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426 ATTO PRIMO

SCENA XII.
Il marchese Ottavio e dette.

Ottavio. Buon giorno, giovinette.

Catte. Strissima, sior Marchese.

Ottavio. Siete voi la Catte?

Catte. Siora Cate, per servirla.

Ottavio. E quella è la Bettina vostra sorella?

Catte. Lustrissimo sì.

Bettina. (Suo1 come un vovo fresco). (da sè)

Ottavio. Che vuol dire che non mi saluta nemmeno? (a Catte)

Catte. Povereta! La xe zoveneta, la se vergogna.

Bettina. (Sia malignazo sta casa. Se ghe fusse un’altra porta, anderave via). (da sè)

Ottavio. Bella ragazza, vi riverisco. (a Bettina)

Bettina. Strissima. (con rustichezza)

Ottavio. Ma perchè così poco cortese?

Bettina. Trato come so.

Ottavio. Se siete bella, siate anche buona.

Bettina. O bela o bruta, no son per ela.

Ottavio. (Eppure questa sua sprezzatura mi alletta). (da sè)

Bettina. (Sielo maledeto in te la peruca)a. (da sè)

Ottavio. Signora Catte.

Catte. Lustrissimo.

Ottavio. Beverei volentieri un caffè.

Catte. Caffè nu no ghe ne avemo. Qualche feta de polentina.

Ottavio. Ma la bottega non è molto lontana. Potreste fare il favore d’andarlo a prendere. Tenete. (le dà del denaro)

Catte. Volentiera, lustrissimo.

Bettina. (No no, no stè andar in nissun liogo). (piano a Catte)

Ottavio. Fate portare de’ bozzolai.

  1. Maledizione che si usa da certi della plebe su signorotti.
  1. Sudo.