Cortona convertita/Canto 3

Canto 3

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CANTO TERZO


ARGOMENTO.


Narra il Poeta le volpine frodi
     De’ Gesuiti in trappolare il Mondo;
     Si danno al saper lor dovute lodi,
     E d’ogni loro fin si tocca il fondo:
     Il Missionario con figure, e modi
     Una Predica fa di stil giocondo;
     Biasima il Ciarlatano, e l’Istrione,
     E narra d’un di lor furbesca azione.


I.


Bisogna al giorno d’oggi essere astuto,
     E chi furbo non è, non è stimato;
     Chi poi da nulla vuol esser tenuto
     Non tenga ad altri il suo pensier celato:
     L’ipocrisia bensì sempre ha saputo
     Negl’inganni far l’uomo addottorato;
     Il gabbare nel Mondo le persone
     Arte non è da sciocco, e da minchione.

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II.


Non è più tempo che filava Berta,
     E che parlavan gli asini, e gli allocchi:
     Allor dava terror faccia coperta,
     Ed il babau, più ch’or spada e stocchi:
     Oggi però la volpe è già scoperta,
     Nè fan vedersi più gl’uomini sciocchi,
     Ma furbi assai, scalfriti, e mariuoli,
     Mentre aperti già gli occhi hanno i cagnuoli.

III.


Tale de’ Gesuiti è la natura,
     Che per finta virtù non hanno uguali ;
     Se la preda non han più che sicura
     Non si mettono in traccia agli animali;
     Tra ricche spoglie, e maestose mura
     Mostransi generosi e liberali;
     E celando nel cuor l’essere avari .
     Accennan coppe, e dan sempre in denari.

IV.


Dicono molto bene, e non lo fanno,
     Fanno mal più degl’altri, e non si dice;
     Sanno coprire i lor difetti, e sanno
     Scoprir gli altrui dal sommo alla radice;
     Nel dir che poi son poveri, e non hanno,
     Hanno un modo per loro assai felice;
     Portano il bianco in fronte, e ’l negro in seno
     E dimostrano il vacuo ov’è il ripieno.

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V.


Van per il Mondo con pretesti santi,
     Sanno ben far la gatta di Masino,
     E per le piazze a guisa di birbanti
     Sogliono fare il Zanni, e ’l burattino;
     Discoprir le coscienze a tutti quanti
     S’impegnano con modo pellegrino:
     E questa è la finissima politica
     Uscita dalla Scuola Gesuitica.

VI.


Il Missionario dunque addottrinato
     In questo lor politico esercizio
     Alla Mission già s’era apparecchiato
     Per le parti adempir del proprio uffizio;
     Nelle sue stanze, poichè celebrato
     Egli ebbe in Chiesa il Santo Sacrifizio,
     Che lo chiamasse il Cherico attendeva,
     Quando era l’ora, e predicar doveva.

VII.


Ma sento già che tutti ad ascoltare
     La Predica del nostro Gesuita,
     Di metallica voce al rimbombare
     Il din don don della campana invita;
     Corron tutti alla Chiesa, e già mi pare
     D’ogni gente non santa essere empita;
     Qui dunque attendo tutti voi, che siete
     Curiosi di sentirlo, e gusto avrete.

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VIII.


In Pulpito comparso finalmente
     Con grande aspettativa il Padre santo,
     Con sembiante modesto, e reverente,
     Con Stola, e Cotta sopra il nero manto;
     All’Altare, al Prelato, ed alla Gente
     Con bel garbo un inchin fec’egli; e intanto
     Per dar principio alla sua dicitura
     Fe’ pausa alquanto, e stette in positura.

IX.


E quì dopo le smorfie consuete
     Cosi parlò: O Ascoltatori cari,
     Oggi benigne orecchie a me porgete
     Da mercanti non già, nè da somari,
     Mentre che del peccato ascolterete
     Il tutto e il nulla; acciocchè ognuno impari,
     Che ogni piacer del Mondo che godiamo
     Deve presto finire; e cominciamo.

X.


Convertimini ad me, dice il Signore
     Per bocca del Profeta a carte tante:
     Or dimmi sventurato Peccatore,
     Che del Mondo vagheggi il bel sembiante,
     E con la carne che ha cattivo odore
     Vita fai da ghiottone, e da furfante;
     Dietro al Demonio vai con turba magna;
     Pensi ch’abbia a durar questa cuccagna?

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XI.


Sai ben che la Dottrina insegna, e dice,
     Che il Paradiso è fin del buon Cristiano;
     Che l’uomo non puo’ vivere felice
     Per lungo tempo in questo Mondo insano.
     Senti quel ch’io ti dico, uomo infelice,
     Piange nel letto il peccatore in vano,
     Che lo tengono allora in confusione
     Morte, giudizio, inferno, e dannazione.

XII.


Quindi esclamando, disse il Padre: ahimè!
     Quì si vive alla peggio, e carità
     Più non si trova, e fede più non v’è;
     Or Dio sa come la speranza stà,
     Qui bandita è la Legge, e Moisè
     Non v’è passato, nè vi passerà;
     Dipinta è la giustizia con l’accetta,
     Unghie da gatto, ed occhi di civetta.

XIII.


Sacerdoti vi sono, e Religiosi
     Figli della gran bestia di Parnaso,
     Che con satire e versi ingiuriosi
     Ora a questo, ora a quel danno di naso,
     Cantando gli altrui fatti scandalosi;
     E questo a voi io non lo dico a caso,
     Perchè quì d’ogni vizio, macchie, o note
     Sono informato già da spie devote.

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XIV.


Voi dunque, che d’ogn’altro esser dovete
     Un buon esempio, acciocch’ognun’abbracci
     Le più belle virtù; non componete
     In altrui biasmo più tanti versacci;
     Ogni libro profano che tenete
     Abbruciate con gli altri scartafacci;
     E se il vescovo viene a voi in persona
     Vi trovi il libro in man del Materdona.

XV.


Oh questo si, che al nostro buon Pastore,
     Conforme voi sapete, è molto grato!
     Libro che piacque a sì devoto Autore,
     Per far profitto nel mondano stato,
     Lo spavento chiamar del peccatore
     Acciò che si guardasse dal peccato;
     E questo Monsignor tanto erudito
     Sallo quanto il Donato a mena dito.

XVI.


Ma voi, o gente sfaccendata, e pazza,
     E tutt’in ogni genere viziosi
     Di qualsivoglia condizione, e razza,
     Di costumi perversi, e scandolosi,
     Dentro delle botteghe, e per la piazza,
     Ad quid hic statis tota die otiosi?
     San Luca super acta Apostolorum
     Dice che factum est murmur Græcorum.

XVII.


Qui si

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XVII.


Quì si fora , si trincia, e fan giubboni,
     E botteghe son tutte di sartore,
     Sopra tutti si taglia o tristi, o buoni,
     E si fanno le vesti al disonore;
     Di gonnelle, di toghe, e di calzoni
     Giudice è quivi ognun ch’a tutte l’ore
     Con rigoroso esamine procura
     Metter la fama altrui alla tortura.

XVIII.


Ciascun in far de’ fatti altrui gli annali
     Con satirico stil quivi s’ingegna,
     Questi son qua, quelli son là, e i tali
     Sono di razza, che di forca è degna;
     Quei che passeggian là nel vizio eguali
     Posson tra’ furbi affè portar l’insegna;
     Del Clero poi, e delle sagre toniche
     Grand’istorie si fanno e lunghe croniche.

XIX.


Dalla curiosità più volte spinti
     A sentir ciarlatani e commedianti
     So che voi foste, e di lascivia tinti
     Vi compiaceste degli osceni canti;
     False ricette, e i lor segreti finti
     Compraste ancor da simili furfanti,
     Che cercan sempre di gabbar le genti
     Con estratti, con olj, e con unguenti.

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XX.


Un bel caso che in mente or mi sovviene,
     Voglio narrarvi, e sia per digressione,
     Che al proposito nostro appunto viene
     Col fare a voi sentire un invenzione
     D’un ciarlatano che spacciava bene
     Con molte ciarle di sua professione
     Olio, polvere, unguento, ed orvietano,
     Ch’ammazza infermi, e stroppia ognun ch’è sano.

XXI.


Ora costui che di gabbare il mondo
     L’arte più fina già imparato avea,
     Dove trovava il popol grosso e tondo,
     Di sue frodi servirsi egli solea;
     Con faccia tosta un giorno assai giocondo
     In una terra disse che volea
     Al popolo minchion, più che fedele,
     Una Penna mostrar di S. Michele.

XXII.


Questa, disse, l’ottenni in Calicutte
     Dal padre confessor di Giosaffatte,
     A cui donata fu dal Re Margutte
     Quando fece l’impresa delle gatte:
     Posson vederla le persone tutte,
     Che con la confession han sodisfatte
     Le lor coscienze; e chi sarà in peccato
     Perder gli fa con ambi gli occhi il fiato.

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XXIII.


Perciò quivi doman tutti v’aspetto,
     Dopo che vi sarete confessati,
     Ove con questo santo e benedetto
     Pegno voi resterete consolati;
     Che se vero non è quanto v’ ho detto
     Possiate esser per me tutti squartati:
     E chi la bacerà sarà sicuro
     Da moschettate dietro un grosso muro.

XXIV.


Ma l’Oste, o sia Padron della Locanda,
     Di guastargli pensò quest’invenzione,
     Stimando furberia troppo nefanda
     Il gabbare in tal guisa le persone:
     Pensi, dicea tra se, che dalla ghianda
     Le fave io non distingua, o birbantone;
     Ma se non ti corbello a modo mio,
     Dimmi che non son Oste affededdio.

XXV.


La sera dunque mentre il Ciarlatano
     Lietamente con altri a mensa stava
     Col pensier di gabbare il buon Cristiano,
     L’Oste di gabbare lui pur s’ingegnava;
     Alle scatole sue dato di mano,
     La penna che trovò ratto ne cava,
     Ed in vece di quella un sasso pose
     Dentro di essa, e poi la Penna ascose.

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XXVI.


Venuta che fu l’ora il dì seguente,
     In piazza se ne va questo briccone,
     Ripiena già di curiosa gente,
     Che a veder quella Penna si dispone;
     Quindi tutti esortò con finta mente
     A prender S. Michele in devozione;
     E dando maggior voce, e maggior fiato
     Fece inchinare il popol radunato.

XXVII.


Ma dopo aver lo scatolone aperto,
     Vede, e il come non sa, d’esser tradito,
     Mezzo confuso, e nei sospetti incerto,
     Si conturbò, ma non restò smarrito;
     Anzi d’ingegno in furberia esperto
     Trovò nuova invenzion quest’uom scaltrito,
     Che star poteva ai colpi di martello,
     E nella calca mai perse il cervello.

XXVIII.


Dopo che egli si fu stupito alquanto,
     Cosi esclamò, con gli occhi al Cielo alzati:
     O glorioso, e benedetto Santo,
     Che il primo siei fra i Martiri Beati!
     Dunque nel Cielo tanta gloria, e tanto
     Onor oggi per te son riserbati?
     Sì, sì, che tocca a te col tuo favore
     L’esser di questa Terra il Protettore,

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XXIX.


Signori miei, se di parola manco,
     Non resti alcun di voi scandalizzato,
     La penna che volea mostrarvi in banco
     Ha il servo mio nell’osteria lasciato;
     Ma ringraziato il ciel, che non è stanco
     Di consolarvi, perchè quì ha portato
     In vece della Penna che gli ho chiesto,
     Un sasso di San Stefano, che è questo.

XXX.


Volendo premiare il mio valore
     Il Duca di Sassonia, a me lo diede,
     Quando gli liberai dal gran dolore
     Della podagra il travagliato piede:
     Mirate pur che di sanguigno umore
     Del Santo esser macchiato ancor si vede:
     Or sì bella reliquia oggi adorate
     Acciò vi scampi il Ciel dalle sassate.

XXXI.


Vi liberi dal pizzico dell’orso,
     Nè vi lasci provar del lupo il danno,
     Vi scampi ancor dal bacio del can corso,
     E delle volpe dall’astuto inganno,
     Da terremoto, peste, e crudo morso,
     Dalla fame, da guerra, e da ogni affanno,
     Da rottura di collo, membri, ed ossa,
     E dal malanno che venir vi possa.

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XXXII.


Venga a baciarlo ognun divotamente
     Con lasciar di moneta un’oblazione,
     Perchè poi l’averete certamente
     Per i vostri bisogni in protezione:
     Cosi cavò da quella sciocca gente
     Coi baci assai denar, l’empio birbone:
     Or se burlan costoro insino i Santi,
     Argomentate voi se son furfanti.

XXXIII.


Ricetto omai Cortona più non sia
     Di questi scellerati, e maladetti
     Nemici della nostra Compagnia,
     Di cui fingono in scherno assai diffetti:
     Se vengon più cacciateli pur via
     Come appestati, e d’eresia sospetti,
     Che sol per dare a voi lascivo spasso
     Cacciatori si fan di Satanasso.

XXXIV.


Più non vedin costor vostri quattrini,
     Se per l’addietro a lor n’avete dati,
     Per l’avvenir da voi ai poverini
     Sian con mano pietosa dispensati:
     Che così fa chi par che l’indovini
     Per cancellar l’enormi suoi peccati,
     E se talora da gettar n’avete,
     Datene a noi, o a qualche Frate, o Prete.

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XXXV.


O voi, che troppo rigidi, e severi
     Opprimete la plebe, ed i più bassi,
     Perchè Nobili siete, e Cavalieri,
     Benchè peccato sia, pur vi si passi;
     Ma quando poi si fan gli alti Misteri
     Di Dio, il convertir le Chiese in chiassi,
     Come vizio da nobili, e padroni,
     In Cocito più grossi avrà i tizzoni.

XXXVI.


Voi peggio che gli eretici portate
     Alla Chiesa di Dio poco rispetto;
     Qui degli idoli vostri contemplate
     Gli occhi, la bocca, il crin, la fronte, il petto;
     Questi del vostro senso oggetti fate
     Con discorsi lascivi, e con diletto,
     E il luogo destinato alle orazioni
     Un ridotto lo fate di stalloni.

XXXVII.


E voi ancor, quando alla Messa andate,
     Donne, voglio scoprir vostri difetti;
     Piene di vanità ve la passate
     Con le altre donne in ciarle, e discorsetti;
     Di ritornare a casa vi scordate,
     Benchè sia tardi, e che il marito aspetti;
     E se il brodo va fuor della pignatta
     Ne incolpate la serva, o pur la gatta.

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XXXVIII.


Al chiacchierar so ben, che per natura
     Voi altre donnicciuole il genio inclina,
     Male avvezzar le figlie, e con gran cura
     Tutti i fatti saper della vicina;
     Sia poi di giorno chiaro, o notte oscura,
     Solete pur la sera, o la mattina
     Spesso con l’ago in man sopra una veste
     Far punto fermo il giorno delle Feste.

XXXIX.


L’andar vestite poi pomposamente
     Al pari delle nobili Signore,
     È fumo d’ambizion, che fa sovente
     Acciecare nel letto anche l’onore:
     Più che di gola il vizio in voi si sente
     Quel della carne; ed in alcune il cuore
     Spesso ai digiuni povertà dispone,
     Ma tutte al mormorar, l’inclinazione.

XL.


Stare talvolta ad osservar chi passa
     Alla finestra oziose, e sfaccendate,
     Or con voce, che i termini trapassa,
     Con il marito far delle gridate;
     Di furti ad esso fatti empir la cassa,
     E mostrarsi con quel sempre ostinate;
     Son vizi di voi Donne alla sembianza,
     Belle bensì, ma piene d’arroganza.

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XLI.


Poi dite al Confessor: Padre per me
     Io non ho gran peccati adesso; ma
     Del tale, e della tale un non so che
     Dirò perchè scandalizzato m’ha,
     Gatta ci cova, e qualche cosa c’è,
     Basta .... col tempo .... alfin si scoprirà.
     Così con indiscreta confusione
     Dite gli altrui peccati in Confessione.

XLII.


Or quì la vostra erronea coscienza
     Corregger devo, e quindi a voi conviene
     Far delle colpe altrui la penitenza,
     Giacchè le dite al confessor sì bene;
     Ma se ottener volete l’indulgenza
     Per liberarvi dall’eterne pene;
     Quando che andate ai piè de’ Confessori
     Dite li vostri, e non gli altrui errori.

XLIII.


Poveri, che volete prender moglie
     Senza d’avere in voi parte nè arte,
     Solo per contentar le vostre voglie,
     E dar sol due di spade in queste carte;
     Mentre il bisogno l’adulterio accoglie
     Discacciato l’onor da voi si parte:
     E s’entra in casa vostra il Frate, o ’l Prete,
     Ci fate il becco, e poi ve la ridete.

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XLIV.


A voi rivolgo adesso i miei sermoni,
     Dame gentili, e mie Signore care;
     Spendete il tempo in van in balli, e suoni,
     Nè in vagheggiar siete con gl’occhi avare;
     Se vengon Cavalieri a voi con doni,
     Fate di voi un mal concetto fare;
     Vi compiacete in ogni usanza, e moda,
     E sin dietro di seta aver la coda.

XLV.


Tra ricche vesti, e spoglie assai pompose
     Siete di vanità vero trofeo,
     Sviscerate conchiglie in sen vi pose
     Tutto l’Indico Mare, e l’Eritrèo;
     Per farvi poi con gemme più preziose
     Povero è divenuto anche Imeneo:
     Cosi la porta a tutto il lusso s’apre,
     Che sino al pel vi trasformate in capre.

XLVI.


Voi, maritate, con sì gran licenza
     Siete padrone a piede, ed a cavallo,
     Che spesso il ventre aggrava la coscienza,
     E in fare a modo vostro avete il callo:
     Bisogna che il Marito abbia pazienza,
     E lasci andarvi ad ogni festa, e ballo;
     Dove facendo salti da Demonio
     Spesso rompete il collo al Matrimonio.

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XLVII.


Fuggasi pur da voi dunque il festino,
     Che di Broccardo è troppo grande amico,
     E spesso in capo altrui fa per destino
     Nascer dilemmi al sol gustar d’un fico;
     Perchè greco non parlo nè latino,
     Argomenti cornuti esser vi dico;
     Riducendosi il ballo in conclusione
     Al salto della capra e del montone.

XLVIII.


Vedove derelitte, e abbandonate,
     Prive di grati amplessi, e dolci tatti,
     Che essendo sole in casa non trovate
     Per i vostri bisogni un che vi gratti,
     Sulle finestre omai più non vi fate
     Veder lisciar con man la coda ai gatti;
     Perchè la vostra vedovil pazienza
     Val per un palmo, e più di penitenza.

XLIX.


Fanciulle, che vagando andar solete
     Con uomini e con donne in carovana,
     Ricordo a voi che un bel visetto avete,
     Che prossima materia è di Puttana;
     Leggete Salomone, e troverete
     Per alia verba tal dottrina sana:
     Che se ingrossate nell’adolescenza
     Da vecchie arrufferete la coscienza.

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L.


L’orecchie or voi, non gli omeri porgete,
     Vaghi fanciulli a me cotanto cari,
     In man dei genitori il cor mettete,
     E ciascheduno ad obbedire impari;
     Che quelli amare ed onorar dovete:
     Un Gentil ve l’insegna a sensi chiari,
     Col dir: Parentes ama, e che a voi tocca,
     Vel raccomanda un che ha Catone in bocca.

LI.


Fuggite que’ viziacci maladetti,
     Che figli sono delle notti opache;
     Fate che il gioco voi più non alletti
     Di scaricabarili, e calabrache;
     Fuggite quei che negli amati oggetti
     Godono il tristo odor delle cloache;
     Se andar voi non volete nell’Inferno
     Con il brutto Babau in sempiterno.

LII.


Oh se foss’io pedante, o a me toccasse
     Menarvi a spasso, e aver di voi la cura,
     Farei, farei ben’io che ognun cercasse
     Cangiar costume, con cangiar natura;
     Sempre col nerbo in quelle mele grasse
     Batter vorrei, e con la sferza dura
     Mortificarvi, s’io v’avessi sotto,
     Per farvi buoni divenir ut octo.

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LIII.


Verso di voi voltarmi or mi conviene,
     Giovani, che trovate in dolci inganni
     Delle impudiche, e perfide Sirene
     Lusingati da esse i vostri danni;
     Or di giorno, or di notte all’opre oscene
     D’impuri affetti dispiegate i vanni;
     Corteggiate la Druda, e se vi alletta
     Fate come gli uccelli alla civetta.

LIV.


E come tali appunto al passo attesi
     In lascivo boschetto di peccati
     Del cacciatore in man siete già resi,
     Dalla pania d’amore imprigionati;
     Da Satanasso con quest’arte presi,
     Ed in più modi essendo alfin pelati,
     Altro non manca a voi se non il cuoco
     Che vi arrostisca a sempiterno fuoco.

LV.


Oh quanti nel profondo dell’Inferno
     Già dannati ritien questa carnaccia,
     Quanti quanti di voi al foco eterno
     Or quì presenti pure, a Dio non piaccia,
     Manderà questo vizio! e tu d’Averno
     Empio Dragon con quella tua codaccia
     Cadere a terra fai l’anime belle,
     Che dovevan regnar sopra le Stelle.

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LVI.


Padre, dirammi alcun, un mal da biacca
     Non è già questo, mentre l’uom soggiace
     A troppa fiera tentazione, e fiacca
     È la natura, e il buono a tutti piace;
     A troje il verro inclina, e per la vacca
     I tori il vizio tira; e sia con pace
     Detto di tutti, ognun corre alla carne
     Come il bracco suol far dietro le starne.

LVII.


Se qui fosser le forche, e preparato
     Per far la festa il boja ancor vedessi,
     E per le donne subito impiccato
     Or or quì caldo caldo esser dovessi;
     Non potrebbero far che dal peccato,
     E vizio della carne io m’astenessi;
     Perchè quell’animal ch’è tutta coda
     Legge non ha, nè col timor s’annoda.

LVIII.


Ah scellerato, e tristo peccatore,
     Che al senso più, che alla ragion t’appigli!
     Se vano affetto in te scaccia il timore
     Certo t’inganni, e granchi a secco pigli;
     Pur ti tormenta un amoroso ardore,
     E poi non temi gli ultimi perigli;
     Ma questo avvien, perchè di fede impuro
     Credi al presente sol, non al futuro.

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LIX.


Contro di voi esclamo con ragione
     Mercanti avvezzi solo a trafficare
     Con giuramenti falsi, e inclinazione
     Da zingari nel vendere, e comprare,
     Mentre cattive mercanzie per buone
     Solete pur con falsità spacciare;
     Per l’interesse, più che non è il pane,
     Sono in voi le bugie quotidiane.

LX.


Chi nel pesare odiando il grave Ispano
     Suol dare in leggerezze da Francese;
     Altri col braccio si dimostra un Nano
     Nel misurare un vero Cortonese;
     E tutti insomma avete buona mano
     Da scrivere il malanno all’altrui spese:
     Ma i vostri avanzi poscia in una volta
     Son dei Sbirri, e del Fisco una raccolta.

LXI.


Dottori, che di Legge assai leggieri
     Come una pelle quella stiracchiate,
     Nè servirebber poi tutt’i brachieri
     Per sostener le cose che voi fate;
     False ragioni contro i Testi veri
     Per chi presenta voi rappresentate;
     Dal torto il dritto il Giudice distingue,
     Sed flammas litium poi giammai s’estingue.

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LXII.


Fassi allungare il collo ai Litiganti,
     Ogni lite si manda all’infinito
     Del verbo solvo, e dassi per contanti
     La ragione a chi fa miglior partito;
     Giocano molti al Giudice davanti,
     Tien la Giustizia poi banco fallito,
     Con fare alfin con chi si sbriga presto
     Ammassa, toppa, tengo, vada il resto.

LXIII.


E voi, che di superbi, e d’ambiziosi
     Pensieri ogn’ora il vostro cuor nutrite,
     Mentre i posti più degni, e più gloriosi
     Con arrogante presunzione ambite;
     L’esser d’ingegno alquanto spiritosi
     In fumo andar vi fa come acquavite;
     Eppure un dei più gravi fu stimato,
     Benchè di fumo sia questo peccato.

LXIV.


E se saperne la cagion volete
     Leggete i Santi Padri, e la Scrittura,
     Dove il gran fatto appieno troverete
     Dell’Angel più perfetto di natura,
     Che in farsi uguale a Dio, come sapete,
     Divenne la più trista creatura,
     E le Angeliche Squadre insuperbite
     Fece cader dal Cielo in grembo a Dite.

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LXV.


Come gonfio pallon, che spesso balza
     Quando è caduto, e vien gettato al piano,
     O che talor verso le Stelle incalza
     Di esperto giocator possente mano,
     E da tal forza spinto assai s’inalza
     Verso del cielo, ed il fermarsi è vano;
     Perchè alla terra alfin torna repente
     Precipitevolissimevolmente.

LXVI.


Così fa l’uom, che a sommi gradi aspira,
     E che superbo al merto altrui non cede,
     Come s’avanza, incalza, ascende, e gira
     Con desìo di fermare in alto il piede:
     Ma caduto ch’egli è piange, e sospira
     Le perdute grandezze, e alfin si vede
     In vece di portar corona, e scetro
     Sotto la più vil veste in un feretro.

LXVII.


Videsi anche il superbo Saladino
     Dalla sorte comune esser tradito;
     E perchè andò di là senza un quattrino
     Volle che si trombasse il suo vestito,
     Gridando, ecco l’avanzo del meschino;
     Chi ha da aver da lui or ch’è basito,
     O venga, o mandi carta di procura
     Per darli un po’ di naso in sepoltura.

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LXVIII.


Chi spinto dalla sordida avarizia
     Roba, e denari accumular procura
     Con inganni, con arte, e con malizia,
     Con illeciti mezzi, e con l’usura,
     Senza temer di Dio l’alta giustizia;
     Purchè buschi de’ soldi, egli non cura;
     Anzi brama dal Cielo, altrui moleste,
     La carestia, la grandine, e tempeste.

LXIX.


E per mostrarsi sempre esser padrone
     Delle sostanze sue, per testamento
     Lascia agli eredi con obbigazione
     Di far citarlo spesso nel Memento,
     E per l’anima sua far orazione,
     Con assegnarli e cento scudi, e cento,
     E dice poi, ma con bugiardo suono,
     Che questi lascia, e pur legati sono,

LXX.


O razza budellona, e maladetta,
     Che non ti cavi mai d’oro la sete!
     Sappi, che in breve il Diavolo ti aspetta,
     Ed a bever t’invita al fiume Lete:
     Non so se l’oblazione il Cielo accetta,
     Che dopo morto fai; quantunque il Prete
     Requiem æternam dica a tua richiesta,
     Quando che sei defonto, o Nobis præsta.

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LXXI.


Avari, io già so ben, che a mie parole
     L’ingrossata coscienza non respira,
     E fate quivi quel che dir si suole,
     Come l’asino al suono della lira:
     Bensì del vostro male il cuor mi duole,
     Piange l’animo mio, geme, e sospira,
     Sed vana fit effusio mei Sermonis,
     Perchè induratum est cor Pharaonis.

LXXII.


Alle sostanze altrui voi v’attaccate
     Con le mani viscose, e le tenete
     Spesso nel maneggiar pubbliche entrate
     Quelle con penna alleggerir solete;
     E se denari al povero prestate
     Cento per uno guadagnar volete
     Per fas e nefas; e poi per Salviano
     Sempre la roba altrui volete in mano.

LXXIII.


Gridar or mi convien con voce viva
     A voi uomini, e donne, che mi udite,
     Che alla natura vostra assai lasciva
     Di mala carne oggi il macello aprite:
     E mentre il senso di ragion vi priva,
     Corrotto il corpo l’anima tradite;
     A tentazion di carne vi piegate,
     E come il visco a quella v’attaccate.

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LXXIV.


Carne di Vacca omai cibo non sia
     Per voi, lasciva, ed impudica gente;
     Sopra di ogni altro poi sbandito sia
     Quel vizio sì nefando, che si sente
     Regnare in molti, che trovan la via
     Di convertir la pioggia in fiamma ardente;
     Poichè se Iddio creò sì bello il Mondo,
     Fa gran peccato chi gli guasta il tondo.

LXXV.


Ma voi che l’odio, e il grave sdegno incita
     Alle vendette, ed a crudeli imprese,
     Col nemico a far pace il Cielo invita,
     Perchè restin alfin vostr’alme illese;
     Bella guerriera a morte già ferita
     Vi sia d’esempio in perdonar l’offese:
     Udite come in dolci note intuona,
     Amico hai vinto, io ti perdon, perdona.

LXXVI.


E non mi state a dire, o Padre, io sono
     Di tal natura, che se vengo offeso
     Non mi posso ridur con il perdono
     A dar la pace a quel da cui son leso;
     Non mi spaventa il folgore, nè il tuono,
     Della morte al timor mai mi son reso;
     So che nel Mondo, che di matti è gabbia,
     Tant’è morir di amor, quanto di rabbia.

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LXXVII.


Non dite nò, non dite questa cosa,
     Perchè la morte non è d’acqua un sorso;
     Sebben sicuro ciaschedun riposa
     Sia tanto ch’ella non si mette in corso:
     Solo si spaccia d’alma coraggiosa
     Chi provato non ha di lupo il morso;
     Ma credo al certo, quando giunta è l’ora
     Che rincresca il morire ai bravi ancora.

LXXVIII.


Adesso io parlo, e dico a voi ghiottoni,
     Che per la gola tante industrie usate,
     E per condire, e far buoni bocconi
     Del Pan unto le regole studiate:
     Con questo Libro di meditazioni
     Per vostro Dio il ventre contemplate;
     D’Averno il fuoco poi nella cucina,
     E dentro al fiasco la Bontà divina.

LXXIX.


Colui, che troppo attende al crapulare,
     Per l’Inferno s’ingrassa, o miei Signori,
     E chi fino alla gola immerso stare
     Fra gli intingoli cerca, ed i sapori,
     Giammai si puol con mente al Ciel’alzare,
     Ma sol di denti proverà i stridori:
     Chi troppo mangia, e vuol tre pan per coppia
     Con il ventre ripien più presto scoppia.

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LXXX.


Alcuni osservo poi di strano umore
     Mirar con occhio livido, e invidioso
     Chi la fortuna tiene in suo favore,
     Vivendo inquieti nell’altrui riposo;
     Conturba in lui l’altrui contento core,
     L’altrui viver felice è a lor noioso:
     Ma fa chi porta invidia all’altrui bene
     Con gli avanzi di quel magre le cene.

LXXXI.


E voi, che come bestie da vettura,
     Che in gran viaggio han fatta la condotta,
     O come un cavallaccio, che non cura
     Lo spron, perchè restìo, e mai non trotta,
     Oziosi, e pigri siete per natura
     Da voi giammai al bene oprare indotta;
     Un cavallo spallato, or ve l’avviso,
     L’alme non può condurre in Paradiso.

LXXXII.


Fuggite dunque i vizi, e da Cristiani
     I precetti di Dio tutti osservate,
     Col ferro il sangue dagli corpi umani,
     Se non siete Chirurghi, non cavate,
     Con unghie acute, e con adunche mani;
     Nemmen toccar la roba altrui bramate:
     E come dice la divina Deca,
     Lasciate stare ancor l’altrui Ghineca.

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LXXXIII.


Nella Legge di Dio vostra salute
     Si trova bene, e il vizio sol vi danna,
     Mentre di questo l’anime imbevute
     Il fragil senso l’intelletto appanna;
     Per impedirvi il far cose dovute,
     Amore è cieco, e l’interesse inganna;
     Debole è l’uomo, e forte è il tentatore,
     Ma pur la vince il confessar l’errore.

LXXXIV.


Concludo in somma, che il peccato è un tutto,
     Che costa caro, e pur si stima un nulla;
     Ma chi nulla lo stima perde il tutto,
     E vende il tutto per comprare un nulla;
     Un nulla è poi per cui rovina il tutto,
     E toglie il tutto per donare un nulla;
     Toglie il ben, dona il mal: or se vi piace,
     Pensateci ben sopra, e andate in pace.

LXXXV.


Or ecco già che il nostro Gesuita
     Ha la Predica sua finita, ed io;
     Mentre la Musa a riposar m’invita;
     Voglio quì tralasciare il canto mio,
     Non perchè qui la storia sia finita,
     E mi abbandoni la benigna Clio;
     Ma prendo lena per dar poi le mosse
     Alla lingua per dir cose più grosse.


Fine del Canto Terzo.