Patria Esercito Re/Parte seconda/Re Umberto al Chievo

Re Umberto al Chievo

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Parte seconda Parte seconda - Dieci anni dopo
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Re Umberto al Chievo




I.


Il Chievo. — I suoi storici. — Nobili dilettanti. — Ospiti Reali. — Silvia Guastaverza. — Maffei. — Pindemonte. — Le Pasque veronesi. — Buonaparte. — Morte previdente. — In chiesa.


Il Chievo, dimora di S. M. il Re Umberto durante le manovre militari del 1887 e 1897, è un piccolo villaggio posto a capo di un’altura, lungi poco più di quattro chilometri da Verona, per colui che lasciando la città esce dalla antica porta di S. Zeno. Chievo è quella frazione del comune di S. Massimo all’Adige fronteggiante la destra del fiume lungo tutta la sua costa; la quale offre, sulla opposta riva, lo stupendo spettacolo della Valpolicella, popolata di viti, seminata di ville e di casolari, di campanili e di torri medioevali, quali dominanti su per la collina, quali giù nel verde della vallata; ma, presso che tutti accompagnati — irta vedetta — dallo storico cipresso piramidale, tanto caro a Ippolito Pindemonte e così frequente nella campagna veronese.

[p. 286 modifica]Parecchi sono gli scrittori e i cronisti che non isdegnarono di occuparsi di questo modesto paesello, anche più del bisogno. Se ne occupò il Del Bene nelle sue cronache, il conte G. B. Da Persico nella sua stupenda Guida di Verona; e, recentemente, in occasione dell’ultima dimora di S. M. il compianto Re Umberto, anche il colto sacerdote Don Antonio Pighi, nella Verona Fedele.

Spigolando un po’ dall’uno e un po’ dall’altro — chè parlarne noi potrebbe parere atto poco modesto — leggiamo nel libro del Da Persico e riproduciamo:

“Il Chievo — Clivus — come suona il suo nome, sta a capo di una costa che piega di qua a destra, movendo in semicerchio fino quasi Tomba: lungo la quale lingua pare che un tempo scorresse l’Adige, proseguendo ora il suo corso, quasi tutto rettilineo, alla sinistra, un miglio in circa dalla città; la quale, a vedere per ogni punto della costa, e sempre nuovo obbietto mirabile di prospettiva. Bel villaggio è il Chievo, ed ha buona chiesa parrocchiale di recente lavoro, come è il più delle sue pitture....

Tra le signorili abitazioni quelle dei Bottagisio primeggiano, una in pianura di buona e solida forma, con ampio cortile e dinanzi spazioso viale tra grossi e forti cipressi, ed una in sulla costa tra lieto aere, belle viste e convenevoli aggiunti.

Ma la villa Pellegrini vi è qui la gemma. L’architetto del palazzo che fu il colonnello conte Ignazio Pellegrini, vi operò con idea veramente magnifica e sontuosa„.

E qui il Da Persico ci narra come in questa villa, al tramontare del 1700, alla vigilia cioè dell’invasione francese e delle tragiche Pasque veronesi, l’onesto trattenimento ed il sollazzevole passatempo fossero — beati tempi! — la occupazione principale della mattina, del mezzodì e della sera — scusate s’è poco! — di que’ bravi gentiluomini. La villa anzi, se si giudica dall’ampiezza dei locali terreni, e dalla modesta proporzione del piano superiore, è chiaro che proprio al solo scopo dell’anzidetto solazzevole passatempo fosse stata ideata.

Tanto che il conte da Persico, presago forse dei tempi grossi che si preparavano a deliziare i nipoti — e oggi i pronipoti — si affrettava a dire: “che non era senza l’esercizio della liberalità e di industria che il Chievo divenne l’obbietto delle più onorate adunanze sul finire del secolo scorso.„

Nella villa Pellegrini andava specialmente celebre un teatro sul quale, dal 1774 al 1795, si esercitavano i nobili dilettanti. Di quelle recitazioni fanno testimonianza alcuni affreschi del pittore Marcola, dipinti sulle pareti di una delle sale terrene, rappresentante i fasti di una delle più illustri [p. 287 modifica]
 
Corte e giardino a Nord della Villa.
 
[p. 288 modifica]attrici — la contessa Silvia Guastaverza, la quale, proprio in quel torno, declamava anche in città le tragedie più in voga: l’Atalia, la Berenice, di Racine, tradotta questa per lei dal Pindemonte — affreschi che ricordano inoltre, la principessa Maria Corsini, moglie del proprietario Mario Marioni — la quale calzava il socco — i successi della marchesa Marioni-Strozzi — che calzava il coturno — alla quale, il conte G. B. Da Lisca, dedicava nel 1789 una canzone.



Sul teatro del Chievo — ce lo narra Don Pighi — si rappresentò pure nel 1788, Il Celibe, dramma tradotto dal conte G. B. Gazzola e dedicato: “Alle dame e cavalieri della nobile famiglia dei conti Marioni e a tutta la nobile compagnia comica del Chievo.„

Come si vede, roba fatta a posta pei tempi giacobini che si preparavano allora, come lo sarebbe per quelli, più o meno grossi, che si vanno preparando oggi!

Perchè bisogna sapere che, dalla felice età dell’oro veronese, nella quale viveva Scipione Maffei, fino ai primi tempi del 1800, e anche più avanti, la passione per la drammatica fu costante, quasi tradizionale nella [p. 289 modifica]società veronese; e al Chievo rimane, fra l’altre, famosa la rappresentazione delle Cerimonie data in presenza del principe Elettore di Baviera; il quale, sotto il nome di conte Draumitz, passava quivi una contumacia di quaranta giorni, perchè proveniente dai confini Germanici, dove correva rumore di peste. Ed erano valenti in quell’arte i Bevilacqua, i Gherardini, i Pindemonte, i Corsini, i Marioni: e fra le dame, la Pellegrini, la Montanari, la Strozzi, la Carminati: e, ripeto, quella Silvia Guastaverza, già lodata, attrice e poetessa, onore di Verona e del suo sesso.



Ma al Chievo, colla morte avvenuta nel 1795 del suo proprietario Marco Marioni, ebbe termine anche quello che il buon Da Persico chiamava solazzevole passatempo.

Calò il sipario per sempre su que’ giorni beati della cipria e delle ultime code.... e calò a tempo!

Perocchè una nuova, e davvero originale, tragedia autentica poteva venire rappresentata, solamente due anni più tardi, su quelle scene, dai [p. 290 modifica]soldati del giovane generale Buonaparte — qui riprodotto da un ritratto del tempo — contro i quali mossero indarno, dalla Valpolicella e dalla Valpantena i migliori gentiluomini veronesi: ripagati poi generosamente colla polvere e col piombo dall’esercito della libertà, della uguaglianza e della fraternità.

L’erudito Don Pighi, nella sua descrizione apologetica della villa del Chievo, si compiace persino di citare due versi, che il poeta Avesani — sollevando la villa ai sommi onori dell’Olimpo — le dedicava nelle sue Metamorfosi:


«Eran poche capanne allora dove
Un palazzo or vediam degno di Giove.»


Noi, più modesti, perchè più direttamente interessati, ci limiteremo a riprodurre ciò che Don Pighi ci narra intorno la storia di quella Chiesa.

La Chiesa del Chievo — Clivus Manticus — eretta nel XII secolo, era giurisdizione dell’abate di S. Zeno, e jus patronato dei capi di famiglia locali; ed è, oggi come allora, intitolata a S. Antonio.

Del Chievo si ha pure notizia in alcune leggi del 1721.

Nel 1737 abbiamo anche un documento nel quale, in comunanza con altri sobborghi, si domanda di venire sollevati, in tutto o in parte, del Dazio macina: come chi dicesse, del Dazio sulle farine. Suppergiù quello che si sta facendo da noi.

Si sa pure che nel memorabile 1797, l’anno delle Pasque Veronesi e della invasione francese, il governo centrale di Verona, Cologna, Legnago, con decreto Fruttidoro, anno V, metteva al lotto campi e case appartenenti all’abbazia di S. Zeno.

Finalmente al Chievo — e ce lo fa sapere Don Pighi — soggiornarono nel loro passaggio per Verona, principi e Re. L’Elettore di Baviera che, come s’è detto, vi veniva nel 1716 a fare la quarantena, fu qui visitato da tutta la nobiltà veronese; nonchè da Scipione Maffei, che gl’imbandì un sontuoso pranzo — così il cronista Del Bene — con tavola a disegno simmetricamente disposta.

“Negli anni 1774 e 1776 ci venne Maria Beatrice d’Este, col marito Ferdinando d’Austria governatore di Milano; e in tale occasione quivi convennero e la Silvia Guastaverza, e l’Abate Bartolomeo Lorenzi, a dar saggio di versi estemporanei.

Nel 1783 entra sposa di Marco Marioni, Maria dei principi Corsini. Nel 1785, poi, e precisamente il di 7 giugno, al Chievo soggiornarono l’Imperatore Giuseppe II, col Re di Napoli suo cognato; la Regina di Napoli sua sorella, coll’Arciduca governator di Milano, suo fratello.

E, finalmente, per tre giorni, nel 1887, e per più giorni nel [p. 291 modifica]settembre 1897, il lagrimato Re Umberto I, quivi alloggiò ospite dei conte Pullè, ricordato da un quadro del Sartori; ed ascoltò la Messa la domenica 19, acclamato prima e dopo, dal popolo.„

Così Don Pighi; ed era naturale che, facendo il cronista, non dimenticasse di essere un buon sacerdote: e che dovesse perciò coronare le sue notizie, non solamente da fedele monarchico, ma altresì da osservante cattolico. A quella Messa da lui citata assistemmo noi pure. E in quel giorno, vedendo davanti a noi la cara persona viva del più leale e generoso dei Re, avremmo più facilmente potuto imaginare che il mondo sprofondasse a un tratto nel vuoto, anzichè sospettar mai che una mano parricida lo attendesse tre anni dopo nella sua diletta Monza per trucidarlo!

Ed ora che quel bravo sacerdote ci ha messo sulle labbra il nome del lagrimato nostro Sovrano, entriamo a parlare di Lui: parliamo delle sue due dimore nella avventurata villa del Chievo.


II.


Pianell. — S. M. annuncia il suo arrivo. — Fervet opus. — Tovaglia napoleonica. — Gli uffici di Casa Reale. — Loro organismo. — Urbano Rattazzi.


La mattina del 19 luglio 1887, ricevetti dal servizio telegrafico del Genio Militare — stazione Chievo — il seguente dispaccio:

“La prevengo che, come da comunicazione or ora ricevuta dalla Casa Reale, S. M. il Re alloggerà certamente nella sua Villa, soggiornandovi fra il 25 e il 29 corrente.


Firmati:
Generale Pianell
Colonnello Apelius, Capo di Stato Maggiore„.



Cotesto preavviso era un atto di squisita cortesia che il conte Pianell volle usare al proprietario, per dargli modo di ricevere l’ambita visita, se non degnamente, almeno decentemente.

Furono, s’intende, giorni di febbrile entusiasmo per tutti. Non erano le braccia e i muscoli che lavorassero, era l’immensa energia dei cuori.

Alla bell’e meglio, casa e giardino in pochi dì erano pronti: e cinque giorni dopo, il 24 luglio, — uno dei più caldi che il termometro di [p. 292 modifica]Verona avesse fino allora registrato — il conte Pianell di suo pugno nuovamente scriveva:

“Mi affretto a parteciparle che il Primo aiutante di campo di S. M. il Re mi ha comunicato che la Maestà Sua giungerà a Chievo, alla sua Villa, nelle ore mattutine del giorno 27 corrente — mercoledì.

“Appena mi sarà dato di sapere l’ora precisa dell’arrivo di S. M., mi farò premura di renderne avvertita la S. V.„

E l’illustre generale, non contento di avermi scritto, venne il dopo pranzo di quello stesso giorno, di persona, a parlarmi in villa.



Nel passeggiare insieme su e giù pel giardino, occupandoci naturalmente della visita Reale, gli feci osservare che dalla parte del Nord, in fondo a un lungo viale d’ippocastani, esisteva un’antica uscita, davanti la quale corre la via ferrata che da Porta Nuova si dirige a Parona — la ferrovia che conduce al Brennero — e che, se fosse stato possibile d’improvvisarvi per la circostanza una fermata, S. M. il Re avrebbe potuto scendere direttamente e con maggior libertà alla villa, senza la complicazione di carrozze e cavalli che lo attendessero alla stazione di Verona; così dicendo, condussi il generale a vedere co’ propri occhi il luogo.

Manco dirlo; la proposta fu subito accettata. Egli stesso s’incaricò di parlarne alla direzione delle ferrovie — che rispose tosto di sì — e, insieme a questa, lavorando anche di notte, s’improvvisò lì per lì un padiglione, mascherando la parte rustica come meglio ci venne fatto.

[p. 293 modifica]Un paio di giorni prima dell’arrivo di S. M. il Re, erano apparsi sulle mura a migliaia i manifesti. Primo in linea, fu naturalmente quello del sindaco di S. Massimo all’Adige, sotto la cui giurisdizione la frazione Chievo è soggetta. Notate che l’allora sindaco di S. Massimo, tempra antica di gentiluomo, anche nell’aspetto, godeva in Verona, la fama di clericale. Di lui si narravano cose grosse in fatto d’intransigenza; mentre, all’atto pratico, possiamo affermarlo, egli altro non è che un buon cattolico, ottimo padre di famiglia, e, sovratutto, un amministratore coi fiocchi.

Il manifesto diceva:



Concittadini,

“Domani, mercoledì, sarà fra noi Sua Maestà il Re.

Le ristrettezze economiche del Comune non permettono di fare all’Augusto Sovrano quell’accoglienza che esso meriterebbe e che sarebbe nei nostri desideri.

A tale difetto supplisca l’espressione cordiale e spontanea dei sensi di affetto e devozione che tutti proviamo verso il degno figlio del Re Galantuomo.

Sua Maestà arriverà in Chievo ad ore 5 del mattino.

S. Massimo, dal Palazzo Municipale, addì 26 luglio 1887.

Il Sindaco Gio. Bottagisio.„

[p. 294 modifica]Dal canto suo, il comitato cittadino, nominato dal sindaco di Verona pei festeggiamenti nell’interno della città — e presieduto dal conte Carlo Albertini assessore municipale — informato che S. M. avrebbe, durante quei giorni, fatto una visita alla città, diramava una circolare invitante tutti i proprietari di carrozza, a voler trovarsi coi loro equipaggi, la sera della visita di S. M., alla rotonda di Porta Nuova per degnamente riceverlo.

Il dì 26, ecco intanto arrivare il ministro della guerra Bertolè-Viale, nonchè il Capo di Stato Maggiore generale, Cosenz — due uomini illustri che non sono più. — Essi sono discesi temporaneamente alla Colomba d’oro: ma dopo la venuta del Re, immigreranno nell’appartamento che li attende al Chievo.

Nel medesimo giorno arrivano pure cavalli e carrozze reali, coi relativi automedonti, auriga, staffieri e valletti: sottoposti tutti agli ordini del Gran Scudiere marchese Pietro Corsini dei principi di Lajatico. Sono otto i cavalli da tiro e altrettanti quelli da sella; in un box fatto apposta è collocata la cavalla favorita di S. M.

Non mancano le casse per gli utili lavori del cuoco.... quelle col vasellame, l’argenteria, la cristalleria, la guardaroba. Molte delle quali rimasero inchiodate; volendo S. M., con generosa cortesia, non isdegnare gli oggetti di casa — fatta eccezione, però, di una sterminata tovaglia da tavola destinata ai grandi pranzi ufficiali, la quale era appartenuta — almeno così mi si diceva — alla vecchia guardaroba milanese del Primo Napoleone! — Un ometto piccino che voleva tutto grande.... persino le tovaglie!

E non mancano le cuspidali casse del famigerato Sciampagna — buono pei bruciori di stomaco, pei mali di capo, ma fortunatamente, non pei brindisi.... perchè alla tavola reale in Italia, si ha il buon gusto di non ne fare.

Insomma tutta roba, s’intende, da far dare il capostorno al più pacifico dei socialisti.... il quale di quella abbondanza non avesse potuto godere!

Laggiù, intorno alla palazzina del frutteto, si sono già piantati i pali del telegrafo.... per recare al Chievo le notizie europee; e qua e là, sparse pel giardino, si rizzano, come per incanto, baracche e mobili tende destinate al personale di servizio.

Alcuni locali annessi alle scuderie vengono trasformati in magazzini per le bottiglie; altri sono adibiti al fabbricatore delle dolcezze.... Altri ancora ai rinfreschi — davvero provvidenziali per i palati inariditi dal solleone di quel torrido agosto.

Al posto delle botti nella tinaja, s’improvvisano i fornelli per le bibite calde.... [p. 295 modifica]Seghe, martelli, pialle e ogni sorta di utensili, sudano a improvvisare grandi e piccole tavole per ospitare tanta grazia di Dio. E che fosse grazia di Dio per davvero, lo sanno i poveri — e anche i meno poveri — del Chievo; i quali, durante il soggiorno reale, tanto nel 1887 come nel 1897, largamente ne godettero, per una buona quindicina di giorni anche dopo la partenza.

Nè allora era spuntata sull’orizzonte la peregrina idea degli scioperi.... più o meno legali; che, braccianti, contadini, giornalieri, lavoratori d’ogni specie, militarizzati nelle uniformi blouses, attendevano all’opera loro, allegri e contenti come tante pasque.



Due parole ora degli uffici interni della Casa Reale, almeno come lo erano quando li abbiamo veduti noi.

Un capo controllore aveva la sorveglianza generale, e da lui dipendevano direttamente quattro sottocapi del così detto servizio di bocca. Tale carica abbracciava cucina, cantina, frutteria con relativa argenteria; guarda roba, e via dicendo. — Capo-ispettore era il cavaliere Camillo Galli, Maestro non solamente di Casa, ma anche di cortesia.

Vi era poi un segretario pei viaggi, e un capo ufficio pel servizio telegrafico, i quale, come abbiamo detto, aveva piantato bottega, là in fondo all’orto, in mezzo alle mele, alle pere, alle zucche, e — vedi parodia del mestiere — anche alle carote!

Tutto codesto complicato organismo si aggirava intorno al perno principe; al Ministro della casa Reale.

Titolare allora di quella importante carica era il buon conte Giovanni Visone; sostituto poi presso S. M. il Re al Chievo, dal giovane conte Urbano Rattazzi, nipote del primo Urbano, legittimo e naturale erede di quell’ambita — troppo ambita! — carica.

[p. 296 modifica]Assunto poi, per la morte del Visone, a quel posto di fiducia, egli fu uno fra’ pochi uomini di alto intelletto che circondassero in quei giorni il trono di Umberto. Anzi appunto perchè riconosciuto tale, e perchè di Lamberto godeva la intiera fiducia, non andò illeso dal morso di una acrimoniosa invidia; la quale, sotto il comodo pretesto della politica, non senza un lungo e paziente lavorìo subacqueo, lo allontanò dalla Corte.


Il conte Rattazzi.


Lo allontanò dalla Corte, ma non riuscì allontanarlo dal cuore e dalla persona del Re; il quale, sapendolo per prova uno de’ suoi devoti servitori, uno degli amici suoi più fidati, volle compensarlo con un seggio in Senato e colla nomina a Ministro di Stato.

Ma più di ogni altra soddisfazione terrena, sappiamo ch’egli custodisce preziosa come una reliquia, e sempre viva in fondo all’anima, la memoria, dell’affetto e della fiducia che in lui aveva riposto il suo adorato e rimpianto Sovrano; come speriamo, non gli debba tornare, dopo tanti anni, sgradito il disinteressato omaggio di un amico lontano.

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III.


Umberto nella intimità. — Virtù e debolezza. — Le pere di Monza. — Il generale Pasi. — Fatalismo di Umberto. — Il cav. Luigi Branca.


È noto come il povero Re Umberto s’ingerisse personalmente di tutta l’amministrazione della Sua Casa; che sapeva, conosceva tutto, che nulla gli sfuggiva.

Semplice nei gusti, frugale e astemio, non beveva che acqua pura in grandi bicchieri sempre pieni di ghiaccio. Aveva però una speciale predilezione, una specie di passione per le pere, ch’egli a Monza coltivava con molta cura e che, con grande piacere affettava, sbucciava, e assaporava, per quanto fossero grosse. Anzi, in fatto di pere, S. M. non ammetteva rivali!... Le sue di Monza, per sapore e per volume, volere o volare, dovevano battere tutte le altre pere del mondo!



Un giorno, un gentiluomo piemontese, coltivatore anch’esso di frutta a sistema razionale, sapendo della passione di S. M., si permise di spedire al Chievo una cassetta delle sue pere migliori.

Erano queste, per davvero, di un volume eccezionale. Se fossero altrettanto buone non si sa... perchè S. M., aperta la cassetta, fece una smorfia. Ordinò di ringraziare il donatore con una bella lettera, ma... ma non ne mangiò. E non avendone gustato S. M., era naturale che noi, da buoni sudditi, non se ne avesse a toccare....

Fare una infedeltà alle pere reali di Monza!?... Non ci sarebbe mancato altro!

E non se ne toccò!

[p. 298 modifica]Gentile d’animo, e con una certa quale timidezza latente, S. M. il Re aveva però anch’egli, come tutti gli umani, le sue piccole debolezze, che qualche volta assurgevano a innocui atti, diremo così, di crudeltà. Crudeltà che non faceva male a nessuno; ma della quale specialmente andava vittima il suo primo ajutante di Campo, il prode generale conte Raffaele Pasi.


Raffaele Pasi
Raffaele Pasi


Questi nacque a Faenza nel 1819, dal conte Paolo e da Teresa Piani. Fu nel 1848 comandante la Guardia Nazionale mobilitata della sua città natale; e nel 1849 tenente colonnello nel I reggimento Fanteria Leggera di Roma; poi comandante il VI di Linea.

Entrato a suo tempo tenente colonnello in un reggimento dell’esercito dell’Italia Centrale — quello stesso che divenne il 48mo nell’esercito regolare — il conte Pasi, nel 1862, dopo una ispezione del generale Scozia di Calliano — della quale avemmo l’onore di stendere la relazione — passò subito a comandare il 30 fanteria: e, nel 1863, venne promosso colonnello del quinto reggimento della gloriosa brigata Aosta.

Nel 1870 fu nominato generale comandante la brigata Regina. — Il suo stato di servizio registra le campagne di guerra 1848, 1849, 1860-61 e 1866. Registra altresì la croce dell’Ordine militare di Savoia, avuta [p. 299 modifica]all’assalto del forte di Narni, e la Medaglia d’oro al valor militare guadagnata a Custoza il 24 giugno 1866.

Promosso tenente generale, nominato primo aiutante di campo di S. M. Umberto, gli è in questa carica che si trovò al Chievo nel 1887; ed è qui che, dopo molti anni, avemmo il piacere di rivederlo.

Un po’ pigro per natura, e un po’ per la sua età avanzata, fu per l’appunto qui che lo vedemmo, vittima incruenta, delle piccole crudeltà del suo Sovrano.

Re Umberto si dilettava, per esempio, a non avvertirlo che una mezz’ora prima, quando si trattava di gite, di partenze, o di qualsivoglia altra cosa che chiedesse un po’ di preparazione...

Faccenda codesta che imbarazzava, e sconcertava grandemente il bravo generale Pasi; il quale, per alcune sue speciali e recondite esigenze, diremo così di tolètta, aveva bisogno di un po’ di tempo e di comodità... per ravviare il glorioso pappafico, o la ricca chioma; e l’uno e l’altra, secondo le circostanze, più o meno tinti d’ebano lucente. E, manco male se il capriccio di S. M. si fosse fermato qui. Ma no! il Re si divertiva a farlo in altro modo sospirare al momento di muovere verso la colazione, o verso il pranzo; e ciò specialmente quando si accorgeva che il suo primo ajutante di campo moriva, come suol dirsi, di fame!

Perocchè questi, bellissimo e forte soldato nella sua alta e maestosa figura, aveva dal canto suo la debolezza di pensare che, quando l’ora del rancio è scoccata, la cosa più semplice e più logica che si possa fare, sia quella di andare, come suol dirsi, a porre i piedi sotto la tavola!

Motivo per cui, annunciato il pranzo o la colazione, lasciati passare alcuni minuti, se vedeva che S. M. non accennava a muoversi, si permetteva di avvicinarsi, e con voce flebile, dire:

— Vostra Maestà è servita in tavola!

— Nè certo in quel momento pareva la voce tonante del comandante il quinto reggimento della Brigata Aosta, quando a Custoza, bersaglio alle granate austriache, pacato e severo comandava:

— Maggiore, allinei il battaglione! — E il battaglione si allineava come se fosse in piazza d’armi.

Qui invece ripeteva:

— Il pranzo è pronto, Maestà!

Il Re fingeva di non aver capito; e, dopo stretta la mano al terzo e quarto interlocutore dell’inevitabile circolo, passava imperterrito avanti, impegnando un’animata conversazione con un quinto.

Dicesi conversazione per modo di dire, ma meglio si direbbe monologo: perchè, altra abitudine del Re era quella di parlare sempre lui... per evitare incomode o compromettenti questioni.

[p. 300 modifica]Passavano così delle mezz’orette; durante il qual tempo, Umberto sbirciava, a quando a quando, dalla parte della sua vittima, che a quelle occhiate faceva il nesci e, carezzandosi il nero pappafico, guardava in alto, il Trionfo di Marte del sottinsù del salone — noto affresco del pittore da Campo. Finalmente, quando il Re si accorgeva che l’uomo era rassegnato al suo destino, allora fatto il suo gesto caratteristico, ch’era un invito a seguirlo, s’incamminava a testa alta e a passi misurati verso la sospirata sala da pranzo.



Umberto aveva vista e udito finissimi. Se parlavate anche a bassa voce, egli si voltava verso il parlatore e gli faceva un cenno, come a dirgli:

— Badi!... ci sento.

[p. 301 modifica]Ciò che, per la maggior parte delle volte, era per l’appunto quello che l’oratore desiderava!

È noto che S. M. trattava militarmente i suoi impiegati:

— Devono essere sempre pronti — diceva — come i reggimenti.

Fatalista per tendenza, questo suo fatalismo era aumentato specialmente in seguito ai due primi attentati.

Voi a mo’ d’esempio, andavate a invitarlo per una solennità, anche a breve scadenza — le solite corvée dei principi e dei sovrani — ed egli, piantandovi i suoi grandi occhi in faccia, — saputo magari che si trattava solo di una quindicina di giorni — vi diceva, fra la celia, ma con un tono di voce e di espressione strano, quasi profetico:

— Quindici giorni?... Uhm! e chi ci può dire che cosa avverrà di noi fra quindici giorni?...

Pur troppo, fu questo fatalismo che lo portò ad assistere alla sciagurata solennità di Monza; mentre il cuore presago della Reale Consorte gli ripeteva:

— Non andare!... Non andare!...

Vi andò... e vi sarebbe andato anche avvertito di un pericolo. Perchè egli non era uomo da arrestarsi a metà. Nessuna forza umana lo avrebbe distolto dal recarsi su quel terreno che doveva rendere sacro col suo sangue vermiglio!

Gentile d’animo, possedeva finezze di sentimento rare in chi comanda. Così, da sentirsi istintivamente, intimo in ogni cuore: e inspirava in tutti una devozione profonda, libera da ogni rigidità d’etichetta.

Umberto amava i fiori dei giardini, e, insieme i più bei fiori dell’arte.

La gentilezza del suo animo si esplicava in ogni evento, in ogni occasione. Egli, tanto nel 1887 che nel 1897, volle entrare al Chievo non come padrone — e ne aveva il diritto — ma come ospite. Volle che venisse scrupolosamente rispettato l’appartamento padronale; e in barba alla etichetta non permise al proprietario della villa di allontanarsene; anzi lo aggregò al suo stato maggiore; e a colazione e a pranzo volle che avesse il suo posto a tavola.

Umberto amava anche i gioielli — che volentieri regalava. — Subiva la musica, ma non la cercava.

Cacciatore di forza, era in quest’arte meno geloso del Gran Padre suo. Nel modo di cavalcare era progressista. Vantava — ce lo dice il generale Orazio Lorenzi, nel suo opuscolo Re Umberto a cavallo — una scuola tutta sua; e fino a poco tempo prima della sua morte, benchè un po’ impinguato, era un forte ed elegante cavaliere.

Delle sue abitudini, diremo così, intime e di tolètta, questo solo sappiamo: che S. M. prendeva un bagno ogni sera prima d’andare a letto; [p. 302 modifica]e che, levato alla mattina per tempo, affidava, come prima cosa, la reale sua testa e il mento, al pettine e al rasojo di quel Luigi Branca che lo seguì dappertutto nell’Alta Italia... e che avrebbe fatto, in ben altro modo, la barba al suo assassino!


IV.


Un buon parroco. — Arrivo di S. M. il Re. — Entusiasmo — Le due bandiere sul campanile. — Il venerdì. — Simone Peruzzi.


Ma eccoci all’alba del 27 di luglio.

Il paesello di Chievo è tutto in festa. I tre colori sventolano allegramente da ogni casa, da ogni casolare. Non c’è famiglia, anche delle più modeste, che non abbia pavesato le finestre con ogni sorta di tessuti a colori... e senza colori.

Sul campanile del Chievo, come se una non bastasse, svolazzano al vento due belle bandiere nuove fiammanti, collo stemma di Casa Savoja. E quel buon parroco Don Antonio Cometto, predicando in chiesa ai terrazzani della venuta del Sovrano, raccomandava — vedi cara semplicità del cuore! — agli uomini, di levarsi il cappello al suo passaggio; e alle donne di gridare evviva, e sventolare i fazzoletti.

Perchè il santo uomo è uno di quelli della vecchia scuola. Uno di quelli che non predicano l’astensione a profitto delle sette; ma trovano che
Bava Beccaris.
possono benissimo camminare a braccetto la religione e la patria — anche a rischio di non assurgere mai nè a un canonicato, nè a un vescovado... e, meno che mai, a un cardinalato!...

Fino alle 3 e mezzo, le vie del Chievo sono affollate di gente accorsa dalla vicina città, e dai dintorni. Da ogni parte un continuo succedersi di carrozze...

Nella villa? la febbre dell’attesa.

Carabinieri a piedi e a cavallo fanno il servizio di guide; portano ordini, mantengono libera la circolazione anche lungo i viali interni del giardino.

Alle quattro e tre quarti arrivano il ministro della guerra Bertolè-Viale, accompagnato dal generale Pianell. Insieme con essi è pure il biondo generale Fiorenzo Bava Beccaris, un eroe [p. 303 modifica]di quattro campagne, la più dolce creatura del mondo, divenuta a un tratto, per uso e consumo dei fabbricatori di rivoluzioni, dopo le dolorose giornate del maggio 1898, il Giulay, il Radetzki, l’Hainau d’Italia... o giù di lì.

Al convegno non mancano, s’intende, i giornalisti; e fra i pezzi più grossi, ho il piacere di stringere la mano al mio vecchio amico Ugo Pesci, in abito di bersagliere; valoroso soldato della penna e della spada, al quale avevo qualche anno prima servito da testimonio... non a un duello, ma alle nozze.

Alle cinque precise escono dalle rimesse gli equipaggi che debbono condurre S. M. il Re, appena giunto, sul campo d’assedio. Alle carrozze reali si uniscono le vetture private, ivi in gran numero intervenute; ed è il compianto conte Marco Miniscalchi, col suo spirito ordinatore, che le fa schierare nei viali a destra e a sinistra di quello di mezzo, per far si che senza confusione possano poi seguire gli equipaggi reali.

Ed eccoci al sospirato arrivo.

La stazione provvisoria, difesa da un padiglione improvvisato, è ornata di piante fornite in parte dalle più belle palme delle serre di colà.

Un fischio lungo e acuto vibra per l’aria.

Sono le cinque e mezzo. È il treno reale che arriva!

Scoppia un formidabile applauso; la banda intona la marcia reale; ma questa si ode appena, coperta com’è da mille voci del popolo, inneggianti al Re.

Pure, esaminando bene la cosa, qui non si trattava che del naturale arrivo di un Sovrano che viene ad assistere alle manovre del suo esercito; ma i popoli del Chievo, e quelli della città, cui l’affetto per la Monarchia e per il loro Re non aveva in quel momento nessun limite, trasformarono quel fatto, tanto semplice, in un grande avvenimento politico, in una commovente festa monarchica.

Così che al fischio lontano di quella macchina che arrivava sbuffando, i cuori battevano forte forte come se si fosse trattato, o quasi, della prima entrata del vessillo italiano nel memorabile giorno del 16 ottobre 1866.

Perocchè gli affetti intensi e profondi profittano volentieri di ogni occasione per esplicarsi in tutta la potenza della propria energia; e poter dire alla persona amata:

— Noi ti adoriamo!

A tanto entusiasmo di cittadini, di contadini, e di popolo d’ogni specie, S. M. sorride piacevolmente sorpreso, e scende rapidamente dal treno.

Dopo le presentazioni d’obbligo, sale in carrozza, percorre al gran trotto il viale di mezzo; traversa, senza fermarsi, e corte e giardino, dirigendosi senz’altro verso i forti d’assedio.

[p. 304 modifica]Il sindaco Guglielmi, che da S. M. era stato invitato a salire sul treno reale a Porta Nuova, comunica ai cittadini veronesi la buona novella che Re Umberto, il giorno di venerdì, si sarebbe recato a visitare in forma ufficiale l’antica reggia degli Scaligeri, primo rifugio e primo ostello del fiero Ghibellino.

Venerdì?... giorno delle disgrazie... per chi ci crede!... A proposito del quale dobbiamo narrare un aneddoto, nel quale ebbe parte principale il buon parroco del Chievo: Don Antonio Cornetto — quello delle bandiere.


Antonio Guglielmi
Antonio Guglielmi

Il Sindaco di Verona.


La dimane dell’arrivo del Re, mentre il suo fido Luigi Branca gli radeva la barba, S. M. guardando fuori dalla finestra del suo gabinetto di tolètta, proprio di facciata, vide sventolare sul campanile le due bandiere, delle quali abbiamo parlato, illuminate dal sole, e come se nello sventolare volessero dargli il buon giorno.

A quella vista S. M. non nascose un atto di compiacimento.

Il barbiere lo vide sorridere.

Uscito da’ suoi appartamenti, e prima di salire in carrozza per la seconda visita al campo d’assedio, ci disse:

— Ho visto due bandiere sul campanile! — e rivolto al buon Simone Peruzzi, soggiunse: — Inviti per oggi a pranzo il parroco del Chievo.

[p. 305 modifica]Ciò detto, diede l’ordine di partenza e una lunga coda di carrozze, piene di ufficiali e di borghesi, segui al gran trotto l’equipaggio reale, sollevando lungo la strada il Simoun dei deserti, con poco piacere di quelli ch’erano in coda.

Il buon Peruzzi — del quale parleremo in appresso — intanto, sicuro di fare cosa grata anche a noi, appena partiti, scrisse e spiccò in busta stemmata l’invito al parroco. Ma è qui dove comincia il guajo!



Nessuno, meno che mai S. M., aveva pensato che quel giorno cadeva proprio di venerdì!

Ora, come avrebbe fatto quel povero parroco a convincere le pecorelle del suo ovile che un invito regale non si può, nè si deve rifiutare, qualunque sia il giorno in cui sia fatto?... Che cosa si sarebbe detto in paese?... E il Vescovo, e la Curia, che cosa avrebbero pensato?... Sedersi a tavola e non mangiare?... Chi l’avrebbe creduto? — Farsi servire di magro?... Bravo! e come si faceva a dire a S. M.: — “Maestà, mi faccia servire di magro!...„ — A propria giustificazione avrebbe potuto, è vero, dire che l’invitato deve mangiare quello che gli passa il convento... Ma chi lo obbligava ad accettare l’invito al convento... reale?...

[p. 306 modifica]Figuriamoci la lotta interna di quel buon sacerdote!.... Di lui, per il quale la sola vista del Sovrano, una sua stretta di mano, una parola sola gli aveva fatto, il dì innanzi, toccare il cielo colle dita!

Si fosse almeno potuto consigliare col padron di casa, suo sincero amico!.... Ma, proprio, anche quel benedetto uomo si era pensato di seguire S. M. alle manovre!.... Uh, quelle manovre!.... Quel diavolo d’assedio!.... — E si decide a scrivere. — Ma scrivere che cosa?.... Che sta male?.... È una bugia!.... Spifferare netta e tonda la verità?.... Peggio che andar di notte!.... Sarebbe stato come muovere un rimprovero alla sacra persona del Re.... a quel buon Re che con lui era stato tanto cortese ed affabile?.... Dio, che palpiti! — Ma, insomma, prende il toro per le corna, scrive.... e manda.



Ma che tormento!.... Altro che purgatorio!

Tornata S. M. dal campo, e fatta colazione, mentre entrato nella biblioteca osservava un suo vecchio ritratto, e vi leggeva i manifesti dei quali andavano intanto coprendosi i muri della città annuncianti la visita reale; ecco il lungo ed asciutto Simone Peruzzi il quale, mogio mogio, con aria mortificata, si ferma sulla soglia della biblioteca come un delinquente. Ha [p. 307 modifica]una lettera in mano. La mostra da lontano a S. M. — e tace. Il Re lo guarda un po’ sorpreso, e chiede:

— Che cosa c’è?

— Una lettera del parroco....

— Che non viene!.... — interrompe subito S. M., continuando a leggere i manifesti — Già.... siamo alle solite! — e si voltò da un’altra parte un po’ seccato.

Perocchè nessuno aveva supposto, nemmeno il Re, quale fosse la vera causa del rifiuto. Quando seppe, più tardi, la ragione, fissò i suoi grandi occhi in faccia a Peruzzi, dicendogli fra il dolce e il brusco:

— Venerdì!.... Giorno di magro!... Uhm! bisognava pensarci!

E S. M. ci pensò dieci anni dopo; quando, tornato al Chievo per le grandi manovre del 1897, trovandosi sottoposto alla operazione mattiniera del fido barbiere, rivide sventolare sul campanile, una a Nord e una a Sud, le due note bandiere di allora — un po’ più stinte dal tempo e dalla pioggia, ma lietamente mosse dal vento e illuminate dal sole.

Al posto del buon Peruzzi c’era stavolta un pezzo più grosso, anche moralmente; c’era il Gran Maestro delle Cerimonie, il bel colonnello di un tempo, ora prefetto di palazzo, conte Cesare Gianotti. Questi non ignorava la topica del venerdì, fatta dal cerimoniere del 1887, e ne aveva riso.

— Inviti il parroco a pranzo! — aveva detto anche a lui S. M. il Re, nell’uscire per montare a cavallo — Ma.... occhio ai venerdì!

E il parroco fu subito invitato.... E, neanche a farlo apposta, quel giorno era un altro venerdì!....

Per buona sorte, e per fortuna del Gianotti — il quale certo doveva saperlo — la curia vescovile aveva questa volta messe, come si suol dire, le mani avanti, accordando la dispensa del magro, non solamente al parroco ma a tutto il paese, durante il soggiorno reale al Chievo.

Misura, come si vede, previdente e opportuna; presa, non tanto per usare riguardo all’invasore di Roma, quanto per non far cadere in peccato mortale tutta quella buona popolazione, cui ogni giorno — nel 1887, e nel 1897 — fosse pure di venerdì, pioveva abbondante dalle mense e dalle cucine Reali una vera manna celestiale.

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V.


Casa civile e militare. — Ancora Peruzzi. — Il conte di Moncalieri. — Sue illusioni fisiche. — Le zanzare. — I fidibus insettifughi.


Le due volte che S. M. il Re venne ad onorare la villa, vi abitò con tutta la sua Casa civile e militare; più, qualche invitato, ministro o generale. Il resto, alloggiato negli annessi, era costituito dal personale di servizio. Nel 1887 il numero dei presenti non arrivava a cencinquanta; nel 1897, anche per la venuta dei corazzieri, e la maggiore importanza delle cose e del tempo, le persone sommavano a oltre dugencinquanta. Queste erano collocate alla meglio sotto i portici, nei solai, nelle tende e baracche seminate qua e là pel giardino.

Allora, cioè nel 1887, facevano parte della Casa militare, l’abbiamo detto, il conte Raffaele Fasi, ora defunto; il generale conte Lanza di Busca, fino a ieri nostro ambasciatore a Berlino; e i maggiori De-Santis, Pollio e Salasco, ora anch’essi generali.

Della casa civile: il commendatore Rattazzi, dianzi nominato, e l’altro simpatico gentiluomo, fiorentino puro sangue, ch’era Simone Peruzzi, amico nostro d’antica data, morto da non molto tempo, col rimpianto di tutti; ma, specialmente pianto con grande dolore da colui che scrive queste memorie, il quale rammenta, come cosa di ieri, certe giornate insieme godute la bellezza di oltre trent’anni addietro, quando scapoli tutti e due, ai bagni di Pancaldi, andavamo a gara a spiccare certi famosi capofitti, poco lontani dagli scogli dove le ostriche incrostavano i loro amori. Si rischiava di picchiarvi dentro la testa. Ma chi ci pensava allora alla testa?

Si sa che la gioventù, quando si sente sana e robusta, crede d’essere immortale.

Senonchè la nostra conoscenza non datava solamente dai bagni di Pancaldi, a Livorno, nel 1863; aveva altre origini assai più antiche, e diciamolo pure, assai più serie. Essa era nata in quel tempo in cui le semplici conoscenze, i fortuiti incontri divenivano lì per lì, fraterne e tenaci amicizie; amicizie non della ventura, ma delle quali la memoria cara, dura, viva e verde, quanto dura la vita.

C’incontrammo, cioè, giovanetti a Venezia, quando in piazza S. Marco, il 18 marzo 1848, scoppiò la rivoluzione; e Manin e Tommaseo, liberati dal carcere apparvero sulle spalle del popolo, portati in trionfo, come nel bel quadro di Napoleone Nani.

Simone era allora cadetto nella Marina austriaca; ma alla [p. 309 modifica]proclamazione della Repubblica il suo buon sangue italiano gli diè un tuffo e lo spinse subito a offrire braccio e vita alla flotta Veneta.

Egli era nato a Firenze il 13 settembre 1832. Aveva dunque soli 16 anni quando ci conoscemmo, ed era perciò meno verde di tre o quattro, del suo nuovo amico. Perocchè a quel tempo i ragazzi, precocemente sviluppati dalla divina fiamma della patria, si sentivano già uomini fatti, raggiunto appena il tempo della pubertà.

Ci si arrolava allora magari tamburini, o mozzi, tanto di poter poi cantare col Doge decapitato:

Ero anch’io di quella schiera
Di Venezia io pur guerriero.

Ma pronti ad affrontare allegramente sugli spalti di Malghera — insieme alle pulci, alla fame, al colera — le palle croate.

Da quei giorni ad oggi sotto il ponte di Rialto, e quello a Ripetta, molta acqua salata e dolce, passò e ripassò inavvertita.... Quelle braccia che allora agitavano all’aria la bandiera dei tre colori, dovettero nuovamente offrire i polsi alle catene della schiavitù!... Ma le porte ospitali della patriottica Torino, si spalancarono a doppi battenti davanti gli emigrati di tutta Italia....

E venne la riscossa del 1859.

Simone Peruzzi era entrato come Guardia marina nell’armata navale Sarda; vi rimase fino a dopo Lissa, avendo raggiunto il grado di sottotenente di Vascello e Aiutante di Bandiera. Della sua azione durante il servizio nella flotta, nulla o ben poco possiamo dire. Anzitutto, perchè lui militava in mare, noi in terra; poi, perchè era impossibile di cavare dalla sua bocca una sola parola che alludesse ai suoi meriti personali. Era un uomo fatto così. Modesto per natura, parlava poco; forse perchè la vita del mare l’aveva abituato al silenzio.

Questo solo sappiamo, che nel 1860 si trovò sotto Ancona, e che a lui venne affidato — dopo le sue dolorose peripezie — l’Affondatore, coll’ordine di condurlo a Castellamare.

Certo, quella non fu pel buon Simone una gita, diremo così, di [p. 310 modifica]piacere!... Fu all’opposto un viaggio birbone, pieno di pericoli: durante il quale egli non abbandonò mai un momento il ponte della nave, nel dubbio che da un momento all’altro, questa potesse giuocargli il brutto tiro di affondare, spontaneamente, un’altra volta. Anzi parve allora quasi un miracolo che, Simone e Affondatore, avessero potuto arrivare sani e salvi in porto!

Peruzzi lasciò la Marina dopo il disastro di Lissa. Della quale catastrofe guai a parlargliene!... Quella corda gli faceva ballare tutti i nervi. Diventava un altr’uomo. Era anzi l’unico caso in cui da quelle labbra, educate e gentili, sfuggisse una bestemmia amara!

Nel 1876 andò sposo a Editta Story, piccola figlia di quello Story giureconsulto, famoso in America e in Inghilterra, autore di parecchi volumi di studi legali, fra’ quali il Conflict of laws, che sono — beati gli americani! — un fonte ancora inesauribile di ricchezza pei nipoti. Il padre di Editta era stato nominato ministro d’America a Torino; ma lui — cose queste che non si vedono in Italia — non ne volle sapere. Alla diplomazia e alla politica antepose.... l’amore all’arte di Fidia e di Prassitele, nella quale è maestro.

Simone Peruzzi morì di congestione cerebrale il 13 marzo 1900, grandemente rimpianto da tutti; ma specialmente rimpianto dai cuori gentili di Umberto e Margherita, presso i quali il buon Simone era da lunghi anni Mastro delle cerimonie, ed era dai reali considerato come uno fra i più fidi e affezionati servitori.

Malgrado il tempo, che ci aveva separati, era rimasta tanto viva in entrambi la memoria di quei giorni, e della nostra amicizia, che, incontrandoci anche dopo tanti anni, ci stringemmo la mano e ci demmo il buon giorno, come se ci si fosse incontrati il dì prima. Simone Peruzzi — anzi il marchese Simone Peruzzi — tranne le rughe, i peli bianchi, e il marchesato, che tanto diede sui nervi ai suoi parenti, i quali sostenevano che quando uno si chiama Peruzzi, non ha bisogno di altre lustre — Simone Peruzzi, dico, si conservava ancora, lungo, asciutto come uno stoccafisso; tale quale era a Livorno; e conservava sulle labbra quel tranquillo sorriso, di chi fisicamente e moralmente.... non pensa a morire.

Povero e caro Simone! Pure tu sei sparito per sempre!...




[p. 311 modifica]Ma tornando agli ospiti del Chievo, si è già detto che il Ministro della Guerra ed il Capo di Stato Maggiore Cosenz, abitavano anch’essi in villa; mentre il generale conte Pianell, direttore delle manovre d’assedio, abitava in città, ma faceva parte principale del seguito di S. M. il Re.

A tutti codesti, come chi dicesse pezzi grossi, dovevano aggiungersi naturalmente gli ufficiali d’ordinanza, e le altre persone alloggiate nei pressi della Villa. Fra gli ufficiali subalterni, richiamava più di tutti l’attenzione della gente S. A. I. il conte di Moncalieri Luigi Bonaparte, nipote di Umberto, allora luogotenente nei Cavalleggeri di Monferrato, di guarnigione a Verona. Lo stesso che oggi, colonnello di un reggimento della cavalleria russa, ha gettato nel cestino le memorie della ritirata di Mosca, del passaggio della Beresina, e della slittata di Wilna.

Questo giovane principe aveva l’aria molto seccata di essere obbligato, per le esigenze della gerarchia militare, di dover stare, sia a piedi, sia a cavallo, sia in carrozza.... e anche a tavola.... in coda a tutti — come ne fa prova la tabella che segue, e dove egli viene quinto — cioè l’ultimo — un numero dopo il tenente Tadini, perchè più anziano di lui, e pari a un medico: il dottor Saglione.


  5 S. A. il Conte di Moncalieri
Comm. Peruzzi 4 Conte Carlo Albertini
Cap. Panizzardi 3 Gen. Lanza
Magg. Pollio 2 Conte Leopoldo Pullè
Gen. Bava 1 Gen. Pianell
Gen. Pasi * S. M. il Re
Gen. Cosenz 1 Gen. Bertolè-Viale
Comm. Guglielmi 2 Comm. Rattazzi
Colonn. Appelius 3 Magg. Salasco
Magg. De Sanctis 4 Tenente Tadini
Comm. Saglione 5  


Ma in compenso, S. A. I. il Principe Luigi Bonaparte, conte di Moncalieri, una nobile convinzione aveva: quella cioè, di rammentare nelle linee del volto — fatto astrazione dalla barba e dai baffetti — il suo grande antenato Napoleone, quando, giovane generale, si apriva la strada [p. 312 modifica]ai troni di mezzo mondo, vincendo a Montenotte, a Millesimo, al ponte di Lodi, a Castiglione, ad Arcole, a Rivoli.

Fosse questo un fatto, o fosse una semplice illusione, lo lasciamo giudicare al lettore col raffronto del ritratto “dessinè d’apres nature — così la incisione, abbastanza rara di quel tempo — et gravè a Salanches


Louis Napoleon
Louis Napoleon


di Napoleone Bonaparte, Primo Console della Repubblica Francese; ritratto che qui di contro presentiamo come semplice curiosità.

Ed ora.... una nota comica, tanto per cambiar musica.

Al Chievo — proprio in quegli ultimi dì di luglio — si era afflitti da una vera invasione di zanzare. Invasione, se non più disastrosa, ma certo più noiosa della straniera: perchè contro questa si può combattere colle [p. 313 modifica]armi alla mano, mentre contro quella, se è di quelle buone, non si può combattere nemmeno.... coi fidibus insettifughi.... della privilegiata fabbrica di S. Moisè in Venezia.


Napoleone Bonaparte
Napoleone Bonaparte


Cotesto affare era molto seccante, in tesi generale; ma specialmente pensando alla cattiva impressione che, a cagione di quelle maledette bestioline, S. M. il Re avrebbe potuto riportarne, lasciando il Chievo. Per la qual cosa, chiamato in fretta e furia un tappezziere, in ventiquattr’ore si adattò alle colonne del letto reale una di quelle uggiose difese di garza, comunemente chiamate zanzariere.

Di più, visto che abbondare non nuoce, si ficcò nel mobilino accanto al letto di S. AL, un pajo di scattole dei fidibus sullodati; i quali, stando alla grida, dovrebbero procurare sonni tranquilli all’umanità... che non può dormire.

Nè saprei per qual ragione, quel brav’uomo di cameriere — il [p. 314 modifica]cavaliere Macchi — levasse lì per lì la zanzariera del letto. A meno che non l’avesse fatto pensando che, come S. M. non temeva le bestie grandi, e meno ancora dovesse temere quelle piccole! — Ma quella zanzariera levata non ci lasciò requie tutta la notte; e, al di fuori della nostra, l’uggioso ronzio di quegli insidiosi prodotti delle fogne, aumentò le pulsazioni del nostro cuore, riprodotte dentro il guanciale di spini.

Epperò, scesi per tempo la dimane, si aspettò con trepidazione l’uscita di S. M. il Re, per chiedergli:

— Come ha dormito Vostra Maestà?

— Re Umberto ci guardò sorridendo, poi:

— Benissimo! — rispose, sottolineando le parole. — E neanche una zanzara!

Non era possibile. Si pensò subito che la cortesia del Sovrano, immaginando le nostre pene, volesse così dicendo levarci quello spino dal cuore.

Tale risposta non persuadeva... Gatta ci covava... Volemmo appurarlo. E una mattina che S. M. ci fece chiamare nelle sue stanze, le nostre narici furono sorprese dall’acre odore rimasto dei famosi fidibus insettifughi, prudentemente ficcati nel tavolino da notte di Sua Maestà. Era già l’ora del pranzo, ma l’aria ne andava ancora impregnata.... La qual cosa indicava non essere quello il primo giorno, che il nemico delle zanzariere, il buon Macchi, ne aveva fatto uso.

Fu una rivelazione; e noi pensammo:

— Zanzariera? no... Ma fidibus insettifughi... sì!.. Meno male!

E la notte appresso nessun rimorso turbò i nostri sonni!


VI.


Il campo d’assedio. — Glorie antiche. — I pranzi. — In Guardaroba. — il faro elettrico. — L’aureola dei Santi.


Ma veniamo all’Assedio di Verona... dappoichè S. M. il Re vi giunse appunto per questo.

Dunque, anche la mattina che seguì l’arrivo al Chievo, S. M., e tutto il seguito, si recò nuovamente a ispezionare i lavori di difesa fra la strada di Sona e quella di Sommacampagna; facendo sosta davanti al monumento di Santa Lucia, che nelle sue lapidi ricorda la battaglia ivi combattuta, nel 1848, dalle armi piemontesi; e alla quale avevano preso parte gloriosa il suo gran Genitore insieme al prode suo zio — padre di S. M. la Regina Margherita — Ferdinando di Savoja Duca di Genova.

Nella ispezione, accompagnavano da vicino il Re, il ministro della [p. 315 modifica]
guerra, il direttore delle manovre generale Pianell, e il Capo di Stato Maggiore generale Cosenz; il quale, galoppava su e giù da un forte all’altro, colla disinvoltura di un giovane ufficiale di cavalleria della nuova scuola.

Qua e là, lungo tutta la linea di difesa e di offesa, S. M. si fermò a parlare coi generali Pastore, Bava, Boetti, Medici di Marignano e Dogliotti; nonchè coi giudici di campo Serra e Luigi Majnoni d’Intignano, informandosi di ogni minuto particolare, tecnico e tattico, degli assediati e delli assedianti.

Dopo di che, ripresa la strada del Chievo, e passando dal paese di S. Massimo — pavesato e imbandierato — fra due fitte siepi umane di popolo acclamante, venne alla villa per l’ora della colazione; la quale, come i pranzi così detti di famiglia, aveva luogo nella sala abituale.



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Solamente i pranzi, diremo così, ufficiali — quelli per i quali veniva tolta dalle casse la storica tovaglia Napoleonica di sessanta e sino di ottanta convitati — venivano invece dati nella sala d’armi. Questa sala, compresi i riparti laterali, misurava oltre quaranta metri; spazio nel quale, con rapidità fulminea, e sotto la direzione del bravo Galli, venivano imbastite, e una contro l’altra fortemente assicurate, sei od otto tavole d’abete costrutte prima dell’arrivo; le quali, in un gesummaria, finito il pranzo, sparivano come per incanto senza lasciare la traccia di una sola bricciola.



Il dopo pranzo di quello stesso giorno, S. M, volle che lo si accompagnasse su, al secondo piano — in guardaroba — per vedere da una di quelle finestre, l’effetto della luce elettrica che dal forte Lugagnano projettava i suoi raggi sulle opere di attacco, che andava costruendo di notte la parte avversaria assediante.

— È una scala brutta e stretta, Maestà...

— Non importa... andiamo!

Si salì dunque al secondo piano, entrando nel locale della guardaroba, [p. 317 modifica]dove, proprio in quel momento, stavano tranquillamente desinando le donne di casa; ben lontane dal supporre quale po’ po’ di sorpresa stesse salendo le scale, per piombare in mezzo a loro.

All’apparire sulla soglia di S. M., esse fecero come un gruppo di piccioni che, intenti a bezzicare una manata di grano, siano a un tratto sorpresi da qualche cosa di grosso, e levino il volo spauriti, per raccoglierlo più lontano.

La confusione, lo spavento, la gioja di trovarsi anch’esse in presenza del Re d’Italia, fecero loro inghiottire, senza masticarlo, il boccone saporito che avevano in bocca.

Davanti a quel quadretto comico, anche Umberto sorrise, e per togliere le donne d’impaccio, si recò diritto verso quella finestra, dalla quale — così almeno si pretende — S. W. l’Imperatore Francesco Giuseppe era salito, la mattina dopo che seguì la sconfitta di S. Martino e Solferino, a vedere, certo con poca soddisfazione, la disastrosa ritirata del suo Esercito.

Pareva quasi che al forte Lugagnano fossero stati avvertiti della apparizione sovrana; perchè, non so come, proprio in quel momento, il riflettore, staccandosi dai forti dove vibrava i suoi raggi, li rivolse istantaneamente verso la finestra ove s’era affacciato la geniale e cara persona del Re; la quale si trovò così a un tratto circondato da una grande aureola di luce.

Santo e caro martire! oggi piangendo la tua morte, di ben altra aureola circonda la tua effigie venerata, il cuore di ogni anima italiana!


VII.


La città in febbre. — Alla Gran Guardia. — Muore Depretis. — Partenza anticipata. — Gentilezza regale. — Verso Monza.


Ma lasciamo per un momento il Chievo, e diamo un’occhiata a ciò che si preparava dentro le mura Scaligere fino dal giorno prima che S. M. il Re, come aveva promesso al sindaco, dovesse visitare Verona.

La Giunta Municipale, i Reduci delle Patrie Battaglie, i Reduci Italia e Casa Savoja, la società del Tiro a Segno, altre società e consociazioni, e circoli militari civili, e di beneficenza, avevano tutti tappezzati i muri della città coi loro manifesti. Quello della Giunta diceva:

Cittadini,

Domani S. M. l’amatissimo nostro Re, accettando cortesemente l’invito, verrà da Chievo per Porta Nuova, alle ore 8 pom., a fare una visita alla nostra città.

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“Voi accoglierete esultanti la lieta notizia, e sarete orgogliosi di acclamare l’Augusto Monarca, esempio di lealtà e di amore al suo popolo, geloso custode della libertà, dell’onore e della grandezza della patria nostra.„

Cittadini,

“Moviamo tutti ad incontrare il nostro Re, e manifestandogli il nostro riconoscente affetto, affermiamo solennemente, ancora una volta, l’attaccamento e la devozione che ci legano a Lui ed alla gloriosa dinastia di Savoia.„

Sull’imbrunire del 29, cioè il terzo giorno dell’arrivo, S. M. in breack alla Daumont, seguito da tutta la sua Casa civile e militare, si diresse — così era l’itinerario fissato — verso i Portoni di Porta Nuova, traversando S. Zeno, e Porta Pallio — l’antica porta, fuori della quale ai tempi di Dante si correva, la prima domenica di quaresima, il drappo verde.

A Porta Nuova, si può dire che tuttaquanta Verona fosse raccolta. E non soltanto Verona e la sua provincia; ma si calcolava che, dai vicini paesi del Trentino, più di 20.000 persone fossero accorse per far festa al Re d’Italia. Così che, fino dalle prime ore della sera, tutte le vie della città brulicavano di gente, viva, gaja, entusiasta; e caffè, e restaurants, e birrarie, erano presi letteralmente d’assalto.

Alle ore otto, la circolazione lungo lo stradone di Porta Nuova, ora Vittorio Emanuele, riusciva impossibile.

Tutte le case pavesate e imbandierate, s’intende; e fuori di porta, così come aveva consigliato il Comitato, una massa compatta di equipaggi, i quali attendevano il sospirato arrivo.

Consiglio Comunale, Deputazione provinciale, Corte d’Assise, Tribunale, Fisco, Intendenza di Finanza.... la Giunta in testa — non mancava nessuno.

La carrozza del Re spunta alle otto e un quarto. E annunciata dalla terrazza di Porta Nuova con un razzo che va dritto fino alle stelle.

La campana della torre suona a distesa; un applauso simultaneo, unanime, immenso, saluta Re Umberto che, entrato in quel momento, procede lentamente irradiato da un mare di luce. Ondate di popolo seguono l’equipaggio Reale, e c’è persino chi, nell’infrenabile entusiasmo, s’arrampica di fianco e di dietro della carrozza, pur di toccare un lembo della tunica del Sovrano, come se avesse a toccare una reliquia di santo.

Nel programma veniva prima un giro nella città. Giunti gli equipaggi dove nel 1882 S. M. veniva a visitare le rovine della inondazione, e dove oggi è gittato il Ponte Umberto, un urlo assordante accoglie il Re.

[p. 319 modifica]— Viva Umberto!... Viva Savoja! — Non c’era labbro che non ripetesse quel grido.

Il diapason dell’entusiasmo popolare aveva la sua rivelazione persino nei trasparenti delle finestre dell’ex deputato, e non ancora Sindaco, avvocato Augusto Caperle; sui quali trasparenti si leggevano — chi l’avrebbe detto vent’anni dopo! — i detti celebri:

“— Ho fatto il mio dovere! — Roma intangibile! — Sempre avanti Savoia!...„ — e via dicendo.

Uh, quei trasparenti! se li vedesse a brillare oggi l’avvocato Sirio, il bollente socialista, figlio di lui!?

Durante la girata in città, le associazioni s’erano schierate sotto il vasto porticato della Gran Guardia colle loro bandiere, e — come lasciarle a casa? — ognuno colle proprie medaglie.

Allo scoccare delle nove, sbucano dalla via Leoncino le carrozze cogli assessori; ed ecco le cappe nere che fanno da battistrada al Sovrano.



Il figlio di Vittorio Emanuele passa davanti al monumento equestre del suo gran padre; s’alza in piedi e devotamente saluta.

L’enorme folla applaude.

La fontana di piazza Bra, sfavillante sotto i raggi elettrici, par che [p. 320 modifica]goda dello spettacolo e le-a il suo immenso getto verso il cielo, ricadendo romorosa in miriadi di scintille che sembrano brillanti.

S. M. il Re, come se carrozza e cavalli fossero portati a braccio di quell’onda di popolo, arriva, scende rapidamente, e sale l’erto scalone Sammicheliano, dove lo attendevano le solite autorità... rallegrate questa volta anche dal bel sesso.

Ognuno però poteva sorprendere, a traverso il sorriso di compiacenza del Sovrano, anche una insolita preoccupazione interna. Perocchè S. M., fino dalla mattina, era stata telegraficamente informata che il Presidente del Consiglio Agostino Depretis, da tempo ammalato, andava a precipizio. Anzi i dispacci che si succedevano d’ora in ora, di minuto in minuto, facevano presagire vicina la catastrofe. L’annuncio della morte poteva dunque capitare da un momento all’altro. E se la sparizione di un primo ministro, può talvolta essere, nell’egoistica e cinica vita politica, una buona soluzione — ciò che allora non fu — oltre al dispiacere per la morte dell’uomo, il pensiero di una crisi, è sempre un grave sopraccapo per chi regge lo Stato.

Però il popolo, che non vuol saperne di malinconie, e che in quel momento non aveva in cuore che il suo Re, e voleva vederlo, lo obbliga a presentarsi e tre e quattro volte al balcone; mentre, spettacolo d’obbligo, ma sempre meraviglioso, incominciano i fuochi d’artifizio dall’alto dell’anfiteatro romano.

Ritiratosi nella gran sala, S. M.. dopo aver conversato affabilmente colle dame presenti, offerse il braccio alla Collaressa dell’Ordine, contessa Eleonora Pianell, ed entrò nel salotto dei rinfreschi. Lì, non accettò che una tazza di acqua diaccia, che bevve di un sorso; poi, dopo pochi momenti, fatto un cenno al nipote Luigi Bonaparte, si diresse all’uscita.

Nel risalire in carrozza, dopo che ritto in piedi, salutò ripetute volte la massa plaudente, diede sottovoce un ordine al suo aiutante di campo, e accennò di muovere; mentre una stella luminosa — la stella d’Italia — accesa a magnesio, irradiava tutta la piazza.

La popolazione, credendo che il Re tornasse dalla stessa strada, s’era precipitata intanto sul corso di Porta Nuova; ma S. M. — e questo era l’ordine che aveva dato dianzi — per un delicato riguardo verso il morente Ministro, non volle prolungare la festa; e, anche per abbreviare il cammino, fece prendere la via che conduce al Chievo da Porta S. Zeno.

Se non che, anche su quella strada, appena fuori di porta, lo attendeva una nuova sorpresa. La popolazione del Chievo era venuta in massa incontro al Sovrano con una fiaccolata. Così che, dal principio del viale che mena al paese, la strada pareva fronteggiata da due ali di fuoco.

Giunti alla villa, un’onda di popolo invase quant’è grande la corte e mandò al suo buon Re l’ultimo scrosciante evviva.

[p. 321 modifica]Scesa S. M., ecco venirle incontro, sui gradini di entrata, il giovane commendatore Rattazzi. Questi, con aria molto afflitta, gli presenta senza parlare un telegramma.

Il telegramma era aperto. S. M. lo afferrò, vi buttò su gli occhi e lesse. Cincischiò la carta fra le mani, poi volgendosi verso di noi, che guardavamo ansiosi, disse solamente, e un po’ nervosamente:

— È morto!

Dopo di che, fatto un cenno al ministro Bertolè e al primo aiutante di campo, si ritirò nel suo appartamento, ove diede loro gli ordini per la partenza della mattina appresso.

— Tutto il male non viene per nuocere!.. — Avrebbe potuto dire il generale Fasi, che stavolta aveva, almeno, il tempo necessario a predisporre... le sue intime faccende di tolètta.

Senza la morte del Depretis, è certo che S. M. il Re si sarebbe indotto a fermarsi un altro giorno a Verona; anche per contentare il bravo generale Pianell, il quale, il dì prima, in causa del mal tempo, non era riuscito a condurlo a visitare una sua creazione favorita: il forte S. Briccio, recentemente costrutto. Un forte di sbarramento molto da alcuni combattuto, ma in cui egli aveva messo tutto l’affetto di un innamorato.



Qui chiedo venia al lettore se sono costretto di narrare cosa che direttamente mi riguarda.

La mattina della partenza, mentre laggiù alla fermata provvisoria, il treno aspettava sbuffando, il generale conte Lanza mi venne incontro, dicendomi che S. M. mi voleva nel suo appartamento.

Confesso che quella chiamata, lusinghiera da un lato, immaginatane la cagione, mi turbò fortemente e mi scombussolò tutto quanto.

[p. 322 modifica]Sapevo che il Re, il quale volontieri dispensava i suoi doni a chi aveva vicino, prediligeva i giojelli, e aveva fatto venire da parecchi giorni al Chievo il noto gioielliere di Milano, il Gonfalonieri, con una provvista abbondante di quanto aveva di nuovo e di bello nel suo negozio. Io vedevo perciò avvicinarsi il momento della partenza con una specie di terrore. Anzi un giorno, messe come suol dirsi le mani avanti, profittai dell’amicizia che aveva per me il ministro della guerra, per chiedergli s’era possibile di evitare il momento brusco...

— Sei matto? — egli mi disse — un dono reale non si rifiuta.

— Ebbene... se S. M. il Re mi vuol lasciare una memoria... mi faccia dono di una copia della Divina Commedia, edita da lui!

— Chiedigliela; sarà per un di più.

Insomma non c’era versi: bisognava rassegnarsi.

Entrato dunque che fui nella stanza reale, S. M. mi chiamò vicino; mi stese ambo le mani, scusandosi — proprio è la parola — scusandosi d’avere portata la rivoluzione in casa mia! — E non v’ha cosa gentile che dalle reali labbra in quel momento non uscisse. Ringraziò me.... ma volle che specialmente io ringraziassi in suo nome quella che, secondo lui, doveva aver presieduto ai più intimi e minuti particolari che lo contornavano: mia moglie.

— Le dica — ripeto le parole di S. M. — che mi è doluto di non aver potuto ringraziarla personalmente. E poichè essa ha preferito fuggire lassù a Chiesanova, le porti almeno, coi miei saluti, questa memoria del mio soggiorno in casa sua.

Nel dir così, mi porse un astuccio che aveva pronto sulla scrivania, e ch’io dovetti prendere meno mal volontieri per la forma cavalleresca e delicata colla quale mi veniva offerto.

Volle poi che lo accompagnassi in treno fino a Verona, e lasciò il Chievo acclamato e benedetto, seminando il bene dappertutto.



S. M. il Re, alle nove e sedici minuti del 30 luglio, partiva da Porta Nuova diretto alla volta della sua Monza diletta.

Monza! allora ridente e rumorosa; dove chiamati dal sorriso di Margherita, accorrevano la intelligenza, la ricchezza, la eleganza lombarda. Monza, ora ridotta una tomba.

[p. 323 modifica]Sbarrate le finestre, vuote le garrette; dove dianzi le corazze dei custodi del Re fiammeggiavano al sole, la lucertola e il ramarro godono indisturbati i loro amplessi.

Là, su quella loggia ora deserta, non apparirà mai più — dura parola! — la bionda e soave Regina d’Italia, a dare il ben venuto ai convitati, che numerosi e festanti scenderanno dai reali equipaggi...

Oggi, l’occhio che si posa su quella gradinata, si ritrarrà smarrito, credendo di vedervi, ancor fumanti, le goccie di sangue stillanti dalle piaghe di Umberto....

Straziante, orrendo sogno, dal quale tentiamo invano di svegliarci!