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Il matrimonio per concorso/Atto III

Atto III

../Atto II ../Notizia storica IncludiIntestazione 6 agosto 2019 25% Da definire

Atto II Notizia storica
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ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

Continua la stessa sala.

Doralice ed Anselmo escono dal loro appartamentoA

Doralice. Favorite, signor padre; frattanto che madame Fontene è occupata a scrivere un viglietto....

Anselmo. Che cosa fa qui tutta la mattina questa signora?

Doralice. Mi ha fatto mille esibizioni, mille cortesie e politezze. Pentita di avermi un poco insultata, come sapete, mi ha domandato scusa più di cento volte; teme sempre ch’io sia di lei malcontenta, e pare che non sappia da me distaccarsi.

Anselmo. Per verità le francesi sono polite all’estremo. Vi è fra di loro uno spirito di allegria, che qualche volta pare un po’ (1) Manca questa scena nelle edizioni citate. [p. 552 modifica] caricato, ma in sostanza sono gentili, sociabili, e molto bene educate. Le avete voi detto niente del partito di matrimonio che vi ho proposto?

Doralice. Oh dio! cosa dite mai? Mi guarderei moltissimo di fare penetrare una cosa che mi mortifica e mi disonora.

Anselmo. Come? Che cosa dite? Un partito simile vi disonora?

Doralice. Siete ingannato, signore, siete tradito. Ecco il motivo per cui ho desiderato parlarvi da solo a sola. Colui ch’è venuto a parlarvi per me, che vi ha dato ad intendere di volermi in isposa, è di già maritato.

Anselmo. Monsieur la Rose è maritato? Non lo credo, non è possibile, e non lo crederò mai.

Doralice. Tanto è vero quel ch’io dico, che sua moglie medesima è qui venuta, e mi ha rimproverato e insultato.

Anselmo. Oh cieli! avrebbe egli cercato di addormentarmi, te- mendo ch’io lo astringessi a pagarmi subito quel ch’ei mi deve? Sarebbe l’azione la più scellerata del mondo.

Doralice. Ah signor padre, degli uomini tristi se ne trovano dappertutto.

Anselmo. Eppure non posso ancora determinarmi a prestar fede a ciò che mi dite. Un mercante, un mio corrispondente non è possibile, vi sarà qualche equivoco, qualche inganno. Dite un poco, madama Fontene non è qui venuta in compagnia di monsieur la Rose?

Doralice. Io non conosco monsieur la Rose.

Anselmo. E quegli che vi ha domandata in consorte, quegli che ho trovato qui, quando sono arrivato.

Doralice. Sì signore, egli è venuto insieme con madama Fontene.

Anselmo. Ella dunque Io conoscerà: saprà s’è vero ch’egli sia maritato; andiamo a senrir da lei....

Doralice. Volete ch’ella sia informata di questo novello insulto che riceviamo? Che Io dica a degli altri? Che si pubblichi per Parigi? Ch’io sia novamente la favola della città?

Anselmo. Le parlerò con destrezza, cercherò di ricavare la verità, senza ch’ella rilevi il mistero. [p. 553 modifica]


Doralice. Parlatele; ma io non ci vorrei essere presente. Dubito di non potermi contenere.

Anselmo. Eccola qui per r appunto.

Doralice. Mi ritirerò, vi lascierò con lei, se vi contentate. (Incontra madame Fontene, si fanno qualche complimento, e Doralice entra)

SCENA li. (I)

Madame Fontene, ANSELMO, e pof (2) SERVITORE di locanda.

Fontene. Signore, vorrei far recapitare (^) questo viglietto. L’ora è tarda, vorrei levarvi l’incomodo, non ho nessuno che mi accom- pagni, e scrivo alle mie genti che mi mandino la mia carrozza ("’).

Anselmo. Vediamo se vi è nessuno. Ehi servitori, (prende il ciglietto)

Servitore. (5) Son qui, che cosa comanda?

Anselmo. Fate subito recapitar questa lettera. (^) (^à la lettera al servitore)

Servitore. La vuol mandare per la picciola posta?

Fontene. Cercate un uomo che vada subito e torni presto, e quando ritorna, lo pagherò. (al servitore)

Servitore. Sarà servita (^) immediatamente. (^) (parte colla lettera)

Anselmo. Signora, scusate la mia curiosità, che cosa è la picciola posta?

Fontene. La cosa più bella e più comoda che possa darsi per una città grande, popolata, e piena d’affari. Girano a tutte le ore parecchi uomini, con un strumento in mano che fa dello strepito. Se si vuol mandare per la città, o nel distretto, lettere, denari, pacchetti e cose simili, si aspetta che passi, o si fa cercar nel quartiere uno di questi che si chiaman fattori, e con pochissima spesa si possono far molti affari.

Anselmo. Perchè dunque non vi siete ora servita della picciola posta? (I) Nelle ed.i cil. è questa la prima scena del lerzo atto. (2) Ed.’ cit.: poi il. (3) C. »^: vorrei recapitare ecc. (4) C. s.: e icrivo che mi si mandi la carrozza. (5) C. ».: Cosa mi comanda? (6) Nelle ed.i cit. segue: " Serv. Sarà servila ecc. ". 11 resto è saltalo. (7) C. s.: servilo. (8) Dopo di queste parole dice Anselmo nelle ed..’ cit.: "Uoi cerio- melile, madama, conoscete monsieur la Rose? ecc. Tutto l’altro è saltato. [p. 554 modifica]


Fontene. Perchè questa ha le sue ore determinate. In sei ore si può scrivere ed aver la risposta, ma chi la vuol più sollecita, dee valersi di un espresso commissionario.

Anselmo. Ho capito, l’idea mi piace, e vedo che la città è assai ben regolata. Vi ringrazio della bontà con cui vi siete compiaciuta instruirmi sopra di ciò.

Fontene. Questo si deve fare co’ forestieri; e in Francia si fa assai volentieri. Troverete della cortesia grandissima ne’ bottegai per insegnarvi le strade, e che sortiranno dalla loro bottega per additarvi il cammino.

Anselmo. Questo si usa in qualche parte d’Italia ancora, non per tutto, ma in qualche parte, e specialmente in Venezia.

Fontene. Oh sì, lo credo. Ho sentito dir del gran bene di questa vostra città. Si dice che Venezia in Italia sia in molte cose stimabile, come Parigi in Francia.

Anselmo. Se avessi tempo, vi direi qualche cosa del mio paese che vi farebbe piacere, ma ora sono pressato da un articolo che m’interessa all’estremo, e per il quale ho gran bisogno di voi.

Fontene. Non avete che comandarmi.

Anselmo. Voi certamente conoscete monsieur la Rose.

Fontene. Lo conosco perfettamente.

Anselmo. Ditemi in grazia, sapete voi ch’egli sia maritato?

Fontene. Al contrario, signore. So di certo che non ha moglie. O

Anselmo. (Ah lo diceva, non può darsi. Mi pareva impossibile).

Fontene. Credetemi, che sei fosse ammogliato, lo avrei da sapere ancor io.

Anselmo. (Sto a vedere ch’egli sia il suo innamorato, o il suo) cavaliere servente. Se ciò fosse, mi dispiacerebbe per un altro verso).

Fontene. Scusatemi, signore, avete qualche intenzione sopra di (I) Ed.i cil.: Io so di certo cb’ei non ha moglie. Poi dice Anselmo: « Sappiate, ma- dama, che io ho una figlia da maritare, che... Mad. Foni. È un uomo di onore, incapace di un ’azione villana. Io son maritala, e lo tratto perche lo riconosco degno delle persone civili ed onorale. Ans. E mi avevano detto che aveva moglie. Mad. Font, f^/ consiglio non far ch’egli penetri ecc. • Tutto l’altro è saltato. [p. 555 modifica] lui? Ho sentito ch’egli è uno de’ vostri corrispondenti; si è intavolato qualche affare per la vostra figliuola?

Anselmo. Vi dirò, si è fatto qualche discorso, ma io non sono in grado di far mal’opera chi che sia. Se questa cosa, per esempio, vi dispiacesse....

Fontene. Oh no no; non abbiate nessuna apprensione a riguardo mio. Lo conosco, lo tratto. Egli ha dell’amicizia per me, io ho dell’amicizia per lui, ma con tutta l’indifferenza. Io sono maritata, e non crediate che si usino in Francia i serventi, come in Italia. Le donne francesi trattano molte persone, e tutte nella stessa maniera. Vanno fuori di casa ora con uno, ora con un altro, in carrozza, a piedi, come si sia; e quello che ci conduce fuori di casa, non è sempre il medesimo che ci riconduce all’albergo. Si va ai passeggi, si trovano delle persone di conoscenza, si fanno delle partite per accidente. Si va a pranzo dove si vuole. Il marito non è geloso. L’a- mante non incomoda: si gode la più bella libertà, la più bella allegria, la più bella pace del mondo.

Anselmo. A Parigi dunque non ci sono passioni, non ci sono amoretti.

Fontene. Perdonatemi. Tutto il mondo è paese, e l’umanità è la medesima dappertutto; ma si fa studio grande per nascon- dere le passioni; gli amanti sono discreti, e le donne non sono obbligate alla schiavitù.

Anselmo. Bel costume! mi piace infinitamente. Sappiate dunque, signora mia, che monsieur la Rose mi ha domandato la mia figliuola.

Fontene. Mi consolo con voi, che non potete desiderar di meglio.

Anselmo. E mi avevano detto ch’aveva moglie.

Fontene. E un uomo d’onore, incapace di un’azione villana. Vi consiglio non far ch’egli penetri questo sospetto ingiurioso. I francesi sono di buon cuore, ma delicati, puntigliosi, e subi- tanei all’estremo. ^’^ (1) C. s.: puntigliosi all’eslremo. [p. 556 modifica]


Anselmo. No no, da me certamente non lo saprà. Sono conso- latissimo di quanto mi dite. Permettetemi ch’io chiami la mia figliuola; ch’io metta in calma il di lei animo rivoltato O. Sarà ella pure contenta, sarà ella pure consolata ^^\ Venite, Doralice, venite. Ho delle ^^^ notizie buone da darvi, (alla porta, chiamandola)

SCENA HI.

Doralice e detti.

Doralice. Sarà possibile che una volta respiri?

Anselmo. Sì, rallegratevi, figliuola mia. Monsieur la Rose è un uomo d’onore; non è maritato ("’), e sarà il vostro sposo.

Doralice. (Ah, qual funesta consolazione per un cuore ch’è) prevenuto!) (da sé)

Fontene. Vi assicuro (^^ che con lui vivrete bene, che sarete con) lui felice.

Doralice. (Roberto solo mi potrebbe rendere fortunata), (da sé)

Anselmo. Via, rasserenatevi. Che cos’è questa perpetua malinconia?

Fontene. Signora, voi avete qualche cosa ^^^ che vi disturba.

Doralice. Non posso nascondere la mia inquietezza (^\)

Anselmo. Ma da che cosa procede? Si può sapere?

Doralice. 11 cuore mi presagisce di dover essere sfortunata.

Fontene. Eh signora mia, ho un poco di mondo in testa, sono un poco fisonomista. Con licenza del signor Anselmo, avrei qualche cosa da dirvi fra voi e me.

Anselmo. Servitevi pure. Vedete un poco se vi dà l’animo colla vostra bontà di rasserenarla.

Fontene. Favorite. Venite con me nella vostra camera, (a Doralice)

Doralice. Volentieri. (Sarà meglio che con lei (®^ mi confidi), (da sé) (I) C. s.: i7 di lei spirilo. (2) C. ».: sarà consolala. (3) C. s.: Venile, Doralice, ho delle ecc. (4) Segue nelle ed.’ cit.: a me vi ha cbieslo in moglie e sarà voslro sposo. (5) C. s.: Mi consolo con voi e vi assicuro ecc. (6) C. ».: qualcosa. (7) C. ».: in- quietudine. (8) C. ».: con lei che. [p. 557 modifica]


Fontene. (Scommetto ch’ella è innamorata di un altro, e che) non ardisce di dirlo. Oh, una francese non avrebbe tante O difficoltà). (da sé, entra in camera ^^^) DoR ALICE. (Con lei avrò meno soggezione che con mio padre). (entra)

SCENA IV.

Anselmo, poi Pandolfo.

Anselmo. Io non so mai (^) qual possa essere l’inquietezza di Dora- lice ("’). Mi verrebbe quasi il sospetto ch’ella fosse innamorata di qualcheduno. Chi sa? Potrebbe anche darsi, e potrebbe anche essere ch’ella avesse immaginato di dire che monsieur la Rose è ammogliato per mettermi in apprensione, ed obbligarmi ad abbandonare il partito. Ma per verità, non ho mai conosciuto mia figlia sì imprudente, sì maliziosa, e poi di chi può essere innamorata? In Ispagna non lo era certo, qui siamo appena arrivati. Nessuno è venuto a vederla. Se non ci fosse qualche forestiere nella locanda, ch’io non sapessi; non so che mi dire, sono pieno di pensieri, di agitazioni (^). Sentirò quel che avrà potuto comprendere madame Fontene.

Pandolfo. (Esce Jl camera timoroso guardando intorno) ^^^ (Ho sempre) paura di vedermi assalito dal colonello).

Anselmo. (Se posso arrivare a collocarla, sarò l’uomo più con-) tento del mondo. Converrà ch’io solleciti monsieur la Rose).

Pandolfo. Signor Anselmo, vi riverisco.

Anselmo. Buon giorno, buon giorno, messer Pandolfo. (sostenuto)

Pandolfo. Avete veduto ancora mia figlia?

Anselmo. No, non l’ho ancora veduta.

Pandolfo. Volete favorire di venirla a vedere?

Anselmo. Scusatemi, aspetto qui una persona, non mi posso partire. (1) C. s.: lanla. (2) C. s.: parie. (3) C. s.: lo non saprei ecc. (4) Nelle ed." cil. si salta alle parole; non so che mi dire; sono pieno ecc. (5) C. 8.: e di agitazione. Basta, sentirò cosa avrà ecc. (6) C. s.: Pand., osservando. [p. 558 modifica]


Pandolfo. La farò venir qui, se vi contentate.

Anselmo. Fatela venire, come volete, (con indifferenza, e quasi per forza)

Pandolfo. Ho piacer O che la conosciate. (Manco male che non) e’è il colonello). (entra in camera)

SCENA V.

Anselmo, por Pandolfo e Lisetta.

Anselmo. Ho altro in testa io, che secondar questi pazzi. La figliuola (^) sarà del carattere di suo padre.

Pandolfo. Eccola ^^\ signor Anselmo. Ecco la mia figliuola (^X)

Anselmo. La riverisco devotamente. (a Lisetta)

Lisetta. Serva sua. (ad Anselmo) È questi il signor Anselmo? (con ammirazione ^’’)

Pandolfo. Sì, è desso.

Lisetta. 11 signor Anselmo Aretusi? (con ammirazione)

Pandolfo. Per l’appunto.

Anselmo. Perchè fate le (^) maraviglie, signora mia? (a Lisetta)

Lisetta. Perchè ho T onore di conoscere la vostra signora figliuola ^^\

Anselmo. L’avete veduta? (a Lisetta)

Lisetta. Sì, l’ho^®) veduta, e so ch’è innamorata del signor

Filippo. (^)

Pandolfo. La figlia del signor Anselmo è l’innamorata del locandiere?

Anselmo. Come! mia figlia?

Lisetta. Sì signore, vostra figliuola ("^^ fa all’amore a ^’’^ Filippo.)

Anselmo. (Povero me! cosa sento? Ora capisco la tristezza, la) melanconia e ^) dell’ mdegna).

Pandolfo. (Ora intendo perchè Lisetta ha abbandonato Filippo).

Anselmo. (Son fuor di me, non so qual risoluzione mi prenda). (1) C. «.: piacere. (2) C. s.: figlia. (3) C. ».: Ecco. (4) C. s.: figlia. (5) C. s.: a Pandolfo. (6) C. s.: queste. (7) C. ».: figlia. (8) C. ».: L ho. (9) Segue nelle ed.’ cil..: " An». Come, mia figlia? ecc. > (10) C. ».: figlia. (11) C. ».: con. (12) C. 9.: malinconia. [p. 559 modifica]


Pandolfo. e di più sappiate, che Filippo è di già maritato. (ad Anselmo)

Lisetta. Non è maritato, ma si mariterà alla figliuola O del signor

Anselmo.

Anselmo. No, non sarà mai vero, la strozzerei (^^ piuttosto colle mie) mani.

SCENA VI.

Doralice, madame Fontene e detti.

Fontene. Finalmente, signore, l’ho fatta parlare, ed ho penetrato r arcano.

Anselmo. Ah, pur troppo l’ho penetrato ancor io.

Fontene. Che una giovane sia innamorata, non mi par gran male ^^\

Anselmo. Sapete voi chi è l’amante di quell’indegna?

Fontene. Mi ha detto qualche cosa; ma io veramente non lo conosco.

Doralice. ^(Oh cieli! che sarà mai?)

Fontene. E qualche persona vile, qualche persona disonorata?

Anselmo. No, non dico questo: rispetto tutti, e ciascheduno nel suo mestiere merita di essere rispettato. Ma il suo rango, la sua condizione, non è da imparentarsi con me. Doralice ’’’). (Possibile che Roberto m’abbia ingannata? Che non) sia tale, quale mi ha detto di essere?)

Fontene. Ditemi chi è, se lo conoscete. (ad Anselmo)

Anselmo. Risparmiatemi il dispiacere di dirlo. Basti a colei di sapere che saprò punirla, s’ella persiste ^^^ in un tal amore. Monsieur la Rose l’ha dimandata ^^\ le fa più onore ch’ella (^) non menta, e se il galantuomo è costante a volerla, se non viene a penetrare il segreto amor suo, e non l’abbandona per questo, le dovrà dare la mano a dispetto suo. (1) C. B.: colla figlia. (2) C. s.; La ilrozzcrò, (3) C. s.: gran cosa. (4) Queste parole di Dor. mancano nelle ed.’ cit. (5) C. s.: i’ostina in un tale ecc. (6) C. s.: doman- dala. (7) C. s.: che. [p. 560 modifica] DoR ALICE. Signore

Anselmo. Acchetatevi, disgraziata. Madama, vi supplico per amor del cielo, trattenetevi O con lei, non l’abbandonate ^^\ aspettatemi finch’io torno. Vo a rintracciare monsieur la Rose ^^\ Non vi è altri che lui, che possa liberarmi dall’affanno in cui mi ritrovo. Amici, per carità non gli dite niente, se lo vedete, (a Pandolfo e Lisetta) Povero padre! figliuola ingrata! morirei ^^^ di disperazione, (parte)

SCENA VII.

Doralice, madame Fontene, Pandolfo e LISETTA.

Pandolfo. Sentite, signorina? E voi volevate fare lo stesso, (a Lisetta)

Lisetta. (Ho piacere. Filippo non sarà contento).

Fontene. Ma cara signora Doralice, chi mai è questo amante di cui siete invaghita?

Doralice. Oh dio! non so più di così. Mi parve il giovane il più saggio (^), il più onesto del mondo.

Pandolfo. Vi dirò io chi è, s’ella non lo vuol dire. E Filippo, il padrone di questa locanda.

Doralice. Come! non è vero niente. Quegli ch’io amo, quegli che mi ha promesso di amarmi, è il signor Roberto degli Albiccini.

Pandolfo. Il signor Roberto? Quel giovane mercadante (^)?

Doralice. Sì appunto, si è spacciato meco per mercadante ^^\

Pandolfo. Non può esser vero. Il signor Roberto è innamorato di mia figliuola ^^K

Lisetta. No, caro signor (^) padre, ora siamo alle strette. Bisogna ch’io sveli la verità. Vi è dell’equivoco, vi è dell’imbroglio. Roberto non mi conosce, mi crede moglie di un altro. (Povera) me! Filippo sarà innocente, io l’ho maltrattato da colonello). (I) C. s.: Irallemrvi. (2) Nelle ed.’ cit. c’è punlo fermo. (3) Nelle ed.’ cit. segue: Povero padre! ecc. (4) C. s.: Figlia ingraia! Mi vuol far morire ecc. (3) C. ».: Mi pare il giovane più saggio ecc. (6) C. 5.: mercanle. (7) C. ».: mercante. (8) C. ».: figlia. (9) C. ».: A’o, signor ecc. [p. 561 modifica]


Doralice. Ma che incantesimi sono mai questi? Che disordini! Che confusioni!

Fontene. Andiamo, andiamo ad aspettar vostro padre. Si verrà in chiaro di tutto, si saprà tutto, vi è rimedio a tutto O.

Doralice. Ma se viene mio padre con monsieur la Rose? Se mi obbliga a doverlo ^^^ sposare?

Fontene. Se poi vostro padre vi obbliga, non saprei che farvi. Noi siamo nate per obbedire. ^parte, ed entra in camera DoR ALICE. L’obbedienza è giusta, ma il sagrifizio del cuore è crudele. (entra in camera O)

SCENA VIII.

Pandolfo e Lisetta.

Pandolfo. lo non ho detto niente finora ^’’\ per non far una scena con quelle signore; ma ora che siamo soli, ditemi un poco, signora sciocca, impertinente, cosa vi sognate di dire, che il signor Roberto non vi conosce, non vi ama, non vi pretende?

Lisetta. Ho detto la verità, e la sostengo, e la toccherete con mano.

Pandolfo. Ma se mi ha pregato, posso dir in ginocchioni, perchè io le concedessi la vostra mano.

Lisetta. Questo è un abbaglio, questo è un inganno, e lo vedrete.

Pandolfo. Eh, so io l’abbaglio, so io l’inganno qual è. Tu sei innamorata di quel disgraziato di Filippo, lo hai (^) odiato per gelosia, ed ora pretendi di ripigliare la tresca.

Lisetta. No certo, signor padre, non è così; e per farvi vedere che sono una figliola (^) rassegnata, obbediente, andate a cercare il signor colonello, conducetelo qui, ed io lo sposo immedia- tamente.

Pandolfo. Posso crederti? Sarà poi vero?

Lisetta. Ve lo prometto costantemente. (I) C. s.: e si rimedierà. (2) C. s.: colerlo. (3) C. s.: parie. (4) C. s.: Io ho falla sinora la parie mula ecc. (5) C. s.: /’ bai. (6) C. s.: figlia. [p. 562 modifica]


Pandolfo. Guarda bene, non mi mettere in qualche altro impegno.

Lisetta. Non vi è dubbio. Fidatevi di me, e non temete.

Pandolfo. Ma dove troverò il signor colonello? In un Parigi come è possibile diO trovarlo?

Lisetta. Cercatelo ai passeggi pubblici, al Palazzo Reale, alle Tuglierie, lo troverete senz’altro.

Pandolfo. Se avrà della premura, ritornerà.

Lisetta. No caro signor padre, fatemi questo piacere, cercatelo, procurate di trovarlo, conducetelo qui più presto che voi potete.

Pandolfo. Come ti è venuta ora dintorno una sì (^) gran premura per il colonello?

Lisetta. Per dimostrarvi la rassegnazione ai vostri voleri, per secondare le vostre buone intenzioni, per darvi una testimo- nianza di obbedienza e rispetto.

Pandolfo. Brava la mia figliuola; son contento, così mi piace. Anderò a cercarlo ora, questa sera, domani, gli farò le vostre O scuse, gli parlerò con maniera. Tutto anderà bene. Sarete la sposa, sarete la colonella. Godrete i frutti della buona condotta di vostro padre. (Gran testa, gran testa ch’è la mia ("’) I) (parie)

SCENA IX.

Lisetta, poi il Servitoe^.

Lisetta. Oh la bella corbelleria che ho fatto, ma bisogna (^^ vedere) di rimediarvi. Sarà difficile che mio padre trovi Filippo da colonello, si sarà forse disfatto degli abiti, e sarà irritato (^) contro di me. E stato bene però, ch’io abbia mandato mio padre fuori di casa. Vuo’ (^) vedere se ci fosse Filippo. Ehi servitori.

Servitore. Signora.

Lisetta. Il padrone è in casa?

Servitore. C è, e non e’è. (riJenJo)

Lisetta. Come, e’è e non e’è? Non vi capisco. (I) e. 1,: come il fa a ecc. (2) C. ».: qutata. (3) C. >.; tue. (4) C. s.: Gran Itila ì la mia. (5) C. i.: che ho falla. Ma bisogna ecc. (6) C. s.: Irato. (7) C. •.: Vo. [p. 563 modifica]


Servitore. Vuole il signor Filippo, o il O signor coionello? (ridendo, e parlando piano)

Lisetta. Ah, siete a parte anche voi del segreto? Servitore, li padrone per sua bontà mi vuol bene, si fida di me, mi ^^^ ammette alla sua confidenza.

Lisetta. Senza burle, e’è in casa?

Servitore. Sì signora, è nella sua camera che sospira.

Lisetta. Andiamolo a ritrovare.

Servitore. E troppo in collera, signora mia.

Lisetta. Andiamo, andiamo, che sarà (^) contento, (parie)

SCENA X.

Il Servitore, poi monsieur Traversen.

Servitore. Vada pure, che già ci sa andare senza di me. Non so che carattere che sia il suo, ora lo ama, ora lo disprezza.

Traversen. Quel giovane. (chiamando il servitore)

Servitore. Mi comandi.

Traversen. Ditemi un poco. Non vi è qui alloggiata una certa giovane italiana, di cui ho letto qualche cosa nei piccoli affissi?

Servitore. Credo di sì, signore, ma io non la conosco precisamente.

Traversen. Saprete bene, se in alcune delle vostre camere vi sia un’italiana.

Servitore. (Mi valere dello strattagemma del mio padrone). Sì signore, ve n’è una in quell’appartamento, (accenna quello di Doralice)

Traversen. Si potrebbe vedere? Le si potrebbe parlare? (^)

Servitore. V. S. può domandare alla porta.

Traversen. Andate voi a far l’imbasciata. (’) Ditele un galantuomo, un francese....

Servitore. La servo subito. (entra da Doralice) (I) e.:: o vuole il ecc. (2) C. ».: e mi. (3) C. ».: lo farò. (4) C. ».: Si potrebbe parlargli? (5) Segue nelle ed.’ cit.: « Serv. Chi io da dite che la domanda? MoD». Trav. Direte un galantuomo eco. [p. 564 modifica]


SCENA XI.

Monsieur Traversen, poi madame Fontene ed il SERVITORE.

Traversen. Ho tardato un poco troppo a venire. Sarà stata ve- duta da molti, prima di me. Ma chi è obbligato ad un im- piego, non ha tutte le ore in sua libertà.

Fontene. Chi è che domanda la forestiera? (esce (7 servitore, e se) ne va per l’appartamento^’ di Filippo; poi a suo tempo ritorna.

Traversen. Come! voi qui, madama?

Fontene. Oh monsieur Traversen, siete venuto anche voi per la curiosità di vedere la giovane degli affissi?

Traversen. Ch’io sia venuto per questo, non è (^) da maravigliarsi. Mi fa più specie, che ci siate venuta voi.

Fontene. Vi dirò. In questi appartamenti (^) vi è una signora ita- liana, ma non è quella che voi cercate.

Traversen. E dov’è dunque la famosa giovane del concorso?

Fontene. So ch’era nell’appartamento vicino, ma ora non si sente nessuno, e credo che non ci sia.

Traversen. Mi permettete ch’io ("’) guardi se e’è?

Fontene. Servitevi. Ma fatemi prima un piacere. Conoscete voi il signor Roberto degli Albiccini?

Traversen. Sì, lo conosco, l’avete veduto anche voi stamane al (^) Palazzo Reale.

Fontene. E vero, ma sapete voi dove stia?

Traversen. Lo so benissimo. Egli abita presso alla (^) piazza Ven- derne (^); ma a quest’ora, se lo volete, si può trovare alla Borsa.

Fontene. Benissimo (®). Vi rendo grazie.

Traversen. Avete altro da comandarmi?

Fontene. Andate, vedete se e’è la forestiera, e poi forse vi pregherò.

Traversen. La porta è aperta. (I) C. s.: e se ne va in camera ecc. (2) C. $.: non è niente da ecc. (3) C. «.: in quello appartamento. (4) C. s.: che. (5) C. s.: nel. (6) C. s.: la. (7) Neil" ed. Zatta è stampalo: VanJom. (8) C. s.: Bravissimo. [p. 565 modifica]


Fontene. Potete entrare liberamente. ’

Traversen. Vederò se e’è qualcheduno da domandare, (cammi-) nando, ed entra.

Servitore. Signora, è venuta la sua carrozza (’\)

Fontene. Bene, che aspetti, e date questo al commissionario, (gli) dà qualche ^^^ moneta, servitore parte) (La carrozza è venuta (^) a tempo).

Traversen. Non e’è nessuno. Ho picchiato a delle porte che ho trovate chiuse, e non mi ha risposto nessuno.

Fontene. Mi dispiace. Povero monsieur Traversen!

Traversen. Oh non importa, non mancherà tempo.

Fontene. Ora che non pregiudico alle vostre premure, ardisco di supplicarvi di una finezza.

Traversen. Comandatemi con libertà.

Fontene. Fatemi la grazia di montar (■’) nella mia carrozza, di an- dare alla Borsa, e se vi trovate il signor Roberto, conducetelo qui da me. Può essere ch’egli vi abbia delle difficoltà. Ditegli ch’è una francese che lo domanda, che la cosa è di gran premura: insomma fate il possibile perchè egli venga. Tor- nate con lui, e può darsi che vediate quella che desiderate vedere.

Traversen. Vado subito, e spero che mi riuscirà di condurre

Roberto. E tanto mio amico, che mi lusingo non mi dirà (^) di no. (parte)

SCENA XII.

Madame Fontene, poi LISETTA.

Fontene. Buona fortuna, che mi sono trovata qui io. Altrimenti la povera madamigella Aretusi avrebbe sofferto una novella mortificazione. (]) C. i.: la carrozza. (2) C. s.: una. (3) C. s.: arrivala. (4) C. s.: montare. (5) C. s.: non mi saprà dire ecc. [p. 566 modifica]


Lisetta. (Manco male. Filippo è pacificato, e se toma mio padre,) non tarderà a venire il signor colonello). (camminando "verso la sua) camera.

Fontene. Quella giovane, avete perduto un buon incontro.

Lisetta. Che vuol dire, signora mia?

Fontene. Un altro concorrente è venuto per visitarvi.

Lisetta. Credetemi, signora mia, ch’io non ho bisogno de’O con- correnti. Ho stabilito nel mio animo quello che ha da (^) essere mio marito.

Fontene. Avete fatto passare dei grandi (^^ dispiaceri a quest’altra) povera italiana (’’).

Lisetta. Ne ho passato (^^ anch’io per essa una (^^ buona parte:) credo che possiamo esser del pari.

Fontene. Basta, tutti gì’inviluppi hanno d’avere il loro termine. Spero che quanto prima si termineranno anche questi. (entra da Doralice ^ >)

SCENA XIII.

Lisetta, Pandolfo, poi il Servitore.

Lisetta. Se Filippo dice davvero, il mio si terminerà (®) quanto prima, t. vero, che se mio padre mi sposa a Filippo, credendolo un altro ^’^\ potrebbe reclamar (’^^ contro il matrimonio, ma) Filippo mi assicura che condurrà bene l’affare, ed io mi fido nell’amor suo, nella sua condotta (").

Pandolfo. L’ho cercato per tutto, e non lo ritrovo, (a Lisetta)

Lisetta. Pazienza. MiC^) dispiace infinitamente.

Pandolfo. Io mi lusingo che tornerà.

Lisetta. Se non tornasse, sarei disperata.

Pandolfo. Ma perchè l’hai tu disprezzato in una maniera così villana? (I) C. ».: Ji. (2) C. •.: nell’animo mio chi ha da ecc. (3) C. ».: gran. (4) C. ».: a quell’altra italiana. (5) C. s.: pasiali. (6) C. ».: la mia. (7) C. ».: parie. (8) C. ».: si termina. (9) C. ».: Il colonello. (IO) C. ».: declamare. (Il) C ».: nell’amoroso suo cuore e nella sua esperimentata bontà. (12) C. ».: Me ne. [p. 567 modifica]


Lisetta. Perchè... perchè.... Se potessi dirvi il perchè.

Pandolfo. Di’C) la verità, perchè tu eri ancora incantata (^^ in) queir animale di Filippo?

Lisetta. Potrebbe darsi (^) che diceste la verità.

Pandolfo. Eh, io (^^ la so lunga: non fallo mai ’-^\ capisco, vedo,) conosco ^^\ ho una penetrazione infinita.

Servitore. Signore, è il signor (^) colonello che la domanda. (a Pandolfo)

Pandolfo. Oh buono!

Lisetta. Oh bravo!

Pandolfo. Venga, venga ^^\ non lo fate aspettare, (servitore via O)

SCENA XIV.

Pandolfo, Lisetta, poi Filippo da colonello.

Pandolfo. Segno che ti stima, che ti vuol bene.

Lisetta. (Sì sì, il signor colonello mi ama, ne son sicura). (Ja sé, ridendo)

Pandolfo. Ah signor colonello, gli faccio umilissima riverenza. Mia figlia è pentita, gli domanda scusa, ed è tutta (’°) disposta ai comandi suoi ("), non è egli vero, Lisetta? Ditegli anche voi qualche cosa.

Lisetta. Si assicuri, signor colonello, che ho per lei tutta la stima, e che r amerò con tutta la tenerezza ( ’ ^\)

Pandolfo. (Brava, brava, così mi piace). Che ne dice, è con- tento il signor colonello?

Filippo. Tartaifle, ringraziar to fortuna. Ringraziar pellezza de to Lisetta (’^\ che desarmar mia collera, e foler mi far sacrifizio a) Cupido de mia fendetta C"’). (I) C. s.: Dimmi. (2) C. s.: perche eri ancora Innamorala ecc. (3) C. i.: anche darai. (4) C. 9.: Io, io ecc. (5) Nelle ed.’ cit. e’è punto termo. (6) Segue nelle ed.’ cit.: ho una testa fina, una peneirazione ecc. (7) C. s.: Signore. Il signor ecc. (8) C. 8.: Menga subito. (9) C. s.: il servitore parte. (IO) C. s.: eJ è ora tutta ecc. (Il) Nelle ed.’ cit. c’è punto fermo. (12) con tutta tenerezza. (13) C. s.: Tarlai/eli. Ringraziar to fortune. Ringraziar pellezze de to Liscile ecc. (14) C. 9.; sacrifizie a Cupide di mie fendette. [p. 568 modifica]


Pandolfo. Signore, ella sa benissimo ch’io non le ho fatto O veruna offesa.

Filippo. Tu afer dupitate de mia (^) condizion, afer comandate (^) foler saper chi mi star.

Pandolfo. Scusi, vede bene: si tratta di una mia figlia. Vos- signoria ^^^ non mi ha fatto ancora l’onore di dirmi il suo nome, il suo cognome. Gli domando mille perdoni. ^^^

Filippo. Tartaifle. (^^)

Pandolfo. No, no, non vada in collera. Credo tutto.

Filippo. Fol ti saper? Foler mi dir, foler mi tutto significar. Star colonella Trichtrach. (^)

Pandolfo. Benissimo.

Filippo. Foler feder ^®) patente? Te (^) foler sodisfar.

Lisetta. Non serve, non serve, crediamo tutto.

Filippo. Mi foler sodisfar, ( ’ ^^ guardar, stupir, ammirar: alfier per) Ghermania, tenente per Prussia, capitan Pranza, ("^ e colonello) Inghilterra. (mostra varie patenti)

Pandolfo. Bravo. Viva il signor colonello Trichtrach.

Filippo. Afer feduto?

Pandolfo. Ho veduto. Ho ammirato. Vien gente, andiamo in camera. Parleremo con libertà.

Filippo. Sì, andar camera, dofe^’^) ti foler.

Pandolfo. Resti servita. Favorisca. (lo fa passar innanzi)

Filippo. No no (’^) foler; star suocero, star padre, safer mio dofer.

Pandolfo. (Che bontà, che civiltà, che cortesia! Non poteva trovare) un genero migliore al mondo. Eh io? son uomo, (’"^^ ho una testa) del diavolo). (en/ra ^ ’) in camera

Filippo. Va bene? (a Lisetta)

Lisetta. Va bene, ma poi se vi scoprirà?

Filippo. Lasciate far a me, non temete. (va in camera^^°^)

Lisetta. Son contenta, ma ancora tremo. (va in camera ^’^) (I) C. s.: non gli ho falla ecc. (2) C. s.: mie. (3) C. s.: domandale. (4) C. s.: Vostra Signoria. (5) C. s: Gli domando perdono. (6) C.!: » Tarlai/eli. con sdegno >. (7) C. s.: colonello Trich Irach. (8) C. t.: Veder. (9) C. s.: le le. (IO) Nelle ed.ì cil. c’è punto fermo. (I I) C. ».: Francia, colonello ecc. (12) C. s.: dove. (13) C. 8.: No non. (14) C. ».: Eh, io sono uomo. (15) C. s.: Va. (16) Nelle ed.’ cit, ti aggiunge: di Lisetta. (17) C. s.: parte. [p. 569 modifica]


SCENA XV.

Anselmo e monsieur la Rose.

Anselmo. No, signore, se siete contento voi, non sono contento io. La somma che mi dovete non è dote che basti (’) al vostro merito. Son galantuomo, non ho altri che questa figliuola ^^\ e nel mio paese ho tanto da vivere che mi basta. Vi farò una cessione de’ miei crediti di Parigi ^^\ e alla mia morte mia figlia sarà r erede (’’) di quel poco che mi resterà.

Rose. Io lascio fare a voi tutto quel che volete. Ma credetemi, ch’io faccio capitale sopra tutto del buon carattere di vostra figliuola (^). Non ho mai pensato di maritarmi. Mi è venuto in un subito quest’idea, vi ho dato la mia parola, e sono qui prontissimo ^^^ a mantenerla.

Anselmo. (Facciamo presto prima ch’egli si penta). Favorite di venire (^) nelle mie camere. Vi presenterò a Doralice, e presto presto si farà il contratto. (s’incammina)

SCENA XVI.

Roberto, monsieur Traversen ed i suddetti.

Roberto. Signor Anselmo. (chiamandolo (®)

Anselmo. (Oh ecco un novello C) imbroglio). Che mi comanda, si- gnore? Scusi, ho qualche cosa che mi sollecita.

Roberto. Ho due parole a ("^) dirvi soltanto.

Traversen. Vo ad avvisare madama, che siete qui. (piano a Roberto)

Roberto. (Sì andate, sono curioso ("^ di saper cosa vuole), (piano a) monsieur Traversen. Traversen C^l (Sono curioso anch’io per dirla), (s’incammina verso) r appartamento. ( 1 ) C. 8.: ballante. (2) C. s.: figlia. (3) C. s.: di lutti i miei beni di Parigi, cioè i miei crediti. (4) C. s.; sarà erede. (5) C. s.: sopra tutto di vostra figlia. (6) C. 5.: pronto. (7) C. s.: favorite Venire. (8) C. s.: incamminandosi. (9) C. s.: altro. (IO) C. s.: da. (Il) C. s.: Sì andate. (Son curioso ecc.). (12) Mancano nelle ed.’ cit. queste parole di Traversen. [p. 570 modifica]


Anselmo. E bene, che cosa avete da dirmi? (’) (a Roberto)

Roberto. Vi rendo giustizia, signore.... (^)

Anselmo. Eh! (^) dove va, padron mio? (a monsieur Traversen)

Traversen. Signore, scusatemi. Vi è madame Fontene che mi aspetta.

Anselmo. Bene, bene, vada pure, si accomodi. (Dubitava che) andasse da mia figliuola (’’^). (da sé)

Traversen. (Entra rìeW appartamento ^^\ ’)

Anselmo. E bene, signor Roberto, spicciatevi.

Roberto. Io vi diceva, che vi rendo giustizia per tutto quello che avete avuto la bontà di dirmi sul proposito dell’amor mio. Confesso che ho avuto torto a resistere alle vostre insinuazioni. Ho conosciuto il carattere della persona ^^\ e ne sono amara- mente pentito.

Anselmo. Mi consolo che abbiate finalmente conosciuta (^) la verità, godo che conosciate il vostro carattere onesto e sincero, e prego il cielo vi dia quel bene e quella consolazione che meritate.

Roberto. Lo stesso bene e la stessa consolazione desidero a voi ed alla vostra figliuola ^^\ Ho piacere ch’ella sia la sposa di monsieur la Rose, il di cui buon carattere non potrà renderla che fortunata.

Rose. Voi mi fate onore, vi sono obbligato della vostra bontà.

Anselmo. Orsù, andiamo, monsieur la Rose, con licenza del si- gnor Roberto, (incamminandosi) Ma ecco mia figlia in compa- gnia di madama (’\)

SCENA XVII.

Doralice, madame FontENE, monsieur Traversen e detti.

Roberto. (Ah, monsieur Traversen mi ha ingannato. Vedo la figlia) (1) C. i.: da dirmi, signore? (2) Signore, vi rendo giustizia... (3) C. s.: Ehi. (4) C. s.: figlia. (5) C. s.: Va da Doralice. (6) C. s.: della vostra persona. (7) C. •.: conotciula finalmente ecc. (8) C. ».: figlia. (9) C. 5.: di Madama Fontene. [p. 571 modifica] di Pandolfo. Tenterà di nuovamente sedurmi. No, non le riu- scirà. Ingrata! non posso ancora mirarla senza passione). (osservando Doraìice che si crvanza modeslamenle)

Fontene. (Via, via, fatevi animo. Sono qui io in vostro aiuto) O. (piano a Doraìice)

Anselmo. Venite avanti, di che cosa temete? (alle due donne)

Roberto. E bene, signore, chi è che mi domanda? (a monsitur) Traversen, con sdegno.

Traversen. Ecco lì madame Fontene, che vi desiderava (2). (a Roberto)

Fontene. Scusatemi: sono io, signore, che desiderando d’illumi- narvi (^\...)

Anselmo. Scusino, di grazia. Se hanno degli interessi loro parti- colari e’), si servino dove vogliono. Vorrei ora terminare i miei. Monsieur la Rose, ecco qui Doraìice mia figlia.... (prence per) mano Doraìice e la presenta a monsieur la Rose.

Roberto. Come, signore! questa è vostra figlia? (ad Anselmo, con) ammirazione.

Anselmo. Sì signore, è questa. ^

Roberto. Non è ella la figlia del signor Pandolfo? Non e la giovane degli affissi? rs • -^

Anselmo. Che domanda! che novità! siete voi diventato (^> cieco?) Dopo gli amori che avete avuto per Lisetta, mi domandate se questa è la giovane degli affissi? Questa è mia figliuola ( K) questa è la sposa di monsieur la Rose.

Roberto. Oimè, che colpo è questo? Muoio, non posso più >.

Doralice. Oh dio, soccorretelo. (trasportata)

Anselmo. Come! che cos’è (^> questo imbroglio?)

Fontene. Ecco scoperto ogni cosa, signori miei. Questi è l amante di Doraìice.,.

Anselmo. Ma come? Parlate (9), non siete voi 1 innamorato di Lisetta? (a Roberto) (I) C...: /n vosfra compagnia. (2) C. s.: che vi desidera. (3) C. s.: che pretende J- illuminarvi. (4) C. ».: Scusino di grazia, se hanno loro degl interessi partrcolar, ecc. (5) C. >.: divenuto. (6) C...: mia figlia Doraìice. (7) C...: smama. (8) C. s.. Come? cos’è ecc. (9) C. ».: Parlate. (Quanti accidenti!) Non siete ecc. [p. 572 modifica]


Roberto. Oh cieli! O un equivoco mi ha tradito.

Fontene. Due donne italiane, figlie di due mercanti italiani, lo stesso albergo, molte circostanze uniformi della persona, quantità (^^) di accidenti che paiono favolosi, e che sono veri, hanno pro- dotto la catastrofe (^) dolorosa di questi poveri sfortunati.

Anselmo. Gran casi! gran stravaganze! Che ne dite, monsieur la Rose?

Rose. Io dico che ho tirato innanzi sin ora a maritarmi, e vedo che il destino non vuole che mi mariti (’’).

Fontene. Bravissimo, la risoluzione è da vostro pari.

Anselmo. E la parola, signore? (a monsieur la Rose)

Fontene. Eh via, signor Anselmo, monsieur la Rose non è sì pazzo di sposar O una giovane che non lo ama, e non lo amerà mai. Il signor Roberto può sollevarlo dall’impegno contratto. Egli non vale niente meno in condizione, in facoltà, in riputa- zione, e potete essere ben contento ^^\ s’egli sposa la vostra figlia.

Anselmo. Cosa dice il signor Roberto? (con premura)

Roberto. Ve la domando in grazia, ve ne supplico instantemente.

Anselmo. Cosa dice monsieur la Rose? (con premura)

Rose. Servitevi come vi piace. Vi sarò buon amico in ogni maniera.

Anselmo. Cosa dice mia figlia? (con premura)

Doralice. Ah signor padre....

Anselmo. Ho capito, non occorr’altro; che si sposmo, ch’io son ^’^ contento. (Roberto e Doralice si danno la mano ^ ’. Tulli fanno ap-) plauso e gridano ewiva.

SCENA ULTIMA.

Pandolfo, Lisetta, Filippo e detti.

Pandolfo. Che cos’è questo strepito?

Anselmo. Ho maritato mia figlia. (a Pandolfo) (I) C. s.: Oh cielo! (2) C. s.: una qvanlilà. (3) C. 8.: hanno prodotta la urie ecc. (4) C. 5.: Io dico che il cielo non vuole ch’io mi mariti. (5) C. ».: spaiare. (6) C. s.: esser contento. (7) C. s.: che io ne sono. (8) Segue nelle ed.’eli.: e tulli gridano evviva gli sposi. [p. 573 modifica]


Pandolfo. Ed io ho maritato la mia. Favorisca, signor colonello. Ecco il marito di mia figliuola, è il signor colonello Trichtrach (’\) (escono Filippo e Lisetta)

Filippo. E il signor Trichtrach, che ha sposato Lisetta, è il vostro servitore Filippo. (si cava i baffi)

Pandolfo. Come! Sono tradito; sono assassinato.

Roberto. 11 matrimonio è da vostro pari.

Anselmo. Ricordatevi che siete stato mio servitore.

Pandolfo. Sono un mercante.

Anselmo. Un mercante fallito.

Filippo. E se il signor suocero parlerà, si scriverà in Inghilterra, in spagna, in Portogallo, ed i creditori lo spogleranno.

Pandolfo. Pazienza! merito peggio: la mia albagia m’ha pre- cipitato (^\)

Lisetta. Signor padre, vi domando perdono.

Pandolfo. Va, va; la colpa è mia, ti perdono.

Anselmo. Andiamo a stabilire, a concludere ^^\ a solennizzare i propri sponsali. Filippo, dateci da mangiare. Signori, vi supplico tutti di favorirmi di restar con noi.

Fontene. Volentieri, l’occasione lo merita.

Roberto. Cara sposa, non posso spiegarvi la mia consolazione. (a Doralice)

Doralice. Se la misuro dalla mia, non può essere che perfetta. La sorte ci ha condotti per una via tormentosa alla più desi- derabile felicità. Voglia il cielo che questa sia coronata dal compatimento gentile di chi ci onora, e giungano alle orecchie dell’autore lontano le liete voci de’ suoi amorosi concittadini. Fine della Commedia. (I) C. s.: Ecco il marito di mia figlia. E il nobile, il vittorioso, l’insigne, il grande signor colonello Trich trach. (2) C. s.: La mia albagia mi ha precipitalo. Merito peggio. (3) C. s.: e concludere i nostri matrimoni. Filippo ecc. [p. 574 modifica]Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/586