Come andò a finire il Pulcino/La storia di Gigino

Che cos’è la noia? Il nemico

[p. 148 modifica]Seppi clie si chiamava Gigino, e che aveva ricevuto dai suoi genitori una buona educa¬ zione. A farla corta, gli chiesi la sua storia, ed ecco quello che mi raccontò. IV. La storia di Gigino. Me ne ricordo ancora. Fu una bella dome¬ nica di Maggio, che il babbo mi détte la prima lezione di volo. Avevo appena levato il capino dall’ala e già tendevo il becco alla mamma, affinchè essa, per vecchia consuetudine, vi lasciasse cadere qualche bacherozzolino o un minuz¬ zolo di pane, quando il babbo, aprendosi un varco fra le fitte rame del mandorlo ov’ era¬ vamo domiciliati, mi disse con un po’ di se¬ verità nella voce: — Animo, Gigi, bisogna finirla una buona volta coi daddoli e le bambinate. È tempo d [p. 149 modifica]i — 149 — lasciare in pace la mamma e d’imparare a volare e a mangiare da sè.... — Il mangiare non mi resta difficile; — bal¬ bettai con le lacrime agli occhi — sono parec¬ chi giorni che acchiappo moscerini e vermi¬ ciattoli; ieri mi ingegnai perfino di dare una beccata a una vespa; ma se non son lesto a far cilecca, mi buca un occhio! — Queste notizie mi fanno molto piacere. Io amo i passerottini coraggiosi, che hanno voglia di lavorare e di farsi uno stato! Con le vespe però non sarà male aver prudenza! — È quel che gli vado predicando anch’io, — disse svolazzando la mamma, fìngendo di accudire a certe sue faccenduole, ma in so¬ stanza tutta intenta a non perdere una sola parola della nostra conversazione. — Bene, bene!... Purché non si cada nel- 1’ eccesso opposto, cioè nella vigliaccheria. B per non caderci, cominciamo subito stamani la nostra prima lezioncina di volo. Guarda, (ìigino, quel pèsco accanto al nostro albero. — Scusa; — interruppe mia madre volgen¬ dosi al babbo — ma non ti pare che Gigino 11 — BàCCINI, Memorie d’un Pulcino, ecc. — 150 — [p. 150 modifica]sia ancora troppo piccolo per tentare il volo? Cammina ancora con le gambine ripiegate, e non vorrei.... — Volare è tutt’altra cosa che camminare; — interruppe papà — e se noi maschi doves¬ simo dar retta a tutte le sm orti ette di voialtre passerotte, guai! A te Gigino! Apri le ali, pèsco vicino, su cui spiccavo come una pic¬ cola palla di velluto grigio. — Pi, pi ! — feci alla mamma per assicu¬ rarla. — Pi, pi, pi ! — rispose lei vivamente, e me la vidi accanto. spingi il petto per aria, e tieni il ca¬ pino ritto. Animo! Una, due, tre! — Io, che in fon¬ do morivo di voglia di tentare l’ignoto, non mi feci ripeter due volte l’ordine, e dadi! in meno di un secondo fui [p. 151 modifica]sul — 151 — — Bravo! — disse il babbo. — Domani ci spingeremo sul tetto di quel palazzo.... — La mamma nascose per alcuni minuti il nipo nel rovescio dell’ala sinistra, quasi che hi molestasse il prurito di qualche insetto. Ma io mi avvidi che piangeva. Anche papà se n’ accòrse. — Moglie mia, — le disse amorevolmente - bisogna farsi un po’ di coraggio. Voi sapete meglio di me che i figliuoli non li facciamo per noi, e che essi pure sono destinati a vagar pel mondo, a farsi uno stato, un nido, una famiglia! Domani Gigino volerà su quel tetto, <lai quale più tardi, è presumibile che si spin¬ gerà su tutti gli alberi delle Cascine e forse più lontano! E non abbiamo forse fatto lo stesso anche noi, amica mia? Coraggio, cara! La natura vuol così, e noi dobbiamo piegar la l està ai suoi voleri ! — Pio ! — rispose la mamma singhiozzando ; i I che voleva dire : « Avete ragione ! » — 152 — [p. 152 modifica]Dopo pochi momenti, la mamma ed io era¬ vamo di nuovo sul mandorlo. Papà era an¬ dato a presiedere un’ adunanza della Società contro la Caccia, che contava a quel che avevo sentito dire, molti e cospicui aderenti, merli, tordi, allodole, fru¬ soni, pettirossi, car¬ dellini e passerotti. La mamma pro¬ fittò della circostan¬ za per darmi molti e savi consigli. — Domani, dun¬ que, — mi disse con tòno che voleva pa¬ rere solenne e non era che triste — andrai sul tetto del Palazzo del Ee.... e forse non tornerai più a casa! — Oh, mamma! — Non protestare, caro, non dirmi che è impossibile, che non lo faresti mai; che ti — [p. 153 modifica]153 — scoppierebbe il cuore lontano da me. Tu ora parli in buona fede: ma io ho l’esperienza dei fatti e dell’età, caro Gigino, e so bene che i figliuoli, una volta preso il volo, non tornano più !... Perchè tu non sai che cos’ è il volo, Gigino ! Tu non sai che dolcezza squi¬ sita sia il fender l’aria purissima, il sentirsi inondati di sole, il vagheggiar dall’alto tanto sorriso di verde e di fiori! Tu non sai.... — Ma le fucilate, mamma! — Bimbo mio, la vita è così ! Accanto alla gioia il pericolo, accanto alla fiorente giovi¬ nezza la morte ! — Ma allora sarebbe meglio restar sul man¬ dorlo, mamma! — No! no! Iddio ci ha creati pel volo e pel canto. Bisogna seguire il nostro destino. Su, via, non mi togliere il poco coraggio che mi rimane. Senti, piuttosto: noi, dopo domani, non ci rivedremo forse più !... — Ma perchè? Non potresti seguirmi tu e il babbo? Avete delle ali robuste lui e te! — La mamma abbassò i suoi begli occhiolini neri, e disse soavemente: — 154 — — Caro [p. 154 modifica]Gigino, io sono per diventare nuo¬ vamente madre: il nido è pronto, e, natural¬ mente, debbo le mie cure ai nuovi piccini. Con qual cuore potrei abbandonarli ? — È giusta, — risposi pensoso, ma in fon¬ do abbastanza stizzito coi futuri fratellini, che in certo qual modo si frapponevano fra me e la mamma. — Però senti, — diss’ ella baciandomi — me lo vedi questo ciuffettino di penne rossicce, qui sotto l’ala destra 1 — Lo vedo, ebbene ? — Questo segnale ti servirà a riconoscer la mamma nel giorno del dolore. — Ma dove ti troverò? — Se non avvengono guai, ho intenzione di finir la mia vita qui, su gli alberi delle Ca¬ scine. È un luogo ombroso, dove noi uccelli non corriamo pericolo e dove possiamo pren¬ der delle eccellenti lezioni di musica il giovedì e la domenica.... — Grazie, mamma. — E ora basti su questo argomento: voglio che papà, tornando, ci trovi allegri. Su, aiu¬ — 155 — [p. 155 modifica]tami a mettere insieme un boccon da man¬ giare. Là ci sono alcune formieoi one e tre o quattro semi. Ne faremo un eccellente fri- candò.... Il babbo tornò verso il tocco, e desinammo di buonissimo appetito. Io mi sforzavo d’es¬ sere allegro, di uscir fuori con qualche bar¬ zelletta, ma tanto il babbo che la mamma erano preoccupati. — E così, che cosa avete deliberato ! — do¬ mandò quest’ultima. — In qual modo vi op¬ porrete alla caccia? — Benedette uccelline ! Fate delle domande proprio.... primitive. Noi non possiamo opporci alla caccia, ma tentare ogni mezzo per sfug¬ gire alle fucilate. Primo fra questi, è quello di avvezzarci a volare sempre più in alto, in modo da sfuggire allo sguardo umano. La no¬ stra società intende perciò di aprire alcune scuole di volo. — Ma inalzandovi molto per aria vi sco [p. 156 modifica]¬ — 156 — sterete troppo dall’abitato e 11011 potrete bec¬ carvi i frutti. — Ci adatteremo alle mosche, alle zanzare e alle farfalle.... Ad ogni modo chi vivrà v^- drà! — Il desinare finì tristamente. La mamma si mise in cerca di pagliuzze e di fili di lana per render sempre più comodo il nuovo nido, il babbo andò a sentir la musica sul Piazzale del Ee, ed io rimasi solo coi miei timori e le mie speranze. Bisognava rinunziare a ogni cosa più cara¬ mente diletta, non c’era rimedio. Povero nido natio, povera buona mamma ! Pensando al grande avvenimento che si stava maturando pel giorno dopo, volli che esso non mi cogliesse alla sprovvista; e chia¬ mato a raccolta il mio coraggio, mi détti a svolazzare qua e là, avendo cura che i miei voli avessero una durata sempre maggiore. Che dirvi, lettori ì Giunto a sera, io avrei potuto gareggiare in velocità con un passerotto di un anno. — [p. 157 modifica]157 — Campassi la vita di Matusalemme (se, co¬ me spero, mi farete l’onore di leggermi da cima a fondo, non vi mera vigilerete della mia erudizione storica) io non dimenticherò mai il 25 maggio dell’anno vattelapesca. Mi svegliai di buon mattino, in mezzo ai gorgheggi dei miei genitori e di due lodole, amiche di casa, che erano venute a darmi il mirallegro e molti e savi consigli che riassumo in poche parole: tenersi sempre in alto; non prendere mai indigestioni di frutta, di sugo di ciliege che muta un dignitoso passerottino in un volgare ubriaco; rispettare gli uccelli superiori in grado e in dottrina; non fidarsi delle rondini e star sempre a rispettosa di¬ stanza dai gatti e lontani dai ragazzi che bru¬ ciano le lezioni per andare a dar la scalata ai nidi. — E che ne fanno, dei nidi? — domandai stupefatto. — [p. 158 modifica]158 — — Ohe ne fanno ? Rubano gli uccellini e li portano a casa, dove li rinchiudono in una pri¬ gione strettissima a grosse inferriate, e dove acqua e cibo son misurati. — Orrore!... — esclamai indignato. — Aspetta a fremere ! — incalzò la signora Pinolini, la maggiore delle due lodole. — Se ti dicessi che i ragazzi si divertono a spennar vivi i poveri uccelletti, ad accecarli con un ferro rovente e spesso a ucciderli ! — Ma sono birbonate codeste! — proruppi. — O non ci sono leggi che puniscano simili delitti ! — Le leggi ì — disse la signora Panichi, la lodolina più giovane. — Le leggi, bambino mio, sono fatte dagli uomini, e gli uomini adorano.... l’arrosto di uccelli. — Capisco ! — risposi fulminato. Nessuno osò di aggiunger parola. Desinai in famiglia per l’ultima volta e, poco dopo, scambiato un tenero ba [p. 159 modifica]cio coi — 159 — miei genitori, stesi le ali, mi raccomandai a Dio, e in meno che si dice fui sul tetto del Palazzo del Ee. Doveva esser quello, pel momento, il mio domicilio, e io, per non cedere al dolore che mi serrava la gola come in una morsa di ferro, mi messi subito in cerca di un tegolo protet¬ tore. ISTe trovai presto uno comodo e verdeg¬ giante di una curiosa erbolina, che mi rallegrò gli occhi e il cuore. Oh, che cosa è il verde per noialtri uc¬ cellini ! Il sole scendeva all’orizzonte, e un venti¬ cello soave, carico del profumo di mille fiori, faceva tremolar dolcemente le foglioline an¬ cor tenere degli alberi. Giù nei viali era un vero via vai di persone e di carrozze eleganti, dove stavano sdraiate, più che sedute, delle belle signore in ricche acconciature chiare. Ohe leggiadri visini inghirlandati di v [p. 160 modifica]eli, di — 160 — trine e di ricci biondi e bruni! Molti cavalieri trottavano vicino alle carrozze, dispensando -, 4.» scappellate a destra e a sinistra. A un tratto, in fondo a un cerchio di leggìi, sorretti da al¬ trettanti pali, si riunirono parecchi uomini ve¬ stiti in un modo differente dagli altri, e che poi seppi esser bandisti. Posarono delle carte sui leggìi, accostarono alla bocca dei curiosi strumenti, e cominciarono a fischiare.... volevo dire a suouare un’aria malinconica, che mi avrebbe fatto piangere se non ne fossi rimasto incantat [p. 161 modifica]o. — 161 — In quella bella musica c’erano tutti i sen¬ timenti che in quella sera facevano strazio del mio povero cuoricino.... il dolore della sepa¬ razione e l’addio alla mamma, la trepida¬ zione al nuovo stato, l’amarezza della solitu¬ dine, le speranze di un migliore avvenire.... Come mi parevano bravi quegli uomini che sapevano infonder nell’anima mia tanta dol¬ cezza! E mi parve impossibile che compo¬ nendo, eseguendo o ascoltando una musica tanto soave, essi potessero avere il coraggio di rinchiudere gli uccellini in gabbia, e quello, ben più atroce, di ucciderli e di mangiarli arrostiti !... — Ah, sono pur birbanti! — esclamai con¬ citato. — Ohi? — sussurrò accanto a me una vo- cetta simpatica. Mi voltai vivamente e mi vidi davanti un passerotto d’una certa età, che mi guardava fìsso fisso con i suoi occhini lucidi e neri. Salutai inchinandomi. Ed egli gentil¬ mente : — Mi abbia per scusato se così bruscamente ho interrotto il filo delle sue riflessioni. [p. 162 modifica]Ma da — 162 — buon vicino (io abito il tegolo accanto al suo) mi sapeva male di vederlo così esaltato. Con chi l’ha? Se i miei deboli servigi hanno per lei qualche valore.... — Grazie, grazie, vicino mio; — interruppi tutto contento — sono ben lieto di far la sua conoscenza; da oggi solamente mi sono sepa¬ rato dalla mia famiglia. — Oh poveretto ! La compatisco, chè a co- desto dolore mi ci ritrovai anch’io, due anni sono. Ma spero che il tempo farà l’opera sua e che ella giungerà a dimenticare.... — La mamma ? Mai ! — Ha ragione. Dio la mantenga con code¬ sti buoni sentimenti. Gli affetti della famiglia sono i più sacri. Io che ho moglie e figli.... — Ah, mi rallegro! — Il passerotto si spollinò in atto di compia¬ cenza e tornò a domandarmi: — Dunque con chi l’aveva poco fa? — Con gli uomini. — O che le hanno fatto ? Ella è così giovane ! — A me personalmente, nulla. Ma ai nostri compagni ! — 163 — — [p. 163 modifica] Condivido la sua nobile indignazione. Ma clie vuol farci! Il mondo è sempre andato così e bisogna rassegnatisi. A far gli uccellini- rivoluzione, creda a me, ci si rimette tempo e penne. Meglio è aspettare serenamente il pro¬ prio destino, qualunque esso sia. Stiamo paghi ai dolci affetti della famiglia, difendiamoci in quel modo e in quella misura che la natura ci concede e non ci inaspriamo l’animo ad odiare. Del resto, — aggiunse con malizia — noi non siamo migliori degli uomini. — Come ! — esclamai meravigliato. — Le dirò: ha mai veduto, lei, suo padre e sua madre nutrirsi di farfalle, di mosche, di bacherozzoli ? — Certamente ! È quello, si può dire, il loro cibo quotidiano. — Ebbene, caro signor.... — Gigino, ai suoi comandi. — Ebbene, signor Gigino, non pensa, non riflette lei che quei bacherozzoli, quelle mosche, quelle farfalle hanno esse pure le loro mamme, le loro famiglie, le loro uova ? — Così piccole creatur [p. 164 modifica]e? — 164 — — E che siamo noi, paragonati all’uomo ? Accetti, signor Gigino, la legge universale, e dia un indirizzo più lieto ai suoi pensieri. A proposito: siccome domani è il giorno del¬ l’Ascensione, le piacerebbe di scender fra poco a terra con me, ad assistere ai lamenti e agli sgomberi dei grilli? — Sarebbe a dire? — domandai stupefatto. — Sappia che a Firenze c’è un uso curioso. La mattina dell’Ascensione vengono alle Ca¬ scine numerose comitive di ragazzi, di giovani e di fanciulle per dar la caccia ai grilli.... — E che ne fanno ? — Li rinchiudono in una gabbia. — Eppoi ? — Se li portano a casa per sentirli, cantare, durante la notte. Badi, ho detto cantare per modo di dire, perchè i grilli non cantano. — Non mi negherà che anche questa sia un’ infamia degli uomini ! Toglier quelle inno¬ centi bestiole a’ loro prati, imprigionarle e di¬ lettarsi de’ loro lamenti. — Non le nego nulla. Ma io sono, e se ne convincerà in seguito, un uccellino filosofo. — 165 — — Cioè ? — Prendo [p. 165 modifica]le cose come sono e non come le vorrei ! — Ah!... — Rimasi colpito da quella profonda osser¬ vazione. — E che ha inteso dire con gli sgomberi e i lamenti dei grilli ? — Oh! È chiaro. Molte famiglie si mettono in salvo. Altre, e son quelle dove abbondano malati e bambini, rimangono a piangere. Vuole scendere ? — Non me lo feci ripeter due volte, e in men che si dice fui sul Piazzale grande delle Ca¬ scine. I La musica seguitava, sempre dolce e vi¬ brante; e il sole scendeva sempre più in fondo all’orizzonte, in una gloria di raggi e di nuvo¬ li ne rosee. li! — Baccini, Memorie d’un Pulcino, ecc. — 166 — [p. 166 modifica]& Il posare le mie zampettine un po’ stanche sull’erba molle del gran prato delle Cascine, mi procurò una soave sensazione di refrige¬ rio e fu con molta compostezza che salutai un grosso grillo, nero come la pece, che rimorchiava due piccini, esor¬ tandoli a cammi¬ nare. — Buona sera, Tripolini, — gli dis¬ se il mio nuovo amico Pio, fermandolo. Tripolini fece un cenno ai figliuoli e rese con molto garbo il saluto. — Siamo di partenza, eh? — gli doman¬ dò Pio. — Per forza — rispose il grillo. — Domat¬ tina all’alba le Cascine sono gremite di per¬ sone senza pietà nè misericordia: e se non ci mettiamo in salvo ora.... — 167 — — Permett [p. 167 modifica]imi — mi disse Pio — di pre¬ sentarti il signor Tripolini, insetto molto noto per la sua bella voce. Egli ha dato degli splen¬ didi concerti. — Il signore ha la gola fatta come noi ! — gli domandai molto stupito di quegli elogi, che, a dir vero, mi parevano poco giustificati. — Oh, no! — rispose il grillo con alterezza — noi saltatori.... — Ha detto f — Saltatori: nome della mia famiglia, una famiglia antichissima, signore. — Uè sono persuaso.... — Noi abbiamo parenti altolocati in Spa¬ gna e in Barberia. — Lo credo ! — Tornando al discorso, le dicevo che noi grilli produciamo il canto per mezzo dello sfregamento delle nostre elitre. Una cosa ma- ravigliosa. A nostro confronto gli usignoli si possono rimpiattare.... — Ti mancheranno molte cose, amico grillo ; — dissi fra me — ma la superbia non ti manca di sicuro ! — 168 — — Gli [p. 168 modifica]usignoli lasciamoli stare, - disse Pio con bonomia — e parliamo di te, invece, caro esule. Dove conti di stabilirti? — Ho adocchiato da qualche giorno un grosso buco vicino al Tiro al bersaglio; ci sono già alcuni amici che mi aspettano. — E ti tratterrai? — Una quindicina di giorni almeno: tanto per dare il tempo a questi buffoni di non aver più la testa ai grilli. — Benissimo detto — rispose Pio sorri¬ dendo. Oi salutammo e tirammo avanti. — Sono degne di fede tutte le grandezzate con cui ci ha sbalordito or ora? — domandai a Pio. — Ed è proprio vero che egli abbia dato dei concerti? — Sì, ma dei concerti grilleschi, sull’ eterno motivo del cri-cri, in mezzo a una folla com¬ posta di bachi, di formiche e di centogambe. In quanto alla parentela, non ha detto bugie. Figuratevi che in Barberia egli ha dei pa¬ renti, i quali portano sulla testa una specie di velo. [p. 169 modifica]Niente meno! — Sono anche così grossi, che gli uomini di quei paesi li arrostiscono, e li considerano come un cibo eccellente. — Oh ! Quando si tratta di uomini, nessuna cosa ornai può maravigliarmi!... — Tanto meglio : proverai meno disillu¬ sioni. Camminiamo. — Ohimè, Pio ! Che cos’ è quello splendore laggiù in fondo? B di dove vengono quei ver- sacci ? — Non aver paura. Siamo vicino a un bozzo (P acqua stagnante, e questi gridi vengono dalle rane che vi si trovano. — Dalle rane ! Ohimè ! E che cosa sono le rane ? come fanno a viver nell’ acqua ? Press’a poco come facciamo noi a viver nell’ aria.... — Hanno le ali? — A che cosa servirebbero loro ? Sta’ at¬ tento e aguzza bene i tuoi occhietti: eccone una che esce saltellando dall’acqua! — Oh Dio, che brutta, che orribile bestia! Voliamo via! — [p. 170 modifica]Sicuro, non è bellina come noi, ma non c’è ragione di fuggirla. Non dà noia! — Ohe occhi spaventosi! — Io le conosco bene, queste bestie. Da più di tre anni che sono al mondo ho avuto campo di vedere molte cose. Non nascono mica da un uovo come noi! — Ah, ah, no ! E in qual modo ? — Senti, veh : una volta io avevo l’abitu¬ dine di andare a beccare sull’orlo di un riga¬ gnolo : e mi détte nell’ occhio un formicolìo di bestioline nere, somiglianti a piccoli pesci, che stavano ferme ferme, come se qualcuno — [p. 171 modifica]171 — le avesse attaccate ai sassolini del rigagnolo; tua un giorno che due ragazzi tuffarono le mani nell’acqua, queste bestioline guizzarono via leste leste, e sparirono nel fondo. « Sono girini » disse uno dei ragazzi al suo compa¬ gno. « Cioè? » — « Eane bambine: vedi! non hanno zampe e son provviste di una certa codetta... ; ma a poco a poco mutano forma : dapprima appare un paio di zampine; poi l’al¬ tre: in seguito la coda si accorcia, scompare.... e il girino è diventato una rana. » — Gli uomini le avranno in orrore, queste bestie ? — Tutt’ altro, caro. Le mangiano fritte e le fanno servire, passate per i staccio, a render più saporite le zuppe di magro.... Ma l’ora si fa tarda, Gigino. Domani lo scampanìo del- l’Ascensione e la folla che viene alle Cascine per snidare il grillo ci sveglieranno più presto del solito. È meglio tornare al nostro tetto. — Stentai a prender sonno, tanto il pensiero della mamma mi stringeva il cuore. Ma final¬ mente, dopo molti svolazzi e scossoni, misi il capino nell’ala e mi addormentai. [p. 172 modifica]— 172 — La mattina dopo.... oh, ma se invece che a te, buon Oocò, raccontassi la mia storia a dei bambini, vorrei domandar loro: — Amici, a che ora vi levate la mattina? Se vi piacesse il calduccino del letto e vi alzaste quando il sole è già alto sull’ orizzonte, come vi com¬ piangerei. Di qual bello spettacolo vi prive¬ reste! So che ci sono teatri con effetti di luce elettrica, vedute di monti, di laghi e di strade messe insieme a furia di cartone.e di tinte.... fi so anche che la gente corre a veder tutta quella finzione e ne resta abbagliata e batte lo mani per applaudirne l’autore! Ma qual veduta, «piale spettacolo gareg¬ gia in bellezza con quello che ogni mattina ci offre il buon Dio! La campagna verde, stil¬ lante di rugiada, i fiori odorosi che si schiu¬ dono a poco a poco sotto la carezza della luce, il cielo che di turchino cupo si va man mano tingendo di rosa, di giallo, d’oro e di¬ venta tutto una fiamma all’apparire del sole; i monti boscosi, i fiumi, i laghi trasparenti e, — 173 — [p. 173 modifica]quasi ciò non bastasse, gli innumerevoli fruscii degl’insetti, il canto di tutti gli uccellini, tutto questo non vale il cartonaggio dei teatri? e non varrebbe la pena di applaudirne l’autore? Ma gli uomini (e i bambini che cosa non son mai se non uomini in piccolo?) sono una razza buffa, piena di contradizioni una più strana dell’altra. » Hanno appena uno sguardo d’indifferenza per una collina tutta lauri e vigneti e vanno in deliquio a veder dipinto un albero sopra un pezzo di tela: il cielo si popola ogni sera di stelle scintillanti, ognuna delle quali, a quel che ho sentito dire, è una meraviglia; ebbene, gli uomini non si voltano neanche in su, e corrono invece a pigiarsi su una piazza se un fochista incendia dei razzi, dei palloncini colorati o delle girandole che splendono un momento e si risolvono in fumo puzzolente. Trattano dall’alto in basso un povero dia¬ volo che abbia fatto fruttificare un terreno in¬ colto, ricoprendolo di erbe e di mèssi, gli danno del tu, Io fanno desinare in cucina, mentre chiamano professore, maestro e ca¬