La vedova scaltra/Atto III

Atto III

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Atto II Prologo apologetico

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ATTO TERZO.
SCENA PRIMA.
Camera di Rosaura.
Rosaura e Marionette.

Rosaura. Odi, Marionette, ti voglio confidare una mia invenzione, che forse non ti sembrerà meno spiritosa di quelle che sogliono porre in uso le tue madame.

Marionette. Eh, quanto a questo, ve l’ho sempre detto. Voi avete uno spirito superiore alle altre Italiane.

Rosaura. Voglio fare una sperienza dell’amore e della fede dei miei quattro amanti. Coll’occasione del carnovale e delle maschere, vo’ travestirmi, e trovandomi separatamente, voglio fingermi con ciascheduno un’incognita amante, e vedere se in grazia mia sanno disprezzare un’avventura amorosa; anzi, perchè [p. 350 modifica] la prova sia più efficace, mi fingerò della nazione di ciascheduno di essi, e coll’aiuto di un abito bene assettato, della maschera, delle lingue che già sufficientemente io possiedo, e di qualche caricatura all’usanza di quei paesi, cercherò di farmi credere sua paesana. Mi lusingo di riuscirvi, che per imitare io valeva1 un Milano sin da ragazza. Chi saprà resistere a questa tentazione, sarà da me prediletto.

Marionette. Non mi dispiace il pensiero; ma preveggo bene probabilmente, che non ne sposerete nessuno.

Rosaura. Perchè?

Marionette. Perchè è difficile che un uomo resista, solleticato da una tentazione sì forte.

Rosaura. L’effetto deciderà. Per sostenere i vari caratteri, ho bisogno però di qualche istruzione. Tu puoi giovarmi nel personaggio francese.

Marionette. E anco nell’inglese, sendo stata in Londra tre anni. Tutto consiste, vedete, in2 saper unire l’amoroso al serio, e in certe riverenze curiose, che sono particolari alle donne di quella nazione.

Rosaura. M’ingegnerò di riuscirvi.

Marionette. Ma la voce vi darà a conoscere.

Rosaura. La maschera altera facilmente la voce.

SCENA II.
Pantalone e dette.

Pantalone. Con grazia, se poi intrar? (di dentro)

Rosaura. Passi, signor cognato, è padrone.

Pantalone. Cara siora cugnada, son vegnù a domandarghe scusa, se stamattina gh’ho parla con un pochette de caldo; i omeni bisogna compatirli co i gh’ha delle debolezze che li predomina, e spero che gnanca per questo no la me varderà de mal occhio.

Rosaura. Voi fate meco una parte, che toccherebbe a me piuttosto [p. 351 modifica] praticare con voi. Dovrei io chiedervi scusa, se con qualche asprezza mi sono opposta alle nozze di mia sorella. Caro signor cognato, se ella non vi acconsente, volete voi sagrificare a un capriccio la vostra quiete e la di lei gioventù?

Pantalone. Co ela no vol, pazenzia. Ma se poderave con qualche bona maniera veder de metterla a segno. Basta, pressindendo da sto negozio, sappiè, fia mia, che se v’ho dà qualche motivo de andar via de sta casa, l’ho dito in atto de collera, son pentio d’averlo dito, e ve prego de starghe, perchè se andessi via, me porteressi via el cuor.

Rosaura. Signor Pantalone, vi ringrazio infinitamente delle vostre generose espressioni, e giacchè dimostrate tanta bontà per me, ardisco pregarvi d’una grazia.

Pantalone. Comande, fia, farò tutto quel che volè.

Rosaura. Sono stata favorita da alcune dame di varie conversazioni; vorrei questa sera, se ve ne contentate, trattarle anch’io con qualche piccolo divertimento nelle mie camere.

Pantalone. Sè parona, me maraveggio. Comande pur, anzi ve manderò mi le cere, el rinfresco e tutto quel che bisogna.

Rosaura. Sempre più s’accrescono le mie obbligazioni.

Pantalone. Vardè, se qualche volta ve vegnisse una bona congiuntura de lassar correr a siora Leonora qualche parola in mio favor. Insinueghe che no la pensa a frascherie, che la pensa a far el so stato.

Rosaura. Farò il possibile, lo farò di cuore, e spero ne vedrete gli effetti.

Pantalone. Sì, cara cugnada, me console. Nu altri poveri vecchi semo giusto co fa i putelli, gh’avemo gusto de vederse a coccolar3. (parte)

SCENA III.
Rosaura e Marionette.

Marionette. Vostro cognato vuol morire, dando in simile generosità.

Rosaura. Amore fa fare delle gran cose. [p. 352 modifica]

Marionette. Ma volete davvero persuadere vostra sorella?

Rosaura. Pensa tu, se voglio fare simile pazzia! L’ho detto per lusingarlo.

Marionette. E la conversazione delle dame che cosa è?

Rosaura. Un pretesto per invitare i quattro rivali.

Marionette. Siete pronta davvero nelle vostre invenzioni.

Rosaura. Così convien essere. Ma andiamo, che avanti sera voglio far la scena che già t’ho detto. Gli abiti li ho di già preparati4.

Marionette. Dove troverete i vostri quattro adoratori?

Rosaura. Al caffè. Verso sera non mancano mai.

Marionette. Il cielo ve la mandi buona.

Rosaura. Chi non ha coraggio di procurare la sua fortuna, mostra espressamente di non meritarla. (parte)

Marionette. Io vedo che in Francia, in Inghiltena, in Italia e per tutto il mondo, le donne sanno molto bene dove il diavolo tiene la coda. (parte)

SCENA IV.
Strada con casa di Rosaura.
Monsieur le Blue da una parte e D. Alvaro dall’altra, tutti due con i biglietti di Rosaura in mano, osservandoli.

Monsieur. (Io dunque sono l’albero di una5 casa? Questa frase non mi pare adattata). (da sè)

Alvaro. (Il mio albero è lo stesso che il mio ritratto? Ciò mi sembra manifesto sproposito). (da sè)

Monsieur. (La mia origine da principi e da monarchi? Sarebbe una ironica derisione). (da sè)

Alvaro. (Lo stipite dell’albero non può chiamarsi l’originale). (da sè)

Monsieur. (Sarebbe una bella figura rettorica, chiamar suo padre col titolo d’albero della sua casa!) (da sè) [p. 353 modifica]

Alvaro. (Un quadro attaccato al petto? Non si può credere), (da sè)

Monsieur. (Arlecchino l’intende male). (da sè)

Alvaro. (Il servo non l’interpreta bene). (da sè)

SCENA V.
Arlecchino e detti.

Arlecchino osserva, vede li due che leggono. Si avanza fra loro pian piano, e vedendo che hanno i due viglietti in mano, dati ad essi per errore, dice loro:

Arlecchino. Con bona grazia. (Prende li due viglietti ad essi di mano e li cambia, dando ad ognuno il suo; poi, con una riverenza, alla mutola parte. Li due restano e leggono.)

Monsieur. (Accetto con sommo aggradimento il ritratto, che vi siete degnato mandarmi, per la stima che io fo dell’originale). Oh, ora parla di me. (da sè)

Alvaro. (Ammiro sommamente il magnifico albero della vostra casa). Questa è l’espressione che si conviene. (da sè)

Monsieur. (Il mio non ve lo posso mandare, perchè non l’ho). Pazienza. (da sè)

Alvaro. (Ho veduto, che voi traete l’origine da principi e da monarchi). Bene, così è. (da sè)

Monsieur. (Tanto stimo questa gioja preziosa, che la voglio far legare in un cerchio d’oro, e portarla attaccata al petto). Oh espressioni adorabili! Oh carta per me felice! (la bacia)

Alvaro. (Se avrò l’onore di essere ammessa fra tante eroine, sarà nobilitato anche l’albero della mia casa). Non sarà per lei poca gloria. (da sè)

Monsieur. (Colui eseguì male la commissione). (da sè)

Alvaro. (Arlecchino falsificò il viglietto). (da sè)

Monsieur. (Scommetto che l’ha cambiato con quello di D. Alvaro), (da sè)

Alvaro. (Potrebbe avere equivocato col Francese). (da sè) [p. 354 modifica]

Monsieur. Amico, avete voi inviato qualche albero a madama Rosaura?

Alvaro. Ditemi prima, se voi le avete spedito il vostro ritratto.

Monsieur. Io non lo nego.

Alvaro. Ed io lo confesso.

Monsieur. Mi consolo con voi della stima in cui tiene la vostra casa.

Alvaro. Ed io mi rallegro con voi del conto che fa della vostra avvenezza.

Monsieur. Voi siete al possesso della sua grazia.

Alvaro. E voi siete l’arbitro del di lei cuore.

Monsieur. Dunque noi siamo rivali.

Alvaro. E per conseguenza nemici.

Monsieur. La grazia di madama Rosaura non è sì scarsa, che non possa supplire all’affetto di due amanti.

Alvaro. D. Alvaro di Castiglia non soffre che gli si usurpi la metà del cuore della sua bella.

Monsieur. Che intendete di fare?

Alvaro. Intendo che a me la cediate.

Monsieur. Questo non sarà mai.

Alvaro. La contendano le nostre spade.

Monsieur. E volete morire per una donna?

Alvaro. Eleggete: o rinunziare, o combattere.

Monsieur. Non ricuso il cimento.

Alvaro. Andiamo in luogo opportuno.

Monsieur. Vi seguo dove vi aggrada.

Alvaro. (Eppure mi converrà avvilir la mia spada6). (da sè, e parte)

Monsieur. Viva amore; viva la beltà di Rosaura; vado a combattere già sicuro di vincere.... (vuol partire)

SCENA VI.
Monsieur le Blau, e Marionette di casa.

Marionette. Eh, monsieur le Blau?

Monsieur. Marionette! [p. 355 modifica]

Marionette. Volete vedere mademoiselle Eleonora?

Monsieur. Volesse il cielo ch’io avessi questa fortuna.

Marionette. Ora la faccio venir alla finestra.

SCENA VII.
Monsieur le Blau, poi Eleonora alla finestra.

Monsieur. L’attenderò con impazienza7... Ma D. Alvaro mi aspetta al duello... E che? Dovrei lasciar di veder una bella donna per battermi con un pazzo?8 (Eleonora viene alla finestra) Ma ecco il nuovo sole che spunta dall’oriente di quel balcone. È bella molto. Bella quanto Rosaura. Merita non inferiore la stima. Mademoiselle, non isdegnate che un cuore sorpreso dalla vostra bellezza vi consacri tutte le sue adorazioni.

Eleonora. Signore, io non ho l’onor di conoscervi.

Monsieur. Sono un vostro fedelissimo amante.

Eleonora. Amante di quanto tempo?

Monsieur. Dal momento in cui ora vi vidi.

Eleonora. E così presto v’innamorate?

Monsieur. La bellezza ha la virtù d’obbligar il cuore ad amarla.

Eleonora. Mi pare che vi vogliate prendere spasso di me.

Monsieur. Vi giuro sul carattere di vero francese, che v’amo con tutta la tenerezza.

Eleonora. Ed io con vostra buona9 grazia non vi credo.

Monsieur. Se non mi credete, mi vedrete morire sotto la vostra finestra.

Eleonora. Bellissime espressioni da Calloandro10.

Monsieur. Voi deridete la mia passione, ed io piango amaramente per voi. (finge di piangere)

Eleonora. Sapete anche piangere? Vi stimo infinitamente. [p. 356 modifica]

Monsieur. Possibile che il calore dei miei infocati sospiri non arrivi colassù, a intiepidire il gelo della vostra crudeltà?

Eleonora. Non ci sono ancora arrivati.

Monsieur. Deh, mia bella, fatemi aprir questa porta, e permettetemi che io possa sospirare più da vicino.

Eleonora. No no, sospirate all’aria, che meglio tempererete i vostri calori.

Monsieur. Voi siete bella, ma siete troppo tiranna.

Eleonora. (Ecco mio padre. È meglio che mi ritiri). (da sè, entra)

SCENA VIII.
Monsieur le Blau, poi il Dottore.

Monsieur. Oh cielo, così mi lasciate? Senza dirmi addio da me vi partite? Ah spietata, ah crudele!11

Dottore. Signore, con chi l’avete?

Monsieur. Voi che all’abito mi parete un dottore, sentite la mia ragione. Questa barbara ragazza, chiamata Eleonora, sorda a’ miei prieghi, ingrata a’ miei pianti, non vuole accordarmi corrispondenza, mi nega pietà.

Dottore. Vossignoria dunque è innamorato di quella ragazza?

Monsieur. L’amo quanto me stesso. Non vedo per altri occhi che per i suoi.

Dottore. Quant’è che è innamorato di lei?

Monsieur. Sono pochi momenti. Or ora l’ho veduta per la prima volta a quella finestra.

Dottore. È una maraviglia, che così presto si sia innamorato.

Monsieur. Noi altri Francesi abbiamo lo spirito pronto ed il cuore tenero. Uno sguardo è capace di farci morire.

Dottore. Quanto dura poi questo loro affetto?

Monsieur. Finche comanda amore, ch’è il sovrano dei nostri cuori12. [p. 357 modifica]

Dottore. E se amore comandasse che domani non se ne ricordasse più, le13 converrebbe obbedirlo?

Monsieur. Senza dubbio.

Dottore. Dunque può principiare adesso a dimenticarsi di Eleonora.

Monsieur. Perchè dite questo?

Dottore. Perchè io non voglio che Eleonora soggiaccia a questo pericolo.

Monsieur. Ma voi che parte avete negli affetti14 di mademoiselle Eleonora?

Dottore. Per levarla da ogni dubbio, sappia che io sono suo padre.

Monsieur. Ah monsieur, ah mio eccellente Dottore, ah caro amico, venerato mio suocero, fatemi il piacere di non impedirmi ch’io possa amare le vostre figliuole.

Dottore. Tutte due?

Monsieur. Sì, caro, sono egualmente amabili.

Dottore. Questa sorta d’amore chi è che la comanda?

Monsieur. La cognizione del merito.

Dottore. Come si può mai amare più d’un oggetto?

Monsieur. Un15 Francese ha fiamme bastanti per amarne anche cento.

Dottore. Vossignoria vada in Francia a dar pascolo alle sue fiamme.

Monsieur. Ah sì, conosco dalla vostra bella fronte serena, dai vostri occhi pietosi, che avete compassione di me. Su via, comandate che aprano quella porta.

Dottore. Questa non è casa mia, ma ciò non ostante la farò aprire.

Monsieur. Evviva la virtù, evviva il padre felice di due peregrine bellezze.

Dottore. (Batte, e si fa aprire.)

Monsieur. Siatemi di scorta.

Dottore. In questi paesi il padre non fa la scorta agli amanti delle figliuole, con sua licenza. (entra, e serr la porta)

Monsieur. Monsieur, monsieur. Basta, basta, se il padre ha chiusa la porta, non la terranno sempre serrata le figlie. (parte) [p. 358 modifica]

SCENA IX.
Strada con bottega di caffè con sedili, e quanto occorre per servizio della bottega medesima.
Caffettiere e garzoni, Milord ed il Conte.

Conte. Dammi il caffè, (portano il caffè al Conte ed a16 Milord) Eh, non date il caffè a Milord; egli è avvezzo a bere la cioccolata dalle dame; non gli piaceranno le bevande delle botteghe.

Milord. (5cuote il capo, e beve.)

Conte. Ma di quelle cioccolate ne vogliamo bere più poche, Milord mio caro.

Milord. (Fa lo stesso.)

Conte. Con questo vostro non rispondere sembrate allevato più fra le bestie che fra gli uomini.

Milord. (Lo guarda bruscamente.)

Conte. La signora Rosaura avrà conosciuto il vostro selvatico temperamento.

Milord. (S’alza da sedere, ed esce17 fuori dalla bottega).

Conte. Sì, fate bene a prendere un poco d’aria.

Milord. Monsieur, venite fuori.

Conte. Con qual autorità mi comandate?

Milord. Se siete cavaliere, dovete battervi meco.

Conte. Son pronto a soddisfarvi. (s’alza, ed esce di bottega)

Milord. Imparate a parlar poco e bene.

Conte. Non ho bisogno d’imparar a viver da voi.

Milord. A noi. (mette mano, e fa lo stesso il Conte)

Conte. Come volete combattere?

Milord. A primo sangue.

Conte. Benissimo. (quelli della bottega tentano di separarli)

Milord. Non vi movete, o vi taglio la faccia.

Conte. Lasciateci combattere. La disfida è al18 primo sangue. (si battono, e il Conte resta ferito in un braccio [p. 359 modifica]

Conte. Ecco il sangue. Siete soddisfatto?

Milord. Sì. (ripone la spada)

Conte. Vado a farmi visitar la ferita. (parte)

SCENA X.
Milord, poi Rosaura mascherata all’inglese.

Milord. Se un’altra volta mi offende, la ferita non sarà sanabile al certo. Questo motteggiar italiano non mi piace. Gli uomini ben nati si debbono rispettare l’un l’altro; se la confidenza si avanza troppo, degenera in disprezzo. Ma chi è questa maschera vestita all’inglese?

Rosaura. (S'avanza, e fa una riverenza all’uso delle donne inglesi.)

Milord. Questa19 non è italiana. Quell’inchino grazioso20 fa conoscere ch’è d’Inghilterra),

Rosaura. (S’accosta a Milord, e gli fa un altro inchino.)

Milord. Madama molto compita, volete caffè?

Rosaura. (Fa cenno di no.)

Milord. Cioccolata?

Rosaura. (Fa cenno di no.)

Milord. Volete ponce?

Rosaura. (Fa cenno di sì.)

Milord. (Oh, è inglese21). (da sè) Portate ponce, (ai caffettieri) Chi22 vi ha condotta in questo paese?

Rosaura. Mio padre.

Milord. Che mestiere fa?

Rosaura. Il mestiere che fate voi.

Milord. Siete dama?

Rosaura. Sì, Milord.

Milord. Oh sedete, sedete, (avanza una sedia e le dà la man dritta) Mi conoscete?

Rosaura. Pur troppo. [p. 360 modifica]

Milord. Che! mi amate?

Rosaura. Con tutto il cuore.

Milord. Dove mi avete veduto?

Rosaura. In Londra. (le portano il ponce, ed essa beve)

Milord. Chi siete?

Rosaura. Non posso dirlo.

Milord. Io vi conosco?

Rosaura. Credo che sì.

Milord. Vi amai?

Rosaura. Non lo so.

Milord. Vi amerò adesso.

Rosaura. Siete impegnato.

Milord. Con chi?

Rosaura. Con madama Rosaura.

Milord. Nulla ho promesso.

Rosaura. Siete in libertà?

Milord. Lo sono.

Rosaura. Posso sperare?

Milord. Sì, madama.

Rosaura. Mi amerete?

Milord. Ve lo prometto.

Rosaura. Sarete mio?

Milord. Ma chi siete?

Rosaura. Non posso dirlo.

Milord. Alla cieca non m’impegno.

Rosaura. Stassera mi vedrete.

Milord. Dove?

Rosaura. Ad una conversazione.

Milord. Ma dove?

Rosaura. Lo saprete.

Milord. Avrò l’onore di servirvi.

Rosaura. E madama Rosaura?

Milord. Cederà il luogo23 ad una mia paesana.

Rosaura. Sarò in altr’abito. [p. 361 modifica]

Milord. Non vi conoscerò.

Rosaura. Datemi un segno per farmi conoscere.

Milord. Mostratemi quest’astuccio. (le dà un astuccio d’oro)

Rosaura. Tanto mi basta. (s’alza)

Milord. Volete partire? (s’alza)

Rosaura. Sì.

Milord. Vi servirò.

Rosaura. Se siete cavaliere, non mi seguite.

Milord. Vi obbedisco.

Rosaura. Milord, addio. (gli fa il solito inchino, e parte)

SCENA XI.
Milord solo.

Che piacere trovar una patriota fuor di paese! Quanta grazia si trova in quegl’inchini! Che dolce maniera di parlare senza superfluità! Questa dama mi conosce, mi ama e mi desidera; se è bella, quanto è gentile, è molto amabile; e merita ch’io le dia nel mio cuore la preferenza. Rosaura esige molto di stima; ma questa è dama ed è mia paesana, due condizioni che mi costringono a preferirla. (parte)

SCENA XII.
D. Alvaro, poi Arlecchino.

Alvaro. Monsieur le Blau m’è fuggito; trasportato dall’ira non mi voltai per vedere se mi seguiva. Non è azione da cavaliere; chi fugge i colpi della mia spada, proverà quelli del mio bastone. Lo cercherò, lo troverò. Porta il caffè. (I garzoni del caffettiere portano a D. Alvaro il caffè con alquanti biscottini)

Arlecchino. (Avanzandosi verso la bottega, osserva l’apparecchio del caffè per D. Alvaro) (Adess l’è tempo de refarme con el Spagnol). Cavaliero, il cielo vi guardi per molti anni.

Alvaro. Buon giorno. Arlecchino. [p. 362 modifica]

Arlecchino. Ho da parlar con Vostra Signoria circa, se la me intende.

Alvaro. Circa a che? Non ti capisco.

Arlecchino. Per parte di donna Rosaura.

Alvaro. Caro Arlecchino, consolami con qualche sicurezza dell’amore della mia dama.

Arlecchino. La m’ha manda a chiamar; l’era a tavola, come l’è ela a sto tavolin, che la magnava, e tra pianti e sospiri la confondeva coi più delicati bocconi el nome venerabile di D. Alvaro di Castiglia24.

Alvaro. Cara Rosaura, preziosa parte di questo mio cuore. Dimmi, fedelissimo araldo dei miei contenti, dimmi che ha ella detto di me?

Arlecchino. Me dala licenza, che nell’atto che ghe rappresento le so parole, possa anca gestir come la fava ela?

Alvaro. Tutto ti accordo, tutto, perchè nulla mi occulti del suo amoroso ragionamento.

Arlecchino. Essendo al deser, la prese un biscottin, giusto sul desegno de questo, e bagnandol in un liquor alquanto tetro, come sto caffè, e magnandol delicatamente in sta graziosa maniera, (mangia il biscottino) la diss25: va, trova don Alvaro, e digli che di lui non me ne importa un fico. (ridendo fugge)

SCENA XIII.
D. Alvaro, poi Monsieur le Blau.

Alvaro. Ah villano, briccone! Fermatelo, ammazzatelo, portatemi la di lui testa. Donna Rosaura non è capace di questo, ella mi ama, ella mi stima; quell’indegno ha provocato i fulmini dell’ira mia.

Monsieur. Non mi ascrivete a mancanza...

Alvaro. A tempo giungeste. Ponete mano alla spada. (pone mano) [p. 363 modifica]

Monsieur. Mia bella Rosaura, consacro a te questa vittima. (fa lo stesso)

Alvaro. Fuggire è atto da uomo vile.

Monsieur. Ora mi proverete, s’io so fuggire. (si battono)

SCENA XIV.
Rosaura in maschera alla francese, e detti.

Rosaura. (Entra in mezzo ai due, li fa fermare, e dice al Francese) Monsieur, che fate voi?

Monsieur. Bella maschera, mi batto per la mia donna.

Rosaura. E voi volete arrischiar la vita per un’Italiana, mentre tante Francesi penano, languiscono, muoiono per gli occhi vostri?

Monsieur. Ma se il rivale mi sfida, non posso ricusare il cimento.

Rosaura. Il rivale cesserà di volere la vostra morte, se voi non gli contenderete il suo bene.

Monsieur. E dovrei così vilmente?...

Rosaura. Se temete di cederla per viltà, cedetela per una dama di Francia, che sospira per voi.

Monsieur. E chi è questa?

Rosaura. Eccola ai vostri piedi. (s’inginocchia) Abbiate pietà di chi vive sol per amarvi.

Monsieur. Alzatevi, mio tesoro, che voi mi fate morire.

Rosaura. Non fia vero ch’io m’alzi, se non mi assicurate dell’amor vostro.

Monsieur. (S’inginocchia anch’egli) Sì, mia cara, giuro di amarvi, prometto a voi la mia fede.

Rosaura. Ah, che non posso credervi.

Monsieur. Credetelo, mia speranza, ch’io sarò tutto vostro.

Rosaura. Come? Se combattete per un’altra bellezza?

Monsieur. Lascerò quella per voi.

Rosaura. Rinunziatela al vostro rivale.

Monsieur. Attendete: or ora sono da voi. (parte da Rosaura, e s’accosta a D. Alvaro) Amico, questa dama francese sospira per me [p. 364 modifica] e desidera l’amor mio. S’ella si dà a conoscere, s’ella mi piace, Rosaura è vostra. Piacciavi per un momento sospendere il nostro duello.

Alvaro. Invano sperate fuggirmi nuovamente di mano.

Monsieur. Son cavaliere. O vi cedo Rosaura, o di qui non parto senza combattere. È lecito a’ cavalieri il patteggiar col nemico.

Alvaro. Le regole di cavalleria da noi si studiano prima dell’alfabeto. Servitevi, che ve l’accordo, (ripone la spada, e si ritira nella bottega)

Monsieur. Madama. Eccomi a voi. Cedo Rosaura, se ’l comandate. Fatemi il piacere almeno, ch’io possa bearmi nel vostro volto.

Rosaura. Per ora non posso farlo.

Monsieur. Ma quando avrò il contento di vagheggiarvi?

Rosaura. Fra poche ore.

Monsieur. Mi conoscete, mi amate, sospirate per me?

Rosaura. Sì, e per voi lasciai Parigi, per voi abbandonai le delizie di Francia, e venni peregrina in Italia. Monsieur. (Grand’amore delle dame francesi! Gran fedeltà delle mie paesane! Gran forza delle mie attrattive! ) (da sè) Ma io non posso vivere, se non mi date il contento di vedervi per un momento.

Rosaura. Questo è impossibile.

Monsieur. Chi ve lo vieta?

Rosaura. Il mio decoro. Non conviene che una dama d’onore si faccia vedere in una bottega, senza la maschera che la difenda dal guardo altrui.

Monsieur. Eh, in Francia non si osservano questi riguardi.

Rosaura. Siamo in Italia, convien uniformarsi al paese.

Monsieur. Andiamo in un luogo più ritirato. Non mi lasciate morire.

Rosaura. No, restate, ed io parto.

Monsieur. Vi seguirò assolutamente.

Rosaura. Se ardirete di farlo, non mi vedrete mai più.

Monsieur. Siete venuta per tormentarmi?

Rosaura. Stassera mi vedrete, e per meglio conoscermi, favoritemi qualche segno da potervi mostrare. [p. 365 modifica]

Monsieur. Eccovi una piccola bottiglia di sans pareille26. (le dà una bottiglietta)

Rosaura. Con questa mi darò a conoscere27.

Monsieur. Dove, mia cara, potrò vedervi?

Rosaura. Sarete avvisato.

Monsieur. Oh cielo! fa volar presto queste ore importune.

Rosaura. Oh stelle! fate che il cuor28 sia contento.

Monsieur. Ah madama, siete troppo crudele!

Rosaura. Ah monsieur, mi avete mal conosciuta! (parte)

SCENA XV.
Monsieur le Blau e Don Alvaro.

Monsieur. E non posso seguirla? E mi è vietato vederla? Chi mai può esser costei? Una Francese venuta per me a Venezia? Non è ch’io non lo meriti, ma duro fatica a crederlo. Non potrebbe darsi che fosse una di queste maschere del bel tempo, che si fosse presa divertimento di me? Ed io così francamente ho creduto, e mi sono sentito ardere d’amore per lei? Gran virtù del bel sesso! Gran calamita dei cuori! Ma io, sull’incertezza di un incognito oggetto, cederò Rosaura al rivale? Ah sarebbe troppo precipitosa la corsa, e inconsiderato l’impegno! Sono in libertà di pretender Rosaura, nè voglio perderla, senza assicurarmi di un acquisto migliore. Don Alvaro.

Alvaro. Che chiedete? (s’alza, e si fa avanti)

Monsieur. La dama francese negò di farsi conoscere, nè sono in grado di preferirla a Rosaura così ciecamente.

Alvaro. La cederete vostro malgrado.

Monsieur. Saprà difenderla il mio valore.

Alvaro. Amore e la Vittoria sono due numi che servono al merito di don Alvaro.

Monsieur. Questa volta li avrete nemici. (si battono) [p. 366 modifica]

SCENA XVI.
Rosaura, mascherata alla spagnuola, e detti.

Rosaura. Cavalieri, trattenete i colpi.

Alvaro. (Una dama spagnuola! ) (da sè)

Monsieur. Madama, il vostro cenno disarma il mio braccio, e i vostri begli occhi accendono d’amor il mio cuore.

Rosaura. Non vi conosco. Parlo a don Alvaro di Castiglia.

Alvaro. Che richiedete da un vostro servo?

Rosaura. Fate partire il Francese. Voglio parlarvi con libertà.

Alvaro. In grazia, ritiratevi per qualche momento. (a Monsieur)

Monsieur. Volentieri. (Ecco terminato il secondo duello). (da sè, e parte)

SCENA XVII.
Rosaura e Don Alvaro.

Rosaura. Don Alvaro, mi maraviglio di voi, e meco dovrà maravigliarsi la Spagna tutta, che posta in non cale l’illustre nobiltà della vostra prosapia, vogliate abbassarvi a sposare la figlia d’un vil mercante. A voi, che siete nato in Ispagna, non fa orrore questo nome di mercante? Ah, se la Duchessa vostra madre ne fosse intesa, morirebbe dalla disperazione.29 Don Alvaro, il vostro sangue, la vostra patria, la vostra nazione v’intimano il pentimento; e se tutto ciò non avesse forza per dissuadervi, ve lo comanda una incognita dama, la quale, avendovi concesso segretamente l’onore della sua grazia, ha acquistato il diritto di comandarvi. (tutto questo discorso molto grave e sostenuto)

Alvaro. (Oimè! Son pieno di confusione. La voce di questa 30 dama fa in me l’effetto che fece l’incantato scudo nell’animo di Rinaldo. Conosco l’errore, detesto la mia viltà. Rosaura è bella, ma non è nobile; merita affetto, ma non castigliano). (da sè) [p. 367 modifica] Nobilissima dama, che tale vi dimostra la maniera con cui mi avete parlato, dal rossor del mio volto comprenderete la confusion del mio cuore, e se la vostra bontà mi offerisce l’occasione d’emendarmi...

Rosaura. Troppo presto pretendete d’aver purgata una macchia, che vi rendeva il ridicolo delle Spagne. Si richiedono segni maggiori di pentimento.

Alvaro. Don Alvaro, che non conosce altro sovrano che il Re suo signore, è pronto a sottomettersi all’impero d’una eroina.

Rosaura. Per primo castigo del vostro vile e vergognoso affetto, dovete amarmi senza vedermi ed obbedirmi senza conoscermi.

Alvaro. Ah! questo è troppo...

Rosaura. È poco al vostro delitto. Amar la figlia d’un mercadante!

Alvaro. Avete ragione. Sì, lo farò.

Rosaura. Dovete serbarmi fede coll’incertezza del premio.

Alvaro. Oimè; voi mi fate tremare.

Rosaura. Dovete dipendere da’ miei cenni, senza chiedermi la ragion del comando.

Alvaro. Sì, lo farò. Ah! Che di sentimenti sì gravi e nobili non sono capaci se non le dame spagnuole.

Rosaura. Vi seguirò dappertutto, in modo da non esser conosciuta se non quando vorrò approvare o disapprovare la vostra condotta. Datemi un segno per poter ciò eseguire senza parlarvi.

Alvaro. Tenetevi questa mia tabacchiera. (Le dà quella ch’ebbe da Rosaura)

Rosaura. È forse regalo di qualche bella?

Alvaro. È un cambio di Rosaura; appunto me ne privo, perchè la sprezzo.

Rosaura. Or cominciate a piacermi.

Alvaro. Lode al cielo.

Rosaura. Don Alvaro, ricordatevi del vostro decoro e dell’amor mio.

Alvaro. Sarò fedele osservatore di mia parola.

Rosaura. Ci rivedremo.

Alvaro. Potessi almeno saper chi siete!

Rosaura. Quando voi lo saprete, vi prometto che stupirete. (parte) [p. 368 modifica]

Alvaro. Ah! certamente questa è una delle prime dame di Spagna. Questa è una principessa di me invaghita, zelante dell’onor mio. Amore, amore, tu mi volevi avvilito, ma il nume tutelare della mia nobiltà mandò la bella incognita a salvar l’onore della mia illustre famiglia. (parte)

SCENA XVIII.
Strada remota.
Il Conte ed Arlecchino.

Conte. Che cosa mi vai31 dicendo, che non t’intendo?

Arlecchino. Digh cussì che la signora Rosaura ha manda a invidar la locanda per la conversazion de stassera.

Conte. Che diavolo dici! Ha mandata ad invitar la locanda?

Arlecchino. Vogio dir... Sia maladetto! Una burla che ho fatto a un Spagnuolo, m’ha fatto tanto ridere, che rido ancora e no so cossa che me diga.

Conte. Hai forse fatto qualche scherzo a D. Alvaro?

Arlecchino. Giusto a elo.

Conte. In che consiste?

Arlecchino. Finzendo de portarghe un’ambassada della signora Rosaura...

Conte. Dunque don Alvaro ha l’accesso della signora Rosaura?

Arlecchino. Signor si, l’accesso, el secesso. E stassera l’è invidà anca lu alla conversazion della vedoa.

Conte. Anch egli? ed io non sono32 del numero degl’invitati?

Arlecchino. Padron sì; questo è quello che voleva dir dell’ambassada fatta alla locanda.

Conte. Ora ho capito. La signora Rosaura questa sera darà una conversazione in sua casa?

Arlecchino. Signor sì.

Conte. L’invito suo mi consola, ma temo di ritrovare nei convitati altrettanti rivali. [p. 369 modifica]

Arlecchino. No ve dubitè gnente. Una donna de garbo sa soddisfar tutti senza difficoltà.

SCENA XIX.
Rosaura mascherata con zendale alla Veneziana, e detti.

Rosaura viene passeggiando con qualche caricatura, guardando vezzosamente il Conte, senza parlare.

Conte. Osserva, Arlecchino, come quella maschera mi guarda con attenzione.

Arlecchino. Guardevene, sior, perchè delle volte se crede de trovar el sol d’Agosto, e se trova la luna de Marzo. (parte)

Conte. E così, signora maschera, che cosa comanda?

Rosaura. (Sospira.)

Conte. Questi sospiri con me sono inutili: alle finzioni donnesche una volta credevo. Ora è passato il tempo. Ho aperti gli occhi. Se vi era qui monsieur le Blau, era la vostra fortuna.

Rosaura. Voi offendete una dama che non conoscete.

Conte. Perdonate, signora, ma con quella maschera, in quell’abito, e sola, avevo ragion di credervi, anzichè una dama, una ordinaria pedina.

Rosaura. Amore fa simili stravaganze.

Conte. Siete innamorata di me?

Rosaura. Pur troppo.

Conte. Ed io niente di voi.

Rosaura. Se mi conosceste, non direste così.

Conte. Foste anche la dea Venere, non vi sarebbe pericolo che vi amassi.

Rosaura. Perchè?

Conte. Perchè il mio cuore è già impegnato per altro oggetto.

Rosaura. E per chi, se è lecito di saperlo?

Conte. In questo posso soddisfarvi. Quella che adoro, è la signora Rosaura Balanzoni.

Rosaura. La vedova? [p. 370 modifica]

Conte. Per l’appunto.

Rosaura. Quanto siete di cattivo gusto! Che ha di bello colei?

Conte. Tutto; e poi piace a me, e tanto basta.

Rosaura. Ella non è nobile.

Conte. È tanto savia e civile, che supplisce al difetto della nobiltà; ma ella nasce di casa nobile bolognese, e la famiglia de’ Bisognosi è delle antiche di questa città.

Rosaura. Rosaura credo sia impegnata con altri.

Conte. Se lo credete voi, non lo credo io; e quando ciò fosse, saprei morire, ma non mancarle di fede.

Rosaura. Siete troppo costante.

Conte. Fo il mio dovere.

Rosaura. Ma io che sospiro per voi, non posso sperare pietà?

Conte. Vi dissi che nulla potete sperare.

Rosaura. Se mi darò a conoscere, forse sarete obbligato ad amarmi.

Conte. Voi pensate male, e non vi consiglio a scoprirvi, per minorarvi il rossore della ripulsa.

Rosaura. Dunque partirò.

Conte. Andate pure.

Rosaura. Vorrei almeno una memoria della vostra persona.

Conte. Perchè volete ricordarvi d’uno che non vi ama?

Rosaura. Fatemi questo piacere, datemi qualche ricordo.

Conte. (Ho capito). (da sè) Se volete un mezzo ducato, ve lo posso dare.

Rosaura. Non ho bisogno del vostro denaro.

Conte. Dunque che pretendete?

Rosaura. Questo fazzoletto mi serve. 33

Conte. Manco male. Me lo poteva dire alla prima, che faceva all’amore col mio fazzoletto. Che razza di gente si trova in questo mondo! Così, a quest’ora, verso la sera, la Piazza è piena di queste bellezze incognite. Questa è delle più discrete, che si è contentata di un fazzoletto: vi sono quelle che tirano alla borsa. Io non saprei adattarmi a trattarle. La donna venale è una cosa troppo orrida agli occhi miei. (parte) [p. 371 modifica]

SCENA XX.

Camera di Rosaura accomodata per la conversazione, con tavolini, e sedie, e vari lumi.

Eleonora e Marionette.

Marionette. Che ne dite, eh? Il signor Pantalone come sfoggia a cera? Tutto fa per voi.

Eleonora. Eppure io, avendoci meglio pensato, non lo voglio assolutamente.

Marionette. Ditemi, come vi è piaciuto il Francese?

Eleonora. Ti dirò la verità. Il suo volto mi piace, il suo brio mi va a genio, la sua disinvoltura mi rapisce, ma non mi fido delle sue parole.

Marionette. Perchè?

Eleonora. Perchè fa troppo l’innamorato a prima vista, e dice cose che non sono da credere.

Marionette. Ma ai fatti credereste?

Eleonora. Quel che è di fatto, non si può non credere.

Marionette. Dunque se vi desse la mano di sposo, non vi sarebbe che dire.

Eleonora. Ma non lo farà34.

Marionette. E se lo facesse, sareste contenta?

Eleonora. Certo che sarei contenta; è un uomo assai ben fatto.

Marionette. Che mi date di mancia, se vi fo avere questa fortuna?

Eleonora. Senti, un buon regalo davvero.

Marionette. Ma promettere e attendere non sono amici, è egli vero?

Eleonora. Anzi attenderò più di quel che prometto.

Marionette. Orsù, lasciate fare a me, che spero sarete contenta.

Eleonora. E mia sorella che dirà? So pure ch’ella ancora vi pretendeva.

Marionette. Ella ne ha quattro da scegliere; ma per quello che io vedo, questo non è il suo più caro. [p. 372 modifica]

Eleonora. Basta, mi fido di te.

Marionette. Ed io son donna di parola. Ho fatti più matrimoni in questo mondo, che non ho capelli in testa. Ecco vostra sorella; per ora non le dite nulla.

Eleonora. Mi lascio condurre dalla mia maestra.

SCENA XXI.
Rosaura e dette.

Rosaura. Sorella, siete sollecita a prender posto.

Eleonora. Per l’appunto venivo ora35 da voi.

Rosaura. Sentite, se mi riesce, stassera voglio stabilire il mio nuovo accasamento; e voi, che farete senza di me?

Eleonora. Spero che non partirete di questa casa senza avere stabilito anche il mio.

Rosaura. Volete il signor Pantalone?

Eleonora. Il cielo me ne liberi.

Rosaura. Dunque, che posso fare?

Marionette. Diamine! Che in tanta gente non vi sia uno sposo per lei?

Rosaura. Che! Si fa un matrimonio come una partita a tresette? Ecco gente.

SCENA XXII.
Il Conte e dette.

Conte. Eccomi, o signora, a ricevere l’onore delle vostre grazie.

Rosaura. Sono io l’onorata, se vi degnate di favorirmi.

Marionette. (Il signor Conte geloso è venuto il primo), (da sè)

Rosaura. Sedete. (siede Rosaura appresso il Conte, ed Eleonora in altra parte)

Conte. Obbedisco. Signora, vi ringrazio delle cortesi espressioni della vostra lettera. [p. 373 modifica]

Rosaura. Assicuratevi che sono dettate dal cuore.

Marionette. (Egli se l’ha tirata da vicino per non la perdere). (da sè)

SCENA XXIII.
D. Alvaro e detti.

Alvaro. Riverisco donna Rosaura.

Rosaura. Serva di don Alvaro. (s’alza)

Alvaro. La buona notte a tutti.

Rosaura. Favorite. (accenna che sieda)

Alvaro. (Non vorrei che vi fosse la dama incognita). (guarda qua e là, poi siede presso Rosaura)

Marionette. (Anche questo sta bene). (da sè)

Alvaro. Dove avete posto il mio albero?

Rosaura. Nella mia camera.

Alvaro. Dovevate esporlo qui in sala, acciò fosse ammirato da tutta la conversazione.

Marionette. Anzi lo metteremo sulla porta di strada, acciò sia meglio veduto.

Alvaro. (Francese impertinente). (da sè)

SCENA XXIV.
Milord e detti.

Milord. Madama, mademoiselle. (a Eleonora) Messieurs. (alli due cavalieri)

Rosaura. Milord, umilissima. (s’alzano e tutti la salutano) Compiacetevi d’accomodarvi. (a Milord)

Milord. Madama. (siede appresso il Conte)

Marionette. (Madama! Madama! Non sa dir altro che madama. Nella sua bocca stanno male anco le parole francesi), (da se)

Rosaura. Milord s’è accomodato a favorirmi.

Milord. Io sono il favorito.

Marionette. (Oh, non ha detto poco). (da sè) [p. 374 modifica]

SCENA XXV.
Monsieur le Blau e detti.

Monsieur. Madama Rosaura, vostro umilissimo servitore. (le bacia la mano) Mademoiselle Eleonora, m’inchino alle vostre bellezze, (bacia la mano per forza anche ad essa, che la ritira) Amici, son vostro schiavo. Marionette, buona sera. (tutti s’alzano e lo salutano)

Marionette. (Questo almeno rallegra la conversazione). (da sè)

Rosaura. Monsieur, prendete posto.

Monsieur. Il posto è preso per quel ch’io vedo; ma non importa. Sederò vicino a questa bella ragazza, (siede fra D. Alvaro ed Eleonora) Madama Rosaura, io resto maravigliato.

Rosaura. Di che?

Monsieur. Credevo di vedervi una gioja al petto, e non la vedo.

Rosaura. Volete dire il ritratto?

Monsieur. Parlo di quello.

Rosaura. Or ora ne sarete meglio informato.

Marionette. (In quanto a questo poi, la mia padrona fa poca giustizia al merito). (da sè)

Rosaura. Signori miei, giacchè vi siete degnati di favorirmi ed io sono qui, sedendo in mezzo di tutti quattro, prima che si moltiplichi la conversazione, intendo di farvi un breve discorsetto. Io sono stata, benchè senza merito, favorita ed ho da tutti riportato varie dimostrazioni di stima e di affetto. D. Alvaro coll’offerta del grand’albero della sua casa m’insuperbisce. Monsieur le Blau col suo ritratto m’incanta. Milord con ricche gioje mi sorprende. Il Conte con espressioni di tenerezza, di rispetto e di amore mi obbliga e mi convince. Vorrei esser grata a tutti, ma dividermi non è possibile; onde converrà che ad un solo mi doni. La scelta ch’io farò non sarà capricciosa, nè sconsigliata, ma figlia di buoni riflessi, giusta e doverosa. Milord non vuol prender moglie, ma tuttavia, se mai nel vedersi in confronto cogli altri, gli nascesse in mente qualche pretensione sopra di me, una dama inglese m’impone dirgli che si ricordi [p. 375 modifica] che a madama Rosaura nulla ha promesso, che con essa è in libertà, ma che all’incontro, innamorato dai begl’inchini della sua paesana, a quella ha promesso amore e fedeltà; e perchè al mio discorso prestiate fede, vi manda questo astuccio, e vi dice che chi ve lo rende, è quella stessa che lo ha ricevuto. (rende l’astuccio a Milord) Monsieur le Blau con generose espressioni, con amorose tenerezze e dolci sospiri, mi lusingava dell’amor suo; ed egli potea sperar la mia mano, ma una certa Francese incognita mi ha data la commissione di ricordargli, che siccome ha ceduto Rosaura al suo rivale, così non la può più pretendere, e quest’acqua sanspareille gli farà risovvenire il suo impegno, e gli dirà che l’incognita è quella che lo rimprovera. (gli dà la bottiglietta di sanspareille) D. Alvaro parimente si era guadagnata la mia stima e forse ancora la mia predilezione, ed abbagliata dagli splendori della sua nobiltà, quasi quasi mi era dichiarata per lui; ma gli sovvenga che la dama spagnuola non conosciuta, mettendogli in orrore le nozze di una mercantessa, gli ha comandato d’abbandonarla e di amar lei, benchè incognita e senza speranza; e per segno della sua rassegnazione e del suo pentimento, ecco la tabacchiera della vedova da lui disprezzata, (gli rende la tabacchiera) Al Conte poi, che con tanta inciviltà tratta le maschere e con tanta asprezza le donne civili, e nega un leggiero favore ad una che sospira per lui, rincrescendogli sino la perdita sì vile di un fazzoletto di seta, fo sapere che quella maschera che glie l’ha involato, alla presenza dei suoi rivali gli dà la mano e lo dichiara suo sposo. (porge la mano al Conte, il quale con tenerezza d’affetto l’accoglie36)

Conte. Oh me beato! Oh momento felice! Oh mano che mi consola!

Milord. Viva il Conte, vi sarò buon amico.

Marionette. (L’ho detto che avrebbe fatto come la mosca d’oro). (da sè)

Alvaro. Non credevo che le donne italiane fossero così maliziose, (s’alza) nè che arrivassero con una finzione a profanare il carattere delle Spagnuole. Questo delitto vi rende orribile agli occhi [p. 376 modifica] miei; parto per non più rimirarvi, e per castigo del vostro avanzato ardimento, vi privo dell’onore della mia protezione, (parte)

Monsieur. Madama Rosaura, la perdita della vostra persona mi costerebbe qualche sospiro, se vi maritaste nell’Indie37, ma siccome vi siete maritata al nostro Conte, e resterete con lui in Italia, la facilità di vedervi mi scema il dolore d’essere escluso dalle vostre nozze. Vi sarò il medesimo onesto amante, e se il Conte non vorrà essere nemico della gran moda, avrò l’onore di essere il vostro servente.

Conte. No, monsieur, vi ringrazio. La signora Rosaura non ha bisogno di voi.

Monsieur. Fate un viaggio a Parigi e vi sanerete di questa malinconia38.

Marionette. Monsieur le Blau, mi dispiace di vedervi fare una cattiva figura, e per il zelo della mia nazione e del vostro merito, bramo di far qualche cosa per voi. La signora Rosaura è già impegnata; se voi non voleste digiunare, quand’altri cenano, vi sarebbe la bella occasione.

Monsieur. Sì, cara Marionette, fammi questo piacere: maritami tu alla francese. Così senza pensarvi.

Marionette. Ecco la vostra sposa.

Monsieur. Mademoiselle? Volesse il cielo! Ma ella non mi crede e non ha amore per me.

Marionette. La conoscete poco. Anzi arde per voi.

Monsieur. Ditelo, mio tesoro, è vero quanto Marionette mi dice?

Eleonora. È verissimo.

Monsieur. Volete esser mia sposa?

Eleonora. Se vi degnate.

Monsieur. Viva amore, viva Imeneo. Signora cognata, io sono doppiamente contento. Conte, ora non sarete di me geloso.

Conte. Ciò non ostante mi farete piacere a prendervi un alloggio separato dal mio.

Marionette. Povera signora Rosaura, quanto vi compiango!

Rosaura. Pazza! Tu non conosci la mia felicità. [p. 377 modifica]

SCENA ULTIMA
Pantalone, il Dottore e detti.

Pantalone. Come va la conversazion, patroni?

Dottore. Che mai39 avete fatto a D. Alvaro, che va dicendo imprecazioni contro tutte le donne d’Italia?

Monsieur. Signor Pantalone, signor Dottore, mio amatissimo suocero, mio venerabile cognato, lasciate che con un tenero abbraccio vi partecipi aver io avuta la fede di sposa da questa bella ragazza.

Pantalone. Come! Che novità xe questa?

Dottore. Senza dirlo a me, che sono suo padre?

Rosaura. Avevasi destinato di farlo prima di concludere le loro nozze. Ecco in una conversazione stabiliti due matrimoni, il mio col conte di Bosco Nero e quello di mia sorella con monsieur le Blau: avete voi niente m contrario?

Dottore. Ho sempre lasciato fare a voi; se lo credete ben fatto, io non mi oppongo.

Pantalone. (Bisogna parer bon, e far de necessità virtù). (da sè) Mi ho desidera le nozze de siora Eleonora, ma colla speranza che la lo fasse de cuor. Co no la aveva per mi inclinazion, no gh’ho perso gnente a lassar una putta che me podeva far morir desperà.

Monsieur. Evviva il signor Pantalone.

Milord. Egli pensa con ragione veramente inglese40.

Rosaura. Ecco dunque condotto felicemente a fine ogni mio disegno. Ecco assicurato lo stato di una vedova e di una fanciulla, stati egualmente pericolosi. Confesso di aver operato nelle mie direzioni da scaltra, ma siccome la mia scaltrezza non è mai stata abbandonata dalle massime d’onore e dalle leggi della civil società, così spero che sarò, se non applaudita, compatita almeno, e forse forse invidiata.


Fine della Commedia.


Note

  1. Bettin.: che da imitare valevo.
  2. Così Bett., Pap., ecc.; Pasq. e Zatta: tre anni, e tutto consiste in.
  3. Accarezzare. [nota originale]
  4. Bettin.. Paper, ecc.: e non mi resta, che la tua lezione, per riuscire perfettamente.
  5. Bettin.: di mia.
  6. Bettin., Paper., Savioli e altri aggiungono: in un sangue men nobile del mio.
  7. Bettin.: con pazienza.
  8. Bett., Pap., Sav. ecc. aggiungono: La scuola moderna non insegna simili scioccherie.
  9. Nelle edd. Pasq. e Zatta si legge solo: con vostra.
  10. Bett., Pap., Sav. ecc.: di Calloandro. Su questo eroe del famoso romanzo dì Gio. Ambrogio Marini (Calloandro sconosciuto o fedele, 1640-41) v. Ad. Albertazzi, Rom.ri e rom.i del Cinq. e del Seic, Bologna, 1891.
  11. Bett., Pap.. Sav. ecc.: Ah Eleonora spietata, ah ingrata, ah crudele!
  12. Bett., Pap., Sav. ecc.: de’ nostri affetti.
  13. Bettin.: gli.
  14. Zatta: affari.
  15. Bett,. Pap., Sav. ecc.: Un vero.
  16. Bett.. Pap., Sav. ecc.: ed anco a.
  17. Bett.: e vien.
  18. Bett,: La sfidata è a.
  19. Bettin.. Pap., Sav. ecc.; Oh, questa.
  20. Bettin., Paper., Sav. ecc.: così grazioso.
  21. Bettin. aggiunge: senz’altro.
  22. Bettin., Paper., Sav. ecc.: Patriotta mia, chi.
  23. Bettin.: loco.
  24. Bell.. Pap., Sav. ecc. hanno solo: di D. Alvaro.
  25. Cosi Pap.; gli altri: dise o disse.
  26. Pap., Sav. ecc.: samparelie.
  27. Segue nell’ed. Bettin.: «Mons. Non mi tenete lungo tempo all’inferno. Ros. Poche ore mancono (sic) a sera».
  28. Bettin.: il mio cor.
  29. Segue nelle edd. Bettin., Paper.. Sav. ecc.: Voi che sprezzar potreste una sposa di sangue reale, voi vi avvilirete cori un matrimonio sì abietto?
  30. Bett., Pap., Sav.: di questa gran.
  31. Bettin.: Cosa mai vai.
  32. Bettin., Paper., Sav. ecc.: sono forse ancor’io.
  33. (gli leva il fazzoletto di mano e parte)
  34. Bett., Pap., Sav. ecc.: farebbe.
  35. Bett., Pap., Sav. ecc. solo: venivo.
  36. Bettin.: con tenerezza l’abbraccia.
  37. Ben., Pap., Sav. ecc.: Indie Orientali.
  38. Bett., Pap., Sav. ecc.: malattia.
  39. Bettin.: cosa.
  40. Bett.. Pap., Sav. ecc.: da inglese.
[p. 378 modifica]