Biografia di Frà Paolo Sarpi/Vol. II/Capo XXI

Capo XXI.

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CAPO VIGESIMOPRIMO.


(1609-15). Non è da ieri che i cherici, la storia de’ quali è una serie continua di scandali, si sono recati a debito di calunniare la filosofia; e per farla bandire dal mondo e chiamare in sua vece una pia stupidità, passiva ministra della superstizione, cercano d’interessare il genio sospettoso di chi regna, attribuendo a lei le inquietudini politiche che altro non sono se non se naturali conseguenze di uno stato innormale ai bisogni della società presente. Alcuni possono bene gridare repubblica, altri monarchia, ma lo spirito de’ popoli non è per questa nè per l’altra; bensì desidera quella onesta libertà che lascia all’uomo l’uso delle sue facoltà intellettuali, per raggiungere, quant’è possibile, il suo perfezionamento; e quell’ordine di leggi in cui siano considerati non i comodi di un solo o di pochi, ma la quiete e sicurtà universale, o che per soverchie clausole e troppi pretesti di reprimere il male siano di ostacolo al bene. Chi userà questa semplicità di governo che si adatta a tutti i sistemi, e che solo esige disinteresse e amor sincero degli uomini, otterrà quello che oggi tutti desiderano, che pochi possiedono, dico la pace domestica tra principe e popolo, effetto non mai della forza, sempre della ragione. [p. 124 modifica]

Ma se invece voltiamo indietro di alcuni secoli il pensiero vedremo che non mai la potestà civile fu meno sicura o più travagliata come quando i popoli furono obbedienti all’imperio de’ preti. Era allora che fioccavano gli anatemi, che i principi erano cacciati dai loro Stati, che frequenti e ferocissime erano le ribellioni e le guerre civili, e che la dottrina del regicidio fu dai teologi convertita in dogma religioso; e fu pure allora che i casuisti, sottilizzando le circostanze più minute che accompagnano le azioni umane, trovarono l’arte sofistica di far tacere i rimorsi e inventarono quella religione meccanica che alle virtù utili surroga pratiche indifferenti che non costano sacrifici al cuore, non temute dal vizio e favorevoli alla ipocrisia. Ecco un’Etica molto singolare: chi libera un’anima dal purgatorio acquista la quasi certezza che non sarà dannato; quell’anima per effetto di gratitudine pregherà sempre per lui. Niente è più facile del conseguire un tanto vantaggio; voi fate dire una messa ad un altare privilegiato, e il purgatorio perde immediatamente uno de’ suoi reclusi: abbiamo a questo proposito vari indulti de’ papi, e particolarmente di Gregorio XIII e Clemente XIII. Il peggio che può accadere si è che queste messe privilegiate (cui bisogna pagare due franchi mentre le altre non costano che un franco) essendo in maggior numero delle persone che muoiono, è probabile che il purgatorio sia vuoto la maggior parte dell’anno: tuttavia si può farle scrivere nel conto corrente alla colonna del credito. Ad ogni modo vi sono cento altri mezzi, e tutti del paro economici, per salvarsi [p. 125 modifica]infallibilmente: e sono tra questi la devozione al sacro cuore di Gesù, o a Santa Filomena, l’orazione di Santa Brigita, le indulgenze plenarie o quelle in articulo mortis, lo scapulare del beato Simone Stock generale de’ Carmelitani, del quale la virtù preservativa contro la casa del diavolo è attestata anco da papa Benedetto XIV.

Leggendo le istorie ho chiesto a me stesso più di una volta come mai le religioni antiche, false, assurde, abbiano contribuito al bene della società afforzato gl’imperii, e infuso il patriotismo e il coraggio nei popoli; e come una che porta una origine divina abbia partorito effetti contrari? Perchè mai l’Evangelio del disinteresse ha degenerato nel codice dell’avarizia; e perchè la religione della carità ha cagionato tante discordie e fatto versare tanto sangue? Gli oratori da pulpito possono bene infiorare i loro periodi con sonore declamazioni; ma circa tre mila eresie, almeno dieci mila scismi, cinquanta mila battaglie per motivi di religione, e il tribunale del Sant’Offizio con cento milioni di vittime, sono pure le innegabili conseguenze di una sola parola, e questa parola è appunto sconosciuta all’Evangelio, l’Intolleranza.

Se la religione dovesse unicamente consistere in uno sforzo dell’uomo ad imitare la divinità, non vi sarebbe più molto da contendere quali sieno i suoi principii fondamentali; perocchè la ragione basterebbe a farci conoscere essere verissima quella che mena la società ad un grado più alto di perfezione morale. Tali sono i caratteri del cristianesimo: «La religione munda ed immacolata appresso Dio e il [p. 126 modifica]Padre, dice il Nuovo Testamento, è questa: essere benefico e pietoso, e custodirsi puro dalle contaminazioni del secolo». Nissun legislatore ha mai dato in più poche parole un precetto le conseguenze di cui sono infinite: un corpo sociale che lo mettesse in pratica raggiungerebbe la maggiore possibile felicità, ma poichè l’essere umano si governa tutto per passioni, e primeggiano fra loro l’ambizione e l’avarizia, elle fecero supporre che anco a Dio piacessero le ricchezze e la potenza. In conseguenza di che fra le instituzioni e leggi ecclesiastiche inventate da ottocento anni, poche sono quelle che non abbiano per fine di padroneggiare le coscienze e far denari. I meriti spirituali divennero facoltà trasmissibili: essendone depositari i preti, gli vendevano; avendone bisogno i laici, gli compravano. E il papa, vicario di Dio in terra, uguale a Dio in plenipotenza, giustizia e infallibilità, essendo la scaturiggine di tutti que’ beni, divenne l’oggetto principale del culto; e soggetto, le sue leggi. È naturale il credere che nissuna ne farebbe in suo svantaggio.

Malgrado la bontà del sistema e i raffinamenti con cui seppero condizionarlo, esso era pur sempre esposto a molte peripezìe, sopratutto se un’indiscreta curiosità si fosse data la briga di confrontare il vecchio col nuovo. Cristo e gli Apostoli dettando il Nuovo Testamento si lasciarono sfuggire espressioni non al tutto ortodosse; onde la Curia romana a rimedio degli inconvenienti decise che si dovesse leggerlo solamente in latino, avendo fatto male gli apostoli a scriverlo in lingua del popolo; e non [p. 127 modifica]essendosi Iddio spiegato abbastanza chiaro, si apparteneva ad un uomo suo vicario a correggerne le oscurità e a interpretarle.

Se lo spirito umano, confidandosi interamente nelle sollecitudini dei preti, si fosse appagato di una pia ignoranza, il mondo europeo non avrebbe forse fatto tanti progressi verso uno incivilimento pieno di ansietà e di pericoli, ma godrebbe di quella passiva quiete di cui godono i popoli del Tibet sotto il paterno scettro del gran Lama, un altro divino antropomorfo simile al nostro papa. O se i novatori del secolo XVI si fossero contentati di versare su questioni speculative, sarebbe stata una guerra di penne fra i teologi, incominciata e finita in loro. La Santità di papa Alessandro VI, benchè proibisse la lettura del Corano, era molto inclinato alla religione di Maometto, come lo provano i suoi costumi e le sue lettere: ciò non era incompatibile colle qualità di un vicario di Cristo. Prima di Lutero l’ateismo pratico era la religione della corte di Roma e de’ più gran principi e de’ più begl’ingegni della Italia: ma questo era un errore invincibile, tollerato perchè riconosceva come indisputabili le prerogative della Santa romana Corte. Per converso i prefati novatori movendo guerra al purgatorio, alle indulgenze, alle dispense, all’ordine gerarchico, e sopratutto alla potestà del pontefice e ai beni del clero, punti sostanziali della fede, tutte le parti interessate si trovarono in obbligo di perseguitarli come ladroni che vogliono rubare i tesori del santuario. [p. 128 modifica]

Osserva Macchiavelli che gli uomini dimenticano l’uccisione de’ congiunti, non mai se gli tocchi nella borsa; e che i principi, difficili a perdonare, il sono ancor più se sono offesi nell’amor proprio. Tali in verità furono le colpe inespiabili di cui si era fatto reo il Consultore. I Curiali convinti sinceramente che il vero Evangelio sta nelle Decretali dei papi, che le cose spirituali sono un bel niente senza le temporali, che la Chiesa di Dio è violata colà dove i suoi ministri non abbiano privilegi, non siano ricchi o che siano chiamati alla ubbidienza di leggi profane, avevano ragione di trattarlo Stylo romanæ Curiæ perchè negava queste verità sacrosante e voleva indurre anco gli altri nella sua opinione. Perciò dicevano ch’egli era Un grande impostore, un grand’empio, un gran nemico di Dio, de’ principi, della società, serpente taciturno che avvelena in secreto, ateo, ipocrita, malvagio, esecrabile, simile a Cam che meritò di essere maledetto. Che tali sono gli epiteti con che solevano personificarlo, e di cui sono pieni i loro libri.

Conoscendo le immense forze del suo ingegno, e i mezzi poderosi che metteva in opera, non mai deposero il pensiero di togliersi d’intorno un così pericoloso nemico; e avendo assaggiate indarno tante strade per averlo vivo o morto, affinarono l’intelletto a trovar come farlo apparire un eretico alla Repubblica, e perderlo per questa guisa. Le insidie vennero da lungi, e con poco suo decoro vi si prestò la corte di Francia, che in balìa di donna vana e pinzochera, di fazioni e di raggiri, era materia arrendevole agli intrighi de’ preti. [p. 129 modifica]

Ho ricordato in più luoghi che il Consultore carteggiava con varii sapienti di Francia. Era fra questi un Francesco Castrino, calvinista, in favore della corte, dotto, ameno, ufficioso. Tutti gli autori lo fanno francese, ma era italiano, e probabilmente di Ferrara dove aveva un fratello e alcuni beni, e rifuggito in Francia per mutata religione. Era stato raccomandato al Servita dal Signore de Ilsle, altro suo amico; ed entrato in relazione con lui e trovatolo onesto e prudente e pronto a’ servigi, se ne giovava d’intermezzo a corrispondere con altri amici e a procacciarsi libri o notizie che alla qualità delle sue occupazioni potevano occorrere. Ma nel 1610 cominciò a diventare personaggio equivoco, e Frà Paolo fu avvertito di non scrivergli. Per vero alla metà circa di quell’anno, trovandosi presso a cadere in disgrazia, e forse anco incalzato dal bisogno, il Castrino credette di beneficarsi il nunzio Roberto Ubaldini portandogli alcune lettere di Frà Paolo; ma nissuno giovamento n’ebbe, perchè pochi mesi dopo, perduto l’impiego, caduto in povero stato, dopo vicende e sfortuni varii e tornato in Italia e catturato dall’Inquisizione, finì miseramente sul patibolo.

Fin da quando l’Ubaldini fu mandato in Francia a vece del cardinale Maffeo Barberini, sul finire del 1607, ebbe commissione di spioneggiare le corrispondenze del Consultore, scoprire quali fossero i suoi amici colà, ed indagare attentamente le intelligenze e i disegni ch’e’ manteneva cogli eretici di oltremonti. Ed avendo saputo che Giovanni Diodati, ministro di Ginevra, faceva ristampare in piccolo [p. 130 modifica]formato il Nuovo Testamento da lui con singolare eleganza tradotto in italiano, e che pensava mandarne molti esemplari a Venezia, l’Ubaldini nel febbraio del 1608 ne scrisse a Roma, e da Roma fu avvisato il nunzio Gessi, che se capitava a Venezia il Nuovo Testamento lo facesse proscrivere, perchè è libro eretico.

Un mese dopo l’Ubaldini seppe che Gianfrancesco Biondi, segretario della legazione veneta in Francia, mandava a Venezia una raccolta pestilentissima di libri, e tutto sbigottito corse a raccomandarsi al ministro di Francia Villeroi e ne scrisse a Roma: a sentir lui pareva che un esercito di Ugonotti calasse in Italia; che Venezia fosse in procinto di apostatare; e che quei trenta o quaranta tomi, tutti in latino, dovessero pervertire le coscienze fino de’ gondolieri e degli arsenalotti. Erano libri di controversia o di politica o di curiosità letterarie fatti comperare da Frà Paolo.

Al vedere la costernazione di certi preti tosto che apparisce un libro che non si appunta con le loro opinioni, nasce il sospetto che loro medesimi non credano a quello che insegnano; perchè se fossero convinti che insegnano la verità, dovrebbero dilettarsi nel vederla discussata; perchè la verità essendo una sola, inalterabile ed eterna, i più ingegnosi sofismi posti al paragone di lei impallidiscono come la luce smorta di una lampana portata in faccia all’ardente meriggio. Ciò è quello appunto che Arnobio, uno dei Padri della Chiesa, rimproverava ai preti pagani quando volevano condannare alle fiamme le opere di Cicerone perchè i cristiani se ne [p. 131 modifica]servivano a dimostrare le assurdità del paganesimo. «Se veramente siete certi della vostra religione, confutatelo, provate che ha torto; ma sopprimerne le opere, o impedire che siano lette, non è difendere gl’Iddii, ma aver paura della verità». Par fino che Arnobio abbia voluto proverbiare la Sacra Congregazione dell’Indice.

Il nunzio fece grandi sospetti sopra le intelligenze che passavano tra il Consultore e Antonio Foscarini ambasciatore di Venezia in Francia; e quantunque le lettere traditegli dal Castrino non gli fornissero alcun lume, ei si credè tuttavia di avere fatta una grande scoperta, le mandò a Roma dove parvero odorare di eresia alcuni concetti che in ogni altro scrittore sarebbero tornati indifferentissimi. Guai al Sarpi se avesse detto come il cardinal Bembo, che le epistole di San Paolo sono epistolaccie; che le parole fides ed excomunicatio sono termini barbari, e vi avesse sostituito persuasio e aquæ et ignis interdictio, e se avesse chiamato la Madonna, Dea. Guai a lui se avesse scritto lettere ad un Turco nello stile di quelle che scriveva Alessandro VI a Bajazette II: tutta la Curia avrebbe detto che egli era maomettano nel cuore. Ricordi il lettore la lettera in cifra che Frà Gabriele aveva presentato all’Inquisizione di Roma, nella quale non si trovò motivo di accusa: ora i tempi erano cambiati, e la Corte che voleva Frà Paolo eretico ad ogni patto andava macchinando il modo di far pervenire al Collegio, in forma diplomatica, le lettere intrapresegli dall’Ubaldini; ma il nunzio Gessi essendo omai persona fastidiosa alla Repubblica, bisognava [p. 132 modifica]trovare qualche altro che lo secondasse e desse maggior peso ed autorità alla rimostranza.

Fu scritto all’Ubaldini che interessasse la corte di Francia; ed egli fece intendere alla regina Maria ed al Villeroi quale servizio renderebbono alla santa religione se cooperassero con lui a far perdere impiego, fama e vita ad un empio qual era Frà Paolo. Tra le molte lettere di lui che si dicono essere state trasmesse a Roma dall’Ubaldini, evvene alcune dove l’autore parla del re Enrico, della Francia e dei Francesi con modi assai sprezzanti; ma le ingiurie non essendo nello stile di Frà Paolo, e quei modi essendo parimente contrari alla opinione che lui aveva di quel principe e di quella nazione, io sospetto che sianvi stati aggiunti nelle copie dai medesimi suoi nemici onde viemeglio incitare la corte di Francia avverso di lui.

Queste pratiche durarono qualche tempo; perchè infine non essendo altro che un pettegolezzo, la corte di Francia, malgrado la sua bacchettoneria, non poteva così di seguito occuparsene come di grave negozio di Stato.

Sul finire del 1611, a Champigny era succeduto nell’ambasceria di Venezia Leone Bruslart; di parte, spagnuolo; d’indole, doppio; di religione, ipocrita; il quale o che avesse qualche intendimento col nunzio o con gesuiti, o che per propria malignità il facesse, appena giunto al luogo di sua residenza intese ad amicarsi Frà Paolo per ispiarne le azioni e i pensieri, o rapirgli documento che potesse giovare alla sua rovina. E colto il pretesto di trasmettergli due lettere di cui era portatore, una delle [p. 133 modifica]quali del presidente de Thou, lo fece pregare di mandargli le risposte che avrebbe ricapitate; aggiungendo che desiderava continuare quell’amicizia che per lui ebbero gli ambasciatori, Urault de Maisse e Dufresne Canaye, e che, se gli permetteva, sarebbe andato a fargli visita. Ma il Sarpi che già innanzi l’arrivo di Bruslart si era informato in Francia chi egli si fosse e di quale natura, e lo sapeva più al male che al bene inclinato, ricevette le lettere, non mandò le risposte, e fecegli dire che essendo consultore non poteva senza permissione trattenersi con lui. Di che indispettito Leone, non se ne curò altro, e scrisse in Francia che Frà Paolo era uomo senza religione, senza fede, senza coscienza e che non credeva nell’immortalità dell’anima.

Sulla fine del 1612 Bruslart ricevette comandamento da Villeroi di adoperarsi col nunzio di Venezia onde presentare al Collegio le lettere che ho detto, e far in modo che Frà Paolo fosse sgabellato; per lo meno spiare le sue relazioni, e il modo come staggire il suo carteggio. Consultarono Gessi e Bruslart, ma videro che il Consultore era troppo dentro nel cuore de’ Veneziani, e sodamente fondata la sua riputazione, talchè non avrebbono potuto essi mutare, per cosa che facessero, le opinioni; e quand’anco fosse ciò stato possibile, l’attuale momento era tutt’altro che propizio, stantechè le vive controversie di confini, di giurisdizione, di sovranità, ed altre contingenze politiche rendevano in quel punto non pure utile, ma necessaria alla Repubblica la persona di Frà Paolo: molto più che era comparso in quell’anno il libro dello Squitinio così [p. 134 modifica]molesto a’ Veneziani. Videro ancora che quelle lettere erano al tutto insignificanti: e perchè fossero indirizzate a persone eretiche non ne veniva la conseguenza che fosse eretico anco lo scrittore. Conchiusero adunque di non presentarle, perchè avrebbero fatto una ridicola comparsa eglino, e più vantaggio che danno a Frà Paolo. Bene si avvisarono di mostrarle con misteriosa malignità, e lamentando i pericoli della religione e la cecità de’ senatori, a più pinzocheri o papalisti o nemici del Sarpi, affine di promovere occultamente la calunnia o il raggiro.

Di tutte queste cose Leone diede conto al ministro, aggiungendo che Frà Paolo non aveva da più mesi corrispondenza alcuna oltremonti, e probabilmente anco l’aveva interrotta del tutto dopo il tradimento del Castrino; che intraprendere le sue carte a Venezia o in Italia era cosa impossibile, perchè le mandava nei dispacci degli ambasciatori col mezzo di segretari fidatissimi, e bene suggellate; ma non difficile in Francia facendo svaligiare il corriero, e indicò le persone atte all’opera.

Non vergognarono quei ministri pettegoli di usare mezzo tanto odioso, ed ebbero l’arte di render complice della trama il cavaliere Giustiniani succeduto nell’ambasciata al Foscarino; al quale essendo diretti i dispacci, poteva agevolmente e con tanta comodità levarne le lettere del Consultore, e lasciare che il nunzio ne prendessse copia. Ma l’esito non corrispose alle speranze; perocchè il Sarpi, a cui non erano ignote queste insidie e sapeva come gli inquisitori del Sant’Offizio di Milano e di Trento [p. 135 modifica]avessero ordine d’invigilare sui libri che passavano per a Venezia, scriveva di rado di sua mano, quasi sempre in cifra, andava molto cauto nelle cose da scrivere, nè per lo più corrispondeva se non con persone per cui avesse commissione o licenza dal governo.

Così malgrado le usate fraudi, poche lettere ed indifferentissime pervennero in mano dell’Ubaldini, che con quelle consegnategli dal Castrino sommano a quaranta o circa, di cui si hanno copie a penna. Alcune sono dirette all’ambasciatore Antonio Foscarini, altre al Castrino medesimo; di queste ultime sole bisogna che il nunzio abbia avuto gli originali; e delle altre avrà avute le copie procurategli da esso Castrino tenuto in molta confidenza dall’ambasciatore. Ma poichè si ebbe cura grandissima di farne sparire gli autografi, molte fondate ipotesi fanno credere che i nemici del Sarpi vi abbiano fatte interpolazioni a capriccio. Ho già detto di alcuni passi che ferivano la Francia; altri ve ne sono nell’istesso senso contro al governo veneto, ma pochi o nissuno sarà per credere che simili frasi potessero cadere dalla penna del circospetto Frà Paolo; ed oltredichè era svisceratamente veneziano, questi tratti non sono punto conformi alla sua indole e maniera di scrivere. A chi esamina quanto il Sarpi fosse ammisurato e prudente, e di quali e quanti mezzi iniqui si siano fatto lecito i suoi nemici per nuocergli, non riuscirà difficile di credere che un brano di lettera risguardante il cavaliere Giustiniani non sia stato fabbricato da loro a posta fatta per irritare quell’ambasciatore, e renderlo pieghevole ai loro [p. 136 modifica]desiderii. Ecco il brano quale vien recitato dal cardinal Pallavicino. «L’ambasciator nuovo per costì (il Giustiniani) è uomo di molta capacità, prudente e savio, ma papista; e non per ignoranza, ma per elezione, onde merita tanto più esser guardato. Frà Paolo ha con lui corrispondenza pubblica, ma in secreto confidenza nissuna. Egli procurerà aver conversazione con Casaubono, con il signor C. (Castrino), i quali faranno bene aver pratica sua, ma con cauzione». In un esemplare ch’io possiedo, e tratto da antico codice, la cosa sta semplicemente in questi termini: «L’ambasciator nuovo per costì è uomo di molta capacità onde merita tanto più esser guardato ecc.» E per conoscere a quante alterazioni andarono soggette le lettere del Sarpi, e come ciascun partito abbia cercato di aggiustarle allo scopo suo, la sopraddetta lettera sconcia e mutilata orribilmente si legge pure fra quelle stampate a Ginevra, ed è la CXX. Il passo recitato sta come viene prodotto dal Pallavicini, con questa notabile diversità: «Egli procurerà aver conversazione con protestanti, con Casaubono e con il signor ** quali ecc.» Il mio esemplare a vece di protestanti ha letterati che non pure muta il sentimento, ma, come ognun vede, ne produce uno più regolare. Il testo del Pallavicino ha nè l’uno nè l’altro vocabolo.

Poichè l’ordine del discorso mi ha condotto a nominare le lettere ginevrine, ragion vuole ch’io mi estenda alquanto più sull’argomento, stante che sia il corpo del delitto su cui la turba dei Curiali fabbricò alla memoria di Frà Paolo il processo di eresia. [p. 137 modifica]

Ha già veduto il lettore che per motivi diversi gli scrittori della Curia hanno cercato di far apparire Frà Paolo un protestante, sperando con questo di scemar forza alle verità da lui insegnate, laddove i protestanti fecero sforzi anch’essi per provare che Frà Paolo cattolico approvava le opinioni loro; perocchè questo sommo teologo essendo in altissima considerazione per dottrina e santità di vita appo tutte le persone dotte e spregiudicate della comunione romana, i protestanti speravano colla sua autorità di scemare le prevenzioni a loro sfavore e ingrandire la propria fazione: e fu con questa mira che nel 1673 pubblicossi a Ginevra, con falsa data di Verona, una raccolta di lettere italiane del Sarpi, scritte la maggior parte a Gerolamo Groslot signore dell’Isle. Giovanni Alberto Portner magistrato di Argentina se n’era procurato un’esemplare, cui mandò al libraio Chovet di Ginevra. Ma sgraziatamente quegli che ne trascrisse la copia v’introdusse sconcezze enormi o perchè non intendesse la lingua italiana, o che alcune fossero scritte in cifra, o che l’autografo fosse guasto dal tempo e da incuria; quindi omise parole e frasi e nomi propri, ed anco periodi; ammassò frammenti di varie lettere in una sola, scompose, disordinò, fece insomma una mostruosa congerie, talvolta insipida, non di rado inintelligibile; e come se tanta salva di spropositi fosse ancora poco, altri innumerevoli ne aggiunse l’ignoranza dello stampatore imperito esso pure di lingua italiana, talchè dispera il più paziente filologo che volesse ridurre quelle lettere ad una ragionevole lezione. A coronar l’opera la malizia volle anch’essa [p. 138 modifica]avervi la sua parte, interpolando parole, adulterando frasi, attribuendo allo scrittore maniere affatto non sue onde farlo apparire sempre più protestante, e furono osservate così poco le convenienze che gli fecero dire persino delle assurdità. Per esempio in due luoghi si fa dire a Frà Paolo che desiderava predicatori protestanti in Venezia, perchè colle prediche loro avrebbono potuto illuminare il popolo; e meglio ancora se fossero Grigioni, perocchè questi fanno l’esercizio in lingua italiana. È incredibile che il Consultore scrivesse tai cose, e ho già detto che il culto pubblico era in Venezia vietato agli eterodossi. E quando così non fosse, quai lumi poteva mai trarre il popolo da ministri francesi o tedeschi che predicavano in una lingua da lui non intesa?

Quanto a’ Grigioni, è ben vero che vi sono in quel paese alcune borgate, che faranno complessivamente 5000 anime circa, dove si parla la lingua italiana e si osserva la religione riformata; ma di che sussidio potevano essere i pochi di costoro che vivevano in Venezia, poveri, senza letteratura, artigiani la maggior parte, e che si portavano in quella città coll’unico fine di esercitare la loro industria? Frà Paolo non poteva ignorare che la maggior parte dei Grigioni italiani erano non pure cattolici ma superstiziosi, come sono anco adesso; e che il grosso dei riformati si componeva di Tedeschi o di Romanzi, i quali ultimi parlano un idioma che molto si avvicina all’italico, ma che senza studio non è sì facile intenderlo. [p. 139 modifica]

Queste e mille altre deformità indussero i critici veneziani, primo tra cui il doge Marco Foscarini, gelosi della ortodossia del loro Frà Paolo, a credere che quelle lettere ginevrine non fossero sue; ma elle il sono senza dubbio. In mezzo ai patiti guasti e alle moltissime alterazioni vi si ravvisa pur sempre quello stile originale, vibrato, sentenzioso, epigrammatico e per così dire sarpiano; vi si ravvisa quella sua sintassi più veneziana che toscana: e chi è avvezzo a leggere le sue opere riscontra nelle lettere la massima rassomiglianza di pensieri e di stile. Il Foscarini, giacchè gli altri non hanno fatto quasi altro che copiarlo, si appoggia principalmente a varii francesismi, a sgrammaticature, a frasi inintelligibili. Ma ciò ha niente a che fare col testo, essendo colpa di un ignorante stampatore che l’ha stampata. È innegabile che in esse lettere vi sono molte lacune; che il copista ha lasciato nella penna frasi e righe intiere; che ad alcune manca il principio o il fine, altre sono mutilate di più o meno lunghi squarci, e ad altre furono incorporati frammenti fuor di luogo, e che debbono appartenere a diversa lettera. La medesima dappocaggine ha sfigurato quasi tutti i nomi propri, e moltissimi appellativi, da non sapere che dire si vogliano. Quanto ai gallicismi, stanno più nella maniera di scrivere le parole, usata dal copista o dallo stampatore, che nelle parole stesse, se forse anco non vi furono interpolati da mano idiota. Non so poi come l’acutissimo Foscarini abbia potuto cadere nellla congettura, o, per meglio dire, illusione ingegnosa, che quelle lettere fossero originariamente [p. 140 modifica]scritte in latino, poi tradotte in francese, indi da qualche malpratico voltate in italiano; e si appoggia ad una «lettera latina di Frà Paolo indiritta a Francesco Ottomano abate di San Medardo, e poi consigliere del Parlamento di Parigi, la quale è la penultima fra le italiane dell’edizione fatta di Verona, ove sta non solo mutata di lingua, ma col falso indirizzo al Gillot. Abbiamo letto (continua egli) la stessa lettera in francese, e vi stava notato sopra che erasi tradotta da un testo inglese». Tutto ciò è verissimo; ma qual dotto critico avrebbe dovuto anco osservare che quella lettera tal quale giace nell’edizione ginevrina, toltine gli errori di stampa e l’indirizzo, è il vero originale di Frà Paolo, e le altre non sono che versioni. Se poi si confrontano queste ginevrine con altre italiane dello stesso autore, edite od inedite, dirette quali ad Antonio Foscarini ambasciatore in Francia, quali a Francesco Priuli ambasciatore alla corte di Cesare, e quali a Francesco Castrino, vi si riscontreranno i medesimi argomenti, le medesime frasi, gl’istessi modi di dire, lo stesso giro di periodi, la stessa forma di vestire il pensiero: e infine nelle une e nelle altre vi si trovano frizzi o maniere piccanti, brevi, epigrammatiche, spontanee, le quali è impossibile che derivino da una traduzione, e peggio ancora da una traduzione di traduzione.

Non è del pari certo se tutte siano ugualmente indiritte, come porta il titolo, al Groslot, il che poco monta; ma giova osservare che non tutte appartengono a Frà Paolo. Alcune sono evidentemente di Frà [p. 141 modifica]Fulgenzio come indica la firma; altre, notabili per diversità di stile e fiacchezza di pensieri, devono pur essere di mano aliena, e non avere alcuna relazione con quelle del Consultore.

Comechè dunque tai lettere siano in complesso di Frà Paolo, per essere state barbaramente manomesse da menanti, da stampatori, e da persone interessate a far apparire una cosa per un’altra, regola di buona critica vuole che da loro non si debbano dedurre, come con tanta sicurezza fu fatto, argomenti positivi intorno alle sue opinioni religiose.

Se Frà Paolo a provare che i papi non sono infallibili avesse adotto che San Marcellino apostatò dalla Chiesa sacrificando agli idoli nel tempio di Vesta, come si legge nel Breviario; e che Sant’Innocenzo commise sacrilegio andando co’ sacerdoti pagani a far sacrifizio agli Dei del Campidoglio, acciò allontanassero dall’assedio di Roma il barbaro Alarico: tosto risponderebbono i Curiali, il primo fatto esser dubbio, anzi rivocato per non vero da dotti critici; nè valere l’autorità del Breviario il quale contiene molte cose false quantunque sia destinato alla edificazione dei preti; e che il secondo è narrato solo da Zosimo scrittore pagano, nemico e calunniatore dei cristiani, e perciò di fede sospetta.

È giusto di non condannare chi che sia su dati oscuri o prove dubbiose; ma questi canoni dovrebbono essere per tutti: eppure gli uomini sono ordinariamente così convinti in favore de’ loro pregiudizi, che trovano buoni tutti gli argomenti che gli favoriscono, senza pensare agli argomenti opposti od alle contradizioni. Così avvenne a’ nemici [p. 142 modifica]di Frà Paolo. Qualunque uomo spassionato e di mezzana critica avrebbe ragionato così: delle sue lettere nissuno ha veduto gli originali, le copie sono evidentemente adulterate e prodotte da gente che ci avevano passione sopra; sono adunque testimoni sospetti. Ma altri invece, acciecati appunto da quella passione, rigettano un testimonio che parla contro di loro perchè è dubbio o parziale; e ne accettano un altro che torna in loro vantaggio, quantunque dubbio o parziale.

Oltre all’accennate si hanno del Sarpi assai altre lettere latine; ma a stampa quelle solamente, e non tutte, a Girolamo Gillot e a Giacomo Leschassier, e due ad Isacco Casaubono: restano inedite alcune di queste, e tutte le indirizzate a Filippo Duplessis Mornay, e forse più altre ignote a’ bibliofili. Queste latine versano tutte su materie canoniche, e di preferenza sulle beneficiali. Sono brevi, erudite, piene di critica e di assai dilettevole e proficua lettura. Lo stile è puro, vibrato, sentenzioso al solito e pieno di brio e di naturalezza. Malgrado la semplicità e alcuni vocaboli nuovi, indotti o dalla scienza che tratta o per bisogno di stile famigliare e necessario, vi si vede una profonda cognizione della lingua del Lazio e delle sue bellezze, e somma facilità nel maneggiarla e farla piegare ad ogni argomento. E convien credere che il cardinal Pallavicino non le avesse mai lette, o supporre in lui una buona dose d’impertinenza, se osò dire che Frà Paolo era poco intendente di latino.

Neppure queste lettere sono immuni da mutilazioni e interpolazioni, e tra le stampate può il [p. 143 modifica]lettore averne un esempio nella seconda fra quelle al Leschassier la quale è un frammento della XIX, e nella XXX dove è incastrato uno squarcio di altra lettera non pure fuor di luogo, ma che imbroglia affatto il sentimento; e parimente l’epistola settima al Gillot è terribilmente mutilata.

L’epistolio di Frà Paolo offre una lettura amena per molti aneddoti curiosi e per lo stile lepido con cui è dettato, ed è utilissimo a conoscere la storia di quei tempi; essendo che, le italiane massime, versino molto sulle faccende politiche della giornata. Onde io credo che farebbe cosa giovevole chi si occupasse a raccogliere tutte quelle si conoscono, e pubblicarle unitamente; e poichè gli autografi sono perduti, nè vi è più speranza di emendare il testo alla genuina lezione, converebbe usare il lume della critica, corregendo gli errori di stampa o di trascrizione, riempiendo i vacui dov’è possibile di farlo, levando le interpolazioni manifeste, notando le dubbie, e riunendo a’ suoi luoghi i pezzi slegati.

Dissi che gli autografi sono perduti, e pare che vi abbiano egualmente contribuito protestanti e cattolici, ciascuno nell’interesse di far sparire i monumenti delle proprie manomissioni; molti parlarono della loro esistenza, ma, come dell’araba fenice, nissuno li vide. Il cardinale Pallavicino riportando nella Introduzione alla sua Storia del concilio di Trento alcuni frammenti epistolari del Sarpi, con un giro tortuoso di frasi lambiccate ed equivoche vorrebbe quasi farci credere di averne veduti gli originali; ma se ciò intese, è facile convincerlo di falsità. Ho anch’io copia di quelle lettere; di una ho [p. 144 modifica]già riferito la variante; altra ei ne cita colla data 13 aprile 1611, nel mio esemplare è invece degli 8 giugno 1610, e confermano questa data i successi politici di cui ivi si parla. La data erronea è prova che il Pallavicino non ebbe l’originale, ma una copia. Cita una lettera latina senza data: questa omissione è sicuramente da imputarsi al copista; nel mio manoscritto ha la data 17 agosto 1610. Le altre che nomina nelle Lettere prefazie sono identiche colle stampate poi a Ginevra, e il cardinale confessa che gli furono trasmesse di Francia, e non accenna chi gliele cavasse dall’autografo, e confrontando i frammenti suoi colle ginevrine si riscontrano ivi pure differenze di rilievo.

Frà Paolo aveva relazioni e corrispondenze a Roma, a Napoli, in Sicilia, in tutti i paesi dove erano ambasciatori o residenti della Repubblica, e in Francia, in Olanda, in Germania, in Inghilterra, fino in Spagna e fino nelle regioni barbare della Turchia: le sue lettere versano sopra oggetti famigliari, novità politiche o letterarie, critica, storia, jus civile e canonico, teologia, scienze, lettere, arti, a cui sapeva a tempo innestare aneddoti curiosi che toccano oggetti storici, caratteri di grandi personaggi, facezie e motti piccanti. Delle più desiderate, dico le scientifiche, appena ne rimane alcuna: tutte le altre andarono disperse, ma più ci duole per quelle scritte al gran Galileo.

Il catalogo degli amici e corrispondenti suoi sarebbe lunghissimo; pure è merito dell’opera di far conoscere i principali. In Venezia quanto vi era di illustre per sapere, per pratica di negozi e per [p. 145 modifica]buona fama erano tutti del circolo di Frà Paolo: quasi tutti i patrizi andati in ambasciata o i segretari di essi carteggiarono con lui; fu tra questi Antonio Foscarini ambasciatore in Francia e poi in Inghilterra, Francesco Contarini, ambasciatore a Roma; Tommaso Contarini, ambasciatore in Olanda, poi a Roma; Gregorio Barbarigo, ambasciatore a Torino, poi negli Svizzeri e a Londra dove morì; Francesco Priuli, ambasciatore alla corte cesarea a Praga; Gianfrancesco Sagredo console generale nella Siria, ed altri moltissimi.

Fra gli uomini di Stato esteri, oltre ai nominati nel corso di questo libro, cioè Ferrier, de Maisse, la morte del quale sentì con vivo dolore la sera in cui egli medesimo fu pugnalato, Du Fresne Canaye, Wotton, Wandermyle, êssi ad aggiungere Giacomo Bongars consigliere di Enrico IV e da lui impiegato ad importantissime imbascerie a Roma, in Germania, Ungheria, Boemia e Costantinopoli, letterato, critico ed erudito; il gran pensionario di Olanda Barnevelt, e secondo alcuni il gran pensionario Einsius; ma più di tutti Filippo Mornay, signore di Plessis-Marly, di famiglia illustre, congiunta di sangue coi Borboni, ministro ed amico di Enrico IV e governatore di Saumur. Fra gli eruditi, critici, filologi, teologi, giureconsulti e storici di gran fama, ricordo Isacco Casaubono, il quale non isdegnò consultarlo sulla sua traduzione di Polibio; e da lui si ebbe notizie intorno alla persona e al carattere del cardinale Baronio e materiali per le sue Esercitazioni sugli Annali di quel porporato: della qual cosa fu il Sarpi incolpato come di crimine contra al [p. 146 modifica]dogma. «Non è egli una prova della sua tendenza all’eresia, diceva un Curiale, l’avere somministrato al calvinista Casaubono documenti per scrivere contra gli Annali dell’Eminentissimo cardinale Baronio?» Aggiungo Ugone Grozio, Claudio Salmasio, Giangherardo Vossio, presidente Augusto de Thou e Giovanni Meursio. Quest’ultimo sembra che facesse conoscenza con Frà Paolo in occasione che accompagnò i figliuoli di Barnevelt in un viaggio d’Italia nel 1609.

Fra’ giureconsulti e canonisti sono Girolamo Groslot signore dell’Isle e balì di Orléans cui Frà Paolo conobbe di presenza in tempo che quello soggiornava a Padova ed a Venezia durante l’interdetto; Giacomo Leschassier avvocato del parlamento e già segretario nell’ambasceria di Polonia a Guido Fabre signore di Pibrac, quel medesimo che fu anco ambasciatore di Francia a Trento: amicizia procuratagli dall’anzidetto Groslot; Giacomo Gillot canonico della Santa Cappella e consigliere del re nel suo parlamento, dal quale, come dai fratelli Pietro e Giacomo Dupuy e da Simone Vigor (nipote dell’altro dello stesso nome che come teologo intervenne al concilio di Trento) ebbe preziosi documenti che poi essi pubblicarono, per servire alla storia di quel concilio; Giovanni Ottomano signore di Villiers, consigliere ecclesiastico del parlamento di Parigi e abate di San Medardo di Soissons; il celebre sindaco della Sorbona Edmondo Richer autore di pregiata istoria de’ concilii ecumenici e di altre opere in cui spiccano dottamente le massime avverse alla Curia romana; Giovanni [p. 147 modifica]figlio di Guglielmo Barclay inglese nato in Francia e morto in Roma, e gli avvocati francesi Arnaldo Buchel anco dotto antiquario, Luigi Servin e Pietro della Martelliere noto pel suo Playdoier contro i gesuiti; altri avvocati in molta voce a quel tempo Dollot, Leidresser, Dumoulin, Orman; ed Elia Asenmuller gesuita refrattario, autore di opere contro la Società che salirono a qualche grido.

E infine se parliamo degli scienziati, erano suoi amici Alessandro Anderson matematico scozzese, discepolo di Francesco Viète e autore di un supplimento all’Apollonius Redivivus di Marino Ghetaldi; Giacomo Aleaume matematico anco esso, fattogli conoscere dal Ghetaldi; e il celebre filosofo inglese Francesco Bacone di Verulamio, il padre della filosofia esperimentale, di genio vasto ed originale come Frà Paolo, e come lui nemico degli inciampi che offrivano i guasti metodi e il male inteso aristotelismo, e rintracciatore di nuovi secreti della natura.

Questa preziosa scelta di amici era non solo fra gli uomini più chiari per altezza d’ingegno, ma anco più rispettabili per sociali virtù; e se cattolici, tra quelli che si opponevano alle esorbitanze della Curia romana; e se eterodossi, tra quelli di più moderati sentimenti e di spirito conciliatore o che più si avvicinavano alla comunione cattolica. Tali erano Casaubono di cui i protestanti temevano ogni giorno la defezione; Grozio accusato d’indifferentismo perchè non voleva pigliar parte al furore con cui si battevano i teologi; e così Dallai, Salmasio, Vossio, che ad una squisita erudizione accoppiavano [p. 148 modifica]un giudizio sano ed imparziale, e lo stesso Mornay, pel suo credito chiamato il papa degli Ugonotti, era moderatissimo, nemico delle controversie, e più contrario, come tutti i protestanti illuminati, agli abusi del cattolicismo che agli usi di esso. Nè punto dissimili di costoro erano Wotton, Bedell ed altri degni dell’amicizia di Frà Paolo, del quale giusto mezzo nella elezione degli amici assai meglio che da arbitrarie presunzioni può uomo giudicare quali fossero le sue opinioni religiose.