Le nostre fanciulle/Biografia

Elisa Majer

Biografia Le nostre fanciulle ../Parte Prima IncludiIntestazione 21 settembre 2017 75% Da definire

Le nostre fanciulle Parte Prima
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..        SOFIA BISI ALBINI        ..

la sua vita e la sua opera


a Giuseppina Robecchi Gagliardi,
squisita amica di Sofia Risi Albini.


Ancora un libro di Sofia Bisi Albini? Ecco: la sua cara voce si fa udire... Noi ci voltiamo più ridenti che meste poichè il mistero della morte non esiste tra Sofia Bisi Albini e noi, le sue figliuole spirituali. Troppo ci ha lasciato di sè. Noi la ritroviamo dovunque: e nelle ore di lotta e nelle ore di passione: e quando tremiamo di noi e quando di noi sorridiamo, persuase. Anche fisicamente ella non morirà del tutto finchè non moriremo tutte noi che custodiamo nella vigile memoria — sacro arazzo intessuto di fili infrangibili. — la sua figura, espressiva di grazia muliebre e di virile volontà, e la sua voce indimenticabile, e il suo sorriso, che non era che suo.

Una voce salda, armoniosa, nutrita di dolore e di pensiero ha una potenza incalcolabile: e tale era la sua. Ma il sorriso di chi ha lottato e sofferto, di [p. vi modifica]chi ha seppellito e creato, di chi, inestinguibilmente, si è effuso verso altre creature, è una luce che rivela le anime alle anime: e tale era il suo sorriso.

Quando nel nitido salotto rosso, vivificato da disegni e sculture di Emilio Bisi, Sofia parlava, con lo sguardo invincibilmente attratto verso la finestra, sulla china testina di Jetta, seduta vigile ai suoi lavori, era il poema della vita che fluiva dalle sue labbra. C’era in lei un equilibrio perfetto tra arte e vita pratica. Riavvicinava le cose più alte e quelle più semplici e umili nobilitava e faceva amare.

Io che fui una ragazzetta nutrita di studi e di sogni, soltanto dalla sua chiara voce mi lasciai fermare accanto alla realtà della vita e soltanto per lei cessai di sprezzare, insieme con tante altre cose, anche la scopa e il piumacciolo da spolverare.

Ma quando Sofia Bisi Albini aveva finito di parlare e noi, con improvviso terrore, ci incolpavamo mentalmente di averle rubato troppo tempo, essa ci congedava con un ultimo dono prezioso: quel suo sorriso che era conclusione e saluto, tacita promessa e sigillo d’amicizia. Noi venivamo via [p. vii modifica]assorte in un oscuro lavorìo interno, avendo sempre a fiore del pensiero il timore di non fare abbastanza per esser degne di lei.

Sofia Bisi Albini fu non soltanto la nostra mamma spirituale, ma, quale i tempi nuovi la domandavano, innovatrice feconda nel campo dell’educazione femminile italiana.

* * *

Per comprendere la sua opera bisogna pensare alla condizione della donna italiana della borghesia e anche dell’aristocrazia quaranta e anche soltanto trent’anni fa. (Non parliamo poi della donna del popolo).

C’erano per lei tre fasi immutabili; la prima giovinezza fatta di passività verso i genitori o il tutore; lo stato maritale che le apriva subitamente il varco all’amore e al dolore — suoi — alla figliuolanza e ai doveri di società, senza che le fosse stato dato altro bagaglio che una dose di buona creanza e di studi ornamentali: la pena di zitellona, condizione infrangibile di ignorante e di subalterna nella casa e di paria dell’amore.

Come veniva rispecchiato questo stato di cose [p. viii modifica]dal gruppo nascente delle moderne scrittrici italiane? Se riguardiamo alla pleiade femminile non ancora del tutto trascorsa, troviamo Luisa Anzoletti e la Gualberta Beccari che seriamente se ne preoccupavano: ma Luisa Anzoletti, così grande speculatrice, latinista insigne, studiosa di storia e di religione, che il Fogazzaro riconobbe come una delle più generose anime femminili d’allora e Gualberta Beccari, la fondatrice del giornale «La Donna» apparivano come due «femministe» e molti le ostacolavano.

Tutte le altre prosatrici e poetesse seguivano la via dei sogni o di quel successo più omogeneo alla loro inclinazione spirituale: Vittoria Aganoor, delicata anima femminile viveva nell’astrazione della sua meravigliosa poesia, come Rachele Botti Binda e Alinda Brunacci Brunamonti, la prima forte, la seconda dolcissima. E la marchesa Colombi scriveva e scriveva, così facilmente, come l’estro le dettava: e Tommasina Guidi inteneriva coi suoi romanzi Casa mia e La mia casa e i miei figli. Ma la più grande popolarità toccava alle due che erano agli opposti vertici: Matilde Serao e Carolina Invernizio e che di femminismo non se ne curavano certo. Questa rimescolante i soliti pepati argomenti [p. ix modifica]a beneficio dei teneri amanti delle appendici; quella fantasiosa e virile, prodiga di ingegno e di vitalità, grande sopra tutte per l’inesausta facoltà di dar piacere ai lettori. Cordelia intanto rendeva taluni pensosi delle condizioni della donna col suo romanzo Catene che ebbe un vivo successo e Neera fissava magistralmente in Teresa il tipo della donna che soffre di tutte le menomazioni che le impone la società senza aver la forza di vincerle.

Sofia Bisi Albini avrebbe potuto, a mio parere, essere una romanziera, superiore a tutte quelle della sua età. Le mancò la vanità di esserlo; le mancò di ottemperare a quell’ozio sacro agli evocatori della penna: a quel distacco da tutto ciò che all’arte non sia attinente: a quel disdegno di ogni cura materiale che isola l’artista in un’atmosfera come di serra, favorevole ai delicati fiori di pensiero.

Ma su tutte le scrittrici della sua epoca Sofia Bisi Albini spiccherà per la comprensione di tutti i problemi sociali e specialmente sulla condizione della donna: ed essa non vorrà essere soltanto una narratrice, ma col suo duplice valore di romanziera e giornalista giungerà alle vette del più chiaro ed elevato insegnamento. [p. x modifica]

Non la più breve pagina sarà iniziata da lei senza un preciso scopo di bene: assumendo il suo lavoro intellettuale con un senso di austera responsabilità, nutrita della più larga comprensione dell’anima giovanile, essa le si rivolgerà con un meraviglioso equilibrio di chiarezza, di persuasione, parlandole sempre in nome del più gioioso dovere. Sofia Bisi Albini è stata una fata che ha trasformato la parola dovere in gioia: per questo la gioventù l’ha ascoltata ed amata.

Ma chi non sa di lettere non può immaginare la doppia fatica intellettuale della nostra scrittrice. Scrivere un romanzo o una novella è facile quando si lascia andare la penna dietro il ritmo del pensiero, non avendo nessuna barriera intorno. C’è un magico complotto tra il nostro io e la penna: le immagini filano giù senza una fatica apparente, quasi nuove a noi stesse, dandoci il piacere di fissarle per gli altri. La nostra costante preoccupazione è che i personaggi riescano interessanti e lo stile piacevole ed elevato: il resto lo dirà il pubblico. Ma quando si deve coprire di rose un duro quesito, quando dalla ricca fioritura dell’ingegno si vuole sfrondare tutto il superfluo, con cauta misura raffrontando le parole alle anime [p. xi modifica]che devono suadere, oh! allora, lo scrivere non è soltanto un magistero d’arte, ma un faticoso magistero di vita.

Chi non sa di lettere non può immaginare come lo scrittore egoisticamente si nutra di ogni atteggiamento altrui e di ogni sensazione per nutrir la sua arte: avendo per quanto succede nel mondo, più che un interesse fraterno, una curiosità di artista.

Anche ultimamente in un libro perfetto di donna, che misura in esso la propria giovinezza, noi troviamo uno squisito temperamento artistico, rapace di ogni elemento di bellezza e di vita che trasforma subitamente in arte, come il nepente che l’umidità dell’atmosfera assorbe per farne una limpida riserva sua. Eppure questa donna sensibilissima è incapace di amare gli altri; perfino l’amore alla madre, immenso, non è che egoismo, non amando essa in lei che le radici di sè stessa. Anna Vivanti direbbe: «Così sono i divoratori».

Ah! sì: così sono. Ma se incastonata nella vita, mutevole come una continua combinazione chimica, l’arte va intesa come una serie di fenomeni psicologici — trasmissioni di valori oscuramente vissuti in valori d’arte — benedetti quelli autori [p. xii modifica]che dal crogiuolo delle anime traggono il bene per la gioia e il male per la luce: non arte per arte ma arte per vita.

Benedetti quelli autori che vissero la loro arte: pane sudato di lavoro, fatica costante di pensiero. E se nessuno può raggiunger l’altezza del genio vivente di nostra stirpe, che visse, combattuto da un mondo intiero e ostacolato dalla sua patria, un’epopea più grande d’Omero, grandeggiano però davanti ai nostri occhi inumiditi gli spiriti immacolati del Fogazzaro, che vinse in sè stesso le passioni, prima di vincerle sulla carta: di Giovanni Cena, che depose la penna per metterla nelle manottine dei piccoli ciociari, che non sapevano impugnare che lo zufolo: e di Sofia Bisi Albini che fu pensosa di ogni elemento di educazione e lo nutrì di sè stessa, del suo tempo e del suo calore spirituale, per darlo tutto ravvivato alle fanciulle italiane.

Questi autori meritano di essere vissuti: non certi altri che ci dettero versi snodati e prose rilucenti per un’ora di tedio. [p. xiii modifica]

* * *

Sofia Bisi Albini nacque a Milano il 26 febbraio 1856, nel palazzo Melzi in via Manin, da Antonio Albini e da Antonietta Fioretti, appartenenti a quell’«alta borghesia» lombarda che aveva dell’aristocrazia tutta la signorilità e della classe lavoratrice il senso di responsabilità e di fattività. Fu la terza della gioiosa schiera di dieci figliuoli, allevati in quella meravigliosa villa di Robbiate, dove, accanto al papà, gentiluomo intenditore di terre e uno dei primi famosi bachicultori lombardi, Sofia si educò alla comprensione dell’agricoltura presa come la più nobile delle arti, origine e meta di ogni poesia, come di ogni prosperità nazionale. Ereditò dalla madre, che ebbe sempre una benefica influenza su di lei, le sue doti di carattere, di intelligenza e di squisita sensibilità. Anche quella spregiudicatezza di pensiero che farà brillare di luce inusitata nella letteratura italiana la piccola donna Conny.

Vivacissima tra dieci fratelli e sorelle, accordandosi al loro chiasso, essa va conoscendo tutta la gamma della sensibilità infantile, ch’essa riporterà sui suoi libri: squisitamente intuitiva, trovandosi [p. xiv modifica] d’intorno, così nel palazzo Melzi di Milano come nella villa di Robbiate, tutta la Milano intellettuale d’allora, si forma un’intelligenza sicura, una coltura soda e varia, insieme ad una signorilità di espressione che accompagneranno per tutta la vita la sua dirittura morale.

Più tardi essa rammentò sempre con nostalgico piacere le conversazioni di casa sua, dove gli elementi più disparati si fondevano armonicamente e le discussioni politiche venivano alternate a soluzioni di problemi di vita pratica e sulle testine giovanili come sulle gravi teste d’argento la poesia pioveva a tratti il suo ristoro fatto di calma e di desio. Col candeliere in mano ospiti e visitatori si soffermavano ancora nell’anticamera o sotto le stelle al cancello del giardino a discutere di politica, a parlare di piccoli e grandi contemporanei e il congedo reciproco era un’ode dell’Aleardi o una tirata dei schietti versi del Fusinato.

Quel suo caro mondo d’allora, con la figura dominante del padre, con lo sfondo della sua villa, che sempre rimase nel suo pensiero come un’oasi di felicità, essa lo descriverà più tardi in pagine profonde di verità e di indagine psicologica: pagine che avrebbe potuto intitolare: «Piccolo [p. xv modifica] mondo antico» e che al capolavoro fogazzariano esponente le condizioni di casta e di politica di cinquant’anni fa, si sarebbero degnamente accompagnate per la descrizione delle prevenzioni e delle utopie sociali d allora. Ma queste pagine meravigliose, sintesi della vita e dell’opera di Sofia Bisi Albini, non ebbero la parola fine: troppe angosce e travagli la percossero negli ultimi anni. Ci elettrizzava quando noi le domandavamo: quando quando terminerà «Il libro di una spettatrice»? Ma il lavoro rimane incompiuto e sepolto in un’annata di quella «Vita femminile italiana» che non ebbe tempo a diffondersi come meritava. Ma chi ancora frequenta il salotto di donna Antonietta, la gentildonna amica che Sofia descrive in quelle pagine con inimitabile espressione, le amiche rimaste della dolce cerchia allentata da morti precoci, sospirano su quelle fresche pagine che hanno tutto il movimento e ahimè! non la misura del capolavoro.

* * *

Se la nostra vita s’accorda in tono maggiore o minore alle prime note degli anni giovanili. Sofia Bisi Albini trasse dall’inizio felice della sua vita la [p. xvi modifica] facoltà di credere nella gioia e di poterne dare. Però io non credo che questo divino dono ch’essa ebbe di lumeggiare ogni più oscuro cantuccio di vita, di trovare la nota attirante in ogni più pedestre argomento e di recar la speranza ai cuori più travagliati fosse soltanto una suà naturale disposizione. Io credo fosse di più: fosse uno squisito atteggiamento da lei riconosciuto come l’unico capace di conquistare tutte quelle anime femminili, per le quali la morale presa come significato di rinuncia e la bontà come equivalente di inerzia non possono essere tollerate.

Ed ecco che a distanza di tempo si delinea un parallelo tra lei e un’altra grande educatrice che, col pseudonimo di Tecla Ruelli pubblicò di recente un libro che mette la rivoluzione nella vecchia morale.

Tecla Ruelli va però molto più lontano di Sofia Bisi Albini. Essa si domanda se l’amore non sia più forte del dovere e se la donna che ama di un completo amore l’uomo di un’altra, non abbia diritto di toglierglielo, per la sua propria felicità quando questa felicità sarebbe anche quella di lui.

Sofia Bisi Albini, candida fino all’estremo della sua vita, affronta tutti i problemi, ma vorrebbe [p. xvii modifica] risolverli rimanendo nella legge. E non vuoi arrivare alle ultime conseguenze per provvedere, ma vuol prevenire. Quindi sconfigge usanze e pregiudizi quando essi limitano la libertà d’azione della donna, specialmente nel periodo della prima giovinezza; nel quale essa vuole che possa prepararsi da sè la propria felicità, senza dover poi calpestare la legge per conquistarla.

La Ruelli e la Bisi si ritrovano quando l’una e l’altra, infaticate lavoratrici, onestamente ammettono che il lavoro è un dovere, un conforto prezioso, un legame di solidarietà fraterna tra gli umani, ma la molla dell’esistenza, che troppe volte si deve reprimere in sè stesse, è la felicità.

Il dualismo tra il dovere e la sete di gioia Sofia Bisi Albini lo descrive rapidamente in questa pagina che tolgo dal «Libro di una spettatrice»:

«Ed ecco svolto in un’altra antica strada nella quale abbondano pure vasti giardini ed ortaglie, e conventi e ricoveri si alternano a ospedali e i case di salute. No, non sono in vie gaie. Al disopra dei muri scavalcati dalle glicinie passano con profumi deliziosi di fiori vampate di odor d’acido fenico e di jodoformio, e mi sento umiliata del senso opprimente ch’io provo, della [p. xviii modifica] tentazione di fuggir lontano. Quante donne sono invece lì dentro, accanto a letti di malate, dalla mattina alla sera, tutta la vita, volontariamente escluse da tutto ciò che è salute, serenità, bellezza...

Ebbi ad un tratto la rivelazione di qualche cosa a cui non avevo mai pensato. La saggezza che io mi studio di acquistare e nella quale Antonietta ha l’aria di credere, non è in fondo che un formidabile egoismo, lo sono una cercatrice di felicità nè più nè meno: con l’istinto di una lucertola che ha bisogno di sole, di un fiore che ha bisogno di humus, io vado in cerca del posticino caldo del mondo, del terreno ove io possa prender radici e ove possano svolgersi pienamente le mie facoltà. Lo chiameremo individualismo per usar una parola nuova, bisognerà bene che ci rifletta se è proprio la via più buona per arrivare a quella missione che sogno».

Aiutare la gioventù femminile italiana ad armonizzare la saggezza con la ricerca della propria felicità, raggiungere l’equilibrio tra il proprio io e gli altri, prefiggersi una meta e raggiungerla col fervore delle opere e la serenità dello spirito ecco il programma di tutta la vita di Sofia Bisi Albini. [p. xix modifica]

Essa ha diciassette anni e sorridendo prende in mano la penna.

* * *

Prende in mano la penna per gli altri. Per sè, per i suoi compiti di scuola aveva già scritto, fin dagli undici anni piccole cose deliziose che Luigi Rossari, l’illustre pedagogista, allora ispettore delle scuole di Milano, portava al Manzoni; i due nobili vegliardi compiacendosi insieme di quella fresca aurora che sorgeva accanto al loro maestoso tramonto.

Frequentando poi la Scuola Superiore, la piccola Sofia ebbe a guida preziosa Giovanni Rizzi, professore e critico di molta maggior levatura che non poeta. Egli ebbe per lei una cura paterna, insieme ad una severità che ebbe il merito grandissimo di agire sullo svolgimento delle sue forze intellettuali senza comprimere nè lo stile, nè la visione della materia che la piccola artista avrebbe fatta sua. I suoi primi personaggetti furono subito delle ragazze vivaci, ansiose di gioia, come api di fiori, vibranti come delle canne, armoniose e semplici come steli di prato. [p. xx modifica]

L’Ester, scapata e impulsiva, ma tutta affetto e sincerità riempie di sè due novelle: «Nel vano dalla finestra» e «Il dottor Edmondo Fog». L’Ester e l’Alberta della «Scacchiera della rosa» sono le prime di una serie di donne in bocciolo che si affacciano alla vita con l’intenzione di capirla tutta, separando con le loro mani delicate il loro diritto di libertà e d’azione dal vecchiume di tutte le restrizioni sociali dell’epoca.

Sofia Bisi Albini apre fin dalla sua prima novella quelli che parevano gli intangibili cancelli intorno al chiuso giardino, tutto edera e bosso, della vita muliebre d allora. Vi metterà rose a profusione e rovesci di gelsomini per le anime innamorate: ma esse non potranno andare ad occhi socchiusi soffocate dal profumo dei fiori, sperdute sotto il mite raggiar della luna, perchè si deve procedere ben caute e calme nel giardino che non ha più i larghi viali incolti, ma è tutto diviso in alterne aiuole di cavoli e di begonie, d’insalatina e di giacinti, di viole e di fragole. C’è di tutto ed è così bello perchè possiede l’armonia.

Ecco dai cari libri venirci incontro, ancora fresche e suadenti, donna Conny, Sandra Luisa e Itala, tre tocchi armoniosi di uno stesso liuto: la [p. xxi modifica] signorina Zeta, Carla e tante altre creature di vita, appassionate e dolci, fragranti nell’impulso dell’anima giovanile, ciascuna portando un poco della sua vita e del suo mondo.

Il suo secondo lavoro fu «Cose vecchie e impressioni nuove» un piccolo aureo libro su Venezia.

Poi scrisse il primo romanzo «Donnina forte» e non aveva ancora vent’anni. In esso si rivelò di colpo artista provetta, e prese il suo posto definitivo nel mondo dell’arte. Le resero gli onori tutti i letterati d’allora e tra i romantici che tramontavano e i veristi che, molto contrastati, sorgevano, il libro di Sofia Albini dominò col suo candore e con la sua sagacia: facendo forse pensare al Barrili, al Farina, al Rovetta ed a tanti altri che nessuno di loro aveva ancora studiato e colto dal vero un anima di giovinetta. Bisogna forse venire fino al Niccodemi per trovare nella piccola «Scampolo» della strada l’anima onesta e radiosa dell’aristocratica «donna Conny».

Donna Conny non è un’eroina e nemmeno un salice ripiegato sotto la sferza del destino: è una figuretta vera, che sa tenere il suo piccolo posto nel mondo, che scruta sè e gli altri: è donnina [p. xxii modifica] forte perchè rifiuta un amore contaminato.

* * *

Tra la pubblicazione di «Donnina forte» avvenuta nel 1876 e la pubblicazione di un nuovo forte libro Sofia Albini lascierà passare otto anni, ch’essa riempirà di un’attività grandissima e già non più soltanto letteraria, con grande dolore di Emilio Treves che voleva fare di lei una colonna della sua casa nascente, con gran dolore del Giacosa, del Rovetta, del De Marchi e del Verga, tutti suoi amici carissimi.

Ma Sofia Albini scrivendo d’arte non solo ma di questioni sociali nei più reputati giornali d’allora, nella famosa Perseveranza, nel Corriere della Sera, appena trasformato dal Torelli Viollier dal vecchio Pungolo; e pur così giovane già nominata ispettrice degli Asili prima e poi delle scuole elementari, sentiva quanto era più necessaria l’opera sua a favore dell’educazione della donna, della protezione dell’infanzia, dell’elevazione del popolo. E a tutte queste opere si dedicò con quell’entusiasmo e quello spirito di ottimismo ch’erano soltanto suoi. [p. xxiii modifica]

Intanto la sua giovinezza veniva illuminata da un grande amore, che fu l’unico per tutta la sua vita: e nel 1882, si sposava con Emilio Bisi figliuolo di Luigi Bisi presidente dell’accademia di Brera ed erede di nove generazioni d’artisti. Una dinastia più lunga di quella famosa dei Sacchi della Certosa di Pavia.

Fu un matrimonio perfetto tra il sorriso dell’arte e dell’amore.

Ma se tutta Milano d’allora e tutte le personalità d’Italia passarono nei salotti di casa Bisi, respirando il balsamo dell’ineffabile armonia che la governava, anche i pochi fidati amici delle ore tristi poterono assicurarsi che quel vincolo d’amore non si dissipò nella gioia e non si allentò nelle traversie della vita. Gustando pienamente di tutte le possibilità di bene, serena nelle disgrazie, Sofia, sempre ottimista, fu l’ispiratrice del marito, l’educatrice dei suoi quattro bambinetti: non soltanto la squisita amica di artisti e letterati e la donna delle rapide trasformazioni in tema di beneficenza e di educazione.

Ma quanto lavorò!

Mancavano libri di testo adatti alle prime classi. E subito ne fece due: «Il primo scalino» e [p. xxiv modifica]«Omini e donnine»1. Tutti due sono fioriti dal suo sentimento materno e hanno una deliziosa spontaneità insieme ad una consumata perizia di educatrice. Non aveva che ventisei anni quando li scrisse e un bambino di un anno, Gigi, che giocava sotto la tavola mentr’ella scriveva.

Poco dopo per «Il giornale dei fanciulli» diretto da Ferdinando Martini essa scrisse «La storia di un Omone» che soltanto più tardi, pubblicata in volume, ebbe il titolo definitivo «Il figlio di Grazia»2.

Con questo libro Sofia Bisi Albini è già al suo vertice di scrittrice. La pienezza dell’ingegno, il soffio animatore dell’arte, la consapevolezza materna, una fluidità come d’acque di luci e di nuvole trascorrenti, un senso grandioso di altezza d’anime e di cime, insieme ad una adorabile semplicità di particolari ne fanno un capolavoro.

Qualche anno dopo con la stessa misura d’arte scrisse «Una nidiata». Che libro meraviglioso! così semplice che un bambino di otto anni lo può prendere in mano e goderne; così profondo, nel suo fine ultimo, che oggi, rileggendolo a tanta [p. xxv modifica]distanza d’anni, ne provo commozione e conforto. Come si sente che sono i suoi ricordi, la sua famiglia che rivive col fresco riso dei bambini e la tenera voce della mamma! È uno di quei libri vissuti che parlano all’anima. Anche in questa chi domina è una ragazzetta, gioiosa, senza romanticherie, ma con un fascino suo, fatto di spontaneità e di vivacità, che l’avvicina a tutte le creature e le fa amare ad uno stesso modo francescano l’acqua le piante e gli animali.

Io ho ancora vivo in me quel senso di resurrezione spirituale che mi dette, giovinetta, la lettura dei due maggiori libri della nostra autrice.

Per curioso contrasto li lessi dopo che per un anno intero mi ero falsificata coi libri infernali della tedesca Werner. Dico infernali perchè sembrando inoffensivi, anzi moralissimi, contengono invece una crudele inverosimiglianza di vita, tutta basata sull’ineluttabile amore: scene d’amore, tragedie d’amore, odio che si cambia in amore, il tutto aggravato dalla cocciutaggine tedesca che sembra saper piegare soltanto all’amore. E pensare che di questi romanzi, male tradotti, c’è stata una invasione in Italia e «Una nidiata» non arriverà forse mai alla loro tiratura. [p. xxvi modifica]

Ridiciamo la frase antica che in questo tempo di sconvolgimento sociale risuona ancora più amara: Diffondiamo tra il popolo le buone letture...

Approfittiamo del desiderio di lettura svegliatosi così improvviso e impetuoso nei soldati d’Italia, che soltanto durante la guerra, nell’ozio forzato delle soste, ebbero modo di amare il libro: approfittiamo di questo momento eccezionale per diffondere nella classe operaia e nei contadini i libri di sana e onesta e dilettevole lettura. Pensate: se in ogni dimora delle nostre montagne ci fosse «Il figlio di Grazia»! Sarebbe un’opera di educazione automatica che si compirebbe per il bene di tutti.

I libri di Sofia Bisi Albini dovrebbero essere in ogni casa e in ogni biblioteca: tutti. Dalle prime novelle pubblicate col titolo «Aprile» e via via «Donnina forte», «Omini e donnine», «Il primo scalino», «Il primo libro di preghiere», «Una nidiata», «Il figlio di Grazia», «Voci di campanili», «Fu così...» «Il libro dell’avvenire», e «La Regina della nuova Italia» e «Il nido di Ichs e di Zeta» pubblicato nella «Rivista delle Signorine» fino alle sue due meravigliose traduzioni dall’inglese «Incompreso» della Montgomery e «Mia [p. xxvii modifica]moglie ed io» della Beecher-Stowe.

Molti, prima di me, hanno parlato dei libri di Sofia Bisi Albini.

A me verrebbe voglia di fare come fece Matilde Serao, a Milano, lo scorso anno: che, tenendo una conferenza su Neera, parlò di tutto quanto la concerneva, fuor che dei suoi libri.

— Quelli — disse agli uditori — avete l’obbligo di leggerli e giudicarli da voi. —

C’è fra un autore e il suo lettore appassionato uno stato di grazia che nessun critico può rilevare perchè è la risultante di un incontro spirituale, che l’ora il tempo e la più o meno dolce stagione varia all’infinito. Ma il critico acuto ed arguto resta sempre il traguardo dove ogni libro segna la sua potenzialità: e i lettori amano il critico dei loro autori preferiti, perchè egli sa dire speditamente quanto essi sentono confusamente, ed è lo scandaglio che li precede e il termine di raffronto al loro piacere spirituale.

A proposito dei romanzi di Sofia Bisi Albini nessuno ancora ha detto che il loro merito principale sta nell’aver spostato l’asse di quella linea impugnata da quasi tutti gli autori come l’unica degna di dar vita ad un racconto, e cioè la linea [p. xxviii modifica]risultante dai rapporti tra la bellezza muliebre e l’amore, tra la forza d’amore e i suoi tre codicilli peggiori: il libero amore, l’adulterio e il divorzio.

Sofia Bisi Albini non soltanto va contro questi tre spaventosi motivi di dissoluzione sociale, ma volutamente non tiene conto dell’elemento bellezza nelle sue eroine. Di tutte le sue eroine soltanto la Sandra è dichiarata e descritta come sommamente bella: ma soltanto perchè le giovinette capiscano com’è vana la bellezza fisica senza la spontaneità dell’animo. Le altre saranno tutte creature di bellezza, ma di quella che viene dall’armonia dello spirito coltivato e dall’animo pronto: dalla cura di sè stesse e dalla vivacità e spontaneità di azione che sole affascinano per tutta la vita.

I libri di Sofia Bisi Albini si possono paragonare a quelli del Dickens: così profondi nella loro apparente semplicità, soffusi di quell’umorismo che conquista il lettore, per nessun modo ricercati, eppure così nuovi in ogni loro episodio e particolare, da dare continuamente al lettore la gioia di sensazioni nuove.

Quando Luisa raschia coll’unghia una macchia di cera dal tappeto per riempire con qualche cosa una piccola pausa penosa: quando l’Itala, ad una [p. xxix modifica]ingiuria di Emilio, rimane attonita, col viso paonazzo, domandando a Luisa: — Che cos’ha detto, che cos’ha detto? — con l’aria spaurita di chi ha sfuggito un pericolo, ma non sa ancora quale: quando Bernardone, a Grazietta, che l’ha rimproverato di pensare soltanto all’oca arrosto nella notte di Natale, risponde serenamente: — Tu mi credi un eretico. Io colla bocca ho parlato dell’oca, ma col cuore ti giuro che ho pensato alle tre messe di Natale —, sono sprazzi d’anima che la scrittrice ci rivela, indagine psicologica finissima che tocca rapidamente il fine senza mostrarcene i mezzi.

Ah! se le normaliste studiassero i libri della Bisi invece di quelli di certi insigni pedagogisti! Che rapporto di valori troverebbero tra l’educazione a base di libertà e di responsabilità di sè stessi con la rapida formazione dei caratteri: tra l’infanzia felice e la serenità degli anni seguenti: tra la conoscenza della vita seriamente intrapresa fin dalla prima giovinezza e la purezza di costumi.

Vorrei che le normaliste in ispecie, ma anche tutte le fanciulle rileggessero quello spigliato, franco e giulivo racconto che s’intitola «Il nido di Ichs e di Zeta» la storia di una giovinetta allevata nella ricchezza e che sposando un ufficiale deve [p. xxx modifica]accontentarsi di una vita nomade e modesta. Ma a quella che è la signorilità delle sue abitudini: l’abitudine del bagno giornaliero, l’abitudine di vedersi intorno cose belle e fiori e libri: l’abitudine di avere d’attorno una camerierina destra e gentile non può rinunciare. E allora? Allora bisogna leggere il libro per imparare il modo di destreggiarsi abilmente tra la larghezza dei nostri desideri e la ristrettezza del bilancio: per ricavare motivi di gioia e di benessere materiale dagli elementi più modesti e godere di una casa artistica e attraente senza possedere salotti in istile impero e camere stile trecento.

«Il nido di Ichs e di Zeta» si trova in un’annata della «Rivista delle signorine». Perchè non viene ripubblicato in volume?

E «Voci di campanili» lo studio storico-artistico di tutti i campanili di Milano, illustrato con rara finezza da Emilio Bisi, e introvabile ora, perchè non viene ripubblicato?

Onoriamo Sofia Bisi Albini come essa fu onorata all’estero. Ricordiamoci che «Il figlio di Grazia» non soltanto fu tradotto in tedesco e in ungherese, ma in Ungheria è libro di testo nelle scuole! Mentre da noi, seppure riconosciuto come [p. xxxi modifica]il suo capolavoro non ha ancora nella letteratura giovanile italiana il posto che si merita. Se «Pinocchio» è inimitabile nella sua arguzia e meravigliosamente adatto in ogni sua parola alla fanciullezza: se il «Cuore» conduce la fresca puerizia ad un orizzonte illuminato dalle più pure idealità umane: «Il figlio di Grazia» raggiunge per la prima giovinezza, assetata d’ignoto, la vetta della serenità, verde e amichevole come le vette delle Alpi dove si snoda il racconto. «Pinocchio» «Cuore» e «Il figlio di Grazia» hanno valori equivalenti e sono le tre note dominanti tra i libri italiani offerti alla giovinezza.

A completare la personalità d’artista e di educatrice di Sofia Bisi Albini gioverebbe non soltanto la pubblicazione dei due libri già accennati, ma anche di «Orietta scopre l’Italia» libro forse non completamente finito e che essa prediligeva. Una cara promessa ci è stata fatta da Maso Bisi, la raccolta delle lettere che Sofia Bisi Albini scrisse ai suoi due figliuoli alla fronte, durante quattro anni di guerra. E io vorrei fosse ripubblicato in volume anche «Il libro di una spettatrice» che per me rimane come l’esplicazione più alta del suo intelletto d’amore. Esso avrebbe lo stesso valore affettivo [p. xxxii modifica]che ha per noi un altro frammento, il «Senza bussola» dell’immortale Gallina.

Ma tutto questo nel campo dei desideri. Una vivida realtà è la raccolta degli articoli che formano materia a questo volume. Ricavati da quella miniera inesauribile che è la «Rivista delle signorine» essi ci riportano a quel tempo gioioso in cui la sua penna scorreva rapida per noi e i cari occhi splendenti si levavano dai fogli per accoglierci con uno sguardo materno.

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La «Rivista delle signorine» fu il campo smisurato che assorbì tutte le possibilità di lavoro di Sofia Bisi Albini.

La fondò da sola, senza aiuti di sorta nel 1892 e la condusse, attraverso immensi sacrifici di tempo e di denaro, fino alla sua morte.

Se noi riguardiamo a certi autori moderni, che, per aver rimestato con la stilografica d’oro in ogni più obbrobrioso letamaio umano, hanno guadagnato centinaia di migliaia di lire, che angoscia e che tristezza non ci prendono per questa donna alta e pura e sdegnosa, che nessuno aiutò, nessuno [p. xxxiii modifica]ricompensò e morì per aver dato troppo alla patria e alla società: una sostanza di famiglia avita e tutta l’energia di un’anima indomabile e i palpiti di un cuore che si fermò, per aver troppo amato e sofferto.

La «Rivista delle Signorine» fu il mercato dell’intellettualità e delle aspirazioni femminili italiane. Non vi turbi questa così pedestre parola «mercato». Immaginate, per esempio, piazza delle Erbe di Verona, il più singolare mercato italiano, dove tra fantastici palazzi, tra l’azzurro sempre nuovo del cielo e il roseo pallore degli affreschi antichi, tra il chiacchiericcio della fontanina quattrocentesca e quello delle bellissime veronesi, l’offerta e la compera della verdura, della frutta e dei fiori assume il più completo significato di vita.

Sofia Bisi Albini fu una raffinata e una democratica nello stesso tempo e dette la sua impronta alla rivista, ch’era come lei alta e schiva e sincera; misuratrice ardente e prudente di tutte le tendenze; espansionista così che si impossessava di tutte le innovazioni straniere: ma così italiana, così fieramente italiana, da dare a noi, lettrici, un senso di continua responsabilità e di continua vigilanza su noi stesse per essere degne della patria adorata. [p. xxxiv modifica]C’era in fondo ad ogni numero della Rivista la «piccola posta» tra Sofia Bisi Albini e le abbonate. Sprazzi di luce che leggevamo ansiosamente: saluti, sgridatine, consigli a scrittrici giovinette, lampi d’insegnamento, ritagli della sua vita: parole scritte rapidamente ma col suo stile, con la sua vivacità, col suo potere di persuasione.

Poi cercavamo il suo articolo o la sua novella, la lettura dei quali ci lasciava sempre pensose e pervase da un soffio ammiratore. Anche le sue novelle, con a capo «Cristina» come le vorrei ripubblicate!

Venivano quindi gli articoli vari di tutte le altre scrittrici, parecchie delle quali mantenevano vive con Sofia Bisi Albini discussioni sui più svariati argomenti. Era un mercato, ripeto, ma così attirante che anche le signorine più rafforzate nel sussiego della loro aristocrazia dovevano decidersi a snodare membra e pensiero per scendere a comperare qualche frutto di amabilità, e le giovinette più umili o timide finivano col persuadersi di essere dotate della volontà e del diritto di espandere la loro vita nel sole.

Sofia Bisi Albini non si valse mai della propria rivista per elevare un trono a sè stessa: non [p. xxxv modifica]conobbe vanità, nè amor proprio e tanto meno quel tarlo che rode la maggior parte degli artisti: la gelosia. Ah! non lei per la morte di una collega avrebbe scritto ciò che un’altra scrisse di lei: «Si poteva e si può ancora leggere quei volumi (intendeva i due maggiori) a qualunque età con un certo piacere: vivi, spigliati, scritti in italiano non manierato, anzi schietto e di buona vena». Ah! l’usura di quelli elogi banali, che potevano essere già troppo e furono prudentemente falcidiati da quella frase perequatrice «con un certo piacere».

Sofia Bisi Albini tenne poco posto per far posto alle altre; non ebbe mai uno di quei gesti, gentili e perfidi, che l’invidia traccia rapidamente e sbadatamente per ricacciare nell’ombra un nascente ingegno, ma tese la mano a tutte le scrittrici giovinette! Se essa presentò Ada Negri al pubblico italiano aprendole d’improvviso insieme al Barbiera quella corrente d’ammirazione che ben meritava, ma che da sè sola chissà quanto tempo ancora avrebbe dovuto lottare per attirarsela, per molte scrittrici fu la prima ispiratrice o la prima editrice.

Grazia Deledda pubblicò nella «Rivista delle [p. xxxvi modifica]signorine» quello squisito romanzo famigliare che è «Anime oneste»: Sofia Vaggi Rebuschini le sue prime novelle, di un’intonazione delicata: Anita Zappa quel suo bozzetto teatrale «Lucciole per lanterne» degno preludio a lavori di maggior mole. E Carolina Rispoli pubblicava «Ragazze da marito» lavoro che fu poi pubblicato anche in volume ed e un fervidissimo studio delle condizioni della donna nel meridionale. E Mara Antelling squillava la diana con articoli sobri e lumeggiati di verità e Camilla Bisi e Maso sorgevano quietamente accanto alla Mamma.

«Vita femminile italiana» fu il secondo periodico fondato da Sofia Bisi Albini. Lo sostenne per due anni, con suo gravissimo danno finanziario, sperando, invano, dargli tempo di essere amato e ricercato dalla intellettualità femminile... Era bellissimo di carta e formato, ciascun numero adorno di un disegno di Emilio Bisi, ricco di articoli dei più reputati nostri scrittori e scrittrici: di Innocenzo Cappa, Luigi Luzzatti, Scipio Sighele, Ettore Zoccoli valorosissimo critico d’arte, di Jolanda e Dora Melegari, Amelia Rosselli e Aurelia Josz l’ideatrice del movimento pro agricoltura.

Queste due riviste di Sofia Bisi Albini furono il [p. xxxvii modifica]pane spirituale di due generazioni di donne che da lei impararono a staccarsi da ogni convenzionalismo per assurgere a vita dignitosa e feconda: non tutte, non moltissime, ma bastevoli per aprire nuovi cicli di progresso civile e bastevoli anche a sostenere l’immane flagello della guerra. Infermiere, direttrici di opere pie, le sorelle dei nidi, le seminatrici di coraggio, tutte tutte sono state alimentate dal suo ardore e dalla sua dirittura morale e pratica.

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Le istituzioni dei «Nidi pei bambini dei soldati» e delle «Seminatrici di coraggio» le dobbiamo completamente a lei. Furono le nostre due prime manifestazioni di solidarietà sociale, ponti gettati da lei con mano maestra, tra il popolo e le classi superiori, tra la giovinezza femminile e i combattenti e unirono in una fusione meravigliosa la fronte di guerra e la fronte interna. Donne e giovinette, sotto il suo impulso, combatterono giorno per giorno contro lo scoramento delle famiglie dei soldati, contro il bolscevismo infiltrantesi per mille vie subdole, contro le malattie fisiche e [p. xxxviii modifica]morali del popolo. Ogni donna, ogni giovinetta era un piccolo argine dove un pianto di vedova si acquietava, una testina di orfano veniva addormentandosi, una parola vile cadeva e un’anima tiepida ritrovava forza e serenità.

Sofia Bisi Albini fu la prima nostra seminatrice di coraggio. Già ammalata, scarnita, col suo abito più dimesso per insegnare la semplicità e l’economia, tenne mille conferenze, scrisse articoli su tutti i giornali, animò della sua presenza tutti i nidi e tutte le associazioni patriottiche. Ada Negri la chiamò l’Instancabile.

Pensate: instancabile per gli altri e per la patria mentre Gigi e Maso erano alla fronte: per quattro lunghi anni...

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Ancora un battito alle ali del desiderio e risaliamo a ritrovare Lei.

Fu bellissima nella persona che si mantenne sdutta e giovanile fin negli ultimi anni: naturalmente elegante che prestava signorilità ai vestiti suoi, più volutamente dimessi, come li portò nel tempo di guerra, inutile esempio alle mogli [p. xxxix modifica]degli arricchiti troppo presto ed alle popolanine in calze di seta.

Aveva un viso marcato di lineamenti, con un naso vigilante che il fulgore degli occhi e il sorriso delle labbra facevano subito dimenticare. Una vita intensa splendeva dal suo volto e da tutta la sua persona subitamente sfolgoranti quand’ella sembrava svolgere sè stessa nell’impeto del discorso, che sapeva condurre maestrevolmente, con un’agilità di pensiero e una grazia di linea che non si imponevano, ma conquistavano.

Parlava come scriveva, con signorilità innata, allargando un argomento in tutte le sue possibilità di efficacia, trovando ragioni che nessuno aveva trovato mai e paragoni di una semplicità elementare: faceva vedere le cose che spiegava.

In lei una particolarità mi ha sempre vivamente colpita: il moto sdegnoso delle sue spalle che pareva quasi un battere di remi contro ogni acqua sudicia, un distacco orgoglioso da tutte le cose morte, una forza possente contro ogni maleficio. Avendo ancora il peso corporeo Sofia Bisi Albini raggiava come un’anima nuda: e la sua forza e la sua purezza erano segni visibili al nostro delicato amore. [p. xl modifica]

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Conobbi Sofia Bisi Albini una sera che nella mia Venezia tenne una conferenza sul Giacosa. C’era Maria Pezzè Pascolato, anzi la Bisi era sua ospite e c’era Anita Zappa tra le due amiche fedeli; e, confusa nella folla, c’ero anch’io, con la mia importanza di abbonata alla Rivista: e non avevo altro al mio attivo. Ma io ero esultante: la Donna che parlava con vibrante armoniosa parola era anche un po’ mia. Mai, di simile tenerezza avevo amato i miei sommi, Omero, Dante e Leopardi. Il rispetto e l’ammirazione me li tenevano ad una distanza enorme, in un olimpo dal quale io arrivavo alle soglie, genuflessa. Ma «lei» era viva e vicina, col suo sguardo sorridente volto alle nostre faccette di adolescenti intente: ed era per noi ch’essa penetrava nel divino mondo dell’arte. Quella sera capii Giacosa attraverso le sue parole e «Tristi amori» e «Come le foglie» mi apparvero in tutta la loro tragica potenza.

Poi la rividi al Congresso delle maestre ch’essa venne a presiedere e del quale parla in uno dei capitoli di questo libro, a proposito dell’episodio della gita in terza classe a Vittorio Veneto, [p. xli modifica]dov’era la balia di uno dei suoi figliuoli.

Io la seguii, come un’ombra, in tutte le sedute del congresso e nelle gite all’estuario, ultima della schiera di amiche e ammiratrici che contava anche Anita Canal, la nostra preziosa educatrice veneziana e Gisella Foianesi Rapisardi. Ma del turbinio di quei giorni un momento radioso è rimasto fissato per sempre nel mio ricordo. Eravamo a prua del battello che girava lento tra S. Giorgio, l’isola dei sogni, e la punta della Salute, divina messaggera del Longhena, verso il palazzo dogale, tutto roseo nel tramonto. E il poema delle pietre sacre, dell’acqua verdognola disciolta per ogni rio, dell’eterna bellezza della Dominante venivano ancora una volta rilevati dalla voce possente di Antonio Fradeletto. Sofia Risi Albini, ritta accanto a lui, palpitante di emozione, ascoltava. Ma di momento in momento alzando il viso verso Gigi, snello snello che già la superava in altezza, pareva dirgli: «Vedi? Senti?».

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Un’altra visione e l’ultima.

Cielo e mare e aranci fioriti. [p. xlii modifica]

Tre donne segnate dall’aspro pollice della morte si ritrovano insieme per l’ultima volta. Sono state tre alimentatrici della fiaccola della vittoria. A guerra finita si ritrovano sorridenti ed esaurite: una respira male, un’altra ha il volto acceso e i malleoli gonfi, Sofia è terrea.

Passa su loro un’ora dolcissima: le parole dette hanno mite significato, ma quelle non dette splendono intorno alle loro teste reclinate verso la terra.

Si salutano pianamente, sapendo che non si vedranno mai più.

Due saranno fieramente contese alla morte. L’una per vivere in olocausto di sè, sorridente e passiva, avendo per sempre misurati i passi, i respiri, le parole: mito vivente, come la Bella addormentata del bosco. L’altra ricaricata nelle molle del suo organismo da un medico possente, sempre con la morte accanto, sarà ributtata ferocemente nella vita per un suo nuovo aspro dovere.

Sofia riprende il treno, per ritornare a San Michele di Pagana. L’attendono gli ultimi fogli che essa scriverà contendendoli alle sofferenze. L’attende anche un’ultima gioia. Nel lettino accanto al suo, nella sua medesima camera, Maso, il [p. xliii modifica]figliuolo che le assomiglia tutto, farà la convalescenza della grave malattia con la quale ha chiuso la sua vita di soldato. Per tutte le ore del giorno e della notte sarà suo quel figliuolo diletto: le parlerà di Gigi e della guerra ma soprattutto del suo prossimo avvenire di lavoro e di serenità. Complottano mamma e figliuolo, fanno progetti di lavoro. E Maso non s’accorge che mentre egli risale verso la pienezza delle sue forze la mamma è sempre più lieve, più pallida e più stanca.

Ma se scrive ancora? se guarda gioiosamente Jetta, guarita anche lei, che è diventata la sua infermierina, e Maso e il papà che è stato preoccupato per tutti e ora vuol essere sereno? Sarebbero tutti sereni se ci fossero anche i due lontani che darebbero più rapide forze alla mamma.

Ma viene un giorno in cui l’Indomabile confessa: «Non ne posso più...»

È il crollo. Crisi cardiache la squassano angosciosamente, vuotandola alle fonti della vita. Poi, dolcemente scivola nel letargo. Per otto giorni ancora i suoi cari la sentiranno, bianca e sognante, ripetere l’ultimo nome che le è rimasto sulle labbra: Maso... Maso... Maso... Poi anche la voce si estingue. Non respira più. È già lontana... [p. xliv modifica]

Il 17 luglio 1919 tramonta come tutti i giorni, come un giorno di più nel largo respiro del mare che sale verso la pineta e gli aranceti, che penetra nella camera silenziosa e porta via il sospiro di Quelli che sono rimasti attoniti accanto al suo letto.

Elisa Majer Rizzioli.



Note

  1. casa editrice A. Vallardi.
  2. casa editrice A. Vallardi.