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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/361


Ottavio. Vi servirò io. Ma, caro amico, tenetene conto di quelle chiavi. Il povero signor Pantalone di quando in quando, se si perdono, le fa mutare. Leilio. Eh ! ho un sospetto in testa.

Ottavio. Di che?

Lelio. Ho paura che me le abbia prese mia moglie ; se ciò è vero, da galantuomo, le do un ricordo per tutto il tempo di vita sua,

Ottavio. Oibò, non v’inquietate. Soffritela, se potete, e se non potete, mandatela al suo paese.

Lelio. Se sapeste quanto mi ha fatto arrabbiare con un maledetto lo saprò. Ottavio, Oh via, andiamo.

SCENA XX.

Florindo e detti.

Ottavio. Oh, ecco un altro camerata. Amicizia.

Lelio. Amicizia.

Florindo. Amicizia, Appunto veniva in traccia di voi. Ottavio, Sì, andiamo insieme,

Florindo. No, cercavo appunto di voi per far le mie scuse, e pregarvi di farle col signor Pantalone. Questa sera non vengo.

Ottavio. No ? Per qual causa ?

Lelio. Tant’e tanto, se non venite, pagherete la vostra parte.

Florindo. Sì, pagherò : è giusto.

Ottavio. Diteci almeno il perchè non venite.

Florindo. Ho un affar di premura. Questa sera non posso.

Ottavio. Oh via, ho capito. Non viene, perchè ha paura.

Lelio. Ve lo(l) ha proibito la sposa?

Florindo. Non me lo ha proibito: ma posso far meno per soddisfarla?

Ottavio. Bravo, genero. Io vi lodo, che siate compiacente con mia figliuola, ma voglio darvi un avvertimento : non vi lasciate (I) Pap.: Forse Ve lo ecc.