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430 ATTO PRIMO

Ottavio. Orsù, meno ciarle. Viene egli in casa vostra? Ci posso e ci voglio venire ancor io.

Bettina. In casa mia?

Ottavio. In casa vostra.

Bettina. La sarave bela!

Ottavio. La vedremo.

Bettina. Me ne rido de ela e de cinquanta de la so sorte. Qua ghe xe bona giustizia, e no gh’ho paura de bruti musi, sala? E se no la gh’averà giudizio, sta doneta, sti do soldi de formagio1, ghe lo farà acquistar, e farà che la se recorda, fin che la vive, de Betina veneziana.

Ottavio2. (Costei è un diavolo). (da sè) Ma ecco il caffè.

SCENA XIV.
Giovine col caffè e biscottini, e detti.

Giovine. Strissima.

Ottavio. Favoritemi. Bevete un caffè. (a Bettina)

Bettina. Mi no gh’ho bisogno del so caffè. Gh’ho un tràiero3 anca mi da cavarme una vogia.

Ottavio. Ma bevetelo per farmi piacere.

Bettina. Giusto per questo no lo vogio bever. E ti sa, toco de sporco, se ti vegnirà più in sta casa, te buterò zo per la scala. (al giovine)

Giovine. M’ha mandao siora Catte...

Bettina. Siela maledia ela, ti, e sto lustrissimo de faveta4.

Ottavio. Eh via, siate buona, bevete il caffè, e poi me ne vado subito.

Bettina. No vogio bever gnente. Credeu che no sapia l’usanza de vualtri siori? Subito per le boteghe: oe, sono stato dalla

  1. Figura e persona di piccolo conto.
  2. Mancano nelle edd. Sav. e Zatta queste parole di Ottavio.
  3. Più comunemente tràgiaro o traro, «piccolissima moneta d’argento di bassa lega, che valeva cinque soldi, cioè la quarta parte d’una lira»: Boerio, Diz. cit. e altri.
  4. Vedi nota I a pag. 420.