Trionfi di donna/Il trionfo di Nadina

Il trionfo di Nadina

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Il trionfo della penna d'Airone Senape inglese o senape francese?

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IL TRIONFO
DI NADINA.


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Nella famiglia di Nadina, dopo la morte del padre, la colazione del mezzodì venne un po’ per volta a confondersi nel caffè e latte mattutino, ma il decoro degli abiti non subì modificazioni visibili.

Il fruttivendolo dimenticò di portare il solito cestello di frutta; ma il grazioso appartamentino che abitavano, vivo il padre, non fu sostituito con altro di minor prezzo.

Mancò il vino in cantina, ma non mancò una tazza di tè per le amiche.

Con questi umili espedienti fu conservato il decoro esteriore: la qual cosa pareva alla vedova quasi un dovere verso la memoria di quel povero morto, così laborioso, così felice tra i suoi figliuoli, e portato via così presto!

Ma le risorse del capitale erano pochine davvero: un rivoletto sottile e intermittente, un lucignolo che vive perchè non muore: fosse al[p. 100 modifica]meno bastato finchè i figliuoli avessero avuto un posto, e prima di tutti Nadina! Perchè molte erano le speranze in Nadina.

La mamma, volgendosi indietro — se ella pure fosse mancata — vedeva Nadina: i fratellini, guardando avanti, prima della mamma vedevano Nadina.

— Guai se il babbo, in paradiso, sa che tu non sei stato buono, Giulio! che tu, Rina, non hai fatto il compito, che tu, Righetto, non ti sei lavata bene la faccia! — così ammoniva Nadina: ma non c’era bisogno di ammonimenti. Erano così buoni quei tre cari, così pietosi con quegli abitini neri! Il babbo? Un nome, un simbolo oramai per loro, avvertito prima dall’abito nero, poi dal crespo nero al braccio che durò assai tempo, e — talora — da una carezza della maestra che diceva:

— Poveri piccini!

Lo stomaco, tuttavia, avvertì una maggior dose di polenta e di fagiuoli in luogo della frutta e dei dolci di una volta: ma lo stomaco quando il cuore non palpita e la pupilla non lagrima è un organo che trova in sè facili compensazioni.

Non così Nadina: non per effetto della polenta e de’ fagiuoli, ma perchè pensando al padre l’occhio avrebbe lagrimato spesso se non si fosse fatta forza nell’animo.

Ma la forza spesso non bastava e cadevano le lagrime silenziose. [p. 101 modifica]

Tutte, dunque, le speranze erano in lei, in Nadina, e speranze fondate!

Nadina parlava spedito il francese, scriveva con sicurezza e con garbo, apprendeva con facilità, disegnava benissimo. Sapeva inoltre egregiamente tagliare e cucire, fare un rammendo, un ricamo, e — virtù che le giovanette vanno perdendo di giorno in giorno — non disdegnava sorvegliare i fornelli e con la cura dar sapore alle povere vivande e variarle con arte. E benchè ella avesse un naturale talento per il bello e per lo studio, pur tuttavia un dolce istinto muliebre la conduceva spesso in un angolo caro per raccogliersi e lavorar d’ago, poichè attorno a lei la stanzetta, da lei rassettata, splendea.

«Brava la mia Nadina!» diceva il ritratto del povero morto.

E gli occhi di Nadina non lagrimavano perchè era forte e fiera, ma il piccolo vivo cuore, entro il petto di palpitante alabastro, mandava un guizzo d’amore.

Nadina inoltre era bella.

Ella era allieva dell’ultima classe magistrale.

E se la signora professoressa di disegno che aveva studiato estetica e anatomia, e se la signora professoressa di pedagogia che aveva studiato psicologia e fisiologia, e se la signora professoressa di ginnastica che aveva studiato anche lei qualche cosa in proposito si accordavano nell’affermare che Nadina era bella — anzi una [p. 102 modifica]bellezza — bisogna proprio credere che fosse tale veramente giacchè non è facile trovare tre donne d’accordo sul valore di un’altra donna.

Testa classica su di un collo ammirevole! Amore — il buon statuario — attendeva di dare luce e grazia a quel volto, fascino e risalto femineo a quella persona ancora di snello efebo.

Giacchè la pubertà, da poco fiorita, essendosi — come vento con vento contrario — abbattuta nel dolore, splendeva a pena nelle grandi pupille sotto la fronte sottile.

Tutto al più la signora professoressa di italiano correggeva il giudizio delle colleghe dicendo:

— Sì, ma una bellezza fredda! glaciale! insensibile! Non lo si vede dai compiti?

Ora bisogna sapere, a giustificazione di Nadina, che quella signora professoressa di italiano era un’ardente seguace della scuola estetica: tanto più ardente in quanto che era in ritardo; e i preziosi anelli, gli amuleti, le pietre, gli argenti che portava al collo, alla vita, alle dita; i preziosi aggettivi, le rare parole di cui costellava il suo dire; le supreme delicatezze, le audacie e i pudori non bastavano più a renderla estetica. Ella, poveretta, si sforzava a veder simboli, figurazioni, reconditi sensi e riposti colori in ogni cosa più semplice: un frutto era per lei un omaggio religioso della Terra: il tovagliolo della mensa si trasfigurava spesso in un Altare: bere [p. 103 modifica]un bicchier di latte simboleggiava un olocausto alla Purità.

Il modo di allacciare le scarpe, di modellare il taglio dell’unghia aveano un profondo significato per questa infelice. Ed era così commossa di questa sua penetrazione sensibile nell’anima delle cose che, se anche non sveniva, parlava sempre come persona che sta per svenire.

— Non vedete? non intendete voi tutto codesto che non appare, ragazze mie? — diceva alle scolare. — E quelle povere ragazze si dovevano sforzare a vedere tutto codesto.

Nadina era quella che ci vedeva meno. Per Nadina un tramonto melanconico di settembre era semplicemente un tramonto, ma per la professoressa era invece «un lento dilagare di luce tranquilla, di colori blandi evanescenti, di fluttuanti penombre morbide, indugianti nel pigro crepuscolo vesperale».

Ma anche senza pietre, senza simboli, senza anelli, senza aggettivazioni Nadina era estetica.

La egregia professoressa si faceva mangiare molto del suo stipendio dalla sarta e trottava tutto il giorno e si sfiatava per la cuffiaia e pel mercante di mode. Ma non riusciva a vestire come Nadina.

— Chi è la sua sarta? la sua cuffiaia, signorina? mi dica!

— Non lo so, signora, fa la mamma! [p. 104 modifica]

***


Il tempo passava dolcemente per Nadina, in quel dolce salire al vertice dei venti anni, senza impazienza, senza risvegli, senza passione.

— Che cosa ne farò, signora, di questa mia figliuola, adesso che ha il diploma? — domandò un giorno la madre alla Direttrice della scuola, che era una savia signora — la maestrina? la commessa di negozio? o la farò andare avanti negli studi?

— La commessa intanto no, cara signora; troppi pericoli, troppe tentazioni, e poi una vita falsa per la donna. La maestra in campagna? Ma chi è abituata in città mal vi si adatta. Ecco, tenti i concorsi del Comune e intanto la faccia studiare. So che ha molta disposizione per il disegno. Segua l’inclinazione, la mandi all’Accademia: dopo potrà aspirare ad un posto più conveniente; e poi creda, la sua signorina troverà di meglio prima ancora di avere il diploma. Così consigliò la buona Direttrice.

Nadina esultò dalla gioia quando seppe la decisione materna. Studiar pittura! Era il suo sogno segreto, la sua cara ambizione.

Per quattro anni visse felice all’Accademia, [p. 105 modifica]nella cara dimestichezza dei maestri, delle liete compagne, dei condiscepoli sciamannati e chiassosi.

Ma l’Aspettato non venne.

Vero è che ella non lo cercò nè lo attese: gli stessi condiscepoli avevano per lei un rispetto superiore a quello che si potesse richiedere. Quei poveri ragazzi le cui vanterie e le cui conquiste erano di un’audacia incredibile, al passaggio di Nadina si toglievano la pipa e salutavano abbassando l’ala dei gran cappellacci all’artista che sono una specie di anticipazione sulla futura gloria dell’arte.

Quanto bene volevano alla loro avvenente e signorile compagna! quanta festa il giorno in cui il professore di plastica volle modellare la bella mano di lei!

Ma chi avrebbe osato farle la corte sul serio? chi rivolgerle una parola d’amore? E ben sapevano che ella si occupava di amore! Un libriccino, legato con antico cuoio, che ella leggeva talvolta da sola negli ambulatori, era stato scoperto: «Le rime di Messer Francesco Petrarca»: vecchio libro di casa, testimone di antiche gioie spirituali per qualche antenato della sua famiglia.

Ma chi di quei poveri figliuoli, spesso in litigio crudele con lo stomaco, avrebbe a quella pura a quella sicura vergine rivolto la parola sublime? L’amavano tutti insieme. Ella dominava quella [p. 106 modifica]venerazione e sentiva un’ebra lietezza nell’essere donna. Conobbe in quel tempo rinomati artisti, ebbe dimestichezza con qualche canuto signore dell’arte e del pensiero, ma da pari a pari, perchè l’aureola della fiammeggiante e virtuosa bellezza era corona di nobiltà non inferiore alla gloria.

***


I dolori vennero poi quando ella, già donna, dovette lasciare l’accademia e guadagnarsi la vita. Quelle poche volte che si recò da personaggi autorevoli per commendatizie e favori ne uscì disgustata e in rivolta.

Gli occhi avidi la percorrevano tutta, scrutandola come per cercare qualcosa che in lei fosse e non era, come per dire: «così bella e cercate un posto da poco rame?» e non v’era offesa in queste parole: era giusta meraviglia per il tesoro della non comune bellezza, cui Amore, il buon statuario, già dava visibili rilievi.

Benchè vestisse con molta semplicità, tuttavia la sua persona avea bisogno di alcune rare finezze: era inutile per lei il monile d’oro, il profumo, la penna d’oriente; non inutile il guanto squisito, non inutili i puri lini costosi.

E quella finitezza aristocratica del vestire avea [p. 107 modifica]parvenza di gran dispendio e faceva dire alla gente: «Così riccamente vestita e cercate un ufficio di poco rame?»

Ebbe tuttavia qualche scuola, qualche commissione di ritratti e di quadri e qualche guadagno ne ritraeva, ma la sua femminilità domandava — non sapea ella come — maggior servitù e dispendio, quasi come un nume che si imponesse entro di lei e a cui ella stessa dovea rendere omaggio.

Conveniva cioè pagare l’opera d’Amore, il gran statuario, che al suo servigio destina la bellezza muliebre.

S’accorgeva inoltre Nadina che il sogno dell’arte che sui diciotto anni pareva facile, era invece difficile cosa e lontana. Così la montagna pare di agevole ascesa quando è vista da lungi e, quando vi si è per entro, atterisce e conturba.

Teste di bimbi, ritratti di donne, adorne tele, sì, il pennello di lei compiva con precisa eleganza, ma dare anima ai fantasmi del bello, impossibile!

Nadina lo sentiva, e il pennello cadea con tristezza dalla mano.

Il pennello dicea: «Fibra virile e di titano la mia arte strugge e pur domanda, o fanciulla!»

Dicea lo specchio: «Non te ne avvedi? L’arte e la bellezza sei tu! Due cose esser non puoi per la contraddizione che nol concede».

Talora un languore molle la possedeva e la [p. 108 modifica]tenea trasognata nel suo studiolo a rammendare con sottile arte un suo guanto, un suo indumento, a togliere una macchia dalle sue vesti.

«Povera figliuola!» diceva l’effigie del babbo.

***


— Mamma — disse un giorno Nadina — se questo ritratto lo pagheranno bene sai che faremo? Andremo al mare, in qualche stazione modesta e di poca spesa: anche lì dipingerò, farò degli studi dal vero. Una sposina vuole ornare il suo salotto e accolse la mia proposta di due marine. Ma più che altri è il medico che domanda per questi ragazzi un poco d’aria e di sole. E un po’ di sole, un po’ di viaggio anche per me dopo tanto inverno!

***


Fu così che in quell’estate la famiglia di Nadina si recò al mare.

Si recò in una spiaggia ignota non che ai manifesti ed ai Baedekers, ma finanche alla comune geografia. [p. 109 modifica]

È un villaggio di pescatori in su le gran dune del mare.

Per due o tre ville signorili, vi sono cinquanta o sessanta casette o meglio capanne con tanto ordine disposte che sembrano piovute dal cielo su quella spiaggia; di ciò solo accorte, cioè di non cadere l’una sull’altra: nessuna in fatti sale più in alto di un piano terreno. Quando vien la state, i pescatori intonacano quelle loro casette, le scopano, vi aggiungono un letto, una tavola, due sedie, alcuna suppellettile. Così affittano pel luglio e per l’agosto. Essi poi dormono o nelle loro barche o in certe capannette di brulla e di cannucce, o mandano l’asino a serenare e ne usurpano il posto. Ma se misero è il luogo, grande è il sole, e, stillante tuttavia delle azzurre acque del mare, batte in sull’aurora la diana alle chiuse imposte delle capanne. Piccole betùlle, civettuole e canore, crescono liete: i tamarischi pallidi e salsi, fanno sottili siepi e qualcuno ne cresce arboreo, anzi gigantesco per la natura dell’umile pianta.

Bellissima poi e alquanto discosta dal villaggio si eleva una gioconda selva di pini: il dolce pino italico, la snella pianta gentile e secolare i cui fusti quasi purpurei e nudi e eccelsi sorreggono un diadema di fronde di smeraldo.

Quei pini, cento e cento, parevano esser corsi per vedere il mare.

Sulla riva si erano arrestati. [p. 110 modifica]

I più audaci e i più giovinetti quasi si specchiavano nell’onda e facevano festa e richiamo ai barchetti quando approdavano dal largo.

In quei mesi dell’estate due o tre bottegucce si riforniscono di olio, di salumi, di paste.

Persino un barbiere vi pianta la insegna e affila i rasoi. I villani del contado vi smerciano galletti, uova, frutta, verdura, latte con grande festività di grida e di richiami.

Umile è il luogo, ma lieto e vario il costume, come quello di cenare all’aperto. Quando viene la sera, le tavole sono imbandite davanti alle capanne: si accendono i lumi da giardino, si ricambiano, di capanna in capanna, saluti e parole gioconde.

Nadina aveva avuto notizia di tale angolo riposto in una descrizione di un giornaletto letterario, la quale descrizione portava questo titolo strano: «Il paradiso dei bimbi». Si informò se quella per avventura non fosse stata un’invenzione di poeta. No! era cosa vera! Trovò il nome su di una carta geografica, e un orario di ferrovia indicò come vi si potesse arrivare.

Propose il luogo alla mamma, e vi trasportarono in sul finire del luglio i Penati sotto forma di numerose valigie.

L’economia del luogo avrebbe compensato la spesa del lungo viaggio.

Nadina prese in affitto una capannetta come tutte le altre: muri imbiancati di fresco, la porta [p. 111 modifica]che quando è aperta fa da finestra, tre camerette e la cucina. Un pergolato di campanelle, arrampicanti sulle cannucce intrecciate a losanghe, ride davanti la porta e veste quella umiltà.

Come risero di gioia in quel giorno dell’arrivo i fratelli di Nadina quando seppero che quel sole, quel mare, quella spiaggia era loro proprietà: la proprietà del buon Dio! come si sbandarono per le dune del mare a bere il sole!

— Ma il cappello, Giulio, ma tu, Rina, l’ombrellino — aveva detto Nadina in sull’uscio e in gran faccende per mettere a sesto la dimora.

— Lasci andare, signorina, il sole presso il mare non nuoce.

Un uomo che passava aveva detto così, assai dolcemente.

— Ma un’insolazione, signore, è presto presa. Qui non c’è medico, non c’è farmacia, siamo donne sole....

— Il sole vicino al mare — replicò l’uomo — è buono, buono come questa spiaggia: non tema, li lasci correre liberamente.

E l’uomo si era allontanato togliendosi nel salutare un suo gran cappello di paglia bianca.

Quell’uomo in ogni altro luogo fuorchè in quella spiaggia dove i bimbi e anche le giovanette andavano scalze, molti giravano in semplice accappatoio, le signore avevano abolito l’uso dei cappelli — sarebbe parso assai strano.

Sandali francescani ai piedi nudi, un abito di [p. 112 modifica]rigatino, più che semplice, negletto, bel profilo signorile e dolce, dolce sguardo, alta e forte persona, barba bionda, virile, fiorente in pieno meriggio della vita.

Quell’alta figura si allontanò lungo le dune lentamente.

Anche i pennelli e la tavolozza di Nadina furono lietissimi: le barche, le vele latine, i pini snelli coronati di verde, i grandi sciami dei bimbi, alcuni de’ quali stupendi, formavano la messe di colore e di linee che Nadina avrebbe raccolta.

Con tele adorne, con arazzi e altre fantasie, Nadina ricoprì la nudità delle pareti e indulgendo al costume della spiaggia, anche lei alla sera imbandiva la mensa sotto le campanelle all’aperto con la lampada da giardino, contro cui le falene venivano in gran folla dolcemente a morire.

Spesso in su le prime sere notò fra le molte ombre che passavano, un’ombra che si arrestava e le parve quella dell’uomo dal gran cappello di paglia bianca. Osava a pena fermarsi da lontano, e scompariva.

***


Ma oltre alla casetta, bisognava pensare al capanno di paglia in sulla riva del mare per fare il bagno, e Nadina, nuova ancora a quella vita, stava contrattando con alcuni pescatori per [p. 113 modifica]farne erigere uno, quando una cameriera elegantissima, in cuffietta bianca e niente scalza benchè sull’arena, le si accostò e disse: — La mia signora mi manda a dire che se lei vuole approfittare della sua capanna, faccia pure! —

Nadina ringraziò, guardò a torno e osservò, meglio che prima non avesse osservato, non lungi da sè sulla spiaggia un piccolo attendamento signorile.

Da una gran sedia di vimini con frange e cupolino veniva fuori un volto e una capigliatura color carota, e su quel volto si disegnava un sorriso benigno con gli angoli delle labbra in su: e il sorriso e una mano che sporgeva, dicevano: «Siamo noi che offriamo!»

Presso alla sedia era piantato un tavolino con giornali, sigarette, cestello con ricamo: il tutto al riparo di un ombrello enorme multicolore, fissato sulla spiaggia. Sedia, tavolo, ombrello riparati alla lor volta da un elegantissimo camerino da bagno di fine e graziosa fattura, inverniciato a colori vivaci.

Un compiuto attendamento alla cui guardia stava un terribile enorme cane danese.

Nadina si accostò.

Il cane danese scoperse i denti e ringhiò.

— Approfittate mio capanno, io non potere più prender bagni. Orribile gente ha sporcato il vostro bel mare. Accomodatevi!

La fantesca pose uno sgabelletto di vimini [p. 114 modifica]alla nuova venuta e la signora accennò che si facesse più presso per evitare «vostro orribile sole!».

La signora che così parlava a Nadina vestiva di bianco purissimo, tutto merletti bianchi, fuorchè il volto e i capelli, color carota. Volto non bello ma geniale, occhi fosforescenti; età, quarant’anni, dichiarati. Non che li dichiarasse ella: li dichiaravano essi stessi.

Ella si dichiarò per Mrs. Evelyne Taylor di Boston, vedova! e dicendo «vedova» sigillò subito col fazzoletto le due pupille che divennero rosse — Oh, yes!

Nadina corrispose presentandosi per Nadina X*** di Torino.

— Torino c’est presque la France — sclamò esultando l’esotica dama. — Oh, finalmente trovata persona civile in questo orribile paese. Bicchierino cognac contro l’orribile sole? Noh? Cigarette? Noh? Allora capanno! Sentir prima vostra madre? così avete detto? ah, benissimo! Non potere signorina come voi spogliarsi in questi capanni di paglia che vedete là, dove c’è une salété rivoltante.

L’offerta era gentile, ma Nadina prima di accettare, volle avere alcuna informazione su questa dama che parea eccentrica oltre al limite concesso a chi è ricco e straniero; e siccome sulla spiaggia le conoscenze sono facili e pronte, seppe quello che poteva sapere e che si sapeva. [p. 115 modifica]

Era sbarcata quivi con gran treno di servitù; e locando la villa più bella e più grande. Da principio tutto splendid, tutto buono, tutto bello; adesso tutto orribile e tutto sale. «In ciò non ha torto: questi pescatori sono sporchi, inguaribilmente sporchi. Ma non saranno nè i saponi nè i disinfettanti di cui l’americana faceva da prima larga distribuzione nè i sarcasmi di adesso che li correggeranno. Bisogna supporre che il sudiciume per la povera gente che non ha sempre da coprirsi e da ripararsi, costituisca una specie di impermeabile naturale, un isolante agli agenti esterni altrimenti non si spiegherebbe l’affetto che hanno per quelle loro incrostazioni.

Oh, avvenivano scene graziosissime! Da principio erano sciami di monelli che le turbinavano d’intorno domandando la elemosina.

«Niente carità, mai dare carità: prendi invece questo: non vedi che tu es sale? oh, quelle saleté!»

E distribuiva degli ottimi saponi. I monelli si allontanavano con degli sgambetti di festa, e l’americana era felice di quell’entusiasmo per i suoi saponi, e della sua pronta cura di incivilimento dei petits sauvages. Ma l’illusione fu di breve durata. I saponi finivano nelle botteghe e se ne faceva incetta. Del che ella fu indignatissima. Inoltre quel continuo ripetere sale e saleté originò il nomignolo di signora «Salina» che scandalizzò molto la dama. [p. 116 modifica]

Però più che tutto questo deve avere contribuito al suo malanimo un’altra ragione meno confessabile: La signora avrebbe voluto essere qui considerata come una regina da tutti, con omaggi, vassallaggi, ossequi, baciamani.

Ma la gente vien qui per fare i bagni e godere la propria libertà, nè d’altronde in questa provincia si conoscono quelle raffinatezze degli usi, della moda, delle convenienze la cui violazione costituisce per lei il supremo oltraggio. La vertu c’est la politesse! Ma questo assioma moderno qui è poco inteso. Quindi disgusti, malintesi, maldicenze. Ora la dama ha messo le muraglie della Cina attorno a sè con la guardia del cane danese. Piccole miserie, insomma!»

Queste le informazioni.

Esse però non erano tali da dover rifiutare l’offerta e Nadina accettò più pei fratelli che per sè. Una saettia di legno di cedro, squisito lavoro di perfezione e di grazia, già aveva attirate le voglie de’ due fratelli, giovinetti oramai fiorenti nella bella adolescenza.

Capanno, yole o saettia, come meglio vi talenta chiamarla, servitù, marinaio, tutto fu posto a disposizione di Nadina e de’ suoi.

Quando poi Mrs. Evelyne seppe che Nadina dipingeva, che parlava il francese, furono grandi oh! grandi Jesus! di ammirazione. Nadina inoltre accettava volentieri una tazza di tè «mentre questi sauvages non bevono che dell’orribile vino». [p. 117 modifica]


La compostezza rigida e signorile della bellissima fanciulla piaceva molto alla ricca dama; e il complimento più ingenuo e più ammirativo era questo: «Non parete nè meno italiana».

Non pari ammirazione aveva Nadina per la dama: pareva quasi studiosa che la relazione non mutasse in intrinsichezza, come colei mostrava gran desiderio.

La dama straniera rappresentava per la fanciulla un’eccellente sedia di vimini all’ombra per la mamma, la saettia per i fratelli, e perciò aveva cara la nuova conoscenza.

Nadina con occhio materno li vedeva per il meraviglioso, docile, dolce mare correre rompendo co’ remi il compatto cristallo dell’acqua. Rina la sorella, quindicenne fra poco, reggeva le due corde del timone, e le risa della loro festività giovane, nell’ebrezza del correre per l’onda consumando la esuberanza dei muscoli, giungeva sino a lei.

— Come sono felici, come sono giovani! — diceva Mrs. Evelyne osservandoli col suo occhiale. «Come sono giovani!» echeggiava nel cuore di Nadina. Essi, giovani, in sui quindici anni, non più lei, oramai.

E il seno, cui Amore, il grande artefice, avea già ben modellato, si elevava sospirando.

Breve del resto era il dimorar di Nadina sulla spiaggia e più la dilettava il tentare in sulla [p. 118 modifica]tela di riprodurre un raggio di quella luce e di quel mare.

— Non viene Nadina? — domandava Mrs. Evelyne alla madre.

— Credo che lavori.

— Oh! — e questo «oh» voleva dire: «Nè meno una parola di più! Noi americani sappiamo tutta l’importanza e il rispetto che meritano il lavoro!»

Più spesso dunque che alla spiaggia ella si stava in casa a dipingere e più spesso ancora nella Pineta.

Alla spiaggia rimaneva la mamma la quale rispondendo sempre di «si» e accettando sempre il tè, andava d’accordo benissimo con l’americana.

***


Fra la colonia de’ bagnanti, gente assai allegra e provinciali alla buona, Nadina godeva reputazione di aristocrazia.

Nè ella nè alcuno de’ suoi avevano detto nè anche alla lontana che fossero nobili e ricchi, ma non erano nemmeno in obbligo di esporre al publico le loro condizioni finanziarie più che modeste. Onde la voce sul conto loro suonava: aristocrazia e ricchezza. L’essere provenienti da [p. 119 modifica]grande città, un certo riserbo, nessuna concessione all’andar scalzi e alla buona, il saper di francese, certe raffinatezze nella vita e negli usi avevano dato credito a queste voci.

La sola concessione che Nadina aveva fatta e ben volentieri agli usi del luogo, era stata quella di non portare il cappello.

Cotesto riserbo, il non prendere che poca parte a gite, a balli, a feste mettevano Nadina nella condizione di bellezza «fuori concorso» e la risparmiavano dagli strali della maldicenza e della invidia.

Era poi singolare e commovente l’ammirazione di quell’umile popolo di marinai e di villani per quella bellezza virtuosa e trionfale.

Quel popolo così orribilmente sale, — chi sa? — forse alcuni secoli addietro era stato cavaliere tutto e assai latinamente gentile. Vestigia ne apparivano manifeste: il rispetto alla donna!

Oh, non per nulla quivi, presso i progenitori di quei pini, fiorì la nuova rima dolce d’amore!

Il rispetto alla donna!

Non una parola, non uno sguardo insistente da quel rozzissimo popolo! Se stretto era il sentiero, si faceano da un lato perchè ella passasse, e quanta cortesia di umane proferte fra quella plebe sfiorata a pena dal sillabario! Nella sua città, ben culta, oh, come diverso il costume del popolo!

Il solo complimento che ella si sentisse rivolgere fu una domenica in chiesa. [p. 120 modifica]

Chiesa non propriamente, chè la parrocchia è lontana, ma una piccola cappelletta ove si officia soltanto ne’ mesi d’estate per comodo de’ forastieri.

Poche dozzine di persone essa può contenere; e la più parte del popolo ascoltano la mirabile mistica storia della passione di Cristo sotto una tenda che già fu antica vela e conobbe la tempesta del mare. Ora difende quel popolo dal sole. La domenica quivi si officia e la leggenda del sacrificio mirabile cade — stilla preziosa — nel cuore degli umani.

Fra quella folla silenziosa la figura di Nadina sopravanzava. Vestita di bianco, uno zendado azzurro le fascia la testa e le passa come un soggòlo monacale sotto il mento.

— Pare la Madonna!

Questa fu la parola, ed era stata detta da un pescatore nel momento che ella, finita la messa, si facea largo per tornare a casa.

Ma allora un’altra voce si udì:

— Beatrice di Dante — ed ella volse l’occhio.

Era stato l’uomo dai sandali francescani.

Nadina fissò. Il complimento, retorico, le era parso uno scherno. Ma vide l’uomo chinare il volto e arrossire vergognosamente d’essere stato sorpreso.

Nadina ne fu turbata.

Il dì seguente, mentre dipingeva nella Pineta, sentì un passo dietro di sè.

Si volse. [p. 121 modifica]

Era l’uomo dai sandali in attitudine rispettosa, col cappello in mano.

— Signorina — disse l’uomo arrossendo tuttavia — il luogo è male adatto per parlare ad una donna; lo riconosco, ma il bisogno di giustificarmi è anche più forte. A me, ieri in chiesa, è venuta fuor delle labbra una parola banale. Ma io le giuro due cose: la prima che essa non era detta con intenzione: e mi crederà considerando che un uomo, alla mia età e come me, sarebbe da esporre al vituperio publico se osasse rivolgere a lei un’espressione amorosa: la seconda è che io non avevo nessuna idea o voglia che ella sentisse. Io solo sentii nascere entro di me quella parola, eppure lei ha udito! Io ne sono mortificato dolorosamente e vorrei che ella mi perdonasse.

Nadina sorrise a quel bizzarro discorso e sorridendo, guardava l’uomo che così andava parlando. Se un’alta fronte — largo campo alle battaglie del pensiero — non avesse parlato in favor suo, ella avrebbe così giudicato di lui: «anima di fanciullo imprigionata in un corpo d’uomo.» E fu per questo, cioè per la sincerità e la ingenuità che trasparivano da quel volto, che Nadina disse schiettamente:

— Caro signore, una donna non può offendersi di una simile parola se non quando la giudicasse irriverente o detta per beffa, il che non posso credere per rispetto a me ed a lei. [p. 122 modifica]

***


Di questo singolare personaggio non fu difficile a Nadina sapere vita morte e miracoli.

— Io sono un uomo relativamente felice, signorina — disse l’uomo — perchè un certo benessere materiale mi ha dato e mi porge libertà di seguire i miei istinti di osservatore e di filosofo. La mia vecchia ed ottima madre provvede ad ogni mia minuta ed umile cosa personale, un mio amorosissimo fratello, minore di me, è ragioniere e uomo d’affari. Egli sorveglia l’azienda domestica, così che io non ho da pensare a nulla per questo lato, inoltre — tranne la passione di viaggiare che mi prende di quando in quando — io sono di così pochi bisogni com’ella può vedere osservando la mia persona esteriore. Che cosa sarebbe stato di me se avessi dovuto lottare per il pane quotidiano? Fremo al pensarci. Ma forse la natura avrebbe provveduto e, chi sa? con mio beneficio. Mi avrebbe distolto dalla via per la quale mi sono messo e dalla quale non ho ricavato alcuna soddisfazione. Proprio nessuna!

È da molti anni che io mi affatico intorno a questo antico problema, posto già nettamente da Aristotele, rinnovato in ogni tempo e specialmente nel tempo nostro: vedere cioè per quale [p. 123 modifica]via si possa assicurare all’uomo la maggior somma di felicità e di benessere, di verità e di giustizia. Ma come il chimico non può separare alcune sostanze se non col pensiero, così io dopo avere cercato di isolarmi, di sterilizzarmi per così dire da tutti gli errori, le tradizioni, i pregiudizi, mi sono accorto che nel laboratorio chimico del mio pensiero non è possibile isolare nè la felicità nè la verità. Esse vivono in quanto sono mescolate all’errore!

Sono venuto sempre a questa conclusione: due e due fanno quattro, uno meno uno forma zero: gli uni hanno ragione, ma anche gli altri non hanno torto. Ha ragione l’anarchia, ma la legge non ha torto. Ha ragione lo spiritualismo, come ha ragione il positivismo materialista: non hanno torto le masse socialiste, e non hanno torto gli aristocratici del blasone e del denaro: ottima la pace, ma necessaria la guerra. Meravigliosa l’idea di un’unica umana famiglia, e pure santa l’idea della patria. Si progredisce con una gamba e si va indietro con l’altra.

Ho scritto anche qualche cosa in proposito, ma la critica, pur lodando i miei umani intendimenti, ha giustamente rilevato le mie innumerevoli contraddizioni. La conseguenza quale è? Eccola: io non ho amici in nessun partito o scuola filosofica. Nella vita sociale, intellettuale, politica sono, ahimè, un non valore! Intanto eccomi qui, mandato per cura dal medico e dai [p. 124 modifica]miei, con proibizione assoluta di leggere e di scrivere. Mia madre, facendomi la valigia, non mi ha permesso altro libro che l’orario delle ferrovie. Cammino, anzi per maggior agio ho adottato questi sandali, faccio bagni di sole, di mare e cammino, cammino come vuole il medico: una vita molto igenica che mi ha migliorato d’assai. Ma che vale riposare il cervello dai libri se trovo poi da discutere col piccolo insetto, col fiore, col cielo? L’umanità, signorina, almeno in quanto è rappresentata a me da me, è inguaribilmente infelice!

— E la donna — domandò sorridendo Nadina — la donna, questo meraviglioso fiore delle cose create, non è stata presa in attento esame nel suo laboratorio?

L’uomo aggrottò le ciglia.

— Mi permetta, signorina, di non rispondere a questa domanda.

— Perchè?

— Perchè la risposta non le piacerebbe.

— Le permetto ampia libertà di risposta.

— La donna — disse colui timidamente a gran fatica — io la considero esclusa dalla umanità ancorchè sia esteriormente a noi molto conforme. Non per pazzia! L’umanità è formata dall’uomo. La donna ne è semplicemente il lievito.

— Protesto in nome del mio sesso! Io invece ho un’altissima opinione di questo lievito e mi glorio di appartenervi. [p. 125 modifica]

***


Il personaggio era grazioso e piacque a Nadina. Con esso era lecito addentrarsi nei profondi recessi della Pineta, o andar lungo le dune del mare.

Ma l’uomo dai sandali, che si vantava fine osservatore, quando camminava insieme a Nadina era per lo meno un osservatore distratto od ingenuo. La donna invece fiuta l’uomo con un senso di meravigliosa finezza e precisione; e Nadina aveva senza intenzione ma per semplice istinto fiutato l’uomo dai sandali e l’avea classificato fra la categoria dei maschi innocui, in questo senso che egli era di quelli che rimangono atterriti davanti alla Bellezza. Vedono una vetta eccelsa, la adorano, credono che lassù non si possa salire, che vi abitino soltanto gli Dei, e invece gli svizzeri hanno piantato sulla montagna persino un albergo a prezzo fisso. Alpinisti ciabattoni! Un attentato adunque da parte sua sarebbe stato impossibile, anche nel più denso della foresta. Era inoltre cosa piacevole per Nadina vedere su quel bel volto umano riflessi tutti gli effetti che la sua feminilità completa produceva in lui. Pura acqua tranquilla non meglio riflette gli oggetti circostanti. [p. 126 modifica]

La artista e la donna ne erano in pari grado confortate.

L’uomo dai sandali era inoltre fornito di coltura larga, profonda. Egli era un bello scrigno pieno di gemme, ma serrato. Era un bel vivaio di preziose piante di sapienza e di esperienza, ma seminate in un terreno profondamente sterile: la Bontà.

I bacilli del Male, meravigliosi agenti di fecondazione, non trovavano l’ambiente adatto al loro sviluppo.

L’uomo, appunto per essere tale, vedeva le cose con un daltonismo morale assai curioso e talora mescolava osservazioni profonde a vane sciocchezze, come questa:

— Lei così bella, non teme di andare sola con un uomo? non teme quel che ne può dire la gente?

Rispose Nadina:

Noi siam fatte da Dio, sua mercè, tale Che la vostra miseria non mi tange

ed oltre che per la ragione espressa da Dante, sappia che io fui sempre abituata ad una relativa libertà fin da ragazza, e più se ne avessi voluta.

— Chissà quanti....

— «Quanti amanti» lei voleva dire. Ebbene, ecco che le è scappata di bocca un’altra sciocchezza. [p. 127 modifica]

L’uomo arrossì, e si scusava dicendo che non voleva dire «amanti», che non voleva usare questo vocabolo così volgare riferendosi a lei.

— Come si confonde per poco — e Nadina sorrideva lietamente — ma dica pure «amanti», è una parola onestissima e che molto mi piace: soltanto mi dispiace di non averne avuti.

L’uomo fece un atto di incredulità.

— Ma sa che lei dimostra ben poco spirito a non credere a quello che io dico? «Le donne sono bugiarde» ecco, non lo dice, ma gli si legge in fronte. Bugiarde quelle che non possono essere sincere, ma io perchè dovrei nascondere se avessi avuto uno o due amanti?... La verità vera è che non ne ho avuti: moltissime adorazioni....

— Molte proposte di matrimonio — suggerì timidamente l’uomo.

— Di quelle poi nè meno l’ombra con mio grande dispiacere.

— Inverosimile!

— Anzi, verissimo.

— Evidentemente la grande sua bellezza, mi conceda questa espressione audace (e l’uomo pronunciò quella parola timidamente credendo che la donna ne dovesse arrossire, ma la donna non arrossì) ha reso timidi i suoi adoratori. E in verità chi dei mortali oserebbe sposare una Dea?

— Ed ecco detta una terza o quarta sciocchezza. [p. 128 modifica]

— Perchè signorina?

— Perchè contiene nella sua forma di complimento iperbolico una grave offesa. Lei viene a dire in bel modo che io non sono una donna adatta alla vita domestica, e invece io mi sento discretamente portata per la vita di casa. Mi piace dipingere, scrivere, leggere, ma non disdegno brandire la mestola o far saltare la casseruola. Uomo incredulo, non c’è che il fatto che la possa persuadere?

***


L’uomo incredulo si era costituito una specie di servitore di Nadina. Nella dimestichezza della vita del mare, in quel facile comporsi e scomporsi delle relazioni, in quel vivere familiare di tutti, la cosa non destava alcuna critica o maldicenza. Se non era l’uomo dai sandali, erano altri signori e giovani e giovani donne che si accompagnavano a Nadina nelle belle passeggiate o a veleggiare sul mare, giacchè la riserbatezza non voleva dire stranezza, e stranezza sarebbe stato il vivere troppo diversamente dalla vita che tutti facevano. Nadina stessa era sorpresa della confidenza e della familiarità piacevole a cui la induceva quell’uomo semplice e [p. 129 modifica]strano, ingenuo e sapiente. Una vena di letizia fraterna le si apriva quando si trovava in sua compagnia.

***


— Uomo incredulo — disse un giorno Nadina (e il sole folgorava nel cielo di mezzogiorno e le diafane campanelle del pergolato non avean la forza nè meno di segnare un’ombra sul terreno) — uomo incredulo, si fermi qui sulla porta e mi dica che profumo ella sente.

— Un profumo di intingolo delizioso.

— Ebbene allora si avanzi ed entri! — e lo guidò nella cucinetta presso i fornelli. — Guardi quest’umido da cui emana un così eccitante profumo.

Non strabili: sono pomidori autentici: il tutto preparato con le mie mani. È persuaso che anche le dee sanno far da cucina?

***


Ma Mrs. Evelyne non la pensava così. Mrs. Evelyne non potè a meno di dire il suo pensiero a Nadina.

— Io avere dovere di mettere in guardia voi, signorina, così gentile, contro un grave pericolo. [p. 130 modifica]Lei è molto amica con uomo dai sandali. Io invece ho dovuto licenziarlo da mia casa.

— Perchè, signora?

— Perchè uomo scandalosissimo. Intanto è più sale di tutti. Senza calze, indecente! E poi bisogna sapere che cosa ha fatto a Venezia, quando io era a Venezia. Io saper tutto.

— Che cosa ha fatto?

— Nientemeno che un libro su l’affranchissement de la femme, dove sostiene spudoratamente l’amore libero: un libro da scandalizzare non solo le signorine; ma anche le signore ne sono rimaste indignate. Un uomo, dico, scandalosissimo. — E concluse con un climax di esclamazioni esotiche che in lei valevano ad esprimere il sommo dello sdegno o della meraviglia, secondo i casi.

Nadina sapeva per esperienza che tutti gli issimi della buona signora erano dei pleonasmi: il sole d’Italia glieli faceva dire.

— Molto grave — disse tuttavia Nadina la quale, più che grave, trovava strano che un uomo trattasse tanto risolutamente una materia di cui pareva così poco esperto.

— Oh, gravissimo! — confermò la signora. — Il divorzio va bene. Tutti noi dei paesi civili avere il divorzio; l’Italia non paese civile e perciò non avere mai divorzio. Ma l’amore libero! Pfui!

— Ma come l’ha saputo lei?

— Quando era a Venise è scoppiato questo scandalo: tutto il mondo ne parlava! [p. 131 modifica]

***

— Ne sappiamo delle belle sul suo conto, caro signore — disse il dì stesso Nadina all’uomo dai sandali.

Lei si è permesso di scrivere un libro così scandaloso che una fanciulla per bene non potrebbe nè meno pronunciarne il titolo senza vergogna. Questa non me la sarei mai aspettata da un uomo come lei.

L’uomo arrossì e disse:

— Questa viene dalla signora americana.

— Precisamente!

— Ora lei deve sapere che la signora americana ha un odio feroce contro di me; sommi questo odio con le sue esagerazioni e capirà ciò che ci può esser di vero in tutte le infamie che avrà dette sul conto mio.

— E perchè questo odio?

— Nient’altro che per questo perchè: nei primi tempi, prima che lei venisse, eravamo intimi, ed io mi sono permesso di osservarle che nell’insultare Italia e Italiani si poteva avere una onesta misura: questa per esempio: insultare di proposito, direttamente. Non domandavo molto, mi pare. Ma ella non riesce a formare un periodo anche sulle cose più indifferenti e diverse senza [p. 132 modifica]innestarvi un’ingiuria atroce, villana, satirica su questo disgraziato paese. La mia pazienza ha tollerato fin che ha potuto, facendo finta di non udire, di non capire. Ma un giorno non ne ho potuto più e le ho osservato che se è vero che la politesse è la più importante delle virtù, la politesse insegna ad avere un poco di riguardo per il paese e per gli abitanti dei quali si è ospiti.

— Imaginiamoci!

— Oh, sì! credo che anche i crini della perrucca abbiano sibilato di sdegno. E che risposta: Parlò in nome di tutti gli stranieri e di tutti i possessori dei Baedekers con su scritto Italy: «Noi ospiti? Noi padroni che veniamo qui a dare a voi nostro danaro.» Ma non se ne è accorta anche lei, signorina, che pur di dir male dell’Italia, ella, evangelica fanatica, si entusiasma persino del papa ce pauvre grand vieillard, unico uomo (italiano, si intende) respectable?

Nadina sorrise.

— Già noi sorridiamo, ma talvolta l’animo si gonfia di sdegno.

— E il famoso libro? — chiese Nadina.

— Il famoso libro non è che una traduzione di un libretto francese il quale mi è piaciuto per la sua limpidezza e sincerità, e sopratutto per il coraggio con cui tagliava netto questa bizantina questione del matrimonio e del divorzio.

Io non so se la questione dal lato storico e giuridico e, se vuole anche, dal lato sociale sia [p. 133 modifica]stata trattata a fondo e bene, ma dal lato naturale, cioè di assicurare all’uomo e alla donna la maggior somma di felicità, era svolto così sicuramente e onestamente che tutte le considerazioni di opportunità e di convenienza passarono in seconda linea.

Certo sono convinto che la legge ferrea del matrimonio è ai dì nostri un ben strano anacronismo storico e sociale. Veda quale immonda fioritura di vizi, di delitti e di malsane passioni — delizia di una letteratura pornografico-sociale — ci fiorisce d’attorno!

— Così che lei, caro signore, mettiamo il caso, pur amando una buona fanciulla, in omaggio ai suoi principi, non domanderebbe mai la sua mano di sposa? — chiese Nadina sorridendo.

Ma non avea nè meno proferite queste parole che vide l’uomo impallidire, mettersi la mano sulla fronte, e poi?

E poi fuggì.

***


Nei giorni seguenti l’uomo dai sandali fu più tosto riservato e contegnoso con Nadina.

— Si può sapere che cosa ha ella con me? sarei io che dovrei averla con lei che ha scritto un libro compromettente. [p. 134 modifica]

— Che cosa ho? Ma scusi, ma perchè si piglia ella giuoco di me?

— Io giuoco di lei? Si spieghi.

— Non ha ella detto: «così che lei non domanderebbe mai la mano di sposa ad una fanciulla amata?»

— Sì! e questa domanda è forse un’offesa?

— Non è un’offesa — affermò l’uomo — ma uno scherzo atroce.

— Perchè? Non crede degno ad una buona fanciulla di salire sino all’altare, la vorrebbe sposare alla zingara come dice nel suo libro?

L’uomo fu lì lì per iscappare una seconda volta. Ma Nadina lo fermò:

— Via, si spieghi!

— Io non ho autorità, io non ho autorità — diceva l’uomo miseramente crollando il capo — io finirò con l’impazzire sul serio: io non ho autorità presso nessuno, nè uomini nè donne: tutti si prendono giuoco di me: io potrei accumulare tutta la sapienza di Salomone e tutta la virtù di Socrate, e gli uomini si prenderebbero lo stesso giuoco di me. Lo scherno degli uomini lo sopporto ma quello di una donna bella no, mi pare lo scherno di Dio.

— Ma dice sul serio? — chiese Nadina aggrottando le grandi ciglia.

— Sul serissimo.

— Allora lei deve essere veramente ammalato.

— Ammalatissimo, signorina. [p. 135 modifica]

— Pare anche a me, perchè io non ho nessuna intenzione di offenderla: il mio affetto fraterno...

— Ah, ecco la parola! — fremette l’uomo quasi lagrimando — Io, perchè sono un uomo onesto, retto, morale, non ho inspirato alla donna che degli affetti fraterni: per me tutte le donne furono caste, pudiche, virtuose. Io quando tradussi quel libro — ingenuo io e l’autore — giudicai come un fatto universale il fatto che accadeva in me, ed ho condannato la legge del matrimonio nel nome della felicità della donna. Ma che legge! La donna anzi vuole la legge per avere la voluttà di poterla infrangere: la donna combatterà sempre la libertà dell’amore naturale per la medesima ragione che combatterebbe la nudità se una legge la imponesse. La donna vuol essere vestita per il piacere di potersi denudare. Eva ha creato la prima toilette! Tutti gli impedimenti, i riti, le paure, i giuramenti, le ipocrisie, i veli sono i meravigliosi afrodisiaci di cui dispone la donna per sè e per il maschio. Infrangerli, profanarli i riti, ecco la suprema voluttà! Più dolce è il pane furtivo, più soavi le acque nascoste!

Gli occhi dell’uomo che così parlava, avevano bagliori di pazzo esaltato: ma l’occhio calmo e severo di Nadina, posato su di lui, lo tranquillò un poco.

Erano nella pineta: il sole incendiava lo smeraldo dei gran diademi di verdura. [p. 136 modifica]

Nadina, poichè lo vide più calmo, gli prese dolcemente la mano e disse: — Non teniamo conto di tutte le brutte parolacce che le sono a sua insaputa venute fuori di bocca. Mi cavi semplicemente la curiosità, mi dica soltanto perchè lei non mi sposerebbe!

Strana cosa! A Nadina il caso generico si era mutato, così all’improvviso, in un caso personale e, prima ancora di riflettere, aveva detto «mi sposerebbe»; appunto perchè questa idea era nel volto e nelle parole dell’uomo. Se ne pentì; ma troppo tardi! La parola era già pronunciata.

— Sposare! — gemette l’uomo. — Ma io celebrerei tutti i riti, non solo quelli di Madre Chiesa, ma mi adatterei a tutte le consacrazioni dell’amore stabilite dai più remoti popoli: ma ci pensi e troverà che è un assurdo.

Le pare che un uomo di trentacinque anni, che non rappresenta nessun valore sociale e politico, che è affetto dal tædium philosophorum possa contrarre legami di nozze con lei? Lei bellissima, lei che ha così profondo il senso della sua feminilità da farle dire come disse, si ricorda quel giorno? «la donna è la più bella e perfetta cosa della creazione, è la creazione stessa!» Ma per lei, in qualsiasi modo ella si unisca, ci vuole un uomo che rappresenti uno splendido valore umano, riconosciuto dagli altri uomini e che si riverberi poi su di lei. Io, se anche fossi ricco, non le potrei offrire che uno stato umile, appunto [p. 137 modifica]perchè umile è l’anima mia. Lei dice «io ho disposizione per la casa, io mi compiaccio delle faccende domestiche.» Sarà anche. Dio tolga che io dubiti della sua sincerità, ma è il fatto che ella non ha ancora la percezione esatta, precisa delle sue potenze muliebri. Imagina lei che è artista, Venere dea che prepara lo stufato in cucina, o concepisce Aspasia ed Elena che fanno il bucatino del bimbo? Non sente l’inverosimile?

Minerva non fa la calza, Cesare non fa il copista, e lei non può, non deve nè meno essere donna di casa, o se lo diventasse sarebbe un sacrificio così inumano da averne poi pentimento.

— Lei, caro signore — disse Nadina freddamente — è molto ammalato.

— Lo so anch’io, signorina, e ho piacere così morrò presto.

— Sì, ma lei non sa quale è la sua malattia. Glielo dirò io: Lei è ammalato di grave esaltazione mentale: lei combina le domande e le risposte tutte da per sè e in una volta e così può sostenere qualunque paradosso perchè è sempre lei che ha tutte le parti nella commedia. Per quel che riguarda la mia umile persona le dirò che nelle sue parole ci può essere qualcosa di vero. Io non sono nata per il matrimonio. Ho domandato così per dire. [p. 138 modifica]

***


— Sapete signorin Nadina grande novità di ier sera? — domandò il dì seguente Mrs. Evelyne.

— Io non so niente.

— Allora dirò? io: Quell’orribile uomo è partito.

— Chi? il signor X***?

— Precisamente, partito autenticamente: visto io alla stazione con le scarpe, con il colletto e con la valigia. Partito! Nous en sommes délivrées.

***


Partito veramente!

E la lettera di commiato fu recapitata a Nadina la sera stessa: lettera assai strana. Confessava la sua passione per lei. Diceva avere ella pieno diritto di tormentare, perchè essere questa una forma di rara e squisita voluttà per la donna. Non poter però egli più resistere e perciò fuggire. Del resto esser pronto ad esserle servitore e ubbidiente ad ogni suo imperio se ella lo avesse richiesto. [p. 139 modifica]

***


Nadina non conservò: strappò lentamente questa lettera.

E nei dì seguenti la decisione di Nadina era presa.

Molte volte, prima incerta, da poi insistente, noiosa anche, la ricca e bizzarra Mrs. Evelyne avea fatto questa proposta a Nadina, e poi che Nadina non ci sentiva da quell’orecchio, alla madre di lei:

«Come sarei felice, mia cara, se vostra figlia volere venire con me, come dama di compagnia.» Non le assegnava verun lavoro od ufficio che avesse sembianza di servitù «basta leggere un poco; vostra bella voce, deliziosa.» E, o fosse sicurezza che non avrebbe accettato o lusinga per indurla al suo volere, aveva offerto una ricompensa vistosa, superiore a tutti i guadagni fatti insino a quel dì col pennello.

— Si viaggerebbe?

— Oh, sì, viaggiare. Quando viaggio aver bisogno dama di compagnia, molto gentile.

La signora soffriva di certi suoi terrori della morte e una dama di compagnia le era o le pareva necessaria per allontanare questo macabro fantasma: dama di compagnia prima di tutto, [p. 140 modifica]poi vivaci letture, poi cognac, tè, cigarettes in gran copia: ecco la cura!

Deplorevole! Anche offrendo i suoi cinque milioni (la signora non aveva nessuna vergogna di far sapere che non possedeva di più; capitale irrisorio per far la gran vita nella sua patria dalle stelle gloriose; obbligata quindi per economia a viaggiar di continuo, fermandosi a pena un paio di mesi, Aprile e Maggio, a Parigi, l’estate in qualche stazione climatica), deplorevole, dico, che anche offrendo tutti i cinque milioni non si possa arrestare la morte!

La signora però è convinta che un Edison americano qualsiasi arriverà a tale scoperta.

Pur troppo per lei sarà tardi!

Come Nadina parve accogliere tale idea, la dama ne fu felice, anzi entusiasta e volle in quel dì stesso tutto stabilire e determinare chè tale prontezza è costume d’America.

Dolci terre d’Oriente e di riviera segnavano l’itinerario invernale della signora. L’artista ne era sedotta e la sorella contenta giacchè quel guadagno assicurava gli studi al fratello maggiore.

— Vi pare una stranezza passare sei mesi e più dell’anno viaggiando? Per voi italiani forse, ma noi stranieri facciamo dell’hôtel, del transatlantico, dello sleeping-car una specie di abitazione normale, un home in movimento. È piacevolissimo. È un mondo che conoscerete molto [p. 141 modifica]volentieri. Tutto dipende dal saper fare. I mezzi sono oggi così perfezionati che saper viaggiare è una vera scienza.

Voi italiani, passata appena la frontiera, siete subito all’estero; noi anglo-sassoni siamo da per tutto in casa nostra. In qualunque luogo del mondo dove sbarchiamo ci attendono i nostri costumi. È un dovere di ospitalità alla nostra razza!

Tali erano le idee se non le parole di Mrs. Evelyne nel preparar la giovane compagna alle sue lunghe peregrinazioni.

Questo nuovo genere di vita incominciò per Nadina in sul finire del Settembre: da prima stentò ad abituarsi, poi ne provò soddisfazione e piacere.

***


Se invece di Nadina fosse stato l’uomo dai sandali — che soffriva del grave male dell’osservazione cronica — a condurre quella splendida e variatissima vita, avrebbe notato come essa costituisca una specie di privilegio meraviglioso, appena intravisto dagli immani greggi degli uomini lavoratori, incatenati all’ufficio, all’officina, alla professione, al dovere; i quali, in parte, questa gran vita preparano, elaborano con il mirabile [p. 142 modifica]complesso dell’opera singola. Privilegio non condannato in nessun programma rivoluzionario o sociale appunto perchè figlio della civiltà, del progresso e della scienza: vita della vita! Privilegio dove vivono liberi e con speciali leggi i nuovi Re.

I Re anonimi dell’Oro.

L’impressione che ebbe Nadina fu di respirare in un’atmosfera nuova.

Un servizio meravigliosamente organizzato attendeva in qualunque parte del mondo questi anonimi Re. Nessun re di Corona ebbe mai tante regge e palagi, e sotto le palme e fra le lande gelate e fra gli eccelsi monti, quanti attendevano Mrs. Evelyne e Nadina.

Navi meravigliose; alberghi splendenti come castelli incantati; eserciti muti e pronti di servi; fiori preziosi nell’aspro inverno adornanti la mensa del treno che fugge, attendevano Nadina e Mrs. Evelyne.

Quale enorme somma di umano e immane lavoro per rendere facile la vita a questi privilegiati Re dell’Oro!

E come si otteneva questo privilegio? quale eroica preparazione, quale veglia d’armi conveniva fare?

Nessuna veglia d’armi, nessun diploma o emblema: bastava fare semplicemente, come faceva Mrs. Evelyne con molta grazia e pratica, cioè mettere in movimento il massimo degli accumulatori [p. 143 modifica]umani — accumulatore non contemplato nei testi di fisica: l’oro! e siccome l’oro è pesante e ingombrante, esibire volta a volta alcuni esilissimi foglietti di carta.

L’umanità che vive nei cupi sotterranei del lavoro e che mette in moto tutta questa splendente macchina di piacere e di bellezza, ha qualche volta delle convulsioni di ribellione e di odio.

Ma i Re anonimi, i Re inafferrabili dell’oro ridono, come potrebbe ridere il micròbo a chi lo inseguisse con la spada. Buttano alquanto più di oro nella bolgia sotterranea.

E l’oro, cadendo, stride e ride come olio su le fiamme.

L’umanità incatenata bestemmia, odia più e più, e lavora più che mai per dar libertà e agevolezza di moto a questi pochi felici.

E l’oro, per fatal legge, ritorna nelle mani d’onde era partito!

Per qualche tempo a Nadina soccorse la memoria di questa umile Italia lontana, della sua stanzetta dove il ritratto del babbo pendeva dalla parete, e le labbra di lui dicevano: «brava Nadina!»

Poi un po’ per volta queste imagini perdettero di forza e finì per trovar bello, anzi magnifico, trionfale quel genere di vita sempre in moto, ma un moto che si compiva così dolcemente come quello di una cuna che ninna o si muove sui tappeti silenziosi.

Avea appreso anch’ella a spregiare il minuscolo [p. 144 modifica]pane plebeo delle vertiginose abbaglianti mense, a trovar logici i costumi esotici, a trovar supremamente belli i pranzi ne’ grandi alberghi, ne’ suntuosi piroscafi tra fasci di luce, scintillar di brillanti, spalle ignude.

Oh, semplici e lieti pini dell’Italia lontana, come eravate lontani oramai dal cuore di Nadina!

Aveva finito per trovar naturale quello strano amalgama di audace e di cauto, di inverecondo e di correttissimo che era nei costumi di quella gente eterogenea. Eterogenea ed eteroclita, eppure uguale e alla pari.

Non dite che l’uguaglianza l’ha creata Prudhomme, che l’internazionale è figlia della mente di Carlo Marx!

In quella gran vita che Nadina viveva, tutti erano uguali, internazionali, cosmopoliti.

Il re delle carni porcine si trovava gomito a gomito alle splendenti mense col re della Borsa e del tappeto verde. I brillanti della gran mondana scintillavano all’unisono coi brillanti della lady aristocraticissima.

Il fumo della sigaretta dell’avventuriero si intrecciava nella stessa sala con le spire della sigaretta dell’erede di un trono.

La politesse, la suprema delle virtù, uguagliava e amalgamava quel mondo eteroclito.

E così pure Nadina non provava più disgusto alle letture che doveva fare a Mrs. Evelyne. Le subiva.

Letture bizzarre appartenenti ad un’arte così [p. 145 modifica]diversa da quella del piccolo Petrarca che aveva portato con sè, letture di cui la strana donna meravigliosamente si compiaceva. E a Nadina conveniva leggere!

Una sete insaziabile di godimento possedeva Mrs. Evelyne. Un bell’abito, un bel colpo d’occhio, un bel gesto, uno scandalo del gran mondo, un avvenimento fuor del normale la eccitavano come un liquore prezioso. I casi più miserandi della vita erano da lei riguardati con calma addirittura ieratica. Capace di profondere oro per un capriccio puerile, incapace di spendere un centesimo per asciugare una lagrima.

In quella febbre di sensazioni anormali trovava nei libri il massimo eccitamento. Una mostruosa passione la commoveva sino alle lagrime: gli affetti comuni e santi la lasciavano indifferente. «Saltate — diceva alla sua leggitrice — questi sentimentalismi europei». Ella, insomma, apparteneva naturalmente a quel gran publico per cui esteti e psicologi si affaticano ad elaborare la loro mostruosa arte novella.

No, Nadina non poteva essere così! E nel non essere più quello che era e nel non poter divenire ciò che era Mrs. Evelyne consisteva il suo martirio segreto.

Ma sempre e dovunque Nadina si trovasse, e nel vestire e negli atti, faceva capire quale era la sua condizione: ella era e voleva essere domestica, dama di compagnia, nulla più. [p. 146 modifica]

Ciò indispettiva la dama. — Fra noi va bene — costei dicea — ma davanti al publico fate male: voi avete graziosissimi abiti, ma non avete toilettes. Permettete che ve ne acquisti.

Nadina rifiutò sempre questa offerta.

— Non parete nè meno giovane italiana — concludeva Mrs. Evelyne.

***


Era il tempo in cui Amore, il buon statuario, ha compito l’opera sua. Era il tempo che la donna sente il bisogno di far sè devota e sottomessa all’imperio dell’uomo.

Se ciò non avviene cadono in breve le corolle della bellezza, chè questa è la legge del buon statuario.

Ma vi era qualcosa per cui Nadina era invincibile e si irrigidiva.

Se una parola ardente di amore fosse in quel tempo caduta su lei, ella sentiva che si sarebbe trovata miseramente indifesa.

Ma quella gente non amava. Tutte le sensazioni erano a loro possibili, non l’Amore!

No! Mai nessuna parola d’amore, nessuna dolce, timida, cara parola fremente, ma sempre quegli occhi dei re dell’oro fissi invariabilmente su lei come a dire: «Vostro prezzo, miss, mademoiselle, fräulein?» secondo i casi. [p. 147 modifica]

Oh, l’ossequio, la cerimonia, la politesse!

Un manto di ermellino intatto, ma quegli occhi grifagni e freddi dicevano pur sempre «Vostro prezzo?» E ciò la irrigidiva.

***


Questa vita vertiginosa durò tutto l’inverno.

Quando venne l’aprile Mrs. Evelyne trasportò le sue tende a Parigi.

Legata come era alla dama, vi conveniva condurre la vita che a lei piaceva e conoscere quello che ella gradiva di conoscere.

La mattina, in giro pei gran magazzini a provar vestiti e a fare acquisti: dopo colazione la solita passeggiata ai Campi Elisi o al Bosco di Boulogne o talora alle Corse o visite a famiglie della colonia americana: la sera al teatro e, di solito, alla Comédie Française.

Gran vita signorile insomma che colse Nadina in un periodo in cui l’anima sua era presso che annientata, la molla della volontà, infranta.

Mrs. Evelyne invece era nel suo centro, nel colmo della sua gaiezza; Nadina vinta da una melanconia senza nome.

— Cosa avete, amica mia? — domandava talora la dama — la vita di Parigi vi annoia? — e cercava di distrarla quanto più poteva. [p. 148 modifica]

Un brivido, uno sconforto senza nome dominavano Nadina nel trovarsi al contatto di quella enorme fiumana elegante, mentre la carrozza s’incrociava, fendeva, vi s’aggirava per entro: dentro le fiamme di un alito caldo, che non era quello del sole!

Ed era sopratutto oggetto del suo stupore quell’immane accozzaglia di donne, splendenti di rara bellezza, adorne de’ più strani abbigliamenti; erano le deturpazioni provocanti del trucco, l’abbagliante scintillio di tanto oro e di tanto orpello sotto quel bel sole di maggio; era quella ridda infernale dei colori più strani, quegli atteggiamenti provocanti e decorosi nel tempo stesso che offendevano voluttuosamente la sua vista, sconvolgevano la sua mente, annichilivano il suo essere. E con gli occhi incantati guardava ma non vedeva.

Chi erano quelle donne? L’Idolo. Perchè cercare o scoprire chi fossero: la virtù o la colpa? il Bene o il Male? Era l’immane Idolo.

Cercava Nadina, con un ultimo sforzo, di frugare in fondo al suo animo per ritrovarvi qualcosa di buono, di santo, di antico. Nulla! Tutto era svanito, come un aroma prezioso di cui si è obliato di otturare il coperchio.

E l’obbligo di rispondere al cicaleccio della compagna! La gran dama e la gran mondana ottenevano da Mrs. Evelyne il medesimo tributo di oh! ammirativi. [p. 149 modifica]

Le une e le altre formavano una cronaca di vario ma non dispari interesse: cronaca splendente al sole, che non offendeva più.

Ma di ciò che passava nell’animo di Nadina nulla balenò o comprese, nè poteva ella comprendere.

Tutto al più osservava che era molto pallida: che gli uomini la guardavano molto: che l’avrebbero guardata di più se avesse ceduto alle sue esortazioni di vestire qualche abito più appariscente.

In altri tempi e in altre circostanze queste parole avrebbero provocato lo sdegno di Nadina; ora non più! La molla dello sdegno era spezzata, e poi la dama non avrebbe compreso il suo sdegno, e poi le parole di lei erano senza intenzione, corrette, nel modo stesso che la sua vita esteriore era di una correttezza compiuta: nulla che non fosse conforme a dama e a gran dama ella aveva notato nella vita di Mrs. Evelyne, e l’altezza delle relazioni che costei aveva in Parigi la confermava in questo pensiero e le acquistava prestigio. Di che dunque sdegnarsi?

Ma nei pochi momenti di raccoglimento nella sua stanza d’albergo, maggiore era il pallore, più orribile il vuoto.

E non solamente la voce della coscienza non reagiva più, ma quella vita febbrile e pazza le parve un po’ per volta la vera vita: necessari e belli le parvero quei riti del lusso, e con terrore pensava [p. 150 modifica]che domani quelle mille futili e preziose cose sarebbero per lei state altrettanti bisogni.

Sapeva che fra poco avrebbe dovuto riprendere la vita umile, laboriosa, parsimoniosa di prima, e non se ne sentiva più la forza.

Anzi la vita insino allora condotta, virtuosa ed attiva, le parve una vita sciupata.

Sì, vita sciupata!

***


Fu in cotale stato dell’animo che Mrs. Evelyne disse a Nadina che quella sera si sarebbe andati au Gymnase.

Cleo de Merode, l’étoile belge, questa splendida incarnazione della bellezza muliebre, vi si produceva per una delle ultime sere.

Il Gil Blas ne faceva una descrizione meravigliosamente estetica, piena di affascinanti particolari.

Nadina protestò debolmente. Non le pareva conveniente che due signore sole andassero ad una rappresentazione del demi-monde, e tentò di dissuadere la signora.

Ma ella rispose con un americano e imperioso io so che, tradotto, voleva dire: io conosco l’ambiente e non voglio osservazioni!

Quella sera Nadina attendeva su di una poltroncina, [p. 151 modifica]presso il bureau dell’Albergo, che madame finisse una delle sue interminabili toilettes.

Fissava, fra i molti giornali, il Gil Blas che portava lo schizzo della donna che in quei giorni affascinava Parigi.

Avventure di re, fiamme di brillanti turbinavano davanti agli occhi della fanciulla.

E attendendo e guardando, questi versi di un poeta italiano le si fissarono davanti:

Per quella notte don Petro a corte
Non ospitò
E il giorno dopo, cangiando sorte,
Di Spagna al trono Pachita andò.

— Voi andate questa sera au Gymnase, mademoiselle? — disse una voce dietro di lei.

— Oh, no! — rispose Nadina arrossendo, — noi andiamo questa sera, come il solito, alla Comédie Française, almeno io credo.

— Ah! Madame mi avea assicurato il contrario.

Chi aveva interrogato così era un giovane e bellissimo signore, col quale già aveva fatto il viaggio da Alessandria a Marsiglia. Si era legato di amicizia con Mrs. Evelyne, anzi vantavano ragioni di reciproca conoscenza e parentele comuni.

Nessuno più discreto e perfetto gentiluomo di costui, ma di nessuno gli occhi avevano chiesto con maggior insistenza: «Insomma, quanto volete?»

Ventura od elezione avevano fatto trovare costui [p. 152 modifica]nel medesimo Hôtel dove erano le due donne in Parigi.

L’ossequio del signore era tale che non si poteva essere con lui scortese.

In quella scintillò e strascicò giù per la scalea l’abito di Mrs. Evelyne.

La carrozza era pronta.

In sul salire Nadina tentò un’ultima volta:

— Non si va proprio alla Comédie?

— Avere detto andare au Gymnase — rispose la dama e in tuono così esplicativo che voleva significare: «io pago e voi dovete seguirmi».

Vous verrez — diceva Mrs. Evelyne frattanto in tuono più dolce — elle est toute couverte de pierreries. Galleria degli Uffici a Florence valere meno, oh molto!

Nadina non rispose: non avrebbe mai voluto arrivare au Gymnase, e invece il trotto dei cavalli quella sera era più rapido che mai. Dai tigli dei boulevards vaporava un caldo profumo di primavera.

I suoi pennelli, la sua arte! Oh, miseria delle miserie! quando avrebbe ella mai guadagnato altrettanto, pur lavorando tutta la vita? quando un raggio di gloria avrebbe cinto la sua fronte come quella che splendeva intorno al nome di Cleo de Merode?

Oh, miseria delle miserie!

Entrarono in un palchetto di primo ordine.

Bastò un’occhiata a Nadina per comprendere [p. 153 modifica]il luogo dove era piombata: Mrs. Evelyne stessa parve a disagio e sfuggiva l’occhio della fanciulla che nettamente la interrogava: «Signora, perchè avete voluto condurmi qui?»

Evidentemente quell’«io so» era stato pronunciato con troppa fretta; e quella platea splendente, zeppa, magnifica di cortigiane autentiche, osservate nella libera manifestazione dell’arte propria e in casa propria per giunta, offendevano il decoro anglo-sassone di Mrs. Evelyne: il color di carota del suo volto assunse una tinta pavonazza: soffocava di bile.

Non di bile, ma di ultime fiamme si accese invece il volto di Nadina; e per il pudore di parer pudica tra quella impudicizia trionfale che la serrava da ogni lato, teneva gli occhi sul programma dello spettacolo, quando uno scoppio di applausi, spontaneo, fragoroso, unanime le fece levar la fronte.

Una prima cantatrice era apparsa, poi una seconda, poi un’altra ancora.

E allora un fatto strano si compì in Nadina.

Quell’applauso solenne, interminabile, da fare invidia alla persona più grande della terra, quel bianco scintillare di nudità e di brillanti, il raccoglimento religioso di quella folla parvero a Nadina come la celebrazione di un rito: anzi del grande antico rito. Quello che prima era sembrato mancanza di rispetto a se stessa, diventò quasi omaggio reso a se stessa. [p. 154 modifica]

Breve la lotta tra l’ammirazione e lo sdegno: poi soggiogata, vinta, incatenata al suo posto, con un fermento del sangue entro il corpo immobile, fissò quelle splendenti femine, quasi serafiche e quasi beate nella impudicizia sicura. Poi più nulla, poi null’altro che un’ansia che il sipario si levasse ancora, un’avidità angosciosa di udire, di vedere sempre di più: quando uno scroscio di nuovi applausi la scosse.

Salutavano Cleo de Merode.

Fra lo scintillio dei brillanti di cui era coperta, quasi vestita come le imagini miracolose dei santuari, feriva uno scintillio più forte: quello de’ suoi occhi.

E intanto l’applauso, fragoroso, cresceva; saliva sino al delirio. Un fremito, una febbre scuoteva il teatro. Inabissare parea dovesse il teatro: uomini e donne lanciavano fiori, parole, grida: e lei, ieraticamente composta, sorrideva a pena, e danzava.

Sorriso della vita, incarnazione della vera vita parve a Nadina la meravigliosa femina.

Un’ombra proiettava su quella luce, ed era la sua esistenza umile e occulta: e Nadina la maledisse nel cuore e sorrise a quella luce e a quel trionfo: l’una palma della mano cadde sull’altra, inconsciamente. Applaudì!

Era scomparsa Cleo de Merode: qualcosa di nuovo avveniva sulla scena, qualcosa che Nadina non ben comprese: fissava e non comprendeva. [p. 155 modifica]

Ma uno scoppiare intorno a lei di risa; di lascive, di sguaiate risa la fecero avvertita di quel che accadeva.

Guardò a torno, e vide la scena rispecchiarsi nel volto di tutte e di tutti: ella solo non rideva, riguardò per un attimo il palcoscenico, e comprese.

Una mima eseguiva laidamente una scena di ciò che «in camera si puote».

L’incanto fu rotto. Come nelle fole, il castello magico sfumava, la fata si trasformava in serpe e in orrida strega. Non rito, non amore, non sogno! Commercio anche qui: scienza del dare e dell’avere: domanda ed offerta. Quanto valete, miss, mademoiselle, fräulein? Dite vostro prezzo! E la nausea montò alla gola della fanciulla.

Nadina scattò in piedi: guardò nell’interno del palco. Vide Mrs. Evelyne pure in piedi e il cameriere che posava il mantello sulle spalle di lei.

— Questo è shocking — disse Mrs. Evelyne che qualche cosa doveva pur dire.

Nadina non rispose; e in quel punto un più nutrito scoppiar di risa, risa ironiche, sarcastiche si levò: balenarono volti, occhi, piume, gioielli, volgendosi dalla lor parte.

Salutavano la fuga delle due donne.

Nell’atrio un uomo attendeva calmo, sorridente.

Era il giovane signore americano.

— Oh, shocking! — ripetè a costui la dama, facendo un gesto di orrore. [p. 156 modifica]

Il giovane rispose con un sorriso.

Ma Nadina non disse nulla: gli occhi di lui, pur nell’inchino, pur nell’atto servile di aprire lo sportello della vettura, erano fissi su lei, audacemente fissi, ed ella li senti penetrare come pugnali con questa domanda: «Dunque?»

***


— Voi siete molto pallida, mia cara ragazza — disse Mrs. Evelyne quando la vide comparire al mattino seguente — ma permettete che ve lo dica: quel pallore e quell’aria truce da giustiziera vi danno un fascino irresistibile. Ah! se fossi nata uomo non so quali follie avrei commesse in vostro onore! (questo insieme all’altro «voi non sembrate nè meno italiana» erano le due supreme espressioni di lode che Mrs. Evelyne rivolgeva a Nadina — ambedue non bene accolte). Se non vi dispiace, affrettatevi. Ho dato appuntamento alle undici da Pasquin. (Si trattava di uno sfarzosissimo abito in grande scollato che Mrs. Evelyne aveva commesso per una serata di gran ricevimento in casa di una famiglia americana).

Nadina era ben pallida! E in verità solo al mattino aveva velato le pupille. Un senso di nausea avea tenuto agitate le belle membra per [p. 157 modifica]tutta la notte tra le insonni coltri. Nausea non per le imagini impure viste la sera. «Impure?» parevano domandare brutalmente gli occhi grifagni dell’uomo, «ma a quale altro ufficio vi ha consacrate Natura quando rivestì di tanto fascino e di tanta bianchezza, di tanta deità le carni miserabili destinate — ultimo tributo fatale — alla terra?»

Miserabili ipocrisie!

Nausea materiale piuttosto, nausea strana di quella vita artificiosa in cui da mesi era trascinata, nausea presso a poco consimile a quella provocata dai cibi che le erano ammaniti sulle splendenti mense, cibi irriconoscibili, disfatti, putrefatti in salse eccitanti, che lasciavano inerte il dente e lo stomaco: nausea per quegli uomini tuffati, sommersi in una gelatina di convenzioni, di cerimonie, di lascivia insieme, senza mai uno scoppio di passione, senza che un grido d’amore redimesse o compensasse quel orribile, nauseabondo, continuo «quanto valete?».

Nausea sopratutto di sè, che pur ripudiando tutto il suo passato di semplicità, di modestia e di lavoro, non avea il coraggio di tuffarsi nel vortice di quella vita che da mesi e mesi le faceva irresistibile invito: nausea del languore e del torpore che la possedeva come un lento e voluttuoso narcotico. [p. 158 modifica]

***


Nadina era abituata a far la mula del medico durante le lunghe attese ne’ gran magazzini di mode, e talvolta attendendo o rispondendo distrattamente alle domande di Mrs. Evelyne, che la consultava sulla scelta de’ colori e degli ornamenti degli abiti, scorreva quel suo piccolo Petrarca. Erano le melodiose dolci parole italiche come un richiamo, come un’evocazione che le risvegliava, per effetto dei suoni, il pensiero, l’anima, il colore e il paesaggio d’Italia. Oh, quale voce di inesausta trionfale passione si sprigionava dal riposato, mortificato e sacro verso d’amore di quell’antico e meraviglioso poeta!

Ma Nadina in quel luminoso mattino, mentre il sole faceva scintillare tutte le meraviglie lucenti e preziose, e gli specchi di una riposta saletta di prova, sedeva inerte ed attonita, senza più pensiero.

Venne la commessa che depose sul tavolo la gran veste, con il rispetto degli arredi sacri. Le sete, le trine, i merletti risuonarono nel posare come metalli preziosi.

Con la commessa si accompagnava una di quelle mute e statuarie creature che sono deno[p. 159 modifica]minate mannequins, pupe o fantocci, perchè servono per la prova delle vesti.

Costei già si accingeva a svestirsi, quando Mrs. Evelyne, rivolta a Nadina, disse:

— Vi dispiacerebbe, ragazza mia, di provare voi questa toilette? la vostra persona mi pare più adatta.

Quelle parole tolsero la giovane dal suo torpore.

Si levò e si appressò allo specchio docilmente.

Le due commesse allora si accinsero a toglierle gli abiti che a’ suoi piedi, come antiche spoglie, cadevano l’una dopo l’altra.

E allora l’abito fu sovraposto alle carni con la solennità di una vestizione o di una consacrazione: per un po’ le mani delle giovani attesero, posando, adattando; poi si scostarono pianamente, in silenzio per contemplare.

Lievi gridi di ammirazione sorgevano accanto a Nadina.

Passò qualche istante.

Un lampo passò folgorando negli occhi di Nadina.

Aveva visto sè trasfigurata, rinnovata, rinata nella grande specchiera, più grande e, più che bella, terribile quasi in quel grande scollato, con quell’enorme strascico che la ingigantiva sollevandola quasi, come sopra un altare. Un sorriso le germogliava sul labbro.

Sorrideva, dunque!

Era l’anima nuova, di dentro, che rideva: era [p. 160 modifica]la calma per l’equilibrio che si veniva alfine formando tra questa anima nuova e il mondo circostante: era il piacere per la fine dell’angoscioso dissidio che durava da mesi: era il bagliore del suo nudo seno, proteso allo specchio, che le ricordava le carni ignude della sera prima, premiate dal mondo con una cappa di diamanti: era la fine della dolorosa coscienza antica, il principio della coscienza nuova. Era il piacere del rinascere!

Mrs. Evelyne, l’esperta, aveva ragione: occorreva a Nadina una vesta nuova, un nuovo involucro! E Mrs. Evelyne spiava intanto con occhio attento il succedersi di quei sentimenti sul volto della fanciulla, come il medico scruta nell’ammalato gli effetti del male. Quando il sorriso apparve spiegato, disse:

— Quest’abito è per voi, Nadina! — giacchè quel sorriso voleva altresì significare come risposta anticipata all’offerta: «sì, grazie, signora, accetto».

***


Ma questa risposta non venne!

Uno strano cambiamento avvenne:

Un — No! — di paura e di angoscia risuonò nella saletta di prova.

E gli specchi rifletterono quell’angoscia e quella [p. 161 modifica]paura: e gli specchi rifletterono le due commesse che accorrevano pronte a difendere la meravigliosa veste perchè le mani di Nadina non la sgualcissero. Con mani febbricitanti, convulse, cercava di togliersela di dosso.

— Ma perchè? ma cos’è questo? — chiese stupefatta a tal mutamento improvviso Mrs. Evelyne.

— No! — urlò Nadina.

— Ma vi sta benissimo — insinuò la dama.

— Deliziosamente — dissero in coro le due commesse con voce accorata.

— No!

— Ma voi allora siete impazzita! — concluse Mrs. Evelyne.

— No!

Questo era avvenuto: Gli occhi di Nadina, volgendosi da quell’estatica contemplazione, avevano scorto, reietto, buttato in un canto del tappeto, da lei stessa buttato in un canto, il suo abitino nero che portava sempre e, presso, il piccolo Petrarca.

Era l’involucro dell’anima sua, era l’anima sua!

E allora l’anima che doveva morire in Nadina, aveva supplicato: «no! non farmi morire, fammi amare, fammi vivere nella purità a nella luce del sole!»

Si chinò, raccolse quelle lievi vesti reiette che si stringevano in un pugno; raccolse quel piccolo libro, ignoto a quelle genti barbariche, ove tanta gentilezza antica, ove tanto adorno [p. 162 modifica]splendore di cieli e di terre si raccoglieva, e tutto strinse in grembo, e se ne coperse il seno.

Ne sentì il tepore, ne sentì la carezza, sentì una voce lontana che partiva da una tomba: «brava Nadina!»

E non resse più, si piegò su di sè, sul divano, nascondendo fra le mani la testa.

— Piange? — si chiedevano le commesse.

E Mrs. Evelyne disse sdegnata:

— È una fanciulla italiana: tutte le fanciulle italiane sono così, molto sentimentali.

***


I signori portalettere assicurano che l’uomo più ragguardevole di una città è colui che riceve maggior quantità di corrispondenza.

Ora l’uomo dai sandali doveva essere pochissimo ragguardevole perchè la sua corrispondenza era così rara che il signor portalettere ignorava persino la sua esistenza.

Grave, quando i portalettere ignorano l’esistenza di una persona! Ciò vuol dire che l’uomo non è più allacciato alla vita!

Ma un giorno, sul finire del dolce maggio giunse all’uomo dai sandali una lettera incognita con un suggello straniero.

Da molto tempo l’uomo dai sandali doman[p. 163 modifica]dava a sè stesso che ne faceva oramai della sua vita. Nulla! era la risposta.

Ma poichè ebbe scorsa quella ignota lettera, le fiamme della vita furono per nuovo alimento in lui riaccese. Le pupille ritrovarono le lagrime, le membra benedirono e invocarono la forza.

Nadina scriveva all’amico lontano e obliato.

***


Un uomo percorreva nella notte e nel furore di un treno diretto la lunga strada che dall’Italia a Parigi conduce.

Era l’uomo dai sandali francescani a cui Nadina chiedeva, a grande voce, disperatamente soccorso.