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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/584



Roberto. Oh cieli! O un equivoco mi ha tradito.

Fontene. Due donne italiane, figlie di due mercanti italiani, lo stesso albergo, molte circostanze uniformi della persona, quantità (^^) di accidenti che paiono favolosi, e che sono veri, hanno pro- dotto la catastrofe (^) dolorosa di questi poveri sfortunati.

Anselmo. Gran casi! gran stravaganze! Che ne dite, monsieur la Rose?

Rose. Io dico che ho tirato innanzi sin ora a maritarmi, e vedo che il destino non vuole che mi mariti (’’).

Fontene. Bravissimo, la risoluzione è da vostro pari.

Anselmo. E la parola, signore? (a monsieur la Rose)

Fontene. Eh via, signor Anselmo, monsieur la Rose non è sì pazzo di sposar O una giovane che non lo ama, e non lo amerà mai. Il signor Roberto può sollevarlo dall’impegno contratto. Egli non vale niente meno in condizione, in facoltà, in riputa- zione, e potete essere ben contento ^^\ s’egli sposa la vostra figlia.

Anselmo. Cosa dice il signor Roberto? (con premura)

Roberto. Ve la domando in grazia, ve ne supplico instantemente.

Anselmo. Cosa dice monsieur la Rose? (con premura)

Rose. Servitevi come vi piace. Vi sarò buon amico in ogni maniera.

Anselmo. Cosa dice mia figlia? (con premura)

Doralice. Ah signor padre....

Anselmo. Ho capito, non occorr’altro; che si sposmo, ch’io son ^’^ contento. (Roberto e Doralice si danno la mano ^ ’. Tulli fanno ap-) plauso e gridano ewiva.

SCENA ULTIMA.

Pandolfo, Lisetta, Filippo e detti.

Pandolfo. Che cos’è questo strepito?

Anselmo. Ho maritato mia figlia. (a Pandolfo) (I) C. s.: Oh cielo! (2) C. s.: una qvanlilà. (3) C. 8.: hanno prodotta la urie ecc. (4) C. 5.: Io dico che il cielo non vuole ch’io mi mariti. (5) C. ».: spaiare. (6) C. s.: esser contento. (7) C. s.: che io ne sono. (8) Segue nelle ed.’eli.: e tulli gridano evviva gli sposi.