Canti (Leopardi - Ginzburg)/Nota

Nota

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Appendice - Varianti Notizie e congetture cronologiche

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La presente edizione sostituisce quella curata per gli «Scrittori d’Italia» da Alessandro Donati, nel 1917.

I

I Canti di Giacomo Leopardi s’intitolarono cosí per la prima volta, ed ebbero un ordinamento assai simile a quello definitivo, soltanto nel 1831, con l’edizione Piatti. Ma, fra pubblicazioni parziali e complessive, sei volte le poesie del Leopardi uscirono in opuscolo o in volume col suo concorso, e un paio di volte in periodici d’indole letteraria. Spesso lontano dal luogo della stampa o sofferente, il Leopardi non potè, in genere, ottenere che tali edizioni riuscissero corrette com’egli desiderava e procurava che fossero: donde i suoi frequenti giudizi sfavorevoli, che si sono raccolti qui, insieme a tutte le altre notizie atte a chiarire le circostanze e la fisionomia d’ogni singola pubblicazione.

1. — Canzoni | di | Giacomo Leopardi | Sull’Italia | Sul Monumento dí Dante che si prepara in Firenze | Roma MDCCCXVIII | Presso Francesco Bourlié. Pp. 28 in-16. Precede le canzoni la lettera dedicatoria a Vincenzo Monti. L’opuscolo usci al principio del 1819, per cura dell’abate Francesco Cancellieri. Il Leopardi ne fu molto malcontento, tanto che scrisse al Giordani (18 gennaio 1819) la sua intenzione di consegnare le copie «in anima e corpo al pizzicagnolo, non volendo che nessuno veda quest’obbrobrio di stampa».

2. — Canzone | di | Giacomo Leopardi | ad | Angelo Mai | Bologna MDCCCXX | Per le stampe di Jacopo Marsigli | con approvazione. Pp. 16 in-16. Precede la canzone la lettera dedicatoria al conte Leonardo Trissino. L’opuscolo usci nel luglio 1820, curato da Pietro Brighenti. A lui il Leopardi scriveva il 17 luglio, [p. 252 modifica]dicendogli d’aver avuto una sua lettera dell’8, «insieme con la nota stampa, della quale sono soddisfattissimo, e la ringrazio cordialmente per la correzione che ho trovato esattissima, eccetto in un solo luogo», cioè al v. 173.

3. — Canzoni | del conte | Giacomo Leopardi | Bologna | pei tipi del Nobili e Comp.° | 1824. Pp. 196 in-16 picc. + l’approvazione ecclesiastica e l’errata-corrige, divisi dal resto con un foglietto bianco. L’approvazione ecclesiastica porta le date del 2, del 4 e del 18 maggio, ma il volumetto uscì soltanto nell’ottobre, curato dal Brighenti. Il 23 agosto, prima ancora d’avere a Recanati tutti i fogli di stampa, il Leopardi scriveva al Brighenti: «Sono stato contentissimo della stampa, per la carta, i caratteri, e tutto. In quanto alla correzione, vedrete dalla noterella posta qui dietro, che sono corsi nell’edizione parecchi errori». Il 3 settembre gli poteva poi dare una lista completa di correzioni, che il Brighenti riprodusse nell’errata-corrige con parecchie lacune. Quest’edizione comprende, dopo l’avvertenza A chi legge, le seguenti poesie: All’Italia | canzone prima, preceduta da una nuova redazione della lettera dedicatoria al Monti; Sopra il monumento di Dante | che si prepara in Firenze | canzone seconda; Ad | Angelo Mai | quand’ebbe trovato i libri | di Cicerone | della Repubblica | canzone terza, preceduta da una nuova redazione della lettera dedicatoria al Trissino; Nelle nozze | della sorella Paolina | canzone quarta; A un vincitore | nel pallone | canzone quinta; Bruto minore | canzone sesta, preceduta dalla Comparazione | delle sentenze | di Bruto minore | e di Teofrasto | vicini a morte; Alla Primavera | o | delle favole antiche | canzone settima, Ultimo canto di Saffo | canzone ottava; | Inno ai Patriarchi | o | de’ principii del genere umano | canzone nona; Alla sua donna | canzone decima. Seguono le Annotazioni.

4. — Versi | del conte | Giacomo Leopardi | Bologna 1826 | dalla stamperia delle Muse | Strada Stefano n. 76 | con approvazione. Pp. 88 in-16 picc. Il volumetto uscì nel settembre, certo curato dall’autore stesso; e ne fu editore il Brighenti, giacché quello di strada Stefano 76 era il suo recapito. L’avvertenza che c’è in principio, Gli editori | a chi legge, è del Leopardi, e perciò vale la pena di riportarla: «Abbiamo creduto far cosa grata al Pubblico italiano, raccogliendo e pubblicando in carta e forma uguali a quelle delle Canzoni del conte Leopardi già stampate in questa città, tutte le altre poesie originali dello stesso autore, tra le quali alcune inedite, di cui siamo stati favoriti dalla sua [p. 253 modifica]cortesia. Si è compresa tra le poesie originali la Guerra dei topi e delle rane, perché piuttosto imitazione che traduzione dal greco. In ultimo abbiamo aggiunto il Volgarizzamento della Satira di Simonide sopra le donne; della qual poesia, molto antica e molto elegante, non sappiamo che v’abbia finora altra traduzione italiana». L’edizione, che è la piú corretta fra quelle uscite in vita del Leopardi, contiene poi le seguenti poesie: Idilli | MDCCCXIX (L’infinito | Idillio I; La sera del giorno festivo | Idillio II; La ricordanza | Idillio III; Il sogno | Idillio IV | Lo spavento notturno | Idillio V; La vita solitaria | Idillio VI); Elegie | MDCCCXVII (Elegia I: «Tornami a mente il dí che la battaglia»; Elegia II: «Dove son? dove fui? che m’addolora?»); i cinque Sonetti | in persona | di ser Pecora | fiorentino beccaio | MDCCCXVII, preceduti da un’avvertenza; l’Epistola | al conte Carlo Pepoli | MDCCCXXVI; i tre canti della Guerra dei topi e delle rane | MDCCCXV; il Volgarizzamento | della Satira di Simonide | sopra le donne | MDCCCXXIII. È noto che le date da cui sono accompagnati questi titoli non hanno tutte il medesimo significato. Solamente i primi idilli sono del 1819, sebbene a quell’anno il Leopardi potesse far risalire la scoperta del suo nuovo mondo poetico; e del 1815 è la prima redazione della Batracomiomachia (pubblicata nello «Spettatore» di Milano l’anno dopo), non la terza che fu accolta fra i Versi; mentre è davvero del 1826 l’Epistola al conte Carlo Pepoli.

5. — Canti | del conte | Giacomo Leopardi. | Firenze | presso Guglielmo Piatti | 1831. Pp. 165 in-8 picc. Il volumetto uscì nel marzo 1831, curato da Antonio Ranieri assai piú che dal Leopardi. Contiene, dopo la lettera dedicatoria Agli amici suoi | di Toscana, le seguenti poesie: I. | All’Italia; II. | Sopra il monumento | di Dante | che si preparava in Firenze; III. | Ad Angelo Mai, quand’ebbe trovato i libri | di Cicerone | della Repubblica; IV. | Nelle nozze | della sorella Paolina; V. | A un vincitore | nel pallone; VI. | Bruto minore; VII. | Alla Primavera, | o | delle favole antiche:; VIII | Inno ai Patriarchi, | o | de’ principii del genere umano; IX. | Ultimo canto | di Saffo; X. | Il primo amore [Elegia I dei Versi]; XI. | L’infinito; XII. | La sera del giorno festivo; XIII. | Alla luna | La ricordanza dei Versi |; XIV. | Il sogno; XV. | La vita solitaria; XVI. | Alla sua donna; XVII. | Al conte Carlo Pepoli; XVIII. | Il risorgimento; XIX. | A Silvia; XX. | Le ricordanze; XXI. | Canto notturno di un pastore vagante dell’Asia; XXII. | La [p. 254 modifica]quiete dopo la tempesta; XXIII. | Il sabato | del villaggio. In fondo ai canti I, II, III, VI, VII, VIII, XVI, XXI vi sono delle note, in parte tratte da altre stampe, in parte nuove. Scriveva il Leopardi a Luigi de Sinner, nel maggio del 1831: «Vi ho spedito per la posta un esemplare de’ miei Canti, che contiene tutte le mie poesie originali approvate e ricorrette. Le altre che ho pubblicate in vari tempi sono da me disapprovate e rifiutate». E indicava all’amico tre correzioni da fare, cui noi ne potremmo aggiungere ancora una decina.

5 a. — Canti | del conte | Giacomo Leopardi | Palermo | Stamperia di Francesco Spampinato j 1834. Pp. 4+114 + 2 in-16 picc. Quest’edizione riproduce senza troppo gravi errori la precedente. Si può notare come curiosità che innanzi alla lettera dedicatoria manca ogni indicazione ch’essa sia diretta agli amici di Toscana. La dedica, nella sua forma esatta, compare però nell’indice.

6. — Canti | di | Giacomo Leopardi. | Edizione corretta, accresciuta, | e sola approvata dall’autore. I Napoli, | presso Saverio Starita | Strada Quercia n. 14 | 1835. Pp. 177 in-16 picc. Precede un occhietto: Opere | di | Giacomo Leopardi. | Vol. I. Nel verso della stessa pagina si legge: «L’autore dichiara che le Considerazioni sopra la Storia ultima del Botta, ristampate in questa città, ed altri scritti di quel genere, che corrono per l’Italia, non sono suoi. Simili dichiarazioni in tal proposito egli ha pubblicato già altre volte, per mezzo di giornali, in altre parti d’Italia». Era la terza volta che il Leopardi rifiutava la paternità di scritti del conte Monaldo. Dopo le due smentite del 1832, uscite nell’* Antologia» e nel «Diario di Roma», questa terza acquista un particolare valore, quando si pensi che nell’edizione Starita era pubblicata per la prima volta la Palinodia al marchese Gino Cappotti, con le sue ironie sui «barbati eroi», cioè sui liberali italiani. Il volumetto, curato dal Leopardi, con l’aiuto del Ranieri, usci alla fine di settembre. Precedeva le poesie la Notizia | intorno alle edizioni di questi Canti. I quattordici «componimenti non piú stampati» e i due ripresi da un’edizione anteriore erano distribuiti fra gli altri, nel modo seguente: I. | All’Italia; II. | Sopra il monumento | di Dante | che si preparava in Firenze; III. | Ad Angelo Mai, | quand’ebbe trovato i libri | di Cicerone | della Repubblica; IV. | Nelle nozze | della sorella Paolina; V. | A un vincitore | nel pallone; VI. | Bruto minore; VII. | Alla Primavera, | o | delle favole antiche; Vili. | Inno | ai Patriarchi, | o | de’ principii del genere umano; IX. | Ultimo [p. 255 modifica]canto | di Saffo; X. | Il primo amore; XI. | Il passero solitario; XII. | L’infinito; XIII. | La sera | del dí di festa; XIV. | Alla luna; XV. | Il sogno; XVI. | La vita solitaria; XVII. | Consalvo; XVIII. | Alla sua donna; XIX. | Al conte | Carlo Pepoli; XX. | Il risorgimento; XXI. | A Silvia; XXII. | Le ricordanze; XXIII. | Canto notturno | di un pastore errante dell’Asia; XXIV. | La quiete | dopo la tempesta; XXV. | Il sabato | del villaggio; XXVI. | Il pensiero dominante; XXVII. | Amore e Morte; XXVIII. | A se stesso; XXIX. | Aspasia; XXX. | Sopra | un basso rilievo antico sepolcrale, | dove una giovane morta | è rappresentata in atto di partire, | accomiatandosi dai suoi; XXXI. | Sopra il ritratto | di una bella donna | scolpito nel monumento sepolcrale | della medesima; XXXII. | Palinodia | al marchese Gino Capponi; XXXIII. | Imitazione; XXXIV. | Scherzo; Frammenti: XXXV. [è Lo spavento notturno, Idillio V dei Versi]; XXXVI. [sono i vv. 40-54 dell’Elegia II dei Versi]; XXXVII. [sono i primi 76 versi della cantica giovanile Appressamento della morte, pubblicata per la prima volta nel 1880 da Zanino Volta]; XXXVIII. | Dal greco di Simonide; XXXIX. | Dello stesso. Venivano dopo il testo undici note, alcune delle quali tratte dalle edizioni precedenti ma rielaborate, e altre nuove. Chiudeva il volume un lungo errata-corrige, in cui erano numerose le vere e proprie varianti, tanto che forse è ironica l’affermazione preliminare del Leopardi: «Salvo alcuni pochi, sono errori per lo piú tenuissimi: il notarli sia segno di diligenza». Un’aggiunta a quest’errata-corrige fu stampata poi di contro al frontispizio del secondo volume delle Opere, che comprendeva le Operette morali fino a tutto il Parini. Il Leopardi, scrivendo a Luigi de Sinner il 6 aprile 1836, mostra d’essere «disgustatissimo del pidocchioso libraio, il quale avendo raccolto col suo manifesto un numero di associati maggiore che non credesse, sicuro dello spaccio, ha dato la piú infame edizione che ha potuto, di carta, di caratteri e di ogni cosa». Le lamentele erano fondate: gli errori di stampa veri e propri erano infatti non meno di ventisei; mentre la carta e i caratteri sfiguravano assai, messi a confronto con quelli dell’edizione Piatti del 18311. A due errori particolarmente gravi (sola per solo in XXIX, 75 e tutti per tutto in [p. 256 modifica]XXXI, 51) il Leopardi cercò di ovviare, facendo raschiar via la lettera sbagliata, e porre in suo luogo quella giusta2; ma la correzione fu eseguita su poche copie, forse solo su quante risultavano destinate all’autore. E quasi egualmente spiacevole dovette essere il caso di tre nuovi errori introdotti proprio all’ultimo, durante la tiratura (una virgola di troppo al v. 21, tre al v. 41, e un le per la al v. 51 di XXIX), quando avvenne un guaio che non sappiamo alle pp. 133-136, sí che furono tagliate via e sostituite con un carticino. È vero che, in compenso, si corresse allora in quanto il quando di XXIX, 72, che magari era stato la prima causa dell’incidente3, e si pose una virgola in fondo a XXIX, 64.

6 a. — Le medesime caratteristiche bibliografiche si dovrebbero dare di una contraffazione dell’edizione Starita, che solo il Moroncini riconobbe come tale senz’esitare5; senonché le pagine qui sono 176 invece di 177, mancando l’errata-corrige. A parte la scorrettezza tipografica, che oltrepassa i limiti del lecito, e i caratteri tutti diversi da quelli usati dalla Stamperia dell’Aquila pelle autentiche edizioni Starita, chi avesse ancora qualche dubbio, e volesse rievocare la leggenda di una primitiva edizione curata dal Ranieri, e poi rifiutata e fatta rifare dal Leopardi, avrebbe la prova migliore della contraffazione a p. 130, dove, caduto un verso (XXVII, 83) per via, rimane un vuoto in fondo, perché la pagina seguente continui a corrispondere esattamente alla p. 131 degli esemplari autentici.

6 b. — Canti | di | Giacomo Leopardi | Edizione | corretta, e notabilmente accresciuta | Firenze | nella Stamperia Piatti | 1836. [p. 257 modifica]Pp. 180 in-16 picc. Riproduce senza nominarla, ma con qualche errore e fraintendimento, l’edizione Starita: tenendo conto, naturalmente, delle correzioni e modificazioni segnate nell’errata-corrige.

Il Piatti adoperò un esemplare qualsiasi della Starita, che non portava le due mutazioni ultime fatte eseguire dal Leopardi; e mostrò di non aver conosciuto il secondo volume delle Opere, con l’aggiunta all’errata-corrige, stampando «muore» in XI, 3 e lasciando incompleto un rinvio a Ovidio ch’è in fondo alla nota (6).

Questo è confermato da due lettere del Piatti al Ranieri, del 13 febbraio e del 18 ottobre 1836. Nella seconda scriveva: «Faccia i miei piú distinti saluti al Signor Conte Leopardi. Io ho avuto il primo tomo delle sue poesie costi stampate, ma non ho ricevuto mai il 20, perciò me la mandi Lei una copia»6. Si dimenticava però d’avvertire che quel «primo tomo» l’aveva subito ristampato per suo conto.

7. — Il sogno | Elegia (inedita), nel «Caffè di Petronio» di Bologna, compilato da Pietro Brighenti, n. 33, del 13 agosto 1825, pp. 129-130. Anonima, la poesia comparve nella rubrica delle Notizie bibliografiche.

8. — Idilli e volgarizzamenti | di alcuni versi morali dal greco | del conte Giacomo Leopardi, nel «Nuovo Ricoglitore» di Milano, 11. 12, dicembre 1825, pp. 903-904, e 11. 13, gennaio 1826, pp. 45-51. Questa primitiva edizione degli idilli comprende L’infinito

| Idillio I e La sera del giorno festivo | Idillio II, nella prima puntata; e nella seconda: La ricordanza | Idillio III; Il sogno | Idillio IV; Lo spavento notturno | Idillio V; La vita solitaria | Idillio VI. Nel «Nuovo Ricoglitore» del 1825, nn. 9 e 11, il Leopardi aveva già ripubblicato le Annotazioni dell’edizione Nobili, facendole precedere da un annuncio bibliografico dove la canzone Alla sua donna era riprodotta per intero (n. 9, settembre, pp. 660-661). [p. 258 modifica]

II

Malcontento dello Starita per la riuscita tipografica dell’edizione, il Leopardi prevedeva di doverla addirittura interrompere; ma, scrivendone a Luigi de Sinner nella lettera già citata del 6 aprile 1836, egli accennava anche a un’altra ragione, alla «bontà» di coloro che avevano «allarmata la censura». Fu ancora piú esplicito con l’amico il 22 dicembre, quando il fatto era accaduto davvero: «L’edizione delle mie Opere è sospesa, e piú probabilmente abolita, dal secondo volume in qua, il quale ancora non si è potuto vendere a Napoli pubblicamente, non avendo ottenuto il publicetur. La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui ed in tutto il mondo, sotto un nome o sotto l’altro, possono ancora e potranno eternamente tutto». Ma già un progetto nuovo prendeva forma nella sua mente: «Credete voi che mandando costí un esemplare delle mie o poesie o prose, con molte correzioni ed aggiunte inedite, ovvero un libro del tutto inedito, si troverebbe un libraio (come Baudry o altri) che senza alcun mio compenso pecuniario ne desse un’edizione a suo conto? Io credo di no; e quella pazza bestia di Tommaseo, che disprezzato in Italia, si fa tenere un grand’uomo a Parigi, e che è nemico mio personale, si prenderebbe la pena di dissuadere qualunque libraio da tale impresa». Luigi de Sinner rispose subito (il 27 gennaio 1837), chiedendo un prospetto in francese da presentare all’eventuale editore, e appariva felice di venire in aiuto al Leopardi: «Il me serait si doux de vous publier à Paris. Tommaseo n’y mettra, et n’y pourra mettre aucune entrave...»7. Il 2 marzo il Leopardi spediva il prospetto, che per i Canti prometteva l’aggiunta di «morceaux inédits», e le trattative dovettero iniziarsi subito. Una lettera del maggio, scritta da Berna dove il filologo svizzero s’era allora recato, e non si sa quando giunta a Napoli, annunciava: «La négociation avec Baudry, grâce aux soins de Mess. Ugoni, Cobianchi et Fauriel a entièrement réussi»8. Bisognava però che il Leopardi consentisse a raccogliere tutto in un volume solo, in-8 grande, della collezione Baudry di autori italiani, che comprendeva le opere del Manzoni, del Pellico e del [p. 259 modifica]Foscolo. Il contenuto esatto del volume l’avrebbe fissato il Leopardi; ma Luigi de Sinner proponeva già di accogliervi «les variantes des 3 éditions des Opere», e l’Ugoni pensava che fosse bene ristampare le Annotazioni e le altre prose dell’edizione Nobili9. Il Leopardi non rispose a questa lettera, e tanto meno spedí a Parigi, come il suo amico prevedeva, un esemplare corretto e aumentato dei Canti. Forse quelle proposte giunsero a destinazione dopo il 14 giugno, e il Leopardi non le vide piú. Comunque, l’accenno che vi fece il Ranieri, quando, il 28 giugno, diede la luttuosa notizia a Luigi de Sinner, era piuttosto un’abile transizione per mettere avanti il proprio diritto di sopraintendere a tutte le pubblicazioni leopardiane progettate o di là da venire: «La sua morte è stata presso che inavvertita, perché poco prima di morire ragionava meco tranquillamente della edizione, che il Baudry si propone costí di dare delle sue opere. Al qual proposito desidero ch’ella abbia la bontà d’intendersela in tutto e per tutto meco, se, come non dubito punto, ella continua nel proponimento di promuovere sempre piú la fama già grandissima di questo ingegno portentoso. Io conosco tutti i suoi intendimenti, ed ho già pronto per mandarlo a lei il primo volume, contenente i canti, fra i quali due inediti e piú che bellissimi, e parte delle prose...»10. Nella lettera seguente, del 2 settembre, in risposta al filologo che riproponeva d’includere Annotazioni e varianti nell’edizione Baudry, il Ranieri insisteva, certo esagerando nei particolari, sul carattere definitivo che avevano i miglioramenti apportati dal Leopardi all’edizione Starita; ma di nuovo non lasciava capire se le proposte di Berna fossero giunte in tempo, ed eventualmente come fossero state accolte dal Leopardi: «Le note dell’edizione di Bologna non sarei d’avviso di riprodurle, e perché l’autore non voleva, e perché veramente sono in un certo stile scherzevole al tutto contrario all’indole sua, oltre di che parlano di cose meramente di lingua, e furono scritte per dare [p. 260 modifica]momentaneamente la berta a certi pedanti. Le varianti né pure sarei d’avviso di darle, anche perché l’autore ha preparato da sé, com’io già le scrissi, i canti e parte delle prose, ed a noi non parmi che possa esser lecito di porci le mani; in oltre egli mutava sempre per non lievi cagioni; e mi diceva di queste ultime correzioni preparate per il Baudry, che veramente (come si dice in Firenze) gli finivano, cioè fermamente e ultimamente gli piacevano; e che non voleva mai piú ritornarci sopra»11. Il Leopardi, invece, si mise al lavoro sicuramente dopo poco ch’era comparsa l’edizione Starita; e se anche gli piacque chiamare «edizione Baudry» quella che adagio adagio cosí preparava, quasi sempre correggendo da sé e solo qualche volta dettando al Ranieri, non ebbe il tempo di pensarla come una realtà immutabile, cui sacrificare la propria incontentabilità artistica. Ma il Ranieri riponeva ormai ogni sua ambizione nell’esser considerato il depositario degl’intimi propositi del Leopardi, ed era capace di parziali alterazioni del vero, se gli sembrava che servissero agli scopi della sua sostanziale fedeltà interpretativa. Cosí al conte Monaldo, il 18 luglio 1837, fece credere le cose inedite del figlio «già prima della sventura state mandate da Giacomo al Baudry libraio in Parigi»12, perché quegli non tentasse d’impedirne la stampa. L’edizione Baudry non si fece. Il Baudry prima tergiversò13, poi dismise l’idea, sconsigliatone, come aveva previsto il Leopardi, dal Tommaseo e dai suoi amici cattolici. Consentí invece, nel 1842, a lasciar porre il nome della propria ditta sul frontispizio dei Paralipomeni, stampati però a spese del Ranieri in una piccola tipografia parigina14; e in quell’epoca ci fu qualche speranza di convincerlo a riprendere il progetto dell’edizione maggiore, se è da ritenere non del tutto infondato quanto scriveva il Ranieri al Vieusseux, il 24 giugno 184215. Ma solamente nell’ottobre dell’anno successivo il Ranieri, entrando in rapporti con Felice Le Monnier, poteva porre le prime basi della famosa edizione fiorentina delle Opere del Leopardi, uscita poi nel marzo del 1845, [p. 261 modifica]dopo burrascose vicende che i carteggi pubblicati dal Luiso e dal Serban documentano assai bene. Nel primo dei due volumi delle Opere | di | Giacomo Leopardi | Edizione accresciuta, ordinata e corretta, | secondo l’ultimo intendimento dell’autore, | da | Antonio Ranieri. | Firenze, | Felice Le Monnier. | 1845, i Canti, che comprendevano le pp. 5-138, piú tre pagine di note, erano riprodotti, con sviste in genere piú numerose che gravi, secondo una copia dell’edizione Starita, su cui il Ranieri aveva riportate le correzioni (quasi tutte autografe) e inserite le aggiunte dell’esemplare preparato dal Leopardi in vista dell’«edizione Baudry». Notevole era sopratutto la pubblicazione di due canti inediti, Il tramonto della luna e La ginestra | o | il fiore del deserto, che, messi subito dopo la Palinodia, assumevano rispettivamente i nn. XXXIII e XXXIV.

L’edizione curata dal Ranieri tenne il campo incontrastatamente per oltre quarant’anni: solo qualche lieve mutamento d’interpunzione fu proposto, per pure ragioni sintattiche. Poi venne il desiderio di risalire ai manoscritti; e il Mestica, per la sua edizione Diamante del 1886 (Firenze, Barbèra), studiò l’esemplare della Starita corretto di mano del Ranieri, ch’era rimasto nell’archivio della casa Le Monnier, credendo di trovarsi dinanzi a un originale. Quando furono rese accessibili agli studiosi le «carte napoletane» (eredità Ranieri), vi si rinvenne un altro esemplare corretto dell’edizione Starita: già dall’inventario notarile si sapeva che vi erano cucite dentro «alcune pagine manoscritte, contenenti un foglietto di quattro pagine autografe del Leopardi, e dieci foglietti contenenti la Ginestra e la Imitazione di carattere del Ranieri»16; ma si vide allora che anche le correzioni ai canti stampati erano quasi tutte del Leopardi. Il Mestica conobbe quest’esemplare, e certo se ne serví, mentre preparava per la stampa le Opere di Giacomo Leopardi da lui approvate; non sembra, però, che stabilisse con sicurezza in che relazione stiano fra loro le due copie corrette, delle quali quella servita per l’edizione Ranieri del 1845 dal Le Monnier era stata solennemente donata alla Biblioteca leopardiana municipale di Recanati. Comunque, la nuova edizione del Mestica uscí postuma (Firenze, Succ. Le Monnier, 1906), e senza corredo critico, sicché anche i criteri con cui era [p. 262 modifica]costituito il testo si potevano soltanto supporre. Fu poi il Moroncini a chiarire definitivamente che sull’esemplare recanatese il Ranieri aveva riportato, del resto abbastanza esattamente, le particolaritá di quello napoletano, per non separarsi (com’era giusto) da un cimelio prezioso al momento della stampa17. Non pare tuttavia che i materiali di cui il Ranieri non si curò di ottenere la restituzione fossero preparati appositamente per l’edizione Le Monnier, come ritenne il Moroncini: il Mestica, nella sua prefazione del 1886, si richiamava invece, a ragione, al progetto dell’edizione Baudry, per via delle indicazioni in francese scritte sia sul fascicolo dei I, come sugli altri che costituivano le I (Premier cahier, ecc.)18.

Trovato un fondamento cosí sicuro per il suo testo, il Moroncini si propose di riprodurre quasi diplomaticamente quella che con lui chiameremo la «Starita corretta», emendando cioè solo sviste ed errori di stampa, o che a lui sembrassero tali. Egli diede anche, con un metodo che fu molto discusso, le varianti di tutte le stampe originali e di tutti i manoscritti conosciuti; e non è da stupire se, in tanta congerie, le omissioni e gli equivoci fossero parecchi. Ma il testo fu oggetto delle cure piú diligenti; tanto che sono due in tutto gli errori di stampa che si riescono ad aggiungere a quello (XXVIII, 2) che il Moroncini stesso additò nell’errata-corrige: ohimè per oimè in XVII, 46 e d’ogni intorno per d’ogn’intorno in XXXIX, 6419.

III

Da quella del Moroncini (1927) in poi, a fondamento di ogni edizione dei Canti, e perciò anche della presente, deve porsi dunque l’esemplare della Starita corretto dal Leopardi, e dal Ranieri sotto la sua direzione, che è conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Esso è riprodotto qui con una sostanziale fedeltà, che supera forse quella del Moroncini, malgrado le maggiori differenze apparenti. [p. 263 modifica]

I criteri ortografici a cui si era ridotto da ultimo il Leopardi, nel suo desiderio d’essere semplice e di non sovraccaricare la pagina, erano cosí sottilmente ragionati, e nello stesso tempo cosí vicini ai nostri, che era naturale cercare di trasporre, se mai, quei segni in altri piú familiari ai lettori di questa raccolta, ma di non aggiungerne dei nuovi senza necessità. Secondo le regole usate generalmente negli «Scrittori d’Italia», in quest’edizione sono stati distinti gli accenti gravi e gli acuti in fine di parola; e lo stesso si è fatto per i pochi altri accenti tonici segnati dal Leopardi, per diversificare il senso degli omonimi o per chiarire l’accentazione d’un verso: nel primo caso l’edizione Starita ha sempre l’accento grave (già, perchè, tradì, combatterà: I, 27, 28, 31, 38, ecc.), nel secondo sempre l’acuto (vóti: XI, 54, ecc.; lúgubri: XXVI, 5 e XXX, 35; sígari: XXXII, 14). È stato trasformato in circonflesso l’accento grave che il Leopardi pone sulle forme verbali contratte, che possono confondersi con altre forme verbali o con sostantivi (placàr, ornàr: VI, iii, ecc.; còr: XXIV, 14 e XXVI, 88). Sono stati introdotti dei segni in piú solo in pochi casi in cui l’uso nostro si è definitivamente allontanato da quello del Leopardi: sostantivo (IV, 92, ecc.) è stato perciò scritto diversamente da di verbo (II, 182 e 183), e sostantivo (XV, 95) diversamente da fe verbo (XXXI, 8); inoltre, è stato accentato il pronome . Il Leopardi, che prima abbondava nelle maiuscole e negli accenti di distinzione (nell’edizione Nobili in VIII, 108 stampò addirittura ónde, perché il sostantivo non andasse confuso con l’avverbio, e quest’ortografia fu ancora riprodotta nell’edizione Piatti del 1831), s’era infine persuaso che ogni segno doveva essere strettamente giustificato, e servire davvero a eliminar degli equivoci: sicché nell’edizione Starita lasciò la maiuscola a Sol e Soli, ma gli parve inutile per il sole, proprio guidato da un desiderio di chiarezza, e non certo dalle ragioni vanamente inseguite dal Moroncini20. L’origine delle altre poche maiuscole poste dal Leopardi a nomi comuni è evidente di per sé, e tutte sono state conservate; mentre ai capoversi, seguendo l’abitudine della collezione, è stata messa la minuscola. Il modo di abbreviare le indicazioni bibliografiche, nelle note, è stato sostanzialmente rispettato.

Ci si scosta, com’è ovvio, dalla «Starita corretta» anche per eliminare gli errori di stampa sfuggiti al Leopardi nelle sue [p. 264 modifica]accurate revisioni e gli errori di trascrizione della copia della Ginestra che è inserita in quello stesso esemplare, pur considerata giustamente dal Moroncini come la piú esatta delle tre esistenti, tutte di mano del Ranieri. In III, 13 va ristabilita la virgola in fondo al verso, che c’era nell’edizione Piatti, e fu certo dimenticata nel correggere le bozze perché a quel punto finiva anche la pagina. In VIII, 43 fraticida va corretto in fratricida: è sommamente improbabile che il Leopardi, proprio in un’epoca in cui cercava di rendere meno preziosa la sua lingua poetica e perfino la sua ortografia, ricorresse a un termine di Crusca da lui stesso deriso nelle Annotazioni alle Canzoni di Bologna21; ad ogni modo, l’edizione Piatti del 1836 che riproduce la Starita fu pronta ad accogliere quello che poteva sembrare un omaggio al Vocabolario; ma da allora mai nessuno se n’è piú accorto. In XV, 22 bisogna sostituire con una virgola il punto e virgola comparso nell’edizione dei Versi, e riprodotto poi in quelle del Piatti e dello Starita, ma contrario all’uso del Leopardi: errore probabilmente nato durante una revisione del testo uscito sul «Nuovo Ricoglitore», dove mancava la virgola a metà del verso. In XVI, 56 invece di piaggie va scritto piagge: l’ortografia esatta, del resto, si trova anche in questa stessa poesia, al v. 93. In XIX, 6 è da porre l’accento su lasciar, che è un passato remoto. In XXXIV, 109 sembra preferibile inserire una virgola fra e che, come c’è nelle altre due copie della Ginestra dovute anch’esse al Ranieri, e nell’edizione del 1845. Cosí anche al v. 121, dopo danno, e in fondo al v. 129, la virgola sembra indispensabile, e di nuovo è confermata dalla concordanza delle altre due copie e dall’edizione del 1845. Le stesse testimonianze si potrebbero invocare in favore della sostituzione di contra a contro in XXXIV, 148; ma basterà ricordare l’osservazione del Moroncini, non applicata però da lui a questo luogo, che il Leopardi non adopera mai la forma contro22. In XXXIV, 214 lo spostamento della virgola, messa dopo invece che prima di profondo, è ormai tradizionale, dall’edizione Chiarini (1869). In XXXIV, 255 sull’ va corretto, secondo l’uso costante del Leopardi, in su l’. In XXXIV, 285, sempre per seguire le abitudini ortografiche del Leopardi, va accentato l’aggettivo voti. A metà della nota (1) è da aggiungere una virgola dopo [p. 265 modifica]avendo veduto il fatto ( «avendo veduto il fatto, si può dire, cogli occhi propri»), che è nell’autografo, ma non comparve in nessuna edizione. Di queste rettificazioni, le piú ovvie sono già tutte registrate dal Moroncini.

Sono questi gli autentici errori della «Starita corretta», che invece in altri punti dev’essere seguita piú fedelmente di quanto non abbia fatto il Moroncini. In IV, 28 bisogna lasciare in fondo al verso la virgola che c’è in tutte le edizioni curate dal Leopardi e in quella del 1845: non è lo stesso, infatti, dire: «(nefando stile Di schiatta ignava e finta)», oppure: «(nefando stile, Di schiatta ignava e finta)», giacché nel secondo caso la virgola indica come una sottintesa ripetizione della parola stile, che dà molta piú energia all’espressione. In VIII, 43 va mantenuta la virgola di «trepido, errante», che non è mai stata tolta. In XIII, 20 è da conservare, anche se non fu accolta dal Ranieri nell’edizione del 1845, la lezione della Starita, che pone la virgola dopo giá. Il significato è: non io, certo, per quel ch’io ne speri, ti ricorro al pensiero; e ch’io speri è parentetico, come in XVII, 30 ch’io creda («Non ti vedrò, ch’io creda, Un’altra volta».). La variante dei Versi e dell’edizione Piatti («non io certo giammai Ti ricorro al pensiero») è una nuova conferma di quest’interpretazione. E poi, il nesso sintattico «non già ch’io speri» non è leopardiano. In XXVI, 11 sta benissimo propio, che l’autorità di scrittori classici citati dal Leopardi potrebbe confermare, ma è giustificato sopratutto dal desiderio di evitare una cacofonia intollerabile come «il sentir proprio sprona». Il Moroncini stampò proprio, seguendo l’esempio del Ranieri, qui e in XXXV, 1, dove evidentemente la cacofonia non c’era; senonché tutt’e due le volte gli parve di prendersi una libertà, e non riusciva a intendere come mai nell’edizione del 1906 il Mestica mettesse la prima volta propio e la seconda proprio23. Ma di XXXV nella «Starita corretta» c’è, oltre al testo stampato, anche una copia di mano del Ranieri, subito dopo la Ginestra, e nello stesso fascicolo: posteriore alla stampa, è logico che questa copia rimedi a eventuali errori od omissioni; e infatti al v. 1 vi si legge proprio, e al v. 3 c’è un trattino, il quale separa opportunamente la risposta della foglia dalla domanda che precede. In X, 35 e in XXXVIII, 11 è meglio non aggiungere la virgola [p. 266 modifica]prima del vocativo: quella di porre i vocativi fra due virgole era una consuetudine ortografica del Leopardi al tempo dell’edizione Starita; non sembra però che fosse già un criterio rigidamente applicato, come capitò invece per le preposizioni articolate. Nella nota (1), poco dopo il principio, va letto di esso poeta, e non d’esso poeta. Finalmente nella nota (6), verso la fine, commentatori è da correggere, come fece il Leopardi, in comentatori.

IV

Delle tre parti di cui si compone l’Appendice del presente volume, la prima è quella che vuole piú ampia giustificazione critica. I nuovi credenti furono pubblicati per la prima volta negli Scritti vari inediti (Firenze, Succ. Le Monnier, 1906): in quel volume ebbero quasi un posto a sé, e dopo furono considerati piú in relazione con i Canti che con le «carte napoletane». Si è discusso se il Leopardi abbia mai avuto intenzione di stampare la sua satira, e si è cercato di cogliere in contraddizione il Ranieri, perché in un primo tempo aveva creduto di dover aggiungere anche questa alle altre due poesie inedite che offriva agli stampatori per l’edizione postuma del Leopardi, e poi non solo cambiò idea, ma dichiarò perfino che cosí interpretava il desiderio dell’autore. Senonché, una volta tanto, il Ranieri qui non disse una cosa per un’altra. La lettera già citata al Vieusseux, del 24 giugno 1842, si riferisce a un progetto troppo vago perché sull’accenno a «i canti con tre lunghissimi inediti»24 si possa esprimere un giudizio valido; ma il Ranieri parlò in concreto, e per due volte, di «tre canti, dei quali uno lunghissimo e meraviglioso »25, solo nella sua prima lettera al Le Monnier, dell’11 ottobre 1843, in cui gli offriva di pubblicare non i Canti solamente, bensi una raccolta di tutte le poesie del Leopardi. Era certo un modo di allettare l’editore con l’abbondanza dei materiali a sua disposizione, e il Ranieri doveva essere ancora dell’idea di quando aveva respinto proposte di Luigi de Sinner analoghe a questa: perché d’integrare i Canti col volumetto bolognese dei [p. 267 modifica]Versi egli poi non fece mai piú parola, e per I nuovi credenti gravi dubbi sembrarono assalirlo, non appena la probabilità di un’edizione Le Monnier si fece maggiore. Già il 30 novembre di quell’anno scriveva infatti al Giordani: «... resta due canti, cioè Il Tramonto della luna e La Ginestra, e un capitoletto, il quale essendomi indiritto e rompendo piú d’una lancia addosso a piú d’un cavaliere, consulterò a suo tempo V. S. se stamparlo...»26. Nella corrispondenza col Le Monnier, poi, s’affermava sempre piú il desiderio del Ranieri di attenersi strettamente «al vero intendimento del defunto» 27; e quando, nel gennaio 1844, l’editore ebbe i materiali che dovevano servire alla stampa, non trovò in mezzo ad essi il manoscritto dei Nuovi credenti.«Era naturale che il Le Monnier domandasse, un giorno, come mai i tre canti inediti s’erano ridotti a due: il Ranieri s’era forse sbagliato nello scrivere? Questi rispose, il 20 giugno 1844: «...non errai quando scrissi della poesia, oltre alla Ginestra e al Tramonto della luna vi era ne’ Mss. una satiretta ove si nominano alcuni viventi. Il defunto, morendo, desiderò che non si stampasse. Io, nel primo caldo, avevo risoluto il contrario. Poi, pensai ch’era mal fatto; e quando, tre mesi dopo la lettera che V. S. dice di aver sottocchi, le mandai i Mss., tolsi quella satiretta»28. Il «primo caldo» era quello dell’entusiasmo per la possibilità di pubblicare le opere del Leopardi a Firenze: il 28 giugno 1837, s’è veduto, i canti «inediti e piú che bellissimi» erano due. Le testimonianze si confermano tutte a vicenda: il Leopardi non volle che I nuovi credenti fossero pubblicati, e il Ranieri stesso non ci pensò mai sul serio, anche per non suscitare un vespaio a Napoli. Luigi de Sinner, che nell’edizione Le Monnier preferiva vedere le Annotazioni (secondo un suo vecchio desiderio) piuttosto che la Palinodia o i Paralipomeni29, si sentí rispondere lui pure, come gli altri, che una sola [p. 268 modifica]poesia del Leopardi doveva rimanere inedita: «Ben mi sono ardito di toglier di mezzo una satiretta, dove erano offesi personalmente e terribilmente tre viventi; questo ho fatto dopo averne ottenuto il permesso dall’autore, e per una troppo urgente ragione, qual era un’offesa personale»30. Tuttavia il Ranieri una volta, sicuramente dopo la morte del Leopardi ma non si sa di preciso quando, trascrisse in pulito la satira, avendo dinanzi, sia pure vago, il pensiero della pubblicazione. Infatti, la copia dei Nuovi credenti che fu riprodotta negli Scritti vari inediti, al v. 95, a proposito del gelataio Vito, ha questa Nota dell’E., impensabile come tale mentre l’autore era vivo, ed evidentemente compilata lí per lí dal Ranieri, non senza pentimenti: «Celebre venditore di sorbetti, che divenuto ricco, comperò una baronia, e fu domandato il barone Vito».

Piú corretta, e priva della nota del Ranieri, la copia scoperta di recente dal Moroncini sarà da ritenere maggiormente sicura proprio in quanto meno tarda (al contrario di quel che credette lo stesso Moroncini)31. Postala a base del testo dei Nuovi credenti, col confronto della copia piú nota bisognerà correggervi solo due sviste: contro al v. 40, che va letto contra; e il punto fermo in fondo al v. 97, che dev’esser sostituito da un punto e virgola. Al v. 58 c’è una virgola di troppo, dopo sale, nata forse da una falsa analogia fra le diverse posizioni della copula nel verso («E canta, ed or le sale ed or la corte»). In tutt’e due le copie c’è spiaccian al v. 6, che è sempre stato corretto, giustamente, in spiaccion; e sull’ al v. 86, che nessuno finora aveva mai pensato a mutare in su l’. È da notare infine la lezione vede al v. 105, che il Moroncini non accolse neppure fra le varianti, mentre era senz’altro da preferire al vide della copia piú nota.

La seconda parte dell’Appendice è costituita dalle dediche e dalle notizie preliminari delle edizioni originali, nonché dalle Avvertenze che nell’edizione Nobili seguivano le dieci canzoni, e poi furono ristampate, con qualche ritocco e precedute da un annuncio [p. 269 modifica]bibliografico del volume, nel «Nuovo Ricoglitore» del 1825 (numeri di ottobre e dicembre). I criteri di fedeltà all’ortografia del Leopardi seguiti per le poesie sono stati conservati nel riprodurre queste prose di epoche diverse: sicché il lettore avrà modo di osservare come nel Leopardi non solo lo stile, ma anche la riproduzione grafica delle parole acquistasse una sempre maggiore evidenza e semplicità. Il testo delle Annotazioni essendo apparso un poco modificato nel «Nuovo Ricoglitore», è stata prescelta questa forma, ma si sono date in nota le varianti dell’edizione Nobili, quand’anche fossero di piccola entità. All’annuncio bibliografico il Moroncini ha creduto di dover dare il titolo di Critica, che è nell’autografo; non si tratta però se non del nome della rubrica in cui andava inserito l’articolo, nèl «Nuovo Ricoglitore».

La Notizia dell’edizione Starita compare qui unicamente come fu compilata nel 1835. Nella «Starita corretta» quest’avvertenza porta parecchie mutazioni e aggiunte, tutte di mano del Ranieri, che hanno indotto qualcuno a pubblicarla anche in quest’altra forma; ma, a parte il dubbio che il Leopardi volesse parlare di edizione «parigina» prima d’averla definitivamente combinata, non sembra probabile ch’egli avesse tanto rispetto per la propria Notizia da mettere solo in fondo, dopo aver menzionato le note, che li erano «aggiunti i canti XXXIII e XXXIV, finora non istampati». Non sarà stato piuttosto il Ranieri a completare il testo, cercando di discostarsi il meno possibile dal Leopardi, e magari riprendendone le espressioni («sono aggiunti undici componimenti non piú stampati»)?

La terza parte dell’Appendice è data dalle varianti delle diverse edizioni che ebbero, anche per interposta persona, le cure del Leopardi. Trascurate, in linea di massima, le varianti puramente ortografiche, di cui dànno un’idea gli scritti radunati nella seconda parte dell’Appendice, sono state accolte invece le varianti d’interpunzione, che possono anche indicare dei mutamenti intervenuti nelle pause del verso. Le varianti degli autografi sono state risolutamente lasciate da parte, per una ragione di metodo, giacché si trattava di rappresentare le tappe successive del gusto poetico del Leopardi, l’espressione che di volta in volta gli era parsa definitiva, ma poi era stata sempre rimessa in forse: come ebbe a notare giustamente il Debenedetti pubblicando i Frammenti autografi dell’Ariosto, le varianti dei manoscritti, anche se [p. 270 modifica]suggestive, sono altra cosa, in quanto non ci si può rendere conto, assai spesso, dell’effettiva importanza che ogni mutamento ebbe per l’autore, né riconoscere quel che non è vissuto piú dell’attimo necessario a segnarlo sulla carta.

V

Vogliono una giustificazione anche le Notizie e congetture cronologiche che il lettore troverà dopo questa Nota. Gli autografi del Leopardi ci forniscono la data di diciassette poesie; per le altre ventiquattro che sono comprese nei Canti, le congetture a volte hanno un fondamento saldo, com’è il caso del Primo amore (di cui il Leopardi stesso ha permesso la datazione sicura col cosiddetto Diario d’amore delle «carte napoletane»), piú spesso sono assai vaghe. Studiosi del Leopardi anche molto noti, fra i quali basterà nominare il Mestica e Giulio Augusto Levi, hanno voluto dare determinazioni precise in ogni caso, senza riuscir quasi mai a convincere, e sovente anzi inducendo al sorriso. Anche le coincidenze con lo Zibaldone non possono dare che un terminus a quo, piuttosto inutile se si tenga presente che i pensieri registrati in Zib., 36 [«Sento dal mio letto suonare (battere) l’orologio della torre. Rimembranze di quelle notti estive, nelle quali, essendo fanciullo e lasciato in letto in camera oscura, chiuse le sole persiane, tra la paura e il coraggio sentiva battere un tale orologio...»] e 66 [«Io mi trovava orribilmente annoiato della vita e in grandissimo desiderio di uccidermi, e sentii non so quale indizio di male che mi fece temere in quel momento in cui io desiderava di morire; e immediatamente mi posi in apprensione e ansietà per quel timore».] soltanto dopo circa dieci anni si trasformarono nei vv. 50-55 e 104-113 delle Ricordanze. Questa circostanza, e l’incommensurabilità evidente fra gl’incidenti della vita esteriore e l’ispirazione poetica, inducono a essere particolarmente prudenti. Degl’idilli, soltanto L’infinito e Alla luna sembrano risalire alla data (MDCCCXIX) che il Leopardi una volta pose in fronte a tutti. Per gli altri, bisogna accontentarsi di seguire l’elenco autografo che li divide fra gli anni 1819, 1820 e 182T, anche se è probabile che l’ordine di composizione sia quello suggerito dal manoscritto napoletano, che contiene successivamente: [p. 271 modifica]Alla luna (col titolo La ricordanza), L’infinito, Lo spavento notturno (poi relegato fra i frammenti), La sera del dí di festa (allora intitolata La sera del giorno festivo), Il sogno (certo posteriore al 3 dicembre 1820), La vita solitaria. Ma, d’altra parte, qualcuno potrebbe anche sostenere, non senza una certa verosimiglianza, che i vv. 23-38 della Vita solitaria sono un primo abbozzo dell’Infinito, e perciò lo precedono nel tempo, anziché essere posteriori di due anni. Naturalmente, l’approssimazione delle congetture è diversa non solo da una poesia all’altra, ma dall’uno all’altro periodo. Si può fissare solo un terminus ante quem, con cui non si presume di soddisfare la curiosità di nessuno, per i canti che si ritengono composti a Napoli; e di altri, legati all’amore per la Targioni-Tozzetti si può circoscrivere la data nei limiti d’un biennio. Sulle versioni da Simonide (XL e XLI) la testimonianza piú antica è del 7 dicembre 1827, in una lettera del Leopardi al fratello Carlo; e forse è preferibile raccoglierla, pur sapendo quasi con sicurezza che quei frammenti risalgono ad alcuni anni prima.

Una congettura nuova è contenuta tuttavia anche in queste Notizie compilate con tanta cautela. Riguarda Il passero solitario, che il Mestica riteneva composto nel 1829, probabilmente nel mese di giugno, e il Moroncini era incerto se attribuire alla primavera di quell’anno o del successivo32. Già qualcuno aveva obiettato che, se nel 1831 Il passero solitario fosse stato scritto, il Leopardi l’avrebbe incluso nell’edizione Piatti; ma non era, questo, un argomento sufficiente per coloro i quali ritengono che di Recanati e della primavera si possa parlare solo a Recanati e in primavera. Chi però è libero da certe pastoie vorrà tener conto di testimonianze, che finora sembrano essere state trascurate. Il 1° giugno 1832 Luigi de Sinner scriveva da Parigi al Leopardi: «A propos, Poerio, que je ne vois plus depuis longtemps, me disait que vous aviez encore gardé dans vos cartons un morceau de poésie superbe. Ne pourriez-vous pas me le communiquer en manuscrit? J’en ferai bon usage, soit ici, soit en Allemagne»33. Rispose il Leopardi, a volta di corriere, il 21 giugno: «La poesia di cui vi parlò Poerio, e ch’io stava componendo [p. 272 modifica]appunto nel tempo ch’ebbi la fortuna di conoscervi, non è stata mai terminata, né credo che lo sarà. Altre poesie inedite, destinate ad uscire in luce, non mi trovo avere». Ora, Luigi de Sinner, presentato al Leopardi dal Vieusseux il 23 ottobre 1830, lo frequentò di persona fino all’11 novembre successivo34: la poesia, bellissima a giudizio di Alessandro Poerio, che il Leopardi non potè inserire nell’edizione Piatti, fu dunque iniziata nell’autunno del 1830. D’altra parte, nessun frammento, fra quelli conservati nelle «carte napoletane», è da riportare a quell’epoca: sicché è probabile che il Leopardi abbia poi terminata la poesia, a cui s’era messo quand’erano ancora vive in lui le impressioni recanatesi, e che questa poesia sia Il passero solitario; del quale altrimenti si dovrebbe dire soltanto che, ideato dopo l’aprile del 1828, quando nel canto A Silvia le strofe libere comparvero per la prima volta nella metrica leopardiana, fu compiuto certamente dopo il marzo del 1831, che venne in luce l’edizione Piatti.

C’è poi, a proposito della data del Tramonto della luna, un equivoco che è bene chiarire, una volta per sempre. Nella «Starita corretta» il manoscritto del Tramonto della luna è autografo, tranne che negli ultimi sei versi, i quali sono invece trascritti di mano del Ranieri sulla pagina di guardia del successivo manoscritto della Ginestra, per rendere impossibile ogni dubbio sull’ordine da seguire nella stampa: al Leopardi evidentemente non importava nulla che, per chiarezza, la calligrafia del Ranieri si sostituisse alla propria in quei sei versi, con i quali cominciava un foglio nuovo. Il Moroncini ha spiegato assai bene la cosa35, ma ha continuato a collegare arbitrariamente questa circostanza alla notizia che gli stessi sei versi ultimi del Tramonto della luna erano stati «scritti» dal Leopardi, due ore prima di morire, a richiesta dello storico tedesco Enrico Guglielmo Schulz, recatosi a visitarlo36. Che si tratti dei medesimi versi, è una coincidenza casuale; piuttosto, è bene ripetere, dopo il Croce37, che il Leopardi, in quel 14 giugno 1837, non li compose, ma bensí li tracciò e li diede allo Schulz per suo ricordo. Perciò ha un significato [p. 273 modifica]tutto diverso da quello ancora accolto dagli studiosi38 l’affermazione dello Schulz, che i versi finali del Tramonto della luna furono le ultime parole scritte dal Leopardi39.

VI

Emidio Piermarini ha generosamente contribuito a farmi migliorare il testo, con la sua pazientissima intelligente collazione della «Starita corretta» e dei due manoscritti dei Nuovi credenti: lo ringrazio di cuore.

L. G.




[p. 274 modifica]
  1. Il Moroncini era d’opinione contraria, anche perché non seppe elencare piú di dodici errori di stampa, di cui solo quattro gli apparivano certi. Cfr, la sua edizione critica dei Canti, Bologna, Cappelli, 1927, p. xxv, n. 3.
  2. Certo premuti a mano sulle due raschiature, non sempre i nuovi caratteri tipografici risultarono dritti: questo induce a ritenere con sicurezza che la sostituzione non fu fatta a penna, come invece suppose il Moroncini (p. lxxxii).
  3. Indurrebbe a crederlo una nota del Ranieri, conservata in una schedina ch’è fra le carte Le Monnier alla Biblioteca Nazionale di Firenze, dove a proposito di un passo delle Operette morali è richiamato il quanto di XXIX, 72: «Questa maniera di usare il quanto dell’A. spesso non era intesa dagli stampatori, che aggiungevano sul torchio il d credendolo errore, come nell’Aspasia: [seguono i vv. 71-74 di XXIX], Dove l’A. volle assolutamente mutato il d in t». Francesco Paolo Luiso, Ranieri e Leopardi — Storia di una edizione, Firenze, Sansoni, 1899, p. 75.
  4. Queste notízie si desumono confrontando l’esemplare corretto dell’edizione Starita ora alla Nazionale di Napoli, che non appartiene alla tiratura definitiva e non ha il carticino inserito piú tardi, con gli altri esemplari esistenti della medesima edizione, pochissimi dei quali hanno la lezione giusta in XXIX, 75 e in XXXI, 51.
  5. Moroncini, p. xxiv, n. 3.
  6. Carteggio inedito di vari con Giacomo Leopardi, con lettere che lo riguardano, a cura di Giovanni e Raffaele Bresciano, Torino, Rosenberg e Sellier, 1932, p. 207.
  7. Bresciano, p. 170.
  8. Bresciano, pp. 170-171.
  9. Bresciano, p. 171.
  10. Nuovi documenti intorno agli scritti e alla vita di Giacomo Leopardi3, raccolti e pubblicati da Giuseppe Piergili, Firenze, Succ. Le Monnier, 1892, pp. 267-268. Il Luiso, che non potè valersi delle reciproche sinneriane quando descrisse e giudicò l’atteggiamento del Ranieri in quell’occasione, lo accusò d’essersi tardivamente voluto sostituire a Luigi de Sinner, poiché suppose che questi, avendo contrattata l’edizione, avrebbe dovuto anche curarla; ma il Ranieri, se mai, si sostituí al Leopardi. Cfr. Luiso, pp. 7-10.
  11. Piergili, p. 271.
  12. Piergili, p. 253.
  13. Bresciano, p. 247 (lettera di Luigi de Sintier al Ranieri del 23 maggio 1838).
  14. Cfr., fra l’altro, Bresciano, p. 273 (lettera del Giordani al Ranieri dell’8 settembre 1840, erroneamente datata dagli editori 1843).
  15. N. Serban, Lettres inèdites relatives à Giacomo Leopardi, Paris, Champion, 1913, pp. 44-45.
  16. Piergili, p. 329.
  17. Moroncini, p. xxvi, n. 1.
  18. P. xiv. Cfr. Moroncini, l. c.
  19. Il secondo errore risale all’edizione del 1845 curata dal Ranieri, e non fu corretto neppure nelle due edizioni del Mestica.
  20. Moroncini, p. lxviii.
  21. Cfr., in questo volume, p. 211 e n. 1.
  22. Moroncini, p. lxxiii.
  23. Moroncini, p. lxxxiii.
  24. Serban, p. 44.
  25. Serban, pp. 47 e 50.
  26. Bresciano, p. 288. Gli editori non conoscono il destinatario di questa lettera, che ritengono del 1844; eppure hanno pubblicato a p. 278 la lettera del Giordani, in data 25 ottobre 1843, a cui questa risponde. Il Giordani riscrisse poi al Ranieri il 12 dicembre, ed è la lettera stampata dal Bresciano a p. 238 fra quelle del 1837.
  27. Lettera al Le Monnier dell’11 dicembre. Serban, p. 56.
  28. Serban, p. 71.
  29. Maria Zezon, Contributo alla storia dell’edizione leopardiana del 1845, in «Rassegna Nazionale», vol. XXXIX (1922), p. 34 (lettera di Luigi de Sinner al Ranieri in data 15 aprile 1844).
  30. Piergili, p. 282.
  31. Opere minori approvate di Giacomo Leopardi, edizione critica ad opera di Francesco Moroncini, Bologna, Cappelli, 1931, I, pp. lx e 224. Il Moroncini ha contaminato i due testi.
  32. Opere approvate, p. 8; Moroncini, p. 710.
  33. Bresciano, p. 126.
  34. Piergili, p. 52, in nota.
  35. Moroncini, p. lv.
  36. Moroncini. p. liv, n. 1. Il Moroncini critica la testimonianza dello Schulz, ma il suo vero proposito è di dimostrare l’unità compositiva del Tramonto della luna.
  37. Croce, Testimonianze sul Leopardi, nella «Critica», XXX (1932), p. 69.
  38. Cfr., ad esempio, quanto scrive il Sanesi, a p. 171 del suo commento a I Canti, le Operette morali e i Pensieri (Firenze, Sansoni, [1931]).
  39. H. W. Schulz, Giacomo Leopardi — Sein Leben und seine Schriften, nell’annuario «Italia», pubblicato presso il Duncker di Berlino da Alfredo Reumont, II (1840), pp. 266-267. È opportuno riportare le precise espressioni con cui lo Schulz riferisce l’episodio: «Ich besuchte ihn am Vorabend des zur Abreise festgesetzten Tages, und bemerkte keinen wesentlichen Unterschied in seinem Befinden. Als er am andern Tage sich zu Tisch setzte, sank er zusammen, denn die Wassersucht trat ihm an die Brust... Folgende sind seine letzten Worte, die er zwei Stunden vor seinem Tod auf meine Veranlassung niederschrieb:

    Ma la vita mortal, poi che la bella
    Giovanezza sparì, non si colora
    D’altra luce giammai, né d’altra aurora,
    Vedova è insino al fine; e dalla [sic] notte
    Che l’altre etadi oscura,
    Segno poser gli Dei la sepoltura.»

    Segue di questi versi la traduzione tedesca. Si noti che l’errore di stampa e dalla è corretto a mano ed alla, nell’esemplare del volume donato dallo Schulz al Ranieri, e ora posseduto dal Croce.