La putta onorata/Atto I

Atto I

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Personaggi Atto II

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ATTO PRIMO.
SCENA PRIMA.
Camera del Marchese.
Il marchese Ottavio in veste da camera al tavolino scrivendo e la marchesa Beatrice in abito di gala.

Ottavio1. Sì signora, v’ho inteso; lasciatemi scrivere questa lettera.

Beatrice. Questa sera vi è la conversazione in casa della Contessa.

Ottavio. Ho piacere. Amico carissimo. (scrivendo)

Beatrice. Spero che verrete anche voi.

Ottavio. Non posso. Se non ho risposto alla vostra lettera...

Beatrice. Ma a casa chi mi accompagnerà?

Ottavio. Manderò la gondola. Vi prego perdonarmi, perchè... [p. 408 modifica]

Beatrice. E volete ch’io torni a casa sola?

Ottavio. Fatevi accompagnare. Vi prego perdonarmi, perche gli affari miei...

Beatrice. Ma da chi mi ho da far accompagnare?

Ottavio. Dal diavolo che vi porti. Gli affari miei me l’hanno impedito.

Beatrice. Andate là, marito mio, siete una gran bestia.

Ottavio. Per altro non ho mancato di servirvi...

Beatrice. Con voi non posso più vivere.

Ottavio. E voi crepate. Ho parlato al consaputo mercante...

Beatrice. Bella creanza!

Ottavio. E mi ha assicurato, che quanto prima...

Beatrice. Quanto prima me n’andrei da questa casa.

Ottavio. Oh volesse il cielo! Quanto prima vi manderà la stoffa...

Beatrice. Questa è una commissione di qualche dama.

Ottavio. Sì, signora. (scrive)

Beatrice. Me ne rallegro con lei.

Ottavio. Ed io con lei. (scrive)

Beatrice. Fareste meglio a provvederla per me quella stoffa, che ne ho bisogno.

Ottavio. Cara signora Marchesa, favorisca d’andarsene.

Beatrice. Meritereste d’aver una moglie come dico io2...

Ottavio. Peggio di voi non la troverei mai. (scrive)

Beatrice. Poter del mondo! Che potete dire di me?

Ottavio. Andate, andate; fatemi questo servizio.

Beatrice. È nota la mia prudenza...

Ottavio. Gnora sì. (scrive)

Beatrice. Si sa la mia delicatezza.

Ottavio. Gnora sì. (scrive)

Beatrice. Son una donna d’onore.

Ottavio. Gnora sì. (scrive)

Beatrice. Siete un pazzo.

Ottavio. Gnora... no. (scrive) [p. 409 modifica]

SCENA II.
Brighella e detti.

Brighella. Lustrissima, l’è qua el sior Conte, che l’è venudo a prenderla per servirla alla conversazion.

Beatrice. Signor consorte, comanda niente?

Ottavio. Gnora no. (scrive)

Brighella. Vuol venire con me?

Ottavio. Gnora no. (scrive)

Beatrice. Vuol ch’io resti?

Ottavio. Gnora no. (scrive)

Beatrice. Dunque vado.

Ottavio. Gnora sì, gnora sì, gnora sì.

Beatrice. (Vado, vado e non mi faccio pregare. Questa è l’arte nostra. Fingere col marito di amar ciò che si odia e di non voler tutto quello che si desidera). (da sè, parte)

SCENA III.
Il marchese Ottavio e Brighella.

Ottavio. Maledetta costei! Non la posso vedere e pretenderebbe ch’io fossi geloso. Sarei tre volte pazzo. Pazzo, perchè non è una bellezza da far prevaricare. Pazzo, perchè io non le voglio bene; e pazzo, perchè la gelosia non è più alla moda. Brighella, hai tu veduta Bettina?

Brighella. Lustrissimo sì, l’ho vista. Gh’ho dito le parole, ma ho paura che no faremo gnente.

Ottavio. Perchè?

Brighella. Perchè l’è una putta troppo da ben.

Ottavio. Di chi è figlia? L’hai saputo?

Brighella. So padre el giera un patron de tartana, ma l’è morto e no la gh’ha nè padre, nè madre.

Ottavio. E ora chi l’ha in custodia?

Brighella. Una so sorella maridada, che ha nome siora Catte, [p. 410 modifica] muggier d’un certo Arlecchin Battocchio, che xe veramente un battocchio da forca.

Ottavio. Si potrebbe vedere d’introdursi per via di costoro?

Brighella. La lassa far a mi; parlerò a sta siora Catte; so che la xe una donna de bon cuor, e spero che col so mezzo se farà qualcossa.

Ottavio. La ragazza mi piace. La terrò sotto la mia protezione.

Brighella. La protegge un certo vecchio mercante, che i ghe dise Pantalon dei Bisognosi.

Ottavio. Un mercante cederà il luogo ad un marchese.

Brighella. Ma lu lo fa a fin de ben, e solamente per carità.

Ottavio. Eh, me ne rido di questa sorta di carità. Basta, oggi anderemo a ritrovarla.

Brighella. La sappia, lustrissimo, che ho scoverto un’altra cossa.

Ottavio. Che è innamorata?

Brighella. La l’ha indovinada.

Ottavio. Già me l’immaginava. La modestina! Andiamo, andiamo.

Brighella. E sala chi è el so moroso?

Ottavio. Qualche rompicollo.

Brighella. Pasqualin, fio de Menego Cainello, barcariol de casa de V. S. Illustrissima.

Ottavio. Buono, buono! ed egli le corrisponde?

Brighella. L’è morto per ela.

Ottavio. Dunque si potrebbe fare questo matrimonio... E poi colla mia protezione... sì, sì. Va là, chiamami Cainello e fa che venga da me.

Brighella. La servo subito. (Matrimoni fatti per protezion? Alla larga). (da sè)

SCENA IV.
Il marchese Ottavio, poi Menego.

Ottavio. Così è. Potrei servirmi di quel giovane o per barcaiuolo, o per staffiere, o per cameriere; e della ragazza per donna di governo. È una giovane che mi piace assai. [p. 411 modifica]

Menego. Lustrissima, son qua al so comandi.

Ottavio. Ditemi, come siete contento del mio servizio?

Menego. Contentissimo. Quando a la fin del mese scorre le moneea, mi no cerco altro. De ela no me posso lamentar. La xe un zentilomo de bon cuor, tagiao a la veneziana; ai so tempi la vien zoso co la molenteb, e mi per ela starave in poppe tre dì e tre notte senza magnar. Ma quela lustrissima de la parona, la me compatissa, no la gh’ha gnente de descrizion. La matina appena zorno la me fa parechiar. Presto, Menego, in poppe. Ande da la conzateste, fè che la vegna subito. Animo, andè a levar el miedego, che la parona gh’ha el mal de mare3. Cerche el barbier, che ghe vegna a meter un servizial. A mezza matina: Menego, in poppe. La parona in ziro per mezza Venezia. Dopo disnar in Piazza, e Menego co la barca a Reduto4. La sera a la commedia; se torna a casa a sett’ore; sona la mezza notte, ma el mezzo ducato no se usa.

Ottavio. Povero Catinelle, vi compatisco. Siete solo, e solo non potete supplire a tutto. Ditemi, non avete voi un figlio?

Menego. Lustrissimo sì.

Ottavio. Che mestiere gli fate fare?

Menego. Mi vogio ch’el fazza el mestier de so pare, ma elo nol gh’ha gnente de genio. Una volta ho provà a farlo star in poppe, e el xe andà in acqua a gambe levae.

Ottavio. Ma bisogna veder d’impiegarlo.

Menego. Se el se vol impiegar, mi ghe posso comprar un batelo e ch’el s’inzegna. Mi me sfadigo, e lu no vogio ch’el fazza el zentilomo. Chi lo vede, tutti i dise che a mi nol me somegia gnente; e ghe xe dei baroni che parla e che dise, se la m’intende. Ma dona Pasqua mia mugier, no ghe digo per dir, la xe sempre stada, in materia de ste cosse, sutila5 come l’ogioc. [p. 412 modifica]

Ottavio. Vive vostra moglie?

Menego. Lustrissimo sì, per grazia del cielo.

Ottavio. Dove si ritrova?

Menego. a Pelestrina, dove la xe nassuad. La xe andada a trovar i so parenti; sta sera o domatina l’aspeto.

Ottavio. Orsù, mandatemi vostro figliuolo, che lo voglio vedere.

Menego. Vussustrissima sarà servida. Ma adesso no saveria in dove trovarlo.

Ottavio. E bene, lo manderete da me, quando l’averete ritrovato.

Menego. Ancuo comandela la barca?

Ottavio. Per me no. Guardate se la vuole la Marchesa.

Menego. Eh, a ela non ghe manca barche. Ogni zorno ghe ne xe tre o quatro che fa regata per arivar a la macchina6. Sta matina sior Conte ha buo el primoe. Dopo se gh’ha calumà driof el secondo e el terzo, e per quel che vedo, a Vussustrissima ghe tocherà el porcheto g. (parte)

Ottavio. Quanto sono piacevoli questi barcaruoli! Ma quanto per altro è bella la mia Bettina! Se la prendo in casa, non vorrei che nascesse qualche strepito con mia moglie. Procurerò di maritarla con questo giovinotto. Intanto... basta... il danaro fa tutto. Argent fait tout. (parte)

SCENA V.
Strada con veduta di un’altana annessa alla casa di Bettina.
Bettina sull'altana, facendo le calze.

Oh caro sto sol! Co7 lo godo! Sia benedeto st’altanah! Almanco se respira un puoco. Mi, che no son de quele che vaga fora [p. 413 modifica] de casa, se no gh’avesse sto liogo, morirave de malinconia. E pò qua semo fora dei8 petegolezzi. In sta corte no ghe sta nissun; nissun me sente, nissun me vede. No posso veder pezo, quanto quel star in compagnia de certe frasche, che no le fa mai altro che dir mal de questa e de quela. Anca de mi le dirà qual cossa, perchè me pratica per casa sior Pantalon; ma che le diga quel che le vol; el xe vecchio, el me fa da pare, el me agiuta per carità. Dise el proverbio: mal no far, e paura no aver. El m’ha anca promesso de maridarme; ma se no me toca Pasqualin, no voggio altri marii. Velo qua ch’el vien, siestu benedio. Caro quel muso! caro quel pepoloi! Co lo vedo, se me missiaj tutto el sangue che gh’ho in te le vene.

SCENA VI.
Pasqualino col tabarro alla veneziana, e detta.

Pasqualino. Tiolèk, chi la vol veder, sempre su l’altana a farse veder da tuti, a recever i basamani.

Bettina. Vardè che sestil! Stago qua per vu, caro fio. No podè dir che m’abiè visto a parlar co nissun.

Pasqualino. Mi no vogio che stè in altana. Sè troppo bassa.

Bettina. Se passerè, no ve vederò.

Pasqualino. Co passerò, subierò. No me fè andar in còlera.

Bettina. No, vissere, no andar in còlerà, che farò a to muodo.

Pasqualino. Ma hogio mo da star sempre qua impalaom?

Bettina. Cossa voressi9 far?

Pasqualino. Vegnir in casa.

Bettina. Oh, in casa no se vien.

Pasqualino. No? Per cossa?

Bettina. Le pute da ben no le receve in casa i morosi.

Pasqualino. Me la disè ben granda! Toni, el segondo zorno che [p. 414 modifica] l’ha fato l’amor co Pasquetta, el xe andà in casa de più de diese, e Tonina ghe ne tiol in casa quanti ghe ne va.

Bettina. Se le fa mal, so dano. Mi son10 una puta da ben.

Pasqualino. E mi cossa songio11? Qualche scavezzacolon?

Bettina. No, no digo questo. Sè un puto bon12 e modesto; ma in casa no se vien per adesso.

Pasqualino. Quando donca ghe vegnirogio?

Bettina. Co m’averè dao el segnoo.

Pasqualino. El segno ve lo dago anca adesso.

Bettina. M’aveu gnancora fato domandar?

Pasqualino. Mi no; no gh’avè nè pare, nè mare.

Bettina. Gh’ho ben mia sorela maridada. Ela la me xe in liogo de mare.

Pasqualino. Ben, parlerò mi con ela.

Bettina. Fè quel che volè; ma sentì, bisogna dirlo anca a sior Pantalon.

Pasqualino. Cossa gh’intrelo quel vecchio? Xelo vostro barba?

Bettina. El xe un mio benefator, che m’ha promesso la dota.

Pasqualino. Piase? Gh’ave un benefator? Ho inteso. So che ora che xe13.

Bettina. Coss’è, sior pezzo de strambazzo? Cossa credeu? Che14 sia qualche frasca? Son una puta da ben, onorata. Se gh’ho un benefator, el xe un vecchio, che lo fa per carità. Me maravegio dei fati vostri.

Pasqualino. Mo via, non andè in còlerà.

Bettina. Co i me intaca in te la reputazion, no varderia in tel muso a mio pare.

Pasqualino. No me par d’aver dito...

Bettina. Ave dito anca troppo.

Pasqualino. Eh via, averzì, che faremo pase.

Bettina. Se sè mato, andeve a far ligar. [p. 415 modifica]

Pasqualino. Cussi me strapazzè? No me volè ben?

Bettina. Ve vogio ben anca tropo; ma me preme la mia reputazion sora tuto.

Pasqualino. Donca cossa hogio da far?

Bettina. Parlè co mia sorela.

Pasqualino. Co vostra sorela parlerò volentiera; ma no vena che ghe fusse quel aseno d’Arlechin vostro cugnà.

Bettina. Aspetè, la manderò in corte.

Pasqualino. Sì ben, poi esser che femo gropo e macchiap.

Bettina. Come sarave a dir?

Pasqualino. Che vegna in casa con ela.

Bettina. Vegnirè, co sarà el so tempo. No vogio far come ha fato tante altre. Le ha tirà in casa i morosi, i morosi s’ha desgustà, e ele le ha perso el credito. Me arecordo, che me diseva mia mare povereta:

          «Pute da mandar, prudenza e inzegno:
          No stè a tirar i moroseti in casa;
          Perchè i ve impianta al fin co bela rasa15,
          E pò i ve lassa qualche bruto segno». (parte)

SCENA VII.
Pasqualino e poi Catte.

Pasqualino. Brava, cussi me piase. Se vede che la xe una puta da ben. Ho fato per provarla; ma se la me averziva la porta, mai più meteva piè in casa soa. So anca mi come che la va co le pute, e so che quando le averze la porta, la reputazion facilmente la va drento e fuora. Ma vien siora Cate so sorela. Se ho da dir la verità, me vergogno un puoco; ma bisogna farse anemo e parlar schieto.

Catte. El tempo se va iscurindo; ho paura che vogia piover. (osservando il cielo) [p. 416 modifica]

Pasqualino. Patrona, siora Gate.

Catte. Oh bondì siorìa, sior16 Pasqualin.

Pasqualino. La gh’ha paura de la piova?

Catte. Sì ben, perchè ho fato lissiaq. Vorave destender, ma no me fido.

Pasqualino. Se la fusse una puta, dirave che el so moroso ghe vol poco ben.

Catte. Ah, lo savè anca vu quel proverbio:

               «Quando la puta lava, e vien el sol
               Segno ch’el so moroso ben ghe vol».

Ma ve dirò, no gh’ho17 miga lavà mi, savè. Ha lavà Betina mia sorela; e se piove, xe segno che el so moroso la minchiona.

Pasqualino. E sì mo, el so moroso ghe vol ben e el dise dasseno.

Catte. Ma chi elo sto so moroso? Lo cognosseu?

Pasqualino. Pussibile, siora Cate, che no lo sapiè?

Catte. Mi no, da dona onorata.

Pasqualino. Mi ve lo dirave; ma me vergogno.

Catte. Oh via, via, v’ho capio. Ve cognosso in ti occhi. Vu sè quelo che ghe vol ben.

Pasqualino. Sì ben, xe la veritae. Betina xe la mia morosa.

Catte. Ma diseme, che intenzion gh’aveu?

Pasqualino. Intenzion bela e bona.

Catte. Come sarave a dir?

Pasqualino. De sposarla. E za che no la gh’ha nè pare, nè mare, e che vu sè so sorela e che sè maridada, ve la domando a vu per mugier.

Catte. Disè, fio, missier Menego, vostro pare, saralo contento?

Pasqualino. Mi no gh’ho dito gnente.

Catte. Che mistier gh’aveu per le man?

Pasqualino. Mio pare el voleva che fasse el barcariol; ma mi no lo vogio far. Piuttosto melerò suso una botegheta e m’inzegnerò. [p. 417 modifica]

Catte. Botega de cossa, fio mio?

Pasqualino. No so gnanca mi. Me giara vegnù in testa de far el strazzariolr. Ghe n’ho visto tanti a scomenzar a vender de le scatole rote, dei feri vecchi e de le strazze su le balconae de le boteghe serae, e in poco tempo i ha messo peruca, i ha averto botegoni spaventosi e i ha compra de le masserie intreghe18.

Catte. Sì, disè ben; ma la farina del diavolo la va tuta in semola. Co i vede che uno ha bisogno de vender, i paga do quelo che val sie; e co uno gh’ha vogia de comprar, i vende per dodese quelo che val quattro. E pò quel nolizar la roba a certe fegure; fornir casa a certe squaquarines. Basta, el xe un mistier che no me piase gnente.

Pasqualino. Meterò suso una botega da caffè.

Catte. Oh, caro fio, ghe ne xe tanti, che i se magna un con l’altro. Fuora dei primi posti e de le boteghe inviaet, credème che i altri i frizeu. Quando un zovene averze botega da niovo, specchi, quadri, piture, lumiere, caffè d’Alessandria, zucchero soprafin, cosse grande. Tuti corre, per far avantori se ghe remete del soo e pò bisogna siarv; i avantori v’impianta e se canta la falilelaw. Per far ben, bisognerave aver la protezion d’un per de quele zentildone salvadeghex, che fa cantar i merloti: ma pò no basta el caffè e le acque fresche. Chi vol la so grazia, bisogna baterghe l’azzaliny, e la botega da caffè la deventa botega da maroni19.

Pasqualino. Donca cossa hogio da far?

Catte. Ghe penseremo. Mia sorela no gh’ha gnente a sto mondo. Ma un certo sior Pantalon dei Bisognosi gh’ha promesso, co la se marida, dusento ducati. Co queli v’inzegnerè. [p. 418 modifica]

Pasqualino. Caspita! Con dusento ducati posso averzer mezza.

Catte. Saveu lezer e scriver?

Pasqualino. Un puoco.

Catte. Gh’aveu bona chiaccola?

Pasqualino. Parole no me ne manca.

Catte. Sì ben, in poco tempo fare la vostra fortuna. Presto, presto deventè lustrissimo. Che bela cossa, veder el pare in poppe e el fio sentà in trasto! Mia sorela de lavandera deventar lustrissima! Oe, de sti casi ghe n’ho visto più che no gh’ho cavei in testa. Pasqualin, stè alegramente, e no ve dubitè: parlerò a mia sorela, parlerò a sior Pantalon, e credo che faremo pulito. Parecchiè un bel anelo e a mi parecchieme la sansaria. (Povero puto, el me fa pecà! Son proprio compassionevole de la zoventù. Se no fusse maridada, mia sorela poderave forbirse la bocca. Varèz co belo ch’el xe; se nol fa proprio cascar el cuor!) (da sè, parte ed entra in casa)

Pasqualino. Oh che cara siora Cate! La val un milion. Gh’ho speranza che per mi la farà pulito. Dusento ducati per qualcun no i xe gnente, ma per chi gh’ha giudizio i xe qualcossa. Certo che chi vol meter a l’ordene una novizza a la moda, ghe va la dota e la soradota; ma mi no farò cusì. Un per de manini, la so vesta e el so zendà; una vestina da festa e basta. Disnar? Gnente. Nozze? Via! El pan dei minchioni xe el primo magnà. (parte)

SCENA VIII.
Camera in casa de Bettina.
Bettina e Catte.

Bettina. E cussì, coss’halo dito?

Catte. Ch’el ve vol per muggier.

Bettina. E vu cossa gh’aveu resposo?

Catte. Che vederemo. [p. 419 modifica]

Bettina. Dovevi dirghe de sì a dretura. Coss’è sto vederemo? La saria bela che el se pentisse. Sentì, se el me lassa, povereta vu, varè.

Catte. Ih! Ih! Sè molto insatanassada. Gh’avè una gran vogia de mario.

Bettina. V’aveu maridà vu? Me vogio maridar anca mi.

Catte. Ben, abbiè un poco de pazienza.

Bettina. In sta casa no ghe vogio star più.

Catte. Se no volè star, andè via.

Bettina. Vardè che risposte da mata! A una puta, se no volè star, andè via? Sentì, me vôi maridar, ma no vôi miga far come ave fato vu.

Catte. Cossa voressi dir? Come hogio fatto mi?

Bettina. Eh, ben ben, la fornera m’ha contà tuto. Taso perchè sè mia sorela, no me vogio tagiar el naso e insanguenarme la bocaaa.

Catte. Senti sa, frasca. Te darò de le slepeab.

Bettina. A mi slepe? Oh, la xe morta quela che me le podeva dar.

Catte. E mi te son in liogo de mare. Mi te dago da magnar.

Bettina. Seguro! Vu me dè da magnar? Quel povero vecchio me manda la spesa a mi, e con quela vivè vu e vostro mario.

Catte. Certo, siora, ve fazzo anca la massera.

Bettina. E le mie scarpe? Vu me le avè fruae. Tuto el zorno in rondonac co la mia vesta e col mio zendà. De boto no ghe n’è più filo.

Catte. E ben, fèvene far un altro.

Bettina. Certo, i se impala i bezzi. Povero sior Pantalon. Ghe vuol descrizion.

Catte. Se el vol vegnir qua a seccarme la mare20, sto vecchio minchion, ch’el spenda.

Bettina. Se lo desgusterè, nol vegnirà più. [p. 420 modifica]

Catte. Cossa importa? Ghe ne vegnirà un altro.

Bettina. Oh, questo pò no.

Catte. Se ti savessi, minchiona; ghe xe un marchese che te vol ben.

Bettina. Mi no ghe penso gnente.

Catte. Altro che sior Pantaloni El gh’ha i zecchini a palaead.

Bettina. Che el se li peta.

Catte. Nol vol miga gnente de mal; ghe basterave vegnir qualche volta a brusar un fasseto.

Bettina. No, no, no, ch’el vaga, che el diavolo lo porta.

Catte. Uh povera mata! L’altro zorno l’è passa per cale, e tute ste done le ghe lassava suso i occhi. Se ti vedessi quant’oro ch’el gh’ha su la velada!

Bettina. Voleu fenirla, o voleu che ve manda?

Catte. Via, via, frasconcela, un poco più de respeto.

Bettina. E vu un poco più de giudizio.

Catte. Adesso adesso i pavari i mena le oche a beverae.

Bettina. Siora sì, quando che le oche no le gh’ha cervelo.

Catte. Siora dotoressa de la favetta21! Oh via, la se consola che xe qua el so vecchio. L’ho cognossuo in tel tosser. El me fa voltar el stomego.

Bettina. Mi ghe vogio ben come s’el fusse mio pare, e lu el me tratta come fia.

Catte. Gnanca a ti no te credo ve, mozzina22maledetta!

Bettina. Chi mal fa, mal pensa, sorella cara.

SCENA IX.
Pantalone e dette.

Pantalone. (Di dentro) Putte, se pol vegnir?

Bettina. La vegna, la vegna, sior Pantalon. [p. 421 modifica]

Catte. La nostra casa xe deventada una galarìa. Sempre antigaggie.

Pantalone. Cossa feu, fie mie, steu ben?

Bettina. Mi stago ben, e ela?

Pantalone. Cusì da vecchio.

Catte. Caro sior Pantalon, nol diga sta bruta parola. Lu vecchio? S’el par un omo de quarant’ani! In verità ch’el fa vogia, el consola el cuor. Giusto adesso disevimo ben de elo. Certo no gh’ho lengua bastante de lodarme de la so carità. Se nol fusse elo, poverete nu. Mio mario no vadagna. I vadagni de le done se sa cossa che i xe. No me vergogno a dirlo, ancuo no savemo come far a disnar. El ciel l’ha manda. Sìelo benedetto! Me dónelo gnente?

Bettina. (Che gaìnaaf! Oh che finta!) (da sè)

Pantalone. Cara fia, dove che posso, comandeme; savè che lo fazzo de bon cuor; tiolè sto mezzo ducato, andeve a comprar qualcossa.

Catte. El cielo ghe renda merito. La resta servida, la se comoda. Betina gh’ha da parlar. Vago a comprar una polastra. Bondì a vussustrissima. (Per mezzo ducato se pol far manco che minchionar un vecchio?) (da sè, parte)

SCENA X.
Pantalone e Bettina.

Pantalone. (Sta donna va via e la ne lassa soli. Vardè che poco giudizio. Sta putta no la sta ben in sta casa; ghe remedierò mi). (da sè)

Bettina. Xelo straco? Che el se senta.

Pantalone. Sì ben, fia mia, me senterò; senteve anca vu.

Bettina. Sior sì; farò la mia calza.

Pantalone. Eh, no importa che laorè. Senteve qua e parlè un pochetto con mi. [p. 422 modifica]

Bettina. Se parla co la boca, e no co le man. Vogio mo dir che se pol parlar e laorar.

Pantalone. Brava, sè una putta valente: ma diseme, cara vu, voleu sempre star in casa co vostra sorella?

Bettina. Oh questo po no.

Pantalone. Cossa mo gh’averessi intenzion de far?

Bettina. Mi, sior Pantalon, no me vergogno gnente a dirghe la verità. Mi me voria maridar.

Pantalone. No la xe gnanca cossa da vergognarse. Meggio maridada, che putta. Diseme, fia mia, gh’aveu mo gnente che ve daga in tel genio?

Bettina. Sior sì, gh’averave mi un caeto23 che no me despiase.

Pantalone. Cara fia, chi xelo?

Bettina. Oe, mi no posso taser. El fio de missier Menego Cainelo.

Pantalone. Sentì, Bettina, mi no ve digo che quel putto no sia da ben e de boni costumi; ma bisogna considerar che nol gh’ha mistier. A far i maridozzi se fa presto, ma pò bisogna pensar a quel ch’ha da vegnir. Co no gh’è da magnar, l’amor va zoso per i calcagniag.

Bettina. Pazienza! Se incontrerò mal, ghe penserò mi. I me24 dirà: hastu volesto, magna de questoah.

Pantalone. Oh, quante che ho sentio a dir così, e pò, co le s’ha visto in miseria, piene de fioi e de desgrazie, le ha maledio l’ora, el ponto che le s’ha maridao. No, fia mia, no voggio che ve precipite. Savè che ve voggio ben, ma de cuor; no abbiè tanta pressa. Chi sa, poi esser che ve capita qualche bona fortuna.

Bettina. Eh, sior Pantalon, a una poveretta no ghe pol capitar fortuna.

Pantalone. Una putta onorata pol esser sposada da chi se sia.

Bettina. Xe passà el tempo che Berta filava. Me recordo che [p. 423 modifica] me contava la bon’anema de mia nona, e anca de mia mare, che ai so zorni se stimava più una puta da ben, che una puta ricca. Che quando un pare voleva mandar un fio, el cercava una puta de casa soa, modesta e senza ambizion, e nol ghe pensava nè de nobiltà, nè de bezzi, perchè el diseva che la mazor dota che possa portar una mugier, xe el giudizio de saver governar una casa. Ma adesso se vede luto el contrario. Una povera puta da ben, anca che la sia bela, nissun la varda. Per maridarse ghe vol do cosse; o assae bezzi, o poca reputazion.

Pantalone. No, Bettina, no bisogna giudicar segondo le apparenze del mazor numero. Se fa anca adesso dei matrimoni a l’antiga, ma no i se sa, perchè se parla più dei matti che dei savi. Chi se marida a forza de bezzi, se compra una galìa25 in vita. Chi se marida senza reputazion, se acquista la berlina per sempre; e chi fa far sta sorte de matrimoni, meriterave la forca. Via, non ve vogio sentir a far sta sorte de descorsi. Sappiè che fazzo tanta stima de vu, che se no fusse avanzao in etae, Bettina... sì ben, no gh’averave difficoltà de tiorve mi per mugier.

Bettina. Ben, ben, la ringrazio del so bon amor, (si scosta un poco)

Pantalone. Coss’è? Cossa vol dir? Ve tirè da lonziai. Aveu paura de starme arenteaj?

Bettina. (No voria che la carità de sto vecchio deventasse pelosa).

Pantalone. Orsù, parlemose schietto. Mi v’ho tiolto a proteger per carità. V’ho promesso de maridarve; v’ho promesso dusento ducati; son galantomo, ve ne darò anca tresento, ma no voggio buttarli via, no voggio che ve neghè. Ve torno a dir, colonna mia, che se no ve despiasesse sta etae... se no v’importasse tanto d’un zovene che ve poderia rovinar, e fessi capital d’un vecchio che ve voria tanto ben...

Bettina. Ancuo xe un gran vento. Con grazia, cara ela, che vaga a serar el balcon. [p. 424 modifica]

Pantalone. (Ho inteso, no femo gnente). (da sè)

Bettina. Oimei, se sta meggio.

Pantalone. Coss’è, fia mia, el mio descorso v’ha fatto vegnir freddo? Che cade, parleme schietto; respondeme con libertà.

Bettina. Co la vol che ghe parla schietto, ghe parlerò. Mi fin adesso ho lassà che el me vegna per casa, perchè no m’ho mai insunià che cussì vecchio el se avesse da inamorar: da resto, ghe zuro da puta onorata, che no l’averave lassà vegnir. Se el ben che el m’ha fato, el l’ha fato per carità, el cielo ghe ne renderà merito; ma se el l’ha fato con segondo fin, ghe protesto che l’ha speso mal i so bezzi. Se i dusento ducati per maridarme la me li vol dar de bon cuor, da pare e da galantomo, accetterò la so carità: ma se el gh’avesse qualche segonda intenzion, l’avviso che mi vecchi no ghe ne vogio.

Pantalone. Quel che ho fatto, l’ho fatto volentiera e io farò in avegnir. Sì ben, sarò mi vostro pare; ve tegnirò sempre in conto de fia. Me consolo de vèderve cussì bona, cussì sincera. Me vergogno de la mia debolezza, e bisogna che pianza, no so se per causa vostra o per causa mia.

Bettina. Oh via, sior Pantalon, la vaga a Rialto, che xe tardi.

Pantalone. Sì ben, vago via, ma tornerò. Ve contenteu che torna?

Bettina. Come che l’è vegnù fin adesso, el ghe pol vegnir anca per l’avegnir.

Pantalone. Sì ben, caretta. (le fa uno scherzo)

Bettina. Animo, un poco de giudizio. Se vede ben che i vecchi i torna a deventar puteli.

Pantalone. No so cossa dir. Ve veggio ben, ma no ve credè miga che ve voggia ben per malizia. Ve veggio ben de cuor, e vederè quel che farò per vu. Aspetto Lelio, mio fio, da Livorno. I me scrive ch’el xe riuscio più tosto mal che ben, onde subito ch’el vien, fazzo conto de maridarlo e ritirarme in ti mi loghi, sul Teraggio26. Se vorè, sarè parona de tutto.

Bettina. Mi no vogio tante grandezze. Me basta quel che el m’ha promesso. [p. 425 modifica]

Pantalone. Fia mia, no ve ustinè in te la vostra opinion. Ascoltè i vecchi, e sappiè che la zoventù se precipita per voler far a so muodo. Più che se vive, più s’impara. Mi che ho viveste più de vu, ve posso insegnar. Ve prego, accette i mi conseggi, se no volè accettar el mio cuor. Sième una fia obbediente, se no ve degnè de deventarme mugier. (parte)

SCENA XI.
Bettina, poi Catte.

Bettina. Vogio el mio Pasqualin e no vogio altri. Quello xe da xe da par mio. No vogio entrar in grandezze. Ghe ne xe pur tropo de quele mate che per deventar lustrissime no le varda a precipitarse. I titoli no i dà da magnar. Quante volte se vede la Lustrissima andar per ogio, con un fasseto sotto el zendà e un quarto de farina zala in t’un fazzoleto? Ghe n’è de quele che incontra ben e che de poverete le deventa ricche; ma pò le xe el bèco mal vardàak. La madona27 no le pol veder; le cugnae le strapazza: la servitù le desprezza; el mario se stufa e la lustrissima maledisse la scufia e chi ghe l’ha fata portar.

Catte. Uh, sorela cara, son intrigada morta28.

Bettina. Cossa gh’è? Cossa gh’aveu?

Catte. Oh sia maledeto quando ho lassa quela porta averta.

Bettina. Xe sta porta via qualcossa?

Catte. Eh giusto! Quel sior Marchese che ve diseva, l’ha trovà averto, e el xe vegnù drento a dretura.

Bettina. El xe un bel temerario. Presto, fèlo andar via.

Catte. Oh, figureve! El vien su per la scala. Gh’ho un velen che crepo.

Bettina. E mi gh’ho paura che vu, siora...

Catte. Velo qua ch’el vien. [p. 426 modifica]

SCENA XII.
Il marchese Ottavio e dette.

Ottavio. Buon giorno, giovinette.

Catte. Strissima, sior Marchese.

Ottavio. Siete voi la Catte?

Catte. Siora Cate, per servirla.

Ottavio. E quella è la Bettina vostra sorella?

Catte. Lustrissimo sì.

Bettina. (Suo29 come un vovo fresco). (da sè)

Ottavio. Che vuol dire che non mi saluta nemmeno? (a Catte)

Catte. Povereta! La xe zoveneta, la se vergogna.

Bettina. (Sia malignazo sta casa. Se ghe fusse un’altra porta, anderave via). (da sè)

Ottavio. Bella ragazza, vi riverisco. (a Bettina)

Bettina. Strissima. (con rustichezza)

Ottavio. Ma perchè così poco cortese?

Bettina. Trato come so.

Ottavio. Se siete bella, siate anche buona.

Bettina. O bela o bruta, no son per ela.

Ottavio. (Eppure questa sua sprezzatura mi alletta). (da sè)

Bettina. (Sielo maledeto in te la peruca)al. (da sè)

Ottavio. Signora Catte.

Catte. Lustrissimo.

Ottavio. Beverei volentieri un caffè.

Catte. Caffè nu no ghe ne avemo. Qualche feta de polentina.

Ottavio. Ma la bottega non è molto lontana. Potreste fare il favore d’andarlo a prendere. Tenete. (le dà del denaro)

Catte. Volentiera, lustrissimo.

Bettina. (No no, no stè andar in nissun liogo). (piano a Catte)

Ottavio. Fate portare de’ bozzolai. [p. 427 modifica]

Catte. La vol dir dei buzzolai30. Lustrissimo sì. Cari sti foresti! I gh’ha delle parole che fa innamorar. (parte)

SCENA XIII.
Il marchese Ottavio e Bettina.

Bettina. (Gran poco giudizio de sta mia sorela). (da sè)

Ottavio. Venite qua; sedete. (il Marchese siede)

Bettina. Mi no son31 straca.

Ottavio. Ma perchè volete star in piedi?

Bettina. Perchè vôi vegnir granda.

Ottavio. Grande siete abbastanza. Sarebbe bene che diventaste un poco più grossa.

Bettina. A ela no gh’ho da piaser.

Ottavio. Forse sì.

Bettina. Oh, mi ghe digo de no.

Ottavio. No certo?

Bettina. No seguro.

Ottavio. Ma sedete qui un poco.

Bettina. Non posso in verità.

Ottavio. Non potete? Perchè?

Bettina. Perchè no vogio.

Ottavio. Bene. Dunque mi leverò io.

Bettina. (E mia sorela no vien). (guardando la porta)

Ottavio. Ditemi, sono d’oro quei32) smanigli? (accostandosi)

Bettina. Sior sì, d'oro. (con cera brusca)

Ottavio. Lasciateli un poco vedere.

Bettina. Che el vaga a veder la roba soa.

Ottavio. Non siate così ruvida.

Bettina. Per lu no son nè ruspia, nè molesina.

Ottavio. La mano si tocca per civiltà.

Bettina. Mi no son civil; son ordenaria.

Ottavio. Dunque datemi la mano per ubbidienza. [p. 428 modifica]

Bettina. Che el vaga a comandar a le so massère33.

Ottavio. Io non pretendo comandarvi; ma vi dico bene, che un cavaliere par mio merita più rispetto.

Bettina. Mi no so più de cussi, e se no ghe comoda, che el se la bata.

Ottavio. Mi mandate via?

Bettina. Ohi L’ho mandà che xe un pezzo.

Ottavio. E non pensate che io posso fare la vostra fortuna?

Bettina. Povera la mia fortuna! Sì ben, sti siorazzi co i ha speso diese ducati, i crede de aver fata la fortuna de una puta.

Ottavio. Voi non mi conoscete, e perciò parlate così.

Bettina. Ma, el diga, me vorlo fursi per mugier?

Ottavio. Io no, perchè ho moglie.

Bettina. El gh’ha mugier e el vien in casa d’una puta da ben e onorata? Chi credelo che sia? Qualche dona de quele del bon tempo? Semo a Venezia, sala. A Venezia ghe xe del bagoloam per chi lo vol, ma se va sul liston in Piazza 34; se va dove ghe xe le zelosie e i cussini sul balcon, o veramente da quelle che sta su la porta; ma in te le case onorate a Venezia no se va a bater da le pule co sta facilitae. Vu altri foresti via de qua, co parlè de Venezia in materia de done, le metè tute a mazzo; ma, sangue de diana! no la xe cussì. Le pute de casa soa in sto paese le gh’ha giudizio e le vive con35 una regola, che fursi fursi no la se usa qualche altro liogo. Le pute veneziane le xe vistose e matazze36; ma in materia d’onor dirò co dise quelo:

     «Le pute veneziane xe un tesoro.
     Che no se acquista cussì facilmente.
     Perchè le xe onorate, come l’oro;
     E chi le vol far zoso, no fa gnente.
     Roma vanta per gloria una Lugrezia,
     Chi vol prove d’onor, vegna a Venezia».

[p. 429 modifica]

Ottavio. Brava la mia Bettina. (accostandosi)

Bettina. Ghe digo che la tenda a far i fati soi.

Ottavio. Guardate questi orecchini. Vi piacciono? (tira fuori di lasca uno scatolino con un paio di pendenti di diamanti)

Bettina. Gnente affato.

Ottavio. Se li volete, sono vostri.

Bettina. Che el se li peta.

Ottavio. Sono diamanti, sapete?

Bettina. No me n’importa un figo.

Ottavio. Oh via, v’intendo. Vorrete comprarli a vostro modo. Tenete questa borsetta di zecchini, (le mostra una piccola borsa)

Bettina. A mi i bezzi no me fa gola.

Ottavio. Ma che cosa vi piace?

Bettina. La mia reputazion.

Ottavio. Pregiudico io la vostra riputazione?

Bettina. Sior sì; un cavalier in casa d’una povereta se sa che nol va per fogie de porian.

Ottavio. Vi mariterò.

Bettina. No gh’ho bisogno de ela.

Ottavio. Credete che io non sappia che siete innamorata di Pasqualino, figlio di Catinello?

Bettina. Se el lo sa, gh’ho gusto che el lo sapia. Vogio ben a quello, e no vogio altri.

Ottavio. Ora sappiate che Catinello è mio barcaiuolo.

Bettina. De questo no me n’importa gnente.

Ottavio. Vedete che io posso contribuire alla vostra felicità.

Bettina. In tel nostro matrimonio no la gh’ha da intrar nè poco, ne assae.

Ottavio. Io vi posso anche dare una buona dote.

Bettina. Ghe digo che no gh’ho bisogno de ela.

Ottavio. Ah sì, avete il vostro mercante. Di quello avete bisogno. Quello vi gradisce.

Bettina. Quelo xe un omo vecchio. El m’ha cognossua da putela, e la zente no pol pensar mal. [p. 430 modifica]

Ottavio. Orsù, meno ciarle. Viene egli in casa vostra? Ci posso e ci voglio venire ancor io.

Bettina. In casa mia?

Ottavio. In casa vostra.

Bettina. La sarave bela!

Ottavio. La vedremo.

Bettina. Me ne rido de ela e de cinquanta de la so sorte. Qua ghe xe bona giustizia, e no gh’ho paura de bruti musi, sala? E se no la gh’averà giudizio, sta doneta, sti do soldi de formagio37, ghe lo farà acquistar, e farà che la se recorda, fin che la vive, de Betina veneziana.

Ottavio38. (Costei è un diavolo). (da sè) Ma ecco il caffè.

SCENA XIV.
Giovine col caffè e biscottini, e detti.

Giovine. Strissima.

Ottavio. Favoritemi. Bevete un caffè. (a Bettina)

Bettina. Mi no gh’ho bisogno del so caffè. Gh’ho un tràiero39 anca mi da cavarme una vogia.

Ottavio. Ma bevetelo per farmi piacere.

Bettina. Giusto per questo no lo vogio bever. E ti sa, toco de sporco, se ti vegnirà più in sta casa, te buterò zo per la scala. (al giovine)

Giovine. M’ha mandao siora Catte...

Bettina. Siela maledia ela, ti, e sto lustrissimo de faveta40.

Ottavio. Eh via, siate buona, bevete il caffè, e poi me ne vado subito.

Bettina. No vogio bever gnente. Credeu che no sapia l’usanza de vualtri siori? Subito per le boteghe: oe, sono stato dalla [p. 431 modifica] tale, gh’ho pagato il caffè; sono stato in conversazione; gh’ho toccato la mano. Eh, poveri sporchi! Betina no se mena per lengua.

Ottavio. Ma io non sono di quelli.

Bettina. O de quei, o de quei altri, batevela, che fare megio.

Ottavio. Bevete il caffè.

Bettina. No vogio.

Ottavio. Non mi fate andare in collera.

Bettina. Varè41 che casi!

Ottavio. Quest’è un affronto.

Bettina. No so cossa farghe.

Ottavio. Me la pagherete.

SCENA XV.
Arlecchino e detti.

Arlecchino. Coss’è sto strepito? Coss’è sto negozio? (osserva il caffè e i biscottini)

Ottavio. Chi siete voi?

Arlecchino. Son el patron de sta casa.

Ottavio. Il marito forse della signora Catte?

Arlecchino. Per servirla.

Ottavio. Oh caro galantuomo! Lasciate che io teneramente vi abbracci. Siete arrivato in tempo da farmi ragione. Vostra cognata con poca civiltà ricusa di bevere un caffè, ch’io mi son preso la libertà di far portare in vostra casa.

Arlecchino. Nostra cugnada ricusa de bever el caffè? Via, senza creanza, bevì42 quel caffè. (a Bettina)

Bettina. Uh, puoco de bon! Me maravegio dei fati vostri. No vôi bever gnente.

Arlecchino. Orsù, sta differenza l’aggiustare mi. Èla contenta? Se remettela in mi? (ad Ottavio) [p. 432 modifica]

Ottavio. Benissimo, in voi mi rimetto.

Arlecchino. Dà qua quel caffè, qua quei buzzolai. (al giovine) La osserva e la considera la prudenza dell’omo. Mia cugnada no voi gnente, e quando la donna no la vol, ustinada, no la vol. Mandarli indrio sarave un affronto a vussustrissima, onde per giustar la faccenda de sto caffè e de sti buzzolai, me ne servirò mi; e che sia la verità, la staga a veder e la giudichi del spirito de sto toco d’omo. (va mangiando i biscottini bagnati nel caffè)

Ottavio. Bravo, mi piace. (Costui mi pare a proposito per il mio bisogno). (da sè)

Bettina. Postu magnar tanto tossego.

Ottavio. (Sarà meglio che mi vaglia di lui, che ha della autorità sopra la cognata). (da sè)

Arlecchino. (Seguita il fatto suo.) (da sè)

Bettina. (No vedo l’ora d’andar via da sta zente).

Ottavio. Amico, buon prò vi faccia. (ad Arlecchino)

Arlecchino. Vedelo? Adesso xe giusta tutto. Gh’ala con mia cugnada qualche altra differenzia43 de sta natura? (il giovine caffettiere parte)

Ottavio. (Ho da parlarvi da solo a solo). (piano ad Arlecchino)

Ar1ecchino. Siora cugnada, poderessi far la finezza de44andar via de qua?

Bettina. Mi stago qua de casa.

Arlecchino. No la vol andar via? Femo una cossa; troveremo un altro mezzo termine per giustar anca questa. Anderemo via nu. (ad Ottavio)

Ottavio. Farò come volete. Andiamo pure.

Bettina. (Magari a quarti, co fa la luna). (da sè)

Ottavio. Bettina, vi saluto.

Bettina. Strissima. (con sprezzatura)

Ottavio. Siete pur vezzosa.

Bettina. (El xe pur mato). (da sè)

Ottavio. Eppure vi voglio bene. [p. 433 modifica]

Bettina. (E pur no lo posso veder). (da sè)

Ottavio. Spero che un giorno vi moverete a pietà.

Bettina. (Spero che un zomo i lo ligherà a l’ospeal). (da sè)

Ottavio. Amico, andiamo.

Arlecchino. La vaga, che la perseguito.

Ottavio. Bettina, vi lascio il core. (parte)

Bettina. Magari ch’el lassasse anche la coraela.

Arlecchino. Vardè se sì matta! Recusar el caffè, recusar i regali. Una povera putta recusar le finezze d’un cavalier! Eh, cugnada cara, se farè cussì, farè la muffa. (parte)

SCENA XVI.
Bettina sola.

Gran desgrazia de nualtre pute! Se semo brute, nissun ne varda; se semo un puoco vistose, tuti ne perseguita. Mi veramente no digo d’esser bela; ma gh’ho un certo no so che, che tuti me corre drio. Se avesse volesto, saria un pezzo che saria maridada, ma al tempo d’adesso ghe xe puoco da far ben. Per el più la zoventù i xe tuti scavezzacoli. Ziogo, ostaria e done, queste xe le so più bele virtù. Tanti se marida per quela poca de dota, i la magna in quattro zorni, e a la mugier, in vece de pan, tonfiao maledeti. E pur anca mi me vôi maridar, e credo che el mio no l’abia45 da esser compagno dei altri. Basta, sia come esser se vogia, no me n’importa. Dise el proverbio: Chi contenta46, gode. Xe megio magnar pan e ceola47 con un mario che piase, che magnar galine e caponi con un omo de contragenio. Sì ben, soto una scala, ma col mio caro Pasqualin. (parte) [p. 434 modifica]

SCENA XVIII.
Strada.
Il marchese Ottavio incontrandosi con Pasqualino.

Pasqualino. M’ha dito sior pare che Vussustrissima me cercava. Son qua a recever i so comandi.

Ottavio. Ah, siete voi figlio di Catinello?

Pasqualino. Lustrissimo sì, per servirla.

Ottavio. Bravo, mi piacete. Siete un giovine ben fatto.

Pasqualino. Tuta bontà de Vussustissima.

Ottavio. Ditemi, avete verun impiego?

Pasqualino. Lustrissimo no. Fin adesso mia mare m’ha mandà a scuola. Ho impara a lezer e a scriver, e un puoco de conti; ma mio pare vuol che fazza el barcariol. Mi no so vogar. Sto mistier48 no me piase, onde me racomando a la protezion de Vussustrissima, che la me lazza la carità d’impiegarme in qualcossa anca mi, gramo zovene, che me possa inzegnar.

Ottavio. Avete abilità da tener una scrittura?

Pasqualino. M’inzegnerò.

Ottavio. Avete buon carattere?

Pasqualino. No fazzo per dir, ma scrivo stampatelo.

Ottavio. E bene, vi terrò al mio servizio. Averete due incombenze. Copierete le lettere e terrete i libri della scrittura di casa.

Pasqualino. Grazie a la bontà de Vussustrissima. Spero che no la s’averà da doler de mi.

Ottavio. Ma ditemi, caro... Pasqualino, non è vero?

Pasqualino. Ai comandi de Vussustrissima.

Ottavio. Vorrei che mi parlaste con sincerità.

Pasqualino. Mi la sapia che busie no ghe ne so dir.

Ottavio. Mi è stato detto che siete innamorato, è vero?

Pasqualino. Gh’ala paura che no fazza el mio debito? Anca che fusse inamorà, no ghe saria pericolo che abandonasse el mezzà. [p. 435 modifica]

Ottavio. Non dico per questo; ma anzi, amando io la vostra persona, bramerei di sapere se siete innamorato con idea di ammogliarvi e stabilirvi in casa mia colla moglie ancora.

Pasqualino. (Oh magari!) (da sè) Per dirgliela, lustrissimo, ho fato l’amor a una puta e ghe vogio ben, e se podesse, la tioria volentiera.

Ottavio. È giovine da bene e onorata?

Pasqualino. Come l’oro.

Ottavio. Non occorr’altro. Sposatela e assicuratevi della mia protezione.

Pasqualino. Oh sielo benedeto! Vedo veramente che la me vol ben.

Ottavio. Ha dote questa ragazza?

Pasqualino. Un vecchio gh’ha promesso dusento ducati.

Ottavio. Non è bene che cotesto vecchio le dia la dote. I dugento ducati glieli darò io.

Pasqualino. Oimè! Sento che l’alegrezza me sera el cuor.

Ottavio. In casa mia vi sarà destinata la vostra camera. Vostra moglie terrà le chiavi di tutto, e voi, se averete giudizio, sarete più padrone che servitore.

Pasqualino. Mi resto incantà.

Ottavio. Addio, Pasqualino, portatevi bene. Andate a ritrovare la vostra sposa e sollecitate le vostre nozze. I giovani stanno meglio colla moglie al fianco. Badano più al loro dovere. (O per una via, o per l’altra, Bettina verrà senz’altro nelle mie mani). (da sè)

Pasqualino. Lustrissimo, no so cossa dir. Vedo che la me vol un gran ben.

Ottavio. Oh, se sapeste quanto bene vi voglio! Basta, un giorno lo saprete. (parte)

SCENA XVIII.
Pasqualino, poi Menego.

Pasqualino. Cossa mai porlo far de più? Darme do cariche in t’una volta, tiorme in casa, maridarme, darme la dota! Porlo far de più? De ste fortune se ghe ne trova poche. [p. 436 modifica]

Menego. Coss’è, sior canapioloap dal tabarielo?Seu gnancora stufo de sticarlaaq da cortesan? Me par che sarave ora de meterve la valesana, la vostra baretina rossa, e col vostro cievoleto49 in man trarve fuora e laorar per el mastegoar.

Pasqualino. Eh, missier pare, altro che valesana e bareta rossa! Deboto me vedere co la peruca, col tabaro de scartato e co la penna in recchia.

Menego. Comuodo? Senza che mi sapia? Coss’è sta novitae? Caro sior, la me la conta.

Pasqualino. El lustrissimo sior Marchese, nostro paron, m’ha tiolto in tel so mezà.

Menego. E a mi no se me dise gnente? Cossa songio mi? Un pampanoas?

Pasqualino. Col ve vederà, el ve lo dirà. No gh’ave gusto, messier pare, che sia impiegao?

Menego. Gh’averave gusto, se te vedesse monta su una poppe; se te vedesse a un tragheto, o in casa de qualche paron; e far el mestier che fa to pare, che ha fato to nono, to bisnono, e tutta la nostra famegia. Cossa credistu, toco de frasca, ch’el mistier deat barcariol no sia onorato e civil? Pezzo de mato! Nualtri servitori de barca in sto paese formemo un corpo de zente, che no se trova in nissun altro paese del mondo. Servimo, xe vero, ma el nostro xe un servir nobile, senza isporcarse le man. Nualtri semo i secretari più intimi dei nostri paroni, e no gh’è pericolo che da la nostra bocca se sapia gnente. Nu semo pagai più dei altri, mantegnimo le nostre case con proprietà; gh’avemo credito coi boteghieri; semo l’esempio de la fedeltà; semo famosi per le nostre bote50, e per la prontezza del nostro inzegno; e sora tuto semo tanto fedeli e sfegatai per la nostra patria, che sparzeressimo per ela el [p. 437 modifica] sangue, e faressimo custion co tuto el mondo, se sentissimo a dir mal de la nostra Venezia, che xe la regina del mar.

Pasqualino. Xe vero, disè ben; lodo el vostro mistier, ma mi no lo so far.

Menego. Se no ti lo sa, imparelo; nissun nasse maestro, e l’omo fa tuto quelo ch’el vol.

Pasqualino. Ma v’ho da dir un’altra cossa, messier51 pare.

Menego. Dì suso mo.

Pasqualino. El paron me voria maridar.

Menego. Via, sporco! Maridarle! Come! Con che fondamento? Co la protezion del paron? Sì ben, ghe ne xe tanti e tanti che se marida co la dota de la protezion, ma pò cossa succede? El protetor se stufa; la dota va in fumo; la mugier la xe mal usada, e el mario patisse el dolor de testa. Tra de nu no se fa sta sorte de matrimoni. Le nostre mugier le xe poverete, ma da ben; polenta, ma a casa soa; sfadigarse, ma viver con reputazion; portar la bareta rossa, ma col fronte scoverto, senza che gnente ne fazza ombra. Abi giudizio: no far che te senta mai più a dirme che ti te vol maridar. Parechiete a montar in poppe d’una gondola o d’un batelo, o a rampegarte su le scale de corda a piantar la bandiera sul papafigo. (parte)

Pasqualino. Che vol dir, in bon venezian, andar per mozzo su una nave. Pazienza. Tuto soporterò, ma xe impossibile che lassa la mia Betina. Mio pare me fa paura, ma se vol el paron, bisognerà che anca lu el se contenta. El me dise de la protezion, del dolor de testa, e de la reputazion. So benissimo cossa che el vol dir, ma mi digo che una mugier onorata poi star anca in mezo d’una armada; e ho leto a sto proposito un poeta venezian, che dise:

               «L’omo sora la donna gnente pol,
               «Se la donna co l’52omo gnente vol.

Fine dell’Atto Primo.


Note dell'autore
  1. Quando sono pagato
  2. Uomo alla mano e generoso.
  3. Dilicatissima in cose d’onore.
  4. Nata.
  5. Aver el primo. Modo di dire, tratto da chi vince gli altri concorrenti nella gara del vogare che dicesi regata.
  6. Calumarse drio. Calarsi dietro a uno.
  7. Aver l’ultimo premio nella regata, ch’è un porcellino.
  8. È una fabbrichetta di tavole sopra il tetto, o sporta in fuori dalla facciata d’alcune casette, sulla quale si mettono ad asciugare i pannilini.
  9. Uomo bassotto.
  10. Si mescola.
  11. Ecco qua.
  12. Che modi.
  13. Ritto in piedi.
  14. Rompicollo, scorretto.
  15. L’anello.
  16. Stabilire e eseguire a un tratto.
  17. Il bucato.
  18. Rigattiere, venditore di panni vecchi e robe adoperate.
  19. Femmine di mondo, ma delle più vili.
  20. Che hanno concorso.
  21. La fanno male.
  22. Fermarsi, tirarsi indietro.
  23. Si fallisce.
  24. Cortigiane, che menano pel naso gli uomini semplici.
  25. Batter l’azzalin, significa ruffianare.
  26. Vedete.
  27. Dicesi di chi ha da sparlare d’un congiunto, che dicendo male di lui, svergogna anche se stesso.
  28. Schiaffi.
  29. Qua e là.
  30. In grande abbondanza.
  31. I paperi meneranno le oche a bere, è proverbio toscano. Significa, i più giovani daranno norma ai più attempati.
  32. Scozzonata.
  33. Si dimentica, viene a noia.
  34. Chi così ha voluto, così abbia. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.
  35. V’allontanate.
  36. Appresso.
  37. Essere il mal veduto da tutti di casa.
  38. Maledizione che si usa da certi della plebe su signorotti.
  39. Passatempo.
  40. Non ci va per nulla o per poco, come sono le buccie de’ porri.
  41. Pugna.
  42. Signorino, galante, ridicolo.
  43. Ingegnarsi d’apparire da qualche cosa
  44. Per aver di che mangiare.
  45. Pampino, e significa qui: uomo da nulla, da non farne caso.
  46. Motti, facezie.
Note dell'editore
  1. L’ediz. Bettinelli non dice Ottavio e Beatr., ma il Marchese e la Marchesa.
  2. Così Bettin. e Zatta; Paper. e le altre edd.: dich’io.
  3. Mal di matrice, male isterico. V. Boerio.
  4. Il Ridotto veneziano.
  5. Bettin.: sottila.
  6. Palco dei giudici, e perciò meta della corsa, nella regata. Qui allegoricamente. V. Boerio e infiniti altri scrittori.
  7. Come, quanto.
  8. Bettin.: da i.
  9. Bettin. e Paper. sbagliano stampando voressistu.
  10. Sav. e Zatta: so.
  11. Savioli e Zatta: sogio.
  12. Sav. e Zatta: un bon putto.
  13. «Detto met. So come va l’affare; Capisco ecc.»: Boerio cit.
  14. Sav. e Zatta: credeu, che.
  15. Resina; qui, per metafora, significa frode. V. Boerio.
  16. Zatta: Oh bondì sior.
  17. Così Sav. e Zatta; Paper. ecc.: non ho.
  18. Intere. Idiotismo: v. Boerio.
  19. Magnamaroni significava ruffiano, bertone: V. Boèrio.
  20. Dar noia. Mare significa madre e anche matrice. V. Boerio, Diz. cit.
  21. Di pura apparenza: così conte favetta, principe de la favetta. Cfr. Boerìo.
  22. Fraschetta, astuta: Boerio.
  23. Dimin. di cao, capo.
  24. Sav. e Zatta: I mii.
  25. Galera.
  26. Terraglio o strada del terraglio, ricca di ville, da Mestre a Treviso.
  27. Suocera.
  28. Imbarazzatissima.
  29. Sudo.
  30. Ciambelle e altre paste.
  31. Sav. e Zatta qui e dopo: so.
  32. Zatta: quelli.
  33. Massèra, serva.
  34. Lista della piazza di S. Marco, a fianco delle Procuratie, dov’era il passeggio.
  35. Sav. e Zatta: co.
  36. Sav. e Zatta hanno solo: vistose.
  37. Figura e persona di piccolo conto.
  38. Mancano nelle edd. Sav. e Zatta queste parole di Ottavio.
  39. Più comunemente tràgiaro o traro, «piccolissima moneta d’argento di bassa lega, che valeva cinque soldi, cioè la quarta parte d’una lira»: Boerio, Diz. cit. e altri.
  40. Vedi nota I a pag. 420.
  41. Guardate.
  42. Così nelle edd. Savioli e Zatta; Bettin., Paper, ecc. hanno per isbaglio: bevi.
  43. Bettin.: deferenza.
  44. Bett.: da; Sav. e Zatta: di.
  45. Sav. e Zata: no abbia.
  46. Così tutte le edd., invece di: Chi se contenta ecc.
  47. Cipolla.
  48. Sav. e Zatta: mestier.
  49. Remo  1
    1. In lingua furbesca. Propriamente: piccolo cefalo. V. Boerio.
  50. Sav. e Zatta: del.
  51. Sav. e Zatta: missier.
  52. Tutte le edd.: col.
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