Traduzioni e riduzioni/Miscellanea

Miscellanea

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Dall'Odissea Epigrammi
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MISCELLANEA

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contrasto di homero con hesiodo
HESIODO
O Melesigene Homero, che sai da’ Celesti le cose
O mi di’ sulle prime: che è pei mortali il migliore?
HOMERO
È per il primo ai terrestri non essere nati il migliore;
Nati, poi, quanto più presto passare le porte dell’Ade.
HESIODO
O mi di’ pur codesto, ai Celesti simile Homero:
Che credi tu che al mortale il meglio nell’animo sia?
HOMERO
Quando la gioia e la pace nel popolo domini tutto,
Quando i convitati ascoltino in casa l’aedo,
L’un dopo l’altro seduti, e presso, le tavole piene
Siano di pane e di carni, e il vino attingendo al cratere
Portilo intorno il coppiere e versilo dentro le coppe:
Questo a me pare che sia nel cuore la cosa più bella.
HESIODO
Musa, di ciò che a me è presente, futuro, passato,
Nulla cantare di ciò: ma tu ricorda altro canto.
HOMERO
Non alla tomba di Zeus i cavalli dell’unghia sonora
Infrangeranno i cocchi gareggiando per la vittoria.
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     

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HESIODO
Poi la carne de’ buoi mangiarono e il collo a’ cavalli
HOMERO
Sciolsero, tutto sudor, poi che furono sazi di guerra.
HESIODO
Questo guerriero è nato e di padre forte e non forte
HOMERO
Madre; poiché la guerra è dura per tutte le donne.
HESIODO
Per tutto il giorno così banchettarono, senz’aver nulla
HOMERO
Dalla lor casa: imbandiva il sire dei forti Agamemnon.


sappho

I.
Afrodite, figlia di Giove, eterna,
trono adorno, piena di vie: ti prego!
non domar con pene e con crucci, o grande
                         nume, il mio cuore.
Anzi vieni qua, s’altra volta ancora,
quella voce mia di lontano udendo,
l’ascoltavi: dalla paterna casa
                         subito uscisti;
aggiogasti al carro tuo d’oro i belli
tuoi veloci passeri: sulla nera
terra, tra l’azzurro del cielo, con un
                         battere d’ale
rapido, eccoli! ecco che tu, beata,
con un riso dell’immortai tuo viso

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mi chiedevi cosa mai fosse, cosa
                         mai ti chiamassi,
cosa voglio mai per il folle cuore
mio. Chi vuoi che Dolce-parola ancora
tra codeste braccia conduca? chi, o
                         Clara, t’offende?
Chè se fugge, poi ti vorrà seguire,
se ricusa i doni, vorrà donarne,
se non t’ama, poi t’amerà se anche
                         tu non lo voglia.
Vieni anche ora e scioglimi dalle dure
pene e tutto ciò che il mio cuore brama
che s’adempia, adempimi tu: tu vieni
                         meco alla guerra.


II.

A me pare simile a Dio quell’uomo,
quale e’ sia, che in faccia ti siede, e fiso
tutto in te, da presso t’ascolta, dolce-
                         mente parlare,
e d’amore ridere un riso; e questo
fa tremare a me dentro il petto il cuore;
ch’al vederti subito a me di voce
                         filo non viene,
e la lingua mi s’è spezzata, un fuoco
per la pelle via che sottile è corso,
già non hanno vista più gli occhi, romba
                         fanno gli orecchi,
e il sudore sgocciola, e tutta sono
da tremore presa, e più verde sono
d’erba, e poco già dal morir lontana,
                         simile a folle.

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la paura della morte

Sono già brinati questi miei cernecchi: il capo è bianco:
la gentile giovinezza non c’è più l’scrollano i denti:
della dolce vita molto tempo più non mi rimane.
E però sovente gemo, ch’ho del Tartaro paura:
oh! la stanza dell’Oscuro, come orrenda! grave andare
colaggiù, poi ch’è destino: chi giù venne, su non vada.

si muore!

Chè non è nostro destino che possa sfuggire alla morte
     l’uomo, non se d’immortali egli nepote sarà.
Fuggi la mischia selvaggia bensì, e la romba dei dardi:
     vai, ti nascondi; ed in casa ecco la morte con te!
Oh! nè davvero tu hai dal tuo popolo amore e rimpianto;
     piccoli e grandi, in un reo, l’altro rammaricano.
Tutti nel popolo l’uomo magnanimo, il giorno che muore,
     piangono; ed un semidio, mentre viveva, egli fu:
esso davanti i lor occhi sta come una torre di guerra:
     molte sarebbero a più l’opere ch’unico fa.

fortezza nel dolore

Pericle, pianti piangendo e sospiri, non un cittadino
     può di banchetti aver gioia più, nè l’intera città:
tali ingoiò la tempesta del mare dal molto sussurro,
     onde le viscere a noi tanto dolore gonfiò.

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Sì, ma, o caro, gli dei per i guai che rimedio non hanno
     d’uomini, diedero un’erba essi: la virilità.
Va la sventura or a questi or a quelli: ora venne tra noi,
     e la ferita dà sangue e noi gemiamo cosi;
ma poi da altri n’andrà. Siate dunque virili, o compagni;
     vada quel rammarichio lungo, di femmine, via!
E nascondiamo sotterra i regali del dio Posidone,
     tristi.
Nè guarirò la sventura, se piango e sospiro; e se vado
     anche a festini e convivi, io non la peggiorerò.

la morte più bella

Essere morto! è pur bello, se il prode tra i primi campioni
     cadde così, per la sua patria pugnando da eroe.
Odio alla vita, o guerrieri! ed il nero destino di morte
     prediligetevelo come la luce del dì.

occorre il vino

Spilla il vin rosso per fino alla feccia; che stare di guardia
     senza vin rosso per noi non è possibile qui.

tristezze e sorrisi amari

Cyrno, parola non dire giammai troppo grande: chè ad uno
     cosa la notte ed il di porti, nessuno lo sa.
Hanno chi un male, chi un altro; ma proprio felice nessuno
     è di quant’uomini il sole alto contempla quaggiù.

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Cuore, gioiscimi: in breve saranno tutt’altri nel mondo;
     vivi saranno, che morto io nera terra sarò.
Niuno degli uomini il quale la Terra potente nasconda,
     che sia disceso nel Buio, presso la dea di laggiù,
più d’ascoltare la lira, ascoltare le tibie non gode;
     non d’accostarsi il divin succo dei grappoli più.
T’ubbidirò, caro cuore, finchè sono snelli i ginocchi
     e senza tremiti il mio capo sugli omeri sta.
Stolidi gli uomini e piccoli in vero, che piangono i morti,
     che se n’andarono; non la giovinezza che va.
Oh! ne’ giocondi conviti poniamo il nostro animo, mentre
     ch’egli così delle gioie l’opere amabili può.
Va giovinezza la bella via subito, come il pensiero:
     non di cavalle veloci émpito è rapido più.
Portano il loro signore alla mischia in cui volano l’aste,
     e per i campi di grano ilari scalpitano.

coraggio e speranza

Cuore, cuor tumultuante per un turbine di guai,
su! difenditi a piè fermo, petto avanti, o cuore: va.
C’è un agguato di nemici: tu rimani in sicurtà,
fiero; e poi vittorioso non menarne vampo, nè
vinto devi chiuso in casa piangere o buttarti giù;
ma gioisci delle gioie, ma rattristati de’ guai,
pur non troppo: riconosci questa vita quale ell’è.
Negli dei riponi il tutto: bene spesso di tra’ guai
l’uomo che giaceva per la nera terra alzano su,
bene spesso un altro curvano e rovesciano, che sì
ch’era in gambe e fiero, ed ecco che una gran calamità
viene, ed egli va ramingo, senz’averi e fuor di sè.

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le bilancie di giove

          Non mai nell’ira ad uomo la molesta
          povertà ch’abbia struggicuore in sorte,
          tu rampognare, nè l’inopia mesta
                              come la morte.
          Che sue bilancie ha Giove nelle mani
          cui fa cadere vario, indifferente;
          sì d’aver oggi gran tesor, dimani
                              niente, più niente.

notte

Notte la terra coprì co’ le tenebre; in mezzo del mare
videro i marinai sbocciare la stella de l’Orsa;
videro ed Orione: e il viandante in cammino,
anche il custode de li atrii s’addormentava, e la madre
priva de’ bimbi ahi! morti, sopita ecco era nel sonno:
per la città non più latrato di cani, nè eco
più di rumore: silenzio ne ’l nereggiare de l’ombra.

l’alba

Ecco tra ’l dire e l’udire s’addormentarono entrambe.
Nè lo goderono assai quel sonnellino, chè venne,
molle di guazza, un vicino: — Or su, chè le mani de’ ladri
preda non trovano ornai: già splendono i lumi de l’alba:

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s’ode la canzoncina de l’acquaiolo che passa:
chi su la via dimora, alcun barroccio lo desta
col cigolìo de la sala; ed intronano dentro l’orecchio
già co’ la fitta de’ colpi i lavoratori del bronzo.

dictyna

Sopra di quante ne sono, una ninfa Gottinide amasti,
la conduttrice di cervi Britomarti. Minos un tempo,
quella, percosso d’amore, inseguì per i monti di Creta.
Essa, la ninfa sfuggiva ora sotto le quercie fronzute,
ora ne’ verdi acquitrini. Egli errò nove lune per borri
e precipizi, nè mai d’inseguirla cessò, fin a quando
ella già già nelle grinfie di lui diede un lancio nel mare
giù da un altissimo picco, e balzando incappò nelle reti
di pescatori, e fu salva. Di che, da quel tempo, i Cydoni
chiaman Dictyna la ninfa, ed il monte, onde scese la ninfa
con il suo lancio, Dicteo; e le alzarono altari e le fanno
lor sacrifizi, e nel giorno che vien la sua festa, è ghirlanda
pino e lentisco: in quel giorno le mani non toccano il mirto.
Questo perchè s’impigliò nella veste un germoglio di mirto
alla fanciulla, quel dì che fuggiva; e grand’astio ha col mirto.

ora gioconda

Gli alberi a noi sulla testa si tentennavano al vento,
gattici ed olmi: per lì sgorgava un rivolo d’acqua
sacro da un antro di ninfe, che sussurrava gemendo.
E su le branche ombrose de li alberi, rosse dal sole
tante cicale frinendo s’affaticavano, e il grillo
lungi tridìa tra gli spini ravviluppati de’ roghi.

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Lodole, cardellini: s’udiva di tortore il pianto:
bionde volavano l’api per tutto intorno a le polle.
Tutto la state sentìa, ben carica; tutto l’autunno:
e ci cadevan le pere da’ piedi e le mele da’ fianchi,
a non finire, che via sgusciavano. Fitte di prugne,
sino a la terra le rame ci s’incurvavano al peso.

il canto di lytierse

Cerere fertile, ricca di spighe, oh! fa che le porche
tornino bene a la falce e che rendano più che si possa.

Forte legate le manne, o legatori, non passi
uno che dica: — I me’ soldi! che uomini in legno di fico!

Stia da la parte del taglio ver tramontana la bica,
ed a ponente vi guardi: così vi s’ingrossa la rappa.

Tempo di battere il grano, non fatelo il sonno a meriggio
quella è l’ora che più da le spighe si stacca la paglia.

Ora di mietere quando la cappellaccia si desta:
quando la dorme, non più: con un pisolo l’ore de l’afa.

Vive, la rana, da re, quei giovani! Cerca dimolto
lei, chi mesca da bere. Ce n’ha che le giunge a la gola!

Lèssale, tu fattore del fistolo, meglio le lenti:
non tagliarti le mani, segando un chicco in du’ pezzi.

l’aratura

Bada, allorchè della gru tu odi la voce nell’alto,
che di lassù, dalle nubi, ogni anno il clangor suo manda.
Dell’aratura ti porta il segnale, ed il tempo ti mostra

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già delle pioggie, ed il cuore, se non hai bovi, ti morde.
Tempo di pascere i bovi di pel liscio, entro la stalla.
Facile chiedere “Prestami il paio de’ bovi ed il carro„;
facile ancora rispondere “I bovi han presto che fare„.
L’uomo ch’è savio per sè, può dire: “Mi fabbrico un carro„;
bimbo, che non sa già: “Son cento gli aggeggi del carro„
cui procurar fa d’uopo da prima ed avere per casa.
E se pur tardi arerai, medicina può esserci: questa:
quando tu senti il cucù del cuculo tra i rami del leccio,
la prima volta che gli uomini via per la terra rallegra,
prega che venga di li a due giorni una pioggia, nè spiova
primo ch’empisca nè meno nè più d’un’unghiata di bove:
quello è un arare sul tardi che agguaglia l’arare per tempo.

la sementa

Prega nell’anima il dio di sotterra, e la dea della terra
nel cominciar l’aratura, nel prendere in mano la stiva,
quando ti metti alla coda de’ bovi attaccati al timone
per il cavicchio del giogo; uno schiavo garzone ti segua
con un marrello, che metta agli uccelli che beccano, impaccio,
e la sementa ricopra: perchè pazienza gli è il meglio
ch’abbiano gli uomini in terra, e l’impazienza gli è il peggio.

le spighe

Ecco (ma lo crederai?) cominciarono un moto le zolle
e primamente dai solchi uscì fuori la punta dell’aste;
quindi i coperchi del capo con tremoli pinti cimieri,
quindi le spalle ed i petti ed i muscoli carichi d’armi
spuntano, e cresce una messe di gente difesa da scudi

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delizie estive

Quando sì il cardo è fiorito, e sì già l’echeggiante cicala
posta sull’albero versa l’acuta canzone minutamente
dall’ali, nel tempo che l’afa ci prende le forze,
ecco che son più grasse le capre, ed il vino migliore.
Abbi a tua posta ed un’ombra di rupe ed un vino di Biblo,
pane al suo punto, e di capre che più non allevino, il latte;
carne di manza che mangi alla selva, nè abbia figliato,
di primaticci capretti; e bevicchiaci vino di fiamma,
bene adagiato ad un’ombra, con l’animo sazio di cibo,
volta la faccia all’incontro del tremulo maestralino,
presso una fonte perenne, che scivoli pura di fango.

l’inverno

Mese dei tòrcoli, dì ben tristi, che spellano i bovi!
guardatene! Sulla terra si formano allora, al soffiare
del tramontano, per tutto i ghiaccioli molesti alla gente.
Esso traverso la Tracia che pasce poliedri, si leva,
soffia nell’ampio mare, e la terra ne mugola e il bosco:
roveri molte che in alto frondeggiano, abeti ramosi
e’ nelle forre de’ monti diradica e getta per terra,
loro avventandosi, e l’innumerabile bosco ne grida.
Rabbrividiscono i bruti e si serrano al ventre la coda.
Hanno la pelle bensì tutt’ombra di lana, ma pure
gelido penetra il vento attraverso le pancie vellose:
anche dal cuoio de’ buoi via passa, che nulla lo tiene;
anche alle capre ei giunge, dal penduto vello; le greggie,
no, ch’han lana perenne, non passa la forza del vento

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di tramontana; e il vecchietto trottar fa gobbo in istrada.
E non arriva alla dolce fanciulla dal tenero corpo,
che se ne sta nella casa, vicina alla cara sua madre,
nella stagione invernale, allorchè ’l Senz’ossa il suo piede
là nella lugubre casa, ove fuoco non arde, si rode,
che non il sole gli mostra la via de’ suoi pascoli: il sole
che per il popolo e per la città degli uomini neri
volgesi allora, e per più breve ora apparisce agli Ellèni.
Ecco i dormienti alla macchia cornigeri e senza le corna,
via, con un dirugginìo delle zanne, per folte quercete
fuggono, come smarriti, che sol han tutti in pensiero
di ritrovarsi al coperto dov’hanno le soffici tane
o le incavate spelonche. Ecco gli uomini simili al vecchio
ch’ha tre piedi, e la schiena spezzata, ed il capo che a terra
guarda: così se ne vanno, schermendo la candida neve.