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368 ATTO TERZO

Alvaro. Ah! certamente questa è una delle prime dame di Spagna. Questa è una principessa di me invaghita, zelante dell’onor mio. Amore, amore, tu mi volevi avvilito, ma il nume tutelare della mia nobiltà mandò la bella incognita a salvar l’onore della mia illustre famiglia. (parte)

SCENA XVIII.
Strada remota.
Il Conte ed Arlecchino.

Conte. Che cosa mi vai1 dicendo, che non t’intendo?

Arlecchino. Digh cussì che la signora Rosaura ha manda a invidar la locanda per la conversazion de stassera.

Conte. Che diavolo dici! Ha mandata ad invitar la locanda?

Arlecchino. Vogio dir... Sia maladetto! Una burla che ho fatto a un Spagnuolo, m’ha fatto tanto ridere, che rido ancora e no so cossa che me diga.

Conte. Hai forse fatto qualche scherzo a D. Alvaro?

Arlecchino. Giusto a elo.

Conte. In che consiste?

Arlecchino. Finzendo de portarghe un’ambassada della signora Rosaura...

Conte. Dunque don Alvaro ha l’accesso della signora Rosaura?

Arlecchino. Signor si, l’accesso, el secesso. E stassera l’è invidà anca lu alla conversazion della vedoa.

Conte. Anch egli? ed io non sono2 del numero degl’invitati?

Arlecchino. Padron sì; questo è quello che voleva dir dell’ambassada fatta alla locanda.

Conte. Ora ho capito. La signora Rosaura questa sera darà una conversazione in sua casa?

Arlecchino. Signor sì.

Conte. L’invito suo mi consola, ma temo di ritrovare nei convitati altrettanti rivali.

  1. Bettin.: Cosa mai vai.
  2. Bettin., Paper., Sav. ecc.: sono forse ancor’io.