La fine di un Regno/Parte II/Capitolo XVII

Capitolo XVII

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CAPITOLO XVII


Sommario: Il Re si decide a lasciare Napoli — Suo colloquio con Carlo de Cesare — Garibaldi a Rogliano, a Rotonda, ad Auletta e a Salerno — Confusione e timori a Napoli — Incidente caratteristico — I capibattaglione della guardia nazionale e il sindaco dal Re — Consiglio di Stato del 5 settembre — Timori per la partenza del Re — Il proclama reale — Chi lo possiede — Il manifesto del prefetto di polizia — Preparativi per la partenza — Il notamento degli oggetti, che Francesco II portò a Gaeta — Il Re al marchese Imperiale — I ministri e i direttori dal Re — Sue parole a don Liborio e a Giacchi — L’ultimo baciamano e gli ultimi addii — Dalla Reggia al porto — Il corpo diplomatico — Bermudez de Castro — La protesta alle potenze — Si parte alle ore sei — Incidenti e particolari — I teatri di Napoli la sera del 6 settembre — Il ministero, il sindaco e il comandante della guardia nazionale — La traversata dei Sovrani da Napoli a Gaeta — Le navi regie si rifiutano d’obbedire — Aneddoti — Francesco II e Vincenzo Criscuolo — Il telegramma di Garibaldi a don Liborio — La risposta di don Liborio — Gli episodii di Salerno e le irrequietezze di Garibaldi — Sua improvvisa risoluzione di partire per Napoli — I particolari di quel viaggio e i personaggi che accompagnarono il dittatore — Arrivo dei Sovrani a Gaeta la mattina del 7 settembre, e arrivo di Garibaldi a Napoli, a un’ora — Incidenti alla stazione di Napoli — La folla separa Garibaldi da Cosenz — Il sindaco D’Alessandria sparisce — A Gaeta e le parole del padre Borrelli. — Particolari inediti — Fine del Regno.


In tante incertezze, inquietudini e abbandoni, il Re carezzava il suo partito: lasciar Napoli e andare a Gaeta, chiamarvi quella parte della flotta che non aveva disertato, e concentrando fra Gaeta e Capua le truppe disponibili, formar la linea di difesa tra le due fortezze e tra il Volturno e il Garigliano, con la frontiera libera sino a Roma. Le provincie, da Napoli in su, non erano insorte, nè si prevedeva la spedizione di Fanti e di Cialdini nell’Italia centrale, nè la sconfitta di Lamoricière a Castelfidardo, nè la presa di Ancona, nè, infine, la marcia di [p. 364 modifica]Vittorio Emmanuele per le Marche, verso il Regno: marcia compiuta tra le maraviglie dell’Europa liberale, e una specie di pauroso stupore dell’Europa reazionaria. Tra due fortezze ben agguerrite e con milizie fedeli, poteva Francesco II opporre salda e lunga resistenza: con una sola sconfitta il prestigio di Garibaldi sarebbe finito e finito con esso il prestigio della rivoluzione. Avveduto consiglio, che si disse mandato dall’Austria e dal Lamoricière, e che il Re, alla fine, decise di seguire, ma senza farlo ancora intravedere ai suoi ministri.

Nella notte dal 3 al 4 settembre, egli mandò a chiamare d’urgenza il direttore delle finanze Carlo de Cesare, il quale, dopo la partenza del Manna per Torino, funzionava da ministro, e dopo avergli detto che era deciso di abbandonare con l’esercito la capitale, per muovere contro Garibaldi, soggiunse essere assolutamente necessario provvedersi del danaro occorrente per oltre la quindicina. Il De Cesare rispose che non gli era possibile secondare tali desiderii, prima che spirasse la decade. Il Re replicò che bisognava in ogni caso provvedere, ricorrendo alle casse del Banco; ma il De Cesare replicò che, reggendo lui il ministero delle finanze, non lo avrebbe mai consentito, essendo i depositi ’privati una cosa sacra; ad ogni modo, ove il Re credesse diversamente, poteva bene esonerarlo dall’ufficio. Francesco II tornò a insistere, ma il direttore tenne fermo. Il Re lo licenziò dopo averlo presentato alla Regina, che conversava con alcuni uffiziali. Uscito dalla Reggia, il De Cesare si recò dal Ciccarelli, reggente del Banco e lo avverti a trovarsi d’aocordo con lui, ove il Re persistesse nel pensiero di chiedere i depositi privati. Ma il Re non vi persistette.


Garibaldi passò la giornata del 31 agosto a Rogliano, in casa Morelli, e vi dettò due decreti: con uno aboliva la tassa sul macinato per tutte le granaglie, tranne per il frumento, e riduceva il prezzo del sale; e con l’altro concedeva ai poveri, gratuitamente, gli usi di pascolo e di sementa nelle terre demaniali della Sila. Passò la notte seguente a Cosenza e ne riparti il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo, tra gli altri, Enrico Cosenz che non lo lasciò più sino a Napoli; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che [p. 365 modifica]erano anche volontarii: Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, trovò la rivoluzione compiuta dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono precise e documentate.

Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno 4, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Niccola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riusci gradita al Dittatore e fu spesa, quasi tutta, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno ed entrarono il 7 settembre a Napoli, come si dirà. All’alba del 6 Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. Ricevè pure Salvatore Tommasi e Raffaele Pirla, delegati del Comitato dell’Ordine, e Giuseppe Libertini, delegato del Comitato di Azione, i quali andarono da lui per ottenere ch’egli, arrivando a Napoli, prendesse consiglio e ispirazione dai rispettivi Comitati; ma Garibaldi, in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due Comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi e Andrea Colonna: — Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo„. Libertini, Agresti e Ricciardi appartenevano al Comitato di Azione; Pisanelli, Caracciolo e Colonna, al Comitato dell’Ordine, e Raffaele Conforti a nessuno dei due, pur avendo la [p. 366 modifica]fidueia di entrambi. Ma l’invito di Garibaldi fu senza effetto, o meglio non valse che a lasciar credere ai sette su nominati che essi fossero investiti di suprema sovranità, non esclusa quella di proclamare, come proclamarono, il dì seguente, Garibaldi dittatore del Regno, e ciò a consiglio di Villamarina, consigliato alla sua volta da Cavour, il quale non recedeva dal proposito di mostrare alla diplomazia, che il movimento aveva qualche cosa di spontaneo per lo meno nella città di Napoli.

La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rüstow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai men numerosa, ebbe luogo un ultimo Consiglio di generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno, nè tra Salerno e Napoli, e non rimanere altra linea di difesa che tra Capua e Gaeta, tra il Volturno e il Garigliano. Non v’era più ministro della guerra, e neppure un comandante della piazza di Napoli, che aveva lasciato il posto il giorno innanzi, senza che alcun decreto lo deponesse. Tutto il ministero era dimissionario. I generali sottoscrissero un verbale, e lo firmò pure Ischitella, il quale, dopo aver firmato, spezzò teatralmente la penna, come si affermò. I ministri dimissionarli avevano di nuovo scongiurato il Re a smettere ogni pensiero di difesa dentro Napoli; e, pregati dal Re di dare una lista di personaggi per formare un nuovo ministero, non vi si rifiutarono, ma fecero intendere, che nè il Serracapriola, nè il Buonanno, nè il Falconi, nè il Roberti, nè il generale Filippo Colonna, dei quali si facevano i nomi, avrebbero accettato, avendo già alcuni di costoro resistito, tre giorni prima, all’invito d’Ischitella. Il Re fece allora un ultimo tentativo con Pietro Ulloa, e la notizia diffusa dai giornali accrebbe le incertezze e le paure. Un ministero preseduto dall’Ulloa sarebbe stato un ministero di resistenza ad ogni costo, specie se l’Ulloa, come si aggiungeva avrebbe preso per ministro della guerra suo fratello Girolamo. Ruggiero Bonghi, nel Nazionale, faceva dell’ironia a spese di quest’ultimo, dichiarando di credere la cosa impossibile, perchè non era lecito di credere, che Francesco II volesse formare il ministero di Gioacchino Murat, nè che Gioacchino Murai si contentasse che lo si fosse formato in modo, da dover essere screditato prima di giungere. Ma tutto l’articolo rivelava la preoccupazione e il [p. 367 modifica]timore di una reazione violenta e sanguinosa, e concludeva: “Il Re vuol ancora resistere? Ebbene s’accampi coi soldati che gli restan fedeli in qualche parte, di dove Garibaldi abbia a passare, e combatta. Noi compiangeremo la sua risoluzione, ma non vilipenderemo la sua reale fierezza„.

Girolamo Ulloa, alla sua volta, protestava con una lettera contro le insinuazioni del Nazionale e contro la voce, che gli fosse stata fatta direttamente o indirettamente alcuna offerta di portafoglio, e che egli l’avesse accettata nell’interesse del Murat. Io rispondo con tutta l’indignazione di un uomo onesto, egli diceva, offeso gratuitamente; essi mentiscono .... nè mai il pretendente di Napoli ha trovato un nemico più pronunziato di me.

Il tentativo dell’Ulloa non riuscì. Ebbe più rifiuti che non ne avesse avuti l’Ischitella; e tra coloro, che rifiutarono, fu Giuseppe Aurelio Lauria, consultore di Stato. Si rese ancora più manifesta l’impossibilità di formare un governo. I generali, interpetrando forse il sentimento del Re, che aveva resistito ai consigli di tentar la difesa a Salerno o di farla a Napoli, dichiararono ch’era meglio farla tra Oapua e Gaeta: consigli tutti, che si succedevano con vertiginosa confusione. Solo il vecchio Carrascosa disse apertamente al Re: “Se Vostra Maestà mette il piede fuori di Napoli, non vi tornerà più„. Il futuro storico dovrà bene fermarsi su questo punto, per determinare tutte le responsabilità militari di quei giorni. Dico tutte, perchè non è giustizia chiamar capro espiatorio dello sfacelo il solo Pianell, come fecero gli scrittori legittimisti. I consigli dei militari erano anzi più inconcludenti e contradittorii di quelli dei ministri; lo spirito di corpo si era affievolito nei capi più che nei soldati; e i capi seguitavano a denigrarsi ed a diffidare l’un dell’altro, ed erano venuti quasi tutti in sospetto al Re. Si confidava nei battaglioni stranieri, ma anche questi, stranamente accozzati, risentivano il generale malessere. Oggi però, spente le ire, si può bene affermare che ne i comandanti dei forti ebbero mai ordine di bombardare Napoli, come generalmente si temeva e forse da taluni si crede ancora; nè l’idea di tentare la difesa a Napoli fu messa innanzi con precisione e coraggio. Fu davvero desolante lo spettacolo, che presentavano in quei giorni i capi dell’esercito. Tutta l’azione del ministero mirava invece ad impedire la resistenza dentro Napoli, ed era efficacemente [p. 368 modifica]coadiuvata dal cardinal arcivescovo Sisto Riario Sforza, il quale pregava il Re di non mutare Napoli in un campo di eccidio, e di non arrecar danno alle tante chiese e ai cent’ottanta monasteri della città.


La mattina del 6 settembre, il Re chiamò Spinelli e partecipatogli che aveva deciso di ritirarsi con l’esercito fra Capua e Gaeta, gli ordinò di scrivere un proclama di addio ai napoletani. Licenziato Spinelli, il Re usci dalla Reggia in un legnetto scoperto, insieme con la Regina e due gentiluomini. Non appariva impensierito; mentre la Regina sembrava ilare, e discorreva con vivacità ora con lui e ora con i due gentiluomini. I passanti si levavano il cappello, e i Sovrani rispondevano cortesemente ai rispettosi saluti. Non vi furono però evviva, nè dimostrazioni, nè clamori. In via di Chiaja, proprio sul principio, dovettero fermarsi per un ingombro di vetture e di carri. In una delle prime botteghe sotto la Foresteria, oggi prefettura, stava allora la farmacia reale Ignone, la quale aveva sull’insegna i gigli borbonici, ed il cui esercente era stato un noto e furioso borbonico. Una scala, poggiata all’insegna, impediva il transito delle vetture. Il Re si fermò e vide che alcuni operai, saliti sulla scala, staccavano dalla tabella i gigli; additò con la mano a Maria Sofia la prudente operazione del farmacista, e nessuno dei due se ne mostrò commosso, anzi ne risero insieme. Molto più commosso di loro fu il duca di Sandonato, che in quel momento passava di là e vide tutto. Il duca racconta la dolorosa impressione che egli provò, assistendo a quella scena. A mezzogiorno i Sovrani tornarono alla Reggia.

Dal tocco alle due, Francesco II ricevette i dodici capibattaglione della guardia nazionale, con alla testa il nuovo comandante De Sauget e il sindaco. Comunicò loro la sua risoluzione di lasciare la capitale, perchè, egli disse: il vostro .... e nostro don Peppino è alle porte; li ringraziò per aver mantenuto l’ordine in Napoli; loro raccomandò di fare altrettanto nella sua assenza, la quale riteneva brevissima, e disse infine, che aveva mantenuta la promessa loro fatta il 26 agosto, di non dare mai ordini di danneggiare la città. Parlò commosso, cercando a stento le parole. Alle quattro ci fu Consiglio di Stato. Il Re annunciò ufficialmente, che si recherebbe dove chiamavalo la difesa de’ suoi legittimi diritti. I ministri e i direttori presentarono alla firma [p. 369 modifica]numerosi decreti, anche di minima importanza, che Francesco II firmò, senza osservazione. Ordinò al De Martino di dirigere ancora una protesta alle potenze, e a Spinelli disse che tornasse la sera da lui. Spinelli vi tornò, e gli lesse il proclama d’addio e la protesta alle potenze. Francesco II approvò l’uno e l’altra, anzi del proclama parve così soddisfatto, che chiese allo Spinelli se lo avesse scritto lui. E avendogli Spinelli detto essere opera di don Liborio, Francesco II, secondo narra il Romano stesso a sfogo della sua inesauribile vanità, avrebbe risposto: “Io me ne ero accorto dallo stile; Romano ha veramente espresso i sentimenti dell’animo mio„. Invece il Romano non lo scrisse, ma lo fece scrivere dal prefetto di polizia Bardari. Io ho veduta la bozza di quel proclama, di carattere del Bardari, religiosamente conservata dal figliuolo Luciano, giudice del tribunale di Napoli. La bozza rivela una circostanza curiosa: il Bardari aveva cominciato così il proclama: Vana è la vita de’ Monarchi, ma poi mutò pensiero. Al proclama lo Spinelli e il Romano non apportarono che lievi modificazioni.

Un’altra vanità del Romano! Egli affermò nelle sue memorie, che il Re avrebbe confidato al signor Carolus, ministro del Belgio a Napoli, la intenzione di nominare lui, don Liborio, luogotenente con pieni poteri, come il ministro più popolare, e che ne fosse distolto dagli altri ministri, specie dal De Martino; ma ciò non risulta da nessun documento; e poichè quelle Memorie non sono modello di verità storica, è da ritenere che non fosse questa l’idea del Re.


Fin dalla mattina del 6 settembre si era sparsa la voce che il Re partiva. Dal palazzo reale uscivano numerosi carri di bagagli e di casse, che, scortati da militari, prendevano la via dì Capua. Altra roba si caricava a bordo del Messaggero e del Delfino, che ormeggiavano nel porto militare, presso la banchina d’imbarco. Gli oggetti di uso trasportati furono molti; e di preziosi, anche molti, come si vede nel Notamento della mobilia, quadri, oggetti di argento ed altro portato da Francesco II, allorchè lasciò Napoli nel 6 settembre 1860: documento intimo procuratomi dal mio amico Giovanni Beltrani. 1 Il più prezioso degli [p. 370 modifica]oggetti portati a Gaeta fu quel magnifico quadro di Raffaello, che più tardi, come si è detto, il Re donò, o per meglio dire non seppe negare all’avido Bermudez e del quale solo rimase a noi la magnifica incisione, che ne fece l’Aloysio Iuvara, pubblicata a Roma dalla Calcografia Camerale, nel 1873. Questo quadro fu offerto poi dal Bermudez al museo del Louvre, che gli propose lire 130 000, ma egli ne pretendeva dugentomila. E poichè la [p. 371 modifica]tela non era in buone condizioni, Bermudez ebbe l’infelice idea di farla restaurare. Il quadro non trovò più compratori. Egli lo depositò al Kensington Museum, dove oggi si vede nella sala dei dipinti donati, e nel suo testamento dispose di lasciarlo all’ex Re. Notevole tra gli oggetti portati via il numero dei reliquarii, che ammontarono a sessantasei, oltre ad un’urna, contenente il corpo di Santa Iasonia, figura in cera, al naturale, riccamente vestita, [p. 372 modifica]e senza contare altri numerosi quadri di santi e immagini sacre, a dimostrazione ancora una volta della pietà religiosa di Francesco. Bisogna tener conto che nel Notamento non sonosegnate le casse di abiti e di oggetti personali dei Sovrani.

Di certo, non tutta questa roba, annotata nell’elenco, fu portata dal Re a Gaeta. Il documento segna la data del 31 dicembre 1862 e dà luogo a qualche riflessione. Quando fu eseguito l’inventario degli oggetti esistenti alla fine del 1862, nella Casa Reale di Napoli, tutte le mancanze furono [p. 373 modifica]verosimilmente comprese in quell’elenco; e poichè eran corsi più di due anni, molta roba potè essere stata sottratta, o smarrita per motivi diversi. La Reggia di Napoli fu una specie di demanio pubblico per qualche tempo. Neppur sembra verosimile che Francesco II, il quale partiva con la certezza di tornare al più presto, por- tasse via tutta quella roba a Gaeta, dove non vi poteva essere penuria di servizii da tavola e da letto, poichè Ferdinando II con tutta la famiglia vi aveva fatte in quegli anni lunghe dimore.


Napoli era in preda ad un sentimento misto di curiosità, di stupore e di terrore. Il Re partiva, ma non seguito da tutta la truppa. Rimaneva il nono di linea, comandato dal colonnello Girolamo de Liguoro, a Castelnuovo; il sesto, sotto il comando del colonnello Perrone, nei tre forti del Carmine, dell’Uovo e di Sant’Elmo; il tredicesimo cacciatori, col maggiore Golisani, a Pizzofalcone; un battaglione di gendarmi e un reggimento di marina, col generale Marra, all’arsenale. Questi seimila soldati, così distribuiti, dimostravano che il Re, pur lasciando Napoli e prevedendo che Garibaldi vi sarebbe entrato, si lusingava che i forti sarebbere rimasti in proprio potere. Perciò vivissime le apprensioni dei cittadini, non sapendosi come e dove si andasse a finire. E giungendo, come al solito, notizie contradittorie di Garibaldi, e incrociandosi le verità con le bugie e le iperboli, e tutti parlando a vanvera e accompagnando le parole con gesti caratteristici, giuramenti, canzonature e dimostrazioni di paura, gli animi erano invasi veramente dal timore del bombardamento della città, ovvero del saccheggio della plebaglia, appena partito il Re. Le famiglie compromesse col vecchio regime, e molte famiglie della ricca borghesia lasciarono quindi Napoli e ripararono nelle provincie vicine o all’estero. Tutte le speranze erano riposte nella guardia nazionale, che si rese veramente benemerita dell’ordine pubblico in quei giorni.

Quel giorno, 6 settembre, cadeva di giovedì, ed era una splendida giornata. Nelle ore antimeridiane, fu pubblicato il Proclama Reale:

Fra i doveri prescritti ai Re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, ed io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti monarchi.

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A tale uopo rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo di questa Metropoli, da cui debbo ora allontanarmi con dolore.

Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ba invaso i miei Stati, nonostante ch’io fossi in pace con tutte le potenze Europee.

I mutati ordini governativi, la mia adesione ai grandi principii nazionali ed italiani non valsero ad allontanarla, che anzi la necessità di difendere la integrità dello Stato trascinò seco avvenimenti che ho sempre deplorati. Onde io protesto solennemente contro queste inqualificabili ostilità, sulle quali pronunzierà il suo severo giudizio l’età presente e la futura.

II corpo diplomatico residente presso la mia persona seppe fin dal principio di questa inaudita invasione da quali sentimenti era compreso l’animo mio per tutti i miei popoli, e per questa illustre città, cioè garentirla dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni di arte, e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua grandezza, e che appartenendo alle generazioni future è superiore alle passioni di un tempo.

Questa parola è giunta ormai l’ora di compierla. La guerra si avvicina alle mura della città, e con dolore ineffabile io mi allontano con una parte dell’esercito, trasportandomi là dove la difesa dei miei diritti mi chiama. L’altra parte di esso resta per contribuire, in concorso con l’onorevole Guardia Nazionale, alla inviolabilità ed incolumità della capitale, che come un palladio sacro raccomando allo zelo del Ministero. E chieggo all’onore ed al civismo del Sindaco di Napoli e del Comandante della stessa Guardia Cittadina risparmiare a questa Patria carissima gli orrori dei disordini interni ed i disastri della guerra civile; al quale uopo concedo a questi ultimi tutte le necessarie e più estese facoltà.

Discendente da Tina Dinastia che per ben 126 anni regnò in queste contrade continentali, dopo averle salvate dagli orrori di un lungo governo viceregnale, i miei affetti sono qui. Io sono napoletano, nè potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi popoli, ai miei compatriotti.

Qualunque sarà il mio destino, prospero od avverso, serberò sempre per essi forti ed amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia Corona non diventi face di turbolenze. Sia che per le sorti della presente guerra io ritorni in breve fra voi, o in ogni altro tempo in cui piacerà alla giustizia di Dio restituirmi al Trono dei miei maggiori, fatto più splendido dalle libere istituzioni di cui l’ho irrevocabilmente circondato, quello che imploro da ora è di rivedere i miei popoli concordi, forti e felici.

firmato: Francesco.


Il proclama, con la firma autografa di Francesco II, è posseduto da me. Copiato su carta imperiale, esso fu mandato alla firma del Re, che ve l’appose con molti ghirigori, com’egli soleva; e chiuso in un altro foglio, suggellato col timbro reale, fa [p. 375 modifica]rimandato a Spinelli, con questo indirizzo: Signor Ministro, segretario di stato, Presidente del Consiglio dei Ministri, e sulla sopraccarta scritto: pressantissima. Carlo de Cesare, che faceva parte del Consiglio dei ministri, ritenne lui questo documento storico.


Ad accrescere la profonda impressione, che destò il proclama del Re, si aggiunse il manifesto del prefetto di polizia, Bardari; manifesto rispondente anch’esso alla gravità veramente tragica di quell’ora:


Cittadini!

Il Re parte. Tra un’eccelsa sventura che si ritira, e un altro princicipio che, trionfando, si avanza, la vostra condotta non può essere dubbiosa. L’una v’impone il raccoglimento al cospetto della Maestà ecclissata, l’altro esige il senno, l’annegazione, la prudenza, il civile coraggio. Nessuno fra voi turberà lo svolgimento degli eroici destini d’Italia; nessuno penserà di lacerare la patria con mani o vindici o scellerate. Invece attenderete con calma il di memorando, che aprirà al nostro paese la via per uscire dalle ambagi e da’ pericoli senza nuove convulsioni, senza spargimento di sangue fraterno. Quel giorno è vicino; ma intanto la città resti tranquilla e non si commova, il commercio prosegua fiducioso il suo corso, ognuno rimanga nelle ordinarie occupazioni della vita; tutte le opinioni si uniscano nel sublime accordo della patria salvezza. Per vostra tutela la polizia è in permanenza; la Guardia Nazionale veglia sotto le armi.

Così, o Cittadini, non renderete inutile il longanime sacrificio di coloro che affrontando le crudeli incertezze della situazione, si sono immolati al reggimento della cosa pubblica, e deviando i pericoli che sovrastavano alla libertà vostra ed alla indipendenza della Nazione, ne furono i vigili e fermi custodi. Essi proseguiranno il sublime mandato, e seno certi che la vostra concordia, l’ordinato vostro procedere, li aiuterà ancora a vincere le difficoltà che restano; son certi che non saranno costretti ad invocare la severità della legge contro il dissennato agitarsi dei partiti estremi; ed in tal guisa le nostre sorti saranno compiute, e se la Storia terrà conto del patriottismo de’ governanti, sarà generosa dispensiera di gloria alla civile sapienza di questo popolo veramente italiano.

Vincenzo Criscuolo era comandante del Messaggero. Chiamato dal Re la mattina del 6, di buon’ora, aveva ricevuto l’ordine di tenersi pronto col suo legno per partire alle sei del giorno. Verso le dieci, il Re lo mandò a chiamare di nuovo, perchè le navi piemontesi, ancorate nella rada di Santa Lucia, si erano collocate con rapida manovra all’uscita del porto militare; e vi [p. 376 modifica]si erano collocate apposta per impedire, come confessa senza mistero il Persano, che la flotta seguisse il Re. Si era detto a Francesco che il Carlo Alberto e la Maria Adelaide gli avrebbero impedita la partenza, e lo si consigliava di partire incognito, con bandiera estera: consiglio che avrebbe dato anche il Romano. Criscuolo però esortò il Re a non partire come un fuggitivo, ma su legno proprio e a bandiera spiegata; e Francesco gli riconfermò gli ordini. Il Messaggero, sul quale il Re doveva imbarcarsi, era un piccolo avviso della marina militare, di circa 250 tonnellate, discretamente veloce, del tutto simile alla Saetta, e però fu generale la opinione che il Re partisse a bordo della Saetta. Cosi ritenne anche il De Sivo. Il Persano, benchè fosse nel porto di Napoli, affermò con la consueta leggerezza che il Re partisse a bordo del Colon, uno dei due legni spagnuoli, ma questi legni seguirono il Messaggero, e a bordo del Colon prese imbarco il ministro di Spagna Bermudez de Castro col personale tutto della legazione.

Francesco II aveva compilato un’elenco piuttosto lungo, delle persone di Corte che dovevano seguirlo; ma non tutte risposero al supremo appello. Il principe di Bisignano, maggiordomo maggiore, si era allontanato da Napoli, come si è detto, lasciando la firma e la direzione degli affari al marchese Niccola Targiani, direttore delle caccie reali. Dei quattro capi di Corte, il solo, che si trovò presente, fu il marchese Imperiale, cavallerizzo maggiore, al quale il Re disse: “La tua fedeltà alla mia persona non la dimenticherò giammai; ma voglio che anche tu serbi una memoria di ciò„ e offrendogli il gran cordone dell’Ordine di San Ferdinando, aggiunse: " Poche volte credo che il motto di quest’Ordine sia stato così bene applicato come alla tua persona: fidei et merito„. Nell’elenco dei familiari fu messa donna Nina Rizzo, col titolo di camerista, ma Francesco II cancellò quel titolo e vi scrisse di sua mano cameriera.

Delle guardie del corpo solo diciassette fecero sapere al Re che lo avrebbero seguito a Gaeta, e lo seguirono difatti, partendo la sera stessa per Capua. Altri erano partiti la sera innanzi col conte di Caserta, il quale, promosso maggiore di artiglieria da pochi giorni, aveva il comando di due batterie. Le guardie del corpo, rimaste fedeli al Re, furono il conte Luigi [p. 377 modifica]Milano, esente maggiore, Giovanni Castellano, Giuseppe e Carlo Mazzara, Cesare Mayer, Giuseppe Soalese, Filippo Pironti, Luigi Natale Galiani, Luigi Siciliani, Antonio Grosso, Francesco Altieri, Antonio Ciccarelli, Giulio Pugliese, Alfredo Friozzi, Benedetto Andreassi, Francesco Laudi, Giovanni Caracciolo del Sole e Carmelo Rodinò.


Ci fu altro Consiglio di ministri alle 4; anzi si può dire che in quel giorno i ministri e i direttori sedessero in permanenza. Spinelli, annunziata la partenza del Re, dichiarò che era dovere di tutti andare a salutarlo. Andarono infatti alla Reggia e furono immediatamente ricevuti. Francesco, sorridente e quasi scherzoso, fu cortese e abbastanza espansivo. A don Liborio rivolse queste precise parole, che uno dei presenti, stretto congiunto mio, ricordava sempre: “Don Libò, guardat’u cuollo„, volendo forse intendere: se torno, ti faccio la festa; ovvero, secondo la versione data dal Romano stesso nelle sue Memorie:Ma badate al vostro capo„; con relativa risposta di lui: “Sire, farò di tutto per farlo rimanere sul busto il più che sia possibile„. Il Re stava in piedi e percorreva a passi lenti l’ampia sala. A Giacchi disse: “Don Michele Giacchi, mi congratulo ch’ella ha servito molto bene il paese„. E il Giacchi, di risposta: “Ed ho la coscienza di aver servito ugualmente bene Vostra Maestà; che se la Maestà Vostra mi avesse fatto l’onore di chiamarmi in altri momenti, ed avesse ascoltato i miei consigli, non si troverebbe nelle attuali condizioni„. Ed avendo il Re replicato: “Voi sognate l’Italia e Vittorio Emmanuele; ma pur troppo sarete infelici„; Giacchi riprese: “Noi abbiamo il corto vedere di una spanna. Il futuro lo sa solo Iddio. Vostra Maestà parta in pace, e sia pur sicura che questi suoi concittadini non dimenticheranno che la Maestà Vostra, col suo allontanamento da Napoli, avrà risparmiato a questa città, che le diede i natali, gli orrori della guerra civile„ . Il Re, con aria sarcastica, soggiunse: “Grazie, grazie„.2 Volgendosi poscia a De Martino, gli diresse poche parole, sorridendo sull'impotenza della sua diplomazia e gli annunziò di averlo insignito dell’Ordine Costantiniano. Con De Cesare fu cortese, ma freddo, [p. 378 modifica]nè fece cenno del colloquio avuto con lui la notte dal 3 al 4 settembre, e del quale colloquio il De Cesare non aveva mancato d’informare i ministri, i quali avevano approvata la sua condotta. Con Spinelli e Torella fu affettuoso; li ringraziò e loro disse di averli nominati cavalieri di San Gennaro. A Spinelli aggiunse che, tornando a casa, vi avrebbe trovato qualche ricordo della sua sovrana benevolenza; ma questi ricordi in casa Spinelli non si videro mai. Francesco II, molto probabilmente, aveva dati ordini in proposito; ma nella grande confusione, che seguì alla partenza di lui, non vennero eseguiti, ovvero gli oggetti destinati allo Spinelli furono altrimenti usati. Tutti erano compresi della solennità del momento. Torella singhiozzava in preda alla più profonda commozione. Il solo barone Carbonelli, direttore dei lavori pubblici, non era presente, perchè sin dal giorno innanzi si trovava a Gaeta, per rendersi conto se alcuni lavori da farsi colà fossero di competenza del ministero della guerra o di quello dei lavori pubblici. Il Re mostrava indifferenza, ma era manifesto il grande sforzo che faceva per dominarsi. Non si lasciò andare a nessun atto di debolezza, nè invitò i ministri, come si disse, di seguirlo a Gaeta. Solo al De Martino disse che gli avrebbe mandato da Gaeta istruzioni per il corpo diplomatico. I ministri e i direttori, senza essere stati ricevuti dalla Regina, andarono via pochi momenti prima che i Sovrani scendessero alla darsena, in preda anch’essi ad una viva emozione; e il Giacchi, tornato al Ministero, scrisse a sua moglie una lettera, che rivela tutta la impressione di quel momento solenne “. . . . Sorto sul momento da Palazzo (son le 6 pom.), dove mi son recato coi ministri e colleghi, per prendere congedo dal Re. Ah! che spettacolo sublime; oh! le grandezze di questo mondo! che il Signore ne preservi da tante insane passioni e ne informi solo alle sue sante leggi. Dopo avergli tutti baciato la mano, mi à usata la distinzione di chiamarmi in disparte a nome, mi à trattenuto per un bel pezzetto 8U cose, che come Iddio vorrà, ve le dirò a voce .... Una dinastia che finisce! Dimani rassegneremo i nostri poteri a Garibaldi, puri e senza macchia; così possa egli proseguirli .... Per me ò la gran ventura di aver salvato il paese e questo è il più gran titolo di nobiltà per la mia famiglia . . . .3. Questa lettera dimostra [p. 379 modifica]cora una volta, che il proposito del ministero in quei giorni era di far partire il Re da Napoli, per impedire che la città diventasse il teatro di un eccidio, e la frase iperbolica del Giacchi, di aver salvato il paese, ne è chiara conferma. Don Liborio giustificava così la sua condotta; e certo l’aver confortato il Re alla partenza che Francesco II del resto aveva decisa sin dal giorno 2 settembre, in seguito ai consigli di Roma e di Vienna, è l’unico titolo di onore per quel ministero disgraziato. La fantasia più fervida non potrebbe immaginare che cosa sarebbe succeduto a Napoli, se il Re vi si fosse difeso, avendo i castelli in poter suo, e dalla sua la guarnigione, la plebaglia e le influenze del partito borbonico e del clero. Dall’altra parte non vi erano cha i dodici battaglioni della guardia nazionale, e la polizìa, cioè la camorra divenuta autorità rivoluzionaria, e l’esercito garibaldino, sparpagliato in Calabria, che faticosamente marciava per Napoli.


Un vero ricevimento del corpo diplomatico non vi fu: i ministri esteri andarono la mattina alla Reggia, per ossequiare il Re, ma non ufficialmente. Andarono il nunzio, monsignor Giannelli; il ministro d’Austria, conte Szèchènyi; quello di Prussia, conte Perponcher-Sedlintzky; quello di Russia, il principe Wolkonsky; il ministro di Sassonia, conte Kleist Loos e Carolus, ministro del Belgio. Non risulta da alcun documento, nè da alcuna testimonianza, per quanto io abbia indagato, che il marchese di Villamarina si recasse anche lui a salutare Francesco Il; anzi può affermarsi che non vi andò, come non andarono i ministri di Francia e d’Inghilterra. Il Villamarina aveva lavorato col Persano e col Comitato dell’Ordine per impedire che il grosso della flotta, che era nel porto, seguisse il Re a Gaeta. Le navi erano otto. Nel diario del Persano è riferito tutto il lavoro fatto per impedire che quelle navi seguissero il Re, quando ne ebbero l’ordine: lavoro ben riuscito, a giudicarlo dai risultati, perchè un solo legno, la Partenope, comandata da Roberto Pasca, eseguì l’ordine. Il Persano ne mena gran vanto e ne attribuisce a sè il maggior merito. Narra pure che verso sera, dopo la partenza del Re, il Villamarina andò a chiedergli un legno per andare a conferire con Garibaldi a Salerno, e che da lui gli fu dato l’Authion, sul quale Villamarina s’imbarcò. [p. 380 modifica]Afferma inoltre che VAuthion tornò in rada la mattina del 7, riconducendo il ministro. Ma di questo viaggio non vi sono altre testimonianze, nè alcuno di quelli, che erano a Salerno con Garibaldi, ricorda di avervi veduto il Villamarina, o di aver saputo ch’egli vi fosse andato. Il senatore Fasciotti mi assicurava che il Villamarina non vide Garibaldi che a Napoli, due giorni dopo l’ingresso, e solo permise a lui, console sardo, di andare, in proprio nome, a salutare il dittatore, al palazzo Angri, conducendo seco il figliuolo del Villamarina, Emmanuele, che presentò a Garibaldi, il quale fece ad entrambi molte cortesie. Ho potuto constatare più volte che non tutte le circostanze narrate dal Persano nel suo diario, circa gli avvenimenti di quei giorni, sono esatte, nè ciò deve maravigliare, conoscendosi la leggerezza dell’uomo.

Due ore prima della partenza, il De Martino aveva comunicata ai ministri di Napoli, accreditati presso le Corti estere, la protesta firmata dal Re e da lui: protesta più gonfia che solenne:


Da che un ardito condottiero, con tutte le forze di che l’Europa rivoluzionaria dispone, ha attaccato i nostri domini, invocando il nome d’un sovrano d’Italia, congiunto ed amico, Noi abbiamo, con tutti i mezzi in poter nostro combattuto durante cinque mesi, per l’indipendenza de’ nostri Stati. La sorte delle armi ci è stata contraria. L’ardita impresa che quel sovrano nel modo più formale protestava sconoscere, e che non pertanto nella pendenza di trattative di un intimo accordo, riceveva ne’ suoi Stati principalmente aiuto ed appoggio, quella impresa cui tutta Europa, dopo aver proclamato il principio di non intervento, assiste indifferente, lasciandoci solo lottare contro il nemico di tutti, è sul punto d’estendere i suoi tristi effetti sin sulla nostra capitale. Le forze nemiche si avanzano in queste vicinanze. D’altra parte la Sicilia e le provincie del continente, da lunga mano e in tutti i modi travagliate dalla rivoluzione, insorte sotto tanta pressione, han formato de’ governi provvisorii col titolo e sotto la protezione nominale di quel sovrano, ed hanno confidato ad un preteso Dittatore l’autorità ed il pieno arbitrio de’ loro destini.

Forti sui nostri dritti fondati sulla storia, sui patti internazionali e sul dritto pubblico europeo, mentre Noi contiamo prolungare, sinchè ne sarà possibile, la nostra difesa, non siamo meno determinati a qualunque sacrifizio, per risparmiare gli orrori di una lotta, e dell’anarchia a questa vasta metropoli, sede gloriosa delle più vetuste memorie, e culla delle arti e della civiltà del reame. In conseguenza Noi moveremo col nostro esercito fuori delle mura, confidando nella lealtà e nell’amore dei nostri sudditi, pel mantenimento dell’ordine e del rispetto all’autorità. Nel prendere tanta determinazione, sentiamo però al tempo stesso il dovere, che ci dettano i Nostri [p. 381 modifica]dritti antichi ed inconcussi, il Nostro Onore, l’interesse dei Nostri Eredi e successori, e più ancora quello dei Nostri amatissimi sudditi, ed altamente protestiamo contro tutti gli atti finora consumati e gli avvenimenti, che sonosi compiuti, o si compiranno in avvenire. Riserbiamo tutt’i nostri titoli e ragioni, sorgenti da Sacri incontrastabili diritti di successione, e dai trattati, e dichiariamo solennemente tutt’i mentovati avvenimenti e fatti nulli, irriti, e di niun valore, rassegnando per quel che Ci riguarda nelle mani dell’Onnipotente Iddio la Nostra causa e quella dei Nostri popoli, nella ferma coscienza di non aver avuto nel breve tempo del nostro Regno un sol pensiero, che non fosse stato consacrato al loro bene ed alla loro felicità. Le istituzioni che abbiamo loro irrevocabilmente garentito ne sono il pegno. Questa nostra protesta sarà da noi trasmessa a tutte le Corti; e vogliamo che, sottoscritta da Noi, munita del suggello delle nostre arme reali, e contrassegnata dal nostro ministro d’affari esteri, sia conservata ne’ nostri reali ministeri di Stato degli affari esteri, della Presidenza del Consiglio dei ministri, e di grazia e giustizia, come un monumento di opporre sempre la ragione e il dritto alla violenza e all’usurpazione.4

Napoli, 6 settembre 1860.

firmato: FRANCESCO


I rappresentanti delle potenze chiesero telegraficamente istruzioni ai rispettivi governi su quel che loro convenisse di fare, se lasciar Napoli e seguire il Re a Gaeta, o raggiungerlo. Il Bermudez aveva telegrafato che, se il governo non gli permetteva di seguire Francesco II come rappresentante della Spagna, lo avrebbe seguito come privato. Ebbe risposta di accompagnarlo, anzi di scortarlo coi due legni spagnuoli, ancorati nel porto. Tutti, com’è noto, tranne i ministri di Francia e d’Inghilterra, ebbero risposta di andare a Gaeta, e vi andarono difatti e vi restarono durante l’assedio. Bermudez s’imbarcò sul Colon, come si è detto, e partì il giorno stesso.

Tanto per non venir meno alla tradizione, i Sovrani ammisero al bacio della mano i presenti; ma la cerimonia parve una malinconica parodia di quegli splendidi baciamani, i quali [p. 382 modifica]avevano avuto luogo, per la salita al trono e per il Capodanno del 1860. Oltre a coloro, che avrebbero accompagnati i Sovrani a Gaeta, non più di una ventina di persone erano accorse alla Reggia, tra militari e impiegati di Casa Reale. I servi c’erano quasi tutti. Le donne piangevano, e la Regina le confortava, dicendo loro: torneremo presto, ciò che pareva avvalorato dalla circostanza che la Regina lasciava quasi intatto il suo guardaroba. I mille beneficati e i mille cortigiani dell’ora della fortuna, non si videro nell’ora della sventura! Al sindaco D’Alessandria il Re rivolse speciali raccomandazioni, perchè fosse tutelato l’ordine nella città. E mentre quegli ultimi fedeli avevano le lacrime agli occhi, Francesco pareva tranquillo e sicuro del prossimo ritorno.


La partenza era fissata per le sei, e alle cinque e mezzo i Sovrani scesero per la scala a chiocciola, detta caracò. Il Re dava il braccio alla Regina. Egli vestiva, al solito, la divisa militare, e lei, un semplice abito da viaggio, con grande cappello di paglia adorno di fiori. Andavano innanzi a tutti. Seguivano dappresso il principe Niccola Brancaccio di Rufiano, maresciallo di campo e cavaliere di compagnia, del Re; i tenenti generali di Sangro, Ferrari, Statella, Caracciolo di San Vito, Latour e il viceammiraglio Del Re: tutti e sei aiutanti generali; la duchessa di San Cesario, dama d’onore della Regina; l’abate Eicholzer, suo confessore; il marchese Imperiale e qualche altro. Per vigilare gli ultimi preparativi della partenza, il cavalier Ruiz de Balesteros, segretario particolare del Re, i camerieri addetti alla persona di Francesco II, Agostino Mirante e Giuseppe Natale, e donna Nina Rizzo erano già a bordo. Non vi era però il comandante Criscuolo, il quale era sceso a terra alle cinque, e mentre tornava a bordo, sul ponte dei Cavalli fu circondato da sei sconosciuti, che minacciosamente gl’imposero di non lasciar partire il Re. Egli finse di cedere e così potè tornare a bordo, ma non prima però che vi fossero saliti i Sovrani. Fin dalle quattro il Criscuolo aveva fatto salpare per Gaeta il Delfino, sul quale era caricata la maggior parte del bagaglio dei Sovrani e del seguito. Il Delfino era comandato dal nostromo Giacomo Persico, persona fidatissima.

Prima di dare il segno della partenza, il Re ordinò al Criscuolo di segnalare ai legni della squadra l’ordine di seguirlo a [p. 383 modifica]Gaeta. Criscuolo ubbidì, ma le regie navi non si mossero. Affettuosi furono gli ultimi addii e molte le lacrime. La Regina pareva poco commossa, anzi non perse mai la sua presenza di spirito. Alle sei precise, il Messaggero salpò dal porto di Napoli, scortato, a poca distanza, dai due vapori spagnuoli.


. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

La città era calma: i teatri quasi tutti aperti, ma non affollati. Al San Carlo si rappresentava l’opera Il Folletto di Gressy e il ballo Margherita Gauthier; ai Fiorentini Michele Perrin; alla Fenice e al Sebeto La battaglia di Tolosa, e al San Carlino, Le finte inglesi.


. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il ministero, che non aveva più alcun carattere ufficiale, rifiutò le ripetute offerte del Villamarina, il quale, nello interesse dell’ordine pubblico, chiedeva di far occupare la città dai bersaglieri piemontesi, già pronti sulla Maria Adelaide. Si avvisò invece di chiamare presso di sè il sindaco e il generale della guardia nazionale, naturali rappresentanti della città, perchè ne trattassero la resa alla forza materiale di Garibaldi, cessando così i pericoli della guerra civile, o della dedizione incondizionata al Piemonte. Il principe d’Alessandria e il generale de Sauget furono incaricati di recarsi, a tal fine, a Salerno, la mattina seguente di buon’ora; ma prima di essi, furon fatti subito partire due ufficiali della guardia nazionale, che furono il comandante del primo battaglione Achille di Lorenzo, ed il luogotenente Luigi Rendina, con una lettera diretta a Garibaldi, con la quale il ministero gli annunciava che il Re era partito, e la dimane di buon’ora, sarebbero andati a Salerno il sindaco e il comandante della guardia nazionale, per prendere gli accordi opportuni circa l’ingresso del dittatore. Il Di Lorenzo e il Rendina partirono da Napoli con la ferrovia, alle sette. Non trovarono novità a Portici; poche bandiere tricolori a Torre del Greco e più a Torre Annunziata, dove uno sconosciuto, che viaggiava nello stesso vagone, toltosi l’abito borghese, si mostrò con la camicia rossa; e, montato sul tetto del treno, cominciò a gridare furiosamente: Viva l’Italia e Viva Garibaldi. A Pagani fu fatto però discendere, perchè la stazione seguente, quella di Nocera, era occupata dai [p. 384 modifica]cacciatori bavaresi. A Cava, dove scesero, perchè ultimo limite della ferrovia, i due ufficiali videro bandiere e lampioncini tricolori, e seppero che Garibaldi era giunto a Salerno sin dalle cinque e aveva preso alloggio all’Intendenza. Arrivarono a Salerno che erano le dieci, e facendosi largo nella folla, la quale poco tempo prima aveva fatto scempio della statua di Ferdinando II, che era nel cortile del palazzo, furono ricevuti da Cosenz, perchè Garibaldi dormiva. Consegnarono la lettera a Cosenz, il quale disse loro di tornare fra due ore, per la risposta; tornarono e seppero che Garibaldi li avrebbe ricevuti l’indomani alle sei, e che intanto telegrafassero al sindaco e al comandante della guardia nazionale che il dittatore li attendeva al più presto, e partissero perciò immediatamente. Telegrafarono a Spinelli e ne ebbero in risposta che D’Alessandria e De Sauget sarebbero arrivati la mattina, di buon’ora. Garibaldi intanto telegrafò a Liborio Romano, in questi termini:


Al signor Ministro dell'Interno e della Polizia — Napoli.


Appena qui giunge il sindaco ed il comandante la Guardia Nazionale di Napoli, che attendo, io verrò fra voi. In questo solenne momento vi raccomando l’ordine e la tranquillità, che si addicono alla dignità di un popolo, il quale rientra deciso nella padronanza dei propri diritti.

Il dittatore delle Due Sicilie
Giuseppe Garibaldi.



Liborio Romano gli rispose col telegramma seguente:


All’invittissimo general Garibaldi, dittatore delle Due Sicilie, Liborio Romano, ministro dell’interno e polizia:

Con la maggior impazienza Napoli attende il suo arrivo per salutarla il Redentore d’Italia, e deporre nelle sue mani i poteri dello Stato e iproprii destini.

In questa aspettativa, io starò saldo a tutela dell’ordine e della tranquillità pubblica: la sua voce, già da me resa nota al popolo, è il più gran pegno del successo di tali assunti.

Mi attendo gli ulteriori ordini suoi, e sono con illimitato rispetto


Di Lei dittatore invittissimo
Liborio Romano.


[p. 385 modifica]Intanto il Messaggero filava verso Gaeta. Nel canale di Procida, sull’imbrunire, incontrò il resto della flotta. Erano le fregate a vapore Fieramosca, Ruggiero, Sannita e Guiscardo, sotto il comando del capitano di vascello Carlo Longo, che si trovava a bordo del Fieramosca. Queste navi erano partite nella notte del 4 al 5 da Napoli, dopo che il Re aveva fatto assicurare gli equipaggi, che andavano a formar crociera fra Cuma e Procida, e non sarebbero andati più oltre; il che fu necessario di assicurare, perchè gli equipaggi non volevano partire, temendo di non tornare più a Napoli.

Per mezzo del portavoce il Re fece ordinare al Guiscardo, più vicino al Messaggero, di mandare il comandante a bordo. Questi era il capitano di fregata Federico Martini, che andò dal Re e n’ebbe l’ordine di cambiar rotta per Gaeta. Nello stesso tempo il Re ordinò al Criscuolo di far scendere in mare una lancia con un ufficiale di bordo, per comunicare le stesse disposizioni agli altri bastimenti. Il Martini non tacque che, all’annunzio di cambiar rotta, si sarebbe facilmente ribellato l’equipaggio della sua nave; ma Francesco rispose che non lo credeva, e invitò l’ammiraglio Del Re di andare a bordo del Guiscardo a verificare le cose. Il Del Re vi andò col Martini, e appena comunicò agli ufficiali l’ordine del Sovrano di seguirlo a Gaeta, si levò un coro di proteste, alle quali fece eco una parte della ciurma. Il Del Re disse: ho capito, e tornò a bordo del Messaggero, a riferire quel che aveva visto e ascoltato. Nè maggior fortuna ebbe l’ordine mandato per mezzo della lancia alle altre tre navi, anzi il comandante di una di queste rispose, che per poco non prendeva a cannonate la lancia e quelli che vi eran dentro. Così brutale risposta non fu riferita dal Criscuolo al Re, il quale però la intuì. Le quattro navi proseguirono la rotta per Napoli, dove giunsero festeggiatissime. Il giorno seguente, per decreto di Garibaldi, furono aggregate alla squadra nazionale, sotto gli ordini dell’ammiraglio Persano. Gli ufficiali vennero confermati nei loro gradi, dopo che ebbero prestato giuramento di fedeltà a Vittorio Emanuele, a bordo della Maria Adelaide, Pochi giorni dopo, le navi cambiarono nome.

La Partenopea fregata a vela, partita quasi contemporaneamente al Messaggero, giunse a Gaeta la mattina del giorno 8. Persano afferma averla fatta partire per la poca sua importanza, non senza aggiungere cinicamente: ce la prenderemo a suo tempo.

[p. 386 modifica]Durante la traversata, non vi furono a bordo refezioni, nè conversazioni. Nessuno osava rompere quel triste silenzio. Verso le dieci la Regina si ritirò in un camerino di coperta, e sdraiatasi sopra un sofà, accennò ad assopirsi, vestita com’era. Il comandante non ebbe il coraggio d’invitarla a ritirarsi in luogo più adatto, nè andò molto ch’ella fu vinta dal sonno. Il Re passeggiava con la testa china, solo; e il Criscuolo, per non disturbarlo, salì sul ponte di comando a fumare. Il mare era tranquillissimo. Verso mezzanotte, non sentendo più camminare il Re, Criscuolo chiese al cameriere Mirante: “Agostino, il Re dorme?„ — “„ egli rispose; ma, dopo pochi minuti, ecco riapparirlo, ed accostatosi al Criscuolo, gli disse: “Vincenzino, io credo che l’armata navale mi abbia interamente tradito, e quindi nessuna delle navi, da noi chiamate, ci seguirà a Gaeta„. Criscuolo, per confortarlo, gli rispose di non dividere tali apprensioni, mentre sapeva bene che neppure tutto l’equipaggio del Messaggero era completamente fedele, tanto che egli aveva dovuto ricorrere a qualche minaccia, perchè il fuochista e altri marinari facessero il loro dovere. Il Re aggiunse: “I napoletani non hanno voluto giudicarmi a ragion veduta; io però ho la coscienza di aver fatto sempre il mio dovere, ma però ad essi rimarranno solo gli occhi per piangere„. E ad alcune parole confortanti ripostegli da Criscuolo, soggiunse: “Io non so come il rimorso non uccide tutti quelli che mi hanno tradito; solo Dio, caro Vincenzino, potrà compensare la tua fedeltà; io però, dal canto mio, mai ti dimenticherò„. Poi gli chiese: “Dov' è la signora?„ e saputolo, si maravigliò che la Regina dormisse in quel camerino, dove a quell’ora doveva sentir freddo. “Andiamo, riprese, e persuadiamola a ritirarsi„. Entrarono infatti nel camerino, ma visto che la moglie dormiva, Francesco II non volle svegliarla; e solo, per difenderla dalla brezza notturna, si tolse un piccolo mantello, che aveva sulle spalle e glielo stese sopra. Erano le due dopo la mezzanotte.


All’alba del 7 settembre, Di Lorenzo e Rendina furono presentati da Cosenz a Garibaldi, che loro fece cordialissima accoglienza. Si parlò del prossimo arrivo del sindaco e del comandante della guardia nazionale, che Garibaldi era impaziente di vedere. Nè tardarono a giungere, accompagnati da Emilio Civita, segretario del Romano, da Domenico Fermante, [p. 387 modifica]capobattaglione della guardia nazionale e dall’ispettore di polizia Cozzolongo. Garibaldi li ricevette, circondato da Cosenz, Bertani, Missori e Nullo. Prese il primo la parola De Sauget, e disse che Napoli attendeva l’arrivo del dittatore, ma che a lui sembrava più opportuno che l’arrivo fosse rimesso al giorno dopo, per aver tempo di tornare a Napoli e occupare con la guardia nazionale i posti militari della città. Ed avendogli Garibaldi ansiosamente chiesto: “Ma Napoli non mi attende per oggi?„ De Sauget rispose, che i napoletani ignoravano ancora la presenza di lui a Salerno; nè fu che dopo quest’assicurazione, che Garibaldi consenti di malavoglia a ritardare di un giorno il suo ingresso a Napoli. E chiedendogli il De Sauget istruzioni per il servizio di piazza, rispose il dittatore, quasi infastidito: “Intorno a tatto ciò se la senta col generale Cosenz .... col generale Cosenz (riscaldandosi) ch'è uno dei migliori generali d’Italia, quantunque si ostini a portare ancora i distintivi di colonnello„. Infatti Cosenz portava una giubba di fanteria e un berretto da colonnello. De Sauget replicò: “Non dica a me, generale, chi è Enrico Cosenz; io lo conobbi fin da quando era in collegio, e so quanto vale„ . E Garibaldi: “Se lei lo ha conosciuto in collegio, io r ho conosciuto sul campo di battaglia„. Dopo questo dialogo, Civita narrò i dissapori scoppiati la sera innanzi fra i due Comitati, i maneggi di Villamarina per far occupare la città dai bersaglieri piemontesi, la condizione anormale del ministero, di cui solo una piccola parte era rimasta in piedi, l’assenza di ogni governo e infine gli accordi, nei quali erano venuti i due Comitati, di costituirsi in governo provvisorio sino all’arrivo del dittatore: governo provvisorio formato da quegli stessi, ai quali Garibaldi, con suo dispaccio da Auletta, si era indirizzato, invocando la concordia tra i liberali e invitandoli a formare un Comitato unico.

Informato Garibaldi di tutto questo, si levò impetuosamente e disse: Napoli dunque corre dei pericoli: bisogna andarci oggi, anzi sul momento. E a nulla valsero le preghiere del De Sauget e le insistenze del Bertani e del Nullo, i quali sapevano essere Nocera ancora occupata dalle truppe bavaresi, e i castelli di Napoli dai soldati borbonici. Il giovane Eugenio Assanti, tenente della guardia nazionale di Napoli, giunto anche lui da Napoli, sosteneva che si dovesse partir subito rimproverando [p. 388 modifica]quelli che si mostravano contrarli. Ma ciò che fece decidere Garibaldi a partire su due piedi, fu la notizia della costituzione di quel Comitato, che lo aveva proclamato dittatore delle Due Sicilie! Credeva che fosse una manovra di Cavour e dei cavurriani, benchè ne facessero parte il Libertini, il Ricciardi e l’Agresti, tutt’altro che cavurriani. E tanto se ne adirò che, appena giunto a Napoli, e sentito dal Romano che quella proclamazione era stata fatta a consiglio di Silvio Spaventa, ne ordinò l’arresto, che non fu eseguito, perchè la notizia non era vera. La partenza di Garibaldi fu telegrafata a Napoli da De Sauget, il quale ordinò pure che i battaglioni della guardia nazionale si raccogliessero presso la stazione. Nelle prime ore del 7 settembre il Romano aveva fatto affiggere quest’altro manifesto:


AL POPOLO NAPOLETANO.


Cittadini!

Chi vi raccomanda l’ordine e la tranquillità in questi solenni momenti è il liberatore d’Italia, è il generale Garibaldi. Osereste non esser docili a quella voce, cui da gran tempo s’inchinano tutte le genti Italiane? No certamente. Egli arriverà fra poche ore in mezzo a noi, ed il plauso che ne otterrà chiunque avrà concorso nel sublime intento, sarà la gloria più bella cui cittadino italiano possa aspirare.

Io quindi, miei buoni Concittadini, aspetto da voi quel che il dittatore Garibaldi vi raccomanda ed aspetta.

Napoli, 7 settembre 1860.

Il Ministro dell' Interno e della Poliz. Gen.
Liborio Romano.



. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Si partì da Salerno alle nove e mezzo. La guardia nazionale e le squadre insurrezionali del Salernitano volevano seguire Garibaldi, ma egli non volle. Di Lorenzo e Rendina precedevano con altro legno a tutta corsa, per telegrafare al capostazione di Cava di far sgomberare dai bavaresi la stazione di Nocera, ma questi n’erano partiti la notte, avendo saputo che Garibaldi era giunto a Cava, mentre a Cava non era giunto, veramente, che l’inglese Peard, uno stravagante, il quale somigliava molto nel fisico al dittatore e faceva la campagna per conto proprio. A Cava chiesero del sindaco, che era il giovane marchese Atenolfì, ma questi, che aveva veduto Garibaldi la sera innanzi a Salerno, [p. 389 modifica]era partito per Napoli con la prima corsa, accompagnandovi il colonnello Ludovico Frapolli, mandato a prendere possesso degli ufficii telegrafici. L’Atenolfi, che poi fu deputato ed oggi è senatore del Regno, accompagnò il Frapolii da Liborio Romano, il quale rispose che non aveva alcun potere per consegnare al Frapolii il servizio telegrafico dello Stato; ma saputosi che Garibaldi arrivava a mezzogiorno, il Frapolii, accompagnato sempre dall’Atenolfi, andò all’ufficio centrale dei telegrafi, che era a San Giacomo, e, senza tanti complimenti, ne prese possesso in nome del dittatore.

A Cava, Garibaldi giunse alle 11. Impossibile descrivere l’ultima tappa di quel viaggio. Garibaldi, D’Alessandria, De Sauget, Cosenz, Di Lorenzo, Civita, Bertani, Nullo, Missori, Rendina, Gusmaroli, Ferrante, il padre Pantaleo in abito francescano, con fascia tricolore, pistole e sciabola; Mario, Canzio, Stagnetta, gli ufficiali della guardia nazionale di Napoli, Luigi de Monte, Francesco Ferrara ed Eugenio Assanti, l’inglese Peard, Niccola Mignogna e Pietro Lacava: ecco tutto l’esercito e il seguito del dittatore. Presero posto confusamente in due saloni e in altre carrozze, e si partì con treno speciale, anzi specialissimo, che procedeva lento fra due muraglie umane, dalle quali partivano grida di febbrile commozione. A Cava seguì una scena curiosa. Tutte le donne, vecchie e giovani, vollero baciare Garibaldi sulle guance, e il generale lo permise. A Nocera quel capostazione fece passare l’ultimo treno di cacciatori bavaresi della retroguardia nei magazzini di deposito, per far passare il treno trionfale della rivoluzione. Garibaldi, richiesto dove volesse alloggiare a Napoli, rispose: “io vado dove vogliono; solo desidero, appena arrivato, di visitar San Gennaro„. Dopo Portici, il treno si fermò bruscamente. Tutti si affacciarono agli sportelli, per vedere che cos’era, e videro un ufficiale di marina che s’avanzava, correndo e gridando: “Dov’è Garibaldi?„ Garibaldi rispose: “Dev’essere il capitano del ’“Calatafimi„, lo facciano venire„. Appena giunto, il capitano, che non era quello del “Calatafimi„, ansante per la corsa fatta, disse al dittatore: “Lei dove va? È impossibile ch’entri in Napoli; vi sono i cannoni dei borbonici puntati contro la stazione„. E Garibaldi, tranquillo: “Ma che cannoni; quando il popolo accoglie in questo modo, non vi son cannoni; avanti„. Il capitano non osò dire altro, nè si [p. 390 modifica]seppe chi ve l’avesse mandato, nè chi fosse. Il diario del Persano, pur così ricco di particolari insulsi, non ne fa motto. Dei superstiti nessuno sa dire di più. Quell’ufficiale intendeva forse parlare delle batterie del Carmine, ma l’incidente finì in una risata generale. Presso alla stazione di Napoli, De Sauget, vedendo molti operai ferroviarii, disse al Rendina: “È imprudente far discendere Garibaldi in mezzo a costoro, che son tutti soldati congedati e impiegati borbonici; appena il treno si fermerà, corri fuori la stazione e fa entrare il primo battaglione di guardia nazionale, che troverai, perchè faccia cordone; io pregherò Garibaldi di attendere„.

Ma, fermato appena il treno, Garibaldi disse: “Scendo un momento per soddisfare un piccolo bisogno„; e mentre Rendina saltava giù da uno sportello, per eseguire l’ordine di De Sauget, Garibaldi scese dallo sportello opposto;5 ed ecclissatosi per un momento, ricomparve in mezzo a tutti, calmo e bonario. Don Liborio era alla stazione, coi direttori De Cesare e Giacchi e nessun altro ministro. Era il tocco dopo mezzogiorno. Domenico Ferrante li presentò a Garibaldi e il Romano recitò i primi periodi di un indirizzo, che poi fu stampato e diffuso. Garibaldi strinse la mano a lui e ai direttori; avrebbe voluto avere con se don Liborio nella carrozza, ma li separò la folla, che nessuno riusciva più a contenere. Il sindaco d’Alessandria disparve. La guardia nazionale era stretta in mezzo da una moltitudine invasata. Già fin dalle 10 della mattina si raccoglievano nelle vie, che da Toledo vanno alla stazione, gruppi di popolani con bandiere d’ogni grandezza, mazze e stendardi. Si assisteva a scene esilaranti, anzi grottesche. Il conte Giuseppe Ricciardi, in piedi, dentro una carrozza, agitando una bandiera tricolore, urlava per Toledo: “A mezzogiorno arriva il dittatore; tutti alla stazione„. Aveva persa la voce, quando, scorto il più giovane dei fratelli Cottrau, Arturo, in uniforme di guardia nazionale, gl’impose di salire in carrozza con lui, gli affidò la bandiera e dai robusti polmoni di [p. 391 modifica]Arturo Cottrau fece continuare a gridare: “A mezzogiorno arriva il dittatore; tutti alla stazione„. La nota popolana Sangiovannara, andava anche lei in carrozza, alla stazione, seguita da gran folla di popolani della Pignasecca con bandiere, grandi coccarde e picche. Nel momento dell’arrivo del treno fu tanta la confusione, che Cosenz, al quale Garibaldi aveva ordinato di cavalcare accanto a lui, ne fu separato, nè lo rivide sino alla sera. A Cosenz fu offerto uno dei cavalli, preparati per il dittatore e i suoi ufficiali. Egli vi montò, e accompagnato dal capitano Carlo Colonna, entrò in Napoli, percorrendo la via della Marina e ricevendo dalle sentinelle del Carmine il saluto militare. Smontò ad un palazzo al Grottone, dove abitava sua madre, ch’egli era ansioso di riabbracciare dopo dodici anni.6 Garibaldi arrivò alla Foresteria due ore dopo, perchè gli fu impedito di montare a cavallo, e invece percorse il lungo cammino in carrozza, a passo lento, non potendo i cavalli aprirsi che a stento la via. Nella carrozza del dittatore non vi era dunque nè il Cosenz, che partì prima, nè il sindaco di Napoli, e neppure il Romano, perchè la folla enorme li aveva separati da Garibaldi. Vi montò invece Demetrio Salazaro, che faceva sventolare un bandierone, quello stesso preparato per i funerali di Guglielmo Pepe, e che aveva da una parte il cavallo sfrenato, emblema di Napoli e dall’altra, il leone di San Marco: bandiera che Garibaldi baciò, dicendo: presto saranno liberati i nostri fratelli. E montarono altri dei quali non si ha memoria. Alcuni di questi particolari furono riferiti in una corrispondenza da Napoli al Journal des Débats, in data 7 settembre, pubblicata il 15 di quel mese, e da un opuscolo del Salazaro.7 I giornali del tempo non danno alcun particolare. Garibaldi, in piedi nella carrozza, pareva dominasse quella fiumana di popolo frenetico. Pietro Lacava, uno dei pochi superstiti, oggi ministro dei lavori pubblici e che seguì [p. 392 modifica]Garibaldi da Casalnuovo a Napoli, confessa che quello fu lo spettacolo più grandioso, al quale abbia assistito.


Alle sei di quella stessa mattina, Francesco II e Maria Sofia, dopo dodici ore di navigazione, arrivarono a Gaeta. Furono ossequiati a bordo dai principi, dalle autorità e dai principali fuggiaschi. Alle nove scesero a terra e, all’ingresso del piccolo palazzo reale, trovarono la Regina madre, le principesse e il padre Borrelli. Questi, piangendo, baciò e ribaciò la mano del Re, che gli disse: “Ricordo, padre Borrelli, ciò che mi dicesti a Portici la sera del 24 giugno„. E il padre Borrelli: “Se Vostra Maestà non è stato un gran Re in terra, sarà un gran santo in Cielo„. Cosi finiva il Regno delle due Sicilie, e finiva di regnare, dopo 126 anni, la dinastia dei Borboni.







Note

  1. Notamente della mobilia, quadri, oggetti di argento ed altro portato da Francesco II allorchè lasciò Napoli nel 6 settembre 1860.
          Dal grande appartamento di etichetta in Napoli. — Un quadro su tavola alto palmi 6 ed once 4 1/2 e largo palmi 6 ed once 4 denotante l’apparizione della Beata Vergine col Bambino a San Pietro, San Paolo, San Giovanni, Santa Caterina ed altra Santa Vergine, sopra di detto quadro altra tavola centinaia di palmi 6 ed once 4 1/2, per palmi 3 ed once 2 ove è dipinto il Padre Eterno con due Angeli; autore Raffaele Sanzio di Urbino, con cornice intagliata e dorata contenente due quadri in uno. — Un quadro dipinto su tela, alto palmi 4 ed oncia una, denotante il ritratto di Alessandro Farnese; autore Tiziano Vecellio, con cornice intagliata e dorata. — Una statua a mezzo busto di marmo bianco, denotante Pio IX, poggiata sopra colonna di marmo portasanta con cimasa di marmo statuario e zoccolo di marmo portovenere; in fronte di detta colonna vi è il camauro, due chiavi. — Un quadro a mosaico di palmi 2 1/2 per 2 1/2 denotante San Pietro, con cornice di legno riccamente intagliato e dorato. — Un’urna col corpo di Santa Jasonia, figura grande al vero di cera riccamente vestita che trovasi piazzata sotto l’altare della Cappella privata. — Un geroglifico simbolico tutto di argento, denotante una base ove poggia un libro con sopra l’agnello simbolico, quattro angeli all’intorno, due di essi più in alto tengono sospeso un bacile con la testa di San Giovanni Battista. — Un quadro a mosaico ovale rappresentante una testa di Gesù spirante; copia di Guido Rena, con cornice quadrata dorata e sesti a due ordini d’intaglio; autore Giuseppe Michelacci fiorentino 1822. — Un piccolo quadretto ad olio sopra lapislazzuli alto once 4 1/2 per once 3 1/2, rappresentante la Beata Vergine col Bambino, cornice di legno ebano, e 16 pietrine ovali incastrate sul legno di lapislazzuli e corniola, intorno la cornice ornata di metallo dorata, sulla cimasa un corallo di lapislazzulì. — Un cassettino impellicciato di mogano, simile ad un appendi orologi, dentro del quale una corona di pietra agata bianca di cinque poste, montata in oro con grande medaglia del simile metallo massiccio. — Sessantasei reliquarii e reliquie diverse, che erano in giro alle pareti del suddetto oratorio privato. — Un quadro ovale dipinto su porcellana, denotante il ritratto di Luigi XVIII con cornice di legno intagliato e dorato. — Un quadro dipinto ad olio sopra tela, denotante il ritratto dell’Arciduca Carlo, con cornice dorata. — Il vaso di porcellana e le dodici fioriere simili coi ritratti della Famiglia Borbone tolti dalla giardiniera piazzata in mezzo all’ultima stanza dello appartamento di etichetta. — Il tavolino tondo della fabbrica di Parigi, base quadrata di bronzo dorato, piede a colonna di porcellana con lavori rilevati di rame e foglie dì dattero: su di essa poggia il piano, anche di porcellana lumeggiata in oro, con numero nove vedute di Parigi. — Il tavolino tutto di bronzo dorato, tondo, con tre piedi a zampe, base triangolare, sulla quale poggiano tre figure alate ed in mezzo di essa sorge una colonna scanelata con rame all’intorno e sei gigli; il piano di detto tavolino è formato a mosaico con in mezzo una coppa, in cui si veggono bere quattro colombi di diversi colori. Della mancanza dei suddetti oggetti il Custode signor Natale non ha presentato ricevi, ma però le sue assertive sono state fatte presenti gli Aiutanti Custodi ed i frottori dei Reali appartamenti, ed i verbali sono stati firmati da Natale Pisco e dal Natale.
          Dall’Officio di Tappezzeria. — La cassa con la biancheria che s’inviava nella Real Casina in Ischia nei tempi di villeggiatura, fu nei primi giorni di settembre 1860 presa dal signor Ferdinando Romano, Uffiziale della R. Controlleria e fatta imbarcare per Gaeta. Essa si distingueva da trentotto lenzuola di tela di Olanda, trentotto cusciniere simili, dodici lenzuola di tela di lino, dodici cusciniere simili, dodici lenzuola ordinarie, dodici cusciniere simili, dodici tovaglie di turitto, dodici dette più fine e trenta mappine. — Sessanta tovaglie tra quelle di fiandra e di turitto, dodici dette di turitto, ventiquattro lenzuola di tela di Olanda, ventiquattro cusciniere simili e trenta panni di retret, che esistevano nell’Officio, furono egualmente inviate in Gaeta dallo stesso sig. Romano.
          Dalla Tappezzeria di Portici. — Furono anche inviati in Gaeta sei materassi e quattro cuscini per Persone Reali, una tavola imbottita ed una coverta ricamata. — NB. Per la mancanza degli inventarii dello appartamento, che si occupava da Ferdinando II, di quello di Francesco II e dell’altro del conte di Trani, nulla può dirsi se sì abbiano o no portato oggetti. Allorchè perverranno e ne sarà fatto il riscontro, non si mancherà di darne notizia all’autorità superiore.
          Dall’Officio del Credenziere. — L’intiero servizio di argento di Francia per sessanta, con due scopette. — Tutto il servizio di argento da viaggio per trentasei persone. — Trentacinque zuppiere assortite. — Diciannove anime di zuppiere, ed i due coverchi di anime di zuppiere. — Centotrentasei piatti diversi, tra quelli per zuppiere, per terine, per portate e per fiammenghine. — Cinquantasei campane. — Seicentosettantotto piattini. — Settanta saline. — Otto salsiere complete. — Una molletta per asparagi. — Sessantacinque tra coppini e cucchiai da ragù, e ceppinette per zucchero. — Millecentoquattordici cucchiai. — Millecentocinqne forchette. — Millecentoventitre coltelli. — Centoquaranta posatine complete. — Otto palette dorate per gelati. — Sessanta cocciole dorate per buffet. — Ventiquattro ovaroli con quattro piedistalli. — Dodici surtout — Otto recipienti per surtout. — Dugentotto sotto bicchieri. — Centoquattro sotto bottiglie. — Cento postiglioni. — Dodici lavabicchieri. — Dodici rinfrescatoi. — Otto caffettiere. — Cinque zuccheriere. — Ventisei mollette ed altre tre di plaquet dorato. — Millequindici cucchiarini da caffè. — Nove vasi dorati. — Undici guantiere. — Nove casseruole. — Due palette. — Settantuno spiedini. — Sette dejeuner. — Una vivandiera completa. — Cinque cassettini in pelle, contenente ognuno dodici forchette per le ostriche. — Diciassette pezzi di plato che dalla Salseria di Caserta furono portati in Napoli. — NB. Il servizio di argento di Francia sopra indicato fu piazzato in ventisei casse, quelle stesse che vennero da Parigi unitamente al suddetto servizio, e gli altri argenti poi furono piazzati in altre casse e baulli, che esistevano nell’Officio del Credenziere, ed il tutto imbarcato e trasportato in Gaeta dagli Aiutanti dell’Officio Ferri, Naschet e Loffredo, i quali han rilasciato al Capo tre notamenti da essi firmati di tutti i su menzionati oggetti che dagli impiegati dello Officio del Ragioniere e Pagatore Generale si sono tenuti presenti nel riscontro eseguitosi del 25 agosto ultimo.
          Porcellana. — Due insalatiere. — Ventiquattro piatti da zuppa con orli dorati. — Cinquanta detti da salvietta, idem. — Quattro tazze da brodo con orli dorati. — Sessantadue tazze per caffè e thè.
          Cristalli. — Dodici fruttiere, unitamente ad altrettante di argento. — Cinquanta bicchieri verdi pel vino del Reno. — Cinquanta bicchieri per champagne. — Un cassettino con una zuccheriera di argento dorato ed anima di cristallo. — Sei bottiglie per acqua. — Sei dette per vino. — Dodici bicchieri per acqua. — Dodici detti per vino. — Due caraffine lisce per scertont. — Cinquanta bicchieri per vino e per acquette.
          Plaquet. — Una zuccheriera. — Una molletta per zucchero. — Quattro guantiere mezzane dorate. — Quattro panierini per thè.
          Biancheria da tavola. — Dugentottantasei tra grandi mensali, mezzani e piccoli. — Dieci fasce. — Quattromilacentotre salviette di varie dimensioni. — Oltre a trentasei tromboni di stagno con fodera di rame e due canestre. — NB. La stessa osservazione fattasi per gli argenti vale ancora pei suindicati descritti oggetti.
          Dall’officio della Real Cereria. — Centoquindici candelieri di argento. — Più altri ventisei come sopra. — Più altri dodici ritirati dal conte di Aquila (?) — Cinque casse di legno per trasporto di candelieri — Due dette per trasporto della cera.
  2. Archivio Giacchi.
  3. Archivio Giacchi.
  4. Questa è la versione italiana dell’importante documento, quale venne stampata allora. Il testo ufficiale, in francese, si trova pubblicato in: Gaëte, Documents officiels, Paris, 1861, pag. 1-3; ma questa versione in italiano, è una traduzione fedele, tranne qualche piccola variante di forma, del testo ufficiale.
  5. I particolare è riferito, con parole ancora più veristiche, da Luigi Rendina, in due sue lettere sull’entrata di Garibaldi a Napoli, pubblicate nella Lega del Bene (dicembre 1888 e gennaio 1889), insieme ad altri aneddoti non privi di qualche curiosità.
  6. Devo questi ultimi particolari alla grande amicizia, che mi legò al generale Enrico Cosenz, uno degli uomini più. benemeriti e più modesti del Risorgimento nazionale, e così schivo a parlare della gran parte da lui avuta nell’impresa garibaldina, che, nonostante le insistenze degli amici più intimi, non si decise mai a scrivere i suoi ricordi.
  7. Cenni sulla rivoluzione siciliana del 1860. — Napoli, Stabilimento tipografico di R Ghio in Santa Teresa agli Studii, 1866.