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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/343


Lelio. Domando a voi, per sapere se ve ne siete servita, se l’avete mandato in qualche luogo. Mi pare impossibile che non sia ritornato. El£ONORA. In quanto a quelF asino, quando si manda in un ser- vizio, non torna mai.

Lelio. Ho d’andar subito fuori di casa. Ho bisogno d’esser vestito.

Eleonora. L’abito è qui, vi potete vestire.

Lelio. Aiutatemi. (si cava la veste da camera)

Eleonora. Potreste dirlo con un poco più di maniera.

Lelio. Favorisca d’aiutarmi. (con ironia)

Eleonora. Dove si va così presto? (gli mette l’abito)

Lelio. Vado dove mi occorre, signora.

Eleonora. Sì, sì, anderete a soffiare.

Lelio. A soffiare ! Sono io qualche spione ?

Eleonora. Bravo. Fingete di non intendere. Anderete a soffiare nelli fornelli.

Lelio. Che fornelli? non vi capisco.

Eleonora. Mi è stato detto che in quel vostro luogo segreto fate il lapis philosuphorum.

Lelio. Che lapis! Siete una pazza voi e chi ve lo dice.

Eleonora. Ma dunque che cosa fate là dentro?

Lelio. Niente.

Eleonora. Assolutamente voglio saperlo.

Lelio. Assolutamente non ne saprete di più.

Eleonora. Farò tanto che lo saprò.

Lelio. Eleonora, abbiate giudizio.

Eleonora. Voglio saperlo, e lo saprò.

Lelio. Non fate che mi venga il mio male. (1)

Eleonora. Oh se lo saprò!

Lelio. Signora Eleonora ...

Eleonora. Padrone mio ...

Lelio. Vuol favorire di mutar discorso?

Eleonora. Lo saprò. (1) Segue neir ed. Pap.: « Eleon. Lo saprò. Lei. Via; basta così. Eleon. Oh se lo saprò I ecc. ». ’