Cortona convertita/Canto 2

Canto 2

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CANTO SECONDO


ARGOMENTO.



A Cortona ne va, dove aspettato
     E’ il Padre Missionario Gesuita;
     Quivi da molta gente accompagnato
     In chiesa tutti esorta a mutar vita,
     Dal Popolo per santo è già spacciato;
     Vieti dall’Autor l’ipocrisia schernita;
     E dal Padre zelante con rigore
     Vien fatto un lavacapo a Monsignore.


I.


Ognuno in questo Mondo tal si tiene,
     Che perfetto si stima in ogni cosa,
     E nessun vuol, se mal’oprando viene,
     Ripreso, esser col vers,o o con la prosa;
     Ma la superbia che dall’uom proviene,
     Col suo strano capriccio ognor si sposa
     L’error per opra degna, e il mal ben fatto,
     Chi spalle ha di somar sostiene in atto.

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II.


So ben che alcun dirà del fatto mio,
     Che Poeta mi tien da due bajocchi,
     Che sono un pazzo da catena, ed io
     Non glielo nego, pur che a lui ne tocchi:
     Il Pegaso per me non ha il restìo,
     Nè le spronate m’han rotto i ginocchi;
     Ma questo giuoco voglio che fra noi
     Finisca, e vada il marcio a doi a doi.

III.


Ora di biasmo alcune voci sento
     Di certi Gabellieri degli impacci,
     Che de’ versi di amor aman l’accento
     Stimando opra da ciechi i miei versacci;
     Ma col darmi di naso a lor talento
     Le freghe al tafanario ognun mi facci,
     Come fanno i ragazzi alle cicale,
     Perch’io canti di loro, o bene, o male.

IV.


Ma già di mie promesse or la memoria
     Propon di nuovo a me la tela ordita,
     Con esortarmi a proseguir l’istoria
     Del nostro Missionario Gesuita.
     Musa, ridimmi con qual festa, e gloria
     Venne costui a riformar la vita
     Della viziosa, e scellerata gente,
     Mentre n’ebbe dal Papa la patente.

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V.


Scritto ch’ebbe a Cortona il suo disegno,
     E che il Popolo stava preparato,
     Giunto quel giorno memorando, e degno
     D’esser dagl’osti col carbon notato,
     Con le campane di letizia il segno,
     Ed insieme l’avviso a tutti dato,
     Che il Padre Santo appunto allor veniva,
     Corser tutti gridando, e viva, e viva.

VI.


La gente con la Croce in compagnia
     Andò fuor della porta ad incontrarlo,
     E come fosse stato il Gran Messia;
     Il Popolo si vide accompagnarlo;
     Vero ritratto dell’ipocrisia
     Propriamente pareva a rimirarlo,
     Con passo grave, ed occhi in terra fissi,
     Brutto, e malfatto, come già il descrissi.

VII.


E per accompagnare il collo torto,
     Ed il pallor della destrutta cera,
     Mostrando in se spiritual conforto,
     Fuor della porta già scalzato s’era:
     Ma fu da molti poi squadrato, e scorto
     Non esser bestia da spacciare in fiera;
     Sicchè ad altri potea la mercanzia
     Vendere di sua falsa ipocrisia .

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VIII.


Giunto alla Cattedral, quivi si pose
     Con quella gente alquanto in orazione;
     Dipoi salito in pulpito compose
     La vita, il gesto, e quindi alle persone
     Fatto modesto inchino, ivi gli espose
     Di sua venuta il quare, e la cagione:
     Tenendo poscia in lor le luci affisse,
     Sputò tre volte in terra, e cosi disse:

IX.


Fratelli miei, che con devota brama
     Della santa Mission cercate i frutti,
     Si vede ben che Iddio oggi vi chiama
     Per sua pietà; che se i nefandi, e brutti
     Vizi lasciate, egli ch’è buono, e v’ama,
     Pronto si mostra a perdonare a tutti;
     Ond’io per far delle vostre alme acquisto
     Scalzo ne venni, come avete visto.

X.


Questa santa Mission dunque volete
     Ricever, non è vero? or così sia:
     Lasciate ormai la strada che tenete,
     Che insegnar vi vogl’io la vera via;
     Se i falli vostri poi confesserete
     Prometto a tutti, e giuro in fede mia,
     Per gli Angioli del Cielo, e tutti i Santi,
     Ch’anderete alla Gloria tutti quanti.

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XI.


Se tra le colpe avete poi smarrita
     L’anima vostra, e quivi in esse immersa
     Per tant’anni si trova, onde spedita
     La stimate per voi, e quasi persa;
     Ecco per ritrovarla a voi s’addita
     La via del Cielo assai pulita, e tersa;
     Che se da febbre indebolita langue,
     Sanguisuga son io per trarli sangue.

XII.


Col mezzo de’ flagelli, e discipline
     Cavate dalle vene il sangue infetto;
     Battete quelle carni alabastrine,
     Che conservano un cor di sasso in petto;
     Stracciate omai l’inanellato crine,
     Che qual catena del mondano affetto
     Vi tiene schiavi, e con perrucche ornati,
     Belli vi fa parer, benchè pelati.

XIII.


Un mezzo ancora a voi per far buon frutto
     È il dispensare il vostro a’ poveretti,
     Che parte avrete, se donate il tutto,
     In Paradiso poi tra i più perfetti:
     Se il patrimonio avete già distrutto,
     Siete con tutto ciò figli diletti
     Dell’amoroso Padre di Famiglia,
     Ch’ad abbracciarvi è pronto, e vi ripiglia.

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XIV.


Voglio finire in nome del Signore:
     A voi fratelli miei mi raccomando,
     Mentre senza posar per vostro amore
     Starò sempre per voi affaticando;
     Risolvetevi intanto di buon cuore
     A dare ad ogni vizio eterno bando,
     Acciò che l’alma al Ciel ritorni amica:
     Andate in pace, e Dio vi benedica.

XV.


Tra molta calca alfine escì di Chiesa,
     Tutti dicendo, sia pur benedetto:
     Quando l’ipocrisia fatto ha la presa,
     E che l’uomo acquistato ha buon concetto,
     Gran devozione il Mondo a lui palesa,
     In cui stima virtù fino il difetto;
     Che se far gli vedesse un sacrilegio
     Lo stimerebbe in esso un privilegio.

XVI.


Oh maladetta e vana ipocrisia,
     Che nata fra le corna d’Asmodeo
     T’annidasti nel sen di gente ria,
     Che faccia ha di Cristiano, e cuor d’Ebreo!
     Alla Chiesa vai sol per parer pia,
     Ove fai l’orazion del Fariseo:
     Ma colui che ti crede, addosso tiene
     Assai più del minchion, che d’uom da bene.

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XVII.


Predicare il digiuno a ventre pieno,
     Predicar l’umiltà col fumo in testa,
     Predicar la pazienza un che nel seno
     Con l’ira ed odio la vendetta innesta,
     Predicar carità chi del veleno
     D’invidia offeso, ed infettato resta,
     Predicar bene un ch’è di mala vita
     È funzion, e finzion di chi t’imita:

XVIII.


Per non toccar la parti vergognose
     Nell’orinar cuoprir la man co’ guanti;
     Ma nella roba altrui non già ritrose
     Scuoprir con nuda man l’unghie raspanti;
     Tu visiti gl’infermi, e le lor cose
     Sperando, raccomandi a tutti i Santi;
     E se la roba gli è di grave peso
     Serve tua santa man di contrappeso.

XIX.


Scimia de’ Santi in pubblico ti fai,
     Ti scandolezzi, e contro il vizio esclami,
     Fingi quella bontà che in te non hai,
     Ed il Mondo fuggir, che segui ed ami,
     Di rifiutare, e non voler giammai
     Ciò che con appetito e cerchi e brami:
     Ma Dio ci guardi da colui che finge
     Nulla volere, e il tutto abbraccia, e stringe.

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XX.


Acciò che il Mondo poi alfin ti adori,
     Le lampane t’accenda, e le candele,
     Col ratto nelle man gli altrui tesori
     Contempli, e fai che nel tuo cuor si cele;
     Fingi estasi, e visioni, e i tuoi ristori
     Esser solo castagne, e fichi, e mele;
     E con la carne poi ti mostri dura
     Nel gustarla talor contro natura.

XXI.


Ti fai veder con pallido sembiante,
     Col collo torto, ed occhio in terra fisso,
     Bocca ripiena di parole sante,
     Con la Corona in mano, e il Crocifisso:
     Ma se nel Mondo oggi tornasse Dante,
     Gli converrebbe giù nel cieco abisso
     Nuova bolgia trovare, e più capace,
     Per dare il luogo ad ogni tuo seguace.

XXII.


Fuggite or tutti chi costui imita,
     Perchè sol cerca di gabbare il Mondo;
     E il bacchetton che par di buona vita
     Stimate pure un animale immondo,
     Precursor di Anticristo, alma smarrita
     E spirito del baratro profondo:
     Non alberga la vita in corpo morto,
     Nemmeno anima retta in collo torto.

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XXIII.


Non già per mano del crudel Nerone,
     O di altri fieri, e pessimi Tiranni,
     Con la terribil sua persecuzione
     Potè far Satanasso in que’ primi anni,
     Nella Chiesa di Dio tal distruzione,
     Come egli fa co’ suoi più fini inganni,
     Oggi per mezzo dell’ipocrisia
     Che mostra il Cielo, e dell’Inferno è via.

XXIV.


Ma per tornar al nostro Gesuita,
     Che fuor di Chiesa ho poco fa lasciato,
     Nel raccontarvi la di lui uscita
     Da quella doppo ch’ebbe predicato,
     Mentre alla Csa a riposar sua vita
     Vien condotto, e da’ Preti accompagnato,
     Parmi ben il dover, che per creanza
     L’accompagni ancor io alla sua Stanza.

XXV.


Quivi però voglio lasciarlo adesso,
     Perchè già stanco possa riposare,
     Acciò che poi studiar gli sia permesso,
     E le Prediche sue ben imparare:
     Egli però, che in questo era indefesso,
     In Confession si mise ad ascoltare,
     I peccatori, e con sua penitenza
     Pettinava a ciascuno la coscienza.

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XXVI.


Or mentre lui nel confessar procura
     La salute d’ognun che ascolta e sente,
     E con bravate ogni coscienza dura
     Rende poi ammollita in chi si pente,
     Un grillo, temerario per natura,
     Mi salta in capo, e mi riduce in mente
     Del Vescovo i costumi; ed occasione
     Certamente ne porge la Missione.

XXVII.


Viveva allora un certo Monsignore,
     Che Filippo per nome era chiamato,
     Qual sebben di Cortona era Pastore,
     Mostravasi però lupo affamato,
     Poichè con il rapace suo furore
     Ridusse il Clero in sì cattivo stato;
     Che si può dir che fece un Galileo
     Peggio che Armeni a San Bartolommeo

XXVIII.


Al picciol corpo, alla statura bassa
     In lui s’accompagnò l’animo vile,
     L’ingegno acuto, e la coscienza crassa,
     Un cervello incostante, e puerile:
     E la natura in lui fece una massa
     Del criminale insieme, e del civile;
     Fu buon Legista, e il giusto discerneva,
     Ma solamente quando a lui pareva.

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XXIX.


Il Codice accordava col Digesto,
     E nel tenere a banco la ragione
     Avea ridotto d’ogni Legge il Testo
     Alla natura della conclusione.
     Cavò Graziano, e Bartolo di sesto
     Per mezzo del Paragrafo Boccone;
     E decideva ogni difficil punto
     Come Vescovo sol per esser unto.

XXX.


Coll’interesse avea stretta amicizia,
     E San Pietro onorò come Simone,
     La sola cupidigia, e l’avarizia
     Serviro in lui di stimolo, e di sprone
     Per far correr di trotto la giustizia,
     E far ben spesso nell’Ordinazione
     Fare al villan per un capretto grasso
     Dall’aratro all’Altare un breve passo.

XXXI.


Il merto, e la ragion poco stimava,
     Se d’oro non avean le sopravvesti;
     Per chi poveramente si portava
     Rivoltava la Legge tra i Digesti,
     Solamente benigno a chi donava
     In parole mostrossi, in fatti e in gesti;
     E per pigliar merlotti alla civetta
     Avea la rete di S. Pietro eletta.

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XXXII.


Cangiò la Mitria in borsa, e il Pastorale
     lIn una falce, che levava il pelo:
     Se i vizi suoi celò sotto il Piviale,
     Pose agli altrui con l’avarizia il velo;
     E dimostrò, che in rimediare al male
     Dell’interesse lo mangiava il zelo:
     De’ Sacramenti pure il settenario
     Numero giunger fè fino al denario.

XXXIII.


Del tutto già informato il Gesuita
     Gli fece un solennissimo sermone,
     E la di lui sì licenziosa vita
     Gli rinfacciò con aspra riprensione;
     E se non la facea ormai finita
     Minacciogli l’eterna dannazione,
     Perch’era nel conceder la patente
     Per interesse sol troppo indulgente.

XXXIV.


Un giorno dunque andato all’udienza
     Prima che cominciasse la Missione,
     Per ottener da lui buona licenza,
     O facoltade, o sia Benedizione,
     Dopo le ceremonie, e riverenza
     A fargli cominciò cotal sermone:
     Illustrissimo, sol quattro parole
     Dir quì vorrei fra noi, se non vi duole.

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XXXV.


Dite pur Padre, egli rispose allora;
     E questi disse: Voi saper dovete,
     Che per tutto il paese, e dentro, e fuora
     Poco buon nome fra la gente avete,
     Perchè per odio, ed avarizia ancora
     Pelate chi si sia, o Frate o Prete;
     E vi tien la Città, che vi scrutina,
     Per un Pretaccio della Cappellina.

XXXVI.


Se vi ho da dire il vero, i Cittadini
     Vi tengon per un uom di poca fede;
     I poveretti, artieri e contadini
     Dicon, che gli frodate la mercede,
     Che avete l’unghie a guisa degli oncini;
     E questa gente in somma non vi crede,
     Se non quando vi sente bisbigliare
     Domine non sum dignus all’Altare.

XXXVII.


Dicono tutti, che voi dite, e fate,
     Dicono che dovunque ognor voi siete,
     Dicono ancor che la parola date,
     Dicono poi che non la mantenete;
     Dicon poi che da lupo voi trattate,
     Dicon che da Pastor far non sapete;
     E di più, che voi siete un aguzzino
     Che scorticate un uom per un quattrino.

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XXXVIII.


Nella vendetta siete un uomo ardente,
     Per dimostrarvi nato Cavaliero,
     Ma troppo dolce poi, ed indulgente
     In permetter lo stupro, e l’adultero;
     Che il sacerdozio troppo largamente
     Voi conferite; e dicono che in vero,
     Per pigliar benchè minima cosuccia,
     Ordinereste il gatto, e la bertuccia.

XXXIX.


Voi ammettete il finto Patrimonio,
     Senza stimare i Canoni, e il Concilio,
     Ed in Giudizio il falso testimonio
     Fa che voi giudicate absque consilio;
     Onde vi aspetta presto il rio Demonio,
     Dove spedito Enea fu da Virgilio;
     E il Pastoral vi servirà per ponte,
     O remo per la barca di Caronte.

XL.


Voi per essere ingordo, e troppo avaro
     Coi poverelli vi mostrate un cane,
     Voi date cura d’anime al somaro,
     Ed agli indegni dispensate il pane;
     Ebrei, con Spie d’intorno avete caro,
     Li Sbirri accarezzate, e le Puttane;
     Onde il palazzo vostro è fatto ospizio
     D’ogni più tristo, e più nefando vizio.

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XLI.


Commedie poi, festini, e mascherate
     Senza vostra presenza non si fanno,
     E per il male esempio che lor date
     Bel tempo i vostri Preti anche si danno;
     E poi se vanno soli condannate
     I Frati alla prigion; e tutti sanno,
     Che voi come se foste un secolare
     Vi trovate con donne anche a ballare.

XLII.


Oh Dio! com’esser può, che oggi si scuopra
     Di cervello sì scarso un Uomo dotto?
     Mentre alla cieca si governa, ed opra
     Come se fosse un’Idiota indotto,
     Senza timor di quel che sta di sopra,
     Senza terror di quel che sta di sotto;
     Fa coll’offizio suo sì mal’inteso
     D’ogni erba un fascio, e d’ogni lana un peso.

XLIII.


Questa non è la strada, o Monsignore,
     Questo viver non è da buon Cristiano,
     Questo fare non è da buon Pastore,
     Questo vostro non è governo umano,
     Questo non è ’l servizio del Signore,
     Questo non è per voi consiglio sano;
     Ma un procacciarsi nel futuro inverno
     Un fuoco da scaldarvi in sempiterno.

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XLIV.


Ricordatevi omai ch’avete a andare
     A render conto a Dio d’ogni misfatto;
     Se vi dan le candele or da mangiare,
     Ne cacherete gli stoppini a un tratto:
     Padre, rispose lui, che devo fare?
     Che cosa faccio adesso, e ch’ho mai fatto?
     Siete Pastor, diss’egli, e s’io nol mostro,
     Ben sapete qual sia l’obbligo vostro.

XLV.


Cosi finito ch’ebbe di parlare
     Licenziossi da lui, ma prima chiede
     Licenza, e facoltà di predicare;
     Egli ampiamente tosto gliela diede;
     Subito egli si accinse ad operare,
     Per risarcir la mal trattata Fede:
     Al che diede principio il di seguente,
     Con far gran frutto in convertir la gente.

XLVI.


Ed io lo voglio qui lasciar, fintanto
     Che la Predica ben a mente impari,
     Per farvi poscia udir nell’altro Canto
     Ciò che disse e parlò con sensi chiari:
     Or mentre ch’io riposerommi alquanto
     Ciaschedun di voi altri si prepari
     A sentir nella Chiesa Cattedrale
     Una Predica sua tutta morale.


Fine del Canto Secondo.