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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/347


Beatrice. (Non faremo niente). (da sé)

Florindo. Per me son pronto, ma la signora Rosaura non mi vuol bene.

Rosaura. Vi vorrei bene, se foste un uomo sincero.

Beatrice. Vi mutate quell’abito? (ad Ottavio)

Ottavio. Signora no. (a Beatrice) Le avete detta qualche bugia? (a Florindo)

Beatrice. (Ecco come mi abbada). (da sé)

Florindo. Io le ho sempre detta la verità ; ed ella non mi vuol credere.

Ottavio. Eh, non è niente. Un poco di curiosità, mescolata con un poco di ostinazione, è il sorbetto che sogliono dare le mogli. Passerà, non è niente.

Rosaura. (Mio padre mi fa crescer la rabbia). (da sé)

Beatrice. Almeno, se non volete mettervi un altro vestito, lasciate che vi spazzi questo. E tutto polvere.

Ottavio. Si, brava la mia cara moglie amorosa. Spazzatelo, che vi sarò obbligato.

Beatrice. Date qui. Cavatevelo, se volete che ve lo spazzi.

Ottavio. No, no, dategli una spazzatina in dosso, non voglio fare questa fatica.

Beatrice. Cosi non si fa bene. Cavatevelo.

Ottavio. No, cara, non v’ incomodate, che non m’ importa.

Beatrice. Ecco qui. Mai vuol fare a modo mio.

Ottavio. Cara figliuola, non siate cosi puntigliosa. (a Rosaura)

Beatrice. (Or ora perdo la pazienza). (da sé)

Rosaura. Signor padre, vi prego a lasciarmi stare.

Florindo. E irritata meco senza mia colpa.

Ottavio. Niente, niente, dopo un poco di sdegno, par più buona la pace.

Beatrice. Non ve lo volete cavare? (ad Ottavio)

Ottavio. Signora no.

Beatrice. Siete una bestia (0. (1) Pap.: un asino.