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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/478


Florindo. Una vostra amica.

Beatrice. Ma ditemi chi ella è.

Florindo. La contessina Rosaura.

Beatrice. Contessina delle zucche ! E dite che è mia amica ?

Florindo. Mi pare di sì.

Beatrice. Vada al diavolo. Non mi degno di quelle amicizie.

Lelio. Basta ; siamo stati un poco da lei.

Beatrice. A che fare a quell’ora?

Lelio. A bere una bottiglia di Canarie.

Beatrice. Avete fatto bene, perchè in casa mia avete bevuto male.

Lelio. Oh scusatemi ! Non per questo.

Florindo. Via, l’ avete fatta. (a Lelio)

Lelio. Vi dirò, eravamo invitati.

Beatrice. Da chi?

Lelio. Da lei, non è vero? (a Florindo)

Florindo. Sì, da lei.

Beatrice. Maledetta ! Fa lo bacchettona, e poi fa gì’ inviti, quando non vi è suo marito. Se il Conte lo sa ...

Florindo. Di grazia, non glielo dite.

Lelio. No, per amor del cielo.

Beatrice. No, no, non parlo. (Ma lo saprà). (da sé; servitore con tre cioccolate, le dispensa, e parte)

Beatrice. E che discorsi avete fatti da quella scimunita?

Lelio. Oh! belli. (bevendo)

Florindo. Bellissimi! (bevendo)

Beatrice. Ha parlato di me?

Lelio. Non mi ricordo. Ah, Florindo, vi ricordate voi?

Florindo. Ho poca memoria. (ridendo)

Beatrice. Già queir impertinente l’ ha sempre meco.

Lelio. Che dite, Florindo, di questa cioccolata?

Florindo. Preziosa.

Beatrice. Vonei saper che cosa ha detto.

Lelio. Cose che non hanno verun fondamento.

Florindo. Parla da pazza.