile e fida
nella tua casa! ma sempre in dolore e travaglio le notti
le si consumano e sempre tra mezzo le lagrime i giorni.
Il tuo bel pregio sovrano nessuno l’ha preso: tranquillo
gòdevi i regi poderi Telemaco: in giusti banchetti
egli banchetta, com’è d’un rettore sovrano il diritto.
Tutti lo chiamano, in vero. E tuo padre là resta: dimora
alla campagna, nè viene in città. Non ha esso al suo letto
i copertoi, nè mantelli nè drappi che brillano in vista:
egli nel verno, per casa sì dorme, ma dove gli schiavi,

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sopra la polvere, presso il camino, e si veste di cenci.
Quando poi viene l’estate ed il fertile tempo de’ frutti,
sempre per qualche meandro dell’orto piantato di viti
è qualche mucchio di foglie cadute per terra il suo letto.
Quivi egli giace dolente, ed in cuor passione gli cresce
al tuo ritorno anelando, e la grave vecchiaia gli è giunta.
Chè in questo modo pur io fui già morta e compiei mio destino:
e nella casa non già la Lucente, la Saettatrice,
fattasi presso, m’uccise con qualche suo strale soave,
e qualche morbo nemmeno mi venne, di quelli che a forza
d’una terribile tabe più tolgono, l’anima al corpo;
ma il desiderio di te, ma il pensiero, o sereno Odisseo,
tuo, l’amor tuo mi privò della vita ch’è miele soave „.
Tanto diceva; ma io, io voleva, ondeggiando nel cuore,
stringere l’anima a me della dolce mia madre già morta:
feci tre slanci, chè il cuore voleva che a me la stringessi;
e dalle mani tre volte volò, come un’ombra od un sogno,
via. Nel mio cuore sorgeva ogni volta più spasimo acuto.
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     

l’eroe del dolore e l’eroe dell’odio

Ecco che l’anima me ravvisò del piè-rapido Achille
e lamentando parlò le parole dall’ali d’uccelli:
“O Laertìade, celeste Odissèo, che sai mille vie,
tristo, qual anche maggiore tu mediti impresa nel cuore?
Come nel Buio discendere osasti, ove privi di senso,
languidi spettri di lassi mortali, dimorano i morti? „
     Questo diceva: quand’io ricambiando i suoi detti, gli dissi:
“Figlio di Pèleo, Achille, di gran lunga il miglior degli Achei:
venni per necessità di Tiresia, se qualche consiglio
desse che faccia me giungere ad Itaca, l’aspra di rupi:
chè non peranco ho toccato paese d’Achei, non peranco

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sulla mia terra sbarcai, ma son sempre in affanni. Ohi nessuno
fu più felice di te, nè sarà mai per essere, Achille!
Prima, allorquando vivevi, l’onore che s’usa agli dei,
ti si rendeva, e frattanto tu stendi l’impero sui morti,
or che sei qui: nè da morto tu hai che rimpiangere, Achille!„

il supremo rimpianto

Disse: ed Achille via via ricambiandomi i detti, rispose:
“Eh! via: non mi lodare la morte, o sereno Odisseo;
stare piuttosto amerei per garzone con uomo straniero;
un pover’uomo, che molto già non possedesse di bene:
ch’essere, di quanti morti la morte consunse, il sovrano.
Ma dimmi su di mio figlio ammirabile qualche parola,
s’egli già venne alle guerre per esservi primo, o se meno.
Parlami ancor di Pelèo, l’incolpabile, se ne sai nulla,
s’egli com’era, è puranco tra i molti Mirmidoni in pregio,
o se per l’Eliade e se per la Ftia già gli negano onore,
certo perchè la vecchiaia gli lega le mani ed i piedi.
Oh! se gli fosse quest’io difensore alla luce del sole,
tale tornando qual già nella larga campagna di Troia
davo alla morte, campione d’Argivi, quel popolo forte!
Oh I se tornassi così per un poco, alla casa del padre!
Oh! tremerebbe qualcuno di queste intangibili mani
e di quest’ira tra quelli che forza e disdoro gli fanno!„

il supremo conforto

     Questo diceva: quand’io ricambiando i suoi detti, gli dissi:
“Per verità, di Pelèo, l’incolpabile, nulla ho saputo:
di Neottòlemo sì, del tuo caro figliuolo, che posso

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tutto narrarti sincero, nel modo che vuoi che ti narri.
Fui io che sopra una nave incavata, d’uguale rullare,
lui già da Sciro menai tra gli Achei dalle belle gambiere.
Quando dintorno di Troia noi divisavamo il consiglio,
esso parlava per primo e non mai la parola falliva.
Nestore, simile a dio, lo poteva sol vincere, ed io.
Quando poi nella pianura lottavasi ad armi di bronzo,
non nella folla giammai, non restava giammai nelle file,
anzi correa molto innanzi, a nessuno cedendo in coraggio.
E trucidò nell’atroce puntaglia parecchi guerrieri:
tutti nè io ti potrei ricordare nè fartene il nome.
Quando poi dentro il cavallo, ch’Epèo lavorò, salivamo
noi degli Argivi i più forti, che tutto era posto in mia mano,
i condottieri dei Danai ed i consiglieri, sì, tutti,
si detergevano lagrime, avevano il tremito sotto:
lui, non lo vidi una volta, che ben lo fissavo con gli occhi,
impallidire nel corpo suo nobile, nè dalle gote
tergersi lagrime. E poi mi pregava egli supplice molto,
che dal cavallo lasciassilo uscire, e palpava alla spada
l’elsa, ed il legno gravato di bronzo, minaccia ai Troiani.
Quando alla fine l’eccelsa città saccheggiammo di Priamo,
e’, con la parte e con anche un bel dono, montò sulla nave,
senza ferita, non mai nè da lungi da punta di bronzo,
nè da vicino colpito, qual è di sovente la sorte
nelle battaglie, chè il dio nella guerra non guardasi attorno „.
Questo dicevo, ma l’anima già del piè-rapido Achille
s’allontanava a gran passi, via via per l’asfodelo prato,
tutta gioiosa, perchè gli dicevo la gloria del figlio.

nella patria

Stavano intorno l’altare — E dal sonno il divino Odissèo
si risvegliò nella terra de’ padri. Nè già la conobbe:

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n’era da tanto lontano! Ed un Dio lo cingeva di nebbia.
E’ si levò con un lancio, e guardò la sua terra natale,
e si compianse d’un tratto e ambedue le sue coscie percosse
con tutt’aperte le mani, e piangendo parlò questo detto:
“Misero me, di quali anco mortali alla terra son giunto?
son violenti e selvatici e non servatori del giusto,
oppur dell’ospite amici, ed in cuore tementi dei numi?
Dove le molte ricchezze porto io, che qui giacciono? dove
vagolo io stesso? oh! rimasto pur fossi là presso i Feàci!
lo mi sarei da qualch’altro de’ principi grandi condotto,
che carezzato m’avrebbe e m’avrebbe concesso il ritorno.
Ora nè dove riporle so bene, e non quivi per certo
voglio lasciarle, che d’altri non vengano preda alle mani.
Ahi! ahi! no, che non erano in tutto assennati nè giusti
i condottieri del popolo ed i reggitori Feàci,
che mi condussero ad altro paese, e dicevano in vero
di ricondurmi, e noi fecero, ad Itaca, l’isola chiara.
Giove ospitale ne faccia vendetta, che veglia pur sopra
gli altri del mondo, e punisce chiunque degli uomini falla.
Ora su via che codeste ricchezze le conti e le veda,
che non me n’abbiano alcune rubate sul cavo naviglio „.
Come ebbe detto, contava i bellissimi tripodi insieme
ed i bacili, con l’oro e le splendide vesti tessute:
e non mancavane nulla: ma egli la patria chiamava
querulo, errando sul lido del mare dal molto sussurro.
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     

avanti casa sua: argos

Tali parole così parlavano l’uno con l’altro.
Su, un cane levò, sdraiato, la testa e gli orecchi:
Argo; di Odisseo lunganime; quello che un tempo
allevò, ma non ne godè, chè ad Ilio la sacra

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prima era ito. E da prima solevano i giovini a caccia
seco menarlo, alle capre selvatiche, ai daini, alle lepri:
ora giacea spregiato, perché lontano il signore,
sul concime, che, molto, di contro le porte, in un mucchio
gli era, di muli e di buoi, versato, in fin che gli schiavi
l’arrecassero ai campi per concimare il podere.
Quivi giacea cane Argo, che brulicava di zecche.
Mo’, poiché Odisseo guardò, che gli era vicino,
ecco la coda menò, gettò giù ambo gli orecchi,
ma non potè più anche avvicinarsi al signore
suo. Ma questi da parte si terse, vedutolo, il pianto,
senza che Eumeo lo vedesse, e da lui senz’altro richiese:
     Ben mirabile, Eumeo, star simile cane nel concio!
Bello, per certo, di forme, ma non so bene, se oltre
questa figura, soleva anch’essere rapido ai corso,
o se così come sono degli uomini i cani da mensa
era, di quelli che i loro signori mantengono a pompa.
     Cui tu rispondendo dicesti, Eumeo porcaio:
Oh! ben questo è cane di chi lontano moriva!
S’egli or tale di forme, se fosse or tale di fatti,
quale lui Odisseo lasciava, movendo per Troia,
ecco ne stupiresti la leggerezza e la forza.
Chè non gli sfuggiva nel più gran fitto del bosco
bestia ch’egli levasse: ei ben sapeva la traccia!
Ora è involto nel male, perchè gli è morto il signore
fuori, e di lui non hanno le femmine frivole cura.
Quanto agli schiavi, se più non c’è sopra essi il signore,
ecco, non più faccenda riescono a fare, che valga.
Mezza di sua virtù Zeus largotonante si porta,
d’uomo, appena che il di, giù, del servaggio gli arriva.
     Questo ei disse, ed insieme entrato le comode case
dritto alla sala andò ver gli ammirevoli amanti.
Argo, il destino lo prese dell’invisibile morte
subito che Odisseo ebbe, ai venti anni, veduto.

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autolico mette il nome al nepote

Genero mio, figlia mia, voi mettetegli il nome ch’io dica:
sono venuto da voi già compreso dell’odio per molti
uomini e donne, abitanti la terra nutrice di genti:
dunque per nome il bambino si chiami Odisseo.

voce d’eroe

Datosi un colpo nel petto, al suo cuore drizzò la parola:
— Cuore, sopporta! ben altro tu hai sopportato più cane!

oltretomba

Ermes, il dio di Cillene, chiamava a sé l’anima fuori,
dei chieditori di nozze: egli aveva nelle mani la verga
bella, dell’oro, con cui le pupille degli uomini incanta,
quali egli voglia, e li desta pur anco dal languido sonno.
Ei le parava con quella: stridevano l’anime andando.
Come le nottole dentro una spaventosa spelonca
stridule svolano, quando qualcuna dal grappolo cada
giù dalla volta, onde penzolano attaccate tra loro;
quelle stridendo così se n’andavano, ed era lor guida
Ermes, il dio salutifero, per i muffiti sentieri.
Oltrepassarono l’acqua d’Oceano, la Rupe di Luce,
oltre le porte del Sole passarono e il regno de’ Sogni:
ivano, ed ecco che furono giunti all’asfòdelo prato,
là per dove è la dimora dell’anime, spettri di lassi.

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E vi trovarono l’anima del Peleìade Achille,
quella di Patroclo, quella d’Antiloco, quella d’Aiace:
quella d’Aiace che già di figura e statura il migliore
era de’ principi Achei, dopo Achille migliore di tutti.

colloquio tra gli avversari d’un dì

     Dunque d’intorno ad Achille si stavano in gruppo, e più presso
l’anima fecesi a lui d’Agamennone figlio d’Atrèo,
piena di doglia, ed intorno di lei s’addensavano le altre,
quelle che in casa d’Egisto morirono ed ebbero il fine.
L’anima prima parlava del figlio di Pèleo, che disse;
“Figlio d’Atrèo, credevamo che a Giove che il fulmine vibra,
fossi per tutta la vita il più caro degli uomini eroi,
poi che di molti e di forti tu eri il sovrano signore
là nella terra di Troia, ove noi vivevamo in dolore.
Pure anche a te si doveva appressare la dea della morte,
prima del tempo, la dea cui nessuno schermisce, che nasca.
Meglio per te, nella gioia del pregio sovrano che avevi,
era, incontrar nella terra di Troia la morte e la fine!
Chè l’unità degli Achei ti faceva per certo una tomba,
e guadagnavi tu gloria ne’ posteri ancora a tuo figlio.
Ma tu dovevi morir della più lamentevole morte„.
     L’anima quindi parlava del figlio d’Atrèo, che rispose;
“Figlio di Pèleo, felice, agli dei similissimo Achille,
che non in Argo moristi, ma là nella terra di Troia!
E ti morirono intorno i Troiani più prodi e gli Achei
tutti lottando per te, che in un nembo di polvere tutto
lungo disteso giacevi, dimentico di cavalcate.
E noi lottammo l’intera giornata, nè avremmo noi posto
fine alla guerra, se Giove non dava col turbine il fine.

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il pianto di morte

Quando poi dalla battaglia t’avemmo portato alle navi,
noi ti ponemmo sul feretro e prima lavammo il tuo corpo
con tiepid’acqua, e t’ungemmo di balsamo, e molte all’intorno
lagrime calde versando gli Achei si tondevan le chiome.
Venne tua madre dal mare con l’altre immortali del mare,
come sentiva il messaggio, e sull’onde sorgeva un lamento
strano, infinito, e gli Achei tutti un tremito prese ai ginocchi.
Ed in un impeto andavano tutti alle concave navi,
se non l’eroe li teneva dal senno molteplice antico,
Nestore, donde anche prima il consiglio pareva il migliore:
che con prudenti parole parlò tra di loro dicendo:
“Piano, gli Argei! non fuggite, voi giovani figli d’Achei!
è la sua madre: dal mare, con le altre immortali del mare,
viene a vedere ed a piangere viene il suo figlio, ch’è morto! „
Questo egli disse e fermaron la fuga i magnanimi Achei.
Ti si disposero intorno le figlie del vecchio del mare,
miseramente piangendo e ti posero vesti immortali.
E tutte nove le Muse alternando la voce soave,
dissero il pianto di morte, che qui senza lagrime alcuno
tu degli Argei non vedevi: tant’era profondo quel canto.

i funerali d’achille

Per sette giorni e poi dieci, la notte te insieme ed il giorno,
noi piangevamo, sì dei e sì uomini, eterni e caduchi;
quindi ti demmo alla fiamma, e di pecore, intorno la pira,
molte scannammo ben grasse, e giovenchi di lucido pelo.
Tu nella veste divina bruciavi, ed in copia d’unguento

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ed in dolcezza di miele; e d’eroi fu gran numero intorno
l’alta catasta, ove ardevi, che tumultuavano in armi,
tanto a cavallo che a piedi, e sorgevane un grande fragore.
Quando poi t’ebbe consunto la fiamma del fuoco, sull’alba
noi trascegliemmo nel rogo l’ossame tuo candido, Achille,
e vi versammo vin puro di sopra ed un balsamo a spruzzi.
Diedeci un’anfora d’oro tua madre e diceva ch’eli’ era
dono di Bacco e lavoro del nobile artefice Efesto.
Dentro quell’anfora è il candido ossame tuo, fulgido Achille,
e mescolato col tuo v’è pur quello di Patroclo morto,
ed in disparte v’è quello d’Antiloco, cui, dopo morto
Patroclo, tu sopr’ogni altro compagno onoravi ed amavi.
E sopra quelli via via una grande, una splendida tomba
quindi inalzammo, noi sacra falange di cuspidi d’Argo,
dove s’avanza nel mare la spiaggia, sul largo Ellesponto:
che comparisce lontano alla gente che viene dal mare,
ed a chi ora è già nato, ed a chi ha da nascere ancora...„.

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