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Istoria dell'Imperio dopo Marco (De Romanis)/Libro VI

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Libro V Libro VII

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dell’imperio

DOPO MARCO.

LIB. VI.


argomento.


Severo Alessandro sotto la tutela della madre e della nonna amministra modestissimanente l’imperio, ajutato da consiglieri scelti dal senato, i quali ogni sagra e profana cosa al suo antico stalo restituirono. Tolse moglie ai nobiltà patrizia, colla quale in seguito fece divorzio per volere della madre, a cui in tutto obbediva. Indi, movendo guerra Artaserse re de’ persiani, e andando avanti e indietro ambascerie, partì per l’Asia, e, divise le sue trippe in tre corpi , entrò nel paese nemico , ma perdutavi moltissima gente, se ne tornò in Antiochia. Di là è richiamato in Europa, per avere i tedeschi passato il Reno e il Danubio, e mossa guerra a’ romani. E quivi, non essendo secondato dalla fortuna, Massimino comandante delle reclute, uomo peritissimo della militare disciplina, lo uccide, e si fa eleggere imperadore.


Abbiam noi nel precedente libro raccontato come finisse di vivere Antonino, ch’era il maggior de’ fratelli. Dopo di lui Alessandro assunse il nome e tutti i distintivi d’imperadore. Gli affari però del governo si risolvevano dalle principesse, che ponevano ogni lor cura a trattargli con modestia e con gravità. E da principio elessero sedici senatori di età matura e di vita irriprensibile per assessori e consiglieri del principe, e alla loro autorità commisero l’esercizio del sovrano potere. La quale previdenza fu as[p. 197 modifica] sai cara al popolo, a’ soldati, e al senato, vedendo che il principato da obbrobriosa tirannide si era ridotto in mani d’uomini probi e virtuosi. Si cominciò dal riporre ne’ luoghi sagri e ne’ tempj le immagini di quelli dei che ne avea Antonino rimossi. Indi tutti coloro che indegnamente erano stati promossi agli onori ed alle dignità, furono privati del non meritato grado e restituiti a quelle arti che aveano abbandonato. L’amministrazione civile e l’autorità giudiziaria fu commessa a’ uomini di leggi e di ragion peritissimi, e i posti della milizia aggiudicati a que’ militari che si eran distinti nella guerra.

Essendo stato per lungo tempo in tal guisa retto l’imperio, Mesa, già pienissima d’anni, lasciò questa vita , ed ebbe esequie da imperadrice: e, secondo si usa far da’ romani, venne indiata. Mammea, vedendosi restata sola alla tutela del figliuolo, attendeva a reggere lo stato conia medesima moderazione. E vedendo che il giovinetto avea già preso un certo tuono di autorità, si pose in timore che la vivezza della fervida età ingagliardita dal potere supremo e dalla licenza di tutte lp cose non lo ritraesse a insozzire nella bruttura delle fraterne cattività, e perciò spiava diligentemente quei che gli eran dintorno, nè permettea che gli fosse [p. 198 modifica] presentata persona, i cui costumi incorrere potessero la taccia del menomo sospetto, per esser ella di fermissima opinione, che la buona indole di lui andrebbe a corrompersi dietro le adulazioni e le lusinghe di coloro che adescarebbero il suo giovenile appetito colla malia delle libidini. Lo consigliava dunque a occuparsi pili che poteva assiduamente dell’amministrazione della giustizia, sicura che quell’assidua applicazione a opere oneste ed a un principe necessarie non gli avrebbe lasciato spazio sufficiente di attendere a cose viziose.

Alessandro però avea sortito dalla natura un carattere assai buono, ed era tutta mansuetudine e modestia, nè mai si smentì in tutto il corso della sua vita. Quattordici anni tenne l’imperio senza versare il sangue neppure di un solo. E benché molti fossero giudicati rei di enormi misfatti, non gli patì mai l’animo di fargli punire di morte. Lo che non rinverremo aver fatto nessuno de’ successori di Marco. E in sì lungo regno, molto meno vi è esempio, di persona ch’egli facesse morire senza processo. Rissava spesso colla madre, rampognandola gravemente della dismisurata avidità sua di denaro. Che fignendo Mammea di accumulare per aver sempre in pronto da che empiere le mani di Alessandro onde potesse largheggiare co’ sol[p. 199 modifica] dati, avea più veramente tesaurizzato per se medesima. E macchiò alquanto la fama del figliuolo il vedere che suo malgrado, e mentre ch’era contro la madre crucciato, non si trattenesse l’avara donna dal porre fraudolenlemente le mani sopra i beni altrui e le eredità. Ella poi avendo data in moglie ad Alessandro una damigella di nobilissimo legnaggio, e ch’esso amava di amor sopragrande, la scacciò non molto dopo villanamente di palazzo, ambendo di portare sola il nome di augusta, e avendo a male che con lei ne partecipasse anche la nuora. E tanto procedette nelle ingiurie che il padre della sposa, uomo di molta autorità presso il genero, non potendo più reggere alle villanìe ch’esso e la figliuola doveano ogni giorno soflerire, se ne fuggì in campo, gridando ch’era pien di obblighi verso Alessandro per l’onore compartitogli, ma non esser più in istato di sopportare l’oltraggioso orgoglio della madre. Onde la donna, venutane in furore, dette ordine che fosse ucciso; e, cacciata via là fanciulla, confinolla nell’Affrica.

Le quali cose tutte si faceano contro la voglia di Alessandro, non essendo egli in grado di opporsi alla madre, di sua natura imperiosa e assuefatta a vedersi obbedire da lui, che in questo solo si vuol riprendere di avere usato a suo [p. 200 modifica] riguardo una soverchia bontà e riverenza, compiacendola eziandio contro i dettami della propria coscienza. Avendo in si fatto modo governato l’imperio per lo spazio di tredici anni, senza che in quanto a lui si levasse il menomo lamento, eccoti all’improviso venir lettere di Sorìa e di Mesopotamia, nelle quali quei generali davan nuova: Che Artaserse re de’ persiani ave a debellato i parti, e privato del regno e della vita Artabano loro re, che il primo ebbe nome di gransignore, e due diademi adoperava, e che quindi procedendo innanzi si era sottomessi tutti i popoli vicini, e se gli avea renduti tributarj: non bastato il Tigri a fare argine alle sue escursioni, ma che valicatolo scorrea sopra quel de’ romani, saccheggiava la Mesopotamia, e minacciava la Siria, dicendo che tutto ilcontinente eli è situato fra il mare Egèo e l’Ellesponto, e che guarda l’Europa, e Asia si chiama, fu proprietà de’ suoi maggiori, e come tale volerlo ripigliare, per tenersi in obbligo di ricuperare alla persiana monarchia nella sua integrità questo tratto di paese, che da Ciro il quale trasferì l’imperio da’ medj ne’ persiani fino all’ultimo Dario vinto da Alessandro, era stato governato da’ satrapi della sua nazione. [p. 201 modifica]

Questa inaspettata invasione perturbò grandemente Alessandro giovinetto educato sempre tra la pace e le delicatezze della città. E perciò, sentito il consiglio degli amici, rimasero di spedirgli ambasciadori con lettere per raffrenarne in qualche modo l’audacia. Le lettere furono scritte in questa sentenza: Dover lui viver contento entro il suo regno, nè tentare cose nuove, eccitando guerre da vana speranza sollevato: si appaghi di quel tanto che gli ha posto in mano la fortuna, nè voglia arrestarne il corso col provocare i romani, che sono altra foggia di soldati che i barbari suoi vicini e attinenti. Finalmente gli si rammentavano le vittorie riportate contro di loro da Augusto, da Trajano, da Lucio, e da Severo.

Con simili lettere si dava a credere Alessandro di spaventare il barbaro re, e così ridurlo a proposizioni di pace. Ma egli, facendosene beffe, e di ferma opinione che le questioni si avessero a decidere colle armi e non colle parole, scorrea più feroce le provincie romane, ponendo tutto a saccheggio, e guasta e predata la Mesopotamia, s’inanimì a espugnare lo stesso campo romano , che sulle ripe de’ fiumi guardava i limiti dell’imperio. E uomo qual’era di natura borioso, vedendo andar le cose assai meglio che non avrebbe creduto, si erge a alle imprese le [p. 202 modifica] più sublimi, e già tutto il mondo coll’animo suo calpestava. E certo non erano cagioni di piccolo momento quelle che lo muoveano. Primo ardi guerreggiare i parti, e, vintigli, restituire quella monarchia che dopo Dario, espulso da Alessandro, goduta fu da’ macedoni suoi successori, che si divisero tra loro l’Asia tutta e l’Oriente, e che quindi dalle discordie indeboliti, venne in mano del parto Arsace; il quale riesci persuadere que’ popoli a ribellarsi da loro, e presa la corona col comun consenso de’ parti e loro vicini tenne il regno, che dopo una lunghissima serie di anni pervenne a giorni nostri in Artabano. Artaserse dunque, privato avendo questo Artabano della vita e dello stato, e sottomessi colla forza i vicini popoli, tenea alta la fronte, e provocava tutto il poter de’ romani.

Avvertitone Alessandro che si trovava in Roma, fu di avviso non più convenirsegli sopportare quella barbarica arroganza, come pure dover fare caso delle continue chiamate de’ suoi generali, e perciò, benché di malavoglia, si ammanai alla spedizione. In Italia dunque e in tutte le provincie si attendeva ad arruolare gente vigorosa, e di fresca e robusta età, e si metteva sossopra tutto quanto l’imperio per fare una coscrizione sufficiente a pareggiare le ster[p. 203 modifica] minate forze, del nemico. Intanto Alessandro, fotta venire nel campo tutta la guarnigione di Roma, ascese il tribunale, e in tal forma parlò: Io desidererei, o mici soldati e compagni, discorrervi, come fo sempre, di cose che, aggiungendomi ornamento, recassero a voi che mi ascoltate soddisfazione e piacere. Imperocché, quante volte meco stesso pensando riguardo, quanto lungamente siete voi stati in perfettissima pace, tante conosco che le presenti inaspettate notizie saranno al vostro giudizio gravi e noiose. Ma benché, uomini quai voi siete valorosi e fortissimi, debbano elevare l’animo loro alle più alte speranze, gli è però egualmente duopo trarlo a se per emendare il peccato della fortuna. La quale, con quanta più forza è sostenuta nella necessità, di tanta maggiore gloria ricuopre, e non dissimil dolcezza ne porge, di quella che è usata far sentire a coloro che favorisce. Aggiugnete, che in quel modo che l’offensore si sente stimolare da’ rimorsi della sua coscienza, l’offeso si conforta e si francheggia sotto l’usbergo del sentirsi puro. Un certo Artaserse di Persia, dopo avere assassinato Artabano suo padrone, ed usurpatone il regno, si fa beffe delle forze e della maestà dell’imperio, e ardisce fare strazio e scempio delle nostre provincie. Io [p. 204 modifica] primieramente m’ingegnai di persuaderlo per lettere a non esser sì pazzamente cupido dell’altrui. Ma egli, infellonendo con insolenza barbarica, si gittò fuori de’ suoi stati, provocandoci alla guerra. Non indugiamo dunque, ma ci affrettiamo di venir seco alle mani, ponendo mente co’ vecchi soldati alle vittòrie che sotto Severo, ed Antonino mìo padre abbiam di loro riportate, e co’ giovani intendiamo a cuoprirci della medesima gloria, per far palese che sapp iam contenerci con moderazione nella pace, e, bisognando, guerreggiar da valorosi la guerra. Imperocché se i barbari infieriscono appresso a quelli che mostrano temergli, incodardiscono egualmente innanzi a coloro che volgon loro la fronte. Ned essi si riprometton vittoria col pettoreggiare il nemico, ma scorrazzando e fuggendo, sipajon far molto se son riesciti a rubare. Noi però siam di tutto provisti, nè ci occorre di apprender l’arte di vincerli e di sbaragliarli. Il discorso di Alessandro fu accolto da’ soldati con grida di gioja, e tutti si mostrarono prontissimi a uscire in campagna. Egli allora, dato loro doppio soldo, comandò che si disponessero a marciare. Dipoi tenuto a un dipresso il medesimo discorso in senato prefisse il giorno della partenza. E questo venuto, celebrò il sagrifizio, e accompagna[p. 205 modifica] to dal senato e dal popolo , si partì cogli occhi volti sempre verso la città e tutti bagnati di pianto. Certo non vi fa nessuno che non si sentisse spezzare il cuore: tanto era grande l’amor che gli aveano, per esserselo essi stessi allevato, ed averlo visto reggere per tanti anni modestissimamente l’imperio.

Affrettando quindi le giornate, e passato in rassegna l’esercito illirico, si accrebbe di altre forze, e se ne venne in Antiochia. E quivi attendendo a fare diligentissimamente le necessarie proviste , a esercitare i soldati, e a dar sesto a ogni altra occorrenza di guerra, gli venne in capo di spedire una nuova ambasceria al re persiano per trattare nuovamente la pace, sperando che la sua presenza avrebbe influito a persuaderlo o a porlo in timore. Ma il barbaro congedò gli arabasciadori senza nulla concludere, e spedì ad Alessandro una legazione composta di quattrocento persone di statura gigantesca, vestite di uniformi messe in oro col massimo buon gusto, e montate delle pjù belle armi, e sopra i più generosi destrieri, dandosi a credere, che la paura che uscirebbe da quella vista farebbe perdere ogni speranza a’ romani. Il tenore dell’ambasceria era così concepito: Il gran re Artaserse comandare, che i romani e il loro imperadore sgombrino la Siria e tutta [p. 206 modifica] l’Asia che sta dirimpetto all’Europa, e lascino che i persiani signoreggino fino in Jonia, ed in Caria, ed a tutti quanti quegli stati che da’ mari Pontico ed Egèo sono divisi, per essere questi ereditaggio trasmesso loro da’ loro antenati. A questa superbissima proposizione Alessandro rispose col fare afferrare gli ambasciadori, e, fattigli spogliare di quelle ricche vesti ed armi, gli rilegò nella Frigia, e concedette loro per vivere terreni da vangare. E tenendosi soddisfatto di punire la loro arroganza col vietargli la patria, non volle dar loro la morte, per esser fermamente persuaso che uccidere uomini non presi in battaglia e venuti a solo fine di eseguire i comandi del loro re, sarebbe stata azione vile e malvaggia.

In questo stato di cose, e mentre Alessandro si ammanniva al passaggio de’ fiumi, per tradurre l’esercito su quel de’ barbari, gli si ribellarono alcuni soldati che si erano fatti venire di Egitto, ed in Sorìa gli si svilupparono contro de’ mali umori. Ma presto dette sesto a tutto e fece punire i colpevoli. Quindi cambiò di luoghi altri eserciti, per tenere in freno più facilmente le escursioni de’ barbari. Ordinate posi le cose, e messo insieme un esercito sì numeroso da non diseguagliare le forze mimiche, divise, secondo il parer degli amici, in tre corpi [p. 207 modifica] l’esercito: una parte comandò che verso il settentrione traversasse l’Armenia paese amico a’ romani, e di là scorresse sopra la Media: l’altra volle egualmente che a settentrione passasse su quelle terre de’ barbari, entro le quali l’Eufrate ed il Tigri si uniscono insieme e s’impaludano, distendendosi entro pantani sterminati, per cui si dice rimanere oscuro ove questi fiumi si gittino: la terza poi si riserbava di comandarla egli stesso, e romper con lei per mezzo i barbari. Pensava Alessandro che da diversi lati a un tratto assalendogli, gli avrebbe trovati sprovisti, e facilmente sarebbe riescito di vincergli, tanto più che i persiani, avendo duopo dividersi per far fronte agl’invasori, verrebbero più deboli e meno ordinati a combattere. Non usano i barbari soldati prezzolati come i romani, nè han quartieri stabili per apprendervi l’arte militare , ma si adunano in frotte numerose di uomini, e taluna volta con femmine, per comandamento del re: e fatta la guerra si licenziano per tornarsene a casa, traendo seco quei soli premj che seppero da per se stessi rapire. L’uso dell’arco e de’ cavalli non è tra loro al par de’ romani circoscritto alla sola guerra, ma gli maneggiano per anche fanciulli, essendo cacciatori istancabili, piantati sempre su’ cavalli, [p. 208 modifica] nè mai, o che caccino o che guerreggino, depongono il turcasso e le freccie.

Questa determinazione di Alessandro, che a prima vista si parea prudentissima, non fu corrisposta dalla fortuna. L’esercito ch’ebbe il comando di passare per l’Armenia, superati a grand’islento e sudore, sebbene il cammino agevolato fosse dalla stagione estiva, gli erti e scoscesi monti di quel paese, e scorso nella Media ponea tutto a fuoco e saccheggio, e riportavane ricchissimo bottino. Appena ne fu dato avviso al re, si pose tosto in campagna, con quanto maggior numero di truppe potè riunire; ma non gli fu possibile di fare dar volta ai romani, atteso il paese alpestro, e come tale adatto più alla fanteria che a’ cavalli, i quali in que’ greppi discoscesi travaglian moltissimo a trovarsi una via. In questo frangente viene nuova al re che un altro esercito romano avea fatto irruzione nella Partia orientale. Questo avviso lo commosse grandemente, e venutogli in capo che sconfitti i parti si gittarebbe sulla Persia, lasciò in Media quelle truppe che gli parvero sufficienti a difenderla, ed egli seguito da tutto l’esercito se ne venne a spron battuto a’suoi stati di oriente. Il romano esercito, non avendo avuto alcun’incontro di forze nemiche, traversava que’ paesi sfilato e sènza ordinanza, credendo tutti che [p. 209 modifica] Alessandro alla testa del terzo corpo formato de’ più valorosi già avesse sfondato il centro de’ barbari, e persuasi che questa fosse la cagione che tenea lontano il nemico, se ne venivano lentamente e in piena quiete, appuntato tra loro il luogo ove tutti insieme colla preda e co’ prigioni dovessero convenire. Alessandro però avea mancato di parola, e non era marciato ned esso nè l’esercito, o che temesse di perder la vita difendendo l’impero, o che non volesse contraddire la madre agitata da timor femminile e troppo tenera di lui. È certo però che questa donna soffocava ogni magnanimità del figliuolo, persuadendolo a non esporre la sua persona a’ pericoli della campagna. Questa vigliaccheria condusse al precipizio l’esercito che avea invaso la Media: perchè il re di Persia assalitolo con tutte le sue forze e trovatolo in pieno disordine e tutt’altro attendente, te lo chiuse quasi in mezzo a una rete, e da ogni lato frecciandolo, lo sconfisse e lo ruppe. Nè i pochi avrebbero valuto a sostenere l’impeto de’ molti, in ispezie attendendo a riguardarsi da’ colpi di freccia le parti nude del corpo, e riputando gran sorte se senza battersi fosse loro sortito scampare. E, nondimeno s’erano insieme ristretti, serrandosi dietro a’ suoi scudi, e dando vista di città battuta all’assalto, ebbero duopo di soccombere, [p. 210 modifica] dopo essersi onorati di grandissime prove di valore.

Questa gran disgrazia, non mai per innanzi sofferta, che fece mancare a un tratto tante truppe, le quali per fedeltà e gagliardìa non erano inferiori alle antiche, insuperbì maggiormente il re di Persia; e lo trasse a ripromettersi ogni cosa dalla sua prospera fortuna. Avutone poi l’avviso Alessandro che giaceva gravemente malato, o di maninconìa o per mutazione di aria, n’ebbe passione e dolore inestimabile. L’esercito però se la prese fieramente con lui, che per aver mancato e mentito la sua parola, avea mandati al macello tanti bravi soldati. Quindi egli, annojato dalla malattia nè piu potendo reggere a quel caldissimo clima, si decise a mutare aria, tanto più che già serpeggiavano le febbri per tutto l’esercito, e spezialmente si metteano mortalissime addosso a’ dalmati, i quali avvezzi sotto un cielo umido e freddo e uomini di gran pasto non sapeano tenere la bocca. Stabilì dunque di tornarsene in Antiochia, e vi chiamò eziandìo queir altro esercito, che per mezzo que’ scoscesi monti e asprissimi geli lo raggiunse tutto rotto, fracassalo e in ischeltro. Di modo che Alessandro trasse in Antiochia que’ soli soldati che avea seco, ridotti essi ancora a pochissimi. Le quali vicende furono cagione che si spandesse [p. 211 modifica] il più gran lutto per l’esercito, e su di Alessandro ricadesse biasimo e vergogna grandissima: considerato ch’erano ite a monte tutte le sue operazioni, e che quelle truppe da esso lui in tre corpi divise, aveano dovuto o di ferro, o di freddo, o di malattia quasi tutte soccombere.

Giunto Alessandro in Antiochia si riebbe facilmente de’ mali contratti in quegli sterminati caldi di Mesopotamia, facendo uso di quelle buone acque, e respirandone il dolcissimo clima. Si provò poi ad abbuonire l’esercito, versando a piene mani denaro, unico mezzo a suo parere di riconcigliarsi nuovamente quegli animi. E nel tempo istesso riordinava le truppe, e ripienavane i vuoti, come se avesse in pensiere di combattere nuovamente i persiani, caso che non ponessero line alle molestie e agl’insulti. Ma venne avviso che il re di Persia avea licenziate le sue genti, e permesso loro di ripatriare, poiché sebbene avessero que’ barbari vinta la guerra, nondimeno per le molte battaglie combattute in Media ed in Persia, n’eran morti moltissimi, e i rimanenti si rendevano o per ferite o per malattia non atti al servizio. Imperocché i romani non tennero il campo da poltroni, ma lasciarono a’ nemici una sanguinosa vittoria, e soccombettero non per altra cagione, [p. 212 modifica]che per essersi trovati sopraffatti dal numero, come apparve dalla pareggiata numerazione de’ morti. E che i barbari comprassero a caro prezzo quella giornata, ne abbiamo un argomento manifesto dall’esser essi restati dal riprendere le armi anche più di tre anni.

Questa notizia empì di gioja Alessandro dimorante allora in Antiochia, e ponendo esso in bando ogni cura di guerra, si rilasciò tutto a’ piaceri che gli porgea la città, perchè pensava che i persiani o baderebbero a’ fatti loro, o assai tempo passerebbe, innanzi che ponessero insieme l’esercito, ch’essendo composto tutto di marmaglia strappata, per così dire, dalle braccia delle mogli e de’ figli, e vettovagliata di quelle sole proviste che ha seco recate, si dilegua tosto e disperde in modo, che non si può far di lei il menomo conto.

Fra questi allegri pensieri, gli vengono improvvisamente de’ corrieri dalla Dalmazia con lettere di que’ procuratori imperiali, che lo perturbarono grandemente, e lo posero in moltissima agitazione. Avvertianlo: Che i tedeschi aveano passato il Reno e il Danubio, ed erano entrati ostilmente negli stati romani: già essere alle prese cogli eserciti ivi stazionati, e gittarsi in gran numero e ferocissimi su quelle cittadi e campagne: essere per ciò i popoli [p. 213 modifica] della Dalmazia, che sono all’Italia contigui, in sì grandissimo pericolo che duopo era venisse in persona esso stesso sollecitissimamente al soccorso, e recasse seco tutto quanto l’esercito. Somiglievoli nuove lo empirono di terrore, e rattristarono sommamente que’ dalmati che con lui militavano. Era a loro assai grave vedersi vittima di doppia disgrazia, e ponendo in fascio la disfatta persiana e il presente brigantaggio tedesco, se ne sdegnavano e se la prendevano con Alessandro, la cui codardìa e poltronaggine, come avea minato gli affari di oriente, ruinarebbe, a parer loro, anche que’ di settentrione. E Alessandro stesso e i suoi amici erano in gran timore dell’Italia medesima, soprastando altra spezie di pericoli dalla guerra tedesca, che da quella di Persia. Perchè que’ popoli orientali tenuti lontani da continenti e da mari immensi, sanno appena il nome di lei; ma i tedeschi non sono dall’Italia divisi, che da quel picciolo spazio di paese, che ha nome di provincie illiriche. Spinto dunque dalla forza della necessità, fu suo malgrado costretto a intimare la partenza.

Lasciate dunque quelle truppe che credette sufficienti a difendere le frontiere, e rafforzate di guarnigione e di vettovaglie le piazze forti e i castelli, marciò con tutto il resto [p. 214 modifica] dell’esercito contro i tedeschi, e forzando la marcia pervenne ben presto alle ripe del Reno, e quivi si dispose a tutti gli ammannimenli della guerra. E immantinenti fece un ponte sul fiume di barche insieme connesse e legate per passare all’altra riva l’esercito. Il Reno e il Danubio sono i più gran fiumi settentrionali: il primo divide la Germania, il secondo l’Ungheria : atti ambedue alla navigazione pe’ loro arnpj e profondi letti, ma in istagione di estate, perchè di verno, pel freddo cielo, fanno sì grosso velo al corso loro e sì solido, che resiste a’ piedi degli uomini e de’ cavalli: e tale han natura, che l’acqua loro più che terra indurendosi, non può attignersi con brocche od altri vasi, ma si spezza con iscuri e picconi, e i pezzi spezzati sono come pietre asportati. Alessandro dunque passava in rassegna quel suoi tanti mori, e i numerosi corpi di arcieri che avea assoldati nel paese degli osroeni, e tra i disertori parti. Queste truppe sono di gran terrore a’ tedeschi, perchè si battono e si ritraggono con egual facilità, e assai lontani scagliano i loro dardi, che difficilmente mancano il bersaglio di quelle nude e sterminate membra tedesche. Vi ebbero poi degli affronti di conseguenza, ne’ quali furono pareggiati i successi. In questo stato di cose, pensò Alessandro di spedire ambasciadori per trat[p. 215 modifica] tare l’accomodamento, esibendosi di fornir loro quanto desiderassero, e di denari più che non ne vorrebbero, e tutto si riprometteva da quegli uomini voraci, e che per oro aveano sempre venduta la pace, non arrossendo di quel vii mercato che palesava apertamente la sua vigliaccheria. Ma il soldato romano era sulle furie, vedendo che si sprecava il tempo, senza che gli si facesse cogliere nessuna occasione di dar saggio di valore e di gagliardìa, e sbuffava contro Alessandro che si perdeva dietro alle corse ed altri simili divertimenti, quando facea duopo di vendicarsi de’ tedeschi, e far loro pagare il fio di tanta insolenza.

Era nell’esercito un Massimino, uomo mezzo barbaro d’un de’ più spregievoli borghi di Tracia, e che da fanciullo avea fatto il pecorajo. Cresciuto di età e divenuto di corpo robusto e gigantesco, fu soldato di cavalleria, e successivamente, quasi tratto per man della fortuna, ascese tutti i gradi della milizia, e pervenne ancora ad essere generale e governatore. Questo Massimino adunque, essendo stato per la sua perizia nell’arie militare incaricato da Alessandro a presiedere agli esercizj de’ soldati novelli per atteggiargli al combattere, disimpegnava questa incombenza con tanta assiduità, e con sì gentili maniere, che si era acquistala la [p. 216 modifica] grazia di tutto l’esercito. Egli non restrignea le sue cure a insegnare a parole ciò che si avesse a imparare, ma, ponendo le mani a fare esso stesso altrettanto, gli avea di discepoli renduti emuli ed imitatori delle sue virtù, e se gli era eziandìo con ogm maniera di doni legati di strettissimo amore. Per la qual cosa quei giovani, la più parte ungheri, levavano alle stelle il valor di Massimino, e dicean peste di Alessandro, che ancor bamboleggiava colla mamma, e non avendo nè volontà nè perizia di guerra, si stava lì ozioso e a’ suoi cenni tutto timore e paura, e aggrandendo i danni cagionati da questa infingardaggine agli affari di Oriente, ne ritraevano argomento agli effetti di quel vigliacco modo di guerreggiare i tedeschi.

Essendo dunque gli animi loro già volti a novità, e nojati di obbedire sì lungo tempo al medesimo imperadore, che, avendo esaurita ogni idea di dar pasto a maggiore ambizione, non curava di guadagnarseli con que’ presenti, de’ quali sarebbe stato generosissimo quel principe che avessero inaspettatamente elevato all’imperio, determinarono di uccidere Alessandro, e proclamare augusto Massimino; il quale, oltre esser loro camerata, avea sì gran perizia dell’arte militare, e attitudine a quella guerra. Con questo proposi lo andati numerosissimi [p. 217 modifica] in campo, si restringono intorno a Massimino venuto a esercitare le reclute, non si sa, se o no di accordo con loro, e abbigliatolo di porpora lo salutano imperadore. A principio mostrò ripugnanza, e gittò via la porpora: ma quando vide phe sguainata la spada gli voltavano le punte, e minacciavano di ucciderlo se non accettava, amò meglio di scansare il pericolo imminente, che quello potria in appresso sopravvenire, e si rassegnò a quegli onori, e, a suo dire, a quella fortuna, che gli oracoli ed i sogni gli aveano presagita: e voltosi a’ soldati gli chiamava in testimonio della violenza che gli era fatta, e che soffriva per non contraddire i loro voleri: esser però duopo di dar peso alle parole co’ fatti, e che innanzi si divulghi la cosa, prendino le armi, e Alessandro, ch’è ancora all’oscuro di tutto, trucidino, acciocché i soldati della guardia e gli altri tutti, o per paura seco loro si accordino, ovvero trovandosi sorpresi non abbin campo di ricalcitrare.

Poiché così gli ebbe tutti animati, e con larghe promesse di raddoppiar loro lo stipendio e di altri doni gli ebbe anche pia riscaldati, condonando loro eziandìo ogni colpa o marca d’ignominia, gli conduce subito al padiglione di Alessandro che non era molto discosto. A tale avviso uscì fuori Alessandro tutto atterrito e [p. 218 modifica] fuor di se, e tremando e piagnendo ora rimproverava a Massimino i suoi benefizj compensati da tanta perfidia e ingratitudine, ora accusava que’ giovani di spergiuro e di tradimento iniquissimo, promettendo tuttavia di dare ogni sodisfazione, ed in ciò che si parrebbe emendarsi. I soldati della guardia tutti unanimi gridarono non temesse, esser lì per difenderlo gagliardemente fino agli estremi. Come fu finita la notte e spuntò il giorno, ecco avviso che Massimino si appressa, e già si vede da lungi il polverìo e si ode il fragore di numerosa soldatesca. Alessandro, venuto fuori un’altra volta, ordina i suoi soldati in una pianura, e gli prega nuovamente a non abbandonare la difesa di un principe, che aveano essi stessi educato, e col quale erano vissuti nel corso di quattordici anni d’imperio, senza aver mai avuto il menomo motivo di lagnanza. Vedendogli tutti mossi a pietà, comanda che prendano le armi e si opponghino al nemico. I fatti però non corrisposero alle promesse, perchè invece di armarsi, a poco a poco, ora l’uno ora l’altro, si dileguavano. Molti dimandavano la testa del colonnello generale della guardia e di altri domestici del principe, apponendo loro quella rivoluzione. Altri accusavano la madre di lui, femmina ingorda che per ammassare denaro avea stomacato i soldati colle [p. 219 modifica] sue pidocchierie, e renduto a lutti odioso il figliuolo. Cosi dicendo chi una cosa chi l’altra stavano immobili e senza pigliare partito. Ma subito che apparve la vista di Massimino che cominciò a esortargli a lasciare al loro destino quella sucida femminuccia e quel fantoccio di bardassa che ancor si facea trascinar da lei co’ lacciuoli, e si aggregassero alle bandiere di un valoroso loro commilitone, il quale era cresciuto tra le armi e la guerra, tutti, niuno eccettuato, si partirono da Alessandro, e salutarono Massimino imperadore.

Alessandro tutto tremante, e più morto che vivo, ritornò nel padiglione, e gittatosi fra le braccia della madre si querelava (a dir di taluni) seco lei, accagionandola di quella morte che di momento in momento attendeva. Massimino, essendo già da tutto l’esercito salutato imperadore ed augusto, commette ad un colonnello e ad alquanti capitani di uccidere Alessandro, la madre, e quanti facessero resistenza. Scagliatisi costoro furiosamente nel padiglione, lui con la madre fanno a pezzi, e quanti trovarono di amici suoi e di personaggi ragguardevoli, eccettuati quelli che si eran posti in salvo colla fuga o col nascondersi. E questi pure non molto dopo caduti nelle mani di Massimino, tutti furono fatti, morire. Questa fine di vita ebbe [p. 220 modifica] Alessandro non sua madre dopo aver retto l’imperio quattordici anni, senza che mai si fossero da’ suoi sudditi mosse querele contro di lui, e senza che venisse sparso il sangue di alcuno di loro. Imperocché tutto pietoso e caritatevole aveva in orrore la crudeltà e le uccisioni, e non gli pativa l’animo di veder morire persona illegalmente e senza condanna. E certo il suo governo era degno de’ maggiori applausi, se l’avara e sordida madre non avesse renduto vituperevole il troppo ubbidiente figliuolo.

Fine del Libro Sesto.