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556 ATTO TERZO

Anselmo. No no, da me certamente non lo saprà. Sono consolatissimo di quanto mi dite. Permettetemi ch’io chiami la mia figliuola; ch’io metta in calma il di lei animo rivoltato1. Sarà ella pure contenta, sarà ella pure consolata2. Venite, Doralice, venite. Ho delle3 notizie buone da darvi. (alla porta, chiamandola)

SCENA III.
Doralice e detti.

Doralice. Sarà possibile che una volta respiri?

Anselmo. Sì, rallegratevi, figliuola mia. Monsieur la Rose è un uomo d’onore; non è maritato4, e sarà il vostro sposo.

Doralice. (Ah, qual funesta consolazione per un cuore ch’è prevenuto!) (da sè)

Fontene. Vi assicuro5 che con lui vivrete bene, che sarete con lui felice.

Doralice. (Roberto solo mi potrebbe rendere fortunata). (da sè)

Anselmo. Via, rasserenatevi. Che cos’è questa perpetua malinconia?

Fontene. Signora, voi avete qualche cosa6 che vi disturba.

Doralice. Non posso nascondere la mia inquietezza7.

Anselmo. Ma da che cosa procede? Si può sapere?

Doralice. Il cuore mi presagisce di dover essere sfortunata.

Fontene. Eh signora mia, ho un poco di mondo in testa, sono un poco fisonomista. Con licenza del signor Anselmo, avrei qualche cosa da dirvi fra voi e me.

Anselmo. Servitevi pure. Vedete un poco se vi dà l’animo colla vostra bontà di rasserenarla.

Fontene. Favorite. Venite con me nella vostra camera. (a Doralice)

Doralice. Volentieri. (Sarà meglio che con lei8 mi confidi). (da sè)

  1. C. s.: il di lei spirito.
  2. C. s.: sarà consolata.
  3. C. s.: Venite, Doralice, ho delle ecc.
  4. Segue nelle ed.i cit.: a me vi ha chiesto in moglie e sarà vostro sposo.
  5. C. s.: Mi consolo con voi e vi assicuro ecc.
  6. C. s.: qualcosa.
  7. C. s.: inquietudine.
  8. C. s.: con lei che.