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Storia della Dama dai bei capelli Storia d'Alaeddin
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NOTTE CDXCI

STORIA

DI NAAMA E DI NAAM.

— Sire,» disse Scheherazade al sultano delle Indie, «Rabia era uno dei più ricchi e distinti abitanti di Kufa. La nascita d’un figlio, procurandogli l’unico bene che gli mancava, venne a porre il colmo alla sua felicità. Rabia prese fra le braccia il neonato, alzò gli occhi al cielo, e gli diede il nome di Naama [p. 127 modifica] Allah1. Questo figlio, fin dalla più tenera infanzia, divenne l’oggetto di tutte le cure e le compiacenze del padre, premuroso di soddisfare ai più piccoli suoi desiderii, e cercare ogni mezzo di divertirlo.

«Un giorno che Rabia passeggiava sul mercato degli schiavi, vide una donna di bell’aspetto ed ancor giovane, la quale teneva in braccio una ragazzina di sorprendente bellezza. — Quanto costa la schiava e la sua figliuola?» chiese Rabia, volgendosi al sensale. — Cinquanta zecchini,» rispose questi. — Eccoli,» riprese il compratore; «dateli al proprietario, e stendete tosto l’atto di vendita.» Finito l’atto, Rabia pagò al sensale la sua provvigione, e condusse via la schiava e la fanciulla.

«La di lui consorte, vedendolo entrare in casa così accompagnato, gli domandò chi fosse quella donna. — È una schiava,» rispose Rabia, «che ho comprata poco fa. La sua ragazzina mi sembrò bella, e credo che un giorno diventerà la più leggiadra fanciulla dell’Arabia o della Persia: essa è all’incirca dell’età di Naama, e potranno giuocare assieme.

«— Avete fatto bene a comperarlo,» soggiunse la consorte; «questa ragazzina mi piace assai. Qual è il tuo nome?» chiese poscia alla schiava. — Signora, io mi chiamo Taofic. — E la fanciullina? — Ha nome Saad2. — Avevi ragione di chiamarla così; tu puoi andar superba d’avere una sì bella figliuola; ma bisogna che anche noi le diamo un nome di nostra scelta.

«— Come volete,» domandò la sposa di Rabia al marito, «chiamare questa fanciulla? — Io mi rimetto a voi,» rispose questi. — Bramerei,» soggiunse la donna, «chiamarla Naam. — Ebbene, sia pure,» [p. 128 modifica] riprese Rabia. «Questo nome somiglia a quello di Naama; voi non potevate sceglierne uno migliore , o che mi fosse più gradito. —

«Naama e Naam, educati insieme fino all’età di dieci anni, crescevano amendue in bellezza e perfezione, chiamandosi reciprocamente coi dolci nomi di germani. Rabia prese allora in disparte il figliuolo, e gli disse: — Figlio, Naam non v’è sorella, ma vostra schiava; io l’ho comprata per voi, quando eravate ancora in culla; non dovete più d’or innanzi chiamarla sorella. — Se così è,» rispose il giovanotto; «io posso dunque sposarla. —

«Naama corse tosto ad informare la madre di quanto aveva udito, e del progetto concepito. — Figliuol mio,» rispose la buona madre, compiacente quanto il marito ai desiderii del fanciullo, «Naam è vostra schiava, e potete disporne a talento.» Naama, lieto di quella risposta, affrettossi a far conchiudere il suo matrimonio con Naam, ne diventò perdutamente invaghito, e passò alcuni anni nell’unione più dolce e deliziosa.

«La fanciulla meritava infatti l’affezione del suo sposo; essa univa alla leggiadria del volto ed all’eleganza della persona, un umore dolce ed amabile, ed uno spirito accuratamente educato; leggeva con grazia infinita, e suonava ogni sorta di strumenti: la sua voce era commovente. Toccava tutti i cuori quando accompagnavasi colla chitarra e col tamburello, cui sapeva suonare con tal perfezione, che superava i migliori maestri del suo tempo; infine Naam poteva riguardarsi, a buon dritto, come la più bella ed istruita donna di Kufa.

«Un giorno che stava seduta vicino allo sposo, sorbendo insieme i sorbetti, si mise a preludiare sulla chitarra, cantando poi questi versi:

«— Giacchè un generoso padrone mi colma di [p. 129 modifica] benefizi e favori suoi, io non posso temere ormai alcun pericolo; egli è la mia spada ed il mio scudo; ei solo forma la mia felicità: che m’importa del resto degli uomini? —

«Naama attestò vivamente alla sposa il piacere di udirla, e la pregò di continuare, accompagnandosi col tamburello. Essa riprese così:

«— Sì, lo giuro per la vita di colui che regna sull’anima mia, io ingannerò la speranza degli invidi della sua prosperità; sarò sempre sommossa alle volontà sue; mi rallegrarò sempre della felicità che ho di possederlo, ed il suo amore non uscirà giammai del mio cuore. —

«Naama, sempre più trasportata di gioia, non poteva trovare espressioni abbastanza forti per dipingere la sua letizia. Ogni giorno udiva la sposa cantare, accompagnandosi colla chitarra e col tamburello, ed ogni giorno la udiva con maggior piacere.

«Ma mentre questi giovani sposi passavano insieme giorni felici, Hegiage3, governatore di Kufa pel califfo Abdalmalek-Ebn-Meroan, avendo udito vantare i vezzi ed i talenti di Naam, concepì il progetto di rapirla e donarla al califfo. Credeva di fargli un presente tanto più gradito, essendo sicuro che il califfo non aveva nel proprio serraglio alcuna donna, la cui bellezza potesse paragonarsi a quella di Naam, e che cantasse sì bene quanto ella.

«Hegiage, per riuscire nel suo intento, fece venire una vecchia della quale aveva esperimentato molte volte, in simili occasioni, le destrezza ed abilità, e le ordinò d’introdursi nella casa di Rabia, di far conoscenza con Naam, e trovare qualche mezzo di rapirla; la vecchia promise di obbedire. [p. 130 modifica]«All’indomani, la vecchia indossò un abito di lana grossolana, prese una corona a grossi grani, ed appoggiandosi ad un bastone alla cui cima stava attaccata una zucca, si diresse in questo arnese alla casa di Rabia, recitando ad alta voce, per essere udita, alcune preghiere, e ripetendo sovente:

«— Gloria a Dio, lode a Dio: non v’ha altro Dio che lui; ogni forza ed ogni potenza appartengono a Dio, altissimo, onnipossente. —

«Giunta dinanzi alla casa, all’ora della preghiera del mezzogiorno, bussò alla porta. Il portinaio venne ad aprire, e le domandò cosa volesse.

«— Io sono,» disse la vecchia, «una povera serva di Dio; mi trovo sorpresa dall’ora della preghiera del meriggio, e vorrei entrare in questa santa e rispettabile casa per farvi le mie preci. — Buona donna,» rispose il portinaio, «questa casa non è una moschea od un oratorio; è la dimora di Naama figlio di Rabia. — Lo so,» riprese la vecchia, «e conosco assai bene di fama questa casa ed i suoi abitanti; giacchè, qual mi vedete, io sono addetta al palazzo del califfo, e ne sono uscita da poco tempo per ispirito di divozione, e per fare alcuni pellegrinaggi.

«— Tutto ciò va bene,» continuò l’altro; «ma non posso lasciarvi entrare.» La vecchia insistette, e disse alzando sempre più la voce: — Come! sarà vietato di lasciar entrare nella casa di Naama, figlio di Rabia, una persona mia pari, che penetra a qualunque ora nei palazzi dei principi e dei grandi?» Naama, avendo udite quelle parole, si mise a ridere, fe’ segno al portinaio di lasciarla entrare, e condusse la vecchia all’appartamento della moglie.» [p. 131 modifica]

NOTTE CDXCII


— La vecchia fu assai sorpresa della bellezza di Naam; la salutò profondamente, e le disse: — Io mi rallegro con voi, o signora, che abbiate ricevuto dal cielo tanta grazia e leggiadria, e d’essere unita ad uno sposo che può passare egli medesimo per un modello di beltà.» Poscia si mise a pregare, non cessando dalle genuflessioni e dalle preci sino a notte.

«La giovane schiava disse allora: — Mia buona madre, riposatevi alquanto. — Signora,» rispose la vecchia, «chi vuol essere felice nell’altro mondo, deve soffrire in questo.» Naam, avendo fatto portar da mangiare, soggiunse alla vecchia: — Prendete un po’ di questi cibi che v’offro, mia cara; pregate Iddio di toccare il mio cuore e spargere su me la sua misericordia. — Voi siete giovine,» rispose la vecchia; «alla vostra età si devono godere le dolcezze della vita: Dio, ne sono sicura, toccherà un giorno il vostro cuore; giacchè si legge nel santo Corano, che il Signore perdonerà a coloro che hanno abbracciata la fede, essendo egli buono e misericordioso. —

«Naam s’intertenne così qualche tempo colla vecchia, e disse quindi al marito: — Io vorrei che faceste qualche cosa per questa buona donna; essa ha la pietà dipinta sul volto. — Ebbene,» rispose Naama, «fatele apparecchiare una carriera, onde possa ritirarvisi, ed abbiate cura che nessuno le si accosti ed interrompa i suoi esercizi di pietà. Forse [p. 132 modifica] Iddio, per le di lei preghiere, ci colmerà di benefizi, e non permetterà che noi siamo mai separati. —

«La vecchia passò tutta la notte a leggere e pregare; allo spuntar del sole. venne a visitare i due giovani sposi, augurò loro il buon giorno, e volle congedarsi. — Dove andate, mia cara?» le chiese Naam. «Mio marito mi ha imposto di farvi preparare una camera in cui sarete sola, ed ove potrete pregare a vostro agio. — Che Iddio,» rispose la vecchia, «prolunghi i vostri giorni, e vi colmi di benedizioni! Io vado a visitare le moschee, in oratorii e le tombe dei più devoti personaggi, ed avrò cura di pregare per voi. Permettetemi soltanto di venirvi a far visita qualche volta, e raccomandate al portinaio di lasciarmi entrare.» Partita la vecchia, Naam, della quale essa aveva già saputo acquistarsi la fiducia, e che non ne sospettava i perfidi disegni, fu tanto dolente della sua partenza, che non potè trattenersi dal piangere.

«La vecchia si recò tosto da Hegiage, il quale, appena la vide, le domandò a qual punto fosse. Essa gli raccontò l’accaduto, confessandogli di non aver mai veduta una più bella creatura. Il governatore le promise di ricompensarla magnificamente se riesciva nell’intrapresa. La vecchia esagerò le difficoltà da superarsi, e domandò un mese di tempo. Hegiage glie l’accordò.

«La vecchia tornò all’indomani da Naama, e continuò a visitare di frequente i due giovani sposi, che ogni giorno le davano nuove prove di rispetto e d’affezione; tutte le persone della casa, dal canto loro, le usavano ogni riguardo, ed avevano premura di riceverla onorevolmente.

«Un giorno che la megera si trovò sola colla giovane schiava, le disse: — Perchè non potete voi, signora, venir con me a visitare le moschee ed i [p. 133 modifica] luoghi santi? Vi vedreste vecchi rispettabili e donne pie, che domanderebbero al cielo tuttociò che potreste desiderare. — Io vorrei ben volentieri accompagnarvi,» rispose Naam, e volgendosi poscia alla suocera, soggiunse: «Domandate, ve ne prego; o signora, a mio marito che mi lasci uscire con voi e la vecchia, per andar a visitare le moschee, e trovarci così in mezzo ai poveri ed ai servi di Dio. —

«La suocera disse ch’era contenta di adempire anch’ella a quella divota pratica di religione, e promise di parlarne al figlio. Naama essendo rientrato in quel frattempo, la vecchia gli si avvicinò, gli baciò la mano, ne lodò la bontà e generosità, ed uscì facendo voti per lui.»


NOTTE CDXCIII


— L’indomani, la vecchia tornò, ed approfittando del momento in cui Naama non era in casa; andò a trovare la giovane schiava, e le disse: — Noi abbiamo passato tutta iersera a pregare per voi. Usciamo oggi assieme; venite a passare un momento coi nostri santi personaggi; noi saremo di ritorno prima che vostro marito sia rientrato.» Naam, volgendosi alla suocera, la pregò di permetterle d’uscire un momento, prima che tornasse il marito. — Io non ho ancora avvertito Naama,» disse la suocera, «e temo che non s’adiri, se sa che siate uscita. — Madama,» soggiunse la vecchia, «non faremo che entrare nella più vicina moschea, e non tarderemo a tornare. — [p. 134 modifica] «La vecchia, appena uscita colla giovane schiava, la condusse al palazzo di Hegiage, al quale fe’ tosto sapere il di lei arrivo. Il governatore, entrato nella camera ove la vecchia aveva lasciata Naam, fu estremamente colpito della sua bellezza; mai non aveva veduta creatura più perfetta. Naam, vedendolo, abbassò il velo.

«Hegiage fe’ tosto chiamare uno de’ suoi ufficiali, e gli ordinò di salire a cavallo con cinquanta uomini, di far montare la giovane su uno dei migliori camelli, di condurla subito a Damasco, e rimetterla nelle mani del califfo Abdalmalek-Ebn-Meroan; gli consegnò anche una lettera per quel principe, e gli prescrisse di portargli la risposta, e d’usare la maggior diligenza.

«L’ufficiale affrettossi ad eseguire quegli ordini; s’impadronì della giovane schiava, la fece salire su d’un camello, e partì. Strada facendo, Naam non fece che piangere e lamentarsi, trovandosi così separata dal suo sposo.

«Giunto a Damasco, l’officiale chiese il permesso di parlare al califfo, e gli consegnò il foglio ond’era latore. Quel principe, avendolo letto, domandò ove fosse la giovane schiava. L’ufficiale gliela presentò e la rimise nelle sue mani.

«Il califfo la fece condurre in un appartamento separato, ed andò tosto ad annunciare alla sua sposa avergli Hegiage comprata, per mille zecchini, una schiava della famiglia dei principi di Kufa. — La schiava,» disse poscia, «mi è giunta assieme a questa lettera.» La consorte rispose trovarsi anch’ella soddisfatta all’udire una notizia che pareva essergli tanto gradita.

«La sorella del califfo essendo entrata nell’appartamento ov’era la giovine schiava, ed avendola veduta, sclamò: — Il padrone a cui appartenete non avrebbe fatto un cattivo negozio, se vi avesse anche [p. 135 modifica] pagata centomila pezze d’oro.» Naam, senza badare a quelle parole, rispose: — In nome del cielo, signora, degnatevi di dirmi che palazzo è questo, a qual principe appartiene, ed il nome della città in cui sono.

«— Voi siete,» le rispose la principessa, «nella città di Damasco; questo palazzo appartiene a mio fratello, il califfo Abdalmalek-Ebn-Meroan. Ma m’interrogate come se lo ignoraste. — In verità, madama,» rispose Naam, «io l’ignorava assolutamente. — Come!» riprese la principessa; a colui che v’ha venduta, e che riceve il prezzo della vostra libertà, non vi informò di avervi comprata pel califfo? —

«A tali parole, copiose lagrime irrigarono il volto della giovane schiava; maledì l’infame astuzia ond’era vittima, e disse fra sè: — Se parlo, nessuno vorrà credermi, e forse sarò in breve reclamata da chi solo ha diritti su di me. —

«Siccome Naam sembrava assai stanca del viaggio, la sorella del califfo la lasciò riposare tutto il giorno: l’indomani, le fece portare biancheria, vestiti, una collana di perle e braccialetti, e volle che se ne adornasse in sua presenza.

«Il califfo, entrato in quel frattempo, sedè vicino a Naam, che si nascose tosto il viso fra le mani. La principessa avendo fatto al fratello l’elogio della beltà e delle perfezioni della nuova schiava, egli la pregò di non privarlo della vista di tanti vezzi.

«Naam non ebbe alcun riguardo alle preghiere del califfo, e rimase costantemente nella medesima posizione; ma le sue braccia, esposte agli sguardi del principe, fecero nascere in lui la più viva passione. Disse alla sorella che tornerebbe fra tre giorni, ed aggiunse: — Io spero che questa giovane beltà farà, intanto, conoscenza con voi, e sarà più sensibile all’amore che seppe inspirarmi. —

«Quando il califfo fu partito, Naam si pose [p. 136 modifica] nuovamente a riflettere sulla sua situazione, ed a gemere di vedersi così separata dal marito. Alla sera, fu assalita dalla febbre; non volle prender cibo, ed in breve i suoi lineamenti si alterarono. Abdalmalek, informato del di lei stato, ne concepì sommo dolore: mandò a cercare i più abili medici, e li condusse dalla giovane schiava; ma nessuno di essi seppe scoprire la sorgente del suo male, nè trovare il mezzo di guarirla.

«La situazione di Naama era assolutamente la medesima di quelle della sua sposa: rientrando in casa, sedette sur un sofà, chiamando la sua cara Naam; siccome non rispondeva, si alzò precipitosamente, e si mise a chiamarla ad alta voce; ma nessuno rispose, essendosi tutte le schiave nascoste, pel timore degli effetti della collera del padrone. Naama si recò all’appartamento della madre, e la trovò colla testa appoggiata alle mani, come persona profondamente assorta. — Madre,» gridò egli, «dov’è Naam? — Figlio,» rispos’ella, «è in buone mani; essa è uscita colla buona vecchia, per andar a visitare i poveri, e deve fra poro tornare. — Essa non suole uscire,» riprese vivamente Naama. «E quando è uscita? — Questa mattina. — Come mai, madre, avete potuto accordarle tal permesso? — Fu ella a volerlo. —

«Naama uscì di casa fuor di sè, ed andò dal comandante della guardia. — Siete voi,» gli disse appena lo vide, «che con perfida astuzia mi rapiste la mia schiava; ma io andrò a lagnarmi dal califfo, e l’informerò della vostra condotta. — Chi vi ha mai rapita la vostra schiava? — Fu una vecchia fatta nella tale e tal maniera, vestita di stoffa grossolana, e che porta solitamente una corona in mano. —

«Il comandante riconobbe tosto, a questa descrizione, la vecchia di cui si serviva talvolta il governatore, e non dubitò che avesse così operato per suo [p. 137 modifica] ordine; ma la politica impedendogli d’informarne Naama: — Conducetemi da quella donna,» gli disse; «ed io vi farò restituire la vostra schiava. — Non so dove abita,» rispose Naama. — In tal caso,» soggiunse il comandante, «come scoprirla? Dio solo sa ove possa essere.

«— Voi potete,» continuò Naama, «farmi trovare la schiava, ed io corro tosto ad accusarvi al governatore. —

«Il giovane andò infatti al palazzo di Hegiage. Siccome suo padre era uno dei più possenti personaggi di Kufa, fu tosto introdotto. — Che volete Naama?» gli disse Hegiage quando l’ebbe veduto. Il giovane narrò ciò che gli era accaduto. Il governatore mandò a chiamare il comandante della guardia, e gli domandò dove potesse trovarsi la schiava di Naama, figlio di Rabia.»


NOTTE CDXCIV


— Il comandante finse d’ignorare chi fosse la vecchia che aveva rapita la schiava, e rispose: — Iddio solo può conoscere ciò ch’è nascosto. — Montale a cavallo,» gli disse Hegiage, «percorrete con cura le strade, e cercate da ogni parte questa schiava tanto cara al suo padrone.» Volgendosi poscia a Naama: «Se la vostra schiava non si trova,» soggiunse, «voi potrete prenderne dieci delle mie a vostra scelta, ed altrettanto di quelle del comandante della guardia, per indennizzarvi della vostra perdita. Orsù,» gridò al comandante, «correte a cercare la schiava di [p. 138 modifica] Naama.» Il comandante uscì, e finse d’andar ad eseguire l’ordine ricevuto.

«Naama si ritirò in casa del padre, in preda al dolore e ad una violenta disperazione; benchè avesse soltanto quattordici anni, e fosse ancora imberbe, pure la vita gli sembrò insopportabile; piangeva amaramente, e non voleva più vedere i luoghi che gli rammentavano tempi troppo felici.

«Sua madre, vivamente afflitta del di lui stato, passò l’intiera notte a piangere e sospirare con lui. Il padre cercava invano di consolarlo, dicendogli che, secondo le apparenze, era il governatore il quale aveva fatto rapire la schiava, e che forse potrebbe in breve ricuperarla. Il giovane, insensibile a tutto, era incapace di gustare alcuna consolazione, ed il suo dolore accrebbe al punto che la ragione gli si turbò; non sapeva più cosa facesse, e non conosceva più quelli che venivano in casa. Languì in questo stato per più di tre mesi. Rabia fece inutilmente venire i più abili medici; tutti furono d’accordo nel dire che la sola presenza della bella schiava era capace di salvarlo.

«Un giorno che Rabia, sempre più inquieto sullo stato del figliuolo, disperava quasi della sua vita, intese parlare d’un famoso medico persiano, dotto astrologo, giunto allora a Kufa, e pregò la moglie di farlo venire. — Forse,» le disse, «questo medico troverà qualche mezzo per salvar nostro figlio.» Mandamno tosto a cercarlo, e quando fu entrato, Rabia lo fece sedere vicino al letto dell’infermo, e lo pregò di visitarlo.

«Il medico persiano prese la mano del giovane, ne toccò le membra l’un dopo l’altro, ed avendo attentamente guardati i lineamenti del volto, si pose a ridere, e disse al padre: — La malattia di vostro figlio ha sede nel cuore. — Avete ragione,» disse [p. 139 modifica] Rabia sorpreso. E raccontò tosto al medico quant’era avvenuto a Naama.

«— La giovine schiava di cui mi parlate,» soggiunse il medico, «è ora a Basra od a Damasco, e noi non abbiamo altro mezzo per salvar vostro figlio, che di riunirlo a lei. — Se potete riuscirvi,» disse Rabia, «tutte le mie sostanze sono a vostra disposizione, ed io vi prometto di farvi la sorte più felice.

«— Ciò che riguarda me,» disse il Persiano, «è meno urgente.» E volgendosi a Naama: «Fatevi coraggio, figliuolo,» soggiunse; «in breve sarete soddisfatto.» Domandò poscia a Rabia se potesse disporre di quattromila pezze d’oro. Il vecchio andò tosto a cercarle, e glie le consegnò.

«— Il mio piano,» disse allora il medico, «è di condurre vostro figlio a Damasco, e vi giuro di non tornarne se non colla schiava che tanto ama.» Volta poscia la parola all’infermo, gli chiese il nome. Avendo udito che si chiamava Naama:

«— Orsù, Naama,» gli disse, «alzatevi, ed abbiate fiducia nella Provvidenza, che deve fra poco riunirvi alla vostra schiava; frattanto, moderate il dolore, e cercate di ricuperare le forze per essere in grado di sopportare la fatica del viaggio, giacchè, fra otto giorni, ci porremo in cammino. —

«Il medico persiano si occupò dei preparativi della partenza; si fece dare regali d’ogni qualità; domandò altri seimila zecchini per completare la somma di diecimila, che stimo necessaria per l’esecuzione del suo progetto, e fece preparare i cavalli, i camelli, e tutti i bagagli di cui avevano bisogno.

«Otto giorni dopo, il giovane fece i suoi saluti ai genitori, e partì col medico persiano. Si fermarono ad Aleppo per raccogliere informazioni sulla giovane schiava, ma non poterono ottenerne alcuna. Giunti a Damasco, riposarono tre giorni. [p. 140 modifica]«Il medico prese poi in affitto una bottega, facendola addobbare colla massima eleganza: era circondata da armadi ornati di lastre d’oro, e pieni di vasi della porcellana più fina, coi coperchi d’argento; il davanti della bottega era pieno di fiaschi di cristallo, contenenti oli preziosi, pozioni e droghe d’ogni specie.

«Il dotto uomo ebbe cura di far collocare in mezzo alla bottega il suo astrolabio e la tavola sulla quale faceva i suoi calcoli astronomici; si vestì poscia da medico in elegantissima foggia, e fece indossare a Naama una camicia di tela finissima, una tunica di raso con ricami di seta, ed una cintura a righe de’ più splendidi colori. — D’or innanzi,» gli disse, «voi mi chiamerete sempre vostro padre, ed io vi chiamerò mio figlio. —

«Tutto il popolo di Damasco accorse alla bottega del medico persiano, onde ammirarne la ricchezza e l’eleganza, e specialmente per vedere Naama, che allenava tutti per la beltà e perfezione de’ lineamenti. Il Persiano parlava al giovane in turco, e questi rispondeva nella stessa lingua. In tutta la città non si discorse fra poco se non del medico persiano; d’ogni parte si veniva a consultarlo su qualunque specie di malattie, correndo voce ch’egli possedeva rimedi per tutte. Dalla sola vista dell’orina dell’ammalato conosceva il male da cui era affetto, dava la medicina per guarirlo, e prescriveva il regime da seguire. In poco tempo divenne l’amico di tutti; la sua fama si sparse in tutta la città, e penetrò sino nel palazzo dei grandi.

«Un giorno in cui occupavasi a preparare le sue droghe, una vecchia dama, montata su d’una mula, colla sella ricamata in argento, si fermò davanti alla bottega, e gli accennò di venire a darle la mano per aiutarla a discendere. Il medico si avanzò gentilmente, le porse la mano e la fece entrare. [p. 141 modifica]«— Voi siete senza dubbio, o signore,» gli chiese ella, «il medico persiano giunto ultimamente dall’Arabia in questa città?» Dietro la sua affermativa, dissegli d’avere una figlia affetta d'una malattia pericolosa, e nello stesso tempo gli presentò il fiasco racchiudente l’orina della giovane. Quando l’ebbe considerata con attenzione, domandò alla vecchia qual fosse il nome della fanciulla. — Giacchè,» soggiunse egli, «bisogna ch’io ritragga il suo oroscopo onde conoscere il momento favorevole per farle prendere la bevanda che deve risanarla. — Essa si chiama Naam,» disse la vecchia.

«A tal nome, il medico si mise a riflettere ed a contare sulle dita, e guardando fissamente la vecchia: — Signora,» le disse, «io non posso prescrivere alcun rimedio a vostra figlia senza prima sapere il nome della città ov’è nata... è cosa assolutamente necessaria ond’io possa calcolare la diversità del clima e l’infuenza dell’aria atmosferica; vi prego inoltre di farmi conoscere il luogo ove fu allevata e la presente sua età. — Ha quattordici anni,» rispose la vecchia, «e fu allevata nella città di Kufa. — Da quanto tempo,» soggiunse il medico, «si trova in questo paese? — Da pochi mesi,» replicò la dama.

«Naama, presente a quel colloquio, non ne perdeva sillaba; ed era in estrema ansietà; il medico ed egli si guardavano, facendosi segni d’intelligenza. — Prendete la tale e la tal cosa,» dissegli il medico, «e preparatene una pozione.» La vecchia gettò dieci pezze d’oro sul banco, e guardò più attentamente il giovane occupato a preparare l’ordinazione. — Oh Dio, che bel giovane!» disse poi al medico. «È vostro schiavo o vostro figlio? — Signora, è mio figlio,» le rispose.

«Quando Naama ebbe finito il suo lavoro, scrisse un bigliettino, nel quale avvisare Naam del suo arrivo con queste parole: [p. 142 modifica]«Scoprendo i luoghi che voi abitate, io sento aumentare il mio amore ed il mio tormento.»»

«Insinuò destramente il vìglietto in una scatola che conteneva il medicamento, la suggellò, ed avendoci scritto sopra il nome, consegnolla alla vecchia la quale la prese, e salutatili, tornò al palazzo del califfo.

«Entrando nell’appartamento della giovane schiava, le presentò la scatola, e le disse d’essere stata a consultare un bravo medico persiano, giunto da poco tempo a Damasco, intorno alla malattia della sua cara Naam. — Egli ha perfettamente conosciuta la qualità del vostro male,» proseguì colei, «ed ha ordinato a suo figlio di preparare per voi la medicina rinchiusa in questa scatola. Non v’ha in Damasco un giovane più bello del figlio di questo medico, nè una bottega pari alla sua. —

«Naam prese la scatola dalle mani della vecchia, ed appena n’ebbe guardato il coperchio, riconobbe la scrittura ed il nome del suo caro signore. Cambiò di colore a tal vista, e non dubitò che il padrone di quella bottega non fosse venuto appositamente da Kufa per informarsi di ciò ch’era avvenuto di lei.

«Essa pregò la vecchia di farle il ritratto del giovane di cui le aveva parlato. Questa aderì ai suoi desiderii, e le disse che chiamavasi Naama; che aveva un segno sul sopracciglio destro, ch’era vestito con grand’eleganza e di bellissimo aspetto.

«Durante quel discorso, Naam prendeva la medicina, e sorrideva ai tratti coi quali la vecchia abbelliva la sua descrizione. — In verità,» disse poi, «questa pozione mi fa molto bene; m’ispira allegria; e mi sento assai meglio. — Che giorno felice!» gridò la vecchia; «come ho fatto bene ad andar a consultare quel medico.» Naam avendo poscia desiderato di mangiar qualche cosa, la vecchia corse a [p. 143 modifica] chiamare una schiava, che s’affrettò ad imbandire i più delicati cibi.»


NOTTE CDCXV


— In quel momento il califfo entrò nelle stanze della giovane schiava, e vedendola occupata a mangiare, le dimostrò il proprio piacere di vederla ristabilita in salute. — Sovrano commendatore de’ credenti,» disse la vecchia, «la letizia che vi fa provare la guarigione della vostra schiava, la dovete ad un medico stabilito da poco tempo in questa città. Nessuno conosce meglio di lui tutte le malattie: una sola ricetta basta per guarirle radicalmente. — Portate,» soggiunse Abdalmalek, «una borsa di mille pezze d’oro a quel medico per la guarigione operata.» Egli uscì poco dopo, e la vecchia sollecitossi a portare i denari al medico, e, presentandogli la borsa, gli disse che la giovane da lui guarita non era sua figlia, ma la schiava favorita dei califfo: gli consegnò nello stesso tempo una lettera scritta da Naam. Il medico la diede al giovane, il quale la prese con un turbamento ed un’emozione difficili ad esprimersi. La lettera era del seguente tenore:

««La schiava, privata della sua felicità, decaduta dalla sua prosperità, separata dal suo bene, ha ricevuto il viglietto ch’egli le ha mandato, e gli risponde con questi versi:

««Ricevendo la vostra lettera, le mie dita hanno vergata da per sè la risposta. Profumatevi e sperate. Mosè fu restituito alla madre, e la veste di Giuseppe resa a suo padre.»» [p. 144 modifica]«Leggendo que’ versi, gli occhi del giovane bagnaronsi di lagrime. La donna se ne accorse, e ne dimostrò la propria sorpresa al medico.

«— E come non piangerebbe?» rispose questi; «quella giovane è sua schiava, ed egli l’ama appassionatamente; io devo confessarvi la verità, o signora; questo giovane non è mio figlio, ma di Rabia, della città di Kufa. La lettera da lui scritta a Naam ha potuto sola restituire la salute alla giovane, la quale non aveva altra malattia che il dolore di vedersi disgiunta dal suo caro padrone. Prendete, signora, queste mille pezze d’oro, e contate su d’una ricompensa più generosa, se il vostro cuore si lascia impietosire per questi sventurati amanti: voi siete l’unica persona che possa accomodare codest’affare. Tutto in voi speriamo. —

«La vecchia, un po’ sorpresa, ma ancor più lusingata da quella confidenza, domandò a Naama se fosse infatti il padrone della schiava. Questi avendolo affermato, essa gli confessò che Naam non cessava di parlare di lui. Egli le narrò tutte le sue avventure: la donna ne fu vivamente commossa, ed assicuratolo che avrebbe cercato di riunirli, rimontò subito sulla mula, e tornò al palazzo.

«Entrando nell’appartamento della giovane schiava, la vecchia la guardò sorridendo, e le disse: — Vi conviene affliggervi così ed ammalarvi per Naama, figlio di Rabia, della città di Kufa? — Gran Dio!» sclamò Naam; «tutto è scoperto! — Rassicuratevi,» aggiunse la vecchia, «io non abuserò del segreto che mi fu confidato; voglio rendervi felici ambedue ed esporrò la vita per riuscirvi. —

«La donna tornò poco dopo da Naama. — Ho veduta teste,» gli disse, «la vostra schiava; l’amore che vi porta è, pari a quello che nutrite per lei, e la passione pel califfo, alla quale essa è insensibile, [p. 145 modifica] prova che nulla può scuoterne la costanza. Io medito un progetto che deve piacervi: ma per eseguirlo, bisogna vi armiate di fermezza e coraggio: cercherò un mezzo d’introdurvi nel palazzo del califfo e procurarvi un colloquio colla vostra schiava, giacchè essa non può uscire. — Che Dio secondi le vostre buone intenzioni,» disse il giovane, «e vi ricompensi come lo meritate! —

«Accommiatatasi la vecchia da Naama, tornò al palazzo, e disse alla giovane schiava che il suo padrone le aveva dimostrato l’ardente desiderio di vederla, e le domandò quali fossero i suoi sentimenti a tal riguardo. — Io lo desidero quanto lui,» rispose Naam sospirando.

«La vecchia uscì poco dopo con un piccolo involto sotto il braccio, in cui aveva messo una collana di perle, gioielli e tutto l’occorrente alla toletta di una donna, si recò da Naama, e lo pregò di passare in una stanza appartata, affine di poter essere soli; ivi gli dipinse il viso e le braccia, e ne tinse i capelli: gli fece poi indossare una tunica e calzoni di seta, gli mise una benda in testa, e lo abbigliò esattamente come una giovane schiava del serraglio.

«Quando la vecchia ebbe finito, esaminò Naama da capo a piedi sotto quel nuovo abbigliamento, sclamando: — In verità, non ho mai veduta una figura più bella; è ancor più leggiadro della sua schiava. Camminate davanti a me,» soggiunse poscia, «avanzate il fianco sinistro, chinate un po’ il destro, affettate un’aria noncurante, e fate muovere il vestito. —

«Allorchè ebbelo ben istruito, e lo vide in istato di rappresentare la sua parte, aggiunse: — Io verrò a prendervi domani sera per condurvi al palazzo; non ispaventatevi alla vista degli schiavi e di chi li comanda; fate buon contegno, abbassate il capo, e non [p. 146 modifica] volgete la parola ad alcuno; io avrò cura di rispondere per voi. —

«All’indomani sera, la vecchia venne a prendere Naama, e recossi al palazzo del califfo. Entrò per la prima; ma quando il giovane; che la seguiva, volle passare, il portinaio lo fermò. La vecchia guardollo in cagnesco, e gli disse ch’era ben ardito per osar di fermare Naam, la schiava favorita del califfo, alla cui salute quel principe prendeva tanto interesse. Il portinaio, confuso, lasciò entrare Naama, il quale penetrò così senza ostacoli colla vecchia fin nella corte interna.

«— Rassicuratevi,» gli disse questa allora, «entrate arditamente, e volgetevi a sinistra; abbiate cura di contare gli appartamenti dinanzi ai quali passerete, ed entrate nel sesto ov’è pronta ogni cosa per ricevervi. Specialmente non ispaventatevi; e se qualcheduno vi volgesse la parola, e volesse discorrere insieme, guardatevi dal rispondere e dal fermarvi. —

«Mentre si avvicinavano alla porta interna dell’harem, il capo degli eunuchi neri li fermò, chiedendo alla vecchia chi fosse quella donna. — È,» rispos’ella «una schiava, di cui la mia padrona vuol far acquisto. — Qui non si può entrare,» disse l’eunuco, «senza il permesso del califfo. Tornate indietro: gli ordini che tengo sono precisi, e non fanno eccezione ad alcuno; io non la lascerò entrare.

«— Pensate a quel che fate,» replicò la vecchia; «non vi accorgete ch’io voleva scherzare parlandovi d’una schiava che la mia padrona voleva comperare? questa donna è Naam, la favorita del califfo, che comincia a ristabilirsi, ed è uscita un poco per qualche moto. In nome del cielo, non le impedite di rientrare; il califfo vi farebbe tagliar la testa se sapesse che rifiutaste l’ingresso dell’harem alla sua favorita.» Poi, la vecchia, fingendo di parlare a Naam: [p. 147 modifica]«Entrate,» le disse, «non vi sorprendino le difficoltà opposte da questo signore, e non ditelo, ve ne prego, alla principessa. —

«Naama, chinando allora il capo, entrò nell’harem; ma invece di volgere a sinistra, andò a destra, ed in luogo di contare cinque appartamenti, ne coniò sei, ed entrò nel settimo.»


NOTTE CDXCVI


— Era un appartamento riccamente addobbato, colle pareti coperte di seriche tappezzerie ricamate in oro; il legno d’aloè, l’ambra ed il musco ardevano in cassettine d’oro, esalando profumi deliziosi; in mezzo stava una specie di trono coperto di broccato, sul quale Naama sedette.

«Mentre il giovanetto era occupato di quanto vedeva, e rifletteva sulle sue avventure, la sorella del califfo entrò, seguita da una schiava. Scorgendo Naama seduto sul trono, gli si avvicinò, e prendendolo per una giovane schiava, chiesegli chi fosse, e chi l’avesse introdotta in quell’appartamento. Ma non potè cavarne alcuna risposta.

«— Se siete una delle schiave del califfo, mio fratello,» disse la principessa, «e s’egli fosse adirato contro di voi, io vi prometto di parlargli in vostro favore, e farvi rientrare nelle sue buone grazie. —

«La sorella del califfo, vedendo che Naama continuava a tacere, ordinò alla sua schiava di tenersi alla porta dell’appartamento, e non lasciar entrare alcuno; essendosi poscia accostata di più al giovane travestito, [p. 148 modifica] fu sorpresa dalla sua bellezza, e volgendogli di nuovo la parola:

«— Giovane schiava,» proseguì, «ditemi chi siete qual è il vostro nome, e chi v’ha potuto introdurre nel mio appartamento. Io non mi ricordo d’avervi mai veduta in questo palazzo. —

«Naama non rispondendo, la principessa, per guadagnarsene la fiducia ed indurla a parlare, volle farle qualche carezza. Ma accortasi tosto che non era una donna, volle strappargli il velo che ne copriva il viso per conoscere chi fosse. — Madama,» sclamò Naama, «sono uno schiavo: fatemi la grazia di comperarmi, e prendermi sotto la vostra protezione.

«— Non temete,» soggiunse la principessa, «ma ditemi chi siete e chi v’ha introdotto nel mio appartamento. — Principessa,» rispos’egli, «ho nome Naama; sono nato nella città di Kufa, ed arrischiai la vita per trovare la mia schiava Naam, che mi venne tolta col più infame inganno.» La principessa lo rassicurò, e chiamata la schiava, le ordinò di andar a cercare Naam.

«La vecchia intanto erasi recata alle stanze di questa, e le aveva chiesto, entrando, se il suo padrone fosse arrivato. Quando la giovane schiava ebbele detto di non averlo veduto, la vecchia sospettò subito che si fosse smarrito, entrando in qualche altro appartamento diverso da quello da lei indicatogli. Comunicò i suoi timori a Naam, la quale sclamò tutta spaventata: — È finita per noi, siamo perduti!» Mentre occupavansi a riflettere sulla loro situazione, la schiava della principessa entrò, e disse a Naam che la sua padrona voleva parlarle, e che si recasse tosto da lei. Alzatasi Naam per obbedire; la vecchia le disse all’orecchio: — Il vostro padrone è certamente dalla principessa, e tutto è scoperto. —

«La sorella del califfo, vedendo la giovane schiava, [p. 149 modifica] le disse con bontà: — Il vostro padrone si è sbagliato d’appartamento, ed è penetrato nel mio invece, d’entrare nel vostro; ma non abbiate timore alcuno: farò in modo d’aggiustare ogni cosa. —

«A tali parole, Naam cominciò a respirare, e ringraziò la principessa della protezione che degnavasi accordarle. Naama, vedendo la sua diletta, si precipitò verso di lei, e la strinse al cuore; la gioia li fece cadere svenuti nelle braccia l’un dell’altro. Allorchè rinvennero, la principessa feceseli sedere a fianco, e si mise a cercare con essi il modo di trarli dal cattivo passo, nel quale trovavansi impigliati. — Madama,» disse Naam, «il nostro destino è nelle vostre mani. — Non avete nulla a temere da parte mia,» rispose affettuosamente la principessa, «ed in vece farò il possibile per allontanare il pericolo che, in ogni altra circostanza, potrebbe minacciarvi.» Indi, volgendosi alla schiava, le ordinò di portar loro da mangiare, e servirli di rinfreschi.

«Eseguito quell’ordine, la principessa presentò loro di propria mano varie cose, e li pregò ad abbandonarsi liberamente al piacere di rivedersi. Quegli amanti passarono parte della sera congratulandosi a vicenda sulla loro riunione, ed a celebrare la gioia ed il contento ond’era compreso il loro animo. La principessa parve vivamente intenerita da tale spettacolo, e godeva di vederli manifestarsi una reciproca tenerezza.

«— Mai,» diceva Naama, «ho passato più dolci momenti, ed ora poco m’importa di ciò che deve accadere. — Amate dunque assai questa schiava?» chiese la sorella del califfo. — Lo vedete, signora,» riprese il giovane; «il pericolo al quale mi espongo in questo istante prova abbastanza l’eccesso dell’amor mio. — E voi, Naam,» soggìunse la principessa alla giovanetta, «amate molto il vostro padrone? — [p. 150 modifica] Madama,» rispose Naam, «fu questo amore la musa del languore nel quale sono caduta.» La principessa invitò quindi Naam suonare la chitarra, e glie ne fece portar una. La fanciulla, dopo averla accordata, preludiò un momento, e poi cantò, accompagnandosi, alcuni versi nei quali manifestava alla signora la riconoscenza ond’era penetrata per la sua bontà. Diede poi la chitarra a Naama, che, dopo aver cantati altri versi sul medesimo soggetto, la presentò alla principessa. Questa non fece difficoltà a prendere in strumento, e cantò anch’ella pochi versi sulla felicità dei veri amanti.

«Mentre accadeva quella scena, Abdalmalek-Ebn-Meroan entrò d’improvviso nell’appartamento della sorella; i due amanti tosto levatisi, si prosternarono ai piedi del califfo, che li fece rialzare con bontà. I suoi sguardi si volsero con compiacenza su Naam, ed avendo veduta la chitarra a lei vicina, si congratulò seco della felice sua guarigione; volti quindi gli occhi su Naama travestito, chiese alla sorella chi fosse la giovane schiava che vedeva seduta vicino a Naam.

«— Sovrano commendatore dei credenti,» rispose la principessa, «è una giovanetta che passò i suoi primi anni vicino alla vostra favorita, e senza la quale la vita le è insopportabile.

«— In verità,» disse il califfo, «questa schiava è amabile e bella come Naam; domani le farò preparare un appartamento vicino a quello della sua compagna, e le manderò gli abbigliamenti che potranno piacerle, in considerazione dell’amicizia di Naam per lei. —

«La principessa fece tosto portare i rinfreschi al fratello, il quale erasi seduto; egli prese qualche cosa, e pregò Naam di suonare la chitarra. Obbedì essa, e cantò le lodi del califfo. Questo principe molto si compiacque all’udirla, e quand’ebbe finito, la ringraziò [p. 151 modifica] del piacere che aveagli procurato, e le fece molti complimenti sulla purezza e beltà della sua voce.»


NOTTE CDXCVII


— Verso mezzanotte, la principessa volse così la parola al fratello: — Sovrano commendatore dei credenti, Naam, appena convalescente, dev’essere stanca d’aver cantato e presa parte, tutta la sera, alla conversazione: se me lo permettete, voglio raccontarvi una storia da me letta una volta.» Il califfo avendole manifestato il diletto che avrebbe d’udirla, la principessa cominciò di tal guisa:

«— Signore, eravi una volta nella città di Kufa un giovane chiamato Naama, figlio di Rabia, il quale possedeva una schiava di cui erasi perdutamente invaghito; questa schiava, seco lui allevata, lo corrispondeva teneramente. Appena l’ebbe sposata, la fortuna, sempre incostante, gli fe’ provare la più tremenda delle avversità: un giorno vennero a rapirgli la consorte nella propria casa; il rapitore la vendè per diecimila pezze d’oro ad un principe potentissimo, il quale fece invano il possibile per farsene amare.

«Naama, alla disperazione per la perdita della schiava, abbandonò la famiglia e la casa per andar ad informarsi di quanto ne fosse accaduto, e per tentare tutti i mezzi possibili di riunirsi a lei; si espose ai maggiori pericoli, ed arrischiò anche la vita onde procurarsi tal felicità. Appena l’ebbe ritrovata, che il principe, il quale ne aveva fatto l’acquisto, avendoli [p. 152 modifica] sorpresi insieme, s‘affrettò a decidere della loro sorte, e volle farli morire senza indugio.... Che pensate, o signore,» continuò la principessa, interrompendosi, «della precipitazione di codesto principe, e della sua poca giustizia? —

«Il califfo rispose che, poichè il principe poteva tutto su di essi, avrebbe dovuto perdonar loro, e ciò per tre ragioni: la prima perchè que’ due giovani s’amavano con passione; la seconda, perchè si trovavano nel suo palazzo, e sotto il suo potere; e la terza, perchè aveva mezzi assai più del giovane onde procurarsi un’altra schiava. — Questo principe,» aggiunse, «ha commessa un’azione indegna d’un sovrano.

«— Degnatevi ora,» disse la principessa al fratello, «ascoltare un momento ciò che Naam ci canterà.» Allora la giovane schiava si mise a dipingere, con appassionati versi, i tormenti che provano due cuori uniti dal più dolce sentimento, ma separati dal rigore del destino. La sua voce toccante fe’ tanto piacere al califfo, che manifestolle la propria soddisiazione coi più lusinghieri complimenti.

«La principessa, cogliendo il momento favorevole, gli disse: Un gran re non avere che la sua parola, e che il giudizio una volta pronunciato diveniva irrevocabile. Avendo quindi ordinato a Naam ed a Naama d’alzarsi: — Sovrano commendatore dei credenti,» disse al fratello, «voi vi vedete davanti i due sventurati di cui compiangeste il destino: Naam è la giovane schiava che Hegiage-Ebn-Joussef rapiva allo sposo per mandarvela. Vi ha ingannato colla sua lettera, annunziandovi di averla comprata per diecimila pezze d’oro. Naama, che vedete davanti a voi travestito da schiava, è veramente il suo padrone e sposo. In nome dei vostri gloriosi avi, oserò io pregarvi, o sire, d’aver compassione della loro gioventù, e perdonar loro la colpa commessa? troverete nel [p. 153 modifica] vostro cuore la ricompensa della pietà generosa che per essi avrete manifestata; pensate che amendue sono in vostro potere, ch’ebbero l’onore di mangiare alla vostra mensa, ed essere vostra sorella la quale vi scongiura di risparmiarne il sangue. —

«Il califfo rispose con emozione: — Avete ragione, sorella; ho giudicato io stesso quest’affare, e v’è noto che non cangio mai di parere ogni qual volta abbia pronunciato.» Voltosi poi verso Naam: «È questo il vostro padrone?» le chiese. — Sì, maestà,» rispose rispettosamente la giovane schiava.

«— Non abbiate alcun timore,» soggiunse con bontà il califfo; «io perdono volentieri ad ambidue. Ma, Naama, come scopriste voi che la vostra schiava era qui, e come faceste per introdurvi?

«— Sire,» rispose il giovane, «degnatevi ascoltare il racconto de’ miei infortunii: giuro, pei vostri gloriosi antenati, che non vi celerò nessuna circostanza. —

«Allora Naama narrò al califfo quanto gli era accaduto, le obbligazioni che doveva al medico persiano ed alla vecchia; come quest’ultima l’avesse introdotto nel palazzo, ed in qual modo si fosse smarrito.

«Il califfo, sorpreso di quel racconto, mandò a prendere il medico persiano, lo fece rivestire d’un abito onorifico, e gli diede un posto distinto alla corte. Gli fe’ poi sposare un’amabile schiava, e gli disse cortesemente che volea sempre tener presso di sè un uomo di tanta abilità ed intelligenza, i cui talenti potevano essergli utili; e colmò di benefizi Naam e Naama, come pure la vecchia. Per sette giorni non furonvi che feste e tripudii nel palazzo, scorso il qual tempo, il califfo accordò ai due sposi il permesso di tornare a Kufa; Rabia e sua moglie furono lietissimi rivedendo il figliuolo, e lo strinsero a lungo nelle loro braccia.» [p. 154 modifica] La storia di Naama e di Naam era appena finita, che Scheherazade, approfittando del tempo che le restava ancora, cominciò quella d’Alaeddin, della quale ben s’immaginava che il sultano delle Indie avrebbe voluto udire il seguito.



Note

  1. O Nimat Allah, grazia, benefizio di Dio.
  2. Felicità.
  3. Celebre capitano arabo, governatore, e per così dire padrone assoluto dell’Irak e di varie altre province, sotto il califfo Abdalmalek, il quinto della dinastia degli Ommiadi.