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572 ATTO TERZO

Roberto. Oh cieli!1 un equivoco mi ha tradito.

Fontene. Due donne italiane, figlie di due mercanti italiani, lo stesso albergo, molte circostanze uniformi della persona, quantità2 di accidenti che paiono favolosi, e che sono veri, hanno prodotto la catastrofe3 dolorosa di questi poveri sfortunati.

Anselmo. Gran casi! gran stravaganze! Che ne dite, monsieur la Rose?

Rose. Io dico che ho tirato innanzi sin ora a maritarmi, e vedo che il destino non vuole che mi mariti4.

Fontene. Bravissimo, la risoluzione è da vostro pari.

Anselmo. E la parola, signore? (a monsieur la Rose)

Fontene. Eh via, signor Anselmo, monsieur la Rose non è sì pazzo di sposar5 una giovane che non lo ama, e non lo amerà mai. Il signor Roberto può sollevarlo dall’impegno contratto. Egli non vale niente meno in condizione, in facoltà, in riputazione, e potete essere ben contento6 s’egli sposa la vostra figlia.

Anselmo. Cosa dice il signor Roberto? (con premura)

Roberto. Ve la domando in grazia, ve ne supplico instantemente.

Anselmo. Cosa dice monsieur la Rose? (con premura)

Rose. Servitevi come vi piace. Vi sarò buon amico in ogni maniera.

Anselmo. Cosa dice mia figlia? (con premura)

Doralice. Ah signor padre....

Anselmo. Ho capito, non occorr’altro; che si sposino, ch’io son7 contento. (Roberto e Doralice si danno la mano8. Tutti fanno applauso e gridano evviva.)

SCENA ULTIMA.
Pandolfo, Lisetta, Filippo e detti.

Pandolfo. Che cos’è questo strepito?

Anselmo. Ho maritato mia figlia. (a Pandolfo)

  1. C. s.: Oh cielo!
  2. C. s.: una quantità.
  3. C. s.: hanno prodotta la serie ecc.
  4. C. s.: Io dico che il cielo non vuole ch’io mi mariti.
  5. C. s.: sposare.
  6. C. s.: esser contento.
  7. C. s.: che io ne sono.
  8. Segue nelle ed.i cit.: e tutti gridano evviva gli sposi.