La moglie saggia/Atto II

Atto II

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Atto I Atto III

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ATTO SECONDO.
SCENA PRIMA.
Camera della marchesa Beatrice.
Arlecchino1.

Son curios de saver cossa diavol aveva sta notte la me padrona. La trava sospiri, che la pareva un mantese. Mi no cred che l’abbia mai dormido, perchè me son sveià tre volte, e sempre l’ho sentida a smaniar. La s’è levada dal letto verde come un cogumero, ma da qua una mezz’oretta la vegnirà fora del camerin bianca e rossa come una rosa. [p. 456 modifica]

SCENA II2.
Brighella e detto.

Brighella. Paesan, ho trova la porta averta, e mi son vegnudo innanzi.

Arlecchino. Ti ha fatto ben. Subito che son levà, averzo la porta, perchè tra visite e ambassade, se no la fusse averta, ghe vorria un battaor3 al zorno.

Brighella. Anca mi gh’ho un’ambassada da far alla vostra padrona.

Arlecchino. A bonora, per el fresco.

Brighella. El me padron m’ha dà sta lettera da portarghe.

Arlecchino. Magnemio gnente su sto negozio?

Brighella. Gnente affatto. Ti sa che al mio padron no ghe casca gnente.

Arlecchino. Prego el cielo che ghe casca qualcossa.

Brighella. Cossa mo?

Arlecchino. La testa.

Brighella. Perchè tanto mal?

Arlecchino. Perchè el fa deventar matta la me padrona.

Brighella. L’è la to padrona, che fa deventar matto el me padron.

Arlecchino. Via, giustemola; concludemo che i è matti tutti do.

Brighella. Bravo, ti m’ha dà gusto da galantomo. Quando bevemio un altro boccaletto de quel vin de iersera?

Arlecchino. A casa ti ghe ne beverà quanto che ti vuol.

Brighella. Oibò; no ghe n’avemo nu de quel vin.

Arlecchino. E sì alla me patrona ghe l’ha manda el to patron.

Brighella. Sì, el meggio a ela, e a casa se beve el vin mezzo guasto.

Arlecchino. No fazzo per dir, perchè mi no son de quei servitori che parla; ma el gh’ha manda un fornimento de merli sulla giusta. 4 [p. 457 modifica]

Brighella. E la mia padrona, poverazza, l’è tanto che la ghe n’ha bisogno, che l’ho sentida mi a pregarlo che el ghe li compra; e inveze de darli alla muier, el li porta qua ... Le son de quelle cosse, che me faria dir ... Ma dei patroni no vôi mormorar.

Arlecchino. Ti fa ben, veh. Anca mi vedo e taso. L’altro zorno la me patrona l’ha perso vinti zecchini, e el to patron ghe li ha imprestadi; ma no gh’è dubbio che mi diga gnente.

Brighella. Come mi, che so che el patron ha impegnà le zoggie della muggier, senza che ela lo sappia, e nol diria a nissun, se i me dasse la corda.

Arlecchino. Oh, la secretezza l’è una bella cossa!

Brighella. El nostro mazor capital l’è la fedeltà.

Arlecchino. E cuss’, vot darghe la lettera alla padrona?

Brighella. Ridi, che l’è da rider; no me recordava più della lettera.

Arlecchino. Anca mi, quando son coi amici, me scordo tutto. Dame la lettera, che ghe la porterò.

Brighella. No; bisogna che ghe la daga mi in proprie man.

Arlecchino. At paura che mi?...

Brighella. No, caro paesan. El me patron voil cussi.

Arlecchino. Anderò a veder se se poi, ma ho paura.

Brighella. Perchè?

Arlecchino. Perchè l’è drio adesso a menar la man.

Brighella. A scriver fursi? A metter el negro sul bianco?

Arlecchino. No; a metter el bianco sul negro. (fa cenno che si belletta, e parte)

SCENA III5.
Brighella, poi Arlecchino.

Brighella. Ma! L’è cussi; le donne le ha sta bella felicità, che se le son brutte, le se fa belle. No so cossa dir; le compatisso; anca a mi me piaseria una bella donna, bella [p. 458 modifica] naturalmente; ma se avesse da scieglier tra una brutta natural e una bella depenta, torria sempre una bellezza artifizial, più tosto che una bruttezza che stomega.

Arlecchino. L’è qua che la vien.

Brighella. Gh’at dito che gh’ho la lettera?

Arlecchino. Siguro. E se non era per la lettera, no la vegniva.

Brighella. L’è la calamita, che tira.

Arlecchino. Ma l’è una gran calamita rabbiosa; i grida sempre.

Brighella. Eh, qualche volta po i farà pase.

SCENA IV6.
La Marchesa Beatrice e detti.

Beatrice. Va a preparare la cioccolata. (ad Arlecchino)

Arlecchino. (Anca questa l’ha mandada el to patron). (piano a Brighella, e parte)

Beatrice. Sei tu, che mi deve dare una lettera?

Brighella. Illustrissima sì: eccola.

Beatrice. Chi la manda?

Brighella. El me padron.

Beatrice. Ha dormito bene?

Brighella. Ho paura de no.

Beatrice. Perchè?

Brighella. L’ha smanià tutta notte.

Beatrice. Come lo sai? Tu dormi lontano dalla sua camera.

Brighella. Sta notte l’ha dormido da basso7, e mi me son butta su un canapè cussi vestido in t’una camera vesina, che sentiva tutto.

Beatrice. Ha dormito in altro letto? Perchè questa novità?

Brighella. Perchè l’ha volsudo dormir solo. [p. 459 modifica]

Beatrice. Non ha dormito con sua moglie? Contami, contami; dimmi perchè.

Brighella. Mi no so gnente; ma credo che i abbia un poco gridà.

Beatrice. (Rosaura è insoffrìbile, lo tormenta sempre. Non lo lascia mai stare). (da sè)

Brighella. Gh’era el padre della padrona, i se son taccadi de parole ... Basta, el padron l’ha dormido solo.

Beatrice. (Ho piacere; fa bene a mortificarla). (da sè) Sai perchè abbiano gridato?

Brighella. Oh, mi no so gnente ... e po anca se lo savesse ...

Beatrice. A me lo potresti dire.

Brighella. Ah! un servitor no par bon ...

Beatrice. Già, se non me lo dici tu, me lo dice il Conte. Egli mi narra ogni cosa.

Brighella. Lu l’è padron de dirlo, ma mi ...

Beatrice. Se me lo dici, ti fai merito, ed io posso farti del bene.

Brighella. Ghe dirò, lustrissima, per quel poco che ho possudo capir, me par che tanto el padre, che la fiola, i se lamentasse ...

Beatrice. Di che?

Brighella. Della condotta del padron, delle amicizie, delle conversazion ... Che soia mi?

Beatrice. Forse perchè egli pratica in casa mia?

Brighella. Me par ... me par ...

Beatrice. Hai sentito nominarmi?

Brighella. Me par de sì.

Beatrice. Si sì, lo so; quella temeraria parla male di me. Giuro al cielo, me la pagherà. Vanne, vanne.

Brighella. Per amor del cielo, lustrissima ...

Beatrice. Va via, ti dico.

Brighella. (Tolè, ho squaquarà no volendo; subito che se mette la livrea, se pia8 sto vizio de squaquarar). (da sè, parte) [p. 460 modifica]

Beatrice. Colei non si ricorda più della sua nascita. Pretende che il Conte stia ad adorarla.9 Non è poco ch’egli l’abbia sposata. Sentiamo che cosa scrive il caro signor Conte. Si è partito da me con una bella grazia! M’immagino che mi chiederà scusa. (apre e legge)

 Signora Marchesa gentilissima, Il gentilissima è scritto con un altro inchiostro; ve l’ha aggiunto dopo. Sono partito dalla vostra ... casa. Questa parola cassata che cosa diavolo diceva? Ma... la... det... ta. Sì, sì, aveva scritto10dalla vostra maladetta casa. Era ancor sulle furie; poi gli sarà passata. Ieri sera son partito dalla vostra casa arrabbiato come un cane. Suo danno; grida sempre. Quando penso all’alta stima che ho di voi, parmi impossibile che voi siate meco così crudele. Dice crudele di sopra, ma sotto che cosa diceva? Be..sti..a..le. Oh maladetto! Diceva bestiale. Io bestiale? Sei tu un asinaccio11. Andiamo avanti. Sfogo la mia passione in questo foglio, e l’ho quasi sfogata alle spalle di mia moglie. Sì? L’ho caro. Un giorno o l’altro gliele dà certo. Ah, se mi potessi sfogar con voi. Con me? Che ti venga la rabbia! Come? Se foste un uomo, vi vorrei sfidare alla spada. Pazzo! E perchè son donna, a che cosa mi sfiderai? Mi avete dette le grandi ingiurie. O di grazia, l’avrò stroppiato! Dite avere della propensione per me, ma siete una ... una ... una ... Diavolo, è cassato in modo che non capisco. Questo pare un b, e questo un u, e questo assolutamente è un g. Indegno! Finisce con un a, la penultima è un d. Vorrà dire bugiarda. A me bugiarda? Ma l’ha cassato, e dice: Siete una spietata. Si è pentito, vo’ perdonargli la collera, e mostrare di non aver intese le cassature. Verrò domani a vedervi, a pregarvi. Anche qui un’altra cassatura; tiriamo innanzi: ed ora mi consolo nello scrivervi, nel mandarvi. Bestia! nel mandarmi? ...i miei sentimenti. Ah, nel mandarvi i miei sentimenti: dopo il mandarvi [p. 461 modifica] evvi un punto, che non vi doveva essere; e frattanto sono, poi vi ha aggiunto: con tutto il rispetto, vostro servitore obbligato.12 Il conte Ottavio. Serva sua divotissima. Oh che bella lettera, da mettere in una commedia! Oh che bel pezzo! Oh che belle scene!

SCENA V.
Servitore e detta; poi Lelio e Florindo.

Servitore. Signora, il signor Lelio ed il signor Florindo vorrebbero riverirla.

Beatrice. Passino. (servitore parte) Vorrei poter rispondere a questa lettera.

Lelio. Servo della signora Marchesa.

Florindo. Ben levata la signora Marchesa.

Beatrice. Serva di lor signori. Presto, da sedere, (servitore porta le sedie) Avete bevuto la cioccolata?

Lelio. No signora, siamo venuti a berla da voi.

Florindo. Sappiamo che ne avete della perfetta.

Beatrice. Subito: tre cioccolate. Ma di quella del cassettino. (al servitore)

Lelio. E bada bene, non fallare. (al servitore)

Florindo. E con vainiglia? (a Beatrice)

Beatrice. Sì, con vainiglia. (al servitore)

Florindo. Avverti, di quella con la vainiglia. (al servitore)

Servitore. (Non dubiti, che gli farò spender bene il suo denaro). (da sè, parte)

Beatrice. Ieri sera siete partiti presto.

Lelio. Avevamo un certo impegnetto.

Florindo. Già Lelio non può tacere.

Beatrice. Ditemi13, ditemi, dove siete stati?

Lelio. Da una che conoscete ancor voi.

Beatrice. E chi è? [p. 462 modifica]

Florindo. Una vostra amica.

Beatrice. Ma ditemi chi ella è.

Florindo. La contessina Rosaura.

Beatrice. Contessina delle zucche! E dite che è mia amica?

Florindo. Mi pare di sì.

Beatrice. Vada al diavolo. Non mi degno di quelle amicizie.

Lelio. Basta; siamo stati un poco da lei.

Beatrice. A che fare a quell’ora?

Lelio. A bere una bottiglia di Canarie.

Beatrice. Avete fatto bene, perchè in casa mia avete bevuto male.

Lelio. Oh scusatemi! Non per questo.

Florindo. Via, l’avete fatta. (a Lelio)

Lelio. Vi dirò, eravamo invitati.

Beatrice. Da chi?

Lelio. Da lei, non è vero? (a Florindo)

Florindo. Sì, da lei.

Beatrice. Maledetta! Fa lo bacchettona, e poi fa gl’inviti, quando non vi è suo marito. Se il Conte lo sa ...

Florindo. Di grazia, non glielo dite.

Lelio. No, per amor del cielo.

Beatrice. No, no, non parlo. (Ma lo saprà). (da sè; servitore con tre cioccolate, le dispensa, e parte)

Beatrice. E che discorsi avete fatti da quella scimunita?

Lelio. Oh! belli. (bevendo)

Florindo. Bellissimi! (bevendo)

Beatrice. Ha parlato di me?

Lelio. Non mi ricordo. Ah, Florindo, vi ricordate voi?

Florindo. Ho poca memoria. (ridendo)

Beatrice. Già quell’impertinente l’ha sempre meco.

Lelio. Che dite, Florindo, di questa cioccolata?

Florindo. Preziosa.

Beatrice. Vonei saper che cosa ha detto.

Lelio. Cose che non hanno verun fondamento.

Florindo. Parla da pazza. [p. 463 modifica]

Lelio. Avete sentito quando io le ho detto: Signora, parlate bene? (a Florindo)

Florindo. Io sono stato in procinto di dirle delle belle cose.

Beatrice. Parlava dunque di me con poco rispetto?

Florindo. Io non dico che parlasse di voi.

Lelio. Noi non mettiamo del male.

Beatrice. Orsù, voi altri non volete per prudenza, ma io capisco bastantemente, che quella temeraria ha sparlato di me. (servitore esce di nuovo)

Servitore. Signora, è qui la signora contessa Rosaura, che vorrebbe riverirla. (prende le chicchere)

Beatrice. Non la voglio riverire. (s’alza)

Lelio. (Quest’incontro vuol essere un imbroglio per noi). (a Florindo)

Florindo. (Al ripiego). Fate dire che non siete in casa. (a Beatrice)

Beatrice. No. Dille che passi. (servitore via) Vo’ vedere che cosa pretende da me, e con qual ardire mi comparisce dinanzi.

Lelio. Amico, leviamo l’incomodo alla signora Marchesa.

Florindo. Sì, lasciamola in libertà.

Beatrice. Anzi vi prego di restare.

Lelio. Signora, permettetemi.

Florindo. Torneremo.

Beatrice. Se partite, mi digustate. Due cavalieri, come voi siete, non mi daran questo dispiacere. Desidero che siate testimoni di questa visita, e del mio ricevimento.

Lelio. (Siamo in un bell’impegno). (da sè) Signora, per obbedirvi resterò. Ma vi prego d’una grazia, non fate scene colla signora

Rosaura. Se le dite qualche cosa in nostra presenza, crederà che noi vi abbiamo riportato, e ci ponete in qualche brutto impegno.

Florindo. Eh, la Marchesina è una dama prudente.

Lelio. E poi in casa vostra che cosa le volete dire?

Florindo. Bisogna riflettere che anche il Conte se ne dorrebbe. Finalmente è sua moglie.

Beatrice. Basta; sentirò come parla, e mi regolerò sul fatto. [p. 464 modifica]

SCENA VI.
La Contessa Rosaura e detti.

Rosaura. Serva della signora Marchesa.

Beatrice. Riverisco la signora Contessa. (con i denti stretti)

Lelio. Signora Contessa. Bracket right 2.png S'inchinano a Rosaura
Florindo. Signora Contessa.

Rosaura. Serva loro.

Beatrice. Ehi, da sedere. Accomodatevi. (siedono, e il servitore parte) Volete la cioccolata? (a Rosaura)

Rosaura. Obbligatissima. L’ho bevuta.

Beatrice. Che prodigio è questo, che voi venghiate a favorirmi?

Rosaura. Signora Marchesa, sono venuta ad incomodarvi, perchè ho bisogno di voi.

Beatrice. Che cosa posso fare per compiacervi? (con simulazione) (Mi aspetto qualche bella scena). (da sè)

Rosaura. Sentite: con licenza di lor signori. (alli due, poi s’accosta all’orecchio di Beatrice) (Desidero parlarvi da sola a sola).

Beatrice. Ma perchè? Non potete parlare alla presenza di questi due cavalieri? (a Rosaura)

Rosaura. (L’affare è delicato, bramo esser sola; altrimenti non parlo). (a Beatrice)

Lelio. Amico. (fa cenno a Florindo di partire, e Florindo accenna di sì)

Beatrice. (Basta, aspetteremo che se ne vadano). (a Rosaura) (Son curiosa di sentire che cosa sa dirmi). (da sè)

Lelio. Signora Contessa, ha riposato bene?

Rosaura. Benissimo.

Lelio. Che14 buon Canarie!

Rosaura. È vostra bontà.

Florindo. Il vino di Canarie della contessa Rosaura e la cioccolata della marchesa Beatrice sono due cose preziose.

Beatrice. Ma pare che la bottiglia riesca migliore, quando si vuota mormorando. [p. 465 modifica]

Rosaura. Così si dice della cioccolata.

Lelio. Signora Marchesa, vi supplico, permettetemi ch’io me ne vada. Ho un affare di premura. (s’alza)

Florindo. Anch’io devo andar coll’amico.

Beatrice. Non so che dire, fate ciò che vi aggrada. (Ho curiosità di sentir Rosaura). (da sè)

Lelio. Servo di lor signore.

Florindo. Mi umilio a lor signore.

Rosaura. Serva.

Beatrice. Serva.

Lelio. (Andiamo, andiamo, e lasciamole taroccar fra di loro). (a Florindo)

Florindo. (Così non entreremo in alcun impegno). (partono)

SCENA VII15.
La Marchesa Beatrice e la Contessa Rosaura, poi il Servitore.

Beatrice. (Se mi perderà il rispetto, se ne pentirà). (da sè)

Rosaura. (M’aiuti il cielo, mi dia valor la prudenza). (da sè)

Beatrice. Ebbene, che volete voi dirmi?

Rosaura. Cara signora Marchesa, io sono la più afflitta donna di questo mondo. Vengo da voi per consiglio, per aiuto, per protezione.

Beatrice. In quel ch’io posso, vi servirò.

Rosaura. Voi che siete una dama saggia e virtuosa, compatirete il mio stato. A mio padre istesso fatta non ho la confidenza che son per farvi, e nell’aprirvi il mio cuore, comprenderete la stima ch’io di voi faccio, e della vostra virtù.

Beatrice. (Costei mi adula). (da sè)

Rosaura. Sarete ben persuasa, che non si dia in questo mondo un bene maggiore, oltre la domestica pace; cosicchè, se dar si potesse vera felicità sulla terra, credo certamente che la pace, [p. 466 modifica] la tranquillità, la contentezza dell’animo sarebbe il sommo bene che si sospira. Io questa felicità l’ho perduta. Io sono in una perpetua guerra con mio marito. Guerra per altro, che da lui si promove al mio povero cuore, il quale altro non cerca che compiacerlo. Il conte Ottavio, che mi amò un tempo colla maggior tenerezza, che faticò per avermi, che mi fu per un anno il più tenero, il più amabile sposo, ora non mi guarda, non parla, fugge l’occasion di vedermi, divide il letto, e mi tratta come s’io fossi la sua più fiera nemica. (piange)

Beatrice. Compatisco il vostro stato. Ma per qual motivo venite da me a fare una simile lamentazione?

Rosaura. Oh Dio! Compatitemi. Vengo da voi, ed eccone la ragione. So che mio marito frequenta la vostra conversazione. So che voi avete la bontà di soffrirlo, e convien dire che siate buona davvero, se tollerar sapete il suo difficile temperamento. Siccome fa egli stima di voi, so che vi ascolterà con rispetto. Vi supplico pertanto, quanto so e quanto posso, vi supplico colle lagrime agli occhi, spremute dal più casto, dal più sincero amor coniugale, parlategli voi per me. Ditegli che un cavaliere onorato non dee maltrattare la moglie onesta; che il sagro vincolo del matrimonio dee escludere ogni altro affetto; che la carità, l’umanità, la coscienza, le leggi del cielo, quelle della natura insegnano amar chi ama, comandano amar chi si deve, minacciano i traditori, gl’ingrati. Ditegli ... Oh Dio! Voi saprete dire e immaginare ragioni di queste mie più forti e convincenti. Voi direte cento migliori cose, che a me non possono essere dall’ignoranza mia suggerite. (piange)

Beatrice. (Mi confonde; non la capisco). (da sè) Ma ... vostro marito, se non ascolta voi, non ascolterà neanche me.

Rosaura. Talora fanno colpo i consigli de’ buoni amici.

Beatrice. Credete voi ch’io sia buon’amica di vostro marito?

Rosaura. Sì. Di lui, di me, e di tutta la nostra casa.

Beatrice. Come credete ch’egli pratichi in casa mia?

Rosaura. Come praticare si può e si deve con una dama savia, onorata e discreta, quale voi siete. [p. 467 modifica]

Beatrice. Amica, ho piacer che mi conosciate16. Non sono capace di operare diversamente.

Rosaura. È vana questa vostra giustificazione. So chi siete, e per questa ragione vengo a gettarmi nelle vostre braccia. Niuna meglio di voi intende i doveri della dama savia, della femmina onesta. A voi non è ignoto, che una donna che turbi la pace di una famiglia, è la più indegna femmina della terra. Che chi tenta sedurre i mariti altrui, merita uno sfregio sul viso. Che chi coltiva amori illeciti, amicizie sospette, conversazioni pericolose, è un’indegna, una perfida, una scellerata. Cara marchesa Beatrice, a voi mi raccomando.

Beatrice. (Fremo di sdegno, e non mi posso sfogare). (da sè)

Servitore. Signora, una parola. (a Beatrice)

Beatrice. Con vostra permissione. (a Rosaura, e s’alzano)

Rosaura. Accomodatevi. (Parmi d’averle detto abbastanza). (da sè)

Servitore. (È qui il signor conte Ottavio). (piano a Beatrice)

Beatrice. (Digli che se ne vada, che è qui sua moglie).

Servitore. Sì signora. (Oh i bei pasticci!) (da sè, parte)

Beatrice. Eccomi da voi. (a Rosaura)

Rosaura. Ebbene, signora Marchesa, siete voi disposta a favorirmi ?

Beatrice. Gli parlerò.

Rosaura. Che cosa gli direte?

Beatrice. Gli dirò tutte le vostre ragioni.

Rosaura. Gli direte qual sia l’obbligo di un marito?

Beatrice. Sì, glielo dirò.

Rosaura. Qual sia l’impegno di un cavaliere onorato?

Beatrice. Sì ancora.

Rosaura. Se mai scopriste ch’egli avesse qualche nuovo affetto, qualche nuova premura, soggiungetegli quel che v’ho detto.

Beatrice. Sì, non dubitate.

Rosaura. Ditegli, che se qualche bella lo seducesse, sarebbe17 una scellerata, un’indegna. Marchesa, compatitemi, e vi son serva. [p. 468 modifica]

Beatrice. Addio, Contessina, addio! (un poco confusa)

Rosaura. (Si vede che la coscienza la rimorde. Il rossore le verrebbe sul viso, se un altro rosso non l’impedisse). (da sè, e parte)

SCENA VIII18.
La Marchesa Beatrice sola.

Che discorso! che maniera! che misto di rimproveri e di buone grazie! Costei mi ha confusa, mi ha avvilita. Una donna che tratta i mariti altrui, è un’indegna, una perfida, una scellerata? Ah, queste espressioni vengono a me! E ora me ne avvedo? E non ho saputo rispondere? Ah, giuro al cielo, non son chi sono, se non mi vendico. Vo’ farle pagar caro quel veleno, ch’ella mi ha fatto a mio dispetto ingoiare. (parte)

SCENA IX.
Camera in casa del conte Ottavio.
Corallina e Pantalone.

Corallina. No, signore, non è in casa.

Pantalone. Dove xela andada?

Corallina. Non lo so in verità.

Pantalone. Con chi xela andada?

Corallina. Col suo bracciere e con i suoi servitori.

Pantalone. Xe un pezzo?

Corallina. Un’ora in circa.

Pantalone. Credeu che la possa star un pezzo a vegnir?

Corallina. Non lo so in verità.

Pantalone. Ma dove mai porla esser andada?

Corallina. Bisogna dire che abbia avuta una gran premura. Non esce mai.

Pantalone. So mario l’alo vista? Salo che la xe fora de casa?

Corallina. Egli è partito due ore prima. Non credo che lo sappia. [p. 469 modifica]

Pantalone. Elo andà via senza saludarla?

Corallina. Oh, si sa.

Pantalone. E ela no la xe andada a trovarlo?

Corallina. Voleva andare, ma egli ha tenuta la porta serrata.

Pantalone. Boazzo!19 Cossa disevela mia fia?

Corallina. Sospirava.

Pantalone. Poverazza! (si asciuga gli occhi) Diseme, ghe falo mai nissuna finezza?

Corallina. Non la guarda mai.

Pantalone. Aseno! E ela ghe vala intorno, ghe fala carezze?

Corallina. Lo guarda sott’occhio, e piange.

Pantalone. Povera creatura! (con qualche lagrima) Ghe crielo?20

Corallina. Sempre le mangia gli occhi.

Pantalone. Ah can! E ela?

Corallina. Tace, e sospira.

Pantalone. Siestu benedetta! (piangendo)

Corallina. È tanto buona!

Pantalone. Me schioppa21 el cuor.

SCENA X.
Ottavio e detti, poi Brighella.

Ottavio. (Il vecchio è sempre qui). (da sè)

Corallina. Il padrone. (a Pantalone, poi fa una riverenza e parte)

Pantalone. La compatissa, se vegno a importunarla: son vegnù per dir una parola a mia fia. (con voce bassa)

Ottavio. La vostra cara figliuola non c’è. (ironico)

Pantalone. La sarà andada poco lontan.

Ottavio. Eh, so io dov’è.

Pantalone. Ho piaser che la lo sappia. Tornela presto?

Ottavio. Così il diavolo non la facesse tornare.

Pantalone. Ma, caro sior Conte, cossa gh’ala fatto mia fia? Cossa gh’ala fatto? [p. 470 modifica]

Ottavio. Io non la posso vedere.

Pantalone. Mo perchè?

Ottavio. Perchè non la posso vedere.

Pantalone. Questo xe un odiarla senza rason.

Ottavio. L’ho amata senza ragione; non sarebbe strano che senza ragione l’odiassi.

Pantalone. Ma ghe vol i motivi, per cambiar in odio l’amor.

Ottavio. I miei motivi li ho.

Pantalone. La li diga.

Ottavio. Li dirò, quando sarò costretto doverli dire.

Pantalone. Che vol dir mo quando?

Ottavio. Quando vi rimanderò a casa la vostra figliuola.

Pantalone. La me la vuol mandar a casa?

Ottavio. Sì, col braccio della Giustizia.

Pantalone. Zitto, la vegna qua. Senza tanti strepiti, senza ricorrer alla Giustizia, la me daga mia fia, e nu d’amor e d’accordo me la togo, e me la meno a casa.

Ottavio. Volentieri. In questa maniera saremo amici piucchè mai. Come volete che noi facciamo?

Pantalone. Vorla restituir la dota, o vorla pagarghe i alimenti?

Ottavio. Quanto vorreste ch’io le passassi all’anno?

Pantalone. All’anno ... tre ... e do cinque, e do sette ... Sie o settecento ducati all’anno.

Ottavio. Ebbene, le assegnerò dugento zecchini all’anno; siete contento?

Pantalone. Contentissimo, e mi penserò a mantegnirla decentemente, in maniera che no la fazza desonor gnanca a so mario.

Ottavio. Sì, bravo, avrò piacere che mia moglie sia ben trattata, che stia bene, che stia sana, e che comparisca decentemente.

Pantalone. Gh’importa se la meno a Roma?

Ottavio. Oh, non m’importa. Conducetela dove volete. Quando è con suo padre, son contento.

Pantalone. Quando vorla che principiemo?

Ottavio. Oggi, se volete. Quando ella vien a casa, ve la consegno. [p. 471 modifica]

Pantalone. Vorla che femo do righe de scritturetta?

Ottavio. A che motivo?

Pantalone. Per l’obbligo dei dusento zecchini,

Ottavio. Volentieri, subito. Chi è di là?

Brighella.22 Signor.

Ottavio. Porta da scrivere.

Brighella. Subito. (parte)

Ottavio. Avvertite: quando siete a Roma, scrivetemi. Voglio aver nuova di mia moglie.

Pantalone. No vorla? Ghe scriveremo. (Eh, te cognosso!) (da sè) (Brighella porta il tavolino da scrivere, e parte.)

Ottavio. Sedete ancora voi.

Pantalone. Quel che la comanda. (siedono)

Ottavio. Come volete ch’io dica?

Pantalone. La saverà far meggio de mi.

Ottavio. Diremo così. (scrive) Desiderando il signor Pantalone de’ Bisognosi avere in sua compagnia la signora Rosaura sua figlia, moglie di me Conte Ottavio di Montopoli, ho io condesceso alle di lui premure, accordando che la Contessa mia moglie stia con esso lui sino ch’ei viverà; e per non aggravare il detto signor Pantalone di tutto il suo mantenimento, m’obbligo io sottoscritto pagarle ogni anno zecchini dugento, e ciò sotto obbligazione de’ miei beni presenti e futuri. Vi par che così vada bene?

Pantalone. Va benissimo. Ma chi ne darà sti dusento zecchini, se son a Roma?

Ottavio. Aspettate. Cedendole perciò tanti luoghi di Monte, che tengo in Roma di mia ragione. E per la riscossione vi darò la cartella.

Pantalone. Benissimo.

Ottavio. Siete contento? [p. 472 modifica]

SCENA XI.
La Contessa Rosaura che osserva, e detti.

Pantalone. Son contentissimo.

Ottavio. Saremo buoni amici?

Pantalone. Seguro.

Ottavio. Vi lagnerete più di me?

Pantalone. No ghe sarà pericolo.

Rosaura. (Mio padre e mio marito sono pacificati. Parlano amichevolmente fra loro. Lodato il cielo). (da sè)

Pantalone. No vedo l’ora che vegna a casa mia fia.

Ottavio. Quando verrà, la consolerete.

Rosaura. Eccomi, eccomi. Consolatemi, per carità.

Pantalone. Fia mia, vegnì qua. (s’alza)

Ottavio. (Mi si leverà dagli occhi). (da sè)

Rosaura. Via, che avete a dirmi? Marito mio, siete voi di buona voglia?

Ottavio. Sì; non vedete? (mostra ilarità)

Rosaura. Sia ringraziato il cielo.

Pantalone. Rosaura, vu sè sempre stada una fia obbediente, una muggier rassegnada. Adesso bisogna che sta ubbidienza, sta rassegnazion, la pratiche eroicamente. Qua ghe xe vostro pare, là ghe xe vostro mario. Tutti do d’accordo i ve parla, e coll’autorità che i gh’ha sora de vu, i ve comanda, che ve contentè per qualche tempo de vegnir a Roma con mi, de lassar per qualche tempo el consorte23: (Rosaura piange) de uniformarve in questo alla volontà del cielo, e far cognosser al mondo che se una donna de garbo, che sa superar le passion. Cossa me diseu?

Ottavio. Non crediate già ch’io vi abbandoni. Vi mando con vostro padre a divertirvi in una città magnifica. Non vi lascerò mancare il vostro bisogno. Vi assegno dugento zecchini l’anno, ed eccovi la mia obbligazione. (dà la carta a Rosaura) [p. 473 modifica]

Pantalone. Via, cossa respondeu?

Rosaura. Che sono moglie del conte Ottavio, che sol la morte mi potrà da lui separare, e ch’io non accetto patti ingiusti, obbligazioni scandalose. (straccia la carta, e parte)

Ottavio. (Maladetta! Te ne pentirai!) (Ja sè, parte)

Pantalone. Oh poveretto mi! oh poveretto mi! oh poveretto mi! (parte)

SCENA XII.
Brighella, poi Corallina.

Brighella. Mi resto attonito, resto maraveià! Coss’è ste cosse? Che casa è questa? Dove ha d’andar a fenir ste smanie, sti gridori, ste male grazie? E per cossa grìdeli? E per cossa se dali al diavolo? Per una donna. Oh donne, donne! Basta, anca mi per una donna gh’ho la mia parte de casa del diavolo. Se la fusse una morosa, la manderia a far squartar, ma l’è muier, e bisogna soffrirla, e bisogna che me la goda. Vela qua, vela qua, che la me vien a favorir.

Corallina. Signor consorte, le son serva.

Brighella. Padrona mia riverita.

Corallina. Posso aver l’onore di dirle una parola?

Brighella. Son qua, la comandi.

Corallina. Vedo che la mi fugge, che la si nasconde, e da ieri sera in qua non ho l’onore di riverirla.

Brighella. Son sta impedio per el patron ...

Corallina. Anche la notte per il padrone?

Brighella. Anca la notte.

Corallina. So però che ella ha dormito sopra una sedia.

Brighella. Eh! un pochetto.

Corallina. Non ha favorito di venire a letto.

Brighella. Ho fatto per non incomodarla.

Corallina. L’hai fatto perchè tu sei una bestia.

Brighella. (Dal lei semo sbalzadi al tu, senza passar per il voi). (da sè)

Corallina. Che cosa avevi paura, che non ci sei venuto?

Brighella. (Se fusse stà minchion a andarghe). (da sè) [p. 474 modifica]

Corallina. Sai ciò che meriti, e per questo hai avuto timore.

Brighella. (Mi no ghe rispondo certo). (da sè)

Corallina. Asinaccio!

Brighella. (La se comodi).

Corallina. Dormir sopra una sedia? Lasciar sola la moglie? Maledetto!

Brighella. (El ghe despiase un pochetto quel dormir sola).

Corallina. Bell’amore, bella carità!

Brighella. (Oh, adesso che el so, ho imparà a castigarla).

Corallina. Se me la fai un’altra volta, meschino di te.

Brighella. (Oh, se te la fazzo).

Corallina. Ma bestia maledetta, almeno rispondi.

Brighella. Parlela con mi?

Corallina. Sì, con te, disgraziato. Mi hai fatto fare una notte da bestia.

Brighella. Me despiase in verità.

Corallina. Stassera voglio ricattarmi. Voglio andare a letto a due ore di notte.

Brighella. Comodeve.

Corallina. E ci hai da venire ancor tu.

Brighella. Oh, mi ho da servir el padron.

Corallina. Fingiti ammalato. (con più dolcezza)

Brighella. Oh! figurarse!

Corallina. E via. (come sopra)

Brighella. No certo.

Corallina. Caro Brighella. (amorosa)

Brighella. Ma andè in letto quando volì, cossa v’importa de mi?

Corallina. Sola non posso addormentarmi.

Brighella. Oh bella! Ve despiase star sola, e po me trattè cussì pulito?

Corallina. Che cosa ti ho fatto? Che cosa ti ho detto? Tu mi hai strapazzata, tu mi hai provocata, tu sei una bestia. (irata)

Brighella. Orsù, dormo sulla carega.

Corallina. Via, via, ho burlato, sei il mio caro marito.

Brighella. (Oh, sta medesina no la lasso più). (da sè) [p. 475 modifica]

SCENA XIII.
Arlecchino e detti.

Arlecchino. Oh de casa, gh’è nissun? (di dentro)

Corallina. Chi è costui?

Brighella. Un me amigo ...

Corallina. Voglio saper chi è.

Brighella. Lassè, che anderò mi ... (a Corallina)

Corallina. Come? Voglio sapere chi è, e voglio sentire ancor io.

Brighella. L’è un servitor della marchesa Beatrice.

Corallina. Che cosa vuole?

Brighella. Adesso anderò a sentir.

Corallina. Signor no. Fallo venir qui. Voglio sentir ancor io.

Brighella. (Oh che pazienza!) (da sè) Vegnì avanti, compare Arlecchin.

Arlecchino. Bondì, paesan. (esce)

Brighella. Te saludo. Cossa gh’è da novo?

Arlecchino. Chi è sta bella maschiotta? (verso Corallina)

Brighella. No ti la cognossi? Me muier.

Arlecchino. To muier?

Brighella. Sì, me muier.

Arlecchino. L’è so muier?

Corallina. Signor sì, sua moglie.

Arlecchino. Sia maledetto!

Brighella. Cossa gh’è?

Arlecchino. Me despiase.

Corallina. Perchè vi dispiace?

Arlecchino. Me despiase non averlo savudo prima.

Brighella. Mo perchè?

Arlecchino. Perchè saria vegnù a farghe conversazion, a servirla de cicisbeo.24

Corallina. Io non ho bisogno di voi25. [p. 476 modifica]

Arlecchino. Grazie infinite. Padrona de tutto. (con ironia)

Brighella. Caro paesan, sè un omo curioso.

Arlecchino. La saria bella; semo paesani: avemo la patria in comun: podemo aver in comun anca la muier.

Corallina. Orsù, che cosa siete venuto a far qui, padron mio?

Arlecchino. A reverirla devotamente.

Corallina. E non altro?

Arlecchino. E anca qualcossa altro. Gh’elo el to padron? (a Brighella)

Brighella. El gh’è, ma l’è sulle furie; no se ghe pol parlar.

Arlecchino. Avena da farghe un’imbassada.

Brighella. Per parte de chi?

Arlecchino. Per parte della me padrona.

Corallina. (Oh che caro mezzano!) (da sè)

Brighella. Dimel a mi, che vedrò se ghe posso parlar.

Arlecchino. Senti. Con grazia, padrona bella. (a Corallina, tirando Brighella in disparie) (La me padrona me manda a dir al to padron, che sta mattina ... Ma no, prima che la lo reverisse). (piano a Brighella)

Brighella. Za el se gh’intende.

Corallina. Con sua licenza, voglio sentire ancor io. (s’accosta)

Arlecchino. Padrona, la se comoda. Me manda la me padrona...

Corallina. La signora Marchesa?

Arlecchino. La signora Marchesa, a reverir el sior Conte.

Corallina. Il signor Conte; non la signora Contessa?

Arlecchino. Il signor Conte, non la signora Contessa. E la ghe manda a dir ... (verso Brighella)

Corallina. Parlate con me.

Arlecchino. E la ghe manda a dir che stamattina ...

Corallina. Brighella, senti. (Va a dire alla padrona segretamente, che venga qui). (piano a Brighella)

Brighella. (Ma se no la vol...) (a Corallina)

Corallina. (Va là, fa a mio modo). (come sopra)

Brighella. (No la vol sentir ... )

Corallina. (Va, che ti caschi la testa). [p. 477 modifica]

Brighella. (Guarda ben, che dormirò sulla carega).

Corallina. (Via, caro marito, fammi questo piacere, va a chiamar la padrona).

Brighella. Ti me lo disi colle bone, anderò. (Oh che bel segreto!) (da sè, parte)

Arlecchino. La favorissa, dove ala impara la creanza?

Corallina. Compatite. Son qui da voi. Ho mandato mio marito a chiamar il padrone.

Arlecchino. Brava; così farò a lu l’ambassada.

Corallina. Ma ditemi. Che cosa vuole la signora Marchesa dal mio padrone?

Arlecchino. La ghe vol parlar.

Corallina. Viene spesso il signor Conte a ritrovarla?

Arlecchino. Oh! spesso.

Corallina. E Brighella viene con lui26?

Arlecchino. Seguro.

Corallina. In casa vostra starete allegri, vi saranno delle belle cameriere.

Arlecchino. Ghe n’è una, che no l’è el diavolo.

Corallina. (Ah maledetto! Per questo va27 volentieri). (da sè)

SCENA XIV.
La Contessa Rosaura e detti.

Rosaura. Chi è costui? (a Corallina)

Corallina. Il servo della signora marchesa Beatrice.

Rosaura. Che fai in questa casa?

Arlecchino. La perdona ... ero vegnudo ...

Rosaura. Che fai colla mia cameriera? Va via di qua; non voglio che i servitori trattino colle mie donne di casa.

Arlecchino. Ma mi son vegnudo ...

Rosaura. Lo so; m’ha detto Brighella che sei venuto a far il grazioso colla di lui moglie. [p. 478 modifica]

Corallina. Eh no, signora ...

Rosaura. Vattene di questa casa, o ti farò gettare dalla finestra.

Arlecchino. Eh, anderò per la scala. Ma mi, signora ...

Rosaura. Va via, e se ci tomi più, ti farò romper le braccia.

Arlecchino. Obbligatissimo dell’avviso. (Qua no i me vede più). (da sè, parte)

Corallina. Ma egli, signora mia ...

Rosaura. Colui non lo voglio in casa mia, e non voglio ch’egli sappia il perchè. Vieni meco. (parte)

Corallina. Ora la capisco. Ne sa più di me. Oh, questa sì è una moglie savia e prudente! (parte)

SCENA XV.
Camera in casa della Marchesa.
La Marchesa Beatrice, poi il Servitore.

Beatrice. Più che rifletto alle parole artificiose di Rosaura, più sento al vivo le punture del suo ragionamento. Sono offesa e non so il modo di vendicarmi. Il Conte potrebbe farlo, ma non vorrà o non saprà, e a me non conviene sollecitarlo. Orsù, per primo capo di mia riputazione, tronchisi questa pericolosa amicizia. Si congedi il Conte, e più non venga in mia casa. L’ho mandato a chiamare, e non viene. Anch’io con un viglietto gli spiegherò il mio sentimento. Ehi. (chiama)

Servitore. Signora, è qui il signor conte Ottavio.

Beatrice. Venga, venga (che viene a tempo). (da sè) Non voglio altro scrivere. (servitore parte) Venga, ma per l’ultima volta.

SCENA XVI28.
Il Conte Ottavio e detta.

Ottavio. Signora mia ...

Beatrice. Conte, in casa mia non ci venite più.

Ottavio. Come!... [p. 479 modifica]

Beatrice. Non voglio più rimproveri da quell’impertinente di vostra moglie.

Ottavio. Indegna! N’è ella forse ...

Beatrice. Tant’è, non ci venite più.

Ottavio. Ma ditemi ...

Beatrice. M’avete inteso.

Ottavio. Giuro al cielo, ascoltatemi. (con voce alta)

Beatrice. Che cosa vorreste dire?

Ottavio. Voglio sapere che cosa ha detto Rosaura.

Beatrice. Ha detto ch’io sono una scellerata, un’indegna, una ribalda, che seduce gli altrui mariti, che turba la pace delle famiglie.

Ottavio. E voi le avete lasciato dir tutte queste cose? Con tutta la vostra furia pare che vogliate conquassare il mondo, e poi vi lasciate strapazzare così?

Beatrice. Ah! Non so che mi dire... Ha legato il discorso in una maniera, che solo dopo mi sono avveduta dei suoi rimproveri.

Ottavio. Dunque non vi ha maltrattata così chiaramente.

Beatrice. La sarebbe bella! Se avesse avuto tanto ardire, meschina di lei.

Ottavio. Dunque chi sa? Può essere che non abbia inteso parlar di voi. Rosaura non è di tal costume.

Beatrice. Sì, sì, difendete la moglie. Tenete da lei; andate al diavolo, non mi venite più d’intorno.

Ottavio. Eh via, signora ...

Beatrice. Sono risolutissima. La nostra amicizia è finita.

Ottavio. Ma io in che cosa ho mancato?

Beatrice. Indegna! Son io che vi seduco? Chi vi chiama? Chi vi prega? Chi vi cerca?

Ottavio. E per causa di questa pazza mi discacciate da voi?

Beatrice. Sì signore, andate a casa e ringraziatela.

Ottavio. Sì, la ringrazierò. (alterato)

Beatrice. La ringrazierete di cuore?

Ottavio. La ringrazierò, la ringrazierò. (alterato)

Beatrice. Come? [p. 480 modifica]

Ottavio. Lo sentirà quell’indegna, e se ne ricorderà per tutto il tempo di vita sua.

Beatrice. Eh via! (schernendolo)

Ottavio. Non lo credete?

Beatrice. Eh, che due carezze della moglie accomoderanno ogni cosa.

Ottavio. Delle sue carezze sono mesi che io non ne voglio. La batterò.

Beatrice. Sì, acciò dica che l’avete battuta per causa mia.

Ottavio. La caccerò via.

Beatrice. Peggio. Tutto il mondo contro di me.

Ottavio. Ma che ho da fare?

Beatrice. Tralasciar di vedermi.

Ottavio. Ed avrete voi tanto cuore?

Beatrice. Ah Conte! La mia riputazione vuole così.

Ottavio. Ah maladetta Rosaura!

Beatrice. Vostro danno; l’avete voluta.

Ottavio. Farò una risoluzione bestiale.

Beatrice. No, no, allontanatevi da questa casa, e tutto anderà bene. Privatevi delle conversazioni, e tornerete ad amare la cara sposa.

Ottavio. Ah! voi sempre più m’inasprite. Se qui fosse colei, le caccerei questa spada nel petto ... Basta ... Il cielo mi tenga le mani. Son fuori di me stesso.

Beatrice. Passerà, passerà. (schernendolo)

Ottavio. Voi mi mettete al punto.

Beatrice. Passerà, passerà. (come sopra)

Ottavio. Mi porti il diavolo, s’io non fo le vostre e le mie vendette. (parte)

Beatrice. L’ira del Conte scema in parte la mia. Apprende con senso nobile l’ingiurie recatemi da sua moglie. Qualunque risentimento egli faccia, non dirà che da me stato sia suggerito, ma non potrò mirar che con giubilo mortificata e punita la mia nemica. (parte)

Fine dell’Atto Secondo.



Note

  1. Questa scena, com’è nell’ed. Bettinelli, vedasi in Appendice.
  2. Vedasi Appendice.
  3. Battente, martello della porta ecc.: v. Boerio.
  4. De’ pizzi bellissimi. [nota originale]
  5. Vedasi Appendice.
  6. Nell’ed. Bettin. così comincia la scena: «Brigh. Servitor a vussustrisima. Beatr. Buon giorno. Va a preparare la cioccolata, ad Arlecchino. Arl. Gnora sì. (Brighella, t’aspetto, la heveremo anca nu). Brig. (L’è meio un boccal de quel de iersera). Arl. (Sì, quel che ti vol: t’aspetto), via. Beatr. Non sei tu che mi deve dare una lettera? ecc.».
  7. Bettin.: in te l’arcova.
  8. Piar, pigliare: v. vol. V, 174 ecc.
  9. Bettin. aggiunge: Pettegola!
  10. Bett. aggiunge: (leva bene il spolverino, e guarda).
  11. Bett: animalaccio.
  12. Segue nell’ed. Bett.: «Questo obbligato non diceva così; diceva: arrabbiato. È impastato di veleno. Il Conte ecc.».
  13. Bett.: Birboni! Ditemi ecc.
  14. Bett.: Gran.
  15. Nell’ed. Bett. è unita alla scena precedente.
  16. Bett.: conoscete.
  17. Bett. sarebbe colei una perfida ecc.
  18. Nell’ed. Bett. è unita alla scena precedente.
  19. Somaraccio. [nota originale]
  20. La sgrida? [nota originale]
  21. Scoppia, crepa. [nota originale]
  22. Comincia la sc. IX nell’ed. Bett.
  23. Bett.: el Conte.
  24. Bett. e Paper. aggiungono: gh’averia portà a donarghe qualche bozza de vin, qualche tocco de pastizzo. Saressimo stadi allegri.
  25. Bett. e Pap.: nè di voi, nè della vostra roba
  26. Bett.: ancor lui?
  27. Bett. e Pap.: Per questo Brighella vi va ecc.
  28. È unita nell’ed. Bett. alla scena precedente.