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Atto II

../Atto I ../Atto III IncludiIntestazione 9 luglio 2019 25% Da definire

Atto I Atto III
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ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

Camera in casa di Lelio, con tavolino su cui ewi il di lui vestito. Eleonora sola. Oh che bestia è quel mio marito! Con lui non si può parlare. Subito alza la voce (I). Ma gridi, strepiti, faccia quanto sa e quanto vuole, mi ha da dire quel che si fa in quella casa, o me ne vado a star con mia madre. Mi dispiace che sul più bello è venuto il fattore! Non ho potuto dirgli l’animo mio; ma anderà via il fattore, e mi sfogherò. Frattanto, giacche qui è il vestito che Lelio aveva attorno questa mattina, voglio (I) Pap. aggiunge: e si dilllta d’alzar le mani. [p. 328 modifica] un poco vedere, se nelle tasche vi è qualche cosa, da fare qualche scoperta. Queste cose non le fo mai. Per natura (’) io non sono curiosa, ma questa volta sono proprio impuntata. (v/5r7a le tasche del vestito) Questo è il suo fazzoletto ... Vi è un nodo? Perchè mai lo avrà fatto? Sarei ben curiosa di sa- pere che cosa voglia dir questo nodo. Chi sa ? (2) Può anche darsi che io lo sappia. E queste che chiavi sono ? Non le ho più vedute. In casa certamente non servono. Oh, adesso sì che mi metto maggiormente in sospetto. Se Lelio non mi dice che chiavi sono, attacchiamo una lite. Questo è un viglietto. Leggiamolo un poco : vediamo a chi va, e chi lo manda. Al Signor Padron colendissimo il Signor Lelio Scarcavalli. Sue riverite mani. Vediamo chi scrive. Vostro Vero amico Panta- lone de’ Bisognosi. Sì, uno di quelli della conversazione segreta. Vi mando le due chiavi nuove, avendo per maggior sicurezza fatte cambiar le serrature, dopo che il mio servitore ha perse le chiavi vecchie. Dimattina all’ora solita v’aspettiamo. Addio. Oh bella! Queste sono le chiavi del luogo topico. Che bella cosa sarebbe rubargliele ! e poi all’ improvviso andarli a trovar sul fatto ! Ma saranno le nuove o le vecchie ? Quando è scritto il viglietto? Ai 20. Oh, sono le nuove senz’altro. Eccolo, ec- colo. Queste non gliele do più (3). (mette il viglietto in tasca di Lelio, e ripone le chiavi nelle sue.

SCENA II.

Lelio e detta.

Lelio. Il servitore non è ancora tornato?

Eleonora. Se fosse tornato, lo vedreste.

Lelio. Che graziosa risposta ! ’

Eleonora. A proposito della vostra domanda. Vedete che il ser- vitore non c’è, e a me domandate se è ritornato. (1) Pap.: per naturale. (2) Pap.: Basta, chi sa ? (3) Pap. aggiunge: se credessi che mi accoppasse di bastonate. [p. 329 modifica]

Lelio. Domando a voi, per sapere se ve ne siete servita, se l’avete mandato in qualche luogo. Mi pare impossibile che non sia ritornato. El£ONORA. In quanto a quelF asino, quando si manda in un ser- vizio, non torna mai.

Lelio. Ho d’andar subito fuori di casa. Ho bisogno d’esser vestito.

Eleonora. L’abito è qui, vi potete vestire.

Lelio. Aiutatemi. (si cava la veste da camera)

Eleonora. Potreste dirlo con un poco più di maniera.

Lelio. Favorisca d’aiutarmi. (con ironia)

Eleonora. Dove si va così presto? (gli mette l’abito)

Lelio. Vado dove mi occorre, signora.

Eleonora. Sì, sì, anderete a soffiare.

Lelio. A soffiare ! Sono io qualche spione ?

Eleonora. Bravo. Fingete di non intendere. Anderete a soffiare nelli fornelli.

Lelio. Che fornelli? non vi capisco.

Eleonora. Mi è stato detto che in quel vostro luogo segreto fate il lapis philosuphorum.

Lelio. Che lapis! Siete una pazza voi e chi ve lo dice.

Eleonora. Ma dunque che cosa fate là dentro?

Lelio. Niente.

Eleonora. Assolutamente voglio saperlo.

Lelio. Assolutamente non ne saprete di più.

Eleonora. Farò tanto che lo saprò.

Lelio. Eleonora, abbiate giudizio.

Eleonora. Voglio saperlo, e lo saprò.

Lelio. Non fate che mi venga il mio male. (1)

Eleonora. Oh se lo saprò!

Lelio. Signora Eleonora ...

Eleonora. Padrone mio ...

Lelio. Vuol favorire di mutar discorso?

Eleonora. Lo saprò. (1) Segue neir ed. Pap.: « Eleon. Lo saprò. Lei. Via; basta così. Eleon. Oh se lo saprò I ecc. ». ’ [p. 330 modifica]

Lelio. Se Io dite un’altra volta, ve ne fo pentire da galantuomo.

Eleonora. Voi non vorreste ch’io lo sapessi.

Lelio. E voi ... Eleonofia. Ed io ... lo saprò.

Lelio. C) (Vuol darle uno schiaffo, ella si ritira.)

Eleonora. Sì, a vostro dispetto lo saprò. (allontanandosi)

Lelio. E che sì, che vi rompo le braccia.

Eleonora. Ma lo saprò. (come sopra)

Lelio. Giuro al cielo ... (le corre dietro (2)

Eleonora. ^ Lo saprò, lo saprò, lo saprò, (si chiude in una camera)

Lelio. (3) E meglio che me ne vada, sento che la bile m’ affoga. (vuol partire)

Eleonora. (Apre la porta e mette fuori la testa) Sì, maledetto, lo saprò.

Lelio. (Prende una sedia per dargliela nella testa.)

Eleonora. Lo saprò. (chiude)

Lelio. Bestia ! Mi sento che non posso più. No, no, non lo saprsù. No. (alla porta) No, diavolo, non lo saprai. No, bestia, non lo saprai, no.

Eleonora. (Da un altra porta) Sì, si, lo saprò, (e chiudendo parte)

Lelio. Non posso più (4). (parte

SCENA III.

Camera in casa di Ottavio. Beatrice e Corallina.

Corallina. Presto, signora padrona, che se non parlo, mi viene tanto di gozzo.

Beatrice. Via, parla.

Corallina. Ho trovato la msmiera di saper tutto.

Beatrice. Di che? (1) Pap. aggiunge: Ed io menerò. (2) Pap. aggiunge: col bastone. (3) Pap. ag- giunge: «Tira il bastone e colpisce la porta. Se non l’accoppo, e un prodigio. E meglio che ecc. ». (4) Pap.: Presto, acqua, non posso più. [p. 331 modifica]

Corallina, Della compagnia, delle camere, del casino.

Beatrice. Davvero ! Come ?

Corallina. Tutti hanno le chiavi in tasca ; bisognerebbe procu- rare di buscarle a qualcuno.

Beatrice. E poi ?

Corallina. E poi, so io quel che dico ; sono informata di tutto : e son capace ali oscuro, ad occhi chiusi, introdurmi, nascon- dermi e saper tutto.

Beatrice. Mio marito le avrà?

Corallina. Le avrà sicuramente, e le avrà nelle tasche, perchè se ne servono tutto dì. Bisogna studiar il modo di fargliele sparire.

Beatrice. Se le ha ne’ calzoni, sarà diffìcile.

Corallina. Non può averle ne’ calzoni, perchè le chiavi delle porte sararmo grosse.

Beatrice. Questa mattina è venuto tardi, e non si è -nemmeno spogliato, come qualche giorno suol fare; bisognerà aspettare questa sera, quando va a letto.

Corallina. No, il bello sarebbe scoprirli questa sera. Ho rile- vato che questa sera fanno una cena.

Beatrice. Oh, quanto pagherei di vederli !

Corallina. Bisogna studiare il modo.

Beatrice. Eccoli che vengono qui.

Corallina. Studiate voi, che studierò ancor io.

SCENA IV.

Ottavio, Rosaura, Florindo e dette.

Rosaura. Badate a’ fatti vostri. (a Florindo)

Florindo. Signor Ottavio, vedete come vostra figliuola mi tratta?

Ottavio. Caro amico, (’) mia figlia è donna come le altre. Avrà de’ momenti buoni, avrà de’ momenti cattivi. Fate come si fa del tempo. Godete il sereno, fuggite dal tuono ; e quando tem- pesta, ritiratevi, ed aspettate che tomi il sole. (I) Pap. aggiunge: genero caro. [p. 332 modifica]

Rosaura. Il signor padre sa dar dei buoni consigli.

Beatrice. Mio marito è fatto a posta per far venire la rabbia.

Ottavio. Signora Corallina, signora cameriera di garbo, quest’oggi non ci favorisce il caffè?

Corallina. Il caffè è pronto, signore, lo vuole qui?

Ottavio. Giacché non ce lo avete portato a tavola, lo beve- remo qui.

Corallina. Subito. (Signora, portatevi bene. Se abbiamo le chiavi, siamo a cavallo).

Ottavio. Rosaura, che cosa vi ha fatto il vostro sposo?

Rosaura. Niente, signore.

Ottavio. Non v’ha fatto nulla, e lo guardate sì bruscamente?

Rosaura. Ho dei momenti cattivi.

Ottavio. Amico, il cielo è torbido. Aspettate il sole, (a Florindo)

Rosaura. Questo sole non tornerà cosi presto.

Ottavio. Sì, ritornerà, quando sarà tramontata la luna.

Beatrice. Oggi perchè non vi spogliate? Perchè non vi mettete in libertà come il solito? Il signor Florindo è di casa, non è persona di soggezione. (ad Ottavio)

Ottavio. Ho da uscir presto. Non voglio far due fatiche.

Beatrice. Avete da uscir presto, eh ? Dove avete d’ andare ?

Ottavio. Vuol anche sapere dove ho d’andare?

Beatrice. Mi pare che alla moglie si potrebbe dire.

Ottavio. Sì, una moglie così compita merita bene che io glielo dica ! Devo andare a render la visita a quel cavaliere che è stato ieri da me.

Beatrice. Pare a voi che queir abito sia a proposito per una visita di soggezione? Dovreste metterne un altro migliore.

Ottavio. Eh, io non bado a queste piccole cose.

Beatrice. Sapete che questi signori mezzi gentiluomini ci stanno su questi cerimoniali. Dirà che vi prendete con lui troppa con- fidenza.

Ottavio. Dica ciò che vuole : io non ci penso.

Beatrice. Già ; basta che io dica una cosa, perchè non la voglia fare.

Ottavio. Florindo mio, voglio che presto si concludano queste nozze. [p. 333 modifica]

Beatrice. (Non faremo niente). (da sé)

Florindo. Per me son pronto, ma la signora Rosaura non mi vuol bene.

Rosaura. Vi vorrei bene, se foste un uomo sincero.

Beatrice. Vi mutate quell’abito? (ad Ottavio)

Ottavio. Signora no. (a Beatrice) Le avete detta qualche bugia? (a Florindo)

Beatrice. (Ecco come mi abbada). (da sé)

Florindo. Io le ho sempre detta la verità ; ed ella non mi vuol credere.

Ottavio. Eh, non è niente. Un poco di curiosità, mescolata con un poco di ostinazione, è il sorbetto che sogliono dare le mogli. Passerà, non è niente.

Rosaura. (Mio padre mi fa crescer la rabbia). (da sé)

Beatrice. Almeno, se non volete mettervi un altro vestito, lasciate che vi spazzi questo. E tutto polvere.

Ottavio. Si, brava la mia cara moglie amorosa. Spazzatelo, che vi sarò obbligato.

Beatrice. Date qui. Cavatevelo, se volete che ve lo spazzi.

Ottavio. No, no, dategli una spazzatina in dosso, non voglio fare questa fatica.

Beatrice. Cosi non si fa bene. Cavatevelo.

Ottavio. No, cara, non v’ incomodate, che non m’ importa.

Beatrice. Ecco qui. Mai vuol fare a modo mio.

Ottavio. Cara figliuola, non siate cosi puntigliosa. (a Rosaura)

Beatrice. (Or ora perdo la pazienza). (da sé)

Rosaura. Signor padre, vi prego a lasciarmi stare.

Florindo. E irritata meco senza mia colpa.

Ottavio. Niente, niente, dopo un poco di sdegno, par più buona la pace.

Beatrice. Non ve lo volete cavare? (ad Ottavio)

Ottavio. Signora no.

Beatrice. Siete una bestia (0. (1) Pap.: un asino. [p. 334 modifica]

Ottavio. Ah? che dite? Ho io una moglie che mi vuol bene?" Queste sono tutte parole amorose. Quanto paghereste che la vostra sposa vi facesse una di queste finezze? (a Florindo)

Florindo. Io non amerei ch’ella mi strapazzasse.

Ottavio. IoC) penso diversamente. Piuttosto che veder le donne ingrugnate, ho piacer, poverine, che si sfoghino.

Beatrice. E una cosa, con questa sua flemma, da venir etiche.

SCENA V.

Corallina che porta il caffè, e detti; poi un SERVITORE.

Corallina. Ecco il caffè.

Ottavio. Via, beviamolo in pace, se si può.

Corallina. (Avete fatto niente?) (piano a Beatrice)

Beatrice. (No, non mi basta l’animo di fargli cavar il vestito). (piano a Corallina)

Ottavio. Sediamo. Il caffè si beve sedendo. Chi è di là?

Servitore. Comandi.

Ottavio. Dammi da sedere.

Corallina. (Col caffè si accosta ad Ottavio, dopo averlo dato ad altri.)

Servitore. (Porta le sedie, e nel metterne una presso ad Ottavio, Coral- lina finge le abbia dato nel braccio, e versa il caffè sul vestilo di Ottavio.

Corallina. Uh! meschina me! Perdoni. Mi ha urtato il braccio; non l’ho fatto a posta.

Ottavio. Pazienza! Non è niente.

Corallina. Subito. Vi vuole dell’acqua fresca.

Ottavio. Sì, fate voi.

Corallina. Presto, presto, dia qui. (gli leva il vestito) (Il colpo è fatto). (parte col vestito)

Ottavio. Datemi qualche cosa, che non mi raffreddi.

Beatrice. Portategli il vestito. (al servitore, il quale va per esso)

Ottavio. Via, sì, sarete contenta.

Beatrice. (Ha fatto Corallina quello che non ho saputo far io), (da se (I) Pap.: Io poi. [p. 335 modifica]

Ottavio. Mi dispiace aver perduto il caffè. Che me ne facciano un altro.

Beatrice. Vedete che vuol dire non fare a modo delle donne?

Ottavio. Se faceva a vostro modo, era peggio : mi macchiavo l’altro vestito, che è di colore.

Beatrice. Se facevate a modo mio, questo non succedeva.

Ottavio. Sentite, Florindo? Le nostre donne son profetesse. Fe- lici noi, che possediamo un tanto tesoro!

SCENA VI.

Il Servitore, poi Corallina e detti.

Servitore. (Collaltro vestito, lo mette ad Ottavio.)

Ottavio. Signora Beatrice, siete contenta?

Beatrice. Non ancora. (Ho paura che domandi le chiavi), (da sé)

Corallina. Ecco, signore, il fazzoletto, la tabacchiera e le chiavi. (ad Ottavio)

Ottavio. Bravissima ! (ripone il tutto in tasca)

Beatrice. (Anche le chiavi ?) (a Corallina, piano)

Corallina. (Non son quelle, le ho cambiate), (prono a Beatrice)

Beatrice. (Il gran diavolo che è costei !) (da sé)

Ottavio. Cara Corallina, io non ho bevuto il caffè. Ve ne sa- rebbe un altro?

Corallina. In verità, signor padrone, di abbruciato non ve n’ è.

Ottavio. Pazienza ! Lo anderò a bevere fuori di casa.

Beatrice. Lo andrete a bevere al vostro caro ridotto.

Ottavio. Florindo, volete venire con me?

Florindo. Farò quello che comandate. (osserva Rosaura)

Rosaura. Mi guardate? Andate pure; io non vi trattengo.

Ottavio. Amico, è meglio che andicimo. Lasciate che il tempo- rale si sfoghi. Domani sarà buon tempo.

Rosaura. Né domani, né mai.

Ottavio. Mai buon tempo ? Mai ? Sempre nuvolo ? Sempre tem- pesta ? Ragazza mia, e che sì, che s’io suono una certa cam- pana, faccio subito venir bel tempo? [p. 336 modifica]

Rosaura. Come, signore.

Ottavio. Sentite. Vi-cac-ce-rò in-un-ri-ti-ro. Ah ! che dite ?

Rosaura. Io in ritiro?

Beatrice. Mia figlia in ritiro ?

Ottavio. Andicimo, andiamo. Ccimpana all’armi. Fuoco in esumino. (parte

SCENA VII.

Beatrice, Rosaura, Florindo e Corallina.

Rosaura. Sentite ? Per causa vostra. (a Florindo)

Florindo. Signora, io non ne ho colpa.

Beatrice. Mia figlia in ritiro? Se non avrà voi, non le manche- ranno mariti. Florindo, Lo credo. Ma io non merito ne i suoi, ne i vostri rimproveri.

Beatrice. Andate, andate, che mio marito vi aspetta.

Florindo. Partirò per obbedirvi. (in atto di partire)

Rosaura. Bella cosa ! Lasciarmi così.

Florindo. Ma signora ... (torna indietro)

Corallina. (Lasciatelo andare, che vi ho da dire una bellissima cosa). (a Rosaura, piano)

Rosaura. (Che cosa ?) (a Corallina, piano)

Corallina. (Mandatelo via. Ho le chiavi). (come sopra)

Rosaura. (Sono in curiosità), (da se) Basta, se volete andare, non vi trattengo. (a Florindo)

Florindo. Resterò, se lo comandate.

Beatrice. No, no, servitevi pure. Mio marito vi aspetta.

Florindo. Che dite, signora Rosaura ?

Rosaura. Se mio padre vi aspetta, andate.

Florindo. Non mi aspetta per alcuna premura, posso ancor trat- tenermi.

Corallina. (Mandatelo via). (a Rosaura, piano)

Rosaura. (Non vorrei disgustarlo), (da se) Andate, e poi tornate. (a Florindo [p. 337 modifica]

Beatrice. Oh, che non s’ incomodi.

Corallina. Tornerà domani.

Florindo. Tornerò per obbedirvi. Ma vi prego, abbiate pietà di me. (parte

SCENA VIII.

Beatrice, Rosaura e Corallina.

Rosaura. Non vorrei che si disgustasse.

Corallina. Eh non dubitate, che tornerà.

Rosaura. Che cosa avete da dirmi ?

Beatrice. Dove sono le chiavi?

Corallina. Eccole.

Rosaura. Che chiavi?

Corallina. Zitto. Le chiavi della casa segreta. Una della porta di strada, l’altra dell’ appartamento.

Beatrice. Andiamo, andiamo. (a Corallina)

Rosaura. Voglio venire ancor io.

Beatrice. A voi non è lecito. State in casa, e vi diremo tutto.

Rosaura. Cara signora madre ...

Beatrice. No, vi dico. Andiamo, Corallina. (parte

SCENA IX.

Rosaura e Corallina.

Rosaura. Cara Corallina ...

Corallina. Non dubitate. Andrò io, vi saprò dir tutto.

Rosaura. Quelle chiavi, come le avete avute?

Corallina. Le ho buscate a vostro signor padre.

Rosaura. Quando?

Corallina. Non avete veduto il lazzo del caffè ? Allora ...

Rosaura. Voglio venire ancor io.

Corallina. La signora madre non vuole.

Rosaura. Corallina, se tu mi vuoi bene ... aa [p. 338 modifica]

Corallina. Via, non siate cosi curiosa. Abbiate pazienza. Que- sta sera saprete ogni cosa.

Rosaura. Sappimi dir se vi sono donne.

Corallina. Eh, altro che donne. Il tesoro, il tesoro. (parte

SCENA X.

RoSAURA sola. Mai in vita mia ho avuto maggior pena nel desiderare una cosa. Pazienza ! Esse anderanno, e io no. Ma perchè io no ? Perchè sono una fanciulla? E per questo perderei la riputazione? Fi- nalmente, se andassi a spiare che fa il mio sposo, nessuno mi potrebbe rimproverare. Se sapessi come fare ! Mia madre è difficilissima da lasciarsi svolgere. Quando fìssa una cosa, non vi è rimedio.

SCENA XI.

Florindo e detta,

Florindo. Deh perdonate ...

Rosaura. Voi qui?

Florindo. Sì signora. Il vostro signor padre è stato fermato in casa del forestiere, che doveva egli medesimo visitare. Discorrono d’interessi, ed io mi sono preso l’ardire d’ incomodarvi di nuovo.

Rosaura. Meritereste che io vi voltassi le spalle.

Florindo. Perchè, signora? Che cosa vi ho fatto?

Rosaura. Non mi volete dire la verità.

Florindo. E siam qui sempre ! Pagherei assaissimo, che poteste cogli occhi vostri assicurarvi della mia sincerità.

Rosaura. Potete farlo, quando volete.

Florindo. Come ?

Rosaura. Introducetemi di nascosto.

Florindo. Voi ardirete di venir sola?

Rosaura. No, verrò colla serva.

Florindo. Per un simile luogo, la serva non è compagnia che basti. [p. 339 modifica]

Rosaura. Verrà mia madre. Se voi la pregherete, verrà.

Florindo. Rosaura, compatitemi. Ve l’ho detto altre volte. I miei cimici non vogliono donne ; ed io non deggio ...

Rosaura. E voi non dovete disgustarli per me. Vedo che di essi più che di me vi preme, ed ecco il fondamento di cre- dervi un menzognero, un infido.

Florindo. Orsù, Rosaura, per darvi una prova dell’amor mio, tra- lascierò d’andarvi. Così sarete contenta.

Rosaura. Mi darete ad intendere di non andarvi, ma vi anderete.

Florindo. No, vi prometto, non vi anderò.

Rosaura. Non mi basta.

Florindo. Vi confermerò la promessa col giuramento.

Rosaura. Non voglio giuramenti, voglio una sicurezza maggiore.

Florindo. Chiedetela.

Rosaura. Mi promettete di darmela? FlorineX). Sì, quando ella da me dipenda.

Rosaura. Ditemi .. Ma badate bene di non mentire.

Florindo. Non son capace.

Rosaura. Avete voi le chiavi, come hanno gli altri ?

Florindo. Le chiavi di che?

Rosaura. Delle porte di quella casa, dove non possono entrar le donne?

Florindo. Sì, le ho, non posso negarlo.

Rosaura. Questa è la sicurezza che pretendo da voi. Datemi quelle chiavi.

Florindo. Ma ... queste chiavi ... nelle vostre mani ...

Rosaura. Ecco la bella sincerità ! Ecco il fondamento delle vo- stre promesse, dei giuramenti vostri !

Florindo. Non vedete, che s’ io volessi ingannarvi, potrei darvi le chiavi, ed unirmi poscia con un amico per essere non ostante introdotto ?

Rosaura. Non credo (’) che vogliate mendicar i mezzi per essere mentitore. Mancandovi le chiavi, vi manca, secondo me, Tec- (I) Pap.: Non vi credo sì empio. [p. 340 modifica] citamento maggiore. Florindo, se mi amate, fatemi la finezza di depositarle nelle mie mani.

Florindo. Ah Rosaura, voi mi volete indurre ad una cosa, che per molti titoli non mi conviene.

Rosaura. Avete voi intenzione di andar in quel luogo, sì o no? Florindo, Certamente, vi prometto di no.

Rosaura. Che difficoltà dunque avete a lasciarmi le chiavi?

Florindo. Vi dirò ... queste chiavi ... se passassero in altre mani, potrebbero produrre degli sconcerti.

Rosaura. Vi prometto sull’ onor mio, che non esciranno dalle mie mani. Siete ora contento ? Mi fareste l’ ingiuria di dubitare di me? Vorrei vedere anche questa.

Florindo. Cara Rosaura, dispensatemi.

Rosaura. No certamente. Ecco l’ultima intimazione ch’ io faccio al vostro cuore. O fidatemi quelle chiavi, o non pensate più al- l’ amor mio. Se mi pento, se vi perdono, prego il cielo che mi fulmini, che m’ incenerisca.

Florindo. Basta, basta, non più. Tenete: eccole, non mi atter- rite di più.

Rosaura. Nelle mie mani saran sicure.

Florindo. Vi prego, non mi rendete ridicolo co’ miei amici.

Rosaura. Non dubitate, son contenta così.

Florindo. Guardate, se veramente vi amo!

Rosaura. Sì, lo credo; compatitemi se ho dubitato.

Florindo. Quando posso sperare di farvi mia?

Rosaura. Quando volete voi; quando vuole mio padre.

Florindo. Volo a dirglielo, se vi contentate.

Rosaura. Sì, ditegli che la tempesta è finita, che torna il sole.

Florindo. Cara, mi consolate.

Rosaura. Io sono più consolata di voi. Queste chiavi mi danno il maggior piacere del mondo.

Florindo. Per qual motivo, mia cara?

Rosaura. Perchè con queste mi assicuro del vostro amore. (E con esse mi assicurerò forse di quel segreto, che mi fa vivere in una perpetua curiosità). (da sé, parte [p. 341 modifica]

Florindo. Gran cosa è l’amore ! Tutto si fa, quando si vuol bene. Quelle chiavi le ho date a Rosaura colla maggior pena del mondo. Ma se le ho dato l’arbitrio della mia vita, posso anche fidarle le chiavi di una semplice conversazione. (parte

SCENA XII.

Strada con porta, che introduce nel casino della conversazione. Pantalone esce dalla porta, e chiude. Xe squasi notte, e Brighella no vien. Bisognerà che vaga mi a proveder le candele de cera, e che le fazza portar.

SCENA XIII.

Leandro e detto.

Leandro. Servo, signor Pantalone.

Pantalone. Amicizia.

Leandro. Amicizia. (si abbracciano)

Pantalone. Questo xe el nostro saludo. No se fa altre cerimonie.

Leandro. Va benissimo. Tutti i complimenti sono caricature.

Pantalone. Sì ben ; se usa dir per civiltà delle parole, senza pensar al significato, senza intender, co le se dise, quel che le voggia dir. Per esempio, servitor umilissimo vuol dir me dichiaro d esser so servitor; ma se ghe domande un servizio che no ghe co- moda, el ve dise de no ; e pò el sior umilissimo ve tratta e ve parla con un boccon de superbia, che fa atterrir. Patron reverito xe l’istesso. I dà del patron a uno che no i se degna de praticar.

Leandro. Signor Pantalone, un mio amico vorrebbe essere della nostra conversazione.

Pantalone. Xelo galantomo?

Leandro. Certamente.

Pantalone. A pian co sto certamente. Dei galantomeni de nome ghe ne xe assae, de fatti ghe ne xe manco. Che prove gh’aveu che el sia un galantomo?

Leandro. Io l’ ho sempre veduto trattare con persone civili. [p. 342 modifica]

Pantalone. No basta. In tutte le conversazion civili, tutti no xe galantomeni, e col tempo i se descoverze.

Leandro. E nato bene.

Pantalone. No xe la nascita, che fazza el galantomo, ma le bone azion.

Leandro. E uomo che spende generosamente.

Pantalone. Anca questa la xe una rason equivoca : bisogna veder se quel che el spende xe tutto soo.

Leandro. Io poi non so i di lui interessi.

Pantalone. Donca no ve podè impegnar che el sia galantomo.

Leandro. In questa maniera, signor Pantalone, avremo tutti in sospetto, e non praticheremo nessuno.

Pantalone. No, caro amipo, intendeme ben. No digo che ab- biemo da sospettar de tutti senza rason, e che no abbiemo da praticar se no quelli che conossemo galantomeni con rason ; anzi avemo debito de onestà de creder tutti da ben, se no gh’ avessimo prove in contrario. Quelli però che più che tanto no se cognosse, i se pratica con qualche riserva; no se ghe crede tutto, i se prova, i se esamina con delicatezza, e se col tempo e coli’ esperienza se trova un galantomo da senno, se poi dir con costanza de aver trova un bel tesoro.

Leandro. Io questo che vi propongo lo credo onoratissimo, ma non posso essere mallevadore di lui.

Pantalone. N’importa, (l) lo proveremo : se el sarà oro, el luserà (2).

SCENA XIV.

Brighella e detti.

Brighella. Eia ella, sior padron?

Pantalone. Sì, son mi. Tanto ti sta?

Brighella. Son pien de roba, che no me posso mover.

Pantalone. Astu tolto candele de cera?

Brighella. Sior no, non ho avìi tempo. (1) Pap. aggiunge: lo riceveremo. (2) Pap. aggiunge: se el sarà piombo, el se desferà, ae el sarà fango, ghe daremo una sfregolada, e ghe faremo cognosser che noi xe degno de nu. [p. 343 modifica]

Pantalone. Adesso anderò mi a ordinarle dal nostro spizier. E vu, co podè, andè a torle. (a Brighella)

Brighella. Sior si ; metto zo sta roba, e vado subito. Son pien per tutto, no so come far a avrir.

Pantalone. Caro sior Leandro, la ghe averza la porta.

Leandro. Volentieri. (^P’"^)

Brighella. Ho speranza stassera de farme onor.

Pantalone. Distu da senno?

Brighella. La vederà che boccon de cena.

Pantalone. Bravo, gh’ ho a caro.

Brighella. Ma i se n’incorzerà in ti conti. (entra)

Pantalone. N’importa. Co xe ben fatto, spendo volentiera.

Leandro. Signor Pantalone, posso dunque dire all’amico che venga? Pantalone^. Chi xelo? Cossa gh’alo nome?

Leandro. E un certo Flamminio Malduri.

Pantalone. Benissimo, lo proponeremo. Sentiremo cossa che disc i altri.

Leandro. Vorrei condurlo alla cena.

Pantalone. La lo mena; sul fatto se rissolverà.

Leandro. Vado a ritrovarlo. Spero che resterete contento. Ami- cizia. (Pf"’^)

Pantalone. Amicizia. Mi no gh’ ho altra premura, che de veder in te la nostra compagnia zente onesta, de buon cuor, amo- rosa, che in t’una occasion sappia soccorrer un amigo. Tutti a sto mondo gh’ avemo bisogno un dell’ altro, e i xe tanto pochi quelli che fazza ben per bon cuor, che a trovarghene (0 xe più difficile d’un terno al lotto. (parte

SCENA XV.

Eleonora col zendale alla bolognese. L’ ora è avanzata. Voglio vedere se mi riesce il colpo. Quella è la porta, e queste sono le chiavi. Se posso entrare, nascondermi, e vedere senz’ esser veduta, mi chiarirò d’ ogni cosa. E se (1) Pap. aggiunge: quattro in mille. [p. 344 modifica] sarò scoperta, che cosa mi potranno fare? Dove va mio marito, vi posso andare ancor io ; anzi tutti mi loderanno. Se vado, non vado per altro fine che per questo. Voglio bene al marito, e voglio sapere dove va e che cosa fa: sì, lo voglio sapere. Tante volte gli ho detto : lo saprò. Voglio poter dire una volta : l’ho saputo. Non sento nessuno, adesso mi provo. (mette la chiave nella serratura

SCENA XVI.

Brighella di casa, e detta.

Brighella. Chi è là ? (apre l’uscio, ed Eleonora spaventata si ritira)

Eleonora. Povera me! Ho perduto le chiavi. (parte lasciando le chiavi)

Brighella. Una donna? Colle chiave? Cono dal me padron. (chiede la porta, leva le chiavi, e parte

SCENA XVII.

Corallina vestita da uomo e Beatrice col zendale alla bolognese.

Beatrice. Altro che dire non entran donne ! Hai veduto ? Quella che è uscita, è una donna. (avendo osservato Eleonora)

Corallina. Assolutamente vi è qualche porcheria.

Beatrice. Presto, entriamo anche noi, e vediamo se ve ne sono altre.

Corallina. Andiamo ; ecco la chiave. Ma zitto ... sento gente.

Beatrice. Non vorrei che fossimo scoperte prima d’ entrare. En- trate che siamo, non m’ importa. Quando abbiamo saputo ogni cosa, che ci scoprano pure ; ma se ci vedono qui ...

Corallina. Ritiratevi.

Beatrice. E tu non vieni?

Corallina. Io son vestita da uomo, E sera ; non mi conosceranno.

Beatrice. Bada bene non m’ingannare. [p. 345 modifica]

Corallina. Fidatevi di me.

Beatrice. Ti aspetto in questo vicolo. (si ritira)

Corallina. (Ho del coraggio, ma tremo un poco). (da sé

SCENA XVIII.

Pantalone e dette.

Pantalone. (Una donna colle chiave? la voleva andar drento? Coss’è sta cossa? Chi èlo el poco de bon, che colle donne voi ruvinar la nostra povera compagnia ! Vedo uno là : che el sia dei nostri? (osservando Corallina)

Corallina. (Mi pare quello che chiamano Pantalone). (da sé)

Pantalone. Amicizia. (forte verso Corallina)

Corallina. (Che dice d’amicizia?) (da sé, non rilevando il gergo)

Pantalone. (O che noi ghe sente, o che noi xe della compa- gma). (da se) Amicizia. (s’accosta a Corallina, ripetendo il termine)

Corallina. Sì signore. (alterando la voce)

Pantalone. (Noi xe della conversazion. Ma cossa falò in sti contorni ?) (da sé)

Corallina. (Non vorrei essere scoperta). (da sé)

Pantalone. Cossa fala qua, patron? Aspettela qualchedun? (a Corallina)

Corallina. Aspetto un amico.

Pantalone. L’ aspetta un amico ? (fa d falsetto, imitando la voce di Corallina) (O che Tè un musico, o che l’è una donna), (da sé)

Corallina. (E meglio ch’ io me ne vada). (da sé)

Pantalone. (Vói veder cossa xe sto negozio), (da sé) La diga, patron, chi aspettela?

Corallina. Niente, signore, la riverisco. (vuol partire)

Pantalone. Xela fursi anca eia uno de quei della compagnia de sti galantomeni?

Corallina. Sì signore.

Pantalone. Mo perchè donca, co ghe digo amicizia, no me ri- spondela amicizia?

Corallina. Ah sì, non vi avevo inteso. Amicizia. [p. 346 modifica]

Pantalone. (Eh, la xe una donna ; cossa diavolo xe sto negozio !) Perchè no vaia drento? (a Corallina)

Corallina. Aspettava il signor Ottavio.

Pantalone. Tutti gh’ha le so chiave. Non la le gh’ha eia?

Corallina. Oh si signore, le ho ancor io.

Pantalone. La lassa veder mo?

Corallina. Che serve? le ho.

Pantalone. Co no la le mostra, xe brutto segno.

Corallina. Eccole. (fa vedere le chiavi)

Pantalone. Via donca, la resta servida : la vaga in casa.

Corallina. Andate voi, che or ora verrò ancor io.

Pantalone. Mi gh’ ho un pochetto da far. Vago in t’ un servizio e pò tomo. La vaga eia?

Corallina. Farò come comandate.

Pantalone. (Voi ben veder dove va a finir sto negozio), (da sé)

Corallina. Va ella? o vado io?

Pantalone. La vaga pur èia. Amicizia.

Corallina. Amicizia.

Pantalone. (Neil’ accostarsele, afferra le chiavi in mano a Corallina.)

Corallina. Come, signore? (si difende)

Pantalone. Chi v’ ha dà ste chiave ? Chi seu ? Cossa voleu ?

Corallina. Amicizia.

Pantalone. Colle donne no voi amicizia.

Corallina. Sono scoperta. Aiutami, gambetta. (parte correndo)

Pantalone. A rotta de collo ! Ti gh’ ha rason, che no gh’ ho voggia de correr. Come xelo sto negozio? Do mue de chiave fora de man? Ste chiave in man de do donne? Donne intro- dotte in te la nostra conversazion ? A monte tutto ; fogo a tutto ; no ghe ne voi più saver. (entra in casa e chiude

SCENA XIX.

Ottavio e Lelio.

Lelio. Ho piacere d’avervi trovato. Ho perso le chiavi, e non so dove e non so dir come ; appunto stavo in attenzione di qualche amico che aprisse. [p. 347 modifica]

Ottavio. Vi servirò io. Ma, caro amico, tenetene conto di quelle chiavi. Il povero signor Pantalone di quando in quando, se si perdono, le fa mutare. Leilio. Eh ! ho un sospetto in testa.

Ottavio. Di che?

Lelio. Ho paura che me le abbia prese mia moglie ; se ciò è vero, da galantuomo, le do un ricordo per tutto il tempo di vita sua,

Ottavio. Oibò, non v’inquietate. Soffritela, se potete, e se non potete, mandatela al suo paese.

Lelio. Se sapeste quanto mi ha fatto arrabbiare con un maledetto lo saprò. Ottavio, Oh via, andiamo.

SCENA XX.

Florindo e detti.

Ottavio. Oh, ecco un altro camerata. Amicizia.

Lelio. Amicizia.

Florindo. Amicizia, Appunto veniva in traccia di voi. Ottavio, Sì, andiamo insieme,

Florindo. No, cercavo appunto di voi per far le mie scuse, e pregarvi di farle col signor Pantalone. Questa sera non vengo.

Ottavio. No ? Per qual causa ?

Lelio. Tant’e tanto, se non venite, pagherete la vostra parte.

Florindo. Sì, pagherò : è giusto.

Ottavio. Diteci almeno il perchè non venite.

Florindo. Ho un affar di premura. Questa sera non posso.

Ottavio. Oh via, ho capito. Non viene, perchè ha paura.

Lelio. Ve lo(l) ha proibito la sposa?

Florindo. Non me lo ha proibito: ma posso far meno per soddisfarla?

Ottavio. Bravo, genero. Io vi lodo, che siate compiacente con mia figliuola, ma voglio darvi un avvertimento : non vi lasciate (I) Pap.: Forse Ve lo ecc. [p. 348 modifica] prender la mano sì di buon’ora, perchè poi ve ne pentirete. Le donne dicono volentieri quella bella parola voglio; e quando si fa loro buona una volta, non la tralasciano più.

Florindo. Non so che dire. Questa volta ho dovuto fare così ; un’altra volta poi...

Ottavio. Oh via, regolatevi con prudenza. Amico Lelio, andiamo, e lasciamo in pace questo povero innamorato, (cerca la chiave)

Lelio. Eh amico, quando sarete ammogliato, vedrete il bel diver- timento ! Se vi tocca una moglie come la mia, volete star fresco.

Ottavio. Che chiavi sono queste ?

Lelio. Non sono le vostre chiavi?

Ottavio. Oibò. Ora me ne accorgo : Corallina nel darmi le chiavi ha errato. Questa è quella della cantina, e questa è quella della dispensa. Come diavolo le aveva io in tasca di quell’altro vestito? Non la so capire.

Lelio. Come faremo a entrare? Bisognerà battere.

Ottavio. Ci favorirà il signor Florindo. Ci darà egli le sue.

Florindo. Mi dispiace ... ch’io non le ho.

Ottavio. Oh bellissima !

Lelio. Che cosa ne avete fatto ?

Florindo. Sapendo che io non veniva questa sera, le ho serrate nel mio burro.

Ottavio. Vedete, egli è un giovine di garbo ; custodisce le chiavi ; non le perde come fate voi. (a Lelio)

Lelio. E voi le lasciate in balìa delle donne.

Ottavio. Questo è un bel caso: tutti tre senza chiavi.

Lelio. Bisogna battere.

Ottavio. Sì, battiamo. (battono

SCENA XXI.

Pantalone esce di casa, e detti.

Pantalone. Coss’è, siori, no le gh’ha chiave?

Lelio. Io l’ho perduta.

Ottavio. Ed io l’ho lasciata in casa. [p. 349 modifica]

Pantalone. Le varda mo, ghe saravele qua le soe ?

Lelio. Corpo di bacco ! Ecco le mie.

Ottavio. Oh bella! Ecco le mie.

Pantalone. Le impara a custodirle. Le impara meggio a mante- gnir la parola; e le se vergogna de prostituir el decoro (’) alle lusinge, alle curiosità delle donne. (entra)

Lelio. Come ! Che dite ? Cospetto ! Cospettonaccio ! Mia moglie l’ammazzerò. (entra)

Ottavio. (Fa varie ammirazioni colle chiavi, (2) ed entra.

SCENA XXII.

Florindo solo. Che imbrogli sono mai questi? Fra quelle chiavi vi sarebbero mai le due che ho dato a Rosaura? No, perchè essi due le hanno per le loro riconosciute; e poi Rosaura capace non sarà di tradirmi. Certamente queste donne ardono di volontà di sapere... Vedo gente ... Colui colla lanterna è Arlecchino. Vi è una donna in zendale con lui ; che sia forse la signora Beatrice, in traccia di suo marito ? Vuò rimpiattarmi ed osservare, (si ritira

SCENA XXIII. ,

Rosaura in zendale alla bolognese, Arlecchino con una lanterna da mano, Florindo ritirato.

Rosaura. Vieni con me, non aver paura.

Arlecchino. Ma mi, siora, in sta sorte de contrabbandi me trema le budelle in corpo.

Rosaura. Insegnami solamente dov’è la porta di quella casa, che già ti ho detto.

Arlecchino. La porta l’ è quella li. (1) Pap. aggiunge: viril. (2) Pap. aggiunge: poi dice ohi [p. 350 modifica]

Rosaura. Tu ci sarai stato dentro più volte.

Arlecchino. Sigura. Ghe vago squasi ogni dì.

Rosaura. Vorrei entrare ancor io.

Arlecchino. Oh, siora no ; donne femene no ghe ne va.

Rosaura. E notte ; non si sente nessuno. Possiamo entrare con libertà ; e poi sappi che vi è mia madre, e vi posso andare ancor io.

Arlecchino. Se batto, i vien a avrir, i me vede con una donna, e i me regala de bastonade.

Rosaura. Senti. Ho le chiavi.

Arlecchino. Avi le chiave? Chi ve l’ha dade?

Rosaura. Me le ha date mio padre : eccole. Apriremo da noi, senza che nessuno se ne accorga. (’) Vi è niente colà da na- scondersi ?

Arlecchino. Gh’è un camerin ... ma ... no l’è mo a proposito.

Rosaura. Presto, presto, andiamo.

Arlecchino. Corpo del diavolo ... no vorria ...

Rosaura. Tieni le chiavi ; apri.

Arlecchino. Basta. Avrò, e me la sbigno (a), (mette le chiavi nell’uscio)

Florindo. Lascia a me queste chiavi. (le prende)

Arlecchino. La se comoda, che l’è padron.

Rosaura. Come ! Così mantenete la vostra parola? Mi promet- tete di non venire, e poi venite al casino?

Florindo. Ah ingrata ! Così voi mi serbate la fede ? Mi carpite le chiavi, mi giurate di custodirle, e le impiegate in tal uso?

Rosaura. Vi ho promesso, che escite non sarebbero dalle mie mani.

Florindo. Promesse accorte, con animo d’ ingannare. Ma chi non sa che sia fede, non merita che a lui si serbi. Giacche voi mi avete insegnato ad operare a capriccio, mi valere de vo- stri barbari documenti ; ed ora sugli occhi vostri anderò in quel luogo medesimo, dove non volevate ch’ io andassi.

Rosaura. Ah no, caro Florindo ... (a) E una parola in gergo, che vuol dir fuggo via. (1) Pap. aggiunge: Bastami che tu mi introduca in terreno. [p. 351 modifica]

Florindo. Tacete; se non mi amate, non meritate di essere com- patita, e se mi amate, vi serva di regola e di castigo la pena che giustamente provate. (apre ed entra

SCENA XXIV.

RosAURA ed Arlecchino.

Rosaura. Oimè ! Arlecchino.

Arlecchino. Signora.

Rosaura. Mi vien male.

Arlecchino. Forti. Mi no gh’ho alter che un poco de moccolo de lanterna.

Rosaura. Mi sento morire.

Arlecchino. Aiuto, gh’è nissun?

SCENA XXV.

Beatrice, Eleonora, Corallina, da varie parti; e detti.

Eleonora. Che c’è?

Corallina. Che cosa è stato?

Beatrice. Figliuola mia.

Rosaura. Signora madre, veniva in traccia di voi.

Beatrice. Ed io veniva in traccia di te.

Arlecchino. E mi andava a scarpioni (a).

SCENA XXVI.

Brighella colle candele di cera, e detti.

Brighella. Coss è sto negozio ? A st’ora ? Cosse sto mercà de donne ?

Corallina. Brighella, eccoci qui : una, due, tre e quattro. Siamo quattro femmine disperate. (a) Dice che andava a caccia di scorpioni, per dire una facezia. [p. 352 modifica]

Arlecchino. E mi che fa cinque.

Brighella. Ma desperade per cossa ? Fursi per curiosità de saver quel che se fa là dentro?

Corallina. Non è curiosità, ma volontà rabbiosissima di sapere.

Beatrice. Mi preme di mio marito.

Eleonora. Voglio sapere di mio marito.

Rosaura. Vo’ sapere che fa il mio sposo.

Corallina. Ed io non ho né parenti, ne amici, ma ho certo naturale, che vorrei sapere tutti li fatti di questo mondo.

Arlecchino. Da resto pò, no se poi dir che le sia curiose.

Brighella. Signore, le se ferma un tantin. (Ste donne voi far nasser dei despiaseri ; adesso ghe remedierò mi), (da se) Vorle vegnir là dentro?

Corallina. Oh, il ciel volesse !

Beatrice. Pagherei cento scudi.

Brighella. Zitto. Le lassa far a mi, che da galantomo le voggio sodisfar.

Beatrice. Ma come ?

Brighella. Se ffdele de mi ?

Corallina. Sì, Brighella è uomo d’onore. Fo io la sicurtà per lui.

Brighella. Arlecchin, ti sa (’) dov’è la porta che referisse in cantina.

Arlecchino. Cussi no la savessio ! Ho porta tante volte la legna.

Brighella. Tiò sta chiave. Averzi quella porta che va nella stra- dala ; condusile drento con quella lanterna, e pò serra, e vien per de qua, che te aspetto.

Beatrice. Ah Brighella, non ci tradire.

Brighella. Me maraveggio: le se fida de mi.

Corallina. Finalmente siamo quattro donne, non abbiamo paura ne di venti, ne di trenta uomini.

Arlecchino. Le favorissa, le vegna con mi, che averò l’onor de far la figura de condottier. (parte)

Beatrice. Rosaura, andiamo. Già che ci siete, non so che dire, (parte (I) Pap.: Il Il ta. [p. 353 modifica]

Rosaura. Non ci sarei, s’ella non mi avesse dato l’esempio, (parte)

Eleonora. O in un modo, o nell’altro, purché veda, sarò con- tenta, (parte)

Corallina. Caro Brighella, fateci veder tutto : non già per cu- riosità, ma così per divertimento. (parte

SCENA XXVII.

Brighella solo. Sta volta me togo un arbitrio, che no so come el me passerà ; ma fazzo per far ben, e spero de far ben. Ste donne le son in- diavolade; ognuna l’è capace de precipitar la casa, el mando, e tutti quei de sto logo. Se me riesse quel che m’è vegnù in tei pensier, spero che i mi padroni sarà contenti, le donne disingannade ; e mi (0 averò la gloria d’aver contribuido alla pase comun, al comun contento de tutti, e alla sussistenza de un logo, dove anca mi ghe cavo el mio profitto, e vivo da ga- lantomo. Perchè al dì d’oggi, co se gh’ha un tocco de pan, bisogna sfadigarse, suar e strologar per mantegnirselo fin che se poi. (parte Fine dell’Atto Secondo. (1) Pap. aggiunge: che son un povero servitor. bb

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