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re umberto al chievo 305

Ciò detto, diede l’ordine di partenza e una lunga coda di carrozze, piene di ufficiali e di borghesi, segui al gran trotto l’equipaggio reale, sollevando lungo la strada il Simoun dei deserti, con poco piacere di quelli ch’erano in coda.

Il buon Peruzzi — del quale parleremo in appresso — intanto, sicuro di fare cosa grata anche a noi, appena partiti, scrisse e spiccò in busta stemmata l’invito al parroco. Ma è qui dove comincia il guajo!



Nessuno, meno che mai S. M., aveva pensato che quel giorno cadeva proprio di venerdì!

Ora, come avrebbe fatto quel povero parroco a convincere le pecorelle del suo ovile che un invito regale non si può, nè si deve rifiutare, qualunque sia il giorno in cui sia fatto?... Che cosa si sarebbe detto in paese?... E il Vescovo, e la Curia, che cosa avrebbero pensato?... Sedersi a tavola e non mangiare?... Chi l’avrebbe creduto? — Farsi servire di magro?... Bravo! e come si faceva a dire a S. M.: — “Maestà, mi faccia servire di magro!...„ — A propria giustificazione avrebbe potuto, è vero, dire che l’invitato deve mangiare quello che gli passa il convento... Ma chi lo obbligava ad accettare l’invito al convento... reale?...