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Atto III

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Atto II Appendice
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ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

Camera in casa del Conte con tavolino. // conte Ottavio, poi Brighella.

Ottavio. Temeraria! Indegna! Andar dalla marchesa Beatrice? Maltrattarla? Mettermi in impegno? Farmi ridicolo? Me la pagherai. Io per te scacciato dalla Marchesa? Per te privato dell’unica mia conversazione ? Per te vilipeso, per te disprezzato ? Ah ! la mia disperazione verrà a cadere sopra di te medesima. Non vuoi staccarti da me? Non vuoi allontanarti? Lo farai tuo malgrado; sì, lo farai. Brighella? BriGHEU-A. Lustrissimo.

Ottavio. Ha desinato colei ? BriGHEIÌA. Chi, lustrissimo? // [p. 482 modifica]

Ottavio. Rosaura.

Brighella. Ah, la padrona? L’ha magna do bocconi de soppa (’). L’ ha rotto un’ ala de colombin, e appena la se n’ ha messo un boccon alla bocca, gh’ è vegnìi da pianzer ; la s’ è alzada dalla tavola, e l’è andada via. (s’ asciuga gli occhi)

Ottavio. (Pianga pure a sua voglia), (da sé) Ora dov’ è ?

Brighella. La sarà in te la so camera.

Ottavio. Vi è suo padre?

Brighella. Lustrissimo no.

Ottavio. Dimmi. Non è solita Rosaura a bere ogni dopo pranzo una limonata?

Brighella. Si signor, ghe l’ha ordenada el medego.

Ottavio. L’hai ancora fatta per oggi?

Brighella. Lustrissimo sì : l’ho fatta, e l’ è qua in tinello in fresco, in te la so carcifflna.

Ottavio. E perchè non gliela porti?

Brighella. Me pareva ancora presto.

Ottavio. Dirà che la servitù non ha attenzione per lei, ch’ io non voglio che sia servita. Di tutto mi carica, di tutto prende motivo d’ irritamento. Presto, portale la limonata.

Brighella. La servo subito. (Che premura estraordinaria ! Bisogna ch’el voia far pase). (da sé; parte, poi ritorna)

Ottavio. Non vuoi andartene? Mi vuoi tormentar in etemo? Perfida! Te n’ avvedrai. (Brighella con sottocoppa, su cui ev\>i la caraffina ed un bicchiere)

Brighella. Vado subito a portarghe la limonada. (ad Ottavio, passando)

Ottavio. Aspetta. Vammi a prendere la mia tabacchiera.

Brighella. Dove, lustrissimo?

Ottavio. Nella camera dove ho dormito (2).

Brighella. Ma e la limonada?

Ottavio. Mettila lì; e vammi a prendere la tabacchiera.

Brighella. Presto fazzo a portarla alla padrona...

Ottavio. Pezzo d’asino. Io voglio esser servito. Metti giù quella limonata, e vammi a prendere la tabacchiera. (I) Zuppa. (2) Bett.: Nella camera dell’ arcava. [p. 483 modifica]

Brighella. La servo subito. (Oh che casa rabbiosa ! Oh che casa del diavolo !) (mette la sottocoppa coperta sul tavolino, e parte; poi ritorna)

Ottavio. (Guarda qua e là, se è veduto) Ecco ciò che ti farà allon- tanare da me per sempre, (cava une cartucccia di tasca) Ecco la vendetta mia, e quella della Marchesa, (leva il coperchio alla caraf- fina) Sciolto ch’ io sarò dall’ odiato legame, sposerò la Marchesa, e questa polvere lo scioglierà ben presto ; e lo zucchero con cui è mescolata, nasconderà l’amaro col dolce. Vien gente. Non vo’ dar sospetto. (si scosta dal tavolino e lascia scoperta la caraffina)

Brighella. Eccola servita. (gli dà la tabacchiera)

Ottavio. Via, porta subito la limonata alla Contessa. (Indegna! domani non ti avrò più negli occhi). (da sé, parte

SCENA II.

Brighella solo. Sempre in collera, sempre musoni, sempre se grida. Oe! la caiaffina scoverta ! Nissun la poi aver toccada, eiltri che el padron. Bevìi noi ghe n’ ha certo. La me par torbidetta. Oh, cossa che el diavolo me mette in testa ! Sta premura che ghe porta la limo- nada, noi l’ha più avuda ! lersera i ha grida, no i ha dormido insieme No vorria basta. A mi no me tocca Sior sì che me tocca ... Sior sì che me tocca. Mi fazzo la limonada, e se nascesse qualche desordene? Son intrigado. Ghe penserò suso. Ma co sto dubbio in corpo, no voi metter a rischio la vita della padrona, e la mia rìputazion. (prende la sottocoppa, e vuol partire

SCENA III.

Corallina e Jetio.

Corallina. Sai che cosa t’ho da dire? Che in casa della mar- chesa Beatrice non voglio che tu ci vada più.

Brighella. Ben, ben, no gh’anderò. (vuol partire)

Corallina. (Lo trattiene) Se il padrone ci va, o conduca un altro servitore, o ce n’ andremo di questa casa. Brighella, Via, sì, ve digo. (ansante per partire [p. 484 modifica]

Corallina. (Lo trattiene) Ho saputo che vi è una bella cameriera. Briccone ! Per questo ci vai volentieri.

Brighella. Eh, gh’ho altro in testa. (come sopra)

Corallina. Dove con questa furia?

Brighella. No vede? Porto la limonada alla padrona.

Corallina. E presto. Non è l’ora solita.

Brighella. Cossa voleu da mi?

Corallina. Stassera anderemo a buon’ ora ?

Brighella. Sì, a bonora (vuol partire)

Corallina. Sentite.

Brighella. Lassarne portar sta limonada.

Corallina. Date qui, la porterò io. Brighella Siora no, voi portarla mi.

Corallina. La mia padrona è nel suo gabinetto, gliela voglio portar io.

Brighella. O gabinetto, o altro, voio andcu: mi.

Corallina. Asinaccio!

Brighella. Stassera la discorreremo.

Corallina. Sempre a suo modo.

Brighella. (Adessadesso ghe fazzo bever sta limonada). (da sé)

Corallina. Me la pagherai.

Brighella. La carega. (minacciandola)

Corallina. Maledetto!

Brighella. Se no ti gh’ha giudizio, vago a dormir in un camerin de soffitta. (parte)

Corallina. Ah ! converrà andar colle buone : qucilche volta sono un poco caldetta, ma vi vuol pazienza, son così di natura, (parte

SCENA IV.

Camere in casa della Meu-chesa. La Marchesa BEATRICE, LelIO e Florindo.

Lelio. Eh via, signora Marchesa, calmale la vostra collera.

Florindo. In verità fate torto a voi stessa.

Beatrice. Non vi è rimedio : ho risoluto così.

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Lelio. Ma che cosa mai vi ha detto la contessina Rosaura?

Beatrice. Mille impertinenze, una peggiore dell’altra.

Florindo. e che colpa ha per questo il povero conte Ottavio?

Lelio. Il povero galantuomo si è sfogato meco, e credetemi, è appassionatissimo per cagion vostra.

Florindo. Mi ha pregato colle lagrime agli occhi, che vi persuada rimetterlo nella vostra grazia.

Beatrice. Non voglio esser maltrattata da quella impertinente di

Rosaura. (I)

Lelio. Ma si può sapere che cosa vi ha detto?

Beatrice. Mi ha detto tanto che basta per farmi fare una simile risoluzione.

Florindo. Ci ha raccontato il conte Ottavio, che voi avete inter- pretate le parole della signora Rosaura dopo essere ella da voi partita ; onde vi potreste anche essere ingannata.

Beatrice. Vedete, se il Conte è d’accordo? Cerca giustificarla.

Florindo. No, non è vero, cerca placar voi, e medita anzi delle risoluzioni, che se hanno effetto, sarà liberato da tutte le sec- cature.

Beatrice. Che cosa vuol fare?

Lelio. Vuol mandar la moglie a star con suo padre.

Beatrice. Veramente una gran cosa ! Tanto e tanto non osserverà i di lui passi?

Florindo. Ma anderanno a Roma, sapete.

Beatrice. A Roma?

Lelio. Sì; il signor Pantalone anderà a star a Roma.

Beatrice. E anderà seco Rosaura?

Lelio. Così dicono.

Beatrice. Non lo credo.

Florindo. In ogni modo, io dico che ci va del vostro decoro a dimostrcire un simile risentimento.

Beatrice. Dovrò soffrire di essere ingiuriata?

Florindo. Le ingiurie sono ideali. (I) Bett. e Pap. aggiungono: Villana I acrtanzata I (Pap.: malcreala) insolente I [p. 486 modifica]

Beatrice. Ho fondamento di crederle a me dirette.

Lelio. Ditemi un poco : se la contessina Rosaura si spiegasse non aver parlato per voi; se si disdicesse pubblicamente di quanto ha detto, o con malizia, o con innocenza, sareste voi soddisfatta?

Beatrice. Sarei soddisfatta, ma non lo farà.

Lelio. Lo farà senz’ altro.

Florindo. Siamo noi mallevadori che lo farà.

Beatrice. Vi potete impegnare?

Florindo. So quel ch’ io dico. Il punto è che conviene far presto, prima che si traspiri per il paese. Se il conte Ottavio non viene questa sera da voi, la conversazione principia ad investigare il perchè.

Beatrice. E come s’ ha da fcure ? Se Rosaura non si spiega, suo marito non lo voglio più in casa mia.

Lelio. Facciamo venir qui la signora Rosaura.

Beatrice. No ...

Florindo. No, non va bene. La cosa sarebbe troppo afiettata, o fuor di natura.

Lelio. Dunque, come pensereste voi ?

Florindo. Favoritemi, signora, come vi siete separata colla Contessa ?

Beatrice. Io non ho fatta alcuna dimostrazione.

Florindo. Benissimo ; ne la contessa Rosaura sa finora che voi abbiate rilevate con senso le sue parole. Ella vi può credere ancora amica, e indifferente. Direi che andassimo tutti uniti a ritrovarla.

Beatrice. Oh, questo poi ...

Florindo. Lasciatemi finir di dire. Potremmo andar uniti a ritro- varla. Far cadere il discorso a proposito ; farla parlare, e farle far tutte quelle dichiarazioni che voi desiderate.

Lelio. Bravissimo. Non si può pensar meglio. La cosa è accomodata.

Florindo. Poi sul fatto si passa dalla casa del Conte alla vostra. Chi vuol venir venga, chi non vuole venir, se ne stia. Facciamo la solita conversazione, e non se ne parla mai più.

Beatrice. Rosaura non si piegherà.

Lelio. La faremo piegare. [p. 487 modifica]

Beatrice. Come potete compromettervi?

Lelio. Noi abbiamo il segreto.

Florindo. Fidatevi di noi.

Lelio. Via, consolate quel povero Conte, che dà la testa per le muraglie.

Beatrice. Poverino! (deridendolo)

Florindo. Non siate così crudele.

Beatrice. Mi fate ridere (l).

Lelio. Animo, animo, presto, andiamo.

Florindo. Via, prima che si raffreddi.

Lelio. Andiamo a far questa pace.

Beatrice. Orsù, farò a modo vostro. Ma se sarò affrontata, voi due me ne renderete conto. Do alcuni ordini, e sono con voi. (parie

SCENA V(2).

Lelio e Florindo.

Lelio. Se queste genti si dividono, abbieuno persa la più bella con- versazione del nostro paese.

Florindo. Se qualchedun ci sentisse, direbbe che facciamo i mezzani.

Lelio. Mestiere alla moda. Si fa di tutto per gli amici.

Florindo. Come riusciremo nel nostro impegno?

Lelio. A maraviglia. Piglieremo le parole per aria. Le faremo giuocare a nostro modo ; e poi, quando una volta hanno queste donne parlato insieme, ancorché la Contessa non si disdica, tutto si accomoderà.

Florindo. E noi rideremo.

Lelio. E vin di Cémarie.

Florindo. E cioccolata. (rìdendo partono (I) Bett.: Non mi fate riderei (2) Neil" ed. Bett. è unita alla scena precedente. [p. 488 modifica]

SCENA VI.

Camera in casa del Conte (1), con tavolino e sedie. // Conte Ottavio, poi Corallina.

Ottavio. Ma ! finalmente forz’ è che l’umanità si risenta, Rosaura sarà un perpetuo rimorso al cuor mio. Ma il bene che one- ’T^ stamente io spero dal cuor di Beatrice, farà scordarmi e l’amore ’^ e T odio che per Rosaura ho provato, e il di lei nome, e il di lei volto, e le sue lagrime, e la stessa mia crudeltà. (siede pensoso)

Corallina. Signore.

Ottavio. Che cosa vuoi?

Corallina. La mia padrona ....

Ottavio. Che fa Rosaura?

Corallina. Mi manda la padrona ... (piangendo)

Ottavio. Perchè piangi? Che hcii? (alterato)

Corallina. No signore, non piango, (s’ asciuga gli occhi) Mandala mia padrona a pregarvi, che le permettiate di venirvi a dire una cosa.

Ottavio. Ditele .... che sono occupato.

Corallina. E una parola sola.

Ottavio. Sai tu che mi voglia dire?

Corallina. Signor no, in verità.

Ottavio. Al tardi sarò da lei.

Corallina. Signore, non andate in collera. Ha detto che se non vi parla adesso, non vi parla più.

Ottavio. (Ah, Rosaura ha bevuto il veleno). (s’alza furioso CoRALJ-lNA. Via, se non volete, non verrà ; che serve che v’ in- furiate ?

Ottavio. (Povera sventurata !) (da sé, agitato)

Corallina. Le dico che venga?

Ottavio. (Negherò d’ascolteula ?) (come sopra (1) Ben.: Altra camera del Conte ecc. [p. 489 modifica]

Corallina. Sì, o no?

Ottavio. (Ma con qual cuore potrei soffrir di vederla?) (come sopra)

Corallina. (Oh, io le dirò di sì: buona notte), (da sé, e parte)

Ottavio. Fuggasi un tale incontro. Corallina .... è andata senza dirmi nulla ? Presto, presto ; me n’ andrò fuori di casa. Dov’ è la spada ? Dov’ è il cappello ? Brighella. Non v’ è nessuno ? (agitato

SCENA VII.

La Contessa Rosaura e detto, poi Corallina (0).

Rosaura. Se avete bisogno di chi vi serva, son qua io, e ninno vi servirà con tanto amore, quemto la vostra sposa.

Ottavio. (Oh incontro fatale!) (da se)

Rosaura. Marito mio, non temete ch’ io voglia distrarvi da’ vostri affari. Due parole vi dico, se mi ascoltate. Caro Conte, non mi dite di no.

Ottavio. (È molto ilare. Tal non sarebbe, se avesse bevuto il veleno). (da sé)

Rosaura. Voglio esservi odiosa, voglio che le parole mie vi dispiac- ciano ; finalmente si può fare un piccolo sagrifizio per acquistar la sua (2) pace.

Ottavio. Per acquistar la mia pace?

Rosaura. Sì : per questo solo motivo vengo io a ragionarvi. Ho pensato con serietà alle vostre risoluzioni, e son pronta a ren- dervi soddisfatto.

Ottavio. Volete partire con vostro padre?

Rosaura. Voglio lasciarvi in libertà. Permettemi ch’io sieda per un momento. (siede)

Ottavio. Avete voi qualche male?

Rosaura. No, per grazia del cielo.

Ottavio. Dacché bevete le limonate, parmi che stiate meglio della salute. (1) Bett. ha invece: Roaaura con collo ilare, e dello. (2) Così le edd. Betl. e Pap.; Pasquali : mia ; Zatla : voaira. [p. 490 modifica]

Rosaura. E vero, mi fan del bene.

Ottavio. Oggi l’avete bevuta?

Rosaura. Non ancora.

Ottavio. (Respiro). (da sé)

Rosaura. Via, sedete ed ascoltatemi, che resterete contento.

Ottavio. Parlate. Sono ad ascoltarvi. (siede)

Rosaura. Per principiare il discorso con ordine, dovrei rammen- tarvi che voi mi amaste, in tempo ch’ io non sapeva che fosse amore ...

Ottavio. Il ragionamento riuscirebbe assai lungo. Non avrei tempo per ascoltarvi.

Rosaura. Ciò direi solamente per farvi comprendere, che voi m’ insegnaste ad amare.

Ottavio. Per dedurne poi che?

Rosaura. Che siccome principiai ad amarvi per rassegnazione ai vostri voleri, posso terminar di vedervi per obbedienza ai vostri comandi.

Ottavio. Tutto ciò vuol concludere, che avete risoluto di lasciarmi e di andare con vostro padre, non è egli vero?

Rosaura. Non siete ancora arrivato al punto. Corallina. (Corallina colla sottocoppa colla limonata)

Corallina. Comanda la limonata?

Rosaura. Sì, lasciala qui, e vattene. (Ottavio si turba)

Corallina. (Che brutto ceffo ! Mi fa paura). (da sé, parte)

Ottavio. Che è questo? (alterato)

Rosaura. Questa è la solita mia limonata.

Ottavio. E perchè la venite a bevere qui? (alterato)

Rosaura. Compatitemi. Non ho avuto tempo.

Ottavio. (S’alza agitato.)

Rosaura. Fermatevi. (lo tiene per la veste)

Ottavio. Lasciatemi.

Rosaura. No, Conte, ascoltatemi. Misero voi, se non mi ascoltate.

Ottavio. Che volete voi dirmi?

Rosaura. Sedete.

Ottavio. Eccomi. (siede [p. 491 modifica]

Rosaura. Conte mio, qui nessuno ci sente; siam soli, e possieun parlare con libertà. Voi siete sazio di me ; voi amate la mar- chesa Beatrice ; il nostro vincolo v’ impedisce di possederla ; il zelo mio vi tormenta nel conversarla (0; sono stata io stessa a rimproverarla, e per me forse da se vi scaccia la vostra bella. Tutti motivi del vostro sdegno, tutte colpe di questa infelice, tutte ragioni che minacciano la mia morte. Eccola : voi, Conte mio, voi me l’ avete preparata entro di quest’ ampolla. Non vol- tate la faccia, non isfuggite mirarmi. So che quest’ è un veleno ; so che voi lo avete a me destinato : non ricuso di beverie, ma far lo voglio in presenza vostra.

Ottavio. Eh, chi vi narra tai fole? Non credete... Non è... (vuol prender la caraffina)

Rosaura. Fermatevi, e lasciatemi dire. Se siete reo, compatitemi: se innocente, consolatemi. Deh torniamo a quel fatale principio, che vi dà pena di rammentare. Sovvengavi che voi foste il primo ed il solo amor mio. Deh rammentate a voi stesso per un momento le tenerezze che per un anno mi praticaste. Io era la vostra delizia, io il vostro bene, io la vostra consola- zione. Oh cielo ! Quando principiaste ad amarmi meno ? Quando le mie luci, il mio volto, le mie parole principiarono a dispia- cervi? Confessatelo da cavaliere. Allora solo che i vezzi della marchesa Beatrice v’ istillarono il veleno nel cuore. Qual colpa ho io commessa, che meritar mi facesse lo sdegno vostro? Mi sono io allontanata mai dall’amarvi, dall’ obbedirvi, dal com- patirvi? Ah, dunque un nuovo amore mi rese odiosa ai vostri occhi. E voi vi lusingate, che sciolto dall’ odiata catena che a me vi unisce, sareste colla mia rivale felice ? No, v’ingannate. Farà altri le mie vendette, e soffrirete forse veder dimezzato quel cuore, che ora vi stimola ad allontanarvi dal mio. Ciò dicovi soltanto per l’amore che ancor vi porto, non per movervi a compassione di me. Odiatemi pure, uccidetemi, ve lo per- dono ; mentre piuttosto che vivere da voi lontcma, a voi mi (I) G)sì le edd. Beli, e Pap.; Pasq. e Zatta, per difetto forse di stampa : il zelo mio vi tormenta sono slata io ecc. [p. 492 modifica] eleggo morir vicina. Sarete soddisfatto. Sarà Beatrice contenta. Recatele la novella della mia morte. Conte mio, sposo barbaro, ecco eh io bevo ... (in atto di prendere la caraffa)

Ottavio. Ah no, fermate, Rosaura mia Vi domando per- dono Oimè .... conosco il fallo comprendo il torto ... Sposa, compatitemi per pietà.

Rosaura. Oh cielo ! E sarà vero che voi di cuor mi parliate ?

Ottavio. Ah! che mi sento mille furie in seno, che mi sbremano il cuore.

Rosaura. Deh calmatevi.

Ottavio. Odiatemi, che ben lo merito.

Rosaura. No, caro, vi amerò piucchè mai.

Ottavio. Sono un barbaro, sono un traditore.

Rosaura. No, siete il mio caro sposo.

Ottavio. Qual pena mi si conviene per un sì nero delitto?

Rosaura. Io vi darò la pena che meritate.

Ottavio. Sì, studiate la più crudele.

Rosaura. Abbandonate la conversazione di Beatrice.

Ottavio. Vada al diavolo. (1) Sì, lo conosco : ella è cagion di tutto. L’aborrirò, l’odierò in etemo.

Rosaura. Bastami che non l’ amiate.

Ottavio. Andiamo via di Montopoli.

Rosaura. Sì, ecco la maniera di non vederla mai più.

Ottavio. Perchè non s’ apre la terra, perchè non mi fulmina il cielo ?

Rosaura. Non date in questi trasporti (2).

Ottavio. Arrossisco in mirarvi.

Rosaura. Amatemi, e ciò mi basta.

Ottavio. Oh cielo ! Come scopriste voi il veleno ?

Rosaura. Il povero Brighella s’ insospettì, m’avvisò. Perdonategli per pietà.

Ottavio. Sì, cara, con tutto il cuore. Datemi la mano.

Rosaura. Eccola. (I) Bett. aggiunge: Maledetta. Cagion di tulio. S), lo conosco ecc. (2) Bett.: Oh Dio I Non date nelli trasporti. [p. 493 modifica]

Ottavio. (L’abbraccia Sheila con tutte due le mani) Gimpatitemì, com- patitemi, compatitemi.

Rosaura. Amatemi. (piange

SCENA Vili.

Pantalone e detti.

Pantalone. (Vede II detti abbracciati) Olà! Come! Fia mia! Sior Ottavio ! Rosaura ! Sior zenero ! Sieu benedetti ! Oh cari ! Oimei ! Muore dalla consolazion. (piange)

Rosaura. Consolatevi, signor padre, mio marito mi «una.

Pantalone. Distu da senno?

Rosaura. È tutto mio.

Pantalone. Oh caro ! (bada il Conte) Com’ eia ? Come vaia ? Alo lassa l’amiga? (a Rosaura)

Rosaura. (Sì, è tutto mio). (a Pantalone)

Ottavio. Ah ! signor Pantalone, son confuso. Troppe cose si uni- scono a rendermi stordito.

Rosaura. Via, non parliamo di cose tetre. Signor padre, volete che andiamo a Roma?

Pantalone. Come? A Roma? Senza to mario?

Rosaura. Oh ! ha da venire anch’egli. E vero, signor Conte ?

Ottavio. Sì, andiamoci quanto prima.

Pantalone. Oh magari ! Tutti insieme. Pare, fia, muggier, mario, oh che compagnia ! Oh che conversazion ! Tomo dies’ anni più zovene.

SCENA IX.

Corallina e detti.

Corallina. Signori, è qui la signora marchesa Beatrice col signor Lelio e il signor Florindo.

Ottavio. Vadano al diavolo.

Pantalone. Bravo! Che i vaga al diavolo.

Ottavio. Ma no, di’ loro che passino. [p. 494 modifica]

Pantalone. (Tolè, semo da capo). (da se)

Ottavio. Rosaura, non dubitate. Il tempo è opportuno per una forte risoluzione.

Rosaura. Mi fido della vostra virtù.

Corallina. Che passino?

Ottavio. Sì, t’ho detto.

Rosaura. Porta la limonata nella mia camera; e avverti non me la tocchino.

Corallina. Oh non dubiti ! Nessuno ha mai toccato la roba sua. (rilira il laoolino indietro)

Ottavio. (Perchè non farla gettare?) (a Rosaura)

Rosaura. (Lo farò senza dar sospetto). (ad Ottavio)

Corallina. (L’ampolla la lascio lì per ora ; la prenderò poi. Ho d’andar a rispondere a quei signori coll’ampolla in mano?) (da sé, e parte)

Ottavio. Rosaura, ritiratevi con vostro padre.

Pantalone. (No lo lassar solo con culìa). (piano a Rosaura)

Rosaura. Vi ubbidisco. Andiamo.

Pantalone. (La lo farà zo). (come sopra)

Rosaura. Seguitatemi, se mi amate. (a Pantalone)

Pantalone. (Oh povera gnocca ! Ti vederà). (parte con Rosaura)

Ottavio. Gli uomini, quando sono arrivati all’estremo dell’ iniquità, o devono perire, o devono tornar indietro. Io era già sul punto di precipitare. Il cielo mi ha illuminato. Rosaura mi ha soccorso, la sua virtù mi ha assistito.

SCENA X.

La Marchesa BEATRICE, Lelio, Florindo e detto.

Lelio. Amico ! Eccomi qui da voi. (al Conte)

Florindo. Ed eccomi con una bella compagnia.

Beatrice. (Appena mi guarda. Pretenderà ch’ io sia la prima a parlare). (da se)

Ottavio. Amici, vi supplico, favorite passare dalla Contessa. Io devo dire qualche cosa alla Marchesa sola. [p. 495 modifica]

Lelio. Volentieri, servitevi pure (’). (parte)

Florindo. Sì, senza cerimonie. (parte)

Beatrice. Aspettatemi. (vuol seguirli)

Ottavio. Vi supplico, ascoltatemi, signora Marchesa. Io vi ho ser- vito pei corso di due anni : voi per altrettanto tempo mi avete favorito. I nostri trattamenti sono stati onesti, degni di voi e degni di me. Circa alle intenzioni, esaminate le vostre, io lo farò delle mie.

Beatrice. Che ragionamento mi fate voi?

Ottavio. Signora, il luogo, il tempo mi obbliga a parlarvi suc- cintamente. Io vado a Roma, e non mi vedrete mai più.

Beatrice. Perchè una tale risoluzione?

Ottavio. Per distaccarmi da voi.

Beatrice. Per distaccarvi da me? Chi sono io?

Ottavio. Una donna che mi aveva rapito il mio cuore.

Beatrice. Un diavolo che vi porti.

Ottavio. Non vi alterate.

Beatrice. Indegno! cavaliere malnato!

Ottavio. Non alzate la voce.

Beatrice. Sì, siete un villano.

Ottavio. Ma giuro al cielo...

Beatrice. Che giuro al cielo? Che direte? Che farete?

Ottavio. Dirò ... farò ... Eh ... La riverisco. (parte (2))

SCENA XI (3).

Beatrice sola. Così mi lascia ? Così mi tratta ? Indegno, malcreato ! Così una mia pari schernisce? Ecco dove mi hanno condotto quei savi gio- vani. Ecco a qual impegno mi hanno sagrificata. Misera me ! Ottavio mi fugge ; ma questo è il meno ; il perfido mi deride, m’ insulta, e la sua moglie trionferà, riderà di me quella vile, quella ,(l) Bett.: accomodatevi ; Pap.: fate pare. (2) Bett.: vuol dar in smanie. E aia. (3) E unita alla scena preced. nell’ ed. Bett. [p. 496 modifica] plebea. Chi sa ch’ella non sia a vedermi dietro a qualche portiera (I)? Oh cielo! (2) il dolore mi opprime, il furore m’as- sale, moro, non posso più. (ca</e sopra una sedia, svenuta

SCENA XII.

Lelio, Florindo e detta.

Lelio. Le cose vanno male. (a Florindo)

Florindo. Torniamola a condurre a casa. (a Lelio)

Lelio. Signora Marchesa?

Florindo. Oh diamine I Ella è svenuta.

Lelio. Il Conte le ha fatto qualche impertinenza.

Florindo. Avete niente da farla rinvenire?

Lelio. Niente a proposito : non ho altro in tasca che il tirabusson.

Florindo. Andiamo ad avvisare il Conte e la Contessa.

Lelio. Sì, andiamo. Che cosa è questa? (vede F ampolla)

Florindo. Pare acqua.

Lelio. E limonata. (odorandola)

Florindo. Spruzzatela in faccia. Intanto anderò ad avvisare qual- cheduno. (parte)

Lelio. Animo, signora Marchesa. (spruzzandola)

Beatrice. Oimè!

Lelio. Che cosa è stato?

Beatrice. Niente. Torniamo a casa.

Lelio. Volete bere una limonata, che vi farà bene?

Beatrice. Sì, date qui. Muoio dalla sete. (beve)

Lelio. Ma che cosa è stato?

Beatrice. Niente, vi dico. A casa ragioneremo (3).

SCENA XIII.

Florindo, // Conte Ottavio e detti.

Ottavio. E rinvenuta?

Lelio. Sì.

Ottavio. Che cosa le avete dato? (I)Betl. e Pap.: di qualche porta? (2) Bett.: Oh Dio I (3) Bett.: ragionerò. [p. 497 modifica]

Lelio. Ha bevuto un poco di limonata.

Ottavio. Che limonata?

Lelio. L’ abbiamo ritrovata sul tavolino.

Ottavio. Oimè ! Presto un medico. (a Florindo)

Florindo. Perchè?

Ottavio. La Marchesa è avvelenata.

Beatrice. Io avvelenata ? (s’alza furiosa)

Ottavio. Sì, presto, soccorretela.

Lelio. Ma come?

Ottavio. In quell’ ampolla vi era il veleno.

Beatrice. Ah scellerato, a me il veleno? FloRINEX). Presto un medico. (parte)

Ottavio. Non era preparato per voi. (a Beatrice)

Lelio. Ma per chi dunque? (ad Ottavio)

Ottavio. Ah! Giacché il cielo non vuole che il mio delitto si celi, sì, lo dirò : era preparato il veleno alla mia povera moglie. Voi, signora, ne foste la cagione, e a voi medesima il cielo lo ha destinato.

Beatrice. Misera me, son morta. Voi mi avete condotta al sacrifizio. (a Lelio)

Lelio. Che cosa sapevo di quest’imbrogli? (’)

Ottavio. Ah signora Marchesa ! Noi abbiamo fatto piangere un’ in- nocente.

Beatrice. Ah sì, il cielo mi punisce a ragione.

SCENA ULTIMA.

La Contessa Rosaura, Florindo, Pantalone e detti.

Ottavio. Viene il medico?

Rosaura. Il medico sarò io.

Beatrice. Sarete vendicata. Io morirò. (2) (a Rosaura)

Rosaura. No, non morirete. In quell’ ampolla non vi era il ve- leno. Non sono stata sì poco cauta a serbarlo. L’ ho gettato ; ho fatto il Ccimbio con un’ altra limonata iimocente, ed ho mo- (I) Bett.: Cosa sapevo io quest’Imbrogli? (2) Bett. ha ’m\ece: Ah Rosaura I Sarete vendicata. mtn [p. 498 modifica] strato d’ avvelenarmi, per osservare sin dove giungesse la crudeltà del mio sposo. Mi condannate voi per un simile ingarmo? (ad Ottavio)

Ottavio. No, cara ; vi lodo, vi abbraccio, e rendo grazie al cielo di cuore.

Pantalone. Vedeu, siori? Queste xe le donne de garbo, muggier savie, femene de condotta e prudenza.

Beatrice. Ah Contessa, a voi devo la vita. Compatitemi, se per mia cagione avete sofferto dei dispiaceri. L amicizia mia col Conte vostro marito è stata onestissima ; tuttavolta comprendo essere riuscita a voi di pena, a me di pericolo, al mondo di osservazione. Addio per sempre.

Lelio. Vi serviremo a casa.

Beatrice. No, non voglio più la vostra compagnia. Non avete fatto che eccitare il mio sdegno contro la Contessina (0).

Rosaura. E lo stesso hanno fatto meco contro di voi. (a Beatrice)

Lelio. Servitor umilissimo di lor signore.

Florindo. Servo divoto.

Ottavio. Amici falsi, doppi, simulatori.

Lelio. (Con un uomo bestiale non ci cimentiamo).

Florindo. (Andiamo, è fuori di se). (partono)

Rosaura. Deh permettetemi che in segno di vera e rispettosa amicizia vi dia un abbraccio, (a Beatrice) Che vi assicuri con questo, essermi di tutto dimenticata, e che non mi resta un’ om- \ bra di sdegno, un’ ombra di sospetto contro di voi. Signor pa- ’ dre, andiamo subito a Roma, e voi, caro sposo, continuatemi r amor vostro, e abbiate compassione di me, che piansi tanto, che tanto per voi soffersi e penai. Consolatemi in avvenire, e quantunque io non sia né vezzosa, ne amabile, amatemi perchè son vostra; e assicuratevi che qualunque amore di donna non arriverà mai a quello di moglie, poiché in tutti gli altri, sic- come vi è il delitto, vi può essere facilmente 1 inganno ; ma in questo vi è l’ onestà, l’ innocenza, la tranquillità, la conso- Icizione, la pace. Fine della Commedia. (1) Bett.: contro Rosaura.