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capo xxi. 139


Queste e mille altre deformità indussero i critici veneziani, primo tra cui il doge Marco Foscarini, gelosi della ortodossia del loro Frà Paolo, a credere che quelle lettere ginevrine non fossero sue; ma elle il sono senza dubbio. In mezzo ai patiti guasti e alle moltissime alterazioni vi si ravvisa pur sempre quello stile originale, vibrato, sentenzioso, epigrammatico e per così dire sarpiano; vi si ravvisa quella sua sintassi più veneziana che toscana: e chi è avvezzo a leggere le sue opere riscontra nelle lettere la massima rassomiglianza di pensieri e di stile. Il Foscarini, giacchè gli altri non hanno fatto quasi altro che copiarlo, si appoggia principalmente a varii francesismi, a sgrammaticature, a frasi inintelligibili. Ma ciò ha niente a che fare col testo, essendo colpa di un ignorante stampatore che l’ha stampata. È innegabile che in esse lettere vi sono molte lacune; che il copista ha lasciato nella penna frasi e righe intiere; che ad alcune manca il principio o il fine, altre sono mutilate di più o meno lunghi squarci, e ad altre furono incorporati frammenti fuor di luogo, e che debbono appartenere a diversa lettera. La medesima dappocaggine ha sfigurato quasi tutti i nomi propri, e moltissimi appellativi, da non sapere che dire si vogliano. Quanto ai gallicismi, stanno più nella maniera di scrivere le parole, usata dal copista o dallo stampatore, che nelle parole stesse, se forse anco non vi furono interpolati da mano idiota. Non so poi come l’acutissimo Foscarini abbia potuto cadere nellla congettura, o, per meglio dire, illusione ingegnosa, che quelle lettere fossero originariamente