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Erodiano - Istoria dell'Imperio dopo Marco (III secolo)
Traduzione dal greco di Pietro Manzi (1821)
Libro VII
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dell’imperio

DOPO MARCO.

LIB. VII.


argomento.


Massimino di Tracia, gigante di corpo e crudele di animo, preso l’imperio, si dà tosto a tiranneggiare, furibondo di sentirsi nato vilmente, e di veder contro se congiurati e in rivolta i colonnelli e i soldati. Si gitta addosso a tedeschi che si faceano schermo delle paludi e delle selve, e gli fuga. Infierisce contro i nemici, ma piu fieramente contro i suoi; e, beffandosi di ogni umano e divino diritto, si aggiudica le altrui sostanze. Per la qual cosa in principio l’odio, e poi la rivoluzione in àfrica scoppiò: e quivi, ucciso l’amministratore imperiale, viene eletto imperatore il proconsole Gordiano. Il quale, fatto ammazzare in Roma Vitalliano prefetto del pretorio, è dichiarato augusto dal senato. Poco dopo però, sconfitto da Capelliano, mancò in Africa col figliuolo. Afassimino con tutto l’esercito s’incammina in Roma; ove, stati erano eletti imperadori Massimo e Balbo, e creato cesare il nipote di Gordiano. È suscitata intanto entro questa città una guerra civile per fatto di Gallicano, e il popolo e i soldati pretoriani vengono tra loro alle mani.


Noi abbiamo esposto nell’antecedente libro come regesse l’imperio Alessandro, e la tragica fine di lui. Intanto Massimino, occupato il potere supremo, stravolse ogni cosa, e con modi crudi e feroci si sforzava ridurre a crudelissima tirannide un governo ch’era stato innanzi tutto dolce e benigno. Imperocché conoscendo essere incorso nell’odio di tutti per quel repentino passaggio di condizione vilissima a sì alto stato [p. 222 modifica] di fortuna, e pe’ costumi adiacenti alla sua origine barbarica e volti per educazione alle crudeltà, attendeva principalissimamente a rassicurarsi lo stato colla paura che uscirebbe dalla fierezza del suo governo. Operando altrimenti temea di essere tenuto a vile dal senato, e dagli altri popoli dell’imperio romano, i quali riguarderebbero alla passata sua ignobilità e non alla presente grandezza: che già correa per la bocca di tutti aver egli fatto il pecorajo su’ monti della Tracia, e che di poi, per la statura gigantesca, era stato arruollato fra i soldati provinciali, e finalmente sbalzato dalla fortuna sul trono imperiale. Per questo tutti gli amici e consiglieri di Alessandro eletti dal senato si levò dinanzi, rinviandone parie in Roma, e parte dimettendogli da’ loro uffizj, col dire non essere atti a disimpegnarli. Ciò fece eziandìo per restar solo nell’esercito, e non tenersi d’intorno persona che per nobiltà gli si avesse a preporre, e per potere senza divieto, come da un’altezza non attendibile, ingolfarsi ne’ suoi progetti tirannici. Cacciò di corte tutti i ministri, che per tanti anni aveano servito Alessandro: molti ancora ne uccise, avendo preso sospetto di loro, per averli visti immalinconichirsi per la morte di lui. [p. 223 modifica]

Più che tutt’altro, lo sospinse a infierire la scoperta di una congiura, entro la quale aveano cospirato molti capitani e l’intero senato. Ma gli fu accusato di principal cospiratore tal Magno, uomo consolare e patrizio, e dettogli che facea gente, e sollevava le truppe, persuadendole a trasferirgli l’imperio. Si suppone che la trama fosse concepita in questa guisa. Avea Massimino costruito un ponte sul Reno per passare contro i tedeschi, ambendo, su’ principj stessi del suo governo, ostentare virtù di guerriere, e confermare la fama della sua gagliardìa e quella opinione della soldatesca che io elevò, mossa a credere ch’entro la vasta mole di quel suo corpo gigante si annidasse un cuor di lione; e per anche a fine di fare con parlante esempio palese, quanto giustamente si riprovava la codarda incertezza di Alessandro. Ond’egli poneva ogni cura a ben’tenere l’esercito, e, stando sempre sulle armi, esortava fortemente i soldati a fare altrettanto.

Avendo poi, come abbiamo detto, costruito il ponte, era deciso di passare in Germania. Dicesi dunque che Magno avesse indotto molti de’ più valorosi soldati, ed in ispezie coloro cui era affidata la custodia del ponte, a buttarlo giù, tosto che Massiinino fosse passato all’altra ripa: e, chiusogli il ritorno, lasciarlo ià [p. 224 modifica] mano de’ barbari: che tanta è la largura e profondità di quel fiume che non si può passare a guado, e sulla ripa opposta manca di barche. Questa voce corse allora di quella trama, non saprei dire se vera, o immaginata da Massimino, perchè, non essendosene compilato processo, non si potè nulla avverare, e tutti quei che ne furono sospettati, vennero spietatamente uccisi, senza dar loro spazio a difendersi.

Quindi si ribellarono i soldati osroeni, i quali pieni di dolore per la morte di Alessandro, e abbattutisi a caso in un amico di lui detto Quartino, dimesso da Massimino, te lo misero in mezzo: e, non ostanti le sue repulse per avere a tutt’altro volto il pensiere, lo crearono loro generalissimo; e, indossatagli la porpora e precedendolo col fuoco, tutti funebri onori, lo elevarono suo malgrado all’imperio. Poco dipoi fu nel suo stesso padiglione assassinato da un famigliare che passava per suo grandissimo amico, il quale si chiamava Macedone, ed essendo generale degli osroeni, gli avea indotti a ribellarsi da Massimino. Costui dunque, gli mancando le ragioni dell’odio e della inimicizia, ammazzò l’amico che avea esso stesso tratto pe’ capelli all’imperio, e datosi a credere di far cosa gratissima a Massimino, gli fé’ presente del reciso teschio di lui. Massimino però, sebbene si rallegrasse di [p. 225 modifica] vedere spento senza sua briga il nemico, si disfece dell’assassino, che aspettava grandi premj, punendolo di morte per fargli pagare il fio di quella rivoluzione suscitata da lui, ovvero in abborrimento della sua malvagia perfidia. Queste furono le cagioni ch’esasperarono maggiormente l’animo di Massimino, e infierirono il suo già per natura crudelissimo carattere, cui si confacea quel suo corporale dificio di parti membrute e gigantesche, orribili a vedere, e tali, che a petto loro erano un nulla le forze del più esercitato atleta di Grecia, e quelle eziandìo de’ più robusti tra’ barbari.

Composte in tal guisa le cose, e messo insieme tutto l’esercito, passò intrepidamente il ponte per recare guerra a’ tedeschi. Moltitudine innumerabile lo seguitava: pressoché tutti i popoli barbari: non men numero di balestratori e arcieri mori: gli osroeni e gli armeni; questi in qualità di sudditi, quelli in rango di alleati: i parti eziandìo che si trovavano o scritti al soldo, o in diserzione, o prigionieri di guerra. Questo sì numeroso esercito era stato in principio riunito da Alessandro, e dipoi da Massimino accresciuto, e a’ militari esercizj addestrato. Ma soprattutti aveano riputazione di attissimi a quella guerra i balestrieri e gli arcieri, per la rapidità colla quale si scagliano sul nemi[p. 226 modifica] co spensierato, e per la destrezza colla quale si dileguano.

Massimino, entrato sul territorio nemico, nè trovando chi gli facesse resistenza (che tutti i barbari se l’eran battuta) metteva a ferro e fuoco il paese, che avea già mature le biade, e i borghi tutti ponea in mano de’ soldati, acciò gli rubassero e incendiassero. Quei paesi hanno case soggettissime agl’incendj, usando i tedeschi assai di rado fabbricare con sassi e mattoni; ma, delle forti selve strette e avviticchiate le travi, ne tiran su una spezie di padiglione. Massimino, dato il guasto al paese, calpestate le biade, e divisa a’ soldati la preda del bestiame, non potea per anche rinvenire il nemico. Avea esso abbandonata la rasa campagna, e si era appiattato tra le selve e le paludi, per sortirne a combattere più feroce, sperando che gli alti e folti sterpi gli sarieno di scudo contro i dardi e le saette e i profondi marosi, inghiottendo i romani mal pratlici, porgerebbero loro una via facile ed espedita, ben sapendo ove questa si stea, per l’uso che hanno di scorrere l’acqua e la tenace motta fino al ginocchio, e quel, pur continuo, di nuotare assai bravamente entro i fiumi.

Avendo dunque appiccata quivi la zuffa, si scagliò sopra loro impetuosissimo P imperadore; e, ridottigli in una larga palude, sulla quale i [p. 227 modifica] romani temeano d’inseguirgli, ci si gittò dentro col cavallo: e, benché sei vedesse inghiottir sotto dalle acque, venne arditamente alle prese co’ barbari, uccidendo i più feroci tra loro. Il resto dell’esercito, vergognandosi di lasciare solo l’imperadore in mezzo a tanti nemici, si animò a entrare anch’ esso nella palude. Caddero molti d’ambe le parti, ma i barbari vi rimasero quasi tutti, facendo Massimino prove smisurate della sua persona, di modo che i molti cadaveri gallegianti, e il grande scempio che fece l’acqua colorata in rosso, davano mostra di una guerra navale.

Massimino non si contentò d’informare con lettere il senato e popolo romano di questa battaglia e delle sue gagliardie, ma fece esporre nella sala del consiglio de’ quadri analoghi, ove era tutto dipinto all’ingrande, acciò non solo si udissero le cose da lui operate, ma si vedessero sott’occhio. Questa pittura insieme con tutte le altre cose poste in suo onore, furono poi fatte levare e rimuovere dal senato. Si dettero eziandio altri combattimenti, ne’ quali tutti si segnalò Massimino per guerriero di gran fortezza e valore. Avvicinandosi però la stagione vernale, se ne tornò con tutti i prigioni e con assai preda in Ungheria; e fermatosi a svernare nella città di Sirmio, che passa per la più grande del paese, [p. 228 modifica] si apparecchiava a sortire di bel nuovo in campagna alla buona stagione, minacciando (ed era in istato di mantenerlo) di sottomettere ed annientare tutta la nazione germanica fino all’Oceano.

Tale fu Massimino nelle imprese militari, e ne avrebbe ritratto una fama immortale, se non si fosse mostrato assai più grave e feroce a’ suoi medesimi che agli nemici. Che non saprei dire quai buoni effetti potesse recare la morte di tanti barbari, mentre tuttodì e Roma e le provincie si bagnavano di sangue! Quali il bottino e i prigionieri, se i sudditi romani erano de’ suoi beni spogliati! Si fece lecito alle spie, o per dir meglio, s’istigò loro ad accusare chiunque credessero, e a porre nuovamente in campo, se si paresse, eziandìo le dimenticate e non mai avverate peccata de’ trapassati. E non era apposto delitto, che non ne seguisse la condanna, e lo spoglio di ogni fortuna. Avresti perciò veduto quei ch’erano il giorno innanzi straricchi ridotti in tal miseria d’andare accattando: a tanta avarizia era tratto il tiranno dal pazzo profondere che facea alle soldatesche. Spalancava poi le orecchie ad ogni calunnia, non avendo rispetto alcuno di età e di dignità: molti generali e governatori , personaggi consolari e trionfali, fece per menomissime calunnie arrestare e porre [p. 229 modifica] in su’ carretti, senza concedere loro neppure un servo, con ordine che per quel tratto di cammino (che stato fosse di oriente in occidente, o da mezzogiorno in Ungheria, o altro luogo ov’egli si ritrovasse) fossero fatti camminare non interrottamente di notte e di giorno, per aversegli al più presto dinnanzi; e dipoi, messigli a soffrire ogni vituperio, e spogliatigli di tutti i beni, gli condannava o alla morte o all’esiglio. Le quali crudeltà finché si restrinsero a percuotere persone private, e non si estesero fuori le loro famiglie, non faceano gran sensazione a’ popoli e alle provincie, per quella indifferenza con cui vede il volgo le disgrazie della gente ricca e felice, e pel riguardarle che fan i molti che sono di perverso e maligno carattere con occhio allegro e goditore.

Ma poiché Massimino ebbe ridotto alla mendicità molte nobilissime famiglie, gli parvero inezie non atte a soddisfare la sua cupidigia que’ beni che avea ritraiti di loro, e perciò rivolse le sue rapine agli averi del pubblico. Pertanto quanti denari erano riposti nelle casse delle comunità, o in quelle dell’annona, e quelli eziandìo destinati o a dividere tra la plebe, o a’ teatri, o a tutte altre festività, se gli aggiudicava a se stesso. Oltre ciò facea fondere e disfare le offerte tutte appese ne’ templi, le statue[p. 230 modifica] degl’iddii, le decorazioni degli eroi, in una parola tutte quelle opere pubbliche e cittadinesche che fossero di materia propria a batter moneta. Le quali sue operazioni trafiggeano gli animi de’ popoli, che non poteano a viso asciutto vedere in piena pace quelle ostili devastazioni, e ve n’ebbe di alcuni che, facendo petto alla difesa de’ templi, elessero prima morire e cadere innanzi a’ sagri altari, che stare spettatori del saccheggio della patria. Di maniera che per ogni parte dello stato romano i popoli tutti fremeano, e gli stessi soldati n’erano indignati, vedendosi soggetti a’ giornalieri rimproveri de’ parenti e degli amici, che opponeano loro le ribalderìe di Massimino. E queste cagioni, che non erano di picciol momento, traevano le provincie a odiarlo e ribellarsegli. Ma solo colle preghiere e co’ voti si sfogavano , chiamando gl’iddii alla vendetta della oltraggiata loro maestà, e nessun di loro ardiva di levarsi a difenderla. Scorso quindi il terzo anno dell’imperio suo, una ragione da nulla (come suole accadere nelle cadute de’ tiranni) mosse gli africani a ribellarsi e a prendere le armi: e fu la seguente. Era amministratore della provincia cartaginese un uomo crudelissimo, che con ingiuste e fiere sentenze esigeva il pagamento delle somme dovute, per farsi bello con Massimino, il quale tenea cari [p. 231 modifica] tutti coloro, che si confaceano colle sue massime, ed in modo, che se vi erano de’ buoni fra gli amministratori (il che raramente accadea) venivano tratti ad adattarvisi dalla paura che loro dava la vista delle sue crudeltà e della sua cupidigia. Questo amministratore dell’Africa, tra le altre sue soverchierie, condannò ingiustamento certi ricchi e nobili giovani, e senza soprassedere un momento, si era messo in testa di esigere il denaro, o porre alla subasta l’intiero loro patrimonio. Esacerbati quei giovani da tale condanna, promisero di pagare entro il termine di tre giorni, e in questo frattempo si restrinsero con altra gente ch’era stata egualmente soverchiata, o temea esserlo dipoie comandarono a’ più giovani de’loro contadini che di notte tempo venissero dalle tenute con lance ed iscuri. Costoro, obbedendo a’ padroni, vennero avanti giorno entro la città, e nascosero sotto le vesti quelle armi che in tal tumulto eran loro venute alle mani. Convennero essi in gran numero, essendo l’Africa una regione assai generativa, ed allora in ispezie abbondando di gente venuta a lavorare la campagna. Appena spuntò il giorno, fu loro comandato che si avviassero dietro a’ padroni attnippati col resto del popolo, nè brandissero le armi o le adoperassero, se non vedessero o soldati o altra gente sul punto di fa[p. 232 modifica] re violenze. Intanto que’ giovani, co’ coltelli in seno, si presentano all’amministratore per discorrere del futuro pagamento: e, mentre a tutt’altro avea volto il pensiere, l’uccidono. Metton tosto mano alle spade i soldati per vendicarlo, ma in un subito si fanno innanzi i contadini colle mazze e colle scuri, e, fortemente combattendo pe’ suoi padroni, gli costringono a fuggire.

Essendo riesciti in questo, e vedendosi condotti a pessimo partito, s’avvisarono che non rimanesse loro altro mezzo di salvarsi che commettere un eccesso di maggiore audacia. Stabiliscono dunque di accomunare il pericolo col governatore della provincia, e muovere il popolo alla ribellione, sapendo che per odio a Massimino v’eran tutti inclinali, e solo per paura di lui si taceano. Se ne van dunque con tutta quella moltitudine di mezza notte al palazzo del proconsole. Esercitava allora questa magistratura Gordiano, uomo di età quasi ottuagenaria, e che avea per innanzi governato molte provincie, e dato prova di se nel maneggio di affari di gran considerazione. Erano essi di opinione di poterlo facilmente tirare all’imperio, giudicando che alle passate sue dignità mancasse solo questa suprema, e che dovrebbe essere principe assai accetto al senato e popolo romano, a cagione del[p. 233 modifica] la nobiltà del suo lignaggio e de’ molti governi disimpegnati, che si pareano averlo tratto di grado in grado al principato.

Si trovava Gordiano nel giorno che accadde questa rivoluzione nel suo appartamento ozioso e solo, avendo aggiornati gli affari ad altro tempo. I giovani, colle spade in pugno, da gran turba accompagnati, entrano impetuosamente in palazzo, e forzate le guardie, se ne van diritti alla sua camera, e lo trovano sdrajalo sopra un sofà. Messolo in mezzo lo rivestono colla porpora imperiale, e tutti ad una voce imperadore ed augusto lo salutano. Ma egli, atterrito dì cosa si subita ed inaspettata, e credendo esser quello un lacciuolo teso per irretirlo, si getta a terra e gli scongiura a non- compromettere un povero vecchio che non gli avea mai offesi, e che non mancassero alla fedeltà ed all’amore che debbono all’imperadore. Insistendo però i giovani, e tenendo le spade sguainate minacciosamente, Gordiano per paura di loro, e per non si saper nulla dell’accaduto, rimanea fuori di se. Lo che vedendo un di loro, il quale per nobiltà ed eloquenza era il pili ragguardevole, impose che si facesse silenzio: e, tenendo tutto via impugnata la spada, cosi si espresse: Di due pericoli, de quali l’uno è presente e manifesto, l’altro incerto e futuro, noi [p. 234 modifica] poniamo in tue mani la scelta. Hai dunque duopo, o di porti in istato di preservare tutti noi e te stesso, attenendoti alle nostre ben fondate speranze, ovvero che per queste mani cadi in questo stesso luogo e di presente trafitto. E come potremmo noi temere di non riescine, avendo in mente di spegnere quell’efferato e crudele bestione di Massimino, e aggiugnere a passati tuoi onori quei grandissimi de’ quali ti onorerà il senato e popolo romano, per aver dato morte all’abborrito tiranno? Ma se ostinatamente ricuserai di aderirci, ci è forza di tagliarti a pezzi in questo stesso momento, e poi, se così vuole il destino, noi ancora morire. E sappi che già eseguimmo cosa che ci pone alla disperazione. Abbiamo noi già fatto pagare il fio delle sue crudeltà al feroce ministro del crudelissimo tiranno, e queste mani sono ancora tinte del sangue di lui. E perciò se consenti, e vuoi essere a parte de’ pericoli, ne’ quali ci troviamo, tu ne conseguirai l’imperio: e noi onesteremo quanto abbiamo operato, in modo di ritrarne, in luogo di pena, quel premio che ci siamo meritati. Non avea ancora finito di parlare, quando la turba che da tutta la città si era quivi raccolta, non avendo più pazienza di aspettare, tutta ad una voce saluta Gordiano imperadore. Egli, in vista di ricusa[p. 235 modifica] re, ed adducendo ch’era vecchio, di natura ambizioso e avido di gloria , chinò il capo, eleggendo di esporsi piuttosto a’ pericoli che potrebbero venire dipoi, che a quei che si vedea sotto agli occhi, come pure, in vedersi di età decrepita, non gli parea convenirsegli ricusare di morire (se così fosse preordinato) onorato del nome d’imperadore.

La rivoluzione si propagò subito per tutta l’Africa: e, tolte via le onorificenze di Massimino, molle città in luogo loro riponeano statue e ritratti di Gordiano, cognominandolo africano pel nome di afri che in Roma si dà a quei libii che abitano il mezzogiorno. Gordiano trattenutosi qualche giorno nella città di Sistro, ov’era scoppiata la rivoluzione, e preso il nome e gli onori d’imperadore, si avviò verso Cartagine, a fin di reggere il governo in seno di una grande e popolosa città, che si potea quasi parere una Roma. Imperocché, chinandosi ella innanzi a lei sola, sì è grande ricca e frequentata, che la sola Alessandria città di Egitto le si può pareggiare. Si traea appresso i suoi in grande e regia pompa, e quanti vi erano soldati con seguito di giovani cittadini di belle forme e di alta statura, a imitazione di quei che in Roma guardano l’imperadore: e poi verghe tutte in allori, e disegnanti il titolo di principale. Non [p. 236 modifica] mancò neppure di farsi precedere dal fuoco, non si volendo (benché per momenti) in niuna cosa menomare Cartagine da Roma.

Intanto non restava di mandare continue lettere in Roma a’ più ragguardevoli senatori, tra’ quali ci avea di molti parenti ed amici. Scrisse eziandìo pubblicamente al senato e popolo romano, facendo loro conoscere avere tutti quei popoli consentito in lui: accusava la crudeltà di Massimino, che sapea essere incorso nell’odio di tutti. E, cominciando a dare prove di benignità, punì di esiglio tutte le spie, e quei, che non servati gli ordini delle leggi erano stati condannati, restituì a’ suoi diritti, concedendo loro una nuova appellazione. Fece rivenire in patria tutti gli. esigliali, e al popolo e alla soldatesca promise dare più doni e soprassoldi, che mai nessun per innanzi.

Tenne poi modo di fare uccidere in Roma stessa Vitalliano prefetto del pretorio, uomo fiero e crudele e tutto di Massimino, temendo a ragione che non se gli opponesse, e, interrorendo gli altri, gli rimuovesse dal suo partito. Mandò dunque il questore della provincia, giovine audacissimo, che al fiore dell’età aggiugnea una gran forza e robustezza, e tal devozione che per lui sì sarebbe messo a ogni rischio, e gli dà per iscorta certi soldati e capitani, e insieme [p. 237 modifica] lettere compiegate entro due tavolette, tali e quali a quelle che si usano da’ principi nelle cose segrete e d’importanza. Comanda loro d’intromettersi in Roma prima dello spuntare del sole, e portarsi senza perdita di tempo da Vitalliano, che allora appunto lo avrebbero trovato occupato a disbrigare gli affari entro quel gabinetto ov’era solito di star solo e tutto immerso a scrutinare quegli arcani che interessare poteano la salute del principe. Dicessero portare lettere segrete di Massimino, e, dovendo per ordine di lui discorrere di cose che interessano la personale sua sicurezza, esser loro necessario un abboccamento segreto. Ammessi che saranno, riguardino il momento che Vitalliano gitterà gli occhi sopra i suggelli per riconoscergli, e co’ coltelli, che si avranno ascosi sotto le vesti, lo uccidano. I quali disegni sortirono tutti un felicissimo successo. Imperocché andati a lui avanti giorno, in quell’ora appunto ch’era solito di uscire, lo trovarono quasi solo, poiché molti non erano per anche venuti, e molti altri se n’ erano partiti prima che raggiornasse. Trovatolo dunque disoccupato con pochissimi in anticamera ad attendere udienza, gli fecero annunziare quanto sopra dicemmo. Fatti subito entrare, traggono fuori le lettere, e mentr’egli esamina i contrassegni, tirati fuori i coltelli l’ammazzano, e co’ [p. 238 modifica] coltelli sguainati escon fuori, facendosi largo tra quella gente che gli credea emissari di Massimino, uomo solito a fare questi complimenti a quei che gli erano stati innanzi carissimi. Quindi, andandosene lungo la via sagra, pongono sotto gli occhi del popolo le lettere di Gordiano, e nel tempo stesso ne consegnano delle altre a’ consoli e a varj personaggi, facendo correre voce che Massiminó era morto.

La quale notizia, Gome pervenne alle orecchie del popolo, tutti fuori di se in ogni lato correano. Che, sebbene sia natura del volgo essere mutabile e leggiero, quella romanesca marmaglia, composta di ogni spezie di forastierame, è più che tutt’altra amantissima di garbugli e di novità. Furono dunque ad un tratto tolte via le statue ed immagini di Massiminó e ogni altre onoranze: ed essendo quietata quella paura che avea fatto durar sepolto nel cuore l’odio che gli aveano, scoppiava fuori più violento. Il senato stesso riunito in gran numero, benché non sapesse nulla di positivo su Massiminó, tuttavia prendendo argomento dal passato all’avvenire, lo privarono di tutti gli onori, e dichiararono augusti Gordiano ed il figliuolo di lui. In un subito tutte le spie o fuggirono via, o vennero uccise da coloro che aveano offeso; e i procuratori imperiali ed altri magistrati, che aveano secon[p. 239 modifica] dato i tirannici capricci di Massimino, furono dalla plebe trascinati e poi gettati alle fogne. Ve n’ebbe ancora di molti trucidati senza colpa: che a chiunque venisse in testa era lecito di fare forza alla casa del suo creditore, e avversario di cause civili, o altre benché più menomissime, e quivi tagliarlo a pezzi, e porre tutto a saccheggio. Così, sotto spezie di libertà e pretesto di pace, si commetteano tutti gli eccessi della guerra civile. E a tanto aggiunse il furore del popolo, che Sabino stesso prefetto della città, e personaggio che avea disimpegnato molte cariche consolari, provandosi quietare il tumulto, venne ucciso da un colpo di legno scagliatogli in testa.

Ma il senato, essendosi gittato nel pericolo, non lasciava di porre in opera ogni mezzo per far ribellare le provincie contro Massimino che gl’incuteva il più grande terrore. Mandava ambascerie a tutti i governatori, formate de’ cavalieri e de’senatori i più ragguardevoli, con lettere per le quali esponeva la sua mente e quella del popolo romano, confortandogli ad abbracciare la difesa della comune patria e de’ suoi magistrati, e fare di tutto per indurre le nazioni a preservarsi fedeli al popolo romano, al quale ab antico appartenea l’imperio, e quella congiunzione di amicizia e di alleanza da’ loro mag[p. 240 modifica] giori stabilita. Furono gli ambasciadori da’ più ricevuti benignamente, nè fu loro difficile di commovere molti popoli alla ribellione: sì grande odio mostravano tutti sovra Massimino. Di maniera che, sendo stati subito uccisi tutti quei magistrati ch’erano del partilo di lui, gli altri si volsero a seguire i romani. Pure si trovarono alcuni, i quali gli ambasciadori a loro spediti trucidarono, ovvero a Massimino con buone guardie trasmisero: e questi furono morti da lui tra i più crudelissimi supplizj.

Essendo in questa guisa disposti gli animi de’ romani, ne pervenne l’avviso a Massimino, il quale, benché se ne fosse sommamente commosso, pure simulava di non farne il menomo caso, e ne’ due primi giorni non ne tenne discorso che privatamente in casa co’ suoi amici, senza mostrarsene, un che sia poco, alterato. La quale sua arditezza vinse ed inebriò in modo l’esercito, e tutti i popoli di quel paese, che sì stavano tutti in silenzio, e figneano di non saper nulla dell’accaduto. Massimino poi era pieno di tanto timore, che ponea tutto in opera per penetrare i motti, i visi, e perfino i cuori delle persone. Il terzo giorno fece adunare in un campo innanzi alla città tutti i soldati: e, asceso il tribunale, lesse loro questa orazione che gli era stata composta dagli amici: Io debbo [p. 241 modifica] comunicarvi cose incredibili e nuove, tali però, a mio credere, che non debbon farvi meravigliare ma ridere: hanno contro voi impugnate le armi, non i tedeschi tante volte battuti, non i tartari i quali a man piegate ci chieggon la pace, e neppure i persiani che dopo avere scorsa la Mesopotamia si sono racchiusi entro il loro paese assaliti dalla paura del valor vostro, e dalle prove che facemmo noi stessi quando comandavamo l’esercito che difcndea quelle ripe: ma, cosa veramente da scoppiar dalle risa, i cartaginesi, i quali, essendosi impazziti e beffandosi del potere supremo, elevarono all’imperio, non so se suo malgrado ovvero consentiente, un povero vecchio cadente e rimbambito. Qual esercito han essi che abbia potuto levarli a tanta arditezza? Non tremano forse all’apparire del littore in guisa che vai per loro un proconsole? Quali armi adoperano? Spiedi cortissimi da cacciare le fiere: e suoi esercizj militari son danze e ciance di motti ed isciede. Non abbiate poi il menomo timore delle notizie che vengono di Roma, e dal sentire che Vitalliano è stato assassinato. Non siete voi bastantemente informati della instabilità e leggerezza di quei romaneschi, e dell’inarrivabile gagliardìa loro di parole? Ma, per Dio! se vedranno non piu che due o tre di voi [p. 242 modifica] colle armi in dosso, ne fallisce loro la lena, e tutti in Scompiglio si volgeranno a fuggire, urtandosi scambievolmente, come quegli cui sprona più il proprio che il comune pericolo. Lo stesso caso è da fare di quelle altre notizie che si sarati forse pubblicate della condotta del senato, al quale non è meraviglia che faccia stomaco questa austera nostra virtù, a cui antepongono quella, che a’ suoi costumi tanto si addice, lussuriosa vita di lui: che le opere forti e gravissime han presso loro opinione di aspere e stemperate, e le dissolute e in disordine di umane e piacevoli. Ed ecco perchè abborriscono il mio modesto e vigilante governo, e vanno in estasi al nome di Gordiano, le cui laidezze voi tutti conoscete. Questi sono quel mal seme d’uomini, al quale noi dobbiamo far guerra, se pur guerra la si debba chiamare: perchè io ed altri molti son meco di parere, che appena avremo messo piedi in Italia, o supplichevoli e genuflessi ci daranno in pegno i proprj figli, o fuggendo da poltroni, ci porranno in istatò di premiare il vostro valore co’ loro beni, de’ quali io vi garantisco un eterno godimento. Alla fin delle sue parole, e dopo detti mille vituperj della citta e del senato, le mani alzò minaccioso e squadrolle, come se si avesse innanzi i nemici, e si bestiai segno ac[p. 243 modifica] compagno con guardatura terribile e ferocissima. E cosi, tutto in ira, ordinò la marcia per Italia: e data a’ soldati una buona mancia, non si trattenne che un sol giorno, e poi si mise in cammino, traendosi dietro un grande esercito composto di tutta la romana milizia. Seguivalo di tedeschi non dispregevole numero, o vinti in guerra, o per patto di alleanza: macchine, artiglierie, ed altre cose, messe a parte per andare contro a’ barbari, tutte appresso si conducea. Veniva però assai lentamente, e a piccole giornate, attesi i carriaggi ed altre bagaglie, che di ogni paese gli erano provviste. Imperocché essendosi posto in marcia cosi in un subito, non si erano fatte le provvisioni colla consueta diligenza, ma tumultuariamente ed in prescia. Pensò dunque di farsi precedere dagli squadroni ungheri, i quali godeano tutta la sua fiducia, per averlo salutato i primi imperadore, e per essersi offerti di mettersi ad ogni sbaraglio per lui. Pertanto comandò loro che andassero innanzi e occupassero tutta Italia.

Mentre che Massimino era in marcia, succedette in Cartagine una inaspettata rivoluzione di cose. Governava la Mauritania, che i romani dicono Nnmidia, un senatore detto Capellino. Trovandosi questa provincia guarnita di soldatesca per raffrenare le scorrerie de’ barbari, [p. 244 modifica] era agli ordini di Capelliano non piccolo esercito. Esisteano fra lui e Gordiano de’ vecchi rancori, per una certa lite piatita innanzi a’ tribunali. Onde Gordiano, divenuto che fu imperadore, gli mandò il successore, e cornandogli che sgombrasse la provincia. Egli dunque ripieno di sdegno, e devotissimo al principe che io avea onorato di. quella magistratura, riunì tutto l’esercito, e fattogli rinnovare i giuramenti di fedeltà, s’avviò a Cartagine, seco condcendo gente molta e valorosissima, giovani lutti e bene armati, e nell’arte militare espertissimi, come quei che stati erano sempre alle prese co’ barbari.

Subito che Gordiano intese l’animo di Capelliano si empì tutto di paura, e similmente i cartaginesi, i quali nondimeno, ponendo speranza nella moltitudine del popolo, tutti in gran disordine sortono dalla città contro Capelliano. Ma il vecchio principe (secondo che alcuni asseriscono) appena seppe che Capelliano era alle porte, perduta ogni speranza di potere resistere senza soldati a Massimino che avea sì gran nerbo di forze, si gifctò alla gola un capestro e strangolossi. Non si fece vista alcuna di questa morte, e in vece di lui fu dato il comando al figliuolo, e così si venne alle mani. Numerosissimi erano i cartaginesi, ma indisciplinati e senza [p. 245 modifica] ordine, per essere sempre vivuti in pienissima pace, e nelle mollezze delle feste e de’ giuochi. E non avendo mai badato a provvedersi di armi e di altre cose necessarie alla guerra, erano stati obbligati a prendere nelle proprie case quelle armi qualunque che caddero loro alle mani, e perciò chi impugnava un coltello, chi una scure, chi uno spiede, e chi perfino de’bastoni aguzzati al fuoco a forma di lancia. Dall’altra parte combatteano i numidi che sono i migliori lancionieri del mondo, e di tal bravura nel cavalcare, che al più gran galoppo, senza adoperare spezie alcuna di freni, ti reggono coll’uso solo della frusta que’ loro ferocissimi cavalli. Onde presto fu rotta la plebe cartaginese, e di maniera, die, sbaragliata dall’urto di quella cavalleria, gittò a terra le armi, e si volse precipitosamente a fuggire, urtandosi e calpestandosi con tanta furia, che furono più i morti infranti dalla calca che gli uccisi da’-nemici. Ci mori eziandìo il figliuolo di Gordiano, e tutti coloro i quali lo aveano seguito; e tanto grande fu il numero de’ morti, che non si poteano discernere i corpi per seppellirgli, e non fu mai potuto rinvenire il cadavere del giovinetto Gordiano. E di tanti fuggitivi pochi furono quelli che si salvarono entro la città, e poterono campare appiattati ne’nascondigli : gli altri, ammucchiatisi in [p. 246 modifica] su le porte, e ciascuno affrettandosi di entrare i primi, si morivano uccisi dagli arcieri, e dalle altre genti d’arme, risuonando l’aria delle disperale strida delle femmine e de’ fanciulli, che sotto gli occhi si vedeano trucidare i loro più cari. Vi ha poi eziandìo chi asserisce che appena Gordiano, cui la vecchiezza avea confinato in casa, seppe esser entro Capelliano, uscito di ogni speranza, si ritrasse in camera come per prendere riposo, e quivi, strettasi colla sua cintura la gola, si tolse la vita. Questa fine ebbe Gordiano, che avea goduto in passato una vita felice, ed era morto quasi entro un’ ombra d’imperio.

Entrato Capelliano in Cartagine, fece morire i più ragguardevoli che si erano salvati dalla battaglia, spogliò i tempj, e le pubbliche e private case dilapidò. Passando poi in quelle altre città che aveano rimossi gli onori a Massimino, facea morire i principali, e gli altri tutti bandiva: a’ soldati che incendiassero i contadi e i borghi ordinava, sotto pretesto di vendicare Massimino, ma più veramente per imbenevolirsegli, acciocché, se le cose di lui balenassero, potess’egli col loro mezzo carpirsi l’imperio.

In tale stato si trovava la rivoluzione dell’Africa, quando in Roma s’intese la morte del vecchio Gordiano. Tale notizia dette gran terrore al senato e popolo romano, essendo morto [p. 247 modifica] quello nel quale aveano collocato ogni speranza, nè uscìa loro di mente che non vi era a sperare perdono da Massimino, il cui animo crudele essendo da tutti alieno, si trovava allora per giuste ragioni anche più irritato. Per la qual cosa si riunirono tutti, e dopo avere molto disputato, convennero che si trovando incorsi in tal pericolo, era duopo apparecchiarsi alla guerra, ed eleggere due imperadori, i quali dividessero tra loro il governo, acciò quell’eccessivo potere di un solo non si tramutasse in tirannide. Si adunarono dunque, non nella solita sala di udienza, ma nel tempio di Giove capitolino, il quale sta sopra un alto colle, ed è tenuto da’ romani in grandissima venerazione. Quivi, a porle chiuse e senza ammettervi persona, quasi esso dio fosse presente e ogni cosa vedesse, scelsero i più tra loro ragguardevoli e per età e per magistrature, acciò ponessero a partito su quali due personaggi cader dovesse la scelta: e questi così facendo, restarono a maggioranza di suffragi dichiarati imperadori Massimo e Balbino. Massimo avea comandato molte volte agli eserciti, ed era stato eziandio governatore di Roma, magistratura disimpegnata da lui con gran prudenza e accortezza, e sì modestamente che avea lasciato negli animi tutti un’ottima opinione de’ suoi buoni costumi. Balbino di nobiltà patrizia [p. 248 modifica] era stato due volte console, ed avea governato molte provincie, senza che si fosse mossa contro di lui la menoma querela: passava però per uomo di vita un po rilasciata. Così eletti furono principi e nominati augusti, e per decreto del senato onorati di tutte le imperiali onorificenze.

Mentre queste cose si trattano in Campidoglio, il popolo romano (non si sa se per suggestione degli amici e parenti di Gordiano, o dall’essersi divulgato quanto si maneggiava) si spigne in folla alle porte, ed occupando tutta la strada che sale in Campidoglio, con sassi e bastoni apertamente si opponeano alla deliberazione del senato, e soprattutto rifiutavano Massimo, come uomo insopportabile e di troppa severità. Tali grida usciano fuori da taluni facinorosi, i quali, avendo sperimentato quanto fosse da temersi la sua vigilanza e giustizia, se ne teneano offesi, e presi medesimamente da paura, schiamazzavano e minacciavano di ammazzargli tutti e due, e voleano in luogo loro eleggere imperadore un principe della prosapia di Gordiano, e che la imperiale dignità in quell’uomo e in quella famiglia rimanesse. Balbino e Massimo, circondati da tutti i giovani cavalieri e dalle guardie nazionali feoero forza di farsi largo colle spade, e uscire dal Campidoglio, ma respinti indietro [p. 249 modifica] da’ sassi e da’ bastoni, alla fine, non saprei dire da chi consigliati, in questo modo fecero il popolo contento e gabbato. Eravi un fanciullo di tenerissima età, nato di una figliuola di Gordiano, e del medesimo nome del nonno. Furono spediti alcuni con ordine di prenderlo, e questi, trovatolo a giuocare, se lo presero in braccio, e passando in mezzo al popolo lo mostravano a tutti come un nipotino di Gordiano, e spesso a nome il chiamavano, e così salirono al Campidoglio, in mezzo agli evviva del popolo, che a piene mani lo infiorava di fiori. Avendolo dunque il senato dichiarato Cesare, si calmò il furore del popolo, e perchè non era in età da reggere la repubblica, si permise a’ vecchj imperadori di passare a palazzo.

Ma Roma in questi stessi giorni dovette soggiacere a una gran disgrazia , ch’ebbe origine dalla pazza temerità di due senatori. Imperocché essendosi il senato adunato per disbrigare le pubbliche incombenze, due soldati di Massimino inviati da lui a’quartieri di Roma per essere in età di avere il ben servito, si accostarono alle porte della sala , per esplorare di che si trattasse. Essendo essi senz’armi, ed avendo solo la militare divisa, si frammischiarono all’altra turba: e mentre questa si stava attendendo sul vestibolo, essi due, o tre al sommo, come più cu[p. 250 modifica] riosi entrarono dentro, e penetrarono al di là dell’altare della Vittoria. Un senatore che avea allora finito il suo consolato, di nome Gallicano e di nazione cartaginese, e seco lui un altro senatore detto Mecenate, il quale era stato pretore, visti ch’ebbero i soldati, i quali, tutt’altro attendendosi, riteneano le mani sotto i mantelli, traggon fuori i pugnali, e con ferite in petto gli uccidono. Andavano allora i senatori tutti colle armi in dosso per avere in esse una difesa contro le insidie de’ nemici, portandole copertamente, ed alcuni eziandio discoperte. Non avendo dunque potuto que’ soldati difendersi dall’improvvisa aggressione, e distesi a terra giacendo i loro cadaveri, porse tanto terrore quella vista a’ loro compagni, che temendo un affollamento di popolo, fuggirono via precipitosamente. Ma Gallicano, spintosi furiosamente fuor della sala in mezzo al popolo, e mostrando il coltello e la mano gocciolanti di sangue, esortava la plebe a perseguitare ed uccidere i nemici del senato e del popolo romano, fautori ed amici di Massimino. Dalle quali parole indotta la plebe, gli rispose con grandi evviva: e, lanciatasi appresso i soldati, gli perseguitava a furia di sassi. Quei però, essendosi ritirati ne’ quartieri con quei pochi feriti che si ebbero, chiusero le porte: e, prese le armi, corag[p. 251 modifica] giosamente difendevano le trincee. Gallicano, il quale aveva già fatto prova di tanta temerità, non restò di esercitare una guerra civile a tutti perniciosissima; perchè comandò che si aprissero a forza le pubbliche armerìe, nelle quali eran riposte armadure più da pompa che da guerra, e di quelle fece armare chiunque volle. Entrò similmente nelle scuole de’ gladiatori, e se gli trasse appresso armati al loro modo: e riunite per ultimo tutte quelle spade, scuri, ed altri qualsifossero istrumenti che rinvenne e per le case e per le botteghe atte a servire in quella furia a uso d’armi, ed armatane la plebe, la restrinse tutta in un corpo, e con lei, come avesse ad espugnare una città, corse ad assediare i quartieri. I soldati che ben s’intendeano del combattere, tenendosi dietro alle trincee, e co’ scudi coprendosi, con continue scariche di dardi ed a colpi di lunghissime alabarde respigneano la moltitudine. All’ultimo, essendo già il popolo stanco e i gladiatori la maggior parte feriti, e sopravvenendo la notte, si risolvettero di ritornarsene in città. Accortisi i soldati che se ne andavano senza ombra di timore ( non si pensando i romani che sì pochi avrebbero ardito di sortire contro sì gran numero di gente) spalancano le porte, ed escono da tutte le bande addosso a quella turba. Quivi uccisi furono ad un per [p. 252 modifica] uno tutti i gladiatori, e grande parte di popolovi rimase infranta. Fatto questo, senza più discostarsi da’ quartieri, di bel nuovo tornarono a ricoverar visi.

Si accrebbe quindi l’indignazione del senato e popolo romano. A tal’uopo furono scelti i più famigerati generali d’Italia, e fecesi un corpo di tutta la gioventù, che venne provista di quelle armi, che in tanta confusione si poterono rinvenire migliori. Il maggior nerbo di queste forze seguì Massimo per opporsi a Massimino: gli altri si lasciarono a guardia e difesa della città. Si combatteva intanto ogni giorno intorno alle trincee de’ quartieri, ma senza profitto, perchè i soldati, gagliardamente difendendosi dall’alto, teneano indietro con ferite e percosse, e a gran vergogna di lei, la moltitudine. Balbino racchiuso in casa pubblicava bandi ed editti, pregando il popolo di far pace co’ soldati, a’ quali eziandìo promettea obblivione e impunità di tutto quello che avessero commesso. Ma non riescendo a persuadere nessuno, e ciascun giorno peggiorando le cose, perchè dall’una parte il popolo era furioso di vedersi tenuto a bada vile da sì poca gente; dall’altra i soldati non poteano ingozzare di dovei soffrire da’ romani quello che neppure da’barbari si sarebbero aspettati, e per ultimo andando assai a dilungo l’es[p. 253 modifica] pugnazione, risolvettero i capi del popolo derivare le acque tutte condottate a’ quartieri, per abbattere i soldati colla carestia dell’acqua e colla sete. Tagliarono dunque ed atturarono tutti gli acquedotti che le condottavano. Ma i soldati, veduto il pericolo e caduti in disperazione, sorton fuori furiosi da tutte le porte, e venuti alle prese col popolo , lo fugano ed inseguono fin dentro la città. La plebe però ch’era stata battuta in campo aperto, si ridusse tutta entro le case, e di sopra a tetti scagliando tegole, sassi, e mattoni, cominciò a spaurire i soldati, i quali non osando introdursi entro luoghi che non conosceano, chiuse essendo le abitazioni tutte e le botteghe, posero tosto fuoco agli usci ed agli sporti di legno degli edifizj. Onde accadde che gran parte della città fu dal fuoco consumata e distrutta, per essere essa formata di corpi di fabbriche ammucchiati gli uni sugli altri, e per lo più costruiti di legno, e ne impoverirono molti ricchissimi, i quali perdettero degli slabili, da cui si cavavano grosse rendite, ed erano di architettura magnifici e di ornamento varj e ricchissimi. Nè pochi furono i morti: perchè, ardendo le porte, non ebbero campo di uscire fuori di casa. I beni de’ ricchi andeltero tutti a soqquadro, unendosi a’ soldati, a fin di fare man bassa, la [p. 254 modifica] piu vile e scellerata marmaglia. E tanto si allargò quell’incendio, che distrusse assai più spazio di quello che possa occuparne una grandissima città con tutti i suoi edifizj.

Mentre tali cose accadeano in Roma , Massimino finito il suo cammino, era già pervenuto in Italia; ove, fatti ch’ebbe i sagrifizj agli altari alzati ai confini, prosegui il suo viaggio, ordinando a’ soldati di marciare in ordinanza, e a tener pronte le armi.

Ora narrato avendo la rivoluzione dell’Africa, la guerra civile di Roma, le cose fatte da Massimino, e la marcia di lui, faremo fine, riserbandoci di dire il resto in appresso.

Fine del Libro Settimo.